Titolo: Gli alberi del nord Autore: Marco Bosonetto Editore: Bandini + Castoldi
Pietro Gastaldi è un commissario di polizia, è in ferie, è stanco di lavorare e vorrebbe andare in pensione prima possibile. Ma accade qualcosa di grave, tre ragazze vengono trovate impiccate sul fiume Po. La scoperta è di un barcaiolo che ha subito sporto denuncia. Una delle ragazze riesce a salvarsi aggrappandosi al cadavere di una delle sfortunate compagne. Gastaldi è un uomo concreto, esperto, cerca la verità e non soluzioni di comodo per la stampa o per tener buona l’opinione pubblica. Le indagini sono orientate verso il mondo della prostituzione, ma Gastaldi sente che quella non è la strada giusta e cerca altrove, insieme ai suoi fidi collaboratori, in silenzio, lontano dai riflettori. La ragazza salvata ha uno strano segno sulle guance, la figlia archeologa trova una pista che potrebbe essere decisiva per scoprire i colpevoli. Il libro racconta una storia dolorosa, del degrado sociale che stiamo vivendo in questo periodo, ma lancia anche qualche segnale di speranza. La vicenda è ambientata a Piacenza, con il fiume Po protagonista assoluto insieme alla nebbia, fonte di tanti disagi ma capace di creare quelle atmosfere rarefatte tipiche di tante mattine, piene di fascino e di mistero. Una storia tra il giallo ed il noir che tratta temi di grande importanza sociale, come il razzismo, la prostituzione, le condizioni delle donne immigrate, sfruttate e derubate di tutto, dalla dignità al diritto alla speranza, ma anche la crisi economica, le aziende che chiudono e lasciano a casa tante persone che non hanno più di come vivere. Se molti soffrono per la situazione economica, altri diventano sempre più ricchi, potenti ed arroganti, si sentono in diritto di comprare tutto, anche chi non ne vuole sapere di essere corrotto. Marco Bosonetto è riuscito a trattare temi delicati mantenendo un misurato distacco dalle vicende, con una scrittura diretta, efficace, molto adatta alla storia.
Un romanzo che si presenta come un thriller di tipo tradizionale, con evidenti riferimenti ed omaggi a due opere di Agatha Christie. Il protagonista è Giovanni, un professore universitario di economia, che è di ritorno da Monaco dove ha ritirato un premio prestigioso. Resta bloccato all’aeroporto per una violenta tempesta di neve. I voli sono tutti cancellati, impossibile per gli aerei atterrare e decollare. Giovanni deve tornare a casa a tutti i costi, sua moglie ha organizzato la cena di compleanno a cui lui non può mancare. L’unica possibilità per Giovanni sembra essere prendere un treno che partirà in pochi minuti. Giovanni prenota e acquista il biglietto con il cellulare, si reca alla stazione e sale sul treno. Il viaggio si prospetta scomodo ma date le circostanze c’è poco da lamentarsi. Dopo qualche ora di viaggio, nei pressi di Innsbruck, il treno viene investito da una violenta valanga di neve, tutti i vagoni vengono spazzati via, solo il vagone n.12 si salva. Con Giovanni restano in vita altre sette persone. Per i superstiti inizia una avventura incredibile, dovranno affrontare la neve, il freddo gelido ed un micidiale killer che vuole uccidere tutti i sopravvissuti. Giovanni si trova al centro di un incubo che cambierà la sua vita per sempre, in modo imprevedibile. Paolo Navi scrive in modo netto, senza fronzoli, diretto e molto efficace. La trama è sorprendente, con un avvio lento, poi l’incidente, la lotta per la sopravvivenza, l’attesa per i soccorsi, la sequenza di omicidi. La storia acquista ritmo, gli eventi incalzano, la situazione precipita in un baratro che sembra non finire mai. Nel finale tutto cambia e Giovanni si troverà a fare i conti con sé stesso e con la propria vita, trovando il coraggio per fare quello che non avrebbe mai creduto di essere capace di fare. Un libro che offre molto di più di quello che lascia intendere dalla copertina e dalle note di presentazione.
Argentina, 1960. Adolf Eichmann è un ex ufficiale delle SS che ha trovato rifugio in Argentina partendo in nave da Genova. Eichmann ha cambiato identità, vive nella penombra, in modo semplice al limite della povertà, con la costante paura di essere scoperto.
Zvi Aharoni è un agente del Mossad, è alla ricerca di nazisti in fuga, ha Eichmann nel mirino. Non vede l’ora di smascherarlo e di consegnarlo alla giustizia israeliana.
Eichmann è stato un ufficiale delle SS potente e devoto alla causa, ha provocato la morte di milioni di ebrei, elaborando nuovi metodi di eliminazione, per risparmiare tempo, per incrementare giorno dopo giorno il numero di ebrei eliminati, come un manager d’industria, che ottimizza e migliora i processi, per aumentare l’efficienza, a vantaggio degli azionisti. Il libro racconta la sua vita da ufficiale, gli ordini che riceveva, la fredda determinazione con cui li eseguiva, il funzionamento dei campi di concentramento, dove zelanti e ottusi militari commettevano crimini orrendi convinti che fossero solo esecutori di ordini e quindi esenti da colpe.
La vita passata di Eichmann e quella attuale da fuggitivo, sono raccontate con grande efficacia, evidenziando i pensieri, le ambizioni, la fredda cattiveria, la consapevolezza della fine che avrebbe fatto se la giustizia avesse messo le mani su di lui.
Anche Zvi Aharoni viene raccontato con i suoi pensieri, la determinazione con cui dà la caccia ad Eichmann, la grande pressione fatta sui suoi capi per finanziare le ricerche e l’operazione di arresto. Un libro mai indulgente sul passato ed il presente di Eichmann, che pur mostrando nella sua seconda vita argentina alcuni aspetti umani inediti della sua personalità, non ha mai avuto il minimo pentimento per le sue colpe. Il libro racconta l’oscenità del nazismo in modo originale, riuscendo ad esprimerne tutto l’orrore senza giudicare, suscitando nel lettore dubbi e domande.
Ho lasciato decidere alla vita, e ho perso. Ho perso quando non ho impuntato i piedi al suolo. Quando non ho studiato. Ho perso quando ho indossato le scarpe più grandi. Quando mi sono innamorata non di me stessa. Quando ho pianto. Ho perso in ogni modo e in ogni dove. Quando ho scritto e ho pensato. Quando volevo essere e non sono stata. Quando non ho ascoltato. Quando mi hai deriso per strada e ti ho risposto, per questo ho perso. Ho perso nella vita e non c’è dubbio. Ho perso con me stessa ma ci ho provato. E sì, ho perso quando ho resistito all’urlo, alla rabbia, ai piatti rotti, ai pugni contro il muro. Alle lacrime di mia madre, alla sua mente vaga, alla mia inerme forza. Ho perso quando non me ne sono andata. Quando avrei dovuto, voluto e ho rinunciato, quando sono stata niente. Ho perso troppe volte non me ne importa.
“Per ogni fiore incolto io, forse ho perso per quello specchio dove vedevo ciò che ancora odio. Due volte sono stata un guanto, grembo; due volte ho ammirato il mio perdono. Due volte sono stata artista, pittore, poeta, e di successo. Due volte ho saputo amare il solo per sempre che esiste al mondo; e non sarai tu a dirlo, lo so per certo
Io sono quella persona che ancora guarda il cielo aspettando una meteora e la sua scia luminosa. Quella che sfoglia le margherite quella che bara che finge di perdere il conto. Quella sono io matta che sorride alle offese che saltella nelle campane disegnate sul nero dell’asfalto quella immobile quando conti fino a tre e non sta in equilibrio quella che perde quella che ascolta. Quella che resta in disparte in silenzio, o che urla senza vie di mezzo. Quella che non ha voce in capitolo ombra dei lampioni riva del mare, luce all’alba. Il bicchiere mezzo pieno il digrigno dei denti le spalle al tempo lacrima nascosta. Il verde dell’aurora. Uno spettacolo. Il controsenso. Non parlerò in pubblico non leggerò ciò che scrivo ho la danza nel cuore ma non so ballare
Certe volte, ho i pensieri tra i lampioni, le mani nelle tasche che giocano con i buchi, le spalle stringono un “vabbè così doveva andare” e gli occhi brillano di “grazie”. E lo so, lo so che posso sembrare scema, col coltello tra le labbra a cercare di cantare canzonette la domenica mattina mentre l’olio salta sotto il pomodoro. Certe volte i lampioni sono spenti, le mani non hanno più buchi da cercare, rivoltano le tasche. Non passano i rimpianti tra le scapole, le braccia e i palmi e io, ad occhi chiusi rallento il respiro, mi abbraccio e mi metto a ballare, perché la vita certe volte è più leggera tra le spighe d’oro, sopra un libro giallo o sotto le campane, e si sa per i matti ogni cosa ha colore, ogni illogica parola, ora o frase. Certe volte, si ha addosso un bel cappotto, un garofano all’occhiello. All’occorrenza è quanto basta a zittire il mondo
I’ve written my first sijo… and I admit it was a bit intimidating. There is a rhythm that I’m not sure I found.
The idea is to write this sijo in three lines with a 3-4-4-4 grouping pattern in the first line; the second line echoes the 3-4-4-4 grouping with more details, and the third line is 3-5-4-4. I struggled with the line pattern, so I broke this down into syllables of 16-14-15, for around (45) 44-46 syllables.
I’ll have to work with this form some more to perfect it. Notice the punctuation and capitalization—this Korean form differs greatly from the Japanese forms.
Today, the October new moon pays homage to a solar eclipse. There is an intensity in the air, and things feel unstable and shaky in our world. When these uncertain energies surface, I make New Moon soup.
Once a month, I clean out the refrigerator, much like I empty the things from my heart that no longer serve me. In the back bins, I find carrots, kale, and pungent red onions. Chop, chop, chop. Into the pot of chicken broth, they go. Leftover chicken is the secret ingredient. For me, soup always heals the ills of the world.
Quanto sono fastidiose quelle espressioni che si diffondono come una moda!
Ricordate? Qualche tempo fa si era diffusa la moda di un attimino: un attimino qui, un attimino lì… la nostra vita si era riempita di attimini.
Più recentemente è scoppiata la moda del piuttosto che usato al posto di oppure: “in vacanza si può andare al mare piuttosto che in montagna”, “mangio una pera piuttosto che una mela”, “ascolto Malgioglio piuttosto che i Pooh”, ecc. ecc.
E ce ne sarebbero tanti altri. Non sono forse fastidiosi i cioè a ripetizione di alcuni giovinastri o i come dire di persone che vogliono sembrare colte e non lo sono?
Poi è anche vero che ognuno ha le sue antipatie. Io per esempio detesto tutti quelli che usano parole come e, con, di, per. I gusti sono gusti.
One day on a foggy new moon morning she felt a familiar soul calling her by singing a known song and she got up and released her husband’s silken embrace and walked unconsciously behind a figury soul
The figury soul was very familiar to her and so was the voice
She reached to the figury soul as some power was taking over her mind and walked with the figury soul until they reached the place where they both breathed their last in the last birth
Souls from previous lives were eager to meet in this life too as if the relationship from birth to birth continued through the ages
where dawn meets the dusk my arms outstretched for a hug became straight line
Kir stretches out his arms to embrace Zhenya passionately
With the help of a dark spell, she forces him to love her again but she chants the wrong spell and stops the fountain, the flow of water and time.
the season’simage reflection in calm water like soul’s mirror image
He deceives her in love but she loves him deeply After learning that she will be the mother of his child, she wants him back She meets a Yogini and learns a dark spell interestingly
In the wedding ceremony of the lovers, she recites, ‘I am yours and you are mine’ Thinks that her best friend and her groom are true lovers
She steps down and falls. The groom helps her, though it disrupts their wedding As she chants, her lover re-enters her life only to shower love like heavy rainfall
He is so engrossed in love that he is not even aware of the child Loves only and does not allow to take care of the baby Finally, bored and panicked, she becomes wild
Plans to kill him and an accident occurs Even after he dies, his soul yearns to become forever hers
Amo” I love you! love deeply from head to toe dark spell, drownsme in you
QUEST’ANNO LA VENDEMMIA IN MONFERRATO, COME IN TUTTO IL RESTO DEL PIEMONTE, SARA’ ANTICIPATA DI ALMENO 15 GIORNI. L’ANNO 2022 VERRA’ RICORDATO COME L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE VENDEMMIALE. IL PROFILO QUALITATIVO SARA’ ELEVATO.
Mentre in Franciacorta (con Pinot Nero e Chardonnay) ed in Sicilia (con il Grillo, uva autoctona) hanno già cominciato a raccogliere, la vendemmia Piemontese quest’anno partirà presumibilmente a Ferragosto. Tra i filari del territorio, costellati di uve bianche e nere, non si era mai giocato così d’anticipo. Colpa della siccità di questi mesi che sta facendo soffrire ogni tipo di vegetazione, vigneti compresi e del grande caldo: nottate afose e temperature elevate che non hanno permesso ai grappoli di prendere un po’ di ‘respiro’ climatico con il tradizionale sbalzo termico.
Così, se si fino all’anno scorso si vendemmiava da inizio settembre, come facevano i nostri nonni ad inizio secolo, quest’anno invece è l’anno della rivoluzione. Anche perché “la vite, che abitualmente non soffre la carenza idrica, potrebbe invece accusare problemi se non dovessero intervenire precipitazioni. I problemi sono legati ai picchi di calore, che potrebbero provocare l’appassimento degli acini sulla pianta prima della maturazione”.
Una vendemmia più bassa nei numeri, ma di grande profilo qualitativo. È questa la stima a proposito dei vigneti del Monferrato, con uve sane e senza particolari criticità malgrado la gelata di aprile.
Lo stato sanitario delle uve è molto soddisfacente. Per ora i grappoli sani, con un bilanciamento ottimo tra acidità e tenore alcolico, promettono belle sorprese.
“Ottima qualità, gradazione buona, bucce delle uve spesse: sono questi i caratteri che spiccano dalla vendemmia di quest’anno” (dall’analisi del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato).
“Una qualità eccellente che ci lascia prevedere un’evoluzione in cantina di alto livello, in linea con quella degli ultimi anni. Il grande caldo di quest’anno, però, ci mette in guardia sul futuro: stagione dopo stagione, i cambiamenti climatici sono sempre più percepibili, in particolare in agricoltura, e questo deve portarci a riflettere sul tema delle irrigazioni in vigna.”
Secondo l’Osservatorio Geofisico di Unimore, l’estate 2022, cominciata di fatto già a maggio, è molto simile a quella del 2003 di 19 anni fa. Anche allora, infatti, il caldo che caratterizzò la stagione fu definito ‘Hyperestremo’.
Anche Il Professor Claudio Cassardo, del dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Torino, ha presentato un’interessante analisi sulle differenze tra l’estate 2003, storicamente riconosciuta come caldissima, e quella del 2022 che stiamo affrontando: “si nota la fortissima anomalia pluviometrica negativa di quest’anno. – scrive Cassardo – Il 2003 fu l’anno dell’estate caldissima, il cui record stagionale ancora resiste in molte località piemontesi. Le prime ondate di calore iniziarono a maggio e sono visibili nell’andamento della temperatura massima, ma sostanzialmente – a livello termico – le due annate per ora si sono equivalse.” La differenza però la fanno le differenti precipitazioni.
Ricordiamo tutti che il 2003 è stata un’ottima annata vinicola, perciò in Monferrato siamo pronti a produrre anche quest’anno vini d’eccellenza.
Dopo aver visto Corrado Cattani in azione nello sceneggiato televisivo “La piovra”, incentrato sulla lotta a Cosa Nostra, Giovanni Falcone commentò: “Un bel western… ma la realtà è altra cosa”. Domandiamoci se western e mafia non si assomiglino e basta, ma siano quasi la stessa cosa. E ciò per dipanare la matassa intorno a uno dei fenomeni italiani più misteriosi in tema di cinema: come mai, in Italia, si è assistito al proliferare di una cosi copiosa produzione di film di genere western? Che c’azzecca il western in Italy? Abbiamo importato di tutto dagli Stati Uniti… Eppure, non contenti di John Wayne, il western ce lo siamo fabbricati in casa, negli studi di Cinecittà. Perché non abbiamo fatto la stessa cosa con la fantascienza alla Star Trek, ad esempio? O con le detective stories alla Simon&Simon o Beretta, tanto per dire? O con i film, tanto per continuare a dire, di arti marziali alla Kung Fu – se si eccettua Il ragazzo dal chimono d’oro, un Karate Kid in salsa alla bologna con Kim Rossi Stuart? Perché con i western e solo con i western? I western sono un prodotto tutto americano. Si ambientano in lande esotiche e in un contesto storico molto differente dal nostro. Allora, come mai? Forse perché come suggerisce Quentin Tarantino in C’era una volta… a Hollywood: “I western italiani sono una farsa del cazzo”? Tutto qui? Si tratta solo di uno spernacchio? Certo, l’americanizzazione, la conosciamo. Mangiare l’hamburger, bere la Coca Cola, aggrottare la fronte come Clint Eastwood… Le conosciamo, queste cagate. Tutti le abbiamo fatte. E poi, un conto è dire: “Dottor Sulu a rapporto”. Un conto: “Pietro, Paolo, Virginio a rapporto”. Fa ridere. Non si sa perché, ma fa ridere. In più, riguardo al proliferare dei western in Italy, c’è il fenomeno Tex.
Il clamoroso successo di Tex ha asfaltato la via per il western cinematografico a là italienne; ma questa argomentazione sa molto di serpente che si attorciglia su sé stesso. Un successo commerciale potrebbe non avere specifiche ragioni. Certe cose piacciono e basta. Sfondano e basta. Lo stesso potrebbe valere per Tex e gli spaghetti western. Tuttavia, evidenti sono le similitudini tra film western e film su Cosa Nostra – Nostra per modo di dire, perché “mia”, tanto per fare esempi, non lo è senz’altro. Pertanto, è giusto farsi qualche domanda su come mai per tanti anni le nostre orecchie abbiano risuonato dei colpi di pistola nel corso di furibonde sparatorie all’interno di saloon alla texana facendo un rumore soporifero simile a quello di una corsa automobilistica domenicale delle quattro del pomeriggio protagonisti Prost, Alboreto e Niki Lauda. Mieeeeooonnnn! Forse c’è qualcosa di più, degli effetti dell’americanizzazione – comunque, da non sottovalutarsi. Qualcosa sotto. Un messaggio sottotraccia.
Leonardo Sciascia diceva: “Il problema non è stabilire cosa sia mafia, ma stabilire cosa mafia non è”. Tutto potrebbe essere ricompreso nello schema mafioso. Il romanzo storico di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi (di cui abbiamo parlato in modo non banale nell’articolo presente negli archivi di Meer “Il tracciato della Tradizione”), il capostipite di ogni romanzo italiano presente, passato e futuro, ad esempio, presenta un classico schema da storia di mafia. Nel Seicento un prepotente, protettore di una cittadella, s’incapriccia di una fanciulla, e sono guai per tutti. Persino nel scegliere l’espressione che apre le danze, nel romanzo, al dramma, il Manzoni (che la lingua italiana, la nostra lingua, inventò di mano in mano che scriveva le vicende di Renzo e Lucia) pare scegliere un costrutto vagamente siciliota: “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né ora né mai”. Basta aggiungerci un “Minghia”, e sembra la più classica intimidazione mafiosa in terra sicula (terra straordinaria, ma teatro, anche per luogo comune, di storie di mafia): “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né ora né mai. Minghia. E ch’avevi capito?”.
La storia di mafia è soprattutto: difesa del territorio. Territorio in senso geografico, ma territorio inteso anche come area di interessi. Da qui nascono lo scontro tra famiglie o lo scontro tra gang: comunque, scontro a fuoco, guerra senza quartiere. Con ammazzamenti, squartamenti. Macchine che saltano. Agguati. Queste le storie di mafia. Non basta lo spostamento di materiale illecito (traffico d’armi o di sostanze stupefacenti e via discorrendo). Una storia di mafia presuppone un conflitto tra fazioni contrapposte e spargimento di sangue. Non è mero documentario su come avvenga una truffa. E’ ovvio che se Renzo e Lucia, su consiglio di Agnese, non se la fossero battuti dal paesello sotto il dominio di Don Rodrigo, Dio solo sa cosa sarebbe potuto accadere. Quindi, I Promessi Sposi stessi si fondano sul tentativo da parte di Renzo e Lucia di non vivere una storia di prevaricazione simile a quella mafiosa: nel romanzo è dato per scontato che resistere significherebbe spargimento di sangue, pericolo di vita. Certo, se Renzo fosse stato uno spadaccino o un pistolero alla Clint Eastwood, e il romanzo fosse stato scritto non da Manzoni, ma da Alexandre Dumas, tanto per dire, probabilmente la storia dei Promessi Sposi sarebbe tutta diversa. Lucia sarebbe stata accoppata e Renzo, sciabola ad armacollo, magari con l’aiuto di Padre Cristoforo, avrebbe dato l’assalto al fortilizio di Don Rodrigo. Ma Renzo era un umile operaio, e tutte queste cose nemmeno lo sfiorano, se non giusto per fare un po’ di teatro difronte alla sua bella. Bisogna fuggire. Chiuso. Su questo non c’è discussione. In fondo, nei Promessi Sposi c’è una punta dell’animo pusillanime di Don Abbondio in tutti i personaggi. Ma perché l’Italia è un po’ così.
Poi, ci sono gli eroi. E questi eroi sono praticamente pistoleri da film western. Cowboy del cinema. Ecco perché Giovanni Falcone ne aveva ben donde a esprimersi nei confronti del commissario Cattani come si era espresso. Perché gli italiani non sono eroi. E per far interpretare il Capitano Bellodi nel film Il Giorno della Civetta, tratto dal capolavoro di Leonardo Sciascia, fu chiamato il cowboy italiano per antonomasia (assieme a Giuliano Gemma e Terence Hill) Franco Nero affiancato dalla lady degli spaghetti western all’italiana per eccellenza Claudia Cardinale. L’analisi semiotica di queste scelte porta a una conclusione grande come una casa: i western sono storie di mafia en travesti. Lo sono sempre state e sempre lo saranno. Esattamente come il film della coppia di comici Franco e Ciccio “Due mafiosi nel Far West” afferma senza mezzi termini pur facendosi scudo di un contesto di comicità.
Per un pugno di dollari (il miglior film western di Sergio Leone) di Sergio Leone è ambientato in una cittadina dove due famiglie si fronteggiano e l’arrivo di un pistolero le metterà una contro l’altra facendole sterminare. E l’antagonista è Gian Maria Volonté. Attore di numerosi film basati su fatti di cronaca nera. Nel paese si commerciano armi e alcol. Una famiglia si occupa di armi. L’altra di alcol. Ma quando ci sono due padroni uno è sempre di troppo. E nel mezzo un pistolero, che vuole arricchirsi. Il pistolero di Per un pugno di dollari fa la parte dello sceriffo. Fa la parte di un capitano delle Forze dell’Ordine deciso a non allinearsi all’atmosfera di omertà e aquiescenza dei suoi predecessori. Appunto, come afferma Falcone: “Solo un bel film western… ma la realtà è altra”.
I film western parlano delle nostre terre. Delle nostre questioni. Non smettono di farlo, benché l’ambientazione sia esotica. Ecco perché ne sono stati sfornati, in passato, a decine e decine. Perché c’entrano con un sistema corrotto come il nostro, un sistema che genera territori da Far West.
Alessandria: Il Museo Etnografico della Gambarina “C’era una volta” è uno dei più importanti musei della provincia di Alessandria.StoriaIl museo etnografico “C’era una Volta” di Alessandria è collocato all’interno di una caserma risalente al 1700 detta “Gambarina Vecchia”, di proprietà del Comune. L’area espositiva si articola su due piani e misura circa 1600 metri quadrati.
Al piano terra, sfruttando l’architettura a campate delle ex scuderie, è stato ricavato un suggestivo percorso composto da ambientazioni che riproducono i principali momenti della vita pubblica e privata nella società contadina a cavallo fra Ottocento e Novecento.
Le diverse “finestre sul passato” ripropongono il momento della nascita, i giochi, la scuola, la cucina, la camera da letto, la stanza del corredo e l’evento delle nozze. Una particolare sezione è dedicata alle due guerre mondiali con oggetti, armi e suppellettili provenienti in larga misura dalla guerra 1915-1918. La sezione dedicata ai lavori propone attrezzi e suppellettili appartenenti ai diversi laboratori artigianali (ciabattino, fabbro, falegname) e alle varie fasi della produzione agricola.
Inoltre, di fronte ad ogni sezione sono collocate vetrine contenenti collezioni di oggetti relativi all’aspetto rappresentato nella scena prospiciente.Al piano superiore è possibile ammirare l’allestimento di un’aula scolastica datata agli anni ’30 e quello della biblioteca contenente libri risalenti a inizio ‘800. Completano il settore etnografico una vasta collezione di bambole e giocattoli di varie epoche e le vetrine che espongono aspetti di Alessandria quale città produttiva nell’arco di un secolo.
Collezione Il museo raccoglie oggetti inerenti alla civiltà contadina della piana circostante la città e materiale relativo a vecchie industrie locali ormai scomparse. Di recente sta riorganizzando il proprio archivio fotografico. Le foto vanno dagli antichi dagherrotipi della metà dell’Ottocento, sino a foto anni ’60 ed oltre: un insieme di grande interesse.
Dorothy Parker, nata Dorothy Rothschild (1893 – 1967), è stata una scrittrice, poetessa e giornalista statunitense, nota anche con i diminutivi di Dot o Dottie.
Il dolore di un distacco non è altro che il taglio di un rasoio su una vena. Se sopravvivi ci penserai persino con sentimento: e così diventerà un taglio nell’anima. La prima ferita si rimarginerà, la seconda sanguinerà per sempre.
Non voglio barattare la terra col cielo, oggetti noti, disperazioni care, la fuga della domanda nel bianco degli occhi.
Ricucio l’ieri e l’oggi col domani io qui che vivo il prima e il dopo di ogni istante e a ciò che manca dico: aspetta e a quel suono che mi cerca e che fa male di bellezza non rispondo mai perché morrei.
Lascio la ferita aperta, da lì passa la terra col suo orrore, col suo amore. Lo sai vero?
C’è un’innocenza di cui vendicarsi per questo sono qui.
Penso chela maggior parte dei lettori conosca questo autore giapponese, visto che è stato tradotto in circa cinquanta lingue, i suoi libri hanno venduto milioni di copie e ha ricevuto numerosi premi letterari. Ultimamente di lui ho letto Uomini senza donne, una raccolta di sette racconti in cui, per l’appunto, i protagonisti rimangono soli senza donne. Non so se sarete d’accordo con me, ma vi esprimo la mia personale opinione e, chissà, che non vi venga voglia di sfogliare le pagine di questo libro che vi condurrà in un mondo un poco diverso dal nostro.
In Drive my car
il dialogo tra l’attore Kafuku e la guidatrice silenziosa Misaki, porta a galla il tradimento della sua defunta moglie e il ricordo di aver voluto conoscere l’ultimo dei suoi amanti, il quale in un bar, gli aveva raccontato tutto, obnubilato dai fumi dell’alcool. La sorta di familiarità che nasce tra i due, visto la condivisione della stessa donna, mette in luce un carattere maschile che non so sino a che punto sarebbe possibile nella nostra mentalità occidentale.
Anche in Yesterday
c’è questa sorta di scambio e di condivisione di una giovane donna, tra un ragazzotto strampalato che modifica le parole di questa famosissima canzone e il suo amico del cuore che poi, non osa mettersi con lei. Il descrivere i sogni, tipico dei racconti della Yoshimoto, l’ho ritrovato anche qui in quello in cui la ragazza da condividere narra il suo sulla luna di ghiaccio; così come il ricordo di vite precedenti nel racconto Shahrazād in cui una madre di famiglia divenuta l’amante di un uomo che non si sa perché rinchiuso in casa, gli rivela che un tempo era stata una lampreda. Credo che questo rientri nel mondo fiabesco giapponese, con le credenze di quel paese.
Mi ha colpito Organo indipendente
Che ha per protagonista un brillante medico playboy che si lascia morire di fame per amore di una donna che alla fine abbandona il marito e lui medesimo, tanto che il titolo indica che l’organo indipendente che solo le donne hanno, è quello di saper mentire con naturalezza.
Bello Kino, inserito in un’ambientazione notturna sfumata, col personaggio misterioso dell’uomo solitario che, presumo, sia un kami che lo protegge; e anche la donna bellissima e il gatto che porta clientela nel bar devono essere qualcosa di simile: degli spiriti buoni, mentre i serpenti sono qualcosa di fastidioso. Nella cultura scintoista essi rappresentano il cambiamento, per via della pelle che mutano, e qui l’autore, con la loro presenza, forse ha trovato la scusa per spingere il protagonista a viaggiare spostandosi spesso, alla ricerca di se stesso. Chissà.
In Samsa innamorato Murakami, inverte la situazione del protagonista del racconto di Kafka, mutandolo in un uomo, forse a significare la fatica del vivere, che si invaghisce di una ragazza gobba. La denuncia all’invasione dei carri armati sovietici a Praga potrebbe suggerisce che lo sconvolgimento politico ricade sempre sugli esseri umani che debbono per forza di cose subire un cambiamento nelle loro esistenze. Se pensiamo al nostro presente, l’invasione è quella della Csi contro l’Ucraina, che sta cambiando molte cose.
Nell’ultima storia che dà il titolo al libro, Uomini senza donne,si scopre che essi sono coloro che, profondamente innamorati, vengono abbandonati di punto in bianco.
Insomma, uomini e donne sono due mondi diversi: loro non capiscono del tutto noi e noi non capiamo del tutto loro.
L’Aria in Piemonte. Facciamo il punto su dati, semaforo, andamenti, nuove tecnologie Una firma tra Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e Arpa Piemonte per una protezione ambientale regionale ancora più forte e coordinata
Giovedì 27 ottobre, alle ore 11.30, presso la sede di Arpa Piemonte – via Pio VII 9 a Torino, il Presidente Giorgio Prino e la Direttrice Alice de Marco di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e il Direttore Generale di Arpa Piemonte Angelo Robotto parleranno di aria in Piemonte, dei dati e del perché la qualità dell’aria nella nostra regione è così critica. Sarà l’occasione per la firma unica in Italia: un protocollo d’intesa tra un’associazione importante come Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e Arpa Piemonte, un’Agenzia per la protezione ambientale istituzionale.
La «Filastrocca per Gianni Rodari» di Mimmo Mòllica è un omaggio al maestro della fantasia nel 102esimo anniversario della nascita. Nato ad Omegna il 23 ottobre 1920, Gianni Rodari è morto a Roma nel 1980. È stato maestro elementare, scrittore, giornalista e pedagogista. Rodari ha saputo dare all’immaginazione il suo massimo valore, inculcando nei bambini il piacere della lettura, l’arte dell’immaginazione.
«Filastrocca per Gianni Rodari»
Sono Rodari Gianni,
ho centodue anni,
però in lemmi contrari
sono Gianni Rodari.
Sono nato nel venti
ed ho fatto contenti
tanti e tanti piccini,
babbi, mamme e bambini,
con racconti e poesie,
varie tipologie:
filastrocche e racconti,
in cielo, in terra e per monti,
fiabe per imparare
a pensare e a giocare,
a capire ed amare,
e perfino a studiare.
Non è per fare prima,
è che ho amato la rima:
rima piana o anche tronca,
rima ricca, mai monca,
ripetuta, incrociata,
versi in rima baciata,
rima ad eco, alternata,
rime e versi in terzine
per bambini e bambine.
È un segreto e lo rivelo:
Filastrocche in terra e in cielo
io l’ho scritto come omaggio
prima di mettermi in viaggio.
E così, quando ho finito,
chiuso il libro son partito,
verso il cielo son volato
e non sono più tornato.
Per tornare cosa aspetto?
di finire il mio progetto!
Sì, lo so, non è corretto,
però non è mica detto,
vedo di fare il biglietto,
e però non lo prometto!
Mimmo Mòllica
La fantasia è una cosa seria
Domenica 23 ottobre 2022 ha compiuto centodue anni Gianni Rodari, il maestro della filastrocca e della fantasia. E la fantasia, si sa, è importante: con la fantasia si può viaggiare per terra, cielo e mare, si può giocare e fare sul serio. Già, perché la fantasia è una cosa seria. Gianni Rodari ha saputo dare all’immaginazione il suo massimo valore, ha sputo inculcare nei bambini il piacere della lettura, l’arte di giocare con le parole e con i concetti.
Nato ad Omegna (provincia del Verbano-Cusio-Ossola), Gianni Rodari è morto a Roma nel 1980. È stato maestro elementare, scrittore, giornalista e pedagogista: un pioniere.
Ha messo il bambino al centro del percorso formativo della scuola, senza porre limiti al pensiero creativo. Le sue storie fantastiche hanno sollecitato l’immaginazione di generazioni di bambini e genitori, insegnanti e pedagogisti.
Nessuno possiede la parola magica
Nel 1970 a Gianni Rodari è stato assegnato il premio “Hans Christian Andersen”, il massimo riconoscimento internazionale per la letteratura per l’infanzia.
“Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo, gli può dare delle immagini anche per criticare il mondo. Per questo credo che scrivere fiabe sia un lavoro utile”, scriveva Gianni Rodari.
Ed ancora:
“Nessuno possiede la parola magica: dobbiamo cercarla tutti insieme, in tutte le lingue, con modestia, con passione, con sincerità, con fantasia; dobbiamo aiutare i bambini a cercarla, lo possiamo anche fare scrivendo storie che li facciano ridere: non c’è niente al mondo di più bello della risata di un bambino. E se un giorno tutti i bambini del mondo potranno ridere insieme, tutti, nessuno escluso, sarà un gran giorno, ammettetelo”.
Lui era anticomunista. Il resto della cittadina era comunista, anche se per comodo e per opportunismo votava partiti di centrosinistra. Per le sue idee si era fatto dei nemici, era malvisto, gli avevano fatto terra bruciata. Le ragazze non lo volevano, lo rifiutavano sempre, al massimo lo illudevano con un gioco di sguardi prolungato e poi andavano a fare ammucchiate con altri, rivelandosi con lui molto scostanti e altezzose. Lui era anticomunista e questo era il minimo che potesse succedere. Dicevano anche che era pazzo, gay, ritardato mentale, impotente, minidotato sessualmente, molto brutto. Lui li lasciava dire. D’altronde nessuno avrebbe testimoniato a suo favore perché erano tutti contro di lui. Così la diffamazione continuava. Lui era anticomunista e tre volte l’avevano picchiato a sangue per questo: pugni in faccia, una volta anche un calcio in faccia, varie escoriazioni sul corpo. Naturalmente era roba tra ragazzi o al massimo tra giovani uomini e poi nella civilissima Toscana a volte si prendono e a volte si danno. Lui era anticomunista. E alcuni giovani estremisti di sinistra per un periodo lo attenzionarono, lo pedinarono, volevano attentare alla sua incolumità fisica. A riprova della grande civiltà toscana fu il fatto che il corso di Pisa era pieno di studenti che protestavano per l’incarcerazione di quei giovani che oltre a pedinare lui avevano fatto attentati incendiari ad altre persone ed erano stati fermati tempestivamente dalle forze dell’ordine. Ma il popolo toscano dava solidarietà ai delinquenti e non alle vittime designate o potenziali. Ma erano forse delle ingiustizie? Al mondo c’erano ingiustizie più grandi e poi per teoria e per prassi i comunisti non commettono mai ingiustizie: i comunisti sono buoni e se talvolta usano la violenza è del tutto legittimo perché è per la rivoluzione. E poi se tutto gli andava male nella vita in quella cittadina bastava ascoltare i Negrita e capire una volta per tutte che quella cittadina non era Hollywood! Ma perché non poteva andare via? Era impossibilitato per ragioni familiari. Lui era anticomunista e non aveva amicizie né un lavoro perché le conoscenze, le pubbliche relazioni contavano molto in quel posto. Lui amava scrivere, ma anche lì nel mondo delle patrie lettere, nel 2000 e oltre, bisognava essere comunisti e scrivere per i comunisti cose da comunisti. Così finì solo e dimenticato da tutti. Nessuno lo aiutò e poi naturalmente aiutati che Dio ti aiuta. Lui era una mezzasega, un mezzo uomo e forse anche meno perché non aveva una donna, non aveva una famiglia, non aveva un lavoro. Quando morì nessuno lo ricordò. La gente era ormai diventata di destra perché faceva comodo, per opportunismo, per quieto vivere, per calcolo, per protesta. Ma anche la destra non lo vedeva di buon occhio perché non lui non si era mai venduto, mai allineato, mai iscritto e non aveva mai militato. Lui era uno che non aveva mai risparmiato critiche. Nessuno andava mai a visitare la sua tomba perché quando uno è morto è morto e a cosa serve? E poi i pochi che lo avevano conosciuto bene lo odiavano perché lui in vita era uno che aveva avuto tanto tempo da perdere e lo aveva perso e sprecato bene. Non si era industriato, non aveva rischiato, non era stato un uomo pratico. La gente si era a ogni modo dimenticata in fretta di lui e poi cosa c’era da ricordare? Assolutamente niente. Rimanevano disseminati in angoli del web i suoi scritti, che alcuni leggevano senza sapere che era morto. Lui era stato un anticomunista. Sipario.
Oggi, per la ricorrenza del diciannovesimo anno della morte della mia mamma Itala, vorrei parlare dei cani che si lasciamo andare fino a morire per la mancanza dell’amato due zampe.
Mia madre Itala
Tanti non credono che un cane dopo la mancanza del padrone possa lasciarsi andare fino a morire.
Invece ciò è possibile, al mio è successo.
Tra l’altro non sono l’unica ad aver avuto questa dolorosa esperienza, ci sono molteplici testimonianze in merito. Io, tanto tempo fa, abitavo in una casa col giardino e sopra di me e mio marito abitava la mia mamma Itala.
Lei era la persona che si prendeva cura dei nostri cani e gatti durante la nostra assenza.
Allora avevamo quattro cani e 4 gatti.
I cani: Ginetto un meticcio incrocio setter dalmata, Petrus un pastore tedesco, Nebbia una pastore bergamasco e Oreste un meticciotto incrocio volpino e non si sa. I gatti: Susy, la gatta che amava la mia mamma e che dopo la sua morte è sparita una settimana, Brunello, Attila, Lemonsoda.
Io, allora giovane donna, portavo, come faccio ancora, i cani attivi a correre con me.
Oreste non amava fare sport, aveva una passione innata per il divano, o meglio per la poltrona che troneggiava nel salotto della mia mamma, la quale all’epoca era malata e stava seduta su quella di fronte a quella dove c’era Oreste.
Oreste, il cane di mia madre, si lasciò morire di dolore dopo la dipartita della mia carissima mamma
Mentre lei sorseggiava te e tisane, sgranocchiando biscotti, mentre leggeva un buon libro, o guardava la televisione oppure ascoltava la radio, lui se ne stava lì ad osservarla con sguardo adorante. Ogni tanto elemosinava qualche biscottino.
Mia mamma venne ricoverata per un intervento chirurgico che non riuscì a superare.
Portammo la bara in casa sua e lasciammo salire Oreste che si infilò sotto all’altezza della tesa della mamma. Da quel giorno Oreste smise di essere felice.
Passava ore in giardino ad osservare l’orizzonte per poi rivolgere lo sguardo sul terrazzo dove lei lo chiamava come se dovesse comparire da un momento all’altro.
Da allora iniziò ad avere crisi cardiache sempre più frequenti e devastanti.
Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio si arricciolavano i miei pensieri a Bari fra le barche verdi e gli inviti favolosi dei venditori di quella iridescente pena; ma io non avevo che una moneta d’impazienza e di notte, una moneta nera dei paesi dell’interno, che soffoca le case fra orizzonti di corda su cui oscilla la tarantola – un’altra pena; e tu un’altra, quando dicesti: la pietà è più forte dell’amore. Più rapida è volata che il mio odio la mano sulla tua guancia.