E’ arrivata una letera!!

Di Frida la loka, Lombardia

27 gennaio, Giornata della memoria

wordpress
Cara Anne, lo so di averti lasciata un po' nell" oblio, ma sai, qui le cose non vanno tanto bene, non abbastanza come dobrebbero e se ci fosti, sicuramente saresti molto delusa degli uomini. Cosicché colgo questo ritaglio di tempo d'una giornata sicuramente particolare per molta gente, oserei dire per il mondo, anche sé, il mondo tutto non lo sa, oppure ha dimenticato o peggio, se ne frega. 

Eh sì Annuccia; perché da quel momento in poi sappi che non fu mai più lo stesso e purtroppo non hai avuto la possibilità di venirne a conoscenza.
Cercherò di essere poco noiosa, (sei una ragazza inteligente), oggi voglio dedicarti un pò d'attenzione per farmi perdonare,spero ti faccia piacere o almeno, ti raserene sapereche che per quanto sia passato del tempo qualcuno ancora s'interessa di chiarire come fu una parte importante della nostra storia, della tua!

Ti ricordi?! Se ho iniziato  a scrivere, quando avevo più o meno la tua età, è soltanto grazie a te; e le tue preziose pagine, che poi divennero un libro, ma questo te l'ho avevo già detto.

Sai Anne cara, tempo fa, son venuta a conoscenza che una scrittrice importante, ha raccolto in un libro, tantissima  informazione, si parla sul fatto di chi rivelò il vostro nascondiglio segreto, come lo chiamavi. Cinque anni e una squadra investigativa composta da quasi duecento persone!!! Hai capito?! Ahimè... alla tua età, diventata famosa, tu diresti sicuramente, -dovuto a cosa?!, già tì sento!! Grazie alla preziosa e minuziosa informazione che col inchiostro è senza rendertene conto ci stavi lasciando come legado.

Dolce Anne, siete stati traditi d'un altro ebreo, come te, come tuoi famigliari e "coinquilini ", triste già, sarai rammaricata oppure sconcertata e ti capisco...

Ma non uno qualsiasi, tale "signore " chiamatosi, Arnold van den Bergh, notaio ebreo, membro del Consiglio ebraico di Amsterdam, sposato con tre figlie.

Pare facesse parte della commissione del Consiglio ebraico che, su ordine dei nazisti, doveva selezionare i nomi degli ebrei da inserire nelle liste di deportazione.

Era molto facoltoso sai!, era riuscito a farsi inserire nella lista del tedesco Hans Georg Calmeyer che, ufficialmente, addirittura dichiarò la sua non appartenenza alla razza ebraica. Per questo, nonostante il decreto nazista che obbligava i notai ebrei olandesi a cedere la loro attività, Arnold van den Bergh poté svolgere il suo lavoro fino al gennaio del 1943, fino a quando un collega ariano, destinato a occupare il suo studio, J. W. A. Schepers, lo denunciò alle SS e gli fece perdere i suoi privilegi.

Probabilmente, a questo punto, sarai un pò seccata? Forse, ma ho pensato che quello che v'è capitato e non solo a voi, è stata una tragedia imanne. E mi dirai, - ma è passato del tempo, a cosa serve oramai sapere, ricordare?, e io ti dirò una frase scritta da un signore, Primo Levi, che subì come te, perché ebreo, ma
sopravvisse e divento una scrittore! Pensa te, il tuo sogno! E recita,

《"L'Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria"》.

Bene! Chissà cosa continuerai a scrivere, là, dove tu sia; spero siano cose colorate, radiose e piene di emozioni.

Ti abbraccio forte, carissima.

Ps: Sono molto soddisfatta di averti scritto e sedermi con te per terra sui pavimenti in legno, con le gambe incrociate come indiani, mentre tiepida filtra un raggio da qualche fessura
Credo essermi ritagliata un pò "troppo " di tempo, alla prossima.

Tua.
27 gennaio, 2023.

Dal blog personale

http://fridalaloka,com

Rippublicato su

http://alessandria.today

Torna alla libreria Andando e Stando il circolo di lettura La Voce della Luna

Lettura: Venerdì 20 gennaio, a partire dalle ore 16.30, la Libreria con mescita Andando e Stando di via Bissati 14, Alessandria, ospita un nuovo appuntamento del Circolo di lettura organizzato dall’Associazione di cultura cinematografica e umanistica La Voce della Luna, tra suggestioni letterarie e cinematografiche. L’ingresso è libero, previo tesseramento associativo (al costo di dieci euro, con validità annuale e l’offerta di sconti presso attività commerciali convenzionate). 

Info: lavoce.dellaluna@virgilio.it

La bellezza, la filosofia e il Möbius strip

La bellezza, la filosofia e il Möbius strip

Iris e Periplo Blog

Il nuovo libro di Giacinto Plescia

Di fronte alle manifestazioni della forza della natura e delle umane tragedie sorge il senso della paura e dell’angoscia ma anche della bellezza e del sublime.
La bellezza presuppone forma, misura, proporzione, simmetria, il sublime richiama grandezze incommensurabili che generano sgomento e terrore.
La bellezza e il sublime sono due poli in un continuo: un polo è la bellezza associata a un principio di organizzazione, l’altro rappresenta una disorganizzazione, una distopia e scaturisce dalla scoperta dell’abisso costitutivo dell’esistenza.
È la differenza tra due spazi topologici che s’incontrano come in un nastro di Möbius: un fiore, un poema, un dipinto, o un brano musicale, che possieda bellezza del primo genere può essere vista anche come bellezza del secondo genere.
Si ha la compresenza di due sensibilità in una: la physis, bistabile, si biforca e abita lo spazio möbiusiano: un meta-paradigma aldilà della metafisica-ermeneutica-epistemica.

Giacinto Plescia si laurea in Architettura al Politecnico di Torino, consegue n.2 Attestati di perfezionamento in “Scienza e Filosofia, Temi di Epistemologia Generale ed Applicata” e n.1 in “Estetica ed Ermeneutica delle Forme Simboliche” all’Università di Firenze.                 

Partecipa a Concorsi universitari di Docenza, Convegni internazionali e nazionali di Fisica, Modelli Matematici e Urbanistica.
All’attivo ha molte pubblicazioni di Filosofia, Urbanistica, Modelli Matematici e Topologia. Ha presentato dei brevetti sul Fullerene ad Università ed agenzie.

Il libro La bellezza, la filosofia e il Mobius strip è stato pubblicato su Youcanprint, per la categoria Scienze Accademiche.
È disponibile in versione digitale e cartacea con copertina flessibile, 118 pagine.

Link dell’autore:

Sito web: https://www.giacintoplescia.it/
Blog: https://giacintoplescia.blogspot.com/
Blog di Scienze e Humanities: https://frame-frames.blogspot.com/

Link per l’acquisto:

Amazon: https://amzn.to/3TDC5po
Youcanprint:https://www.youcanprint.it/la-bellezza-la-filosofia-e-il-mobius-strip/b/3fd98d02-7ec2-5fc6-9a93-26f67b9cdcb6
https://iriseperiplo.art.blog/2022/10/25/la-bellezza-la-filosofia-e-il-mobius-strip/

La panchina e l’uomo

Di Frida la loka (Lombardia)

Una panchina in legno sporca e consumata dagli anni è sempre lì, in quel pezzo di sentiero, che se non fosse bullonata al pavimento probabilmente sarebbe già scomparsa. 
È stata testimone di tante storie;  seduta questa ragazza sorride ed abbraccia il suo lui, in procinto di leggere un libro.

Una mamma sfinita, si siede, con un passeggino al fianco che; con il piede sinistro fa un movimento avanti, uno indietro per cullare il bimbo, lei a riposo mentre fruga ad occhi chiusi nella borsa.

Dietro la panchina, tante scritte, molte insolite, tante graffiature, altri disegni incomprensibili, non manca il cuore e addirittura il simbolo anarchico che più di un giovane fiero del fatto, avrà portato pure sulla maglietta.

Bambini l'hanno usato come cavalluccio, il gruppetto! dopo la partita di calcio...

Son passati in tanti davanti a quella panchina eppure più di uno non si è mai fermato, troppa fretta.

Ma, c'era un'ora ben precisa, dopo cena, non molto tardi, a quell'ora ormai non c'era quasi più nessuno; un uomo con una discreta gobba e cappello, si avvicinava a passo lento appoggiato con la mano destra sul vecchio bastone, sotto l'abambraccio destro un foglio di giornale arrotolato. Sedeva senza fretta, su quella panca; appoggiava il suo bastone di fianco, prendeva un sigaro della tasca interna della stessa giacca di sempre, lo scrutava e sentiva il suo aroma intenso, come fosse la prima volta.

Finalmente lo accendeva, l'aria si mescolava col fumo, si percepiva che per l'uomo non era un problema il tempo, né le stagioni, perché ogni mercoledì, in primavera, d'estate,oppure col freddo, per l'uomo era lo stesso; tutti i mercoledì al calare del sole, si trovava lì, incorvato,gambe incrociate, bastone s'un fianco e il rotolo di giornale di fianco, sulla panca.

Sembrerebbe un tipo strano, per chi lo vedesse per la prima volta. Aveva l'abitudine di fumare il suo sigaro, leggermente amaro mescolato ad un retrogusto dolce salato, ma, piacevole al palato il capo leggermente chino verso l'alto, guardava vada a sapere cosa, forse nulla... sguardo perso nel'aldilà passava il tempo e lui delibaba il fumo e lo guardava come saliva e si perdeva fra i frondosi cipressi fino a scomparire le figure che si formavano.

Una volta finita la sua costumanza, prendeva il suo bastone e appoggiato,  con la destra, srotolava il foglio di giornale e con tutta la sua tenerezza, mani tremanti e rugose segnate dal tempo lo spostava, lasciando sulla panca, la solita rosa rossa, bella turgida come nessuna... come lei...

Tua.

17 dicembre, 2022.

Dal blog personale di

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su

http://alessandria.today

NATALE, di Miriam Maria Santucci

❤🎄BUON NATALE🎄❤

«Vorrei che il Natale di OGGI fosse come quello di IERI… Ieri di tanti anni fa, quando all’alberello si appendevano le caramelle e i mandarini; il vischio e l’agrifoglio abbellivano le nostre dimore e il presepe aveva il muschio raccolto nei boschi, le statuine di terracotta e le casette di cartone…

Ma di IERI rimane solo l’illusione che a Natale si è tutti più buoni e che una tavola imbandita e un grande albero pieno di luci e di regali ci rendano più felici…»

#MiriamMariaSantucci

#oltreiconfinidelcieloedelmare

#oltrelorizzonte

Sguardo assente

Di Frida la loka ( Lombardia)

Me ne accorgo sai? Io ti vedo
Invece tu? Tanti pensieri, insoddisfazioni,
domande senza risposte, tanta malinconia, solitudine immersa fra tanti, ma quanti veri?

Non ti manca niente per essere felice, invece...
Sempre quello sguardo;
Perso nel nulla, nell'infinito che nessuno ha mai raggiunto nemmeno tu ne riuscirai.

Una camuffata indifferenza evoca, suplica, implora affetto, tenerezza, serenità che mai usciranno dalle tue labbra, perché non è nel tuo; chiedere... amore.
Di Frida la loka

Tua.

6 dicembre, 2022.

Dal blog personale di:

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su:

http://alessandria.today

“Parlando agli dèi”. La cultura classica nella modernità, di Sergio Sabetta. Aletti Editore

“Parlando agli dèi”. La cultura classica nella modernità

Torna con una nuova opera dal titolo “Parlando agli dèi”, l’autore Sergio Sabetta, ormai veterano per le sue pubblicazioni, nella collana “I Diamanti della Poesia”, targate Aletti editore. E lo fa, questa volta, con un richiamo che sa di antichità. «La cultura classica – afferma il poeta funzionario presso la Corte dei Conti di Genova ed ex magistrato onorario presso il tribunale di Chiavari – ha in sé i vari aspetti dell’umanità; è una riflessione sulle emozioni, sui sentimenti più forti e profondi che vengono sublimati in racconti e miti. Attraverso essi si vede l’animo umano e le passioni che, nonostante tutta la tecnologia, rimangono quale essenza fondamentale della specie». Nel dettaglio, riguardo, invece, la scelta del titolo l’autore spiega: «Gli dèi sono le forze, le forme di una Natura che agisce, ma la nostra superbia tecnologica la ritiene passiva, quindi parlare agli dèi è parlare alle varie facce della Natura».

L’opera si suddivide nelle seguenti sezioni: “Tra le braccia degli dèi”; “Nelle nebbie del Nord”; “Passeggiando Per Roma”; “Dissolvenze”. «Nel suo insieme – precisa il poeta – vorrebbe accompagnare il lettore su una dimensione talvolta tragica, altre volte ironica e gioiosa, sulla nostra storia e le sue contraddizioni. Una coscienza difficile da acquisire e talvolta dolorosa, ma sempre liberatoria dalle manipolazioni della storia». Una delle tante liriche è dedicata proprio alla poesia e al suo ruolo liberatorio e catartico per le coscienze. Ma anche alla sua funzione di resistenza e critica contro l’appiattimento esistenziale. «La poesia – ne è convinto, infatti, Sabetta -possiede una sua logica non matematica e consequenziale, bensì è un sovrapporsi di sentimenti ed emozioni apparentemente disgiunte ma che si legano tra loro per vie nascoste, nel salto tra tempi ed età diverse, sicchè nello stesso soggetto vengono ad intersecarsi diverse umanità».

Nell’opera vi è la necessità di un ritorno alle radici, alla cultura che forgia nella ricerca degli impulsi e delle emozioni che, nate dal cuore umano, vengono da essa rielaborate. Attualmente, si tende a considerare superata la cultura classica, vedendo l’umanesimo come qualcosa di opposto alla modernità di uno slancio innovativo continuo, in un malinteso senso della tecnologia. «C’è spazio anche, in questi versi profondi ed estremamente poliedrici di Sergio Benedetto Sabetta – scrive, nella Prefazione, Francesco Gazzè, fratello del noto cantante Max e autore di numerosi suoi testi – per quel certo raro talento di saper pennellare con grazia lunghissimi istanti di esistenza vera, spazio per la sublime arte del saper raccontare tutto, ma proprio tutto, e per quell’ispirata benedetta pazienza (rara anch’essa) del costruire, dell’ornamento, della cura, della forma; l’unica, la pazienza, davvero in grado di rendere senza tempo qualsiasi atto creativo». Gli argomenti ispiratori dell’opera sono i miti mediterranei e nordici filtrati dalla storia, dove, tuttavia, l’ironia della romanità ne riduce a dimensione umana la tragedia. Contro un impoverimento culturale si avverte l’esigenza di riscoprire la dimensione collettiva mitica e collegarla storicamente a quella attuale. «Quando si legge una poesia è come immergersi nelle acque di un torrente, un fluire dalla sorgente alla foce, in cui ciascun lettore dà i toni e le sospensioni, nuota tra l’increspare delle acque grazie alla particolare punteggiatura. Nella poesia – conclude l’autore Sabetta – non vi sono solo emozioni ma anche la storia e, pertanto, l’etica data dalle osservazioni e le domande che essa pone. Diventa, quindi, il deposito della memoria di una cultura, se non dell’umanità. Ne diviene una possibile forma, libera nella sua espressione». 

Federica Grisolia

(Vincenzo La Camera – Agenzia di Comunicazione)

Venerdì 2 dicembre alla Biblioteca Civica di Novi Ligure si parla di “Angélique” di Guillaume Musso

Venerdì 2 dicembre 2022, alle ore 20.30, presso il Centro Culturale di Cultura G. Capurro – Biblioteca Civica (Via Marconi 66, Novi Ligure) avrà luogo la presentazione del libro Angélique di Guillaume Musso (La nave di Teseo, 2022). Intratterrà il pubblico il traduttore Sergio Arecco, con il quale dialogheranno la giornalista pubblicista Barbara Rossi e l’editore Andrea Sisti. Si tratta di un evento in qualche modo speciale, in quanto il professor Arecco festeggerà la sua nona traduzione consecutiva del famoso maestro del thriller francese. La prima risale a Central Park (Bompiani, 2015), piccolo classico ormai divenuto un cult per gli appassionati del genere, al quale, dal 2016 per La nave di Teseo, si sono aggiunti, un anno dopo l’altro, altri otto best seller di Musso. Per il penultimo di essi, La sconosciuta della Senna (2021), Sergio Arecco ha ottenuto, quest’anno, in occasione della terza edizione di “Scritture di lago”, presso Villa Olmo di Como, il premio per la miglior traduzione da una lingua straniera. Ingresso libero secondo le disposizioni vigenti.  

Info: biblioteca.direzione@comune.noviligure.al.it

Preghiera

Di Frida la loka (Lombardia)

Ho pregato; lontana oramai del Sacro.

In una piccola chiesa abandonata da Dio.

Le mie mani consunte, una sull'altra,

mi son pure inginocchiata, davanti all'altare pieno di polvere.

Ho pregato; ho chiesto perdono.

Con la fatica di chi vive nel profano, ho cercato evocare antiche parole, sante...

Occhi chiusi e percezione di anime che chiedono salvezza vagabano in giro.

Odore acre d'incenso secolare coprono i muri.

Mi scrutano, le Vergini bellate di ragnatela fine.

Un vecchio organo dall'alto filtra tenui raggi come lanterne.

Mi distraggo, qualcuno ha appena acceso una candela, ma non si vede nessuno.

Stranita e agitata, esco...
Libreria multimediale W.press

Tua

29 novembre, 2022.

Dal blog personale di:

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su:

http://alessandria.today

Libri: INVIATA SPECIALE, di Jean Echenoz

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Maria Guidi

INVIATA SPECIALE

di Jean Echenoz

( F.e L. Di Lella)

Prima di questo avevo letto di Echenoz solo “Ravel”, una biografia garbata e attenta soprattutto agli aspetti umani e caratteriali del musicista, che mi piacque molto.

Nonostante ciò sono stata indecisa se iniziare Inviata , avendo letto commenti poco favorevoli ad eccezione di uno : ho così deciso di rendermene conto da me, ed eccomi qua!

Certo non lo metterò nella cerchia dei miei più amati in assoluto, ma, pensandoci bene, trovo che ha una originalità che mi ha soddisfatta.

Anzitutto lo posso definire una spy- story, anzi no ( eccoci!): è più una parodia del genere! Gli elementi ci sono tutti: lo spionaggio internazionale, il super potente super cattivo, la bella donna, le conquiste erotiche, le armi più o meno sofisticate e così via. Ma l’impresa è affidata a personaggi improvvisati, imbranati o addirittura inconsapevoli; la soluzione finale ( che certo non rivelerò) è ben diversa da quella che ci aspetteremmo.

Tutta l’azione poi sembra non decollare mai: per una buona metà del libro ci si dilunga in preparativi, molto tranquilli, e si fa conoscenza con una serie di altri personaggi che apparentemente sono solo di contorno. Ovviamente alla fine tutto si incastrerà vicendevolmente.

Oltre a questo, la stessa scrittura ha le caratteristiche della lentezza, della divagazione, magari a vantaggio delle descrizioni d’ambiente o del carattere di un personaggio: divagazioni che sembrano fatte apposta non per creare una suspense, ma per diletto dell’autore. A questo proposito cito la ripetuta informazione sui percorsi parigini, a piedi o in metrò, di qualche personaggio ed in particolare del “mercato selvaggio caotico come un terreno incolto” che invade un boulevard ( cap. 3°).

Nei momenti poi d’azione sembra prevalere nei personaggi un elemento paradossale o irrazionale ( emblematici i due che dovrebbero fungere da guardie del corpo).

Eeeh, però però…mi viene spontaneo un pensiero: ma quanta irrazionalità esiste nella realtà!? E mi riferisco a “personaggi” emblematici di potere o politico o economico, che agiscono su questo pianeta non in un romanzo… Ma via, anch’io divago, forse.

Accennavo poco fa all’autore: Ecco una caratteristica “vistosa” di lui è proprio la sua presenza nel libro, attraverso sia una brillante ironia, che sparge a piene mani nel linguaggio e nelle situazioni, sia attraverso ricorrenti ( forse anche troppi) interventi di lui medesimo al lettore.

«Ora, se non vi dispiace, ci occuperemo un po’ del marito». A volte finge di essere un personaggio interno alla storia: «Il giorno seguente, nel pomeriggio, visto che non avevamo niente da fare e passavamo giusto di lì, ci siamo introdotti con discrezione in casa di…» A volte assume il ruolo di “cronista” della vicenda : «dobbiamo interrompere questa scena perché ci è appena pervenuta una notizia».

Addirittura gioca sulla propria onniscienza di narratore, confessandone dei limiti: « Benché ci siamo un giorno vantati di essere i più informati di tutti, dobbiamo ammettere che al momento non sappiamo che ne sia stato di lui».

Questo giocare con il lettore può anche non piacere, in effetti, però l’ho chiamato gioco proprio perché l’autore pare proprio divertirsi a smontare certe regole narrative (« questo ora non ve lo dico»), ed a rovesciare il modo di raccontare senza preoccuparsi di aderire ad un genere. Tanto più che, sotto sotto, ci dipinge certi equilibri planetari che di divertente hanno poco.

Libri: “IL PROFUMO DEL GELO”, di Loreta Failoni

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Andrea Fornasari  ·   · 

“IL PROFUMO DEL GELO”

di Loreta Failoni

Fantastico!!

Mi sono trovato quasi per caso alla presentazione di questo libro e senza aspettiva alcuna ne ho iniziato la lettura durante un viaggio treno.

L’ho amato da subito. La scrittice mi ha parlato direttamente, a tratti musicalmente, come se i personaggi del libro appartenessero alla mia vita. Dafne, Diego, Simone, questi alcuni dei personaggi, li riconosco in me, tra amici e conoscenti. Una scrittura intima e un messaggio autorevole: l’importanza della comunicazione e della condivisione, il peso della solitudine in alcune situazione.

La morte che si intreccia alla vita come una spirale per arrivare all’amore per la vita.

Consiglio questo libro a chiunque voglia farsi un bel viaggio introspettivo o voglia regalarlo a qualche persona cara.

Libri: Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Paola Greco  ·   · 

Dove non mi hai portata

di Maria Grazia Calandrone

Einaudi editore

Cerco nella commozione che ancora mi pervade il giusto ordine alle parole.

La giusta distanza, necessaria a raccontare questa storia che trascina in sé il peso ed il dolore della verità. Una verità che l’autrice ricerca in maniera lucida ma maniacale, trattenendo “il cuore accanto”: né troppo dentro a confondere, né troppo lontano a dimenticare.

Maria Grazia Calandrone, che è poeta (ed io questo non lo sapevo ma l’ho compreso leggendone la vibrante prosa), plana con leggerezza sul vissuto della madre naturale, Lucia, rivolgendo a Lei una perpetua carezza, che è conforto e perdono.

Non avendo di Lei alcun ricordo, la riporta a nuova vita.

Come nei libri di storia i grandi, così Lucia, prende forma e anima attraverso le parole di Maria Grazia.

“Rinascerai, Lucia, anche solo a parole. È tutto quello che posso.”

Maria Grazia ha bisogno che sua madre diventi reale, probabilmente per renderle il commiato che non le è stato concesso renderle. Ma soprattutto ha bisogno di spiegare a se stessa e al mondo chi era Lucia, cosa ha vissuto Lucia.

Ha bisogno di denunciarlo, che Lucia “ha ventinove anni, è innamorata, ha una figlia neonata. Se solo non trovasse davanti a sé solo strade chiuse, Lucia vivrebbe, forse ancora..”

Ma Lucia appartiene ad un tempo lontano, o almeno così ci piace immaginare. Ad un periodo di mezzo in cui l’emancipazione femminile sta affacciandosi lentamente al mondo, ma ancora non è presente tra le retrovie della gente. Figurarsi nelle piccole realtà contadine come quelle da cui Lucia proviene.

Lucia è per la famiglia una merce di scambio, un’occasione per un buon affare. Viene umiliata e vessata, non amata, ripudiata fino alla fine della sua vita.

Lucia è la vera vittima dell’abbandono. Di un disamore che non le dà alcuna chance di salvezza, che è puro egoismo e non opportunità. Lucia è sacrificata sull’altare di una cultura gretta, patriarcale e maschilista, in un paese – l’Italia – il cui diritto di famiglia viaggia ancora su due velocità, dove la discriminazione tra uomo e donna non fa ancora abbastanza rumore.

Lucia è vittima di violenza. Una violenza avallata e condivisa dal sistema culturale e valoriale del tempo. Una violenza di massa, dalla quale non riesce a fuggire, ovunque vada se la ritrova addosso.

Ma Lucia non si piega, piuttosto si spezza.

Lei vuole vivere, vuole tornare a brillare. Ci prova con tutte le sue forze. Ma alla fine ne vedremo dissolversi l’essenza e tutta la sua bellezza.

L’abbandono che Lucia subisce è del tutto diverso da quello che prepara e infine compie.

Questo Maria Grazia lo sa, la verità è nei fatti che analizza, ricostruisce, forse, ad un certo punto accarezza, che legge come un testamento postumo d’amore dei suoi genitori verso di Lei.

“L’amore di Lucia per me […] sta nel Dove non mi ha portata.”

Pagine che alternano il freddo registro della cronaca, ben incastonato nel contesto sociale, culturale economico e legislativo del tempo, a frangenti di elevata poesia.

Che non è mai autocommiserazione, ma balsamico perdono.

Un rimpianto misto amore.

È un testo altissimo, di cui ho detto forse troppo.

Leggetelo.

Libri: Melissa Da Costa – Tutto il blu del cielo

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Marina Manigrasso  ·   · 

Melissa Da Costa – Tutto il blu del cielo

Quando a Emile viene diagnosticata una forma precoce di Alzheimer è certo di una sola cosa: vuole vivere quel poco che gli resta scoprendo posti che non ha mai visto e che ha sempre voluto visitare. Gli occorre solo un compagno di viaggio, non facile da trovare viste le sue condizioni fisiche di cui ha dettagliatamente scritto nell’annuncio. Ma quando una ragazza di nome Joanne risponde, rendendosi disponibile a partire subito, lui non può credere ai suoi occhi.

Inizia così, a bordo di un camper, il viaggio di Emile e Joanne: un viaggio emozionante, dove nulla è prevedibile, che porterà i due protagonisti a confrontarsi con il loro passato, ad affrontare le loro paure e a scoprire, attraverso la conoscenza reciproca, una parte di sé a loro sconosciuta.

Questo romanzo tocca davvero note profonde.

Sono stata travolta dal coraggio di Emile di vivere questo momento della sua vita lontano dai suoi cari e mi sono commossa alla fine del libro per la scelta di Joanne.

Un merito particolare, a mio parere, va anche a uno dei personaggi secondari: Myrtille, una vecchietta che mi è rimasta nel cuore per la sua ingenuità (mi ha fatto davvero sorridere😅) e la sua bontà d’animo.

Il libro è scritto molto bene e si legge velocemente.

Il tema dell’autodeterminazione terapeutica è preponderante, ma non è il solo. È un libro che parla anche di perdita, di elaborazione del lutto e di rinascita ed infine, non per importanza, di amore.

Consigliatissimo.

Buona lettura

Libri: A quel tempo, di Gregorio Asero

C’ERA UNA VOLTA PATERNÒ: storia,cultura,usi,costumi tradizioni….  · Segui

Gregorio Asero  ·   · 

Per chi ha voglia di leggere pubblico uno stralcio di 

“A QUEL TEMPO”. 

Un racconto ambientato nella Paternò degli anni sessanta. 

3

Ricordi…

La memoria delle piccole cose del nostro passato, e la rivisitazione della vita vissuta, forse, più dello scritto, resta impressa nella mente di tutti noi.

Voglio dire che, se cerchiamo di capire chi siamo e dove siamo diretti, non possiamo dimenticarci chi eravamo, e allora, come se salissi su un’ipotetica macchina del tempo, voglio ripercorrere a ritroso le impronte dei miei passi, e come d’incanto mi appare l’immagine della “putia” di mia madre, per tutti la “putia della signora Angelina”.

Come ho già detto non era un vero e proprio negozio, ma semplicemente una grande stanza che faceva angolo fra Via Circonvallazione e Via Fratelli Bandiera e che mia madre, improvvisandosi commerciante, aveva adibito a negozio.

La parete che costeggiava la via Circonvallazione era fornita da un’ampia finestra che era stata adibita a vetrina d’esposizione, mentre l’ingresso era sull’altra via. Non so, a dire il vero, se mia madre avesse una regolare licenza di vendita. Sicuramente non l’aveva da subito ma poiché gli affari inizialmente andavano bene, penso che col tempo si sia messa in regola.

È verso la fine degli anni ’50 che sorge il negozio, sulle ali dell’entusiasmo di tanti altri piccoli negozi di venditori e artigiani che sorgevano come funghi, lungo la via principale.

Si sa, si era in un periodo tutto sommato di crescita economica, anche se non paragonabile a quella dei paesi del nord Italia.

I negozi erano tutti molto piccoli. In genere erano le stanze che si affacciavano sulla via e i più fortunati avevano addirittura un piccolo retro come magazzino.

Ancora risuonano nelle mie orecchie i rumori dei lavori degli artigiani e sento i mille odori caratteristici di ogni negozio.

Dopo il negozio di mia madre, dalla stessa parte della strada, c’era la bottega del “suddunaru”.

Quest’uomo era un vero artista nella lavorazione del cuoio. Era un uomo magro e minuto con uno strano timbro di voce, nel senso che era molto acuto, quasi stridulo e alla fine di ogni frase sembrava quasi che risucchiasse l’aria che gli era uscita dalla gola. Il viso aveva la forma di un’incudine, il naso era stretto e molto pronunciato, e la testa era coperta da una rada peluria che con un grande sforzo di fantasia si poteva definire capelli. Era conosciuto come “Saru u schettu”, nel senso che non si era mai sposato. La sua vita trascorreva fra la bottega e i vari maneggi, dove consegnava di persona i suoi capolavori.

Dicevano che era anche un abile cavallerizzo e che mai, a memoria d’uomo, si era vista una persona abile come lui nel domare i cavalli, anche i più irrequieti. Forse per questo io immaginavo che non si fosse mai sposato, o forse come alcuni dicevano, che a lui le donne non piacevano. Non lo so se fosse vero, ma so che non lo avevo mai visto parlare con una donna.

La sua arte spaziava dalle selle borchiate alle cinture per gli uomini fino anche alle museruole per cani.

Appese sulla porta del negozio facevano mostra, in bella vista, molte sue creazioni. I suoi “capolavori”, come amava definirli.

C’era un pezzo speciale che io adocchiavo sempre e che desideravo fosse mio. Un sogno irrealizzabile: una frusta fatta in budello di maiale molto flessibile che quando il sellaio la faceva roteare sembrava fischiasse nel lacerare l’aria.

Dalla parte opposta della strada c’era invece il calzolaio. Lungo il marciapiede che costeggiava il suo negozio, sopra un improvvisato banchetto, erano esposte un’infinità di forme di legno di scarpe.

Dal suo negozio usciva un odore che a me piaceva molto, era un misto di colla e cuoio.

Il calzolaio era un omone grosso e alto, aveva un paio di baffi che, dicevano, non ce n’erano di simili in tutta la Sicilia. Li aveva sempre ben curati e le estremità erano rivolte in alto, sembrava che fossero incollate, tanto stavano ritte e ferme.

Ricordo di averlo sempre visto con addosso un grembiule di cuoio scuro e unto, scalfito da un’infinità di piccoli tagli. Era sempre seduto fuori, sul marciapiede, su uno sgangherato sgabello. Batteva continuamente pezzi di cuoio con un martello dalla testa piatta e larga, distesi su una spessa lastra di ferro. Aveva le mani tozze e callose, sempre screpolate.

Con un lungo ago infilato di uno spesso filo di spago riparava scarpe, stivali, e anche borse di tutti i tipi.

Era il calzolaio del quartiere, nel senso che oltre a riparare le scarpe, le produceva artigianalmente su misura. Anche noi eravamo suoi clienti.

Quello che mi appassionava delle sue scarpe, erano dei ferretti a mezza luna che aggiungeva alle estremità delle suole e che facevano, quando si camminava su un pavimento di sasso o comunque duro, un rumore metallico, e ad ogni passo che si faceva, sembrava di ballare il tip-tap.

Un altro negozio che faceva molti affari era quello del vasaio. Anche lui esponeva la sua mercanzia lungo il marciapiede e la mia paura era, quando passavo accanto ai “bummuli”, di toccarne qualcuno e farlo cadere mandandolo in mille pezzi. Per quel motivo, cercavo di passare dalla parte opposta del marciapiede.

Il negozio, a dire il vero, era gestito da una donna, la signora Filomena che era la moglie del vasaio. Era una donna molto alta e prosperosa, aveva il fascino e la grazia di una leonessa. Gli occhi erano grandi e neri come il buio della notte. Aveva una chioma di capelli abbondanti e neri che erano mossi e ondulati con la scriminatura un poco di lato. Quello che colpiva in quella donna era il contrasto fra il nero dei capelli e il candore della pelle. La vita era molto sottile e il seno esuberante.

Sì, era indubbiamente una bella donna, tutti gli uomini del quartiere, me compreso, ne erano segretamente innamorati.

Purtroppo il marito vasaio, anche lui molto alto e prestante, era gelosissimo. Per questo motivo, pochissimi uomini rivolgevano la parola a sua moglie, per evitare equivoci e liti inutili.

Quelle poche volte che parlava con qualche uomo, i discorsi vertevano solo sulla vendita dei vasi esposti.

Calogero, questo era il nome del vasaio, lavorando nel retrobottega, sembrava assente, ma ai suoi occhi nulla sfuggiva.

Non vendevano solo vasi di terracotta, ma anche attrezzi di vario tipo, scatole metalliche, piatti, portavasi di ferro e lampade a petrolio.

A proposito delle lampade a petrolio, erano oggetti che mi piacevano particolarmente, non chiedetemi perché, non lo so, forse perché nel mio subconscio erano i custodi della fiamma e del calore.

Ricordo che la parte superiore della lampada, era fatta da una specie di tubo di vetro, dove la parte bassa s’innestava in una molla metallica e la parte alta finiva con una greca merlata.

Per controllare la resistenza del vetro, ogni acquirente usava battere con le dita la parte esterna del vetro, e secondo il rumore, si riusciva a capire se il vetro fosse integro o incrinato. Ancora nelle mie orecchie risuona il tintinnio del vetro al battere delle dita.

La bottega del carrettiere era quella che creava più frastuono, confusione e disordine, nel senso che il continuo via vai di carretti impediva una serena pace, così come potrebbe essere ai giorni nostri il disturbo che ci arreca il traffico automobilistico. C’è da dire che era anche quella che dava movimento a tutta la via.

Con i suoi attrezzi e macchinari costruiva carretti variopinti e anche sponde e pianali per i letti.

A quel tempo erano pochi i letti fatti di reti e molle, e i materassi erano riempiti di paglia e crine. Solo nelle case dei ricchi si usavano materassi riempiti di lana.

Era anche un continuo battere sui cerchioni delle ruote e sulle sponde dei carri. A completare l’opera ci si metteva anche il lavoro di sistemazione delle botti per il vino, e dunque anche sui cerchi delle botti era un continuo martellare.

Un altro bottegaio era il tappezziere, il quale era specializzato nel rinnovare le sedie di rafia, divani e poltrone.

Era anche una specie di sarto e a lui le donne portavano i cappotti da rivoltare finché c’era stoffa a sufficienza. Insomma non si buttava mai nulla.

All’occorrenza funzionava anche da tintoria e coloro che avevano un lutto da “portare” per tanto tempo, si rivolgevano a lui affinché “rinnovasse di nero” il loro guardaroba.

Un artigiano che non aveva fissa dimora era l’arrotino, che con il suo carretto passava di tanto in tanto per la mia via. Allora capitava che le donne, in massa, uscissero da casa, chi per portargli qualche ombrello da riparare, chi qualche coltello da molare e chi qualche pentola ammaccata e bucata da rimettere a nuovo.

In genere sostava per una giornata intera e verso il suo carretto era un continuo via vai di donne che gli portavano qualcosa da riparare, non prima di aver fatto una lunga ed estenuante trattativa sul compenso da corrispondere.

Non mancavano i negozi prettamente maschili, come il salone da barba, dove si regalavano mini calendari profumati, con rappresentate donne seminude che a sfogliarli avevano un non so che di pornografico e vagamente peccaminoso.

Come il circolo, dove gli uomini bevevano vino e disputavano qualche partita a carte, e che era sicuramente il locale dove si urlava di più.

Non poteva mancare poi il tabaccaio in cui si vendevano tabacchi, accendini, cerini, valori bollati. Insomma diciamo che la Via Circonvallazione era una strada piena di vita.

Il negozio di mia madre, per quei tempi, era sicuramente il più attrezzato e anche quello fornito delle più svariate mercanzie. In una vetrina dietro il bancone facevano bella mostra bianche bottiglie di latte con tappo di sigillo di sicurezza, con tassativo vuoto a rendere.

Cosa eccezionale per quei tempi, il negozio di mia madre era anche fornito di un grande e rumorosissimo banco frigo, dove all’interno erano ordinatamente stipati formaggi, salumi, prosciutti, salami, uova, ricotta fresca messa in contenitori di cesti fatti di frasca e coperti da foglie di fico, e tutto quello che necessitava di essere conservato al fresco.

In una grande vetrata sotto il bancone di formica, di un tenue color celestino con riflessi verdi, con le portine di vetro che si aprivano a scorrimento una sull’altra, erano in esposizione grosse forme di pane, la “vastedda”. A dire il vero, di pane se ne vendeva ben poco per via del fatto che non esisteva, a quei tempi, casa che non avesse il proprio forno.

Adesso che ci penso, il pane che maggiormente mia madre vendeva, era il famoso pane industriale, la “mafalda”, che era un bastone di pane con sopra spruzzati dei semi di sesamo, buonissimo da mangiare caldo e con la mortadella. Credetemi sulla parola, non esiste paragone in quanto a sazietà e prelibatezza, con le merendine industriali dei giorni nostri: pane e mortadella vince sicuramente dieci a zero. C’era anche uno scaffale con tanti contenitori di vari tipi di pasta e riso. Tutto da vendere rigorosamente sfuso.

Il reparto pasticceria non era altro che un alto scaffale con molti ripiani che arrivava a sfiorare il soffitto. Era il reparto preferito dai miei fratellini che, avendo scoperto il sistema per aprirlo, non facevano altro che accomodarsi direttamente all’interno per fare razzia di dolci.

I vasi di vetro pieni di confetti e leccornie varie, erano i primi a essere svuotati, poi era il turno delle rotelle di liquerizia e delle caramelle, quelle con tante sfumature di colori, erano le più attraenti. Se ne mettevano in bocca tre o quattro per volta. Si comportavano come potrebbe agire una volpe in un pollaio: facevano una strage.

Quando mia madre se ne accorgeva, erano urla e strilli per tutta la casa contro mia sorella maggiore, perché diceva mia madre, che non poteva fare tutto lei e il compito di curare i fratellini era suo.

Lo scatolame, come tonno, pelati, detersivi, era ammassato in un angolo. Per quanto riguarda il caffè, una rarità, era chiuso a chiave in una vetrinetta a parte, le cui chiavi erano di esclusiva gestione di mia madre, mentre il caffè d’orzo era contenuto in un recipiente metallico in bella vista sopra il bancone.

Ad ogni modo, nonostante l’offerta fosse varia e abbondante, non si poteva neanche lontanamente paragonare a quella dei moderni supermercati, ma tutto quello che si vendeva era indubbiamente privo di conservanti e additivi e sicuramente più genuino. A quei tempi c’era meno offerta ma molta più qualità.

Il negozio era sempre invaso da un misto di odori di salumi, dolci, detersivi e il tutto si mischiava in un unico aroma che invadeva chiunque entrasse.

L’odore delle cassate di mandorle e di pistacchio si mischiava a quello forte e pungente del “piacentino”. Purtroppo le parole non bastano per descrivere la sinfonia di odori e sapori che invadevano l’aria del negozio.

Il negozio era anche un punto d’incontro fra le massaie del quartiere, le quali, con la scusa di fare la spesa si riunivano a spettegolare e a comunicare gli ultimi aggiornamenti avvenuti nel circondario.

Diciamo che era una specie di giornale radio locale dove le casalinghe raccontavano le ultime notizie, con il tacito accordo, di mantenere il segreto professionale sul nome della “giornalista” di turno. Una specie di tutela della riservatezza, anche se tutti sapevano tutto di tutti.

Fuori, sulla porta del negozio, non c’era un cartello che indicasse l’orario di apertura e neanche quello del giorno di chiusura settimanale. Si entrava e usciva in qualsiasi momento. Mia madre apriva la mattina quando si alzava e chiudeva poco prima di andare a dormire. Ecco questo era l’orario del negozio.

Una porta con un vetro smerigliato divideva il locale negozio dall’abitazione privata, per cui tutta la casa era avvolta dal profumo, mentre altre volte era il negozio a essere avvolto dagli odori, buoni per altro, che provenivano dalla cucina. In alto, appesi al soffitto del negozio, facevano mostra una serie di carte moschicida, che quando erano sature di prede, mia madre sostituiva.

Ormai con i moderni centri commerciali tutto questo è sicuramente sparito per sempre.

Buon compleanno all’artista francese Francoise Gilot che oggi compie 101 anni!!!

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Ausilia Bertoldo  ·   · 

Buon compleanno all’artista francese Francoise Gilot che oggi compie 101 anni!!!

In questo libro intenso, non facile, Françoise Gilot , la quarta donna importante per Picasso dopo Ol’ga, Marie-Thérèse e Dora Maar, descrive le enormi difficoltà incontrate durante la relazione con Pablo, il quale, in nome di se stesso e forte del mito che lo avvolge sacrifica i rapporti personali rinnegando amori e amicizie.

Lettura bellissima, coinvolgente e sorprendente!

Il dipinto sul violino

Frida la loka ( Lombardia) – fonte: Adnkronos

Madrid, 25 ott. – E’ tornato alla luce il violino che Frida Kahlo (1907-1954) regalò a Lev Trockij (1879-1940), esiliato nella sua casa di Coyoacán tra il 1937 e il 1939, dipinto a mano e dedicato dall’artista messicana al leader comunista rivoluzionario. Dato l’interesse per tutto ciò che ha a che fare con la Kahlo, icona culturale venerata , lo strumento musicale sarà offerto prossimamente all’asta con una stima intorno ai 50 milioni di euro.


“E così, come in una meravigliosa eresia, saranno le onnipotenti case d’aste Sotheby’s e Christie’s a dare un prezzo all’amore comunista di Frida e Trockij che si concluse con l’assassinio del politico russo per mano dello spagnolo Ramón Mercader”, scrive il quotidiano spagnolo “El Mundo” dando la notizia della scoperta del violino in Spagna. Nel novembre 2021 l’autoritratto “Diego e io” di Khalo è stato venduto a New York per 34 milioni di dollari, battendo ogni record per un artista latinoamericano. E presto il violino potrebbe polverizzare il precedente primato raggiunto dalla Kahlo.


Nessuno sa in quante mani sia passato il violino prima di arrivare all’attuale proprietario che, sospettando che si trattasse di un pezzo autentico, ha contattato Javier Gallego, di Gallego y Sánchez Rollón Asociados di Madrid, esperto di arte e perizie, per certificare che sia i disegni che la dedica erano opera di Frida Kahlo. Sullo strumento musicale si legge: “Un uomo senza patria è come un vecchio violino senza corde, spero che molto presto ritrovi la sua patria e la sua casa, il suo ideale e la sua lotta, e torni a essere il direttore d’orchestra della storia mondiale. Cordiali saluti, Frida Kahlo”. Sul retro, l’artista ha disegnato due farfalle e, all’interno di un sole nero, il simbolo della falce e martello.Romanticismo e politica si fondono nelle sue pennellate donchisciottesche e nel suo tratto ingenuo.
Gallego è stato incaricato di coordinare il team di esperti che ha analizzato l’autenticità del violino. 
Guillermo Pastor Vázquez, presidente dell’Associazione nazionale degli esperti di calligrafia, è stato incaricato di verificare la calligrafia e la firma. Una società spagnola ha confermato, attraverso lo studio dei pigmenti, il violino fu dipinto negli anni ’30 e che alcuni dei colori utilizzati erano in uso solo in America Centrale.

Per quasi due anni,  Trotsky fu ospite dei Rivera – Kahlo, nella famosa “casa azul”, anch’essi appartenenti al partito comunista. Fu in quella frangente di tempo, che Kahlo è Trotsky furono amanti, dicono una vendetta della Kahlo, dopo scoperta l’avventura amorosa di Rivera con la sorella minore di Frida.

Dal web

Il risultato, quindi, è stato conclusivo: Frida Kahlo dipinse il violino e quindi lo regalò anche al suo amante.
Ora che l’attribuzione alla Kahlo è stata confermata, il violino è un pezzo super ghiotto per le grandi case d’asta, dove probabilmente finirà.


León Trotsky

Breve biografia:

Lev Davidovich Bronstein,  nato a Yanovka, Ucrania, 1877.
Rivoluzionario russo. Nato in una famiglia ebrea da genitori propietari di terre che lavoravano come agricoltori. Studia Diritto alla università  di Odessa. Già da giovane, partecipò nella opposizione clandestina contro il regime autocrata dei Zar, organizando una Lega Operaia del sud della Rusia.
Muore assassinato a Coyoacán, México, 1940.

Tua

31 ottobre 2022

Dal blog personale

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su

http://alessandria.today

Di domenica – Frida la loka.

Lombardia

Umberto Eco
da “Il secondo diario minimo”

Come va?

  • 1. Icaro: “Uno schianto”
  • 2. Proserpina: “Mi sento giù”
  • 3. Prometeo: “Mi rode”
  • 4. Teseo: “Finché mi danno corda”
  • 5. Edipo: “La mamma è contenta”
  • 6. Damocle: “Potrebbe andar peggio”
  • 7. Priapo: “Cazzi miei”
  • 8. Ulisse: “Siamo a cavallo”
  • 9. Omero: “Me la vedo nera”
  • 10. Eraclito: “Va, va”
  • 11. Parmenide: “Non va”
  • 12. Talete: “Ho l’acqua alla gola”
  • 13. Epimenide: “Mentirei se glielo dicessi”
  • 14. Gorgia: “Mah!”
  • 15. Demostene: “Difficile a dirsi”
  • 16. Pitagora: “Tutto quadra”
  • 17. Ippocrate: “Finché c’è la salute”
  • 18. Socrate: “Non so”
  • 19. Diogene: “Da cani”
  • 20. Platone: “Idealmente”
  • 21. Aristotele: “Mi sento in forma”
  • 22. Plotino: “Da Dio”
  • 23. Catilina: “Finché dura”
  • 24. Epicuro: “Di traverso”
  • 25. Muzio Scevola: “Se solo mi dessero una mano”
  • 26. Attilio Regolo: “Sono in una botte di ferro”
  • 27. Fabio Massimo: “Un momento”
  • 28. Giulio Cesare: “Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito”
  • 29. Lucifero: “Come Dio comanda”
  • 30. Giobbe: “Non mi lamento, basta aver pazienza”
  • 31. Geremia: “Sapesse, ora le dico”
  • 32. Noè: “Guardi che mare”
  • 33. Onan: “Mi accontento”
  • 34. Mosè: “Facendo le corna”
  • 35. Cheope: “A me basta un posticino al sole”
  • 36. Sheherazade: “In breve, ora le dico”
  • 37. Boezio: “Mi consolo”
  • 38. Carlo Magno: “Francamente bene”
  • 39. Dante: “Sono al settimo cielo”
  • 40. Giovanna d’Arco: “Si suda”
  • 41. San Tommaso: “Tutto sommato bene”
  • 42. Erasmo: “Bene da matti”
  • 43. Colombo: “Si tira avanti”
  • 44. Lucrezia Borgia: “Prima beve qualcosa?”
  • 45. Giordano Bruno: “Infinitamente bene”
  • 46. Lorenzo de’ Medici: “Magnificamente”
  • 47. Cartesio: “Bene, penso”
  • 48. Berkeley: “Bene, mi sembra”
  • 49. Hume: “Credo bene”
  • 50. Pascal: “Sa, ho tanti pensieri…”
  • 51. Enrico VIII: “Io bene, è mia moglie che”
  • 52. Galileo: “Gira bene”
  • 53. Torricelli: “Tra alti e bassi”
  • 54. Pontormo: “In una bella maniera”
  • 55. Desdemona: “Dormo tra due guanciali”
  • 56. Newton: “Regolarmente”
  • 57. Leibniz: “Non potrebbe andar meglio”
  • 58. Spinoza: “In sostanza, bene”
  • 59. Hobbes: “Tempo da lupi”
  • 60. Vico: “Va e viene”
  • 61. Papin: “Ho la pressione alta”
  • 62. Montgolfier: “Ho la pressione bassa”
  • 63. Franklin: “Mi sento elettrizzato”
  • 64. Robespierre: “Cè da perderci la testa”
  • 65. Marat: “Un bagno”
  • 66. Casanova: “Vengo”
  • 67. Goethe: “C’è poca luce”
  • 68. Beethoven: “Non mi sento bene”
  • 69. Shubert: “Non mi interrompa, per Dio”
  • 70. Novalis: “Un sogno”
  • 71. Leopardi: “Sfotte?”
  • 72. Foscolo: “Dopo morto, meglio”
  • 73. Manzoni: “Grazie a Dio, bene”
  • 74. Sacher-Masoch: “Grazie a Dio, male”
  • 75. Sade: “A me bene”
  • 76. D’Alambert e Diderot: “Non si può dire in due parole”
  • 77. Kant: “Situazione critica”
  • 78. Hegel: “In sintesi, bene”
  • 79. Schopenhauer: “La volontà non manca”
  • 80. Cambronne: “Boccaccia mia”
  • 81. Marx: “Andrà meglio”
  • 82. Carlo Alberto: “A carte 48”
  • 83. Paganini: “L’ho già detto”
  • 84. Darwin: “Ci si adatta”
  • 85. Livingstone: “Mi sento un po’ perso”
  • 86. Nievo: “Le dirò, da piccolo”
  • 87. Nietzsche: “Al di là del bene, grazie”
  • 88. Mallarme’: “Sono andato in bianco”
  • 89. Proust: “Diamo tempo al tempo”
  • 90. Henry James: “Secondo i punti di vista”
  • 91. Kafka: “Mi sento un verme”
  • 92. Musil: “Così così”
  • 93. Joyce: “Fine yes yes yes”
  • 94. Nobel: “Sono in pieno boom”
  • 95. Larousse: “In poche parole, male”
  • 96. Curie: “Sono raggiante”
  • 97. Dracula: “Sono in vena”
  • 98. Croce: “Non possiamo non dirci in buone condizioni di spirito”
  • 99. Picasso: “Va a periodi”
  • 100. Lenin: “Cosa vuole che faccia?”
  • 101. Hitler: “Forse ho trovato la soluzione”
  • 102. Heisemberg: “Dipende”
  • 103. Pirandello: “Secondo chi?”
  • 104. Sotheby: “D’incanto”
  • 105. Bloch: “Spero bene”
  • 106. Freud: “Dica lei”
  • 107. D’Annunzio: “Va che è un piacere”
  • 108. Popper: “Provi che vado male”
  • 109. Ungaretti: “Bene (a capo) grazie”
  • 110. Fermi: “O la va o la spacca”
  • 111. Camus: “Di peste”
  • 112. Matusalemme: “Tiro a campare”
  • 113. Lazzaro: “Mi sento rivivere”
  • 114. Giuda: “Al bacio”
  • 115. Ponzio Pilato: “Fate voi”
  • 116. San Pietro: “Mi sento un cerchio alla testa”
  • 117. Nerone: “Guardi che luce”
  • 118. Maometto: “Male, vado in montagna”
  • 119. Savonarola: “E’ il fumo che mi fa male”
  • 120. Orlando “Scusi, vado di furia”
  • 121. Cyrano: “A naso, bene”
  • 122. Volta: “Più o meno”
  • 123. Pietro Micca: “Non ha letto che è vietato fumare”
  • 124. Jacquard: “Faccio la spola”
  • 125. Malthus: “Cè una ressa”
  • 126. Bellini: “Secondo la norma”
  • 127. Lumiere: “Attento al treno!”
  • 128. Gandhi: “L’appetito non manca”
  • 129. Agatha Christie: “Indovini”
  • 130. Einstein: “Rispetto a chi?”
  • 131. Stakanov: “Non vedo l’ora che arrivi ferragosto”
  • 132. Rubbia: “Come fisico, bene”
  • 133. Sig.ra Riello: “Sono stufa!”
  • 134. La Palisse: “Va esattamente nella maniera in cui va”
  • 135. Shakespeare: “Ho un problema: va bene o non va bene?”
  • 136. Alice: “Una meraviglia”
  • 137. Dr. Zap: “Bene, la sai l’ultima?”
  • 138. Verga: “Di malavoglia”
  • 139: Heidegger: “Quante chiacchiere!”
  • 140. Grimm: “Una favola!”
  • 1. Icaro: “Uno schianto”
  • 2. Proserpina: “Mi sento giù”
  • 3. Prometeo: “Mi rode”
  • 4. Teseo: “Finché mi danno corda”
  • 5. Edipo: “La mamma è contenta”
  • 6. Damocle: “Potrebbe andar peggio”
  • 7. Priapo: “Cazzi miei”
  • 8. Ulisse: “Siamo a cavallo”
  • 9. Omero: “Me la vedo nera”
  • 10. Eraclito: “Va, va”
  • 11. Parmenide: “Non va”
  • 12. Talete: “Ho l’acqua alla gola”
  • 13. Epimenide: “Mentirei se glielo dicessi”
  • 14. Gorgia: “Mah!”
  • 15. Demostene: “Difficile a dirsi”
  • 16. Pitagora: “Tutto quadra”
  • 17. Ippocrate: “Finché c’è la salute”
  • 18. Socrate: “Non so”
  • 19. Diogene: “Da cani”
  • 20. Platone: “Idealmente”
  • 21. Aristotele: “Mi sento in forma”
  • 22. Plotino: “Da Dio”
  • 23. Catilina: “Finché dura”
  • 24. Epicuro: “Di traverso”
  • 25. Muzio Scevola: “Se solo mi dessero una mano”
  • 26. Attilio Regolo: “Sono in una botte di ferro”
  • 27. Fabio Massimo: “Un momento”
  • 28. Giulio Cesare: “Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito”
  • 29. Lucifero: “Come Dio comanda”
  • 30. Giobbe: “Non mi lamento, basta aver pazienza”
  • 31. Geremia: “Sapesse, ora le dico”
  • 32. Noè: “Guardi che mare”
  • 33. Onan: “Mi accontento”
  • 34. Mosè: “Facendo le corna”
  • 35. Cheope: “A me basta un posticino al sole”
  • 36. Sheherazade: “In breve, ora le dico”
  • 37. Boezio: “Mi consolo”
  • 38. Carlo Magno: “Francamente bene”
  • 39. Dante: “Sono al settimo cielo”
  • 40. Giovanna d’Arco: “Si suda”
  • 41. San Tommaso: “Tutto sommato bene”
  • 42. Erasmo: “Bene da matti”
  • 43. Colombo: “Si tira avanti”
  • 44. Lucrezia Borgia: “Prima beve qualcosa?”
  • 45. Giordano Bruno: “Infinitamente bene”
  • 46. Lorenzo de’ Medici: “Magnificamente”
  • 47. Cartesio: “Bene, penso”
  • 48. Berkeley: “Bene, mi sembra”
  • 49. Hume: “Credo bene”
  • 50. Pascal: “Sa, ho tanti pensieri…”
  • 51. Enrico VIII: “Io bene, è mia moglie che”
  • 52. Galileo: “Gira bene”
  • 53. Torricelli: “Tra alti e bassi”
  • 54. Pontormo: “In una bella maniera”
  • 55. Desdemona: “Dormo tra due guanciali”
  • 56. Newton: “Regolarmente”
  • 57. Leibniz: “Non potrebbe andar meglio”
  • 58. Spinoza: “In sostanza, bene”
  • 59. Hobbes: “Tempo da lupi”
  • 60. Vico: “Va e viene”
  • 61. Papin: “Ho la pressione alta”
  • 62. Montgolfier: “Ho la pressione bassa”
  • 63. Franklin: “Mi sento elettrizzato”
  • 64. Robespierre: “Cè da perderci la testa”
  • 65. Marat: “Un bagno”
  • 66. Casanova: “Vengo”
  • 67. Goethe: “C’è poca luce”
  • 68. Beethoven: “Non mi sento bene”
  • 69. Shubert: “Non mi interrompa, per Dio”
  • 70. Novalis: “Un sogno”
  • 71. Leopardi: “Sfotte?”
  • 72. Foscolo: “Dopo morto, meglio”
  • 73. Manzoni: “Grazie a Dio, bene”
  • 74. Sacher-Masoch: “Grazie a Dio, male”
  • 75. Sade: “A me bene”
  • 76. D’Alambert e Diderot: “Non si può dire in due parole”
  • 77. Kant: “Situazione critica”
  • 78. Hegel: “In sintesi, bene”
  • 79. Schopenhauer: “La volontà non manca”
  • 80. Cambronne: “Boccaccia mia”
  • 81. Marx: “Andrà meglio”
  • 82. Carlo Alberto: “A carte 48”
  • 83. Paganini: “L’ho già detto”
  • 84. Darwin: “Ci si adatta”
  • 85. Livingstone: “Mi sento un po’ perso”
  • 86. Nievo: “Le dirò, da piccolo”
  • 87. Nietzsche: “Al di là del bene, grazie”
  • 88. Mallarme’: “Sono andato in bianco”
  • 89. Proust: “Diamo tempo al tempo”
  • 90. Henry James: “Secondo i punti di vista”
  • 91. Kafka: “Mi sento un verme”
  • 92. Musil: “Così così”
  • 93. Joyce: “Fine yes yes yes”
  • 94. Nobel: “Sono in pieno boom”
  • 95. Larousse: “In poche parole, male”
  • 96. Curie: “Sono raggiante”
  • 97. Dracula: “Sono in vena”
  • 98. Croce: “Non possiamo non dirci in buone condizioni di spirito”
  • 99. Picasso: “Va a periodi”
  • 100. Lenin: “Cosa vuole che faccia?”
  • 101. Hitler: “Forse ho trovato la soluzione”
  • 102. Heisemberg: “Dipende”
  • 103. Pirandello: “Secondo chi?”
  • 104. Sotheby: “D’incanto”
  • 105. Bloch: “Spero bene”
  • 106. Freud: “Dica lei”
  • 107. D’Annunzio: “Va che è un piacere”
  • 108. Popper: “Provi che vado male”
  • 109. Ungaretti: “Bene (a capo) grazie”
  • 110. Fermi: “O la va o la spacca”
  • 111. Camus: “Di peste”
  • 112. Matusalemme: “Tiro a campare”
  • 113. Lazzaro: “Mi sento rivivere”
  • 114. Giuda: “Al bacio”
  • 115. Ponzio Pilato: “Fate voi”
  • 116. San Pietro: “Mi sento un cerchio alla testa”
  • 117. Nerone: “Guardi che luce”
  • 118. Maometto: “Male, vado in montagna”
  • 119. Savonarola: “E’ il fumo che mi fa male”
  • 120. Orlando “Scusi, vado di furia”
  • 121. Cyrano: “A naso, bene”
  • 122. Volta: “Più o meno”
  • 123. Pietro Micca: “Non ha letto che è vietato fumare”
  • 124. Jacquard: “Faccio la spola”
  • 125. Malthus: “Cè una ressa”
  • 126. Bellini: “Secondo la norma”
  • 127. Lumiere: “Attento al treno!”
  • 128. Gandhi: “L’appetito non manca”
  • 129. Agatha Christie: “Indovini”
  • 130. Einstein: “Rispetto a chi?”
  • 131. Stakanov: “Non vedo l’ora che arrivi ferragosto”
  • 132. Rubbia: “Come fisico, bene”
  • 133. Sig.ra Riello: “Sono stufa!”
  • 134. La Palisse: “Va esattamente nella maniera in cui va”
  • 135. Shakespeare: “Ho un problema: va bene o non va bene?”
  • 136. Alice: “Una meraviglia”
  • 137. Dr. Zap: “Bene, la sai l’ultima?”
  • 138. Verga: “Di malavoglia”
  • 139: Heidegger: “Quante chiacchiere!”
  • 140. Grimm: “Una favola!”
Copertina del libro: Il secondo diario minimo. Um

Dal blog personale:

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su:

http://alessandria.today

Leggi oltre 90.000 post su https://alessandria.today/

Leggi le ultime news su: https://www.facebook.com/groups/1765609773652359/

Aracoeli, di Elsa Morante

Enrica Bocchio

“E allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Se stesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio.

Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza. “

Elsa Morante

Aracoeli

La ragazza dei fiori, di Chiara Maggi

La ragazza dei fiori – LIBRO –

Molti mi scrivono chiedendomi – come mai il tuo libro non si trova in libreria? Il motivo è semplice… Le librerie fanno posto alle grandi case editrici… Noi figli di un Dio minore possiamo essere ordinati ma non abbiamo spazio a scaffale. Stasera sono entrata in una libreria Giunti e guardavo le decine di libri esposti sotto i riflettori. Libri da toccare da sfogliare da odorare.

Il mio non c’era. Non ci sarà mai. Non è possibile cambiare questo meccanismo che ospita grandi autori e lascia al buio altri autori magari meritevoli di un po’ di luce. Ovviamente non è colpa delle librerie… È una legge di mercato. L’autore famoso vende mentre il piccolo autore è un’incognita totale. Non è nessuno … E poco e porta se scrive con il cuore. Il cuore per tanti è solo un muscolo che batte.

Chiara Maggi