Dal Perú la 1^Feria del libro

Con Alicia Antonia Muñoz Verri, nome d’arte Guainy, l’arte, la musica, la danza, le tradizioni, la moda, la cultura poetica e letteraria si diffondono sempre a 360 ° in tutto il Pianeta…
È produttore e presentatrice di programmi televisivi e radiofonici in Radio Satelitevision e Americanvision e
oggi dal Perú condivide le interviste a poeti e scrittori.

Ti invito ad ascoltare le interviste di 𝟭𝗘𝗥𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗖𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟 🇵🇪 tramite Facebook:

https://www.facebook.com/FeriaVirtualDelLibroPerù

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Con Alicia Antonia Muñoz Verri, nombre artístico Guainy, el arte, la música, la danza, las tradiciones, la moda, la cultura poética y literaria siempre se extiende 360° por todo el Planeta…
Es productora y presentadora de programas de televisión y radio en Radio Satélite y Americanvisión y 
hoy desde Perú comparte entrevistas con poetas y escritores. 

Te invito a escuchar las entrevistas de la 𝟭𝗘𝗥𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗖𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟 𝗧𝗨𝗠𝗕𝗘𝗦 🇵🇪 a través de Facebook :

https://www.facebook.com/FeriaVirtualDelLibroPeru

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La bellezza dell’autunno della vita

La bellezza dell’autunno della vitaSono candide le mie tempie, il capo è calvo. La dolce giovinezza ormai è svanita e devastati sono i denti. Della vita gioiosa ormai mi resta solo il ricordo del suo tempo breve. Spesso mi lamento per la paura degli inferi. Tremendo è l’abisso dell’Ade e inesorabile la sua discesa. (Anacreonte). Spesso l’autunno è comparato ad una stagione della vita che ai nostri tempi è molto meno amata e rispettata che in passato, quella della vecchiaia, un crepuscolo destinato a condurci all’inverno che è morte. Eppure, come per l’autunno, ci sono segni di fascino e di bellezza anche in questa fase dell’esistenza e soprattutto c’è una lezione di vita da offrire. L’autunno della vita, in Oriente, è l’età del ritiro, di quel periodo in cui, assolti i compiti della famiglia e del lavoro, si comincia ad affrontare i temi più profondi della vita. Si parla di ritiro in quanto l’essere umano ritorna a se stesso, non più concentrato verso l’esterno, il mondo materiale, ma verso la conoscenza del senso della vita. In poche parole l’autunno dovrebbe essere periodo di consapevolezza, di ricerca interiore, d’assolvimento alle domande della vita vera. Ritirarsi non significa rifiutare la vita quotidiana, anzi, in questo periodo l’essere umano diviene più maturo, più ricco d’esperienza e quindi più idoneo e preparato ad assolvere compiti sociali, per la comunità, la nazione.Tratta dalla raccolta “Il dono“, pubblicata nel 1936, “Sole d’ottobre” della poetessa Ada Negri, costituisce infatti un autentico elogio del presente, dell’istante in cui siamo immersi, nell’autunno della vita. I componimenti de “Il dono” sono dedicati alla cara amica Delia Pavoni, reduce dalla traumatica perdita del figlio Massimo, appena ventenne. Le poesie racchiuse nel libriccino sono intrise di delicatezza, di affetto, di sincerità e di amorevole cura.Sole d’ottobre di Ada NegriGodi. Non hai nella memoria un giornopiù bello, un giorno senza nube, comequesto. E forse più mai ne sorgeràun altro così bello, pe’ tuoi occhi.Se pur l’ultimo fosse di tua vita– l’ultimo, donna -, sii contenta: rendinegrazie al destino.È così pura questagioia fatta di luce e d’aria: questaserenità ch’è d’ogni cosa intornoa te, d’ogni pensiero entro di te:quest’armonia dell’anima col puntodel tempo e con l’amor che il tempo guida.Non più grano né frutti ha ormai la terrada offrire. Sta limpido l’autunnosul riposo dell’anno e sul riposotu non temi la morte. Ora che il grembonon dà più figli, e quelli che ti nacqueroa’ tuoi begli anni già son fatti espertidel mondo e van per loro audaci vie,che t’importa morir? Quand’è falciatala spiga, spoglia la pannocchia, rossoil vin nei tini, e le dorate nocichiaman l’abbacchio, e fuor del riccio scoppiala castagna, che importa la minacciadell’inverno, alla terra?..O veramentetuo questo tempo, donna: o tua compiutaricchezza! O, fra due vite, la caducae l’eterna, per te libera sostadi grazia! Godi, fin che t’è concessa.Non sei più corpo: non sei più travaglio:solo sei luce: trasparente luced’ottobre, al cui tepor nulla maturaperché già tutto maturò: chiarezzache della terra fa cosa di cielo.*Versi belli e forti, apparentemente lievi come quel pallido sole d’autunno. È chiaro l’invito della poetessa, come la terra in autunno si prepara al meritato riposo dopo aver offerto ricchezza di frutti durante tutta l’estate così la donna, dopo il fulgore, la maternità e i doni offerti nella giovinezza ha il diritto di godersi con soddisfazione la nuova stagione cogliendo ciò che di bello le offre con la consapevolezza della completa maturità.

Sono candide le mie tempie, il capo è calvo. La dolce giovinezza ormai è svanita e devastati sono i denti. Della vita gioiosa ormai mi resta solo il ricordo del suo tempo breve. Spesso mi lamento per la paura degli inferi. Tremendo è l’abisso dell’Ade e inesorabile la sua discesa.
(Anacreonte). Spesso l’autunno è comparato ad una stagione della vita che ai nostri tempi è molto meno amata e rispettata che in passato, quella della vecchiaia, un crepuscolo destinato a condurci all’inverno che è morte. Eppure, come per l’autunno, ci sono segni di fascino e di bellezza anche in questa fase dell’esistenza e soprattutto c’è una lezione di vita da offrire. L’autunno della vita, in Oriente, è l’età del ritiro, di quel periodo in cui, assolti i compiti della famiglia e del lavoro, si comincia ad affrontare i temi più profondi della vita. Si parla di ritiro in quanto l’essere umano ritorna a se stesso, non più concentrato verso l’esterno, il mondo materiale, ma verso la conoscenza del senso della vita. In poche parole l’autunno dovrebbe essere periodo di consapevolezza, di ricerca interiore, d’assolvimento alle domande della vita vera. Ritirarsi non significa rifiutare la vita quotidiana, anzi, in questo periodo l’essere umano diviene più maturo, più ricco d’esperienza e quindi più idoneo e preparato ad assolvere compiti sociali, per la comunità, la nazione.

NAPOLI

Tratta dalla raccolta “Il dono“, pubblicata nel 1936, “Sole d’ottobre” della poetessa Ada Negri, costituisce infatti un autentico elogio del presente, dell’istante in cui siamo immersi, nell’autunno della vita. I componimenti de “Il dono” sono dedicati alla cara amica Delia Pavoni, reduce dalla traumatica perdita del figlio Massimo, appena ventenne. Le poesie racchiuse nel libriccino sono intrise di delicatezza, di affetto, di sincerità e di amorevole cura.

Sole d’ottobre di Ada Negri

Godi. Non hai nella memoria un giorno
più bello, un giorno senza nube, come
questo. E forse più mai ne sorgerà
un altro così bello, pe’ tuoi occhi.
Se pur l’ultimo fosse di tua vita
– l’ultimo, donna -, sii contenta: rendine
grazie al destino.

È così pura questa
gioia fatta di luce e d’aria: questa
serenità ch’è d’ogni cosa intorno
a te, d’ogni pensiero entro di te:
quest’armonia dell’anima col punto
del tempo e con l’amor che il tempo guida.
Non più grano né frutti ha ormai la terra
da offrire. Sta limpido l’autunno
sul riposo dell’anno e sul riposo
tu non temi la morte. Ora che il grembo
non dà più figli, e quelli che ti nacquero
a’ tuoi begli anni già son fatti esperti
del mondo e van per loro audaci vie,
che t’importa morir? Quand’è falciata
la spiga, spoglia la pannocchia, rosso
il vin nei tini, e le dorate noci
chiaman l’abbacchio, e fuor del riccio scoppia
la castagna, che importa la minaccia
dell’inverno, alla terra?..

O veramente
tuo questo tempo, donna: o tua compiuta
ricchezza! O, fra due vite, la caduca
e l’eterna, per te libera sosta
di grazia! Godi, fin che t’è concessa.
Non sei più corpo: non sei più travaglio:
solo sei luce: trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo.

*Versi belli e forti, apparentemente lievi come quel pallido sole d’autunno. È chiaro l’invito della poetessa, come la terra in autunno si prepara al meritato riposo dopo aver offerto ricchezza di frutti durante tutta l’estate così la donna, dopo il fulgore, la maternità e i doni offerti nella giovinezza ha il diritto di godersi con soddisfazione la nuova stagione cogliendo ciò che di bello le offre con la consapevolezza della completa maturità.

L’angolo della poesia:”Mare” di Caterina Alagna

Salerno, ore 11:30

Link al mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/

Link a quest’articolo nel mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/2022/10/mare.html

Mare, 

non ti tange l’odio

né queste parole acide

che da tempo affollano il mondo,

bellicose e sempre più armate.

Mare,

non ti sfiora l’ansia del domani

mentre dalla terra sale

l’odore del sangue putrefatto

di anime vigorose 

dalla guerra tracimate.

Appunti di vita e Canterò di te: i libri di Giovanni Ciao, guaritore del corpo e dell’anima. 3° parte

Appunti di vita e Canterò di te: i libri di Giovanni Ciao, guaritore del corpo e dell’anima. 3° parte.

Date: 7 ottobre 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

Articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM. Roma 7 ottobre 2022

Giovanni Ciao e il suo editore Jean Luc Bertone

AUTUNNO

Sai quanto io ami l’estate

Le stelle cadenti sui nostri pensieri

le corse sui prati

quell’ombra benevola

della quercia materna e la calma

ammaliante dell’immobile stagno

Poi la sabbia salata

le nostre orme di amanti

Gendarmi indulgenti in coppia

in fila ed in marcia

fianco a fianco nel lento passare del tempo

Ma quando le foglie

ci vanno plagiando e ci indugiano indosso

e la complice nebbia ci confonde i profili

Ma quando il respiro si unisce

in un fiato fumoso e voglioso

E quando ti guardo le mani

amico discreto un miope lampione

Vorrei che l’autunno

ci facesse da padre

per benedire anche ora

i nostri abbracci notturni

Vorrei che l’ottobre

riuscisse a sopirci

in un mite letargo tra licheni e radici

E dolce sarà l’aspettarci

alla fine del bosco

nel nuovo iniziare

della lieta stagione

________________________

© Giovanni Ciao

(Art. Pascal Campion)

Io mi innamoro delle parole, sono loro che giungono a me, io allora mi lascio avvolgere dalla loro magia. Cosi che ho incontrato lo scrittore Giovanni Ciao, medico nefrologo, che cura il corpo e l’anima. Le parole delle sue poesie brillano di luce propria, lui stesso dice” scrivo poesie non per vivere, ma per sopravvivere” Scritti nati da esperienze di vita molto forti a cui ci si aggrappa come fulcro per raggiungere un certo equilibrio
Sono versi intensi, intrinsechi, che si aggrappano all’anima, che si arrampicano, cercando vette più alte, più difficili, perchè se ne va della nostra vita. Tutto ciò Giovanni Ciao lo capisce benissimo, lui che sull’altalena della vita ci sta in prima persona, in un alternarsi tra la vita e la morte, che, lui , spesso, per via del suo lavoro, accompagna. Cosa è la vita? Noi siamo in questa terra provvisori, vicini o distanti alla morte. Spesso la sfioriamo e neanche ne siamo consci. Giovanni un uomo, un medico, uno scrittore, figure ugualmente intense ed innamorate, in una fusione superba, lui innamorato dell’amore, di cui scrive intensamente, con passione.
Nelle sue poesie d’amore, ci si sofferma particolarmente, perchè non sono solo ispirate, ma dedicate ad una donna, cioè sua moglie Paola. Padre, marito, medico amorevole, amante della lirica che canta con la stessa intensità della sua vita.
In un mondo come questo potremmo pensare che sia una figura aliena, eh no! In questo caso siamo noi, gli alieni! Coltivare i rapporti dovrebbe essere compito di ciascuno di noi, un impegno gravoso, ma che ci ripaga circondandoci di amore. L’amore non si dice, l’amore si fa e Giovanni Ciao, lo coltiva con i pazienti, con la famiglia, con ogni persona. Un mito? Sicuramente lo è, nell’aridità dei sentimenti lui è l’oasi, il sollievo con l’esempio della sua vita, con le azioni e con i suoi versi. Leggere Giovanni Ciao ti arricchisce dentro, lui è l’amico che vorresti avere vicino, che vorresti ascoltare, in questo caso che devi leggere, leggere per capire quanto sia profondo. Una intensità, una profondità che sicuramente è frutto del suo lavoro, ma di lui, persona estremamente sensibile, che ha conservato la sua umanità, che non ha fatto del suo lavoro un abitudine, ma un esperienza metafisica. Molti medici dimenticano l’umanità, freddi, distanti, poco disponibili, arroganti, bruschi, in malattie che invece ne hanno bisogno di tanta, tanta umanità. Lui l’umanità non la dimentica, la scrive, la vive, la dona. Cosa dire ancora di questo scrittore straordinario? Leggetelo, amate ciò che scrive, ciò che dona a tutti noi, in un mondo cosi ostile, desertificato di sentimenti, di emozioni.
” Sono un medico. Ma non solo. Ho bisogno di esprimermi e condividere il mio sentire. Mi fa stare bene. Giovanni Ciao ”

APPUNTI DI VITA – Bertoni Editore – 2017
È la prima raccolta pubblicata dell’Autore. Qui si racconta attraverso la poesia l’attenzione alla
famiglia, alla natura e alle piccole cose quotidiane, sentimenti così fortemente trasmessi dai suoi
genitori.
Si tratta di una sorta di album fotografico, dove sono presenti non scatti preparati in studio, ma
istantanee, immagini in versi di ciò che circonda l’Autore e da lui più amato, con forti richiami al suo
spirito mediterraneo.
Un viaggio, quasi, a visitare le stanze del proprio sentire, le più nascoste, di cui l’Autore fornisce
generosamente la chiave.
Lo stile espressivo è evidentemente classico, con ricordi della letteratura dei primi dello scorso
secolo.

E CANTERÒ DI TE – Bertoni Editore – 2020
La seconda pubblicazione dell’Autore. Raccoglie poesie dedicate alla Donna. Donne, madri, figlie,
compagne…l’esaltazione della femminilità. In questa raccolta l’Autore pone su un amorevole
piedistallo la Donna nel suo universale valore, con particolare attenzione alle donne che più gli sono
quotidianamente accanto.
Ma l’intento travalica la domesticità raccontando anche di tempi e spazi distanti dall’entourage più
prossimo all’Autore, narrando così anche di realtà femminili purtroppo condivisibili in tutte le
società ed epoche culturali.

“Mio padre era un bell’uomo

Lo sguardo era chiaro

anche quando a volte guardava altrove

Aveva mani grandi

con dita nodose

Poco abituate alle carezze

Sapeva parlare quello che bastava

Ascoltava molto, in silenzio

anche le parole ingiuste

Mio padre era un brav’uomo

Non l’ho mai sentito bestemmiare

Una sera l’ho visto piangere

mentre teneva la mano a mia madre

Ho avuto poco tempo con mio padre

Ho avuto poco del suo tempo

Forse ancora meno ne ha avuto per lui

Ricordo molto di mio padre

Quello che mi ha insegnato

Quello che mi ha dato

e ogni cosa che mi ha negato

Di più ricordo il suo sorriso

Le cose che accadono di rado

sono le più belle e non si dimenticano

Mai”

_______________________

© Giovanni Ciao

(Art. Peter Lupkin)

I ragazzi di una quinta della Scuola Primaria dell’Alto Casertano torneranno a casa, abbraccerano i loro nonni e reciteranno loro una poesia

Non una di quelle presenti nei libri di testo, nelle antologie con i Poeti, quelli veri

Ma un semplice scritto, un pensiero di un perfetto sconosciuto: Giovanni Ciao …

Penso a questi ragazzi che dicono a memoria quello che ho scritto per una persona anziana

Ed è un’immagine che mi emoziona

Mi riempie di gioia. E di umile orgoglio

Un caro grazie alla Maestra Nicolina, per aver pensato a me e consegnato il mio sentire agli occhi e al cuore di questi ragazzi distanti da me centinaia di chilometri e ora a me così tanto vicini

E un abbraccio a tutti i Nonni e non, comunque nostre sorelle e fratelli anziani

_____________________________

COS’ALTRO DEBBO DIRTI

Cos’altro debbo dirti

figlio

che non ti racconteranno i giorni

Ora che anche i ciliegi perderanno

foglie

e i rami imbiancheranno negli inverni

Ma essi avranno a sé altre stagioni

e torneranno a rivedere i frutti

Mentre le mie radici non tarderanno

a rallentarne il passo

Se le ore un giorno ti saranno

lievi

non esitare a cedere alla memoria

Torna a pensare a questo albero

che ti era ombra sotto il sole

riparo dalla pioggia e appiglio

contro i venti opposti

E avrai giorni nuovi da raccontare

figlio

a gemme novelle e tiepide primavere

________________________

© Giovanni Ciao

“Ma tu hai mai amato?

Dico, hai mai donato l’Amore

quello vero?

Hai mai detto ti prego, mi dispiace

Hai mai pianto senza vergogna tra le sue mani?

Hai mai chiesto scusa

e baciato talmente forte le sue lacrime

da farle evaporare tra le tue?

Ti è mai capitato di fare l’Amore

con le sue parole, con tutte quelle che ha taciuto

Con i suoi sogni, con i suoi vorrei

Hai mai pensato al vostro futuro

piuttosto che al tuo domani?

L’Amore, quello serio

quello che si denuda dentro

senza nessun timore

Quello che si straccia via le vesti

dell’orgoglio senza alcun pudore

Tu l’hai mai vissuto?

Io l’ho fatto, tanti anni fa

O forse era solo ieri

E spesso al tramonto sorridendoci ne parliamo ancora

Mentre zitti insieme ci specchiamo

nei nostri sguardi stanchi

In un’altra sera di questa generosa estate

prima che un altro inverno le tempie ci scolora”

___________________

©️✒Giovanni Ciao

(Art.🖌Pascal Campion)

Un poeta rimane comunque una donna o un uomo, con i propri limiti legati all’essere umano. Non me la sentirei mai di idolatrare un poeta solo perché scrive cose “belle”. Dico solo che il vero poeta esprime sentimenti (ch’essi siano di rabbia, d’amore, di compassione, di ribellione o quant’altro) che sono realmente sentiti, anche se poi, per i propri limiti appunto, non sempre vengono messi in pratica. Giovanni Ciao.

Giovanni Ciao

Penso che il vero valore di chi scrive poesia sia quello di trasmettere un sentimento condivisibile, che possa poi far “nascere” in chi legge un sentimento analogo. Qui, secondo me, sta lo spirito della poesia: la parola che fa (ri)nascere. Giovanni Ciao

Tutto questo ed ancora, è Giovanni Ciao. Persona di grande spessore e umanità, le sue parole ci entrano di getto, una sorsata di acqua fresca e rigenerante.

Giovanni Ciao Scrittore: guaritore del corpo e dell’anima. 1° parte https://alessandria.today/2022/10/04/giovanni-ciao-scrittore-guaritore-del-corpo-e-dellanima-1-parte/

https://www.facebook.com/diGiovanniCiao. Versi Dispari – Pensieri di Giovanni Ciao

L’ intervista, Giovanni Ciao scrittore: guaritore del corpo e dell’anima 2° parte https://alessandria.today/2022/10/05/l-intervista-giovanni-ciao-scrittore-guaritore-del-corpo-e-dellanima-2-parte/

Articolo di Marina Donnarumma iris G. DM. Roma 7 ottobre 2022

La mia introduzione alla raccolta di poesia “Kimera” (poesie dell’Io) di Francesco Innella, prossimamente su Amazon…

Innella tratta di sé in questi bei versi senza cadere nell’egolatria. Supera addirittura un raffinato egotismo stendhaliano, che lo aveva contraddistinto molti anni fa. Con questa raccolta dimostra di aver superato la sua “notte dell’anima”. Queste poesie sono frutto di un combattimento interiore. Quando una persona fa meditazione per anni e intraprende un cammino spirituale spesso le capita di lottare contro i propri elementi fantasmatici.  Ognuno ha le sue fratture psicologiche e i  suoi fantasmi. Importante è saperli affrontare. Il poeta scrive a riguardo di “antiche presenze, che infestano da sempre la mente”. Chi nega di avere dei fantasmi mentali non è onesto intellettualmente o non si conosce abbastanza. Per dirla alla Bion ognuno ha i propri nuclei psicotici. Il nostro poeta li affronta. Ma le “antiche presenze” possono anche essere immagini primordiali antiche, archetipi appunto. Il percorso interiore e poetico di Innella consiste nello scavo di sé, nel lavoro di sé per rendere conscio l’inconscio. Ci riesce in modo egregio.   Innella ha lottato e ha vinto questa lotta interiore. A mio avviso è approdato all’equilibrio interiore o almeno a stati di coscienza,  di consapevolezza superiori. Intendiamoci subito: diventare persone spirituali non è cosa per niente facile perché ci sono tanti ostacoli, tante difficoltà. Nella migliore delle ipotesi nelle nostre vite, se si è persone oneste, dobbiamo sempre convivere nostro malgrado con “la comunella di malvagi” di cui scriveva Michelstaedter. Se mi chiedete però se  Innella è un  uomo pienamente risolto vi posso solo rispondere che nessun uomo e nessuna vita interiore sono pienamente risolte. Se considerate alla fine di ogni vita qualsiasi parabola esistenziale c’è sempre qualcosa di incompiuto. Il poeta a ogni modo lascia parlare nelle sue poesie il caro daimon socratico e lo fa in modo impeccabile. Il poeta percorre “la via interiore”: quella del “mistico silenzio” che porta a trascendere i conflitti interiori.    Ora il discorso è che una parte della critica, come reazione avversa all’ipertrofia dell’io di molti autori neolirici, auspicherebbe la rimozione dell’io lirico. Ma mi chiedo io quanto io c’è nel mondo e quanto mondo c’è nell’io? Impossibile distinguere con esattezza il viaggio di andata e ritorno che ognuno compie tra il proprio io e il mondo. Non si può discernere con esattezza.  È un gioco di specchi incredibile, fatto di introiezioni del mondo nell’io e di proiezioni dell’io nel mondo, la nostra vita. C’è un’interazione continua tra io e mondo. Inoltre in Innella non c’è traccia di superomismo né di culto della propria personalità. Poi per dirla all’Innella è inutile cercare di scacciare l’io perché ritorna sempre. Piuttosto ci vuole autoconoscenza e visione delle nostre problematiche interiori.  In questa raccolta abbiamo  lo smarrimento di un io che prende visione della miseria ontologica pascaliana (cioè essere una minuscola cosa di fronte all’immensità: Innella a tal proposito scrive di essere “un frammento dell’Assoluto”). Il poeta parla con il cuore in mano a tutti. Affronta tematiche complesse e spinose in modo comprensibile. Le sue belle poesie possono essere comprese dai più, anche se talvolta hanno il doppio, il triplo fondo e possono avere svariati livelli, diverse chiavi di lettura. Di sicuro questa raccolta è stata una lettura piacevole, anche perché ogni parola, ogni espressione è ponderata, calibrata, misurata; ogni parola ha il suo posto preciso e di ogni parola viene stabilito il suo peso specifico. Nel peggiore dei casi queste poesie vi consoleranno perché Innella interloquisce con voi, conosce bene i vostri animi, sa che siete suoi simili e suoi fratelli. Dispiace che questo autore, che spicca per bravura e umanità,  non sia adeguatamente conosciuto in un Sud che avrebbe bisogno di ascoltare la voce di poeti come lui. Ma il discorso si fa più ampio perché l’Italia intera  disconosce, mortifica,  bistratta  poeti validi, che restano sconosciuti ai più. Tra i tanti che scrivono versi il nostro si distingue per la ricerca interiore e la sobrietà stilistica, anche se essere poeti oggi è impresa da folli e la strada è impervia, è tutta 

Abbiamo perso a Noé Jitrik

Da H. Lanvers (Argentina)

(Tradotto e ripubblicato da Frida la loka) – Lombardia

È morto l’argentino candidato al Nobel di Letteratura 2022.
Si chiamava Noé, e con i suoi 94 anni, era il patriarca degli scrittori argentini. Esiliato dovuto alla dittatura.


Era Cavaliere delle Arti e delle Lettere in Francia e quest’anno, candidato al Premio Nobel.

《Non l’ho mai conosciuto, ma quando lesse la saga ” Africa “, mi recapito un commento molto riconoscente, esagerato sicuramente, oggi compare nella sovraccoperta dei miei 5 libri》

H. Lanvers


Dicono ch’era l’uomo più esperto nella Letteratura argentina e non solo, a livello umano era un brav’uomo e molto onesto, come successe con Borges.
Il Premio Novel ha perso un’altro personaggio incredibile.

Fra mille e mille di alunni e lettori che lo ricorderanno con affetto se n’è andato il vecchio saggio della Aldea della Cultura argentina .

Abbiamo perso a Noé Jitrik .

Ha diretto una monumental opera composta da 12 volumi, intitolata ” Historia crítica de la literatura argentina” (Storia critica della letteratura argentina), che scrisse tra tanti altri libri.

Foto a sinistra: Jitrik con lo scrittore J. Saramago* in attesa della cottura della grigliata nel cortile della legendaria Libreria Notanpuán, in San Isidro, Buenos Aires.

*(José de Sousa Saramago è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta, critico letterario e traduttore portoghese, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998). Wikipedia.

Tua.
7 ottobre, 2022.

Dal blog personale

http://fridalaloka.com

Il premio Nobel 2022 per la letteratura va ad una donna: la scrittrice francese Annie Ernaux si aggiudica l’ambitissimo riconoscimento,Gabriella Paci

(Arezzo)

Il premio Nobel per la letteratura di quest’anno è andato alla scrittrice francese Annie Ernaux:la Francia è il paese con il più alto numero di Nobel dato che in 121 anni di storia del premio ne ha ricevuti 16.

I romanzi

La scrittrice  è nata a Lillebonne (Senna Marittima) l’1 settembre 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale mondiale amata da generazioni di lettori e studenti che al considerano un classico. Le sue opere tradotte e pubblicate grazie all’editore Gallimard,sono raccolte per lo più in un unico volume della collana “Quarto” .In Italia la casa editrice “Orma editore” ha pubblicato il romanzo “il posto” ,”Gli anni”(premio Strega europeo 2016) L’altra figlia”, “Memoria di ragazza”, “Una donna,” (del Premio Gregor von Rezzori 2019) , ” Vergogna”, “L’evento” e “La donna gelata”. Nel 2017 la scrittrice francese ha ricevuto il Premio Marguerite Yourcenar alla carriera, mentre nel 2018 il Premio Hemingway per la letteratura. Ancora, nel 2022 il Premio letterario internazionale Mondello – sezione autore straniero.

A Novembre uscirà in Italia  il nuovo romanzo dal titolo “Ragazzo”

Chi è

Annie Ernaux si laurea nell’università di Rouen e si abilita all’insegnamento delle lettere. Insegna in un liceo e questo l’avvicina a quel mondo borghese che inciderà nella scrittura e nell’impegno politico e sociale. Negli anni 70 fa parte dl movimento femminista e pubblica nel 74 il romanzo “Gli armadi vuoti “a cui seguirà nel 1984 il suo quarto romanzo “Il posto” che vince il famoso Prix Renaudot

Attraverso le sue opere, Ernaux ha raccontato esperienze personali e avvenimenti accaduti nella sua vita, come ne “L’evento”, che ha ispirato l’omonimo film diretto da Audrey Diwan e Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia  nel 2021. 

I commenti delle istituzioni

“Orgogliosa che una donna abbia vinto il Nobel per la Letteratura. Tra i favoriti c’era anche Michel Houllebecq. E’ incredibile che una scrittrice sia stata insignita di un così prestigioso riconoscimento. In fondo il movimento ‘Me too’ se non ha cambiato le sorti del mondo ha almeno posto degli interrogativi, ha portato le persone a riflettere anche su temi legati al rapporto uomo-donna“. Lo ha dichiarato all’Adnkronos Monique Veaute, direttrice artistica del Festival di Spoleto. I suoi romanzi, ha aggiunto, “sono un mélange di fiction e realismo puro conditi con straordinari accenni alla sua personalissima biografia, alla sua vita, spesso racconti intimi e privati. Una ‘corrente’ letteraria sconosciuta in Italia che va per la maggiore in Francia”.  “

 Dopo la premiazione sono arrivati i commenti delle istituzioni francesi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, commentando in un tweet l’assegnazione del premio Nobelha scritto “Annie Ernaux scrive, da 50 anni, il romanzo della memoria collettiva e intima del nostro Paese. La sua voce è quella della libertà delle donne e dei dimenticati del secolo”,

Annie Ernaux Premio Nobel della Letteratura! Che grande emozione! E’ il coronamento di un’opera intima, ‘portatrice della vita degli altri’. Di una scrittura lavorata e densa che ha rivoluzionato la letteratura. Ma anche una vita di coraggio e di libertà, fonte infinita di ispirazione”. Così scrive in un tweet la ministra francese della Cultura, Rima Abdul Malak.

ANNIE ERNAUX

Kavafis, anticonformista tormentato

Konstantinos Petrou Kavafis, noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933), è stato un poeta e giornalista greco. Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista. La sua omosessualità anche se serenamente accettata, lo indussero a nutrire per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato “inavvertitamente” in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l’impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità.

NAPOLI

“La città” di Konstantinos Kavafis è un componimento che parla di ciascuno di noi. Tutti, ad un certo punto della vita, sperimentano il bisogno di andare via, lasciare il porto conosciuto e abbandonarsi all’ignoto, al nuovo. Spesso, questo desiderio è associato alla necessità di superare una fase dolorosa del nostro vissuto. La poesia ci mostra come risulti difficile, però, ripartire da zero anche trovandosi in un posto nuovo se dentro e dietro di noi ci siamo lasciati solo macerie. Nato in esilio da una grecità decadente, cresciuto nel cuore dell’Europa, Costantino Kavafis, come l’argentino Borges e il portoghese Pessoa, è un poeta di periferia. Meglio: un poeta di periferie.

La città di Konstantinos Kavafis

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.
Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

*Non c’è un posto nel mondo dove trovare serenità se l’inquietudine ce la portiamo nel cuore. Non troveremo pace se lo sfacelo è dentro noi. Una poesia profonda e terribilmente vera, il fardello pesante di delusioni e rimpianti che accumuliamo nel tempo ci accompagnerà per sempre e ovunque.

È l’Altrove

Certi attimi…coinvolgenti, travolgenti, rapiscono in una dimensione senza tempo…

NAPOLI

Ricordo ieri.
Attimi di intenso oblìo,
vissuti nell’incoscienza
del nostro appartenerci.
Travolti dalla tempesta
perdemmo ogni senso.
È l’Altrove,
che ci rapisce
nella sua estatica
perfezione di piacere e
ci imprigiona con catene
di sensuale perfezione.

Imma Paradiso

Il colore della poesia. Iris G. D

Capita che,

ti passano accanto perfetti sconosciuti,

che vorresti conoscere.

Improvvisamente un occasione persa!

Vorresti corrergli dietro,

toccare la sua spalla,

dirgli follemente

– Ehi sono io, non mi riconosci!

Il mio cuore si è bloccato per un attimo,

e poi eccolo qui, a battere come un tamburo! –

Non ci riconosciamo tutti,

non tutte le anime lo sanno fare,

ed eccoci soli ad aspettare che qualcuni ci riconosca.

Il desiderio irresistibile di qualcosa che possa far ricordare!

Una carezza, la fioritura dei mandorli,

la penombra delle ninfe dei sogni,

l’ambra, sandalo odoroso,

in quale luogo, non ricordo!

La panchina di dura pietra,

grida azzurre nel cielo appariscente..

Ho le mani ferme a mezz’aria, ali senza corpo, destinate a cadere.

E il loro destino di solitudine.

Un istantanea in bianco e nero,

un attimo per potersi riconoscere,

perchè l’attimo dopo è già lontano. Iris G. DM

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Giornata internazionale dell’insegnante – “Il maestro giusto”

Da Frida la loka Lombardia)

I versi di Gianni Rodari sono unici nel loro genere, comunicano dei messaggi estremamente profondi attraverso un linguaggio semplice e diretto; in questo caso, i versi che compongono la filastrocca Il maestro giusto sottolineano l’importanza di trovare, lungo il proprio cammino, un maestro che sappia coltivarci nel migliore dei modi; creando anche un modo molto tenero ma efficace, proprio oggi, giornata mondiale degli insegnanti, di ringraziare un maestro per tutto quello che ha fatto per noi.

Il maestro giusto

C’era una volta un cane
che non sapeva abbaiare.
Andò da un lupo a farselo spiegare.
Ma il lupo gli rispose
con un tale ululato
che lo fece scappare spaventato.

Andò da un gatto, andò da un cavallo,
e, mi vergogno a dirlo,

Imparò dalle rane a gracidare,
dal bove a muggire,
dall’asino a ragliare,
dal topo a squittire,
dalla pecora a fare “bè bè”,
dalle galline a fare “coccodè”.

Imparò tante cose,
però non era affatto soddisfatto
e sempre si domandava
(magari con un “qua qua”):
“Che cos’è che non va?”.
Qualcuno gli risponda, se lo sa.
Forse era matto?
O forse non sapeva

L’importanza dell’insegnante giusto
Spesso si ignora l’importanza di trovare il maestro giusto lungo il nostro cammino; basta poco per smarrirsi lungo il percorso di studi o per impantanarsi in una strada senza via d’uscita. Se nel nostro cammino riusciamo a trovare il maestro giusto, che comprende le nostre potenzialità e sa come coltivarle al meglio, dobbiamo essere pronti a mostrargli tutta la nostra gratitudine, perché è grazie a lui se siamo riusciti a crescere come meritavamo.

Tua.

5 ottobre, 2022.

Dal blog personale

http://fridalaloka.com

LA VOLONTA’, di Silvia De Angelis

Come un turbine sembra prendere il sopravvento quel pensiero assillante e logorare, con la sua insistenza, le fibre mentali..quasi assottigliate nel  percepire un senso di malessere oscuro e opprimente .

Sembra incredibile, come il nostro senso di masochismo, sia a volte fortemente accentuato nella coscienza, quasi inabile a proporre, in quei momenti, considerazioni alternative o posarsi su inclinazioni mordenti, che possano, in qualche modo, risollevare l’andamento generale dell’organismo, fermentato di pigmenti negativi.

E’ davvero inspiegabile questa forma di autolesionismo che si genera in noi, con una forza inarrestabile, diretta a sottolineare, energicamente, l’inestricabile situazione  di cui siamo vittime, ingigantita all’ennesima potenza e avvolgente nelle sue spire soffocanti.

Accade poi casualmente, che un’inezia del giorno, con la sua diversità, ci allontani da quelle sgradevoli sensazioni e, ripreso, da parte nostra, il controllo della mente, si indirizzi l’attenzione sugli eventi del  momento, scanditi in un succedersi quasi innovativo che ci suggestioni  e ci trascini in una dimensione mentale sconosciuta, apportatrice di nuove sfumature, inedite  e riconducenti a un effetto inaspettato e piacevole che sembri risollevarci.

In realtà siamo noi a instradare le vie del pensiero e a condurle in luminosi orizzonti o inabissarle in melmosi meandri intransitabili. E in quei momenti d’inquietudine, riuscire a intravedere risalite planetarie, significa avere l’esatta cognizione di noi stessi e la padronanza, in ogni attimo, delle nostre reazioni che sono controllabili e mutabili  nel cromatismo della nostra volontà.

@silvia deangelis

Kavafis, anticonformista tormentato

Konstantinos Petrou Kavafis, noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933), è stato un poeta e giornalista greco. Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.

NAPOLI

Pubblicò 154 poesie, spesso ispirate all’antichità ellenistica, romana e bizantina, ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Scrisse le sue poesie più importanti dopo i quarant’anni.ittoscorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932).Di cospicua famiglia costantinopolitana poi decaduta, trascorse parte della giovinezza in Inghilterra; Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza. Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.
Un uomo riservato e decoroso, a tratti schivo, che conduce una vita ordinaria e quasi monotona: il lavoro presso l’ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici d’Egitto, passeggiate – ma prevalentemente casa-ufficio-ufficio-casa –, qualche incontro con gli amici, i primi trentasei anni della sua vita vissuti con la madre e i dieci successivi con i fratelli. In realtà il lavoro, che pure svolge con meticolosa precisione, non gli piace affatto: è solo un mezzo che gli può garantire di vivere bene, lo odia e lo subisce come un furto al suo tempo, che dedicherebbe più volentieri all’arte. Nella vita di quest’uomo di  dis-ordinario c’è l’omosessualità, che percorre l’intera produzione poetica nella forma di amore vano, immorale, che non porta a nulla, e per questo meraviglioso, forte, importante. La società borghese cristiana in cui vive e di cui condivide idee e valori non gli impedisce di vivere la sua omosessualità – scoperta intorno al 1882 – con serenità, “come una cosa naturale, e quindi insormontabile, per la quale non è possibile sentirsi veramente in colpa”. C’è un solo ostacolo,  un ostacolo che blocca, che non permette di dire ciò che si pensa e si prova. Quest’ostacolo non è certo l’omosessualità, bensì la paura della non comprensione, oppure meglio, la certezza di non essere compreso dalla società in cui vive, che è imperfetta. Il godimento del piacere – è solo uno dei temi che rendono eterne, atemporali e così attuali le poesie di Kavafis. Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato “inavvertitamente” in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l’impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità.

“Candele”, è il frutto di una visione malinconica e nostalgica della vita, descritta come un percorso lineare che si consuma via via che si va avanti. . La metafora utilizzata da Konstantinos Kavafis è quella delle candele: quelle spente rappresentano la vita svanita, il passato, mentre quelle ancora accese rappresentano l’avvenire, quel pezzo di tempo che rimane da vivere. Ci si proietta verso il futuro, per quanto incerto e sconosciuto, per non annegare nella paura del tempo che passa inesorabile, mentre noi, distratti, ci avviciniamo sempre di più alla morte. Una poesia malinconica ed evocativa che parla di una sensazione che, probabilmente, molti fra noi hanno sperimentato e sperimentano ogni giorno.

CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.
Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

*Bella e profonda questa metafora della vita, le candele accese e vivide dei giorni futuri sono sempre meno, mentre si allunga la fila di quelle spente, il cui sguardo ci fa rabbrividire. Allora preferiamo guardare a quelle ancora accese Illudendoci che non finiranno mai.

L’ intervista, Giovanni Ciao scrittore: guaritore del corpo e dell’anima 2° parte, di Marina Donnaruma Iris G. DM.

L’ intervista, Giovanni Ciao scrittore: guaritore del corpo e dell’anima 2° parte

Roma: Author: irisgdm 22 ottobre 2022

Giovanni Ciao

“In tanti anni di onorata professione
ancora sto cercando la giusta terapia
per l’ipocrisia, per la carenza di compassione
E per tutti quegli strani effetti avversi
di un’altra endovena di questo nostro folle amore” Giovanni Ciao

Io mi innamoro delle parole, sono loro che giungono a me, io allora mi lascio avvolgere dalla loro magia. Cosi che ho incontrato lo scrittore Giovanni Ciao, medico nefrologo, che cura il corpo e l’anima. Le parole delle sue poesie brillano di luce propria, lui stesso dice” scrivo poesie non per vivere, ma per sopravvivere” Scritti nati da esperienze di vita molto forti a cui ci si aggrappa come fulcro per raggiungere un certo equilibrio
Sono versi intensi, intrinsechi, che si aggrappano all’anima, che si arrampicano, cercando vette più alte, più difficili, perchè se ne va della nostra vita. Tutto ciò Giovanni Ciao lo capisce benissimo, lui che sull’altalena della vita ci sta in prima persona, in un alternarsi tra la vita e la morte, che, lui , spesso, per via del suo lavoro, accompagna. Cosa è la vita? Noi siamo in questa terra provvisori, vicini o distanti alla morte. Spesso la sfioriamo e neanche ne siamo consci. Giovanni un uomo, un medico, uno scrittore, figure ugualmente intense ed innamorate, in una fusione superba, lui innamorato dell’amore, di cui scrive intensamente, con passione.
Nelle sue poesie d’amore, ci si sofferma particolarmente, perchè non sono solo ispirate, ma dedicate ad una donna, cioè sua moglie Paola. Padre, marito, medico amorevole, amante della lirica che canta con la stessa intensità della sua vita.
In un mondo come questo potremmo pensare che sia una figura aliena, eh no! In questo caso siamo noi, gli alieni! Coltivare i rapporti dovrebbe essere compito di ciascuno di noi, un impegno gravoso, ma che ci ripaga circondandoci di amore. L’amore non si dice, l’amore si fa e Giovanni Ciao, lo coltiva con i pazienti, con la famiglia, con ogni persona. Un mito? Sicuramente lo è, nell’aridità dei sentimenti lui è l’oasi, il sollievo con l’esempio della sua vita, con le azioni e con i suoi versi. Leggere Giovanni Ciao ti arricchisce dentro, lui è l’amico che vorresti avere vicino, che vorresti ascoltare, in questo caso che devi leggere, leggere per capire quanto sia profondo. Una intensità, una profondità che sicuramente è frutto del suo lavoro, ma di lui, persona estremamente sensibile, che ha conservato la sua umanità, che non ha fatto del suo lavoro un abitudine, ma un esperienza metafisica. Molti medici dimenticano l’umanità, freddi, distanti, poco disponibili, arroganti, bruschi, in malattie che invece ne hanno bisogno di tanta, tanta umanità. Lui l’umanità non la dimentica, la scrive, la vive, la dona. Cosa dire ancora di questo scrittore straordinario? Leggetelo, amate ciò che scrive, ciò che dona a tutti noi, in un mondo cosi ostile, desertificato di sentimenti, di emozioni.

  • Quando hai scoperto il tuo amore per la scrittura?

È difficile risalire ad una data precisa. Da ragazzo divoravo letteralmente libri, dai romanzi ai gialli, dalla fantascienza all’avventura. Ma non disdegnavo la letteratura, specie l’inglese romantica e l’americana dei primi dello scorso secolo. Ho cominciato ad apprezzare la poesia durante gli studi universitari. D’Annunzio rimane il mio preferito. Saba e Cardarelli di seguito. In età matura ho saputo apprezzare Caproni e Campana. Forse è da allora che ho cominciato a buttare su carta alcuni dei miei pensieri, ma sempre in maniera “destrutturata”. Non mi hanno mai convinto… Forse un giorno ritiro fuori quegli appunti, magari potrebbero sorprendermi nel rileggerli.

  • Perché la poesia?

Da medico ritengo di avere un pensiero prevalentemente analitico, forse è per questo che non mi sono mai dedicato alla prosa. La poesia in poche parole riesce a descrivere momenti ed emozioni che, tradotti in prosa, impiegherebbero decine di pagine. È un po’ come la fotografia e il cinema . La poesia ha il dono della sintesi tramite la parola. Arriva rapidamente all’animo del lettore e innesca reazioni che durano poi nel tempo. Penso, inoltre, che una poesia letta più volte, con stati d’animo diversi possa trasmettere emozioni altrettanto differenti. Mi piace perché è potente.

  • Bellissima risposta! mi piace sondare le persone. Tu fai un lavoro delicato, hai a che fare con malati gravi, certe volte non riesci a salvarli come vorresti. La poesia ti aiuta?

Esternare i propri sentimenti dovrebbe essere il fulcro intorno cui ruota la nostra esistenza. Condividere un proprio sentire facendo partecipe chi ci sta intorno è alla base di ogni psicoterapia di gruppo. Perché non farlo con la poesia? Certo sarebbe utopistico pensare ad un suo auspicabile potere salvifico, ma sicuramente potrebbe essere d’aiuto in diverse situazioni. La solitudine, la malattia, la morte… Il proprio senso di impotenza, la propria limitatezza. In questo senso, sì, mi aiuta. Esprimere su carta la propria frustrazione di fronte all’inevitabile fuggirsi della vita può, a volte, avere un potente valore catartico

  • Tu hai pubblicato diversi libri, per te è stato facile farti pubblicare, oppure hai fatto in self publishing?

Circa 10 anni fa, per curiosità mi sono iscritto su Facebook. Social certamente criticabile, che tuttavia, tra i tanti aspetti negativi, me ne ha fatto subito riconoscere uno decisamente positivo: la condivisione praticamente immediata e amplissima. Ho cominciato a pubblicare alcuni miei scritti, con un discreto riscontro, tant’è che una mia cara amica di Perugia mi ha suggerito di raccoglierli in una pubblicazione su carta, suggerendomi il nome di un Editore locale, Jean Luc Bertoni, cui provare a sottoporne il vaglio. Beh, quest’anno mi ha pubblicato la terza raccolta… In verità non simpatizzo molto per il self-publishing; un Editore ha una visione molto più ampia e professionale, segue passo passo l’editing, appoggia l’eventuale pubblicizzazione. Da non dimenticare, poi, che se un Editore pubblica un libro è perché comunque ne ravvede un valore. A me piace poco l’autoreferenzialità.

  • Cosa conta per te nella vita?

Viverla. Nel senso: dobbiamo renderci conto che comunque la vita è un dono. Da parte di Dio, se credi; è la Natura che l’ha reso possibile, o, molto più “terra terra” la nostra vita è un dono che mamma e papà ci hanno donato. E questa è l’opzione che preferisco. Scherzi a parte. La Vita va vissuta. Ogni singolo minuto non va sprecato. Cosa conta di più? Apprezzare tutto ciò che ci vive intorno. Capire che tutto questo non è un obbligo, un qualcosa che ci è dovuto. Ma un meraviglioso privilegio. Il sole che sorge e che tramonta, la donna che ti respira accanto, il passare dei giorni e delle stagioni, non sono banalità. Dobbiamo guardare tutto ciò come un miracolo. Ed è così che tutto ci conta nella vita.

  • Tu fai un lavoro che ti fa vivere vicino al dolore della gente, come affronti tutto ciò?

A volte è difficile, complicato. Stare vicino ad una persona che soffre ti fa capire quanto siamo fragili e ti riporta con i piedi per terra. Ma a lungo logora. Specie nei casi in cui è chiara l’evoluzione fatale del caso. Lì bisogna trovare il modo migliore per accompagnare il paziente, essere comunque vicini ai suoi cari e, soprattutto, vincere quel senso di frustrazione che tenta di sopraffarti. In questo lavoro bisogna vincere la voglia di presunzione, comprendere che un medico non è un padreterno e non può sostituirsi alla natura. È pericoloso, controproducente ed espone a quello che di più deleterio un medico può fare ad un suo paziente: accanirsi. Poi esco dall’ospedale, mi svesto del camice, della divisa, ma non dei pensieri, che a volte mi seguono fino a casa. La famiglia qui entra in gioco in maniera determinante: entro in un porto sicuro, accogliente e mi rassereno. Almeno fino al turno successivo.

  • Quanto influisce il tuo lavoro sui tuoi scritti?

Come dicevo, il mio lavoro mi continua ad insegnare ogni giorno i miei limiti. Mi pone dinanzi inesorabilmente la mia finitezza, non solo in termini professionali, ma soprattutto, per ciò che riguarda il mio vivere, che ha avuto un inizio e avrà certamente una fine. E, tra l’inizio e la fine, ritengo sia compito di ogni donna ed uomo cercare il “fine” di questo magnifico viaggio. Spesso scrivo di quanto mi circonda, della meraviglia che ho intorno, perché è necessario tornare a porre la dovuta attenzione a tutto ciò. Dovremmo riprendere a guardare il mondo con gli occhi di bambino e stupirci anche e soprattutto per le piccole cose, apprezzandone l’enorme valore. E la mia professione mi insegna ogni giorno che tutto questo potremmo perderlo, per un semplice soffio di vento.

  • Ho notato che spesso parli d’amore nelle tue poesie, lo conosci, lo vivi, ci credi? Nel senso che trovo le tue poesie non solo ispirate, ma dedicate.

“… e di cosa vorreste scrivere?” – Io? Del cuore! “E… voi lo conoscete?” -In parte… Questo per dirti: chi è che conosce l’amore, davvero, nella sua completezza? Intanto bisognerebbe definirlo, l’Amore. Accanto a me, da sempre, c’è una Donna, l’unica, che sempre più spesso è interprete principale dei miei pensieri, dei miei scritti. Dei miei giorni e delle mie notti. Ecco: lei, per me è Amore. E cerco di viverlo, goderlo ogni attimo del mio tempo. E lo temo. Ne temo la mancanza. È il mio incubo ricorrente.

  • Quest’ultima risposta mi ha commossa, un vero dono. Se ti dovessi descriverti cosa diresti di te stesso?

“Da sempre ho disdegnato le alte quote e non per il mio soffrire le vertigini Mi piace sguazzare nel mio pittoresco stagno E mentre soddisfatto guardo sopra di me volare in alto in cerchio aquile fiere e nobili falconi, io me ne resto qui Umile folaga nel mio inalienato domestico piccolo e sempre amato mondo antico Ed è proprio così che tra questa enorme folla anonima io mi procaccio i giorni E mi continuo a vivere””

Onorata di questa intervista, ho l’impressione di nuotare nel cuore, Grazie Giovanni Ciao.

Giovanni Ciao Scrittore: guaritore del corpo e dell’anima. 1° parte https://alessandria.today/2022/10/04/giovanni-ciao-scrittore-guaritore-del-corpo-e-dellanima-1-parte/

https://www.facebook.com/diGiovanniCiao. Versi Dispari – Pensieri di Giovanni Ciao

MI FAI RESTARE

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Mi fai restare qui con te

mi andrebbe sai di domandarti

Mi rimarrei in silenzio al fondo del tuo letto

mi basterebbe di vegliarti mentre tu respiri

Mi illuderei di carezzare a lungo i tuoi capelli

e di sfiorar le labbra tue quando nel sonno

sogni d’odor di fresie e di ginestre

Chissà, mi chiedo

se per un istante ci sarò

tra le tue ciglia già socchiuse

Se sarò io a farti sospirar più forte

e tu che ti dici, no, non voglio più svegliarmi

Chissà, se mai ricorderai poi

domani del tuo lieto dormire

e della mia fugace effimera presenza

A me resta tra le dita ancora l’eco profumata

di un tuo ti amo detto ad occhi chiusi

Dei desideri l’eterna mia notturna essenza

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©️✒Giovanni Ciao

(Art. 🖌Nirav Patel)

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https://www.ibs.it/libri/autori/giovanni-ciao

https://www.mondadoristore.it/…/Giovanni-Ciao/aut03436179

ORA SIAMO AMORE

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Forse ho scoperto l’amore troppo tardi

Nei nostri abbracci alla stazione quando ritorno

Nel bacio sulla fronte mentre ancora dormi

Quando ti cerco la mano al parco nella nebbia

O in un sorridersi divertito nel mattino

con le labbra bianche e dolci di cappuccino

Sì, perchè prima facevamo l’amore

Ora lo siamo

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© ✒Giovanni Ciao

(Art. 🖌Stephen Shortridge)

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5 Ottobre 2022. Roma Articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM