“Del mio tentativo di far sposare Renzo e Lucia” di Gabriele Andreani

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Racconto che si muove su un impianto costruttivo che racchiude una storia nella storia,  dove leit motiv è rappresentato da una sottile ironia  che lega una trama intessuta in un immaginario dialogo tra il lettore/narratore e i protagonisti del celebre romanzo del Manzoni. Lo stile narrativo è ineccepibile e la padronanza lessicale e sintattica rendono il brano un esempio brillante di prosa moderna e rigorosamente strutturata.[Maria Rosaria Teni]

9788817097413_1_536_0_75La cena era stata pantagruelica e il vino aveva fatto affari d’oro con la mia gola. Per non ingolfare ulteriormente il mio cervello di liquori, barcollai a mezz’aria in direzione della saletta all’ingresso, presi un libro dallo scaffale, inforcai gli occhiali e diedi un’occhiata al titolo stampato in rosso sulla copertina: I Promessi Sposi. Poi, mentre gli amici eruttavano grasse risate, sprofondai nella poltrona, accanto a un raggio di luna. Aprii il romanzo e lessi un periodo a caso: Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo, non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v’andò, con la lieta furia di un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama…[1]

Andai avanti nella lettura fino al punto in cui Don Abbondio dice a Renzo che il matrimonio non verrà celebrato per alcune formalità che devono essere ancora adempiute.

Sentendo il giovanotto sospirare, decisi di offrirgli il mio aiuto. Balzai come in sogno a pagina trentaquattro e mi sedetti su una virgola, accanto a un ma.

«Salve» dissi.

«Voi chi siete? Da dove siete entrato?» gracchiò don Abbondio, guardandomi con sospetto, mentre Renzo, pallido di rabbia, andava avanti e indietro per la canonica.

«Sono il Lettore» dissi. «Sono entrato da una nota a piè di pagina.»

«Uscite dalla mia casa!» gridò il curato, agitando la mano.

«Me ne andrò solo quando avrò ottenuto soddisfazione.»

«Che?»

«Quando sposerete questo bravo ragazzo.»

«È del mio matrimonio che state parlando, signore?» chiese Renzo, andandosi a sedere sul ma.

Sorrisi e feci segno di sì.

«Non voglio che questo tizio s’impicci dei miei imbrogli!» tuonò don Abbondio.

Mi prudevano le mani. Sentii il desiderio di strappargli il folto pizzo.

«Ecco, vedete» disse il giovane, rivolto al curato, «magari è il caso di ascoltare l’opinione del Lettore.»

Don Abbondio si aggrappò a una sponda del latinorum e un istante dopo lasciò la canonica. Perpetua lo trovò accartocciato sotto un impedimento, con il respiro pesante e un’espressione turbata.

Poiché battevo i pugni nell’aria, Renzo mi chiese perché provassi così tanta rabbia. In fondo, il turlupinato era lui, mormorò quasi piangendo.

«Rinviare al giorno del poi e all’anno del mai un matrimonio che aspetta solo di essere celebrato» dissi «è una cosa che mi fa uscire dai gangheri. Se non fossi il Lettore, se potessi apportare delle annotazioni al testo e inserire delle pagine, aggiungerei elementi sufficienti per ridurre don Abbondio allo stato laicale. Cristo Santo, come si fa a impedire a un onesto filatore di seta di crearsi una famiglia?»

«Già, come si fa?» domandò Renzo rivolgendosi alla caricatura del curato affissa alla parete, opera di Grignapoco[2] da Bergamo.

«Mi è venuta un’idea!» esclamai. Tirai fuori da una tasca lo smartphone e composi il numero di don Euro, il sacerdote che mi aveva sposato una decina d’anni prima e con il quale, sebbene il mio matrimonio fosse andato a pezzi, ero rimasto in buoni rapporti.

«Cos’è quel coso?» chiese il filatore di seta, strabuzzando gli occhi, mentre una voce raffreddata sospirava: «Pronto, pronto…»

Spiegai la situazione a don Euro, pregandolo di raggiungermi prima di sera in cima alla collina che sorge sulle rive del ramo meridionale del lago di Como.

Rispose che non era in grado di alzarsi dal letto. Aveva il Covid-19. Tuttavia, non c’era da preoccuparsi, almeno per il momento.

Gli feci gli auguri di pronta guarigione e chiusi la conversazione. Renzo continuava a guardare lo smartphone con gli occhi più grandi delle orbite. Glielo mostrai e ne spiegai le numerose funzionalità, compresa l’APP-IMMUNI creata per combattere l’epidemia di Yersinia Pestis, il batterio responsabile della peste manzoniana.

«Che te ne pare?» chiesi.

Renzo non rispose subito. Poi disse:

«In verità, da povero figliolo che opinione posso avere di un’appendice dell’orecchio di cui nessuno qui da noi, neppure Padre Cristoforo, ha mai sentito parlare?»

«Già» feci io. «È un prodotto dell’evoluzione o, per essere più precisi, dell’educazione moderna. Chi ne abusa, e sono davvero in tanti, non si gode il sole, non sa di che colore siano i fiori, crede che il Libro sia una stella morta.»

«E ora che accadrà?» domandò Renzo, appoggiando la testa su un punto interrogativo.

«A essere sinceri non lo so» dissi. «Dammi un paio d’ore. Cercherò di convincere il curato a cambiare idea. Ora vai a casa e tappati la bocca. Ci vedremo a pranzo alla locanda di Gorgonzola.»

«Stai cercando di smaltire la sbronza leggendo I Promessi Sposi?» mi chiese Gilberto, abbassando lo sguardo sul libro. Gilberto aveva gli stessi anni di Renzo, anche se ne dimostrava di meno. Era in procinto di sposarsi. Clara, la futura moglie, non la conoscevo, Gilberto non me l’aveva ancora presentata. Quella sera, alla Luna Piena aveva riunito gli amici per festeggiare l’addio al celibato.

«Lo sapevi che don Euro ha il Covid-19?» dissi.

Gilberto impallidì di colpo. «Ah, che disgrazia! Il matrimonio è fra tre giorni. E adesso chi lo sente Gastone, mio suocero. Lui, da buon comunista, aveva insistito per un matrimonio civile.»

«Calma, calma» dissi. «Se don Euro non ti ha detto niente, avrà i suoi buoni motivi. Se non sarà lui a celebrare il matrimonio, lo farà il prete di un’altra parrocchia. Il Padre Provinciale sistemerà ogni cosa. Andrà tutto bene.»

Gilberto sorrise e tornò a sedersi a capotavola.

Io che avrei riferito a Renzo? Mezz’ora se n’era già andata e non avevo concluso ancora nulla.

Aprii di nuovo il libro e, dopo un attimo di smarrimento, entrai nella canonica di Don Abbondio. Lo trovai uggiolante su una sedia. Perpetua, con un gran cavolo sotto il braccio, lo guardava con occhi torvi.

Appena il curato s’avvide della mia presenza, pregò la zitella di accompagnarmi alla porta. Quando Perpetua avanzò verso di me, l’afferrai per la cuffia e gridai: «Attenta vecchia, un altro passo e ti strozzo!» Con mia sorpresa, lei mi mollò un ceffone, andò alla porta, si girò e disse: «Fuori!»

«Aspetti» dissi mentre mi passavo una mano sulla faccia. «Giungo a un accordo con il Don e me ne vado. Sarà questione di minuti.»

«Il tempo che questo cavolo venga tolto dalle fiamme del fornello» fece lei dalla soglia, pestando i piedi.

Mi avvicinai al curato e lo guardai negli occhi. Don Abbondio sfuggiva il mio sguardo.

Domandai: «Perché questo matrimonio non s’ha da fare

«Vi siete introdotto come un ladro nella mia canonica a pagina trentaquattro, non avete letto le precedenti pagine?»

«No» dissi «le ho saltate.»

«Ma non le avete almeno sfogliate quando andavate a scuola?»

«A scuola ero un somaro.»

«Quindi non sapete nulla delle minacce che ho ricevuto stamattina da due gaglioffi al soldo del diavolo?»

Scossi la testa.

«E allora fatemi il piacere, tornatevene alla vostra cena e lasciatemi in pace. Perché volete intromettervi in questa faccenda?»

«Lei è un prete davvero strano e per certi versi anche buffo» dissi. «Un giovanotto, che lei conosce come le sue tasche, le viene a chiedere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa e lei gli risponde che è stato un suo sbaglio fissare per quel giorno la data del matrimonio. Un servitore di Dio, se pensa di fare la cosa giusta, non si tira mai indietro. Mantiene la parola data. Qualcuno, contrario alle nozze, l’ha minacciata? Che ridicolaggine! Ha mai sentito parlare di Giorgio Gennaro, di Pino Puglisi e di Peppe Diana?[3]»

«No, mai. Chi sono costoro?»

«Sacerdoti che, in nome del Vangelo, sfidarono malavitosi molto potenti.»

«E che ne è stato di loro?»

Il mio viso si rannuvolò. «I loro corpi furono ritrovati coperti di piombo.»

A quelle parole, il curato sobbalzò dalla sedia.

«Sposi Renzo e Lucia e mandi al diavolo chi ha osato minacciarla» continuai. «Nostro Signore fa il tifo per lei.»

Parlai per quasi tre quarti d’ora. Quando tacqui, Don Abbondio si alzò e andò a controllare che il cavolo fosse pronto per essere servito a tavola.

Scuro in volto, uscii dalla canonica e mi avviai lungo il sentiero per Gorgonzola. Quando arrivai alla locanda, Renzo era seduto in fondo della tavola, vicino all’’uscio. Alla sua sinistra un pesciaiolo se ne stava abbandonato sulla seggiola tracannando un boccale di vino. A destra, il barrocciaio del paese si stava mettendo in tasca delle molliche di pane nero. Accanto al bancone, un cagnuccio affondava i denti negli avanzi di una beccaccia.

Non dissi nulla a Renzo del mio fallimento, non ce ne fu bisogno, la mia faccia era un libro aperto. Quando vi lesse questo periodo:

Don Abbondio ordinò a Perpetua di mettere la stanga all’uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre

Il giovane scoppiò in un’amara risata.

«Sant’Iddio, ti vuoi svegliare!» esclamò Gilberto chinandosi a terra per raccogliere il libro capovolto.

Quando aprii gli occhi, il locale era quasi vuoto. Un cameriere stava riordinando i tavoli.

«Ti accompagno a casa» disse Gilberto.

«No, preferirei che lo facesse Renzo.»

«Renzo chi?»

In un lampo realizzai che non mi avrebbe potuto capire. «Andiamo» balbettai.

Nella stanza da letto, mentre mi sbottonavo la camicia, decisi di fare un altro tentativo.

Forte di quel convincimento, mi recai in soffitta e aprii una scatola odorante di muffa. Un’edizione del 1953 dei Promessi Sposi, rinvenuta sotto vecchie riviste, m’illuminò gli occhi. La presi e scesi di sotto. In cucina mi versai una mezzetta di vino in un boccale, poi mi sedetti in soggiorno, accanto alla finestra.

Incurante delle ore che passavano, della fame e degli squilli del telefono, lessi il libro fino alla fine, andando alla ricerca del passo in cui sarei potuto intervenire. Ma non ce ne fu bisogno. La talentuosa penna di Don Lisander[4], indagando i cuori dei personaggi e dando a ciascuno secondo il merito delle proprie azioni, aveva già provveduto a fare giustizia, assicurando la felicità ai due giovani.

Quando mi alzai dalla poltrona era giorno pieno. Mentre mi sgranchivo le gambe, sentii suonare alla porta. Raccolsi tutte le mie forze e andai ad aprire. Il postino mi consegnò una lettera proveniente da Pescarenico. Così diceva lo scritto:

Lettore,

mai scorderò quanto avete fatto per me. Anche se il vostro tentativo non è andato a buon fine, il fatto stesso che vi siete ingegnato affinchè il matrimonio avesse luogo fa di voi un galantuomo.

Fra poco andrò da don Abbondio a prendere i concerti per lo sposalizio. Oggi stesso Lucia e io saliremo all’altare. Non udite suonare a festa le campane?

Prima di congedarmi, v’ho da dire un’ultima cosa, la più importante: se su un Capolavoro, su tutti i Capolavori del mondo, non calerà mai il sole, il merito è Vostro, amico Lettore.”

Renzo

Gabriele Andreani

[1] I riferimenti in corsivo del testo rimandano alle parole testuali dei Promessi Sposi.

[2] È uno dei bravi di Don Rodrigo.

[3] Don Giorgio Gennaro (1866 – 1916), don Pino Puglisi (1937 – 1993), don Peppe Diana (1958 – 1994) furono trucidati dalle mafie.

[4] Alessandro Manzoni veniva affettuosamente chiamato dai milanesi Don Lisander.

Gabriele  Andreani vive a Pesaro e lavora a Forlì. Laureato in giurisprudenza e in sociologia è stato anche professore a contratto in criminologia presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. È autore di alcuni saggi pubblicati su riviste specializzate concernenti la violenza, la devianza giovanile, il bullismo, la prevenzione situazionale del crimine, la deprivazione relativa e le armi. Nel 2014 è vincitore del concorso di poesia “BRA DAY (Breast Reconstruction Awareness Day)” indetto dall’Associazione Musicale Culturale “Gian Matteo Rinaldo” Sambuca di Sicilia – Agrigento in collaborazione con gli Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo. Nel 2015 ha ricevuto la Menzione d’Onore al premio di poesia indetto dal Salotto Letterario di Torino “Il numero UNO della Poesia Italiana Contemporanea” e, nello stesso anno, il Premio Speciale Miglior Racconto Noir con  “Il respiro della primavera” al concorso letterario “Città di Grottammare” indetto dall’Associazione Culturale “PELAGSO 968”. Numerosi sono i premi e riconoscimenti ottenuti in varie parti di Italia, tra cui podi, menzioni, segnalazioni, pubblicazioni e premi speciali

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