GIORNO DELLA MEMORIA – Per non dimenticare: “Aprile” di Anna Frank

GIORNO DELLA MEMORIAProva anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.
Anna Frank

Più di un milione di bambini e adolescenti ebrei morirono durante l’Olocausto: Anna Frank fu una di loro. Anna era nata a Francoforte, in Germania, il 12 giugno 1929, da Otto e Edith Frank i quali le avevano dato il nome di Annelies Marie Frank. Durante i primi cinque anni di vita, Anna visse con i suoi genitori e con la sorella maggiore, Margot, in un appartamento alla periferia di Francoforte. Dopo la presa del potere da parte dei Nazisti nel 1933, Otto Frank fuggì ad Amsterdam, in Olanda, dove aveva dei contatti di lavoro. Il resto della famiglila lo seguì qualche tempo dopo e Anna fu in effetti l’ultima a trasferirsi, nel febbraio 1934, dopo aver vissuto per un certo periodo con i nonni, ad Aachen. La Germania occupò Amsterdam nel maggio del 1940 e nel luglio del 1942 le autorità tedesche e i loro collaboratori olandesi cominciarono a rastrellare gli Ebrei in tutto il paese, concentrandoli poi a Westerbork, un campo di transito vicino alla città olandese di Assen, non molto lontano dal confine con la Germania. Da Westerbork, i Tedeschi deportarono poi gli Ebrei nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau e di Sobibor, che si trovavano nella Polonia occupata. Verso la metà di luglio, Anna e la sua famiglia decisero di nascondersi in un appartamento segreto, dove si sarebbero poi rifugiati anche altri quattro Ebrei olandesi: Hermann, Auguste e Peter van Pels, e Fritz Pfeffer. Per due anni vissero tutti insieme in quell’appartamento, che era stato ricavato dietro l’ufficio dell’azienda di famiglia, al 263 di Prinsengracht e al quale Anna si riferisce nel suo diario appunto come all’Alloggio Segreto. Gli amici e i colleghi di Otto Frank – Johannes Kleiman, Victor Kugler, Jan Gies, and Miep Gies – prima li aiutarono a preparare il nascondiglio, poi continuarono regolarmente a portare loro cibo e vestiario, rischiando la propria vita nel caso fossero stati scoperti. Il 4 agosto 1944 la Gestapo (la Polizia Segreta di Stato tedesca) trovò il nascondiglio, dopo essere stata informata da una soffiata anonima.

Excerpt from Anne Frank's diary, October 10, 1942: "This is a photograph of me as I wish I looked all the time. [LCID: 78355]

Un passo del diario di Anna Frank, datato 10 ottobre 1942: “Questa fotografia mi ritrae come vorrei apparire sempre.

Un passo del diario di Anna Frank, datato 10 ottobre 1942: “Questa fotografia mi ritrae come vorrei apparire sempre. Se fossi così, potrei avere ancora qualche speranza di andare a Hollywood. Ho paura, però, di avere un aspetto decisamente diverso, adesso.” Amsterdam, Olanda.

Quello stesso giorno, agenti della Gestapo, insieme al sergente delle SS Karl Silberbauer e a due collaboratori della polizia olandese, arrestarono i Frank. L’8 agosto, la Gestapo dispose il loro trasferimento a Westerbork. Un mese più tardi, nel settembre del 1944, le SS e le autorità di polizia caricarono i Frank e gli altri quattro occupanti dell’appartamento su un treno diretto da Westerbork ad Auschwitz, il complesso di campi di concentramento all’interno della Polonia occupata. Anna e la sorella Margot vennero selezionate per i lavori forzati, grazie alla loro giovane età, e trasferite alla fine di ottobre del 1944 a Bergen-Belsen, vicino alla città di Celle, nel nord della Germania. Entrambe le sorelle morirono di tifo nel marzo del 1945, poche settimane prima che, il 15 aprilele truppe inglesi liberassero Bergen-Belsen. Gli ufficiali delle SS selezionarono per i lavori forzati anche i genitori di Anna: la madre Edith morì ad Auschwitz all’inizio di gennaio del 1945. Solo il padre Otto sopravvisse alla guerra e venne liberato dalle forze sovietiche il 27 gennaio 1945, mentre si trovava ancora ad Auschwitz.

Durante il periodo in cui rimase nascosta, Anna tenne un diario nel quale riportò le sue paure, le sue speranze e le sue esperienze di adolescente. Ritrovato nell’appartamento segreto dopo l’arresto della famiglia, il diario venne conservato per Anna da Miep Gies, una delle persone che avevano aiutato i Frank a nascondersi. Il diario venne pubblicato dopo la guerra e tradotto in diverse lingue; esso viene tuttora usato in migliaia di scuole medie e scuole superiori in tutta Europa, così come in NordAmerica e in America Latina. Anna Frank è diventata il simbolo di tutte le promesse e le speranze che andarono perdute con la morte dei bambini e dei ragazzi trucidati durante l’Olocausto. [ Enciclopedia dell’Olocausto]

“Del mio tentativo di far sposare Renzo e Lucia” di Gabriele Andreani

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Racconto che si muove su un impianto costruttivo che racchiude una storia nella storia,  dove leit motiv è rappresentato da una sottile ironia  che lega una trama intessuta in un immaginario dialogo tra il lettore/narratore e i protagonisti del celebre romanzo del Manzoni. Lo stile narrativo è ineccepibile e la padronanza lessicale e sintattica rendono il brano un esempio brillante di prosa moderna e rigorosamente strutturata.[Maria Rosaria Teni]

9788817097413_1_536_0_75La cena era stata pantagruelica e il vino aveva fatto affari d’oro con la mia gola. Per non ingolfare ulteriormente il mio cervello di liquori, barcollai a mezz’aria in direzione della saletta all’ingresso, presi un libro dallo scaffale, inforcai gli occhiali e diedi un’occhiata al titolo stampato in rosso sulla copertina: I Promessi Sposi. Poi, mentre gli amici eruttavano grasse risate, sprofondai nella poltrona, accanto a un raggio di luna. Aprii il romanzo e lessi un periodo a caso: Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo, non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v’andò, con la lieta furia di un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama…[1]

Andai avanti nella lettura fino al punto in cui Don Abbondio dice a Renzo che il matrimonio non verrà celebrato per alcune formalità che devono essere ancora adempiute.

Sentendo il giovanotto sospirare, decisi di offrirgli il mio aiuto. Balzai come in sogno a pagina trentaquattro e mi sedetti su una virgola, accanto a un ma.

«Salve» dissi.

«Voi chi siete? Da dove siete entrato?» gracchiò don Abbondio, guardandomi con sospetto, mentre Renzo, pallido di rabbia, andava avanti e indietro per la canonica.

«Sono il Lettore» dissi. «Sono entrato da una nota a piè di pagina.»

«Uscite dalla mia casa!» gridò il curato, agitando la mano.

«Me ne andrò solo quando avrò ottenuto soddisfazione.»

«Che?»

«Quando sposerete questo bravo ragazzo.»

«È del mio matrimonio che state parlando, signore?» chiese Renzo, andandosi a sedere sul ma.

Sorrisi e feci segno di sì.

«Non voglio che questo tizio s’impicci dei miei imbrogli!» tuonò don Abbondio.

Mi prudevano le mani. Sentii il desiderio di strappargli il folto pizzo.

«Ecco, vedete» disse il giovane, rivolto al curato, «magari è il caso di ascoltare l’opinione del Lettore.»

Don Abbondio si aggrappò a una sponda del latinorum e un istante dopo lasciò la canonica. Perpetua lo trovò accartocciato sotto un impedimento, con il respiro pesante e un’espressione turbata.

Poiché battevo i pugni nell’aria, Renzo mi chiese perché provassi così tanta rabbia. In fondo, il turlupinato era lui, mormorò quasi piangendo.

«Rinviare al giorno del poi e all’anno del mai un matrimonio che aspetta solo di essere celebrato» dissi «è una cosa che mi fa uscire dai gangheri. Se non fossi il Lettore, se potessi apportare delle annotazioni al testo e inserire delle pagine, aggiungerei elementi sufficienti per ridurre don Abbondio allo stato laicale. Cristo Santo, come si fa a impedire a un onesto filatore di seta di crearsi una famiglia?»

«Già, come si fa?» domandò Renzo rivolgendosi alla caricatura del curato affissa alla parete, opera di Grignapoco[2] da Bergamo.

«Mi è venuta un’idea!» esclamai. Tirai fuori da una tasca lo smartphone e composi il numero di don Euro, il sacerdote che mi aveva sposato una decina d’anni prima e con il quale, sebbene il mio matrimonio fosse andato a pezzi, ero rimasto in buoni rapporti.

«Cos’è quel coso?» chiese il filatore di seta, strabuzzando gli occhi, mentre una voce raffreddata sospirava: «Pronto, pronto…»

Spiegai la situazione a don Euro, pregandolo di raggiungermi prima di sera in cima alla collina che sorge sulle rive del ramo meridionale del lago di Como.

Rispose che non era in grado di alzarsi dal letto. Aveva il Covid-19. Tuttavia, non c’era da preoccuparsi, almeno per il momento.

Gli feci gli auguri di pronta guarigione e chiusi la conversazione. Renzo continuava a guardare lo smartphone con gli occhi più grandi delle orbite. Glielo mostrai e ne spiegai le numerose funzionalità, compresa l’APP-IMMUNI creata per combattere l’epidemia di Yersinia Pestis, il batterio responsabile della peste manzoniana.

«Che te ne pare?» chiesi.

Renzo non rispose subito. Poi disse:

«In verità, da povero figliolo che opinione posso avere di un’appendice dell’orecchio di cui nessuno qui da noi, neppure Padre Cristoforo, ha mai sentito parlare?»

«Già» feci io. «È un prodotto dell’evoluzione o, per essere più precisi, dell’educazione moderna. Chi ne abusa, e sono davvero in tanti, non si gode il sole, non sa di che colore siano i fiori, crede che il Libro sia una stella morta.»

«E ora che accadrà?» domandò Renzo, appoggiando la testa su un punto interrogativo.

«A essere sinceri non lo so» dissi. «Dammi un paio d’ore. Cercherò di convincere il curato a cambiare idea. Ora vai a casa e tappati la bocca. Ci vedremo a pranzo alla locanda di Gorgonzola.»

«Stai cercando di smaltire la sbronza leggendo I Promessi Sposi?» mi chiese Gilberto, abbassando lo sguardo sul libro. Gilberto aveva gli stessi anni di Renzo, anche se ne dimostrava di meno. Era in procinto di sposarsi. Clara, la futura moglie, non la conoscevo, Gilberto non me l’aveva ancora presentata. Quella sera, alla Luna Piena aveva riunito gli amici per festeggiare l’addio al celibato.

«Lo sapevi che don Euro ha il Covid-19?» dissi.

Gilberto impallidì di colpo. «Ah, che disgrazia! Il matrimonio è fra tre giorni. E adesso chi lo sente Gastone, mio suocero. Lui, da buon comunista, aveva insistito per un matrimonio civile.»

«Calma, calma» dissi. «Se don Euro non ti ha detto niente, avrà i suoi buoni motivi. Se non sarà lui a celebrare il matrimonio, lo farà il prete di un’altra parrocchia. Il Padre Provinciale sistemerà ogni cosa. Andrà tutto bene.»

Gilberto sorrise e tornò a sedersi a capotavola.

Io che avrei riferito a Renzo? Mezz’ora se n’era già andata e non avevo concluso ancora nulla.

Aprii di nuovo il libro e, dopo un attimo di smarrimento, entrai nella canonica di Don Abbondio. Lo trovai uggiolante su una sedia. Perpetua, con un gran cavolo sotto il braccio, lo guardava con occhi torvi.

Appena il curato s’avvide della mia presenza, pregò la zitella di accompagnarmi alla porta. Quando Perpetua avanzò verso di me, l’afferrai per la cuffia e gridai: «Attenta vecchia, un altro passo e ti strozzo!» Con mia sorpresa, lei mi mollò un ceffone, andò alla porta, si girò e disse: «Fuori!»

«Aspetti» dissi mentre mi passavo una mano sulla faccia. «Giungo a un accordo con il Don e me ne vado. Sarà questione di minuti.»

«Il tempo che questo cavolo venga tolto dalle fiamme del fornello» fece lei dalla soglia, pestando i piedi.

Mi avvicinai al curato e lo guardai negli occhi. Don Abbondio sfuggiva il mio sguardo.

Domandai: «Perché questo matrimonio non s’ha da fare

«Vi siete introdotto come un ladro nella mia canonica a pagina trentaquattro, non avete letto le precedenti pagine?»

«No» dissi «le ho saltate.»

«Ma non le avete almeno sfogliate quando andavate a scuola?»

«A scuola ero un somaro.»

«Quindi non sapete nulla delle minacce che ho ricevuto stamattina da due gaglioffi al soldo del diavolo?»

Scossi la testa.

«E allora fatemi il piacere, tornatevene alla vostra cena e lasciatemi in pace. Perché volete intromettervi in questa faccenda?»

«Lei è un prete davvero strano e per certi versi anche buffo» dissi. «Un giovanotto, che lei conosce come le sue tasche, le viene a chiedere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa e lei gli risponde che è stato un suo sbaglio fissare per quel giorno la data del matrimonio. Un servitore di Dio, se pensa di fare la cosa giusta, non si tira mai indietro. Mantiene la parola data. Qualcuno, contrario alle nozze, l’ha minacciata? Che ridicolaggine! Ha mai sentito parlare di Giorgio Gennaro, di Pino Puglisi e di Peppe Diana?[3]»

«No, mai. Chi sono costoro?»

«Sacerdoti che, in nome del Vangelo, sfidarono malavitosi molto potenti.»

«E che ne è stato di loro?»

Il mio viso si rannuvolò. «I loro corpi furono ritrovati coperti di piombo.»

A quelle parole, il curato sobbalzò dalla sedia.

«Sposi Renzo e Lucia e mandi al diavolo chi ha osato minacciarla» continuai. «Nostro Signore fa il tifo per lei.»

Parlai per quasi tre quarti d’ora. Quando tacqui, Don Abbondio si alzò e andò a controllare che il cavolo fosse pronto per essere servito a tavola.

Scuro in volto, uscii dalla canonica e mi avviai lungo il sentiero per Gorgonzola. Quando arrivai alla locanda, Renzo era seduto in fondo della tavola, vicino all’’uscio. Alla sua sinistra un pesciaiolo se ne stava abbandonato sulla seggiola tracannando un boccale di vino. A destra, il barrocciaio del paese si stava mettendo in tasca delle molliche di pane nero. Accanto al bancone, un cagnuccio affondava i denti negli avanzi di una beccaccia.

Non dissi nulla a Renzo del mio fallimento, non ce ne fu bisogno, la mia faccia era un libro aperto. Quando vi lesse questo periodo:

Don Abbondio ordinò a Perpetua di mettere la stanga all’uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre

Il giovane scoppiò in un’amara risata.

«Sant’Iddio, ti vuoi svegliare!» esclamò Gilberto chinandosi a terra per raccogliere il libro capovolto.

Quando aprii gli occhi, il locale era quasi vuoto. Un cameriere stava riordinando i tavoli.

«Ti accompagno a casa» disse Gilberto.

«No, preferirei che lo facesse Renzo.»

«Renzo chi?»

In un lampo realizzai che non mi avrebbe potuto capire. «Andiamo» balbettai.

Nella stanza da letto, mentre mi sbottonavo la camicia, decisi di fare un altro tentativo.

Forte di quel convincimento, mi recai in soffitta e aprii una scatola odorante di muffa. Un’edizione del 1953 dei Promessi Sposi, rinvenuta sotto vecchie riviste, m’illuminò gli occhi. La presi e scesi di sotto. In cucina mi versai una mezzetta di vino in un boccale, poi mi sedetti in soggiorno, accanto alla finestra.

Incurante delle ore che passavano, della fame e degli squilli del telefono, lessi il libro fino alla fine, andando alla ricerca del passo in cui sarei potuto intervenire. Ma non ce ne fu bisogno. La talentuosa penna di Don Lisander[4], indagando i cuori dei personaggi e dando a ciascuno secondo il merito delle proprie azioni, aveva già provveduto a fare giustizia, assicurando la felicità ai due giovani.

Quando mi alzai dalla poltrona era giorno pieno. Mentre mi sgranchivo le gambe, sentii suonare alla porta. Raccolsi tutte le mie forze e andai ad aprire. Il postino mi consegnò una lettera proveniente da Pescarenico. Così diceva lo scritto:

Lettore,

mai scorderò quanto avete fatto per me. Anche se il vostro tentativo non è andato a buon fine, il fatto stesso che vi siete ingegnato affinchè il matrimonio avesse luogo fa di voi un galantuomo.

Fra poco andrò da don Abbondio a prendere i concerti per lo sposalizio. Oggi stesso Lucia e io saliremo all’altare. Non udite suonare a festa le campane?

Prima di congedarmi, v’ho da dire un’ultima cosa, la più importante: se su un Capolavoro, su tutti i Capolavori del mondo, non calerà mai il sole, il merito è Vostro, amico Lettore.”

Renzo

Gabriele Andreani

[1] I riferimenti in corsivo del testo rimandano alle parole testuali dei Promessi Sposi.

[2] È uno dei bravi di Don Rodrigo.

[3] Don Giorgio Gennaro (1866 – 1916), don Pino Puglisi (1937 – 1993), don Peppe Diana (1958 – 1994) furono trucidati dalle mafie.

[4] Alessandro Manzoni veniva affettuosamente chiamato dai milanesi Don Lisander.

Gabriele  Andreani vive a Pesaro e lavora a Forlì. Laureato in giurisprudenza e in sociologia è stato anche professore a contratto in criminologia presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. È autore di alcuni saggi pubblicati su riviste specializzate concernenti la violenza, la devianza giovanile, il bullismo, la prevenzione situazionale del crimine, la deprivazione relativa e le armi. Nel 2014 è vincitore del concorso di poesia “BRA DAY (Breast Reconstruction Awareness Day)” indetto dall’Associazione Musicale Culturale “Gian Matteo Rinaldo” Sambuca di Sicilia – Agrigento in collaborazione con gli Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo. Nel 2015 ha ricevuto la Menzione d’Onore al premio di poesia indetto dal Salotto Letterario di Torino “Il numero UNO della Poesia Italiana Contemporanea” e, nello stesso anno, il Premio Speciale Miglior Racconto Noir con  “Il respiro della primavera” al concorso letterario “Città di Grottammare” indetto dall’Associazione Culturale “PELAGSO 968”. Numerosi sono i premi e riconoscimenti ottenuti in varie parti di Italia, tra cui podi, menzioni, segnalazioni, pubblicazioni e premi speciali

“Stralci di fuoco all’orizzonte” di Mariantonietta Valzano

Originalissimo il parallelismo, insieme poetico e filosofico, tra il rutilante tramonto dagli “stralci di fuoco”, di cui pare sentirsi quasi il “crepitio” e il cuore ribelle e indomito- il tassello primordiale, emozionale del tutto e voce nostalgica dell’anima. Il pensiero indugia sulla soglia di una porta, che dalla vita conduce alla dimensione metafisica. Il Crepuscolo è chiaramente un limbo, una zona di frontiera. È un fronte incandescente, sul campo di battaglia del cielo, tra la luce e il buio. Ogni giorno la luce, a prezzo di fuoco e “sangue”, si arrende al buio e al silenzio della notte. Il fuoco,tuttavia, cova sotto la cenere, crepita sommessamente… e una scintilla, ancora , accenderà l’alba di un nuovo giorno!
Così, “l’anima indomita non vuole rassegnarsi alle rotte già segnate”; e “continua ad abbandonarsi ai sogni”. La ragione, il freddo intelletto, non fa che nutrire il pensiero di postulati e teorizzazioni euclidee. Lo imbavaglia e lo vuole manichino nelle mani di “ciò che ovvio è alla comprensione”. Ma il desiderio è un “cavallo che scalcia e morde” e rifiuta le “redini”.
Il suo galoppo libero va sempre verso l’alba, verso la luce. Un infinito verso l’Infinito! Molto molto bella! [ Antonio Teni]

Stralci di fuoco all’orizzonte
sorgono a rammentare
laddove si si lotta tra luce e buio
sovrastando zolle di vita rigogliosa
che sotto il cielo resta in silenzio
nel crepitio di un crepuscolo quotidiano
morde la debolezza della fatica
mentre gli occhi desiderano solo
scorgere il dopo
per rasserenare l’anima indomita
che non vuole rassegnarsi
alle rotte già segnate
e continua ad abbandonarsi ai sogni
che graffiano la ragione
quasi a volerne dominare l’esatta tesi
che non dà molto scampo.
Stralci di fuoco
sul cuore ribelle della sera
cuore che scalcia
e morde le redini dell’intelletto
perché rifiuta di capire
ciò che ovvio è alla comprensione
e mentre volge il desiderio verso l’infinito
sente l’illusione farsi largo
in una tenue carezza di speranza…
Ultimo baluardo per il viaggio verso domani

 Mariantonietta Valzano

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“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: METAVERSO – a cura di CIPRIANO GENTILINO

rubrica di Cipriano GentilinoLe recenti notizie di nuovi progetti, nuovi assetti proprietari e molti licenziamenti nel mondo dei social sono la spia dell’inizio di una crisi nel mondo della comunicazione e della preparazione ad una nuova fase della rivoluzione digitale.
Il metaverso è un elemento di questa nuova fase.

Nel romanzo di fantascienza post-cyberpunk Snow Crash, edito nel 1992, lo scrittore N.Stephenson immaginava un mondo parallelo a quello reale, un meta- universo o metaverso, localizzato nello spazio cibernetico dove i soggetti interagivano attraverso i propri avatar.

Come spesso accade con quanto immaginato dagli scrittori di fantascienza il metaverso è oggi una realtà in rapido divenire non solo su Facebook ma anche su molte altre piattaforme digitali specializzate nella creazione di spazi virtuali caratterizzati da una architettura tecnologica che prevede la integrazione osmotica, in un’unica realtà mista, tra la realtà effettiva, quella virtuale e quella aumentata.

Di fatto una nuova realtà senza soluzione di continuità con le altre e quindi con una notevole credibilità, personalizzazione e possibilità immersiva. Una realtà mista che cambia ulteriormente il già complesso rapporto tra cervello ed esperienza digitale e rispetto alla quale dobbiamo porci sia domande per intravedere possibili sviluppi positivi sia dubbi e precauzioni in termini di saluta mentale.

Tra questi almeno due.

Una sempre maggiore fluidità nella integrazione delle realtà può farle collassare in un’unica realtà?
E ancora, potrà il metaverso modificare i nostri meccanismi cognitivi e la cambiare la nostra idea di realtà? (Riva, 2022)

Domande che esigono risposte ma principalmente conoscenza dei meccanismi perché ci siano chiari prima di essere invasi da una tecnologia che sta già interessando molti mercati da quello immobiliare a quello dei videogiochi a quello delle mostre di arte fino alla video video poesia e che è sostenuto dall’utilizzo delle criptovalute.

Un nuovo mondo di scambio e commercio di oggetti digitali NTF ( Not Fungible Token ), un nuovo mondo  finanziario quindi che, proprio per questo, si potrebbe sviluppare con neocapitalistica rapidità .

D’altro canto oltre agli aspetti finanziari e commerciali non mancano esperienze di tipo artistico e culturale, dall’avatar che presenta una mostra di quadri a quello che recita le sue poesie agli avatar degli invitati in spazi digitali concordati.

Esperienze che si accostano ad altre più bizzarre e che ci danno anche l’idea della pervasività e della possibile frattura col reale non scevra da pericoli per la salute mentale come quella del medico giapponese che sposa il suo amato ologramma o come il matrimonio tra una coppia di avatar indiani con la presenza di tanti avatar invitati tra i quali c’è anche quello del padre morto da tempo.

In quest’ultima esperienza è evidente il rischio di inoltrarsi in un universo di realtà che sono miste non solo tra reale e digitale ma anche tra reale e fittizio.

Come infatti c’è una negazione della realtà nel padre morto che presenzia al matrimonio può esserci, per persone psicologicamente vulnerabili, un vissuto di sdoppiamento della realtà per scarsa capacità di integrare un accadimento nella realtà mista virtuale-reale-aumentata.
É allora possibile l’autoinganno di essere soltanto un avatar slegato dal reale concreto immerso in un vissuto pre o addirittura psicotico dissociativo dove la consapevolezza di sé e del sé interno si sdoppia o si disintegra in esperienze di derealizzazione e depersonalizzazione.
La capacità infatti di potere percepire in un continuum simultaneo tre realtà senza che questo collassi è ancora oggetto di studi filosofici. In particolare il filosofo australiano Chalmers nel suo studio “Realtà +: i mondi virtuali e i problemi della filosofia” sostiene che la realtà virtuale è genuina perché in grado di determinare esperienze significative come avviene nel mondo fisico corporeo.
Tentativo, il suo, che apre l’ipotesi di espansione del nostro attuale senso di realtà attraverso il mondo digitale ma che va ancora meglio definito non solo in ambiti neurofisiologici e psicologici ma anche con attenzione alle attitudini e alle esigenze personali.

Alcuni studi sperimentali in ambito di neuroscienza sono comunque giunti alla conclusione che il tipo di corpo virtuale indossato da un individuo-avatar in un contesto da metaverso induce nella persona cambiamenti di percezione, cognizione e comportamento come se immergersi nel corpo digitale di un altro possa determinare l’illusione di possederne le proprietà e le capacità e quindi attivare dei processi di cambiamento.
E’ evidente come sia possibile ipotizzare che abitare, in questo contesto, uno stereotipo positivo possa determinare mutamenti nelle attitudini sociali. Si pensi ad abitare un corpo di un colore diverso, di una età diversa, di sesso diverso, di cultura diversa. Sono questi, in termini psicosociali, le positività del nuovo spazio del metaverso. Questo nuovo altro universo dove si può almeno sperare che si riducano pregiudizi e discriminazioni come quelli razziali o come quelli verso il mondo femminile. Certo non basterà il metaverso né per abolire il razzismo e la violenza sulle donne. Ci vorranno ancora lotta, cultura, civiltà e partecipazione consapevole.
Per questo motivo concludo ricordando che il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Un invito a partecipare tutti nella nostra quotidiana realtà di tutti i giorni che è più, molto di più di ogni metaverso.
Cipriano Gentilino

“Non dimenticare la questione femminile” di Lorenzo Fiore

Mi pare opportuno proporre l’articolo scritto dal prof. Lorenzo Fiore, collaboratore della nostra rivista, che si focalizza sulla questione femminile e sulla considerazione che il ruolo della donna, oggi, necessiti di fatti concreti e basati sulla correttezza e imparzialità. Segue un Sonetto che riguarda direttamente le donne, scritto da Lorenzo Fiore, tratti da Conti aperti con il Mondo.

Sono convinto che la questione femminile sia di grande importanza e attualità, e che oggi ci siano le condizioni materiali per darle concrete e soddisfacenti risposte. Penso anche che queste sarebbero positive per gli stessi uomini, che potrebbero confidare in rapporti affettivi più pieni e soddisfacenti, con compagne non afflitte da un senso collettivo di oppressione e dall’esigenza di reagire in qualche modo (senza tener conto della sussistenza di antichi e talvolta sofisticati meccanismi di difesa).
Tuttavia, le mie conoscenze sul tema sono insufficienti, e i libri letti non vanno molto al di là de Il secondo Sesso, quindi mi scuso per le banalità, errori e ingenuità che saranno presenti in quanto segue.
Dovrei forse, per ragioni di formazione personale, iniziare con gli aspetti biologici, che tuttavia mi sembrano tanto evidenti che il parlarne può significare soprattutto un richiamo alla loro importanza. Sta in primo piano la funzione riproduttiva, fondamentale in tutti i viventi ma che nella specie umana non si limita alla deposizione di qualche uovo nella sabbia, per poi ricoprire il tutto e allontanarsi. La gestazione, il parto, l’allattamento sono funzioni esclusive femminili, e sulle donne ha prevalentemente gravato anche la successiva cura del piccolo e del suo benessere affettivo.
Le differenze anatomiche e fisiologiche fra donne ed uomini sono vistose, e non possono non accompagnarsi a inclinazioni e tendenze nella sfera psicologica, adeguate in mole e importanza all’essenzialità della funzione. Questo comprende anche i caratteri comportamentali maschili, anch’essi conformati all’esigenza primaria del successo riproduttivo.
Tuttavia, il comportamento della specie umana è plastico ed adattabile, come testimoniano gli innumerevoli tipi di organizzazione sociale che si sono succeduti nel tempo e nello spazio, nei quali le donne hanno vissuto in condizioni assai diverse; da una situazione, come nell’antica e democratica Atene, poco superiore a quella dei numerosi schiavi, a ruoli anche prestigiosi e importanti, ad esempio, se non prendo un abbaglio, nella Francia degli ultimi secoli.
Ne consegue che la biologia e l’evoluzione non determinano barriere insormontabili nei confronti di progetti di rinnovamento sociale, ma rendono molto complessa e difficile la situazione, che richiede pazienza, intelligenza e saggezza, e non può essere volontaristicamente affrontata con il letto di Procuste.
D’altro lato, le potenzialità umane sono forse tuttora largamente inespresse (qualcuno diceva che siamo ancora nella preistoria), e ciò vale particolarmente, per ragioni storiche, nel caso del sesso femminile; una considerazione che può generare un coinvolgente invito all’operare creativo.

Ma con quali iniziative pratiche?
Il percorso che si prospetta non ha, mi sembra, punti di approdo preordinati, se all’obiettivo dell’uguaglianza, magari improntata all’imitazione del mondo maschile attuale, si preferisce come guida – anche in accordo con quanto sopra brevemente notato – il principio di parità di diritti e opportunità.
Su questa via molti progressi sono stati fatti, e si deve operare perché altri possano seguirli; nella prospettiva che attraverso una vasta sperimentazione, in cui si esprimano liberamente aspirazioni e inclinazioni, possa essere raggiunto un buon equilibrio di partecipazione maschile e femminile alle diverse attività. Senza che questo significhi predominio maschile nei ruoli più importanti, anzi non è improbabile che ne deriverebbe uno femminile; nel quadro comunque di un complessivo arricchimento sociale.
Ovvi al riguardo gli interventi negativi: rimuovere le cause ostacolanti, assicurare libertà di scelta. Qui il percorso sembra avviato, anche se con difficoltà e conflitti.
Ma più difficili appaiono gli interventi positivi, fra i quali potrebbero avere una decisiva importanza quelli educativi, volti in primo luogo a favorire capacità, fiducia e aspirazioni, in un quadro di rispetto e comprensione reciproci.
Abbastanza distinta e separata, ma fondamentale, mi appare la questione del rapporto fra uomini e donne entro la sfera affettiva-sessuale.
La materia è esplosiva, e viene coinvolto in modo non sempre controllabile il profondo. L’evoluzione ha concentrato qui, e a ragione, tutti i suoi mezzi più potenti (per parlare figurato). Sono messe in questione la felicità e l’autostima. E la situazione è particolarmente complicata nel mondo attuale, nel quale il sesso ha acquisito un’importanza esorbitante, mentre altri modi di realizzazione personale sono poco praticabili.
Non sorprende quindi che, specialmente in soggetti deboli o con patologie psichiche, si possano verificare casi distruttivi estremi, che spesso si rivolgono anche contro lo stesso autore, e talvolta si concludono con un suicidio.
Sono ovviamente eventi orribili e inaccettabili, e la loro frequenza attuale allarma. Ma forse sarebbe richiesto un più attento esame delle singole situazioni, e in qualche caso alla condanna sarebbe giusto unire la pietà.
Non va poi sottovalutato che oltre a questi casi estremi ce ne sono molti altri meno vistosi, ma che affliggono tante persone.
Gli strumenti di attenzione e intervento esistenti richiedono certo un potenziamento ed una valorizzazione; tuttavia anche in questo caso, mi sembra, dovrebbero essere parallelamente sviluppate iniziative educative capaci di offrire a donne e uomini un riferimento equilibrato e rasserenante, inclusivo anche degli aspetti affettivo-sessuali. Ma qui si aprirebbe la complicata questione del rapporto fra interventi educativi e libera spontaneità individuale, fondamentale in un campo così delicato.Va considerato, infine, che ogni progettualità dovrà collocarsi entro la realtà attuale, nella quale appare in corso una rovinosa regressione antropologica, al cui termine potremmo trovarci in una nuova povertà, economica, sociale e culturale.
Da qui un invito ad affiancare la giustificata competizione fra i sessi con lo sforzo per un’attività solidale di uomini e donne, che eviti che la parità, anche se ottenuta, si collochi in un panorama condiviso ma degradato. Lorenzo Fiore

Fascination 

All’uso d’armi di fascinazione

di massa viene la donna istruita

da natura e da lunga tradizione,

e ne sa far ricorso nella vita.

 

Ma se trascura la sua dotazione,

per scegliere una via scabra ed ardita,

può adire inusitata dimensione,

seppure a rischio d’esserne ferita.

 

E se rivolge poi serena cura

agli arsenali suoi ma non ne abusa,

e una vita più ricca e più matura

 

cerca, ed intelligenza e impegno usa,

può attinger grazia che all’uomo è negata,

di forza e gentilezza rischiarata.

 Lorenzo FioreSonetto tratto da L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

“Il cielo della memoria” di Marcel Proust

Tutto cancella il tempo come l’onda cancella
i giochi dei fanciulli sulla sabbia spianata.
Dimenticheremo le vaghe, le precise parole
che schermavano, tutte, un poco d’infinito.

Tutto il tempo cancella, ma non offusca gli occhi,
sia chiari come l’acqua o d’opale o di stella.
Belli come nel cielo o dentro un lapidario,
brilleranno per noi d’un fuoco triste e gaio.

Gli uni, a un vivente scrigno trafugati gioielli,
duri raggi di pietra mi getteranno in cuore,
come quando nella palpebra conflitti, sigillati,
lucevano d’un raro, illusorio splendore.

Ad altri dolci fuochi da Prometeo rapiti
la scintilla d’amore che in esso palpitava
per soave tormento abbiam portato via,
gioie troppo preziose o luci troppo pure.

Il cielo della mia memoria costellate in eterno,
inestinguibili occhi delle donne che ho amate !
Sognate come morti, brillate come glorie,
scintillerà il mio cuore come a maggio la notte.

Simile a una nebbia d’oblio cancella i volti,
i gesti che altra volta adorammo al divino,
che ci resero folli, che ci resero saggi,
grazie di perdizione, e simboli di fede.

Tutto cancella il tempo, le sere confidenti,
le mani ch’io posavo sul suo collo di neve,
i suoi sguardi che l’arpa dei miei nervi sfioravano,
la primavera che su noi scuoteva i suoi turiboli.

Altri occhi, pur essendo d’una donna gioiosa,
al pari dei rimorsi erano vasti e neri,
spavento delle notti, mistero delle sere.
Fra le sue belle ciglia c’era l’anima intera,

e come un gaio sguardo era vano il suo cuore.
Altri, simili al mare così dolce e cangiante,
ci smarrivano all’anima che in essi è prigioniera
come incalza l’ignoto nelle sere marine.

Solcammo, mar degli occhi, i tuoi limpidi flutti.
Gonfiava il desiderio le rattoppate vele;
delle antiche tempeste dimentichi, andavamo
sull’onda degli sguardi a scoprire altri cuori.

Tanti sguardi diversi, così simili i cuori !
Vecchi, delusi ostaggi degli occhi,
dovevamo restarcene a dormire sotto le fronde… Ma anche
sapendo tutto voi vi sareste imbarcati

per avere quegli occhi gravidi di promesse
come un mare che a sera fantastica del sole.
In inutili imprese vi siete prodigati
per giungere al paese del sogno che, vermiglio,

si lamentava d’estasi oltre le acque vere,
sotto la santa arca d’una nube, profeta
crudele. Ma è pur dolce avere per un sogno
queste piaghe, e festoso brilla il vostro ricordo.
Marcel Proust

Traduzione di Giovanni Raboni – Gallimard, 1982

ph Eleonora Mello

Marcel Proust, scrittore francese (Parigi 1871 – ivi 1922). Figlio di Adrien, prof. universitario di medicina, e di Jeanne Weil, di ricca famiglia ebrea, donna sensibile e colta alla quale restò morbosamente legato, all’età di nove anni cominciò a soffrire d’asma, malattia che lo tormentò tutta la vita. Frequentò il liceo Condorcet di Parigi (1887-89), dove strinse le prime amicizie importanti e collaborò al periodico studentesco Revue lilas; s’iscrisse poi alla facoltà di diritto, seguendo contemporaneamente corsi alla Scuola di scienze politiche e alla Sorbona, dove fu allievo di H. Bergson. Collaborò a Le Banquet, la rivista fondata (1892) da un gruppo di amici del Condorcet, alla Revue blanche e ad altri periodici e quotidiani tra cui Le Gaulois, e, dal 1903, a Le Figaro. Dal 1914 uscirono sulla Nouvelle revue française ampî estratti delle sue opere. Fin dagli anni liceali frequentò assiduamente i salotti dell’alta borghesia e dell’aristocrazia parigina, di cui avrebbe poi stigmatizzato lo snobismo, e nell’affaire Dreyfus si schierò in favore della tesi innocentista. Fu intimamente legato al musicista R. Hahn e allo scrittore R. de Montesquiou. Insieme a B. de Fénelon nel 1902 fece un viaggio in Belgio e in Olanda (l’unico altro viaggio fu quello con la madre a Venezia, nel 1900). Dopo la morte del padre (1903) e soprattutto della madre (1905) si dedicò interamente alla stesura della sua opera, in un progressivo isolamento che lo portò a tappezzare di sughero la sua stanza nell’appartamento di boulevard Hausmann dove si trasferì nel 1906, assistito negli ultimi anni dall’autista Alfredo Agostinelli e, dopo la morte di questo, dalla fedele governante Céleste Albaret. L’unico, immenso romanzo che scrisse, dopo varî tentativi, a partire dal 1909 fino all’anno della morte, s’intitola À la recherche du temps perdu e consta di sette parti intimamente legate: la prima, Du côté de chez Swann, uscì nel 1913 a spese dell’autore da Grasset, dopo che il parere negativo di A. Gide ne impedì la pubblicazione presso Gallimard; seguirono (questa volta da Gallimard) À l’ombre des jeunes filles en fleur (1918), che ottenne il premio Goncourt, Le côté de Guermantes (2 voll., 1920-21), Sodome et Gomorrhe (3 voll., 1921-22). Postume apparvero le ultime tre parti: La prisonnière (1923), Albertine disparue (1925, chiamata anche La fugitive) e Le temps retrouvé (1927). Fondata su un impianto autobiografico, l’opera, la cui struttura ciclica richiama quella della Comédie humaine di Balzac e della Tetralogia di Wagner, è un grandioso affresco della società francese all’inizio del secolo, del suo linguaggio, delle sue passioni e delle sue leggi; allo stesso tempo è la storia di una vocazione artistica che si realizza dopo una lunga esperienza di tempo “perduto”, tempo che nell’arte è possibile ritrovare, cioè rivivere nella sua verità. In contrasto con il canone dell’oggettività del realismo, la narrazione, dietro la quale è percepibile la lezione di Chateaubriand, di Nerval, di Baudelaire ma anche l’influsso degli studî della psicologia del tempo sulle “intermittenze” della memoria, si dispiega attraverso il punto di vista soggettivo di un narratore protagonista, a partire da un evento fortuito: un sapore “ritrovato” nel gustare una madeleine risveglia la memoria facendo inaspettatamente riaffiorare alla coscienza tutto un mondo dimenticato. Il racconto, che adotta la forma del monologo interiore e si sviluppa attraverso frasi lunghe, ricche di subordinate, ruota intorno a diversi poli ideologici: si va dalla critica ad ogni mito, amoroso o mondano, che tende a cristallizzarsi in idolo, alla prefigurazione di un bello in sé, a un discorso sull’omosessualità che fornisce lo spunto a una più vasta meditazione sulla condizione di vittima e di carnefice in cui precipita chiunque contragga un rapporto affettivo. Intrisa di un senso drammatico dell’esistenza, ma sorretta da un’ironia che diviene fervido umore narrativo, la Recherche trascende il clima decadente, che pure la sostanzia, per collocarsi agli apici dell’esperienza letteraria del sec. 20°. Il momento irrazionale (la memoria involontaria che nel contatto fra due sensazioni, l’una presente, l’altra passata, scopre la loro essenza comune e fa ritrovare il tempo perduto) è solo la prima tappa nel cammino verso l’arte, che si raggiunge nel completo dispendio esistenziale, di ragione oltre che di forze inconscie, poiché solo la ragione sa stabilire i nessi, creando un discorso narrativo. Tale poetica è frutto di un lungo travaglio critico che preparò lentamente la scrittura del romanzo. Dopo Les plaisirs et les jours, una raccolta di racconti che uscì nel 1896 con una prefazione di A. France, P. redasse il primo abbozzo della Recherche. Il lavoro lo occupò dal 1895 al 1899; ne venne fuori un grosso manoscritto (pubbl. post. nel 1952 col titolo Jean Santeuil; trad. it. 1953), rimasto incompiuto. Alla scoperta di quello che chiamò il suo “metodo”, P. fu avviato dai successivi studî sull’estetica di J. Ruskin, di cui tradusse The Bible of Amiens (1904), aggiungendovi un’importante introduzione, e Sesame and lilies (1906). Frattanto svolgeva un tipo di esercizio letterario al quale si era dedicato fin da ragazzo, il “pastiche”, sorta di parodia dello stile di scrittori famosi (pubblicò nel 1919 Pastiches et mélanges), e tra il 1908 e il 1909 scriveva il Contre Sainte-Beuve (post., 1954), in cui accusava il critico d’aver confuso l’io biografico e mondano degli artisti con il loro io profondo, che solo crea l’opera d’arte. Altri testi sono stati pubblicati postumi (Chronique, 1927; Textes retrouvés, 1968), incluse le numerose corrispondenze. La critica proustiana, sterminata, è assai varia: si va dai tentativi di sintesi (G. Cattaui, R. Fernandez, H. Bonnet, G. D. Painter) all’analisi di aspetti particolari, come lo stile (L. Spitzer), la morale e la filosofia (G. Bataille, M. Blanchot), la struttura del racconto (J. Rousset) o il linguaggio (R. Barthes). G. Deleuze, proponendo un’analisi semiologica del romanzo, sembra aver fornito una chiave per coglierne la natura infinitamente allusiva. Alla grande fortuna di P. hanno contribuito in misura rilevante gli studiosi italiani (G. Macchia, G. Debenedetti, G. Natoli, G. Contini). Alla prima traduzione italiana della Recherche (7 voll., 1946-51) hanno collaborato N. Ginzburg, G. Caproni, F. Fortini, ecc. Una nuova traduzione (4 voll., 1983-93), con note di A. Beretta Anguissola e D. Galateria, si deve a G. Raboni.[ Enciclopedia Treccani]

“Verrà il tempo” di Katerina Gogou

Verrà il tempo
in cui cambieranno le cose.
Ricordalo Maria.
Ricordi, Maria, durante l’intervallo
quel gioco in cui
correvamo tenendo lo scettro
-Non badare a me – non piangere. Tu sei la speranza.
Ascolta, verrà il tempo in cui i figli
sceglieranno i genitori
non verranno così a caso.
Non ci saranno porte chiuse
con i ripiegati appoggiati di fuori
e il lavoro lo sceglieremo
non saremo cavalli
a cui si controllano i denti.
Le persone – pensa – parleranno
con i colori
e altri con le note.
Solo, conserva in una grande fiala
parole e lemmi come questi
disadattati – repressione – solitudine
dignità – guadagno – umiliazione
per la lezione di storia.
Maria – non voglio
mentire – sono tempi difficili.
E ne verranno altri.
Non so – non ti aspettare molto neanche da me –
ho vissuto questo, ho imparato questo, questo dico
e di quanto ho studiato questo ho trattenuto:
“L’importante è restare umani”
La cambieremo la vita!

Katerina Gogou
 
tratto dalla raccolta di poesie Τρία Κλικ Αριστερά (Tre clic a sinistra), 1978

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ph Eleonora Mello

Katerina GogouΚατερίνα Γώγου (Atene,1940–1993) è stata una poetessa, autrice e attrice greca poeta (Atene, 1940-1993). non trascorse piacevoli anni d’infanzia a causa della seconda guerra mondiale e dell’occupazione dell’Asse della Grecia.Katerina Gogou ha debuttato a teatro con la compagnia teatrale di Dinos Iliopoulos nella commedia Ο Κύριος πέντε τοις εκατό ( Mr. five percento ) nel 1961. La maggior parte dei film a cui ha partecipato erano produzioni Finos Film . È diventata più famosa per i ruoli di donne allegre e spensierate come nei film Το ξύλο βγήκε από τον παράδεισο ( Il legno è uscito dal paradiso – nota che “ξύλο”, letteralmente tradotto in “legno”, in greco è un idioma che significa ” l’atto di picchiare qualcuno”) e Μια τρελή τρελή οικογένεια ( Una famiglia pazza matta ). Ha ricevuto il premio come migliore attrice in un ruolo da protagonista al Festival Internazionale del Cinema di Saloniccoper il film Το βαρύ πεπόνι ( Il melone pesante – questa frase in greco è un idioma che si riferisce a qualcuno che cerca di apparire come un uomo eccessivamente mascolino). Ha fatto la sua prima apparizione cinematografica nel film Ο άλλος ( L’altro / L’altra persona ).
Poesia e scrittura: come poeta era nota per la sua scrittura rivoluzionaria e aggressiva. Era un’anarchica e la sua identità politica si rifletteva spesso nelle sue poesie, come Υπερασπίζομαι την Αναρχία ( Io sostengo l’anarchia ) o Εμένα οι φίλοι μου είναι μαύρα πουλλά sono amici .Ha anche scritto alcuni libri con uno di loro, Τρία κλικ αριστερά (Tre clic rimasti) , tradotto in inglese nel 1983 da Jack Hirschman e pubblicato da Night Horn Books a San Francisco  e anche in turco nel 2018 dall’autore turco Mahir Ergun e pubblicato dalla Belge International Publishing House di Istanbul .

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“Assenza” di Gabriella Petrelli

Il vuoto che lascia la perdita di una persona cara è incolmabile e la morte della madre, nella lirica di Gabriella Petrelli, è resa così tangibile e palpitante tanto da sentirsi presi dall’emozione pura e sofferta di ultimi e preziosi istanti. Versi che accarezzano un dolore e assecondano la disperazione quasi a voler lenire la lacerazione del distacco. Mi viene da pensare che sia un’elegia consolatoria che si sostanzierà nella nascita di un fiore, nella vita che si rigenera e ridona amore. Una lirica di una bellezza pura e accorata, dimostrazione di un Amore infinito che neanche la morte potrà mai annientare. [Maria Rosaria Teni]

Ti ho amata
Tanto
L’ anima lacerata
Si curva docile
Sull’assenza.
È stato difficile
Raggiungerti
Nel buio del tuo dolore
Dove ogni riverbero
Della vita
Si spegneva
In un flebile pianto.
Volevo recarti
Il fuoco sacro
Ma respingevi ogni scintilla.
Lo accendero, madre, per me
Così il tuo amore
Sara in ogni gesto,
Come un fiore
Che mi sorprende
Nella luce fioca dell’alba.
Gabriella Petrelli

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ph Eleonora Mello

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“I colori dell’autunno” di Maria Rosaria Teni

Belli i colori dell’autunno
infiammati dall’ultimo sole

Malinconiche note
nelle foglie ramate
e un’estate che muore
tra vapori di nebbie
nei tramonti di fuoco

Dei ricordi sospiri
canti lievi al mio andare
tramutate in poesia
nostalgie di fanciulla
offuscate dal tempo

Belli i colori dell’autunno
negli anfratti cupi vellutati.

Maria Rosaria Teni

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Uno sguardo sul Premio Vitulivaria

 

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Manca ormai poco più di un mese alla scadenza della settima edizione del nostro Premio letterario Vitulivaria e comincia a prendere forma la consistenza del numero di partecipanti, autori da tutta Italia che, nonostante l’incertezza del momento, dimostrano la loro attenzione, inviando le proprie opere. Il periodo che stiamo vivendo è senza ombra di dubbio molto particolare e ancora una votùlta mi piace ricorrere alle parole di Emily Dickinson “Accendere una lampada e sparire /Questo fanno i poeti / Ma le scintille che hanno ravvivato / se vivida è la luce durano come i soli.” Non avrei potuto trovare una frase più adeguata per indicare ciò che la poesia, e la scrittura più in generale, possa rappresentare in una condizione di provvisorietà e instabilità come quella che stiamo attraversando.

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Significativa la crescita che il Premio sta registrando, anche per il merito di aver introdotto la sezione dedicata ai libri editi di poesia, cosa che ha consentito agli autori di far conoscere più a fondo e in modo più completo il proprio universo interiore, rivelando chiaramente la bontà della scrittura e la sua funzione catartica. Tante sono infatti le sillogi poetiche che stanno arrivando da tutta Italia e si stanno rivelando tutte di ottima qualità e raffinatezza. Nei prossimi giorni approfondiremo i criteri valutativi che saranno adottati dai membri della giuria e illustreremo le varie fasi del Premio, che prenderanno il via subito dopo la scadenza fissata per il 30 ottobre prossimo. Ci sarà la possibilità di aggiornare tutti coloro che saranno interessati al Premio e di condurli piacevolmente alla serata conclusiva di premiazione.  Grazie al web è stato possibile attivare una rete che stabilisca un contatto attraverso i social e quindi, tramite i canali a disposizione, saranno offerti approfondimenti e utili dettagli sull’organizzazione e lo svolgimento del nostro concorso, con il supporto della nostra rivista culturale Cultura Oltre e del  canale YouTube Cultura Oltre.

Come sempre, non mi resta che augurare una buona scrittura a tutti!

“Notti senza luna” di Maria Rosaria Teni

editorialeAncora una volta l’estate li ha visti, i senzatetto, andare in giro per le strade alla ricerca di un po’ d’ombra per ripararsi da un caldo soffocante che ha oppresso tutti con temperature record. Un’estate torrida, sotto tanti punti di vista, che non ha risparmiato disagi e ha accresciuto le difficoltà di chi vive senza dimora e in stato di assoluta indigenza. Purtroppo, ai margini di una società che si professa civile, si consuma la vita di chi dorme davanti alle vetrine lussuose di negozi alla moda, di chi si trascina tra la gente, frettolosa e impegnata, ed è tuttavia invisibile, come se fosse solo un refolo d’aria dall’odore sgradevole. Sono sempre più indignata quando ascolto e leggo le vicende di queste persone che hanno lasciato alle spalle una vita “normale”, per eventi drammatici che stravolgono e annientano, affrontando una condizione di non appartenenza, di non esistenza, prostrandosi ai piedi di un’umanità indifferente che non li vede, o non vuole vederli. Ma d’altra parte, si vive meglio pensando solo a sé stessi, vagando all’interno del proprio orticello, al riparo dal freddo e al riparo dal caldo. Frugando tra i loro stracci, si trovano ricordi, traumi, dolori che diventano uno stigma e segnano irrimediabilmente un’esistenza alla deriva. Non si può comprendere –  se non si prova – quanto possa essere avvilente attendere, in fila, un sacchetto con i viveri, che la carità dispensa con uno sguardo benevolo e quanto sia umiliante tendere una mano per chiedere l’elemosina all’ “altro” che, pur avendo le stesse caratteristiche anatomiche, ha la  fortuna di vivere alla luce del sole e non nel tunnel della miseria, nei vicoli, nelle stazioni, sui marciapiedi che diventano deserti di anime disperate che la luna, soltanto la luna, a volte, illumina nello squallore di notti buie.. Intanto, mentre rimbalzano di piazza in piazza promesse e programmi di super uomini rampanti, in tutto il paese la povertà aumenta, si incrementa di nuovi emarginati che vengono dimenticati ai bordi di una società che tira dritta e non si ferma e non porge una mano. La sola piccola luce che illumina gli invisibili è rappresentata dall’opera di volontariato svolta da persone che finiscono con l’assumere le sembianze di angeli, guadagnando la fiducia dei derelitti, portando la speranza di un calore che ricorda quello della famiglia ormai perduta. Ancora oggi è deprimente notare quanta differenza ci sia tra chi gode di un benessere esagerato e chi non ha neanche la possibilità di mangiare, tra chi ha dimore di sogno e tavole opulente e chi si rigira in un cartone tra briciole di un pasto improvvisato, e la sorpresa più grande è che la gente passa, indifferente, e non si chiede nulla, come se tutto ciò fosse normale.
Concludo citando Dostoevskij in “Umiliati e offesi”: “Basta una piccola luce per cancellare le ombre più profonde”.
Maria Rosaria Teni

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: Invisibilità, comunicazione, angoscia e desiderio– a cura di CIPRIANO GENTILINO

Pubblicato il da culturaoltre14

rubrica di Cipriano Gentilino

NON VIVI IN UN MONDO TUTTO DA SOLO. CI SONO ANCHE I TUOI FRATELLI

Albert Schweitzer

ll tema della invisibilità sociale può essere letto in termini di comunicazione e, più̀ specificatamente, in termini di comunicazione sociale e quindi politica.
Col termine di comunicazione, infatti, intendiamo concettualmente uno scambio, un trasferimento, un mettere in comune una idea, una notizia, un sentimento o una emozione. Etimologicamente dal latino cum – munire (legare) – costruire – troviamo il significato tematico di rendere noto, trasferire una conoscenza.
Mentre col termine invisibile intendiamo ciò che non si può percepire con la vista per distanza  e dimensione, con invisibile sociale si intende chi non viene visto nella corrente comunicazione mediatica se non in termini statistici e numerici. L’universo della comunicazione ha moltissime sfaccettature linguistiche, filosofiche, sociologiche ma può, per chiarezza sintetica, essere riportato  ad alcune categorie fondamentali.
In particolare alla comunicazione verbale, la para-verbale, la non-verbale rispettivamente con il contenuto linguistico, sintattico e semantico, il tono, il timbro di voce, il ritmo e il cosiddetto linguaggio del corpo .
La scuola di Palo Alto con Paul Watzlawick ha  puntualizzato che è impossibile non comunicare e quindi che anche il silenzio, come ogni altro comportamento, è una forma di comunicazione che, con il non verbale, definisce il  rapporto in una  trama meta-comunicazionale attraverso i canali specifici del visivo, del cinestesico e dell’uditivo di ogni individuo e in ogni comunicazione. Dentro questo contesto relazionale e contestuale la comunicazione persuasiva assume un aspetto di notevole presenza e importanza e, data la supremazia della multimedialità e della virtualità, presenta modalità̀ comunicative sempre più tipiche della pubblicità̀ e del marketing. Modalità e tecniche che hanno nell’apparire, nella fugacità, e nella semplicità il loro nucleo centrale che agisce in contemporanea sui tre canali comunicativi e influenza i processi decisionali individuali per emotività piuttosto che per razionalità .
Questo comporta non solo la spinta motivazionale all’acquisto, ma anche purtroppo alla deliberata non veridicità della informazione.
Storicamente, per esempio, sia nella Germania nazista, dove venne istituito il Ministero per la Chiarezza Pubblica, che in Russia, con la Rivoluzione di Ottobre, la propaganda politica divenne massiccia con lo scopo machiavellico di disinformare e indirizzare la popolazione verso specifici obiettivi.
Nei due casi, citati, tra i tanti, ad esempio non solo non si rispetta la veridicità a favore della manipolazione ma, data la mancanza di dibattito democratico, si tende a creare una dipendenza dal leader con quella dissociazione tra gli amici e i nemici e tra noi e gli altri, che favorisce la regressione critico-cognitiva e può trasformare il popolo in folla indistinta e questa nel corpo acritico della massa ( riproducendo quella assenza dell’io che Freud individuava come fase ipnotica). D’altro canto, per tornare ai giorni nostri, la troppa presenza dei media e il loro uso, talora ipocritico, nella comunicazione politica porta a conseguenze non vantaggiose per i cittadini.
La forte personalizzazione dei partiti politici che prendono il nome del leader, la semplificazione a slogan dell’apparente ragionamento, la costante aggressività comunicativa e la drammatizzazione impediscono ai cittadini, anche per distanza virtuale, una interazione diretta con il mondo politico. Infine lo stesso modo di fare e comunicare politica è cambiato con la quasi scomparsa di alcuni partiti, la personalizzazione delle leaderships e la tentazione sempre più presente di comunicazioni populistiche generiche e non risolutive che creano la paura per proporsi poi  come rimedio. Alla comunicazione di questa politica sfuggono gli invisibili e sfugge  la realtà se, come sosteneva John Lindsay, “ in politica la percezione è realtà”. Paolo Fraiese, in un famoso reportage della Rai di tanti anni fa, che lo aveva portato a vivere da vicino con persone invisibili, diceva : “Non li guardiamo mai. Mai in faccia, mai negli occhi. Anche se ci fermiamo frettolosamente a depositare la monetina nella loro mano protesa lo facciamo abbassando il nostro sguardo, evitando il loro. È questo che li fa sentire invisibili e quindi insistenti perché noi non li vogliamo vedere né fare esistere.”
Questo è il punto.  Non vedere la persona e farla sentire invisibile.
Fare l’elenco delle tipologie degli invisibili sarebbe come riportare dati ISTAT. Eppure, alcune situazioni emergono con la forza della rabbia per la umanità̀ negata nonostante  la vicinanza di quelle organizzazioni, spesso di volontariato, che se prendono cura. Il clochard coperto di cartoni che, nel freddo della notte, rifiuta il letto anche per una sola notte, non è necessariamente una persona con disturbi mentali paranoidei che potrebbero giustificare il rifiuto. Molto più concretamente può essere un separato sfrattato che ha perso il lavoro già entrato nel circolo vizioso di cittadino senza dimora che ha perso la capacità di agire, muoversi, chiedere come cittadino. In una parola, di partecipare alla vita della comunità o peggio ancora a sentirsi degno di scampoli di umanità. La donna vittima di tratta violentata e abusata che rifiuta percorsi di recupero per paura delle maledizioni ancestrali della mammana e che per vergogna non tornerà mai più nella sua terra tra i suoi familiari non rifiuta l’aiuto, ha solo paura di morire. Ecco è in questi rifiuti che emerge il dolore e la necessità di umanità concreta, di aiuto.
Spesso invece è più facile un frenetico non vedere e non sempre per disumano disinteresse ma più spesso perché ci sentiamo noi stessi deboli o meglio non tanto forti da chinarci, guardare, chiedere e aiutare o solo scambiare due parole.
I bambini, nella loro spontanea umanità senza preconcetti lo sanno fare meglio.
Sono in corso esperimenti di “assunzione” di bambini nelle case di riposo. Gli anziani si riappropriano del loro ruolo di nonni e i bambini giocando acquistano la capacità di gestire uno spazio di interazione reale. La riappropriazione di uno spazio personale d’altro canto è un aspetto che riguarda gli adulti. A vedere meglio infatti la invisibilità può essere un bisogno che rientra tra i progetti di benessere individuale.
L’attuale organizzazione sociale con i suoi valori ma anche con i suoi miti cangianti ci co-stringe così tanto ad una presenza formale, e spesso solo virtuale, che rimanere discretamente invisibili può assumere il valore di un percorso controcorrente per certi aspetti rivoluzionario rispetto agli assetti comuni. È ovvio che l’invisibilità̀ non ha valore se è distanza o separazione permanente ma se è esperienza episodica alternata alla visibilità̀.
Un modo per riscoprire il mondo, il nostro mondo contestuale e il nostro mondo interiore e senza troppe certezze, senza eccessivi coinvolgimenti, senza bisogno di dire sempre il proprio pensiero ritornare alla discrezione dell’esserci.

Cipriano Gentilino

UN GIORNO ALL’IMPROVVISO…E INTANTO IL FIUME SCORRE – di Maria Rosaria Teni

Oggi è il compleanno di mio padre. Affido a uno scritto il mio pensiero e lo ricordo così: “Come succedeva ormai da una settimana, anche quella mattina di febbraio mi avviai verso l’ospedale. Sola, mentre la luce del sole illividita da nuvole minacciose mi accompagnava nel doloroso tragitto in macchina, ero in preda a mille pensieri. Le ruote consumavano l’asfalto viscido, altre vetture bucavano il travaglio della mia solitudine richiamandomi ad un’attenzione svogliata, doverosa ma ingombrante. Avevo dormito male ma non ci facevo più caso… Avevo fretta e l’ansia mi faceva desiderare che tutto passasse, che rimanesse solo un brutto momento da vivere pazientemente e da ricordare tra le esperienze da dimenticare.

Una voce “dentro” mi infastidiva, mi suggeriva eventualità oscure che si vogliono ignorare. Un presentimento si insinuava mellifluo ma non volevo, non dovevo pensare.

Da lontano, finalmente, la sagoma imponente dell’ospedale, issato tra nuvoloni grigi, freddo gigante di inquietudine. Un tuffo al cuore. “In una di quelle stanze c’è mio padre – mi son detta tra me e me – la persona che mi ha dato la vita…Papà, non è possibile che io stia vivendo tutto questo, forse sto sognando”. Mi vengono in mente le parole di Calderòn de la Barca, date quasi per scontate in citazioni più o meno banali, ma mai come in quel momento assertrici di verità. “La vida es sueño”, un sogno che è anche un’illusione, una metafora dell’essere che non si concretizza perché si dilegua. Dov’era il mio passato, dove il mio futuro se non ritrovavo più una direzione? Il timone della mia vita, colui che mi aveva insegnato a crescere, mi aveva educato all’onestà, al vivere corretto, che aveva contribuito alla formazione del mio bagaglio umano, era lì, steso in un letto, inerme di fronte alla sofferenza, annientato da un ineluttabile  percorso obbligato che ognuno deve compiere.

Dalla tangenziale, finalmente, ho imboccato l’uscita per l’ospedale. Avevo fretta di riabbracciare mio padre ma, nello stesso tempo, avrei voluto ritardare quel momento per continuare a pensare e nel pensiero costruire una realtà che non fosse la vera realtà. Due giorni  prima avevo provato l’angoscia di un risveglio impietoso. L’infermiere che assisteva papà durante la notte mi aveva telefonato all’alba per dirmi che, proprio durante quella nottata, mio padre aveva avuto un’emorragia interna abbastanza grave. Mi faceva male ricordare quegli interminabili momenti di attesa fuori dalla sua stanza, mentre il suo corpo sfibrato era tra le mani dei medici. Sentivo ancora nelle orecchie le loro voci concitate: “Bisogna fare una trasfusione…”. L’infermiera su e giù dalla stanza ed io che, ad ogni movimento, tentavo di penetrare con lo sguardo attraverso lo spiraglio che si creava tra la porta ed il muro ma vedevo solo il letto attorniato dai sanitari e dalle macchine. “Il battito sta calando…Proviamo con il defibrillatore” – e giù scariche…su mio padre. Una vertigine improvvisa… Nella sala d’attesa ho guardato mio fratello che tentava di nascondere le lacrime ma i suoi  occhi arrossati non mentivano. Un silenzio forte, presente, cupo. Uno sguardo, tra di noi, carico di frasi non dette, di speranze disperate, di temute conferme. Un camice bianco e l’invito silenzioso ad entrare uno per volta e per brevi attimi nella stanza dove ancora una volta si era combattuta una battaglia. “Può entrare in camera…solo per un momento, non lo affatichi”. In punta di piedi, timorosa di non reggere ma ansiosa, ho visto finalmente papà, circondato da macchine insondabili, il volto catturato in una maschera  collegata ad un respiratore e che, nonostante tutto, aveva conservato la dolcezza inconfondibile dei lineamenti. Un’idea di respiro si intravedeva attraverso la trasparenza dei tubi. Avevo le gambe piantate sul pavimento, non riuscivo a muovere un passo eppure avrei voluto abbracciarlo, correre da lui in uno slancio d’affetto, accarezzargli la fronte diafana. Un misto di indefinibili sensazioni durate un’eternità. “Papà, sono qui – stentava la voce a venir fuori – è passato tutto, cerca di stare tranquillo”. Lentamente aprì gli occhi. Sembra un atteggiamento normale ma quando vedi e ti accorgi che una persona non apre gli occhi capisci che non c’è più. Mio padre c’era ancora, mi guardava implorandomi silenziosamente, forse di smettere di soffrire. Cosa aveva provato durante quelle ore interminabili tra le mani dei medici? Cercava le mie parole che in quel momento non avevano la forza di essere dette. Scrutava sul mio volto segni di rassicurazione e manifestava mute domande: “Ce la farò? E’ arrivato il mio tempo? Cosa accadrà quando i miei occhi non avranno la forza di riaprirsi al mondo?” Tutto questo mi chiedeva mentre io mi disperavo e illogicamente tentavo una recita pietosa.

 La vita è una beffa.

Ti inganna, ti stordisce illudendoti con sprazzi di felicità e poi ti pugnala con l’inesorabile sentenza.

 Chi avrebbe potuto riconoscere in quell’uomo prostrato, attraversato da tubicini con flebo sospese come doni su un albero della cuccagna, devastato da  edemi ed ematomi, il mio papà, il mio grande e generoso papà, solido come una quercia, limpido come una sorgente di montagna,  prodigo come un campo di grano.

Supplicavano i suoi occhi  risposte vane.

Quante volte si era affidato alle mie cure, durante il percorso della sua malattia, e riponeva grande fiducia in me, rassicurato, a volte, quando aveva malesseri inusitati e preoccupanti. Allo stesso modo, in quel momento, dopo aver “ripreso” a vivere cercava parole confortanti con uno sguardo che scolpiva sempre più il mio dispiacere.

A tutto ciò ripensavo mentre salivo le scale dell’ospedale e mi sentivo il cuore pulsare in gola. Ad ogni rampa  sostavo per permettere al battito di rallentare e anche per un bisogno ulteriore di prepararmi a rivedere papà. Avevo un’oscura percezione che probabilmente scaturiva dall’angoscia provata  giorni prima. L’odore nauseabondo del disinfettante si mescolava al respiro corto che avevo una volta arrivata nella vasta sala d’attesa del sesto piano. Il solito tram-tram  del personale di servizio mentre entravo nella stanza dove mio padre mi aspettava. Era sveglio, quella mattina, e mostrava i segni della lunga nottata passata in compagnia della solita maschera d’ossigeno tenacemente avvinghiata al suo viso sofferente.
La mia voce, lontana da me stessa tanto da non sembrare mi appartenesse, risuonò forzatamente vivace: “Papà, sono qui…Allora, che mi dici? Come sei stato questa notte?”- inutile chiederglielo.
Sapevo già quanto fosse difficile riposare in quella posizione supina, con quella maschera sigillata che insufflava aria ma toglieva respiro. Aveva il viso gonfio ed erano evidenti i segni lasciati sulle guance dalle cinghie strette accuratamente attorno al capo per non permettere la fuoriuscita di alcun refolo d’aria. Ho voltato lo sguardo verso la finestra. Benché fossero ancora le sette del mattino, in realtà l’attività del personale ospedaliero era già fervida. Rumori di carrelli, via vai di gente per i cambi di turno, fermento tangibile di operosità. Dall’alto di quel sesto piano si poteva vedere bene il cielo che, prima completamente minacciato da nuvole sinistre, man mano si andava schiudendo a balbettanti lembi d’azzurro pallido frastagliato da antenne e cime di palazzoni scuri. Fuori da quella stanza, verso un orizzonte irraggiungibile…era lì che avrei voluto dirigere il mio corpo… Avere le ali e  fuggire via dall’oppressione che mi sprofondava nel dirupo.

“Papà, proviamo a bere un sorso d’orzo?” – mi avvicinai sperando di convincerlo a fare colazione – senza aspettarmi nessun risultato. Infatti, scosse lentamente la testa in segno di diniego e accennando alla tortura di quelle cinghie che gli immobilizzavano il capo. Sul monitor al suo fianco, i suoni erano regolari ed i valori che si illuminavano ad intermittenza sembravano contenuti. “Guarda, papà, se mi prometti di bere un po’ d’orzo, chiamo il medico e gli chiedo di togliere quella brutta maschera. Vuoi?”. Lo vidi all’improvviso rasserenato. Voleva respirare da solo, voleva sentirsi liberato, affrancato dalla stretta di quell’aggeggio infernale che lo allontanava dal respiro del mondo. Arrivò, frattanto, il medico che, prima di togliere il “ragno”, ( come era definita in gergo sanitario quella maschera), prese il valore della saturazione e, dopo una verifica, concesse finalmente a mio padre il permesso di sciogliere quelle cinghie. Non so quali sentimenti si stessero accavallando in quei momenti dentro di me…Osservavo ogni movimento ma non vedevo perché il mio pensiero, tumultuoso, navigava su un mare gravido di onde. Una soverchiante tempesta di impressioni mi scuoteva eppure ero lì, costretta a parlare, a recitare, a compiere gesti quotidiani…prendere il tovagliolo, adagiarlo sul suo petto, imboccare papà con cucchiaini d’orzo annacquato, far festa per ogni piccolo centellino trangugiato, proprio come con i bambini nelle loro prime pappe. Istanti preziosi avviluppati in un turbinio di attese che non si fanno scrupolo di fiaccare le ultime briciole di speranza. Dopo la mia “piccola” vittoria ho lasciato che, tranquillamente, si adagiasse sul cuscino ed io sono rimasta in piedi, accanto a lui, a carezzare la sua fronte, la cui pelle sottile si riscaldava sotto le mie dita. Avrei voluto quei momenti solo per me ma l’infermiera di turno, violando quella preziosa intimità, mi richiamava all’ordine, invitandomi perentoriamente ad uscire dalla stanza. Che assurdità!

Quale fastidio potesse arrecare la mia presenza al capezzale di mio padre non lo saprò mai, né mi perdonerò di aver ubbidito a quell’invito. Non avrei dovuto eseguire educatamente quanto richiestomi. Ma la buona educazione mi imponeva di essere ligia e, mentre prendevo la mia roba, un’altra carezza… “Torno fra poco, papà…aspetto fuori, in sala d’attesa.” Lo sguardo di sconforto di mio padre… non lo potrò dimenticare mai. Finché avrò vita.

Fino all’ultimo dei miei giorni ed oltre.

Se ci sarà.

Mi ha trafitto con i suoi occhi, sperando che io reagissi a quell’imposizione ma in quel momento, così particolare e così carico di tensione, la solita infermiera mi raggiunse invitandomi più bruscamente ad uscire. Abbozzai un cenno di saluto con la mano. “Sono qui fuori… ci vediamo fra poco”.

Non ti avrei più rivisto!

No, non potevo credere al medico che, dopo appena mezz’ora trascorsa in quella sconfinata sala d’attesa, mi fece cenno di avvicinarmi. “Signora…venga” – “Che succede?” – in un balzo fui da lui, sulla soglia della grande porta metallica a vetri opachi che divideva il reparto dalla sala d’attesa dove avevo stazionato frastornata, senza alcuna voglia di fare conversazione né tanto meno di leggere. Neanche l’ immancabile libro che, solitamente mi accompagna ovunque, ha avuto il potere di distrarmi da pensieri pesanti come macigni, da presentimenti insinuanti e devastanti che sfilavano in quei minuti vissuti in attesa. Avevo tentato di leggere qualche pagina ma, in quei momenti, anche “Le Confessioni” di Sant’Agostino non erano servite a far cambiare direzione alla mia angoscia. Mi accorgevo di scorrere con lo sguardo sulla stessa frase senza afferrarne il senso.

La mia solitudine e la solitudine di mio padre.

 Due solitudini, due diversi mondi che hanno visto il loro orizzonte velarsi di un tempo intangibile. “Il tempo è un’invenzione dell’anima” mi ritornava in mente la frase di Sant’Agostino, ma il tempo è dunque un’illusione peregrina che fluttua assecondando le situazioni. Non so quanto sia trascorso del mio tempo ma quando il medico ha poggiato la sua mano sulla mia spalla e mi ha detto: “Si è addormentato sereno…Non ha sofferto”- non ho capito allora se stessi vivendo o sognando di vivere, non ho concretizzato se quelle parole fossero effettivamente dette o immaginate, se io, sola, in quella stanza, fossi ancora io o l’immagine di me vista attraverso uno specchio.

Non ho parlato.

A che servono le parole quando c’è una folla disordinata di riflessioni che si accalcano, che ti invadono e ti lasciano senza voce? Mi sono rannicchiata su me stessa, quasi a parare un colpo forte allo stomaco. “Signora, si faccia coraggio. Ha smesso di soffrire.” – mi giungevano ovattate le frasi che sentivo sincere ma mio padre, dov’era? In quella stanza dove l’avevo lasciato salutandolo oppure nel mio cuore che era braccato da quel dolore violento, insopportabile? “Non posso entrare lì dentro…”- continuavo a ripetere tra me e me – “mio padre rimane accanto a me, qui, tra le mie mani che hanno ancora le sue carezza tra le dita…Te ne sei andato così, senza dirmi una parola…Se n’è andata una parte di me”.

Raggomitolata sempre più su me stessa, lacrime cristallizzate, pietrificate dalla fredda consapevolezza che non avrei più ritrovato mio padre. In quel momento ho sentito le ruote della barella, ho guardato istintivamente  attraverso la porta e l’ ho visto, libero finalmente dalla stretta della maschera e dal travaglio di tubi, aghi e fili arrampicati sulle braccia tumefatte ed ho ripensato alle parole del medico…”era sereno…ha chiuso gli occhi dolcemente…”.

“Era una tua peculiarità la dolcezza e ti ha accompagnato fino alla fine. Il mio tempo si è fermato.

Il tempo della mia infanzia, delle corse verso le tue braccia tese che poi mi sollevavano in aria e mi riportavano giù. Il tempo della mia giovinezza, quando ti sedevi accanto a me sognando di ascoltare un pezzo al pianoforte suonato senza troppi errori, dovuti soprattutto all’emozione di averti vicino. Quanto interesse dimostravi per i miei studi quasi che fossi tu, privato da ragazzo dal poter studiare musica, a eseguire quelle melodie. Intonavi le romanze celebri ed io, che accompagnavo al pianoforte, mi sentivo importante, consapevole che la musica innalza l’animo, contribuisce a sentirsi parte di un mondo universale. Il tempo della maturità scandito dalla tua instancabile fede che ha sorretto le mie debolezze, ha creduto nella forza della vita che si è rinnovata nel miracolo della nascita di mia figlia. La tua euforia nel sentirti chiamare “Nonno” dalla nipotina desiderata sopra ogni cosa. La tua pazienza nel sopportare i suoi scompigliamenti tra i tuoi capelli candidi sottoposti alle tenere angherie dell’unica ed amatissima nipote, reginetta del tuo cuore. Il tuo sorriso … la tua voce … i tuoi occhi … chiusi per sempre.”

Si susseguivano immagini lontane e presenti, ore intense e felici, mescolate a rapidi e disperati sussulti inespressi mentre restavo immobile. Era come se la tua stessa immobilità avesse trasfuso in me rendendomi incapace di compiere qualunque gesto o azione.

Solitario il pensiero, in un furioso sovrapporsi di istanti, flashback e riecheggiamenti, incalza, si aggrappa, si adagia su riverberi di vita vissuta.

 Ora sono solo perle di memoria.

…. E INTANTO IL FIUME SCORRE …   A  mio padre Gerardo, indimenticato

Maria Rosaria Teni

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Quando forti e diritte le nostre anime – Sonetto XXII di Elisabeth Barret Browning

Quando forti e diritte le nostre anime
si stringono in silenzio sempre più vicine,
finché le punte ricurve delle loro ali
aperte prendono fuoco, quale amaro
torto può farci la terra per impedirci
d’essere a lungo felici? Pensa! Mentre
saliamo in alto, gli angeli, incalzandoci,
sfere d’oro di canto perfetto vorrebbero
far cadere nel nostro profondo e caro
silenzio. Ma, amore, restiamo sulla terra
dove l’avverso, indegno umore degli umani
fugge gli spiriti puri, li isola e consente
un luogo dove stare, amare per un giorno,
con l’ombra e l’ora della morte intorno.
Elizabeth  Barrett Browning

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Elizabeth  Barrett Browning – Poetessa inglese (Coxhoe Hall, Durham, 1806 – Firenze 1861). Prima dei quattordici anni pubblicò un poema in distici eroici, The battle of Marathon, ma acquistò larga fama col volume The Seraphim and other poems/” (1838) e con la raccolta Poems (1844) che contiene la notissima poesia The cry of the children contro lo sfruttamento dei fanciulli nel lavoro degli opifici. In seguito al matrimonio con Robert Browning (1846) si stabilì a Firenze; scrisse poi i Sonnets from the Portuguese (stampati privatamente 1847, pubblicati 1850), la sua opera migliore; appoggiò con la sua attività poetica (Casa Guidi Windows, 1851; Poems before Congress, 1860) le vicende del Risorgimento italiano che seguì con calda simpatia. Il suo maggiore poema Aurora Leigh (1857), romanzo in versi sciolti, lodatissimo al suo tempo, conserva oggi solo valore di documento sociale. [ Enc.Treccani]

“Anime arse” di Mariantonietta Valzano

Tocca le corde dell’anima questa lirica di Mariantonietta Valzano, portando a riflettere amaramente sul destino degli ulivi del Salento, straziati dalla xylella e oserei direi dimenticati in angoli di territorio che sta perdendo una preziosa testimonianza della sua identità. Guardando, oggi, gli scheletri muti di tronchi devastati e scarnificati, viene da sedersi in un cantuccio di terra e piangere, sì piangere lacrime per confortare l’arida realtà e lavare le immagini di irrecuperabile declino. Tanto amati, gli ulivi del Salento, oro prezioso di cui orgogliosamente si sono pregiati i nostri padri e poi ancora i nostri nonni e poi ancora intere generazioni, che hanno venerato questo tesoro e ne hanno glorificato il frutto. Oggi solo tronchi nudi di foglie e braccia che implorano aiuto. Non potevo astenermi dal commentare, in maniera personalistica e istintiva, una lirica che mi ha turbato e che mi ha fatto ricordare quanta amarezza accompagni il destino degli ulivi secolari, tra l’altro ispiratori del Premio Vitulivaria, che ho voluto chiamare così proprio in nome di ulivi e viti che sono i gioielli di un Salento magico. Grazie alll’autrice e alla sua profonda e intensa sensibilità poetica per averci donato una lirica emozionante e incisiva. [Maria Rosaria Teni]

Anime stropicciate dalla tempesta
che si ergono sopra la sconfitta
tendendo il cuore a un cielo muto…
Ancora muto…
Anime arse che in solitaria
lottano e non si arrendono.
Respirano la vita intorno
per avere speranza
si nutrono di amore e solitudine
in mezzo a un prato verde
dove ancora possono trovare il seme
di quella felicità agognata
o perduta ma mai disattesa
Anime coraggiose che rinascono
dopo che si sono spogliate di tutto
e che un giorno torneranno a fiorire
di quei frutti dolci come l’amore
e profumati come la vita

 Mariantonietta Valzano
 Foto Paola Trono – Olivi straziati dalla xylella nel Salento

“Cappellino a fiori” di Maria Rosaria Teni

Questa mattina un’emozione inaspettata.
Una bambina- avrà avuto 2 anni circa-  cappellino in testa, si avventurava, teneramente abbracciata al suo papà, verso il mare blu mentre un leggero vento di tramontana dondolava la visiera del suo cappellino a fiori.
Aveva fremito nelle manine che cingevano il collo del padre, ma lo guardava negli occhi: cercava sicurezza, un’ancora cui appigliarsi di fronte a qualcosa di nuovo. In lei ho rivisto me, bambina, felice di stare tra le braccia forti del mio eroe buono, del mio papà che io chiamavo roccia e di cui andavo fiera. Mi bastava quella sua mano forte per proteggermi da ogni raffica che lentamente si sprigionava dai venti bizzarri dell’esistenza umana.  Ho pensato a quanto sia strana la vita!
Momenti, stagioni, bimbi, poi adulti… e poi vecchi! Dapprima il bambino si tiene ancorato al padre, ma in un volgere di lune è il padre che cerca le braccia del bambino ormai uomo e ridiventa fragile, teneramente fragile…
Maria Rosaria Teni

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“Estate del ’95” di Adam Zagajewski

Era l’estate sul Mediterraneo, ricordi?
vicino a Tolone, un’arida estate, entusiasta
entusiasta di sé, che parlava uno strano dialetto,e noi
capivamo solo brandelli di salate parole;
era estate nella sghemba luce della sera, nelle pallide
macchie delle stelle, la notte, quando taceva il brusio
di innumerevoli fatui discorsi e solo il silenzio
aspettava la voce di un uccello sonnolento,
un’estate nella quotidiana esplosione del meriggio,
e le stesse cicale si sentivano mancare, un’estate
in cui l’acqua azzurra si apriva ospitale, così ospitale
da farci scordare le anfore giacenti
da migliaia di anni sul fondo del mare, nell’oscurità,
nella solitudine; era un’estate, ricordi?,
le foglie sempreverdi del ligustro ridevano,
era luglio, e facevamo amicizia
con quel giovinetto gatto nero
che ci sembrava così intelligente,
era la stessa estate in cui a Srebrenica
venivano uccisi uomini e ragazzi;
innumerevoli, secchi gli spari
e certo c’erano un caldo torrido e la polvere,
e le cicale, terrorizzate a morte.

Adam Zagajewski da Asimmetria (2014)

ph Eleonora Mello

Adam Zagajewski,nato a Lepoli in Ucraina nel 1945 e morto nella giornata mondiale dedicata alla poesia  il 21 marzo a Cracovia;  è considerato il cantore del Novecento e della condizione umana.  Ha vissuto in Slesia e poi a Cracovia, dove si è laureato alla Jagiellonian University.
Zagajewski è conosciuto tra i poeti della Generation of ’68’ o Polish New Wave (Nowa fala).
Tra le sue opere: Pragnienie (1999); Ziemia ognista (1994); Jechac do Lwowa (1985); Sklepy miesne (1975); Komunikat (1972).  I suoi poemi e saggi sono stati tardotti in molte lingue.
Tra i premi vinti: il Berliner Kunstlerprogramm, il Kurt Tucholsky Prize, il Prix de la Liberté, e Guggenheim Fellowship. È stato Visiting Associate Professor of English in the Creative Writing Program alla University of Houston e ha vissuto tra Parigi e Houston.
Ha vinto il Neustadt International Prize for Literature nel 2004 ed è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Dall’Introduzione del volume Tradimento, edito da Adelphi nel 2007:
“Ha detto Miłosz che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu».  Per Adam Zagajewski – «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan o Brodskij» (Walcott) – quel cielo è Leopoli (oggi l’ucraina L’viv), la città della Galizia «dove dormono i leoni», che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia.  Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che «non è opportuno visitare», come se «la bella definizione di docta ignorantia  avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell’Europa».
Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell’Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell’immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare «la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe». E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto.”
In Italia sono stati pubblicati: Polonia: uno Stato all’ombra dell’Unione Sovietica (Marietti 1982), Tradimento (Adelphi 2007).
Inoltre suoi testi sono presenti in: A questo servono le lacrime di Paola Malavasi, con una nota di Ennio Cavalli e due poesie di Derek Walcott e Adam Zagajewski (Interlinea 2006) e Luci ed ombre di una città: immagini di Genova di Adhaf Soueif con testi di Adam Zagajewski e John M. Hall (De Ferrari 2003).

“Teresa” di Daniela Piu

Attraverso una narrazione solida e articolata magistralmente, si svolge la storia di Teresa, risalendo a circa trent’anni di distanza, e descrivendo un rapporto speciale  con questa donna singolare e piena di umanità. Nel racconto di una donna, che all’epoca aveva nove anni, si percepisce un affetto e una sintonia che rimarcano effettivamente la mia idea che, pur se non esistono legami di sangue, l’affetto si può costruire su basi quali la fiducia, l’attenzione e la sincerità, ma soprattutto la cura con cui si creano rapporti tra esseri umani. E’ un racconto vivido,che  irradia una luminosità poetica e rende tangibili attimi di vita indimenticabili. Un applauso all’autrice per l’uso di uno stile narrativo accurato ed elegante. [ Maria Rosaria Teni]

“Oh, mamma mia, è tempo da torte!”
Truman Capote

Immagina una luminosa mattina di giugno, più di trent’anni fa. Il sole entra dritto dritto nell’interminabile corridoio di graniglia dell’appartamento di Teresa. Il portone è spalancato perché ha passato lo straccio e sta lasciando asciugare il suolo lavato con un detersivo che profuma di lavanda.

Lei non si vede perché è nel bagno dove sta svuotando il secchio, eppure la si sente cantare a voce spiegata una canzone di Sergio Endrigo. Teresa è convinta di poter partecipare al Festival di Sanremo essendo così intonata e possedendo una voce tanto singolare: “Un figurone farei – mi ripete ogni volta che descrive il suo debutto sognato – mi vestirei con il mio vestito di seta rosa”, il suo preferito, che indossa solo per la messa della vigilia di Natale, quella di mezzanotte.

Appena il pavimento si asciuga la raggiungo di corsa, percorrendo quel lunghissimo corridoio a elle che nasconde, nell’ultimo tratto appena girato l’angolo, le porte del bagno e della cucina. Lei sta ancora cantando: “Tereeesa, quando mi hai dato il primo bacio sulla bocca…”, e si accinge a stirare.

Io ho appena compiuto nove anni e adoro questa donna alta e magra, con i capelli a caschetto tinti di biondo cenere. Teresa non è mia madre, eppure le voglio bene come se lo fosse e glielo dimostro correndo da lei ogni volta che posso. Passo quasi tutto il mio tempo con lei, i miei genitori non ci sono mai e quando ci sono urlano e mi maledicono tanto che scappo in fretta in fretta nella porta accanto, quella di Teresa. “Sembri mia figlia, SEI mia figlia. Siamo uguali io e te”, me lo ripete da molti anni e io ci credo, anche se so che siamo solo cugine e molto alla lontana per giunta.

Mi ha tagliato i capelli come i suoi, con la frangetta a metà fronte, e appena sarà tempo di mare anche a me diventeranno biondi. Aspetto il sole d’estate per tutto l’anno apposta per diventare bionda come lei. Oggi è lunedì e vado con Teresa dalla lattaia per fare la spesa. C’è in quel piccolo negozio talmente tanta roba buona stipata da non credersi. Il bancone di acciaio è ornato di grandi vasi di vetro pieni zeppi di caramelle, cioccolatini, liquirizie, arrotolate o farcite, poi c’è la frutta candita… ma a me piacciono i moretti, vado matta per i moretti!, così Teresa me ne compra uno tutte le volte che entriamo. La lattaia invece mi regala i boeri, che Teresa mi sequestra appena uscite dal negozio per mangiarseli lei. “Hanno il liquore, per carità! Fanno male al pancino”. Tanto io sono troppo occupata ad addentare il mio moretto senza perdere neanche una goccia di quella panna dolce e compatta che il cioccolato nasconde.

Appena arrivate a casa so già cosa faremo. “Tereeesa, quando ti ho dato quella rosa, rosa rossa…”, lei canta contenta mentre riempie la terrina con i rossi d’uovo, gli albumi vanno nell’altra. Facciamo la più buona torta del mondo, quella di Teresa. Una volta che ha finito di amalgamare le uova e lo zucchero, la teglia imburrata e infarinata, versataci dentro la miscela, finalmente arriva il mio turno di lavoro: ripulire bene la terrina con un cucchiaino e, se voglio, anche con la lingua. Che delizia! Nella cucina si spande il profumo della torta che cuoce, si mischia a quello del limone grattugiato per la crema e dell’alchermes. Anche il corridoio sa di buono, di vanillina e burro.

A una certa ora arriveranno i suoi amici, come tutte le sere, e io rimarrò in cucina buona buona a guardare la televisione, mentre lei starà con loro per un po’, nella stanza vicino all’ingresso. È una bella cameretta con la tappezzeria a strisce fatte di tante piccole rose intrecciate che vengono giù dal soffitto; si affaccia sullo scalone che scende verso il cortile. C’è un grande divano bianco come la neve che la sera diventa un lettone dalle lenzuola candide nel quale mi è capitato di dormire a volte, accanto a Teresa. Troppo poche rispetto a quelle che mi sarebbe piaciuto, i miei mi vogliono a casa la sera.

Teresa ha delle camicie da notte di morbido chiffon che sono un vero schianto, tutte pizzo e nastri. Ha promesso che me ne regalerà una quando mi verranno le mie cose. Gli amici di Teresa sono tutti gentili con me, dei signori con le tasche sempre piene di monetine da regalare. Sono tanti, talmente tanti che non li riconosco uno dall’altro. Capisco che tolgono il disturbo quando Teresa si mette a cantare sotto la doccia: “Amaaare come sai tu non sa nessuna…”. Spengo la tele e vado ad aiutarla, le passo il guanto di crine sulla schiena e le porto gli asciugamani puliti dall’armadio a muro del corridoio. Quel lunghissimo corridoio tirato sempre a lucido, scintillante, e con i vasi colmi di rose che le portano i suoi amici. Rose rosse.

La toilette di Teresa dura a lungo e io ne faccio parte, sono la sua cameriera tuttofare. Le porto gli attrezzi del mestiere mentre lei sta seduta davanti alla specchiera: le spazzole cilindriche sottili come un aspide per la frangetta, quelle larghe come un’anaconda per il resto dei capelli, fon, pettini, forcine, forbicine, la lima, lo smalto è rosso come il sangue, pinzette, ceretta, pennelli e make-up… eccola ritornare splendida e in ordine come al solito.

Anche se lei dice di essere una delle più belle donne della città, Teresa non è bella. È magrolina, quasi non ha seno, non raggiunge il metro e settanta. Le cosce sono troppo grosse rispetto al resto del corpo, con i segni della cellulite di cui si lamenta mentre si strofina con un unguento che dovrebbe ridurla, fatica sprecata. Il viso è sottile, pallido, e per questo si tinge i capelli di biondo, perché se li lasciasse castani scuri come li ha al naturale, sembrerebbe una morta, così dice lei.

Ha un nasino alla francese che sembra finto, tanto è bello. Ma gli occhi sono piccoli, verde smeraldo, e lo sguardo è scaltro e superficiale. Le labbra le tinge di rosso fuoco, forzando il contorno con una matita, altrimenti ricorderebbe l’imboccatura di un salvadanaio. Eppure quando si alza dal tavolo della toilette, ancora in accappatoio, a me pare una stella del cinema pronta per il tappeto rosso. Non ho dubbi che sia una delle più belle donne della città, quando me lo ripete.

Ha già ricevuto mille proposte di matrimonio a cui risponde sempre di no. Perché dice no? Glielo chiedo spesso, e lei mi sorride furbetta quando mi spiega che per lei quel no è la libertà. Non potrebbe avere un marito, perché i mariti sono bravi solo a dare ordini e lei non sa obbedire. Sono malmostosi e lei ama l’allegria. A Teresa piace ridere e cantare, le piace stare serena. Mi ricorda il clima teso e di rappresaglia che si respira a casa mia. “Non si sta meglio da Teresa, eh, chicca?”, mi domanda mentre io annuisco con candore sbattendo le ciglia.

Entra in scena mia madre, quella vera intendo. È piuttosto agitata e rivolge sottovoce a Teresa delle accuse che non riesco a sentire. Sibila come un serpente piccole frasi smozzicate e intanto la strattona con forza. Riesco a percepire un: “se scopro che è…” e poi “me la paghi!”, mi avvicino alla porta della cucina dove le due stanno litigando, cerco di non far scricchiolare le scarpe sul pavimento di graniglia. Teresa sta piangendo quando mia madre lascia la stanza come una furia. Non piangere, cara, ti si gonfia la faccia come una zampogna e le macchie rosse non se ne vanno più via. Mi sente sgranocchiare una caramella fuori dalla porta e singhiozza un: ”Chicca, sei lì?”, così entro e mi siedo vicino vicino, le stringo la mano come per dirle: ti voglio bene. Aspetto che si calmi.

Andiamo a raccogliere frutta per fare le marmellate. Prendiamo l’autobus che ci traghetta alle porte della città, dove il fratello di Teresa ha una casetta circondata da susini e peschi. Dobbiamo fare un pezzo di strada a piedi per arrivare al frutteto, si trova in una valle alle pendici del colle sul quale ci lascia l’autobus. Il sentiero che prendiamo, una scorciatoia che conosce Teresa, è immerso nei lecci. A ogni passo che facciamo è tutto un crocchiare di foglie secche e ramoscelli. Sul ciglio del sentiero, proprio sulla radice di una quercia, sta un uccellino dal petto arancione che ci guarda passare, fiero e tranquillo. Ricambio il suo sguardo spavaldo, lui muove a scatti la piccola coda mentre Teresa passa dritta senza notarlo. Gli sono davanti, è così colorato e tenero, mi fermo stregata a contemplarlo. Teresa si volta non sentendo più i miei passi scricchiolare e: “Oh, un pettirosso!”, dice facendolo scappare preoccupato per tanta attenzione.

Continuiamo la discesa verso la frutta che calda e succosa ci aspetta sugli alberi. Il frutteto è deserto, facciamo un giro di ricognizione per accertarci che il fratello non sia in casa. Nessuno risponde alla porta, quindi svelte svelte ci dividiamo le buste – ne abbiamo prese tre a testa – e cominciamo a riempirle. Le susine più grosse e scure sono già cadute, ne prendo qualcuna dal suolo anche se è già bucherellata dai passerotti. La terza busta è per le pesche che arriveranno a casa già una marmellata. “Non riempirle troppo, chicca, c’è la salita da fare”.

Il pettirosso stava mettendoci in guardia: è la nostra ultima avventura insieme. Cambio casa, vado a vivere in un’altra parte della città, solo con la mamma. Cambio scuola e compagni, dopo qualche anno cambio anche città. Ripenso spesso a Teresa, alla quale spedisco una cartolina carica di baci da ogni posto nuovo che visito – gliel’ho promesso anni fa e non ho mai mancato di parola. Nonostante sia morta da un pezzo continuo a mandarle le cartoline, in quella casa che considero la mia vera casa anche se non ci ho più messo piede.

Ho saputo che è morta proprio in quel lettone dalle lenzuola candide come neve nel quale sognavo ogni notte di poter dormire accanto a lei. In questa particolare giornata di giugno scrivo l’ennesima cartolina da una località marittima famosa per l’isola che le sta di fronte, un tempo proprietà di un industriale dedito alla cocaina. Sono qua per montare un documentario che inizia con una bionda che canta Teresa di Sergio Endrigo, non certo per caso. È la stessa luminosa mattina di giugno, con l’identica gradazione di luce che fa fluire la mente avanti e indietro negli anni, come una moviola. E che mi riporta Teresa qua, accanto a me, più viva e canterina che mai.

Daniela Piu è scrittrice e traduttrice. Nel 2019 ha pubblicato, dopo vari racconti, il suo romanzo d’esordio “Esse di seta”. Nel 2020 è uscito il secondo romanzo dal titolo “Tre ritratti”. Ha firmato alcuni documentari, tra cui “P.I.S.Q.” (2006) e “Magna Istria” (2010), e ha tradotto i primi due romanzi di Isabel Suppé, “Una notte troppo bella per morire” e “Viaggi con Ronzinante”. Il suo ultimo documentario è “Fertilia istriana” (2021).

“FATE FOGLI DI POESIA, POETI” (manifesto poetico) di Antonio Verri

Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
Ai politici, gabellieri d’allegria
A chi ha perso l’aria di studente spaesato
A chi ha svenduto lo stupore di un tempo
Le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
…” disarmateli” se potete!

(Al diavolo le eccedenze, poeti
Le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli…
al diavolo, al diavolo…)

Disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
Fatevi anche voi un gazebo oblungo
Chiudeteci le loro parole di merda
I loro umori, i loro figli, il denaro
Il broncio delle loro donne, le loro albe livide.

Spedite fogli di poesia, poeti
Dateli in cambio di poche lire
Insultate il damerino, l’accademico borioso
La distinzione delle sue idee
La sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).

Osteggiate i Capitali Metropolitani, poeti
i vizi del culto. Le dame in veletta, i “venditori di tappeti”
i direttori che stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
Le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
… se mai odorate la madre e il miglio stompato
Le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quello che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
Vendeteli e poi ricominciate.

Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
Fatevi un gazebo oblungo, amate
Gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
Le loro rivolte senza senso
Le tenerezze di morte, i cieli di prugna
Le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo
I misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti,
vendeteli per poche lire!

Antonio Verri

Antonio Leonardo Verri (Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993), poeta, romanziere, editore, operatore culturale, giornalista, aderì al Movimento di Arte Genetica fondato nel 1976 da Francesco Saverio Dòdaro e a partire dalla fine degli anni ‘70 si fece ideatore e promotore di riviste letterarie quali “Caffè Greco” (1979-1981), “Pensionante de’ Saraceni” (1982-1986) e “Quotidiano dei Poeti” (1989-1992), quest’ultimo andò ad intersecarsi dal 1991 con “Ballyhoo-Quotidiano di comunicazione”. Dal 1986 al 1993 collaborò con “Sudpuglia” e nel 1990 diresse “On Board”. L’impegno di Verri si collocava a pieno titolo in quelle aree della militanza culturale pugliese che dalle figure dei Fiore, Tommaso e Vittore, aveva avuto modo di articolarsi come prassi politica e letteraria, tentando un intervento attivo sul sociale, attraverso un investimento letterario e giornalistico che non lesinava polemiche, al punto che l’opera del poeta di Caprarica di Lecce è attraversata da invettive che spaziano dalle critiche al mondo editoriale a quelle rivolte all’immobilismo accademico. Curò le attività del Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni e la collana “Abitudini. Cartelle d’autore” (1988-1990), contribuì alla collana “I Mascheroni” (1990-1992) per Erreci Edizioni, ed entrò come co-curatore ed editore di una serie di collane ideate da Francesco Saverio Dòdaro – “Spagine. Scrittura Infinita” (1991), “Compact Type. Nuova Narrativa” (1990), “Diapoesitive. Scritture per gli schermi” (1990), “Mail Fiction” (1991) – con le quali Dòdaro rileggeva la forma-libro pervenendo a violazioni estetiche e fruitive. A Cursi (Le), Verri istituì il “Fondo internazionale contemporaneo Pensionante de’ Saraceni”, una biblioteca composta da oltre tremila volumi. Per non smentire la sua vocazione di operatore culturale, organizzò due edizioni di una mostra mercato di poesia a cui diede il nome di “Al banco di Caffè Greco”. Organizzò, inoltre, due mostre: la prima su Joyce e Raymond Queneau, la seconda sul gioco dello Scrap (gioco di scrittura attraverso l’uso di scarti tipografici). Una semiautomatica per manifesti ha dato alla luce le sue prime opere, interamente stampate da sé. Rispettando il suo manifesto poetico, “Fate fogli di poesia, poeti, vendeteli per poche lire”, ha effettuato volantinaggio di poesie. Morì il nove maggio del 1993 in un incidente stradale.    [Francesco Aprile]

“Narrare per creare” di Maria Rosaria Teni

Percorrendo il cammino che il Premio Vitulivaria sta portando avanti in questi mesi estivi, mentre si avvia lentamente alla scadenza, prevista per il 30 ottobre, e alla luce dei brani di narrativa che stanno arrivando da ogni parte d’Italia all’attenzione del Comitato organizzatore del concorso, non posso che considerare, ancora una volta, l’importanza e la bellezza della scrittura e la forte capacità di temperare i disagi e le difficoltà del nostro vivere quotidiano. D’altro canto, raccontare fa parte della natura dell’uomo e ne costituisce quasi un bisogno primario;  l’umanità sarebbe molto diversa se non avesse la consuetudine di esporre le proprie emozioni, le personali esperienze, quelle altrui,  e trasferirle su una pagina, per comunicarle e condividerle. Tutto ciò  rende gli uomini più uniti e rappresenta, in aggiunta, un arricchimento al proprio personale vissuto. Narrare è probabilmente l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia perché assistere al racconto di una vicenda o scriverla  significa sperimentare una vasta gamma di emozioni e di sentimenti scoprendo la possibilità di riconoscerci nelle esperienze degli altri.  Dobbiamo considerare, peraltro, che la narrativa è quasi sempre stata, tra generi letterari, quello che ha goduto di maggiore e più durevole popolarità. Julio Cortazar ha paragonato il racconto alla fotografia, una fotografia verbale che comunque scaturisce dalla fantasia di un autore.

Viviamo immersi in un mondo fatto di storie. Jonathan Gottschall, professore di letteratura inglese, nel suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani (2014) si è chiesto perché, fin dai tempi antichi, l’uomo ha sempre dedicato molto tempo e molto energie a raccontare e a raccontarsi storie. Che cos’è, dunque, che ci spinge irresistibilmente a inventare mondi che non esistono, a leggere i fatti della vita di qualcun altro? Secondo Gottschall, il nostro bisogno di storie è qualcosa che ci identifica come uomini: l’uomo, egli afferma, è un animale che racconta storie. Non può farne a meno: riesce a capire il mondo in cui vive soltanto se lo racconta o se lo fa raccontare. Noi leggiamo o guardiamo le storie degli altri perché attraverso di esse possiamo capire un pezzo del mondo e imparare qualcosa sulle questioni cruciali della nostra vita, quelle che ci riguardano direttamente. È come se, leggendo, ci allenassimo a vivere, perché attraverso le narrazioni altrui sperimentiamo il mondo e impariamo ad abitarlo. Bisogna saperne accettare il valore metaforico, capire cioè che “rappresentano qualcosa attraverso qualcos’altro” sotto una forma diversa. Una narrazione è spesso una finzione o, anche quando un romanzo si riferisce a fatti realmente accaduti, una ricostruzione della realtà con elementi di fantasia e invenzione. Ogni storia chiede di essere accettata e letta perché si narra per essere ascoltati.
A questo scopo, è dalla  terza edizione del 2015 che  si è compiuto un ulteriore passo in avanti, inserendo una sezione – Sezione C –  dedicata alla narrativa,che ha riscosso un’immediata risposta da parte dei  numerosi  autori che hanno inviato i loro  racconti,  esaminati da una Giuria preposta e diversa da quella nominata per la poesia. In virtù del successo riscontrato, anche nella settima edizione del premio Vitulivaria, si è pensato di continuare a offire all’autore del racconto vincitore la  pubblicazione del proprio testo sulla rivista quiSalento, mensile di eventi, turismo, cultura, tradizioni e attualità, nella rubrica di racconti illustrati “Le storie di qui”. Questo riconoscimento rappresenta un ulteriore passo avanti fatto dal Premio Vitulivaria che continua nel suo intento  di concedere sempre maggiori opportunità e visibilità a poeti e scrittori, consentendo di essere conosciuti e apprezzati anche nel panorama letterario.

Concludo citando Fernando Pessoa: “Narrare significa creare, poiché vivere significa soltanto venire vissuto.” – Il libro dell’inquietudine (1982)

narrativa

7^ bando VITULIVARIA 2021