È l’Altrove

Certi attimi…coinvolgenti, travolgenti, rapiscono in una dimensione senza tempo…

NAPOLI

Ricordo ieri.
Attimi di intenso oblìo,
vissuti nell’incoscienza
del nostro appartenerci.
Travolti dalla tempesta
perdemmo ogni senso.
È l’Altrove,
che ci rapisce
nella sua estatica
perfezione di piacere e
ci imprigiona con catene
di sensuale perfezione.

Imma Paradiso

Kavafis, anticonformista tormentato

Konstantinos Petrou Kavafis, noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933), è stato un poeta e giornalista greco. Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.

NAPOLI

Pubblicò 154 poesie, spesso ispirate all’antichità ellenistica, romana e bizantina, ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Scrisse le sue poesie più importanti dopo i quarant’anni.ittoscorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932).Di cospicua famiglia costantinopolitana poi decaduta, trascorse parte della giovinezza in Inghilterra; Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza. Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.
Un uomo riservato e decoroso, a tratti schivo, che conduce una vita ordinaria e quasi monotona: il lavoro presso l’ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici d’Egitto, passeggiate – ma prevalentemente casa-ufficio-ufficio-casa –, qualche incontro con gli amici, i primi trentasei anni della sua vita vissuti con la madre e i dieci successivi con i fratelli. In realtà il lavoro, che pure svolge con meticolosa precisione, non gli piace affatto: è solo un mezzo che gli può garantire di vivere bene, lo odia e lo subisce come un furto al suo tempo, che dedicherebbe più volentieri all’arte. Nella vita di quest’uomo di  dis-ordinario c’è l’omosessualità, che percorre l’intera produzione poetica nella forma di amore vano, immorale, che non porta a nulla, e per questo meraviglioso, forte, importante. La società borghese cristiana in cui vive e di cui condivide idee e valori non gli impedisce di vivere la sua omosessualità – scoperta intorno al 1882 – con serenità, “come una cosa naturale, e quindi insormontabile, per la quale non è possibile sentirsi veramente in colpa”. C’è un solo ostacolo,  un ostacolo che blocca, che non permette di dire ciò che si pensa e si prova. Quest’ostacolo non è certo l’omosessualità, bensì la paura della non comprensione, oppure meglio, la certezza di non essere compreso dalla società in cui vive, che è imperfetta. Il godimento del piacere – è solo uno dei temi che rendono eterne, atemporali e così attuali le poesie di Kavafis. Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato “inavvertitamente” in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l’impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità.

“Candele”, è il frutto di una visione malinconica e nostalgica della vita, descritta come un percorso lineare che si consuma via via che si va avanti. . La metafora utilizzata da Konstantinos Kavafis è quella delle candele: quelle spente rappresentano la vita svanita, il passato, mentre quelle ancora accese rappresentano l’avvenire, quel pezzo di tempo che rimane da vivere. Ci si proietta verso il futuro, per quanto incerto e sconosciuto, per non annegare nella paura del tempo che passa inesorabile, mentre noi, distratti, ci avviciniamo sempre di più alla morte. Una poesia malinconica ed evocativa che parla di una sensazione che, probabilmente, molti fra noi hanno sperimentato e sperimentano ogni giorno.

CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.
Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

*Bella e profonda questa metafora della vita, le candele accese e vivide dei giorni futuri sono sempre meno, mentre si allunga la fila di quelle spente, il cui sguardo ci fa rabbrividire. Allora preferiamo guardare a quelle ancora accese Illudendoci che non finiranno mai.

Il verso e una preghiera

Cosa possono fare i poeti, nell’ora buia della storia…quando quella sottile, intima, meravigliosa e terribile capacità chiamata empatia fa da eco al lamento del mondo…affidare al cielo il verso e una preghiera.

NAPOLI

Le strade del mondo
mi raccontano di giorni di sgomento.
Se chiudo gli occhi
il vento è un lamento.

Muti fantasmi
non hanno più
nemmeno voglia di
pensare…

Ed io inerme
affido al cielo
il verso e una preghiera,
il verso e una preghiera.

Imma Paradiso

San Francesco:”Il Cantico delle Creature”un inno d’amore

San Francesco è poeta dell’Uomo. Poche parole che hanno dietro concetti e visioni (e queste sì che si avvicinano al Misticismo) che riescono a perforare il cuore degli Uomini, Il Cantico delle Creature”. Già nel titolo, San Francesco, dichiara “la forma” della sua poetica: Cantico. Cantare, dunque. E si canta in versi, si sa. Il Cantico delle Creature si presenta come una prosa ritmica, che richiama i ritmi delle litanie, con la presenza di versi di varia lunghezza, stilizzati in base alle consonanze e alle assonanze oltre che alle rime, conosciuto anche come Il cantico di Frate sole e Sorella Luna, è senza dubbio fra i primi importanti componimenti poetici della lingua volgare e rappresenta la più famosa poesia religiosa di sempre della letteratura italiana. Hermann Hesse, scrittore del ‘900 e attento studioso del pensiero e della parola poetica di San Francesco d’Assisi, lo definisce “Il saluto di Dio sulla terra”. Il fatto che uno scrittore protestante, che sarebbe diventato uno dei maestri delle generazioni a venire, abbia dedicato un libro ad un faro della cattolicità, fa pensare. Il Cantico è stato composto a San Damiano, in tre diversi periodi della vita di Francesco, contrassegnati dalla sofferenza fisica, dalla gioia per la pace raggiunta tra podestà e vescovo di Assisi e dall’appressarsi della fine. Rimane un’opera di poesia assoluta che ha influenzato molti artisti e scrittori nel corso dei secoli, realizzata da un uomo che, pur in possesso di una cultura media per il suo tempo, aveva rinunciato a tutto ciò che apparteneva a quella società e a quel modo di intendere la cultura. Francesco non era contro la cultura, ma contro la verbosità, la leziosaggine, il vuoto delle parole fini a se stesse. Francesco dimostrava che la poesia vera è quella che nasce fuori dai condizionamenti e dalle mode.

NAPOLI

Francesco d’Assisi, nato Giovanni di Pietro di Bernardone (Assisi, 1181/1182 – Assisi, 3 ottobre 1226), è stato un religioso e poeta italiano. Diacono e fondatore dell’ordine che da lui poi prese il nome (Ordine Francescano), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Comunione anglicana; proclamato, assieme a santa Caterina da Siena, patrono principale d’Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII, il 4 ottobre ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica.
Era figlio di Pietro di Bernardone, un ricco mercante di stoffe che desiderava per il figlio una carriera nel commercio. Le aspettative dell’uomo, però, andarono deluse. Fin dalla giovane età, infatti, San Francesco si dedicò alla carriera militare e partecipò a molti combattimenti, venendo fatto perfino prigioniero. All’improvviso, nel 1205, una crisi religiosa lo spinse però a convertirsi: mentre era in viaggio per essere nominato cavaliere, infatti, un sogno lo spinse a tornare ad Assisi per mettersi al servizio di Dio. Passando per Foligno, vendette il proprio cavallo e i propri ricchi abiti e indossò poveri panni. Donò così tutti i suoi beni ai poveri e chiuse i rapporti con la famiglia. Ben presto, intorno a San Francesco d’Assisi, cominciarono a raggrupparsi alcuni compagni (fratres), che dormivano dove capitava, si vestivano con stracci e camminavano scalzi. Essi assunsero il nome di frati minori e si dedicarono soprattutto al restauro delle chiese in rovina e alla cura dei malati di lebbra, che nessuno voleva accudire per paura di essere contagiato dall’orribile malattia. Qualche anno dopo, San Francesco e i suoi fratres decisero di imitare alla lettera il modello della vita apostolica e, vestiti con una rozza tunica cinta da un cordone, iniziarono a predicare nell’Italia centrale, esortando le popolazioni a fare penitenza. Poiché la predicazione dei laici era vietata dalla Chiesa, nel 1210 i fratres decisero di chiedere il riconoscimento della loro forma di vita religiosa e presentarono una breve Regola a papa Innocenzo III: dopo qualche esitazione, il pontefice diede una prima approvazione informale.La Regola fu poi approvata ufficiosamente da papa Onorio III solo nel 1223, quando nacque ufficialmente l’ordine francescano. In generale, l’attività principale di San Francesco era quella della predicazione: parlava con tutti – con gli esseri umani ma, secondo la leggenda, anche con gli animali, inclusi uccelli e lupi feroci – ed esortava tutti a comportarsi con amore l’uno verso l’altro. Ben presto, però, tra i suoi seguaci – diventati sempre più numerosi – si verificarono dei contrasti: molti di essi, infatti, non volevano vivere nella totale povertà ordinata da Francesco, che lasciò la guida del gruppo, rimanendone un punto di riferimento solo spirituale. San Francesco d’Assisi morì nel 1226, ormai malato e colpito dalle stigmate, che aveva ricevuto qualche anno prima sul monte Verna: nel 1228, intanto, Francesco d’Assisi venne fatto santo: è il santo patrono d’Italia. San Francesco d’Assisi non fu un filosofo nel senso preciso del termine, ma le sue riflessioni sulla vita, sulla morale, sulla religione e sulla natura ebbero una rapidissima diffusione: nacque così il francescanesimo, che ebbe una grandissima influenza nell’Europa del XIII e XIV secolo. L’amore di San Francesco è ancora più grande nei confronti di Gesù, figlio di Dio, nato e morto per la salvezza degli uomini. L’amore dimostrato da Gesù verso gli uomini può essere glorificato in un solo modo, cioè seguendo il suo insegnamento presentato nel Vangelo: «Dobbiamo amare molto l’amore di colui che ci ha molto amati».

Il Cantico è strutturato come una lode a Dio per la bellezza del creato, e mescola elementi della tradizione dell’Antico Testamento con espressioni linguistiche tipiche del volgare popolare del tempo.Il componimento è come una preghiera, un momento in cui si ringrazia il creatore per la sua opera di bellezza presente in ogni dove, ma presente è anche la morte che anch’essa glorifica Dio. All’uomo non spetta che il compito di accettare umilmente e serenamente tutto ciò che proviene da Dio e farne tesoro.

Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate

*La poesia è l’espressione più alta dei sentimenti e delle emozioni che nascono dal cuore. Questo canto di ringraziamento e di lode ne è un esempio mirabile, letto, studiato e fonte d’ispirazione per tanti uomini di cultura al di là della sua valenza religiosa. Primo esempio di componimento in lingua volgare del tempo.

Il cibo e i poeti, la frugalità a tavola di D’Annunzio

Nelle lussuose feste a villa Pamphilj, durante i banchetti nei ricchi palazzi di piazza di Spagna, nei salotti migliori della capitale, mentre tutti si sollazzavano a bere e mangiare, c’era un giovane che se ne stava in disparte. Nulla potevano i manicaretti esotici, né i liquori più costosi: Gabriele D’annunzio non mangiava né beveva. Mentre principi e ambasciatori si riempivano la bocca, vecchie dame e generali sgomitavano per l’ultimo bigné di gamberi, lui, l’abruzzese, faceva un passo indietro. “Fame e sete sono impulsi primitivi ed essenziali nell’uomo come nella bestia”, scriverà poi in un appunto. Già perché lui, cultore di pazzi eccessi, vizi raffinati e piaceri indicibili, aveva, sin da giovanissimo, maturato una ferma repulsione verso il pasteggio pubblico.
«Mi sembra più bestiale e umiliante riempire il triste sacco, rifocillarmi, che abbandonarmi all’orgia più sfrenata e più ingegnosa» Lui, cantore dei sensi, escluse il gusto dal suo ricco vocabolario. O meglio, certo che di piatti e cene abbondano le sue pagine, ma il suo occhio sagace e la sua penna astuta non si sono mai concentrati sui sapori del buon pasto, sulla gioia del riempirsi lo stomaco, quanto, semmai, sul più fine piacere della tavola imbandita con zelo e raffinatezza. Sulle tovaglie arabesche, sui piatti esotici e i profumi ricercati. Mangiare per D’Annunzio era profondamente antiestetico. Riempirsi la bocca, masticare, asciugarsi il bavero, digerire. D’Annunzio era solito mangiare da solo prima di ogni grande ricevimento, riempirsi la pancia in solitudine per poi astenersi dalle grandi scorpacciate conviviali. Regola alla quale restò ligio per tutta la vita. Ad eccezione della sua vita militare. Lì, sedeva paziente, accanto ai suoi commilitoni, pronto a mangiare anche lui, il rancio. Aveva una vera passione per il dolce, occasione in cui traspare anche il piacere di descrivere con la sua penna l’arte del bello nel suo insieme, anche negli aspetti più ricercati. Ne Il piacere l’importanza gastronomica è soprattutto visiva, del dessert. Ma gli alimenti preferiti dal poeta erano di una semplicità disarmante, la frutta e le uova sode.

NAPOLI

Della frutta era certamente un estimatore, dedicando ad essa un ruolo importante nella propria dieta: appassionato di uva, mele ed arance.

Ma la grande passione di D’Annunzio erano le uova, in frittata ma soprattutto sode.

Il suo piatto preferito: uova sode sublimate con salsa d’acciughe, piatto semplice ma non per niente facile, visto che la cara Albina veniva omaggiata per la capacità di portare a perfetta cottura l’uovo prima di dividerlo in quattro spicchi.

“Cara cara Albina,
da tanti e tanti anni non avevo più mangiato l’uovo sodo tagliato in quattro. Questo tuo è cotto con l’ultima perfezione. E’ sublime. Quando ero bambino chiedevo l’ovo spalmato di una leggera salsa di acciughe. Mi leccavo le dita; e qualche volta mi accadeva di inghiottire la prima falange. Stasera ho ritrovato quella divina estasi. Vendo la mia primogenitura per un uovo perfetto come il tuo, sublimato dalla salsa di acciughe. Scivolo sotto la tavola in uno svenimento che nessuna femmina mi farà mai provare. Albina, sii laudata nei secoli dei secoli. E risplendi in eterno nella Costellazione dell’Ovo e nella Nebulosa dell’Acciuga! Amen”

*Davvero un personaggio, il Vate! Amante dei piaceri ma non del cibo o almeno dell’uso eccessivo e dannoso di una cattiva alimentazione. L’esteta supera il buongustaio ma anche lui aveva le sue debolezze …l’uovo sodo della sua cara Albina!

Angelo triste

Spesso anche gli angeli sono sopraffatti dall’amarezza del mondo e perdono le ali, restano legati alla terra perché non hanno più la forza di guardare al cielo.

Angelo con l’anima lieve
cammini su questa terra
perché un giorno sei caduto.
Hai visto questa terra martoriata,
troppe lacrime ti hanno
trattenuto e l’amore
ti ha tolto le ali, non puoi
più spiccare il volo.
Angelo triste
ti dibatti fra i dubbi
e le ingiustizie
e guardi il cielo da lontano
come un esiliato che sogna casa.
Angelo smarrito
non puoi fare miracoli
questo non è il paradiso
puoi solo piangere con noi.

Imma Paradiso

La festa dei nonni

Oggi 2 ottobre giornata degli angeli e la festa dei nonni,un giusto binomio. È una ricorrenza civile diffusa in alcune aree del mondo, celebrata in onore della figura dei nonni e della loro influenza sociale. Tale ricorrenza non è festeggiata in tutto il mondo nello stesso giorno. In gran parte dei paesi l’evento è festeggiato nel mese di settembre o di ottobre. L’Italia è sempre più un paese fondato sui nonni. Sono 12 milioni. Uno è a Palazzo Chigi e con il passaggio di consegne fra poche settimana rientrerà nel ruolo. «Torno a fare il nonno, arrivederci» ha detto Mario Draghi. I suoi nipoti sono bambini, ma ci sono nipoti cresciuti che non perdono occasione di ringraziare chi li ha aiutati a diventare grandi e lo faranno anche oggi nella Festa dei nonni. Portatori di saggezza e di una sapienza antiche, i nonni rappresentano per tutti un punto di riferimento insostituibile nella crescita e nell’educazione personale, una fonte inesauribile di consigli, storie, conforto, dolcezza e affetto che non smettono mai di dispensare a tutti i nipoti. Poiché sono figure insostituibili nella vita di tutti, anche nell’età adulta il ricordo dei nonni rimane indelebile ed è sempre il primo a cui guarda con nostalgia quando si pensa alla propria infanzia e adolescenza. Per celebrare anche istituzionalmente l’importanza dei nonni, dal 2005 con la legge 159 del 31 luglio 2005 emanata dal Parlamento italiano, in Italia è stata ufficialmente istituita la giornata nazionale dei nonni che ricorre il 2 Ottobre di ogni anno.

NAPOLI

Alla nonna

D’inverno ti mettevi una cuffietta
coi nastri bianchi come il tuo visino,
e facevi ogni sera la calzetta,
seduta al lume, accanto al tavolino.
Io imparavo la storia sacra in fretta
e poi m’accoccolavo a te vicino
per sentir narrar la favoletta
del Drago Azzurro e del Guerrier Moschino.
E quando il sonno proprio mi vinceva
m’accompagnavi fino alla mia stanza
e m’addormivi al suono dei tuoi baci.
Agli occhi chiusi allor mi sorrideva
in mezzo ai fiori una gioconda danza
di sonni dolci, splendidi e fugaci.

(Gabriele d’Annunzio)

*Auguri a tutti i nostri Angeli senza ali che stravedono per i loro nipotini, ieri come oggi. Magari i nonni moderni non indossano cuffiette e non fanno la calza ma vanno in palestra, stanno sui social e si fanno dei selfie ma l’amore non conosce tempo ed è identico in tutte le epoche.

Il poeta “il cui nome fu scritto sull’Acqua”

John Keats, poeta dalla grande sfortuna in vita e dalla immensa (e meritata) fortuna postuma. Moltissimi poeti moderni (se hanno vasti orizzonti culturali) e sicuramente tutti i parolieri delle canzoni devono tantissimo a Keats. È veramente difficile, oggi, leggere o ascoltare dei versi che non contengano qualcosa che non sia precedentemente passato per Keats, che non si richiami in qualche modo a qualche opera di Keats.Il rapporto tra Keats e l’amore fu sempre molto tormentato. Il poeta era un ragazzo atletico (almeno finché la salute non si deteriorò) e attraente, ma molto piccolo di statura (152 cm), fatto che gli provocava non pochi complessi di inferiorità. Non si sa molto della sua vita sentimentale fino alla primavera del 1817, quando fece la conoscenza di una ragazza di talento e appassionata lettrice, Isabella Jones, per la quale concepì una profonda passione che fu anche corrisposta, i biografi pensano che questo rapporto sia andato parecchio oltre la semplice attrazione platonica. Anche se successivamente i due finirono per allontanarsi, non si dimenticarono mai, tanto che la Jones fu tra le prime persone a ricevere la notizia della scomparsa di Keats. Il grande amore nella vita di Keats fu, però, come abbiamo accennato, Fanny Brawne, nata nel 1800, che il poeta incontrò per la prima volta alla fine del 1818. Nonostante tutti i problemi che si abbatterono su Keats, fino all’ultimo, entrambi sperarono di potersi sposare. Sembra tuttavia che il loro rapporto non sia stato mai consumato e che lo struggimento per l’impossibilità di vivere pienamente il suo amore per Fanny sia stato tra le cause principali che deteriorarono la salute di Keats (il poeta irlandese William Butler Yeats, premio Nobel nel 1923, che idolatrava Keats, gli dedicò una poesia in cui lo pianse morto “il cuore e i sensi inappagati”). La vicenda umana di Keats è caratterizzata sicuramente dalla malasorte ma anche da non poche scelte sbagliate, per non parlare delle circostanze in cui il poeta fu deliberatamente danneggiato da qualcuno.
Insomma, pagò il conto della sua generosità e della sua devozione agli affetti.

-Pierre Auguste Renoir, Innamorati

Su amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma con una voce
più casta di quella d’una suora
che per sé sola i dolci vespri canta,
quando la campana risuona –

Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma con un sorriso
freddo come un’alba di penitenza,
suora crudele di San Cupido
devota ai giorni d’astinenza –

Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma le tue labbra
tinte di corallo insegnano meno gioia
dei coralli del mare –
mai che s’imbroncino di baci –

Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma la tua mano
non stringe chi teneramente la stringe;
è morta come quella d’una statua
mentre la mia brucia di passione –

Su amami davvero!

*Quanta meravigliosa passione! Che mi ami lo dici ma l’amore non è fatto solo di parole per quanto importanti e bellissime. L’amore vero esige baci, carezze, la celebrazione nella più assoluta comunione di corpo e spirito che legano due anime che si appartengono.

Giornata mondiale del caffè 2022

La Giornata internazionale del caffè (International Coffee Day) è la festa che celebra in ogni paese del mondo non solo la bontà di questa nera bevanda, ma tutta la filiera produttiva che permette di fare arrivare il caffè nelle nostre case e nei nostri bar preferiti. La data di nascita di questa festa è abbastanza recente: la prima data ufficiale è stata quella del 1 ottobre 2015, come concordato dall’International Coffee Organization, e fu lanciata a Milano con una serie di eventi dedicati al mondo del caffè durante Expo 2015. Ogni anno la Giornata internazionale del caffè ha un tema diverso. Quello di quest’anno è dedicato ai giovani che in tutto il mondo dedicano la propria vita al caffè.

NAPOLI

Eduardo De Filippo è stato un vero Maestro di drammaturgia, un genio in grado di raccontare Napoli e l’Italia intera attraverso le sue commedie. Quando un pezzo di storia s’incontra con un’altra espressione culturale della città, in questo caso il caffè, la magia è assicurata. La scena più famosa in merito è di certo il monologo del caffè presente nella commedia “Questi Fantasmi!”, capolavoro del 1945.
Il monologo è la perfetta sintesi della cultura napoletana del caffè, del suo valore simbolico, rituale e quotidiano, della gioia e della felicità uniche che da esso derivano. Riportiamo ora il famoso monologo, da leggere e gustare accompagnato da una deliziosa tazzina di caffè.

“…A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffè costa così caro… Mia moglie non mi onora queste cose, non le capisce. glie non mi onora queste cose, non le capisce. È molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Neh, scusate, chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura. Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… lo vedete il becco? (Prende la macchinetta in mano e indica il becco della caffettiera) Qua, professore, dove guardate? Questo… Vi piace sempre di scherzare…. No, no… scherzate pure… Sul becco io ci metto questo coppitello di carta… Pare niente, questo coppitello ha la sua funzione… E già, perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e il più carico, non si disperde. Come pure, professo’, prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di colarla dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, piccolo segreto! In modo che, nel momento della colata qua, in pieno bollore, già si aromatizza per conto suo. Professo’ voi pure vi divertite qualche volta, perché, spesso, vi vedo fare al vostro balcone a fare la stessa funzione. E io pure. Anzi, siccome, come vi ho detto, mia moglie non collabora, me lo tosto da me… Pure voi, professo’? E fate bene… Perché, quella, poi, è la cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore… A manto di monaco… Color manto di monaco. È una grande soddisfazione ed evito pure di prendermi collera, perché se, per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete… ve scappa ‘a mano o’ piezz’ ‘e coppa, s’aunisce a chello ‘e sotto, se mmesca posa e ccafè… insomma, viene una zoza… siccome l’ho fatto con le mie mani e nun m’ ‘a pozzo piglia’ cu nisciuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso. Professo’, è passato. State servito? Grazie. (Beve) Caspita, chesto è cafè… è ciucculata. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina presa tranquillamente qui fuori… con un simpatico dirimpettaio…”

*Solo Eduardo poteva descrivere in un modo così poeticamente perfetto la semplice operazione di farsi una tazzina di caffè e per i napoletani è una bevanda sacra, irrinunciabile.

Il poeta ” Il cui nome fu scritto sull’acqua”

“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.

NAPOLI

“All’Autunno” di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.
E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo  Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.

Il poeta ” Il cui nome fu scritto sull’acqua”

“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.

“All’Autunno” di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.
E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo  Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.

John Keats, l’angelo del romanticismo inglese

John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821) è stato un poeta britannico, unanimemente considerato uno dei più significativi letterati del Romanticismo.Si dice che avesse ereditato dalla madre il bel viso, e dal padre la bassa statura, gli occhi castani e l’onestà.
Trascorse i primi anni di vita prevalentemente nella tenuta amministrata dal padre, fino a quando i genitori (che, essendo d’estrazione piuttosto modesta, non avevano le finanze per educarlo nei prestigiosi college, nell’estate del 1803 lo mandarono alla scuola privata del reverendo John Clarke. Qui respirò infatti un’atmosfera satura di letteratura, stimolata dal figlio del reverendo, Charles Cowden Clarke, un giovane di buona cultura e dal contagioso entusiasmo per la poesia che rimase legato a Keats da un saldo vincolo d’amicizia, anche una volta finito il corso. Dopo la morte del padre i fratelli Keats furono mandati a vivere dai nonni materni, John e Alice Jennings ma, dopo la morte del nonno, Alice nominò tutore dei bambini Richard Abbey, che amministrerà in modo disonestoil loro patrimonio, affossando le finanze dei fratelli. Il primo a pagarne le conseguenze fu ovviamente John, costretto a vivere in ristrettezze economiche fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1811 John Keats inizia i suoi studi come apprendista medico e farmacista, ma è proprio nel periodo degli studi al Guy’s Hospital che John, comincia a scrivere i suoi primi versi. Il 5 Maggio 1816 sull'”Examiner” compare la sua prima poesia pubblicata, il sonetto “O Solitude” così decise di abbandonare il Guy’s Hospital per dedicarsi completamente alla poesia, passione che lo divorerà sino alla sua prematura morte.  Nel frattempo, furono molti gli amici che Keats si attirò col fascino irresistibile della sua personalità, e con il suo brillante senso dell’amicizia: oltre al pittore Joseph Severn, cominciò anche l’intimità con Percy Bysshe Shelley, Charles Lamb, Horace Smith e William Hazlitt.In poco tempo Keats apprese pure come, per dare un impulso decisivo alla propria vocazione poetica, dovesse godere della stretta compagnia con tali uomini, affiancandola allo studio serio e metodico di William Shakespeare e William Wordsworth, sviluppando al contempo la parte più autentica e vitale di se stesso. Scrive l'”Iperone” e tutte le grandi odi che lo faranno entrare nella storia, fra le quali “To Psyche”, “On Melancholy”, “To a Nightingale” e “To Autumn”. Vive un lungo e fecondo periodo creativo, coronato dal fidanzamento, questa volta ufficiale, con Fanny Brawne. Nel febbraio 1820 si manifesta il primo serio attacco del male che, ventiseienne, l’avrebbe portato alla morte: la tubercolosi.Tra i due nacque una intensa passione, resa ancora più vivida e disperata dalle condizioni difficili in cui dovette svolgersi. Nonostante tutti i problemi che si abbatterono su Keats, fino all’ultimo, entrambi sperarono di potersi sposare. Sembra tuttavia che il loro rapporto non sia stato mai consumato e che lo struggimento per l’impossibilità di vivere pienamente il suo amore per Fanny sia stato tra le cause principali che deteriorarono la salute di Keats.  Gli attacchi sono gravi e prolungati, tanto che in estate il medico gli ordina di trasferirsi in Italia, sicuro che un clima più mite l’avrebbe aiutato. Morì di tubercolosi il 23 febbraio 1821, nel suo alloggio in piazza di Spagna, a soli venticinque anni; venne sepolto tre giorni dopo nel cimitero acattolico di Roma, presso la piramide di Caio Cestio. La sua poesia fu profondamente influenzata dagli eventi tragici che caratterizzarono la sua vita, quali la morte dei genitori e di suo fratello Tom, egli stesso era malato. Il poeta sentiva la morte incombere su di lui e trovò consolazione nella poesia e nell’arte, infatti, affermò di non poter “esistere senza la poesia” che considerava come “qualcosa di assoluto”, l’unico modo per sconfiggere la morte e vivere eternamente. Secondo Keats, la poesia nasce dal profondo dell’anima, supera la fugacità della vita e diventa immortale.

NAPOLI

Senza di te, testo poetico che esprime una devastante sensazione di dissoluzione, un senso di tristezza e di vuoto provocati dall’allontamento della donna amata, capace di stregare il poeta, di rapire la sua anima con una malia contro la quale la ragione nulla può.

“Senza di te”

Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.
In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.
Mi hai rapito via l’anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.
Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
Non posso respirare senza di te.

*Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo paragonò ad un angelo, venuto per breve tempo a cantare la bellezza sulla terra. E come dargli torto leggendo l’intensità romantica di questi versi. È una toccante dichiarazione d’amore che davvero toglie il fiato perché non posso respirare senza di te…

Il giorno degli Arcangeli

Michele, (in latino «Quis ut Deus?», “Chi è come Dio?”, che traduce Mîkhā’ēl; in greco antico: Μιχαήλ, letto Mikhaḗl; in latino Michaël; in arabo ميخائيل|, letto Mīkhā’īl) è un arcangelo nell’Ebraismo, nel Cristianesimo (tranne in quello avventista), e nell’Islam. Per la Chiesa cattolica, la solennità liturgica dei tre santi arcangeli ricorre il 29 settembre: in ordine, san Michele Arcangelo, san Gabriele Arcangelo, san Raffaele Arcangelo. Nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse di Giovanni, dopo la prima guerra in paradiso (menzionata in Ap 12:9, simmetrico a Genesi 3:20-24), l’arcangelo è protagonista nella seconda guerra terrena della donna (Maria, madre di Gesù Cristo) contro il drago.

NAPOLI

San Michele Arcangelo guida di nuovo alla vittoria la milizia celeste degli angeli di Dio contro Lucifero, che fu serafino e perciò fratello degli Arcangeli, e i suoi angeli (un terzo del totale), ribelli e apostati. Secondo la profezia, alla fine dei giorni, san Michele Arcangelo è destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran giudizio finale, quando, dopo aver ricapitolato ogni cosa in Cristo, il Regno dei Cieli verrà riconsegnato da Gesù Cristo a Dio Padre per l’eternità. L’Islam accetta come rivelazione la totalità di Antico e Nuovo Testamento. Il nome di Mīkāʾīl (ميخائيل), o Mīkīl (ﻣﻴﻜﻴﻞ), è citato nel testo sacro principale, il Corano, quale angelo di pari rango con Jibrīl (Gabriele), inviati da Allah a istruire il profeta Maometto, dettandogli il Corano.
Il culto dell’arcangelo Michele, il cui nome deriva dall’espressione ebraica Mi-ka-El che significa chi è come Dio e impropriamente ma tradizionalmente equiparato ad un santo, ha origine antichissima. La sua figura radiosa di eroe che combatte il Male discende, secondo alcuni studiosi, dai culti pagani che si svolgevano nell’equinozio autunnale: il babilonese Marduk, poi trasposto in Mitra, dio Sole, analogo al greco Hermes, Mercurio per i latini. Agli albori del Cristianesimo, dall’oriente bizantino il culto dell’Arcangelo si diffuse e si sviluppò nelle regioni mediterranee in particolare in Italia.  L’imperatore Costantino, a partire dal 313 d.C., tributa particolare devozione all’arcangelo con la costruzione a Costantinopoli di un’imponente basilica. Nel tempo il culto di San Michele non si è mai fermato, ha attraversato tutto il mondo occidentale con la cosiddetta Linea sacra dell’Angelo, o anche Strada dell’Angelo, una linea retta perfetta e inspiegabile, un tracciato fisico e ideale dei luoghi noti per le sue apparizioni, dove poi sono sorti imponenti santuari. La linea comincia in Irlanda, su un’isola deserta, dove l’Arcangelo Michele sarebbe apparso a San Patrizio, passa poi in Inghilterra, a St. Michael’s Mount, un isolotto della Cornovaglia dove San Michele avrebbe parlato a un gruppo di pescatori. Prosegue poi in Francia a Mont Saint Michel, in Italia in Piemonte, Val di Susa, in Puglia, con la Sacra di San Michele nel Gargano, in Grecia, sull’isola di Symi, per finire in Israele al Monastero del Monte Carmelo.
Leggenda vuole che la linea sia stata tracciata dalla spada di San Michele nel corso della sua battaglia contro Satana. L’arcangelo Michele in Italia è protettore della Polizia di Stato e il suo culto è diffuso in innumerevoli città e paesi.

ARCANGELO

Arcangelo dal fiero sguardo,
possa la tua anima potente
vegliare sul mondo in bilico.
Sguaina la tua spada di luce
e combatti gli odiati nemici.
Oh, angelo bello come il sole!
Luminoso come la nuova alba
che attendiamo da tempo.
Apri le tue magnifiche ali e coprici!

Imma Paradiso

Opera

L’amore, fatto con amore và al di là del mero atto fisico può diventare un idillio che tocca la trascendenza perfetta di un’opera d’arte.

La tua bocca crea note sublimi
mentre percorre sentieri
che non ti stanchi di esplorare.
Vibro a quel tocco
e la musica assurge a vette
di sublime armonia,
si spezza l’urlo soffocato
potente assolo,
mentre va componendosi
l’Opera di perfetta seduzione
che la tua maestrìa
non si stanca di comporre.

Imma Paradiso

Il Decadentismo in Italia, Giovanni Pascoli

Il Decadentismo è un movimento letterario molto importante della seconda metà dell’Ottocento. Décadent è un termine francese, usato in Francia in quei tempi per definire, in senso dispregiativo, gli artisti che vivevano in modo scandaloso, fra droghe ed altri eccessi. Successivamente, precisamente nel 1886, viene fondata una rivista proprio da questi letterati scandalosi che, in modo provocatorio, scelgono di intitolarla «Le Décadent». Da qui il termine Decadentismo si userà per indicare la decadenza della società che non ha più veri valori e che li sta deludendo così tanto. Insomma, una partita agguerrita fra Società Borghese contro Artisti Ribelli. Dalla Francia, tanto il termine come il movimento si diffondono in tutta Europa. In Italia, poi, questo movimento viene a coincidere con il periodo Risorgimentale e dell’Unità italiana. Dal Decadentismo si diramano altri sottogruppi tra cui il Simbolismo a cui aderisce Giovanni Pascoli. In Francia i primi poeti simbolisti sono quelli che vengono chiamati “Poeti Maledetti”, cioè artisti che fanno uso di droghe, che sono omosessuali, la cui poesia è scandalosa e difficile. I versi di questi artisti cercano di spiegare i tormenti dell’anima e dei sensi attraverso l’analogia e cercando appunto un confronto fra le emozioni interne e la natura che è fuori. Giovanni Pascoli si inserisce in questo movimento in modo più pacato: non conduce una vita sfrenata, tutt’altro! Il suo Simbolismo cerca nella natura un simbolo dell’infanzia perduta: la figura principale della sua poesia è il nido e la sua poetica è definita “del fanciullino”. Pascoli intende con questo il modo in cui il poeta dovrebbe guardare il mondo, come un bambino appunto che per la prima volta si sorprende davanti alle bellezze del mondo naturale. Quelli che si avvicinano di più ai Maledetti sono gli Scapigliati, e questi possono essere considerati in effetti una sorta di “maledetti” italiani. Il movimento della Scapigliatura ha il suo centro soprattutto a Milano o comunque in Lombardia. La loro poesia parla di tutto ciò che di crudo e violento c’è nell’esistenza, e in effetti vivono anche loro al limite della società, fra droga ed eccessi, il Crepuscolarismo invece, prendendo dai Poeti Maledetti soprattutto le tematiche di Paul Verlaine, optano per degli argomenti più pacati. Questi poeti cercano un posto nel mondo in cui rifugiarsi e i posti in cui trovare una pace dell’anima sono soprattutto luoghi familiari e domestici.

NAPOLI

Giovanni Pascoli pensava che la realtà mascherasse sempre un’essenza segreta che non poteva essere svelata con sistemi scientifici. Per questo aveva un rapporto con la vita e il mondo turbolento e ansioso, caratterizzato dalla continua ricerca del mistero. Il “nido” domestico costituisce uno dei simboli più importanti dell’opera del nostro poeta. Tutto ciò che era esterno al nido adorato era da lui considerato pericolo: decise quindi di vivere con le sorelle, alle quali era legato da un morboso rapporto di amore/gelosia. Il nido si presenta anche nella forma della culla, il nido è il grembo materno, ciò che sta prima della vita e prima della morte, in quella condizione limbica in cui il mondo è completamente abolito e di conseguenza la paura non esiste. Il nido è insomma figura dell’”incapacità di vivere”. Pascoli attraverso questa immagine esprime la sua paura del mondo, della vita e degli uomini. Il concetto fondamentale della poesia pascoliana consiste nel concetto secondo cui in ogni uomo vive un “fanciullino musico” che solo il poeta riesce ad ascoltare una volta raggiunta l’età adulta, quando negli altri uomini prevale la voce della ragione.Il poeta è un fanciullino, un sensitivo, un veggente capace di entrare in rapporto con il mistero profondo delle cose.

Lavandare è un madrigale, scritto nel 1891, tratto dalla raccolta poetica Myricae. La lirica descrive le sensazioni del poeta che, mentre i campi sono avvolti dalla nebbia, sente in lontananza i suoni provenienti dal lavatoio e i lunghi canti delle lavandaie. Nella prima strofa viene descritto un campo immerso nella nebbia su cui spicca un aratro abbandonato. Nella terza strofa viene riportata la canzone cantata dalle lavandaie che parla di una giovane donna abbandonata dall’innamorato e che è rimasta sola come l’aratro in mezzo al campo. La lirica è quindi circolare: si apre e si chiude con l’immagine- simbolo dell’aratro abbandonato che rappresenta la solitudine. Questa scena descritta nella poesia serve proprio a trasmettere la sensazione di abbandono e malinconia che rinvia proprio al poeta stesso: egli si sente abbandonato dai suoi cari perché è rimasto orfano del padre e la sua vita è stata funestata da una serie di lutti. Il paesaggio diventa quindi un simbolo per raccontare il proprio stato d’animo.

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.

*Quando partisti, come son rimasta! Come l’aratro in mezzo alla maggese. Meravigliosa, struggente metafora! Quanti di noi ci ritroviamo nella visione della vita amara e decadente di Pascoli. Tutti ci portiamo sulle spalle il nostro fardello di amarezze e solitudini e in un certo modo ci aggrappiamo alle certezze dei nostri nidi per trovare un barlume di coraggio e sicurezza.

Il Decadentismo e l’epoca dei “poeti maledetti”

L’espressione poeta maledetto (in francese poète maudit) qualifica in generale un poeta (ma anche un musicista, o artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore. Fu Paul Verlaine ad attribuire a se stesso l’appellativo di maledetto, e sebbene, in origine, designasse gli amici di Verlaine,esso avvolge in un alone indefinibile autori di epoche diverse come Cecco Angiolieri, François Villon,così come artisti attivi in campi diversi da quello unicamente poetico, ad esempio il pittore Vincent van Gogh e il cantante Jim Morrison. Figura tragica spinta agli estremi, sprofondata non di rado nella demenza, l’immagine del poète maudit costituisce il vertice insuperabile del pensiero romantico e decadente. Esso domina una concezione della poesia caratteristica della seconda metà del XIX secolo. In Italia, sull’onda del mito romantico del reprobo, definito anche Maledettismo, viene a svilupparsi la Scapigliatura. Nell’ambito del Decadentismo, vi è una specifica linea di sviluppo che va sotto il nome di Simbolismo. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il Simbolismo diventa un orientamento letterario sempre più consapevole e deciso, fino a costituire il fondamento stesso di questo linguaggio. Uno stato d’animo diffuso, un senso di disfacimento, l’idea di un crollo, di un imminente cataclisma epocale, un voluttuoso compiacimento autodistruttivo. Ogni forma visibile è un simbolo di qualcosa di più profondo che sta al di là di essa e si collega con infinite altre dimensioni.

NAPOLI

Il termine “decadente”, usato per la prima volta in Francia nel 1880, è un’espressione originariamente associata al gruppo di poeti considerati gli “eredi” di Charles Baudelaire, i quali sentono l’ebbrezza della rovina e la coscienza del tramonto: Stephane Mallarmé, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. La poesia pura diventa un’arte pura, alle immagini nitide e distinte si sostituisce l’impreciso, il vago, l’indefinito, che, solo, è capace di evocare sensi ulteriori e misteriosi. I poeti maledetti è il titolo che Paul Verlaine diede alla sua opera uscita nella sua prima edizione nel 1884 e comprendente alcune tra le migliori opere di Tristan Corbière, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé.A Verlaine va riconosciuto senz’altro il grande merito grazie a quest’opera di aver reso celebri autori, che altrimenti sarebbero senz’altro rimaste figure sconosciute.Verlaine stesso spiega che per “poeti maledetti”, intende “poeti assoluti”, “assoluti per l’immaginazione, assoluti nell’espressione”. Con questo aggettivo si denota la tendenza di molti intellettuali a profanare i valori e le convenzioni della società borghese e a scegliere deliberatamente, come gesto di supremo rifiuto, il male e l’abiezione. L’artista diventa colui che sceglie la via dell’autoannientamento per discostarsi dai valori di una società che non lo comprende, si compiace dunque di una vita misera caratterizzata dal vizio della carne, le sregolatezze e dall’abuso di alcool e droghe. Ragione e scienza non sono in grado di fornire la chiave della conoscenza del reale poiché la sua essenza è al di là delle cose, immersa nel mistero e nell’ignoto. Unico tramite cui abbandonarsi e lasciarsi trasportare verso l’ineffabile è l’inconscio. Strumenti privilegiati per cogliere l’essenza segreta della realtà diventano gli stati di alterazione: la follia, il delirio, l’incubo o l’allucinazione. Anche artificialmente provocati attraverso l’uso di alcool, assenzio e oppio, questi stati – che sfuggono al controllo della ragione – aprono a dimensioni e prospettive nuove che permettono di cogliere, sebbene confusamente, il mistero insito nel visibile. Malattia e morte sono, ancora, due altri temi decadenti: la morte come rovesciamento dell’opposta pulsione vitale verso il fascino dell’abisso; la malattia come momento di crisi profonda di un certo momento storico e, insieme, come condizione privilegiata che segna un distacco sprezzante verso «la massa».

Uno dei più grandi esponenti del decadentismo francese e sicuramente Charles Baudelaire .La prima edizione de I fiori del male – la raccolta che ancora oggi è considerata un capolavoro – viene pubblicata nel 1857, e lo scandalo è talmente grande che il poeta deve sottoporsi a un processo per immoralità. La seconda edizione compare con alcune aggiunte nel 1861, e una terza, postuma, esce nel 1868, con al suo interno anche le poesie che l’autore aveva inizialmente escluso dalla raccolta.
Nella raccolta sono presenti quattro poesie intitolate Spleen, termine inglese che indica una forma malinconica e dolorosa di noia, di cui è vittima il poeta. Questo sentimento può prendere forme diverse, legate a differenti luoghi chiusi, quali tombe e prigioni.

In questo componimento, il quarto, la terra, che si trasforma in una caverna, diventa la cella del poeta, che non riesce in nessun modo ad evadere, le immagini sono brutali, angoscianti, concepite come durante un’allucinazione. Un lessico per lo più realista subisce una radicale trasfigurazione, di modo da trasmettere una generale sensazione di oppressione e soffocamento.

«Quando la terra si muta in umida spelonca»

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a una lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

*Il Decadentismo, una corrente di pensiero che non portata a livelli estremi è comprensibile anche per i nostri tempi così difficili che rispecchiano un po’ quell’atmosfera di delusione e oscurantismo. Tanti sentono una sorte di fallimento in tutto ciò che promette speranza e ottimismo. Come i “poeti maledetti” spesso ci rifugiamo anche noi nei nostri paradisi artificiali che non sempre sono alcol e droga ma altrettanto nocivi.

Dono d’amore

Amare, solo amare, amare ed essere amati. Solo questo conta davvero in questa vita.

Ho chiesto al sole
” Cosa è necessario in questa vita?”
L’ho chiesto alle nuvole
sfuggenti e ballerine.
Gli uccelli, già dal primo mattino,
allietano con i gioiosi canti
tutto l’azzurro intorno
e i fiori aprono le corolle
alla luce che irrompe.
Ecco la vita
ecco l’inizio
ho interrogato il cielo
e tutto mi ha risposto
in una sinfonia d’amore.
Amare, solo amare,
amare ed essere amati.
Basta aprire gli occhi
e ti accorgerai che
è tutto un dono
fatto per amore.

Imma Paradiso

NAPOLI

“Chanson d’automne ” i lunghi singhiozzi dei violini d’autunno…

“Chanson d’automne ” (“Canzone d’autunno”) è una poesia di Paul Verlaine (1844–1896), uno dei più conosciuti in lingua francese . È incluso nella prima raccolta di Verlaine, Poèmes saturniens , pubblicata nel 1866 (vedi 1866 in poesia ). La poesia fa parte della sezione “Paysages tristes” (“Paesaggi tristi”) della raccolta. Nella seconda guerra mondiale i versi del poema furono usati per inviare messaggi dallo Special Operations Executive (SOE) alla Resistenza francese sui tempi dell’imminente invasione della Normandia . Il poema molto musicale dà l’effetto monotono di un violino. All’età di 22 anni, Verlaine usa il simbolismo dell’autunno nella poesia per descrivere una triste visione dell’invecchiamento. In preparazione per l’operazione Overlord , Radio Londres della BBC aveva segnalato alla Resistenza francese con i versi di apertura del poema di Verlaine del 1866 “Chanson d’Automne” che dovevano indicare l’inizio delle operazioni del D-Day sotto il comando delle Operazioni speciali Esecutivo.

NAPOLI

Canzone d’autunno

I lunghi singhiozzi
Dei violini
Dell’autunno
Feriscono il mio cuore
Di un languore
Monotono.

Tutto soffocante
E livido, quando
Suona l’ora,
Mi ricordo
Dei giorni vecchi
E piango

Ed io me ne vado
Per il vento malvagio
Che mi porta
Di qua, di là,
Simile alla
Foglia morta.

Chanson d’automne
Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon coeur
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Paul Verlaine

  • Ed io me ne vado di qua e di là,simile ad una foglia morta. Versi e metafore struggenti. Una poesia particolare,con una storia singolare, di tempi tristi dove l’autunno è sinonimo di morte, di perdita. Temi ricorrenti per i poeti decadenti, con la loro visione noir della vita.

Verlaine, il poeta Maledetto.

Paul-Marie Verlaine ( Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) è stato un poeta francese. Figura del poeta maledetto, Verlaine viene riconosciuto come il maestro dei giovani poeti del suo tempo.  È stato un esponente del Simbolismo francese e del Decadentismo europeo. Poeti come Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé e, appunto, Verlaine, indagavano l’ignoto scrutando nell’intima essenza delle cose, riuscendo a scoprire realtà nascoste agli uomini comuni. Erano dunque rappresentanti privilegiati dell’umanità che allo stesso tempo, però, non venivano compresi finendo per incarnare la figura dei poeti maledetti. È Rimbaud a parlare del poeta come un vero e proprio veggente capace di vedere oltre la realtà, al fine di comprendere l’abisso dell’ignoto, l’artista doveva infatti perseguire in prima persona lo sregolamento dei sensi, passando attraverso ogni forma d’amore, di eccesso, di sofferenza, di follia. Compì gli studi al liceo Bonaparte di Parigi; impiegatosi al Comune di Parigi, cominciò a frequentare gli ambienti letterari e pubblicò i Poèmes saturniens, dov’è sensibile l’influsso parnassiano, le Fêtes galantes (1869), più libere e fantasiose, e La bonne chanson (1870), raccolta di rime d’amore, rivolte alla fidanzata, Mathilde Manté, che sposò nel 1870, e da cui ebbe un figlio. Ebbe una relazione con A. Rimbaud, col quale fuggì da Parigi e dalla Francia, in completa rottura con la moglie; ma presto cominciarono i dissapori tra i due poeti, e Verlaine., ubriaco, sparò due colpi di rivoltella contro l’amico, riportandone (1873) una condanna, scontata in Belgio, a due anni di prigione durante i quali convertì alla religione. Nonostante una seconda avventura (con un giovane, L. Létinois), proseguì nella sua lirica, venata di pentimenti religiosi, turbata da morbosità decadentistiche, in uno stile che esprime le più segrete e remote vibrazioni dell’anima: Parallèlement (1889), Bonheur (1891), Liturgies intimes (1892). Dopo un periodo di vagabondaggi e di miserie, si stabilì definitivamente a Parigi, godendo solo negli ultimi due anni di un generale riconoscimento come principe dei poeti. Dei suoi scritti in prosa, Les poètes maudits (1884) ebbero una grande eco nella critica militante;

Noi saremo  è una delle poesie più celebri del poeta francese Paul Verlaine, contenuta nella raccolta La Bonne Chanson (1870). Verlaine,  è oggi riconosciuto come uno dei maggiori poeti della letteratura francese. Lo stile crepuscolare delle sue poesie ha fatto sì che la sua opera venisse spesso accostata a quella dei pittori impressionisti. Fu Verlaine stesso a coniare l’espressione di Poètes maudits (poeti maledetti, Ndr) per descrivere se stesso e la sua cerchia di amici artisti che, come lui, respingevano le regole della società e conducevano uno stile di vita provocatorio. Nous serons è una profonda dichiarazione d’amore che il poeta scrisse per la moglie Mathilde Mauté, sua fresca sposa. L’autore in questi versi descrive un amore duraturo capace di resistere alle intemperie della vita e sembra voler consolare la propria sposa, giurandole eterna fedeltà.
Verlaine pare legittimare l’esistenza del suo amore, opponendo la forza di un sentimento puro a un mondo che sempre più spesso respinge, giudica e invidia senza alcuna nobiltà d’animo. La lirica è densa di immagini metaforiche che evocano sensazioni rasserenanti e consolatorie: l’amore avvolge gli amanti come un bosco dalle ampie fronde, i loro cuori cinguettano all’unisono e la loro reciproca fedeltà ricopre i loro corpi come una dura corazza.
Alla crudezza del mondo esterno i due amanti oppongono il sorriso; nulla sembra poter scalfire la sintonia quasi paradisiaca tra due anime. Erroneamente tuttavia spesso i lettori associano questa poesia ad Arthur Rimbaud, grande e folle amore di Verlaine.

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

  • Vero? Anafora che si ripete quasi a autoconvincersi dei suoi stessi pensieri. Versi d’amore gioiosi e idealizzati, in quanto il poeta aveva un’idea molto libera dell’amore. Infatti  scappò poi con Rimbaud, vivendo varie passioni in una continua, costante ricerca di emozioni nello stile eccessivo e sregolato dei poeti maledetti ma scrivendo versi meravigliosi.

La cena

Cosa c’è di meglio per festeggiare l’equinozio d’autunno di una bella cena romantica in giardino? 🍁🍂🍄💓🍁🍂💓🍄

Ho preparato un tavolo,
nell’angolo più bello
del mio giardino.
Al centro, un candelabro
rischiarerà le prime
ombre della sera e i
colori dell’autunno
faranno da cornice
alla nostra cena.
E guardandoci
negli occhi e
bevendo vino,
ruberemo un bacio.
E mentre lasci la
forchetta per
accarezzarmi la mano
tremanti già
pensiamo alla
notte che ci aspetta.

Imma Paradiso


Sergey Sviridov – gardens