Racconti: UNA SEMPLICE VOLONTA’, Roberto Busembai

UNA SEMPLICE VOLONTA’

Oggi volevo promuovere una parola, “Pace” ,un termine molto usato solo per appariscenza e democratica esigenza, un termine che della sua vera sostanza e importanza ormai non esiste assolutamente coscienza alcuna che la nomini. Non ho sentito nessuno, ancora, parlare volutamente e con assoluta credibilità e caparbia fermezza , gridare, sottoscrivere, urlare, dibattere, considerare, vagliare, ponderare, manifestare, il vero significato della parola “Pace”.

Tutti, in assoluta riserva, ne parlano e nominano, quasi sottovoce, quasi fosse un termine scabroso, offensivo, la “Pace” solamente per un libero pensiero particolare, o solo ( e purtroppo) per adeguarsi alla massa, piena di false retoriche e falsi pensieri. Non c’è Stato nel mondo, non c’è nessun potere religioso, non c’è nessuna forza politica, non c’è nessun uomo di prestigio e importanza che si dibatta e contribuisca perchè il termine non sia solo un quattro parole vane ma sia una forza umana totalitaria. Voglio promuovere la “Pace” perchè possa entrare davvero negli animi e nelle coscienze di ognuno, che entri come una spada tagliente nel cuore e illumini ogni possibile entità di potere perchè possano “democraticamente” vagliare e studiare, volere e stra volere un compromesso basato sugli abbandoni economici personali e vagli invece una equa e pacifica distribuzione nel rispetto della vita e delle persone, quali esse siano, razza, ceto e colore!

Utopia? Non credo, solo perchè la guerra è economicamente più conveniente? Ma allora che senso ha parlare di figli, famiglie, rispetto dell’ambiente, ecc ecc…..sono cose che si disintegrano da sole, non posso convivere con una coscienza e volontà di guerra….sono davvero un controsenso, o si desidera il rispetto della vita oppure diciamolo chiaramente che si vuole la fine di questa meravigliosa avventura che è stata l’uomo sul pianeta terra. Il futuro? Solo con la vera e assoluta Pace se ne può davvero parlare e intravvedere. Promuovere la Pace in ogni cosa, in ogni pensiero e in ogni azione, deve partire da tutti e per tutti, se (e sottolineo davvero questo se) desideriamo davvero il proseguo della Vita.

Busembai Roberto (errebi)

Immagine web: Digital art

Racconti: L’”Uomo dalla Maschera di Ferro”, di Anselmo Pagani

Sull’”Uomo dalla Maschera di Ferro” sono state scritte varie opere teatrali e circa duecento fra romanzi e saggi, ma anche girati numerosi film, l’ultimo dei quali con Leonardo Di Caprio come attore più famoso.

Quello che ai più potrebbe sembrare il protagonista di una storia inventata, è però un personaggio realmente esistito, anche se su di lui andrebbe sfatata tutta una serie di leggende che, per ragioni di botteghino, Hollywood ci ha costruito sopra, al pari di scrittori importanti come Dumas, nel “Visconte di Bragelonne”, e Voltaire, nel suo “Le siècle de Louis XIV”.

Vero è che sull’identità dell’uomo celato dietro a quella maschera e morto nel carcere parigino della Bastiglia nel novembre del 1703 all’età di sessant’anni circa, di cui gli ultimi trentaquattro trascorsi in detenzione, ci sono ben poche certezze.

Lo si vide per la prima volta nel 1687 a Grasse, nelle Alpi Marittime, quando durante una sosta del suo lungo trasferimento dal forte di Exilles a quello dell’isola di Santa Margherita, davanti a Cannes, uscì a prendere una boccata d’aria dalla portantina che lo stava trasportando sotto la sorveglianza di una quarantina di guardie, aventi l’ordine di sparargli alla testa qualora avesse parlato per dire qualsiasi cosa al di fuori delle sue necessità primarie.

Per la sorpresa di chi se lo trovò davanti, il suo volto era coperto da una maschera di ferro, che risaltava su un corpo atletico e più alto della media.

Viaggiava al seguito del suo carceriere, Monsieur de Saint-Mars, ex-moschettiere ed amico di Dartagnan, che nel 1665 era stato nominato governatore della fortezza di Pinerolo, allora enclave francese in Piemonte, per poi passare ad Exilles, quindi a Santa Margherita e infine alla Bastiglia, a far data dal 1698.

Il “Re Sole” aveva disposto che soltanto lui avesse la custodia di quel prigioniero così strano, che lo seguiva come fosse un cagnolino al guinzaglio, venendo da lui trattato con tutti i riguardi a condizione però che rispettasse un certo numero di regole, in primis quella di mostrarsi agli estranei sempre col volto mascherato e mantenere il riserbo più assoluto sulla propria identità, pena la morte.

Persino dopo il suo decesso, la camera che occupava alla Bastiglia fu svuotata e ridipinta, il pavimento rifatto e i mobili bruciati, affinché non restasse il minimo ricordo di lui, del quale però s’iniziò apertamente a parlare soltanto dopo la scomparsa di Luigi XIV, facendo circolare le ipotesi più disparate sulla sua identità.

Se Voltaire, per esempio, sostenne che si trattasse del fratello naturale del Re Sole, frutto dell’amore adulterino di sua madre Anna d’Austria col Card. Mazzarino, altri affermarono che ne fosse addirittura il gemello.

Queste ipotesi paiono però destituite di fondamento, non fosse altro perché all’epoca i parti delle regine avvenivano di fronte ad un ampio pubblico costituito da dottori, levatrici, dame di compagnia e sacerdoti, che dovevano per l’appunto testimoniare che il neonato era davvero il frutto di quel grembo regale.

E’ anche da escludere che si trattasse di un figlio naturale di Luigi XIV, perché il prolifico sovrano di figli nati da relazioni adulterine ne ebbe sedici, tutti riconosciuti, e non si capisce dunque perché avrebbe dovuto nascondere il diciassettesimo.

Gli storici contemporanei sono piuttosto propensi ad identificare quello sfortunato con uno dei non molti detenuti presenti nella fortezza di Pinerolo durante il governatorato di Monsieur de Saint-Mars, tutti perfettamente noti.

Fra di loro, eccettuati morti e pazzi, il nome di Eustache Dauger risulta il più probabile.

Arrestato a Calais nel 1669, quest’ultimo fu condotto a Pinerolo sotto eccezionali precauzioni di sicurezza, forse perché a conoscenza di qualche indicibile segreto di Stato probabilmente relativo ai retroscena del trattato di Douves, da poco siglato fra Francia e Inghilterra.

A Pinerolo, Dauger fu messo al servizio di un altro prigioniero illustre, l’ex-ministro delle Finanze Nicolas Fouquet, caduto in disgrazia presso il Re e condannato a scontare l’ergastolo in quel luogo lontano affinché non spifferasse in giro tutto quello che sapeva sul giro di corruzione e tangenti che, insieme a lui, aveva coinvolto il potente Card. Mazzarino e, in ultima analisi, anche il Re.

E’ possibile dunque che i due carcerati, nelle loro chiacchiere, si siano scambiati le scottanti rivelazioni che, se il Fouquet si portò nella tomba nel 1680, condannarono invece il Dauger ad una morte virtuale.

Infatti, affinché non raccontasse ad altri prigionieri o alle guardie carcerarie i segreti suoi e dell’amico, si fece circolare la notizia che fosse stato liberato, quando invece s’era deciso di rubargli l’identità coprendogli il volto con quella maschera.

Fu così che negli ultimi vent’anni circa della sua esistenza, per quei pochi che ebbero a che fare con lui, egli fu “le prisonnier dont le nom ne se dit pas” (cioè “il prigioniero di cui non si pronunzia il nome”) meglio conosciuto dai posteri come “l’Uomo dalla Maschera di Ferro”.

(Testo di Anselmo Pagani)

Libri: FU SERA E FU MATTINA, Ken Follett

FU SERA E FU MATTINA

di Ken Follett

È il prequel de “i pilastri della terra”, e la saga intera dei protagonisti di Kinsbridge, è la garanzia di una lettura scorrevole e avvincente

Il basso medioevo è un periodo oscuro, dove si scriveva poco, non si lasciava tante opere ai posteri, anche se alcune consuetudini sono ancora vive, tipo entrare nelle case altrui e aspettarsi vitto e alloggio, o alcune stupide credenze mediche che sono più che altro supestizioni(lo fanno ancora in tanti, credetemi)

L’unica cosa è che l’intreccio delle vicende dei protagonisti è molto simile a quello de “i pilastri della terra”: Aliena e Ragna, Jack e Edgar, chiesa e ponte che bruciano, vescovi corrotti, piccoli monaci che cambiano il mondo

Ma ripeto: Ken Follett è una garanzia

Cuneese al rum

Me Piemont: Cuneese al rum

Il cuneese al rum è un tipo di cioccolatino formato da due cialde di meringa che racchiudono una crema pasticcera al cioccolato fondente e rum, il tutto rivestito da uno strato di cioccolato fondente, che si produce a Cuneo. Solitamente è avvolto in carta rossa con scritte dorate.

Il cuneese al rum venne inventato da Andrea Arione, primo proprietario dell’omonimo negozio-bar, il quale decise di proteggere la sua creazione registrandola con il Brevetto per Marchio d’Impresa. Oggi, tale cioccolatino viene imitato in tutta la provincia, ma la ricetta originale è custodita dai proprietari del negozio-bar Arione.

L’8 maggio 1954 Ernest Hemingway sostò a Cuneo circa un’ora per recarsi nel negozio-bar Arione e acquistare i Cuneesi al rum per la moglie in vacanza a Nizza.

Versioni

Nonostante il principale e storico cioccolatino sia il Cuneese al rum, è possibile trovarlo in diverse versioni, con e senza liquori. Esso è, infatti, disponibile anche ai gusti Grand Marnier, nocciola, crema di marroni, cremino.

(Fonte: Wikipedia)

L’AMORE E’ … Paola Varotto

L’AMORE E’ …

L’amore a volte

è amare qualcuno

che non ti amerà mai

e allora tieni per te

tutte le parole che

non potrai mai dire…

E passi i tuoi giorni

su nuvole di sogni

costantemente infranti

su spigoli di felicità

sempre appuntiti che

tagliano lasciando lividi

perchè ti ricordano

un amore che… non ha vita!

E allora immergi il tuo dolore

in acque gelide

per congelare i pensieri

perchè lasciarli andare… è sconfitta!

E scivoli in anfratti

sempre più stretti

dove il sole non entra…

Dove regnano strisce argentee

che ti legano le mani

che vorrebbero

accarezzare un volto

indovinarne i contorni

imprimerlo sulle dita

per poterlo guardare

quando la nostalgia

stritola il cuore…

L’amore è…

l’ostinata, terribile egoista,

brutale mancanza che

non mi abbandona!

©copyright legge 633/1941

Paola Varotto

Libri: Il Gioco, Giovanni Floris

Quando Rossella Catrambone, studentessa modello, scompare, i sospetti della polizia si appuntano sui due bulli dell’ultimo banco: Mansur detto Momo, italiano di seconda generazione, e Francesca, colonna dell’estrema destra del quartiere periferico di Torre Bruciata. Il loro professore di lettere, Paolo Romano, non è della stessa idea e decide di scoprire la verità.

I giorni passano, la ragazza non ricompare e si accumulano indizi inquietanti quanto stranamente letterari: una pista porta a Edgar Allan Poe, una a Giordano Bruno, una ai surrealisti… intanto, il professor Pastore, il complottista della scuola, è convinto che la chiave di tutto sia nascosta nei sotterranei del Vaticano.

È solo l’inizio di una pericolosa caccia al tesoro a cui i tre saranno costretti a giocare. Li salveranno i libri, o sono proprio le parole a uccidere?

Un giallo, un complotto, una commedia dal ritmo incalzante, un percorso scanzonato ma ricco di cultura che attraversa un secolo di letteratura: questo romanzo multiforme è in se stesso un gioco che non finisce mai di sorprendere.

#IlGioco è disponibile in libreria e su tutti gli store online.

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Chiamami amore, Giuseppe Pippo Guaragna

Chiamami amore

Siamo soli stasera è fatta notte,

risplendono le stelle come sempre,

e non si muove l’aria né una foglia

solo si sente il bubolio d’un gufo.

Poi da Levante un refolo di vento,

il profumo del caprifoglio in fiore,

ci avvolge come un manto di velluto

mentre la luna brilla e ci fa luce.

Notte di plenilunio, è luna piena,

la pallida signora tesse trame

d’opalina, d’argento e d’oro antico,

e noi dalla magia siamo stupiti.

Io ti guardo con occhi innamorati

perdendomi nei tuoi, azzurri e chiari,

e tu sorridi, m’offri le tue labbra

come ciliegie maturate al sole.

Ti bacio, t’accarezzo, siamo soli

in questa immensità che ci rapisce,

il tempo scorre sulla nostra pelle,

racchiusi in una bolla d’infinito.

E tu, se vuoi, chiamami ancora amore,

l’amore non ha tempo e non ha fine,

è casa ed è rifugio, albergo, ostello,

in questo mondo ostile ed impazzito.

In questa notte colma di mistero,

chiamami ancora amore in un sussurro.

9 Ottobre 2022

Oggi a Masera l’ultimo saluto a Franco Sgrena. Così ho ricordato mio papà, Giuliana Sgrena

Oggi a Masera l’ultimo saluto a Franco Sgrena. Così ho ricordato mio papà.

«Perdere un padre è sempre dolorosissimo, nel perderne uno come il tuo c’è anche più tristezza e però fierezza per come è stato» questo è il messaggio che mi ha mandato ieri Luciana Castellina. E, infatti la tristezza, il dolore per la perdita si accompagnano alla fierezza per quello che mio papà è stato e ha rappresentato.

Tanti di coloro che sono venuti a salutarlo mi hanno detto se ne va un pezzo di storia, in un momento in cui ci sarebbe più che mai necessario mantenere la memoria, la testimonianza viva di quella che è stata la lotta per la liberazione del nostro paese dal nazi-fascismo.

Franco Sgrena era una istituzione di Masera e non solo, soprattutto, mi hanno detto, non era solo tuo padre. Questa frase insieme alla commozione di chi la pronunciava – e non erano persone della mia età ma più giovani – mi ha resa particolarmente orgogliosa. La capacità di parlare ai giovani, di trasmettere valori non è da tutti.

Io sono orgogliosa di essere la figlia di Franco Sgrena, partigiano, contrabbandiere, ferroviere, comunista, sindacalista, che non si è mai arreso.

Se sono quella che sono, se ho potuto fare la vita che ho fatto è grazie a lui e anche a mia mamma Netta, come tutti la chiamavano, che è diventata Antonietta solo durante il mio rapimento. Ho avuto la fortuna di avere avuto genitori eccezionali e per lungo tempo. Non posso parlare di mio papà senza ricordare anche mia mamma; lui aspetto da duro, coerente, inflessibile, lei dolce e disponibile, ma molto forte sotto la sua apparente debolezza. La dignità era di entrambi. La coerenza che ho ereditato è quella che mi ha salvata nei momenti più difficili.

Quando sono nata mio papà non mi ha guardata per tre giorni perché ero una femmina e non poteva chiamarmi Ivan come il suo compagno georgiano che era morto combattendo accanto a lui quando, da partigiani, difendevano la val Cannobina. Forse anche per dimostrare quanto può valere una femmina sono diventata così testarda.

Mio papà era innanzitutto un partigiano e per questo sono cresciuta a pane e resistenza, resistenza declinata nei valori di libertà, giustizia solidarietà e laicità. Valori non scontati negli anni Cinquanta, soprattutto quando mi sono trovata a frequentare la scuola elementare in una classe gestita da una suora, ma era la scuola pubblica e non avevo scelta. Anche se ogni giorno la suora faceva pregare tutta la classe per la compagna Giuliana, costretta a vivere in una famiglia di comunisti, sotto accusa era mio papà perché la mamma era considerata una vittima, come me, ma io avrei dovuto redimermi facendomi suora, ma poi mi sono liberata diventando atea. Erano anni difficili, in attesa di un lavoro stabile, che sarebbe arrivato con l’assunzione nelle ferrovie, mio papà aveva fatto diversi lavori, soprattutto contrabbandiere. Un lavoro legittimato dalla necessità e dal fatto che gli spalloni conoscendo bene il territorio avevano fornito un grande aiuto quando erano entrati a far parte della resistenza, anche accompagnando ebrei oltre confine.

Spesso le difficoltà quotidiane del dopo guerra le abbiamo superate con il lavoro di mia mamma che era una sarta molto apprezzata e cuciva giorno e notte. Per necessità e anche per l’attesa snervante del papà contrabbandiere, si temeva sempre il peggio.

Mio papà ossessionato dalla coerenza con i valori della resistenza e dell’essere comunista ai tempi del Pci, anteponeva sempre i bisogni degli altri ai nostri, che eravamo considerati dei privilegiati, con la costernazione della mamma. La nostra casa è sempre stata aperta e lo è stata fino ad oggi. Casa nostra era alternativamente bivacco per gli spalloni che tornavano dalla montagna o sede politica per richieste di aiuto, distribuzione di volantini o dell’Unità.

Il primo maggio 1973 è stato invitato a Mosca come uno dei segretari di sezione del Pci con un rapporto tra popolazione e iscritti al partito più alti. Inutile raccontare il dramma della morte di Berlinguer e della fine del Pci, condiviso da molti compagni. Ha poi militato nel Pdci. Alla fine, nonostante le disillusioni, ha sempre mantenuto il suo impegno politico leggendo e informandosi.

Anche perché il suo impegno si estendeva a livello locale nella partecipazione all’amministrazione comunale più all’opposizione che nella maggioranza o nella Comunità montana e poi nel sindacato dei ferrovieri all’interno della Cgil.

Senza dimenticare il suo passato da spallone e quello che aveva rappresentato in una zona di confine come la nostra, aveva raccolto le firme per una statua e alla fine è nato il museo degli amici dello spallone, di cui vi parlerà Patrizia.

I miei genitori hanno dovuto affrontare due grandi e drammatiche prove, nel 2005 il mio rapimento, con l’assedio dei giornalisti che avevano invaso i loro spazi privati senza nessun rispetto per il dolore. Quella prova è stata superata con la mia liberazione anche se la morte di Calipari ha segnato con un lutto quella libertà.

Estremamente più drammatica e dolorosa è stata però la morte di mio fratello Ivan, un lutto che mia mamma non ha mai superato e ha segnato profondamente mio papà. Poi la morte della mamma, dopo 73 anni di vita insieme, è stato un duro colpo.

Negli ultimi anni con la malattia della mamma e poi sua, abbiamo intensificato molto il nostro rapporto. Abbiamo discusso di politica ma anche e soprattutto della resistenza della repubblica dell’Ossola. Lui non aveva mai nascosto il suo essere ribelle sempre e comunque, che l’aveva portato fin da piccolo ad essere contro i fascisti e i loro diktat e a compiere gesti che poi gli si sarebbero ritorti contro. Con amici e conoscenti ha passato le ore a raccontare episodi di quegli anni, è andato nelle scuole e ha rilasciato interviste per gli studenti che facevano le tesi sulla resistenza. Ha sempre mantenuto uno spirito critico, non si è mai fossilizzato sulle sue posizioni, nonostante le sue convinzioni

Se ne va un pezzo di storia vissuta, di memoria, un punto di riferimento, una persona coerente e resta una eredità da condividere.

Ringrazio tutti i presenti ma anche coloro che sono passati nei giorni scorsi a salutare mio papà perché la manifestazione di stima, di affetto, di partecipazione al dolore mi aiuteranno a superare questo distacco.

Paste di meliga

Me Piemont: Paste di meliga

Le paste di meliga (in piemontese paste ‘d melia) sono un biscotto frollino tipico del Piemonte, in particolare delle Valli di Lanzo, del cuneese, del biellese e bassa Val di Susa.

Sono dolci a base di farina di frumento, farina di antico mais piemontese (melia o meira in piemontese), burro, zucchero, miele, uova e scorza di limone.

Cenni storici

Di origine antica, si vuole che siano nati per necessità di fronte ad un cattivo raccolto che aveva fatto salire alle stelle il prezzo del frumento. I fornai cominciarono quindi a mescolare il fior di farina (oggi definito farina 00) con il frumento di mais, cioè con la farina ricavata dal mais macinata finissima, del tipo non utilizzabile per la polenta ma destinata a confezionare dolci. La peculiarità della macinazione molto fine favorisce la realizzazione di un biscotto dal gusto particolarmente definito e di struttura molto friabile.

(Fonte: Wikipedia)

Istanti ripetuti, di James Curzi

“La vita umana è racchiusa da una superficie curva, un luogo dei punti equidistanti da un punto interno detto centro. Una sfera in cui non esistono scansioni definite dei tempi evolutivi dell’individuo; non a caso la nostra morte somiglia moltissimo al nostro principio. Originati nel buio del grembo materno, al buio ritorniamo. Si nasce minuscoli, e minuscoli si muore.

Mi sia concessa la licenza di decontestualizzare a mio “servigio” le affermazioni del noto psicoanalista inglese Donald Winnicott, fatte nella conferenza in onore di David Wills (che tra l’altro condivido anche in “stricto sensu”):

“Gran parte della crescita è crescita verso il basso. Se vivrò abbastanza a lungo, spero di rimpicciolire e diventare abbastanza piccolo per passare attraverso quel forellino che viene chiamato morte”.

La nostra vita è costituita da una moltitudine di istanti ripetuti, da fasi evolutive interrotte e riprese con moto alternato, da tappe lasciate indietro, ostacoli non superati, gioie e dolori: condizionamenti positivi e negativi che assumono un ordine inconscio a noi sconosciuto; ma che altresì, determina tutta la nostra esistenza rendendola simile ad un eterno Déjà vu.

Forse anche per questo a volte ci riteniamo eterni… Perché tutto sembra ritornare, non morire mai.

I miei istanti ripetuti purtroppo sono la mia maledizione. Ma il libro tratta anche

– tramite l’uso del verso e la sequenzialità dei brani – di come interrompere alcune determinazioni malevole mediante la conoscenza delle loro cause; e autodeterminarsi, per quanto possibile, nella direzione di una coazione a ripetere di istanti ripetuti che seguano il segno della letizia.”

Sincero e semplice, Cesare Moceo

E così mi andai a nascondere proprio là dove credevo di poter risplendere.

Sincero e semplice,

sento ancora in me

le voci delle nostalgie

da cui nel tempo

mi sono autoescluso;

un passato improvvisato ma ardito,

racchiuso in una valigia di cartone

piena di sogni,

che rimane solo mio,

a ricordarmi che la vita

non è altro

che il piacere di un sorriso.

E così pensai bene

d’andarmi a nascondere

proprio là,

dove potevo risplendere.

.

Moces 69N @ t.d.r

VICINIORE, Cesare Bocci

VICINIORE

Che la curva del mio collo

ti sia appoggio.

Lenta potrà carezzarti la mia mano

e apprezzar della seta il tatto.

Riescano poi le mie dita

a dar un senso alla cecità

a vibrar con le tue corde

a sfiorare continue

il sommo del tuo petto.

Diventami la pineta

di un’alba pura azzurrina

di petali rifugiati nel cisto

dell’alterno dondolio delle cutrettole.

Accogli la mia meraviglia:

laggiù, tiepide,

spiccano le desolate spiagge,

attendono che a irrorarle

sia il nostro amore.

cesare bocci

Due parole di buonsenso (si spera) sul sesso…

Il sesso è una valvola di sfogo incredibile, forse la migliore. Battiato cantava: “voglio fare un autodafé dei miei innamoramenti. Voglio praticare il sesso senza sentimenti”. Il sesso è sempre un rischio. Non solo dal punto di vista sierologico (basta prendere le precauzioni). Anche il sesso occasionale ha degli effetti. La sessualità libera totalmente non esiste, almeno qui da noi, nella nostra società. Il sesso è sempre una scommessa a uno o più livelli. Il sesso senza complicazioni non esiste. Ci sono sempre dei risvolti, delle problematiche annesse e connesse, delle conseguenze. Dopo aver fatto sesso si finisce sempre per pagare pegno sempre a qualcosa o a qualcuno/a. Il sesso fine a sé stesso non esiste. Un tempo il sesso senza sentimento si chiamava sesso senza trasporto. È molto difficile usare un’altra persona e essere usati da un’altra persona in modo totalmente anaffettivo e impersonale. C’è anche chi sostiene che tutto ciò non sia naturale oppure morale oppure addirittura non sia umano. È comunque un atto che è compreso tra le nostre libertà e come tale va rispettato. Ma talvolta viene messo in atto un inganno: la ragazza si concede sessualmente a un ragazzo di cui è innamorata, anche se lui vuole solo divertirsi. Lei cerca l’amore e lui solo il sesso: sono su due piani diversi. Di solito c’è sempre qualcuno tra gli amanti che non si accontenta del sesso soltanto ma vuole una storia seria. È difficile in questi casi godere entrambi e non fare del male interiormente o sentimentalmente a nessuno. Ma fare sesso con un’altra persona, anche quando si tratta solo ed esclusivamente di sesso, significa prendersi carico delle problematiche e della sensibilità altrui, almeno momentaneamente. Se uno va con una prostituta deve rispettare la sua storia e la sua dignità di ragazza madre oppure di studentessa che si vende perché è orfana di padre e deve mantenersi da sola agli studi. Oppure se uno va con una pornostar deve rispettare la sua scelta di donna e prendersi carico della sua solitudine di persona che ha fatto una scelta controcorrente moralmente e che spesso l’ha portata al conflitto con la sua famiglia e con i suoi parenti. Ma spesso c’è poca discrezione quando si fa sesso e allora sia uomini che donne si giocano la loro reputazione per quei pochi minuti di intimità. Il sesso fine a sé stesso non esiste perché ogni uomo è triste dopo il coito e in questa società ancora cristiana la coscienza rimorde (se non rimorde al momento dell’atto, rimorde trent’anni dopo in punto di morte). Ci sono esperienze sessuali che lasciano sensi di colpa e senso di vuoto. Per fare sesso libero bisognerebbe essere persone aperte mentalmente e libere da tutto e da tutti, anche da inganni, remore, illusioni, aspettative. Insomma è molto difficile. Il sesso però è l’attività più piacevole del mondo e della vita. Tutti siamo stati giovani, infoiati, carichi di ormoni, incoscienti. Ognuno ha quindi di imparare sui propri errori (ma forse è meglio non definirli come tali), ha il diritto di trasgredire e di fare le sue cazzate, fino a quando non fa male agli altri.

Marco Piemonte fotografo dell’anima, ovvero quando la fotografia diventa un quadro. Presentazione 1° parte

Marco Piemonte fotografo dell’anima, ovvero quando la fotografia diventa un quadro. Presentazione 1° parte

Date: 10 ottobre 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

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Marco Piemonte
A morning in Scotland
Marco Piemonte photographer ©

Articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Abbiate cura di incontrare chi non sta nel mezzo. Cercate gli esseri estremi, i deliri, gli incanti. Franco Arminio

Tutti gli incontri che si fanno o si cercano sono conoscenze reciproche, se lo fai in modo gratuito e generoso, ogni persona ti lascerà qualcosa di prezioso di se. Prima di raccontarvi di lui, perchè è notevole, vorrei io dire qualcosa di Marco Piemonte. E stato come dire, un incontro poetico, nel senso che le sue foto nei testi di uno splendido poeta romanesco. Foto rigorosamente in bianco e nero e le stesse, pura poesia.
Marco Piemonte ha vinto il ” best photos of the year nel Las Vegas contest” nel 1998. Nel 2003 espone all’Art Gallery di Chicago, nella Gallery of fashion di Sidney. Ha collaborato e collabora con Burberry’s, Prada e tanti altri marchi famosi come Gucci, Calzedonia, e tanti altri, e le sue foto su riviste come Cosmopolitan, Max e Life, National Geographic, insomma un elenco lungo. Su google trovi poco e niente di Marco Piemonte, lui un uomo schivo, dedito alla sua passione che non è solo lavoro, ma la sua vita. Marco Piemonte è un bravissimo fotografo di moda e poche attrici mancano all’appello, Jennifer Aniston , Charlize Theron, Danni De Vito, tantissimi altri.
Lui è un uomo d’arte, lui immortala gli istanti, questi istanti diventano poesia. Ama il bianco e nero, le sue foto hanno quell’atmosfera magica degli anni quaranta, Humphrey Bogart, Lauren Bacall, non so perchè, ma è come ritornare indietro in quell’atmosfere fumose, dove si amava appassionatamente, o si viveva appassionatamente. Lui fotografa il tempo, lo manipola e tu vorresti entrare nelle sue foto, senza chiedere permesso. Magari solo per accompagnare o seguire quel qualcuno che si allontana, da solo sotto la pioggia, sul ponte di Brooklin. Le sue foto sono pitture in chiaro scuro, dove spesso viene adoperato il carboncino,
e vorresti una parete tutta cosi. Perchè lui gli istanti li rende immortali, magici, atmosfere, nonostante tutto, calde, enigmatiche. Le sue foto raccontano, Marco Piemonte, non dice di se, parlano le sue foto, le sue emozioni in bianco e nero e se a colori, i colori caldi ,ocra, atmosfere gialle, luminose. La macchina fotografica è il prolungamento della sua anima, delle sue intuizioni, che lo fanno restare ore sotto la pioggia per un solo scatto magico.
In una pozzanghera lui fotografa la porta del paradiso, gioca con le luci, mani che raccontano, sensazioni emotive in un semplice trucco da clown. Ogni foto una storia, una storia in una foto, una panchina, un lampione, una scarpetta da punta, una scala senza destinazione…
Cosa so di Marco Piemonte? in realtà nulla, ma lui è ciò che è dietro l’obbiettivo, immenso , profondo nella sua arte, si svela foto dopo foto e cosi racconta di se.
Marco Piemonte un romano metà italiano, metà di origine scozzese, un connubio di uomo artista, ma anche di visioni forti, selvagge, tradizionali.

Skye ‘s island
Scotland
Marco Piemonte photographer ©


Nella sua vita, è stato un pò di tutto, attore, cantante, per poi approdare all’arte fotografica, per cui ha un naturale talento. I grandi fotografi, vedono dove gli altri non guardano, loro guardano cose che a noi sfuggono. La fotografia è pura emozione, come una musica, una poesia, un balletto, un opera d’arte. Nelle sue foto io sento Louis Amstrong, Frank Sinatra, Gene Kelly che balla e canta ” singing in the rain”. Quindi ha importanza chi sia lui? Ammiriamo le sue foto, cosi lo scopriamo! Marco Piemonte,discreto, timido, riservato, le sue foto sono lui, lui è le sue foto. Lui è un cacciatore di istanti a cui spara una foto.
Il grande Bresson dice ”fotografare è trattenere il respiro, quando tutte le facoltà convergono per catturare la realtà fugace, E in quel preciso momento che padroneggiare un immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale”. La mia ultima citazione è per Marco Piemonte, per la sua predilezione nel bianco e nero.
Il colore dedrammatizza…il bianco e nero è più carico di sensi. ( Jean Baudrillard).
Il bianco e nero una scatola che puoi aprire per vedere l’infinità dei colori che contiene.
” Io sono quello che scatto, ogni volta mi immedesimo, la foto è l’istante, l’universo di un film. Devo sempre cogliere quell’inquadratura che mi permetta di attraversare il tempo, di finalizzare lo scatto in qualcosa di godibile e non banale, c’è poesia e fantasia in ogni momento e situazione della giornata. La mia foto è cresciuta con me. ”Marco Piemonte.

Spirit of Scotland
Caledonian
Marco Piemonte photographer ©
  • Sono incantata da queste parole, il suo talento, è un talento del cuore, un artista degli attimi, che lui rende eterni. Uno scatto che diventa un quadro immortale di bellezza, più che un’intervista questa vuole essere una piccola mostra fotografica virtuale, ne beneficiano gli occhi e il cuore.

Oggi vorrei presentare una carrellata di foto bellissime della sua Scozia, lui Marco Piemonte metà scozzese, metà romano.

A morning in Scotland
Marco Piemonte photographer ©

My Scotland

Templi costruiti dal vento, dove ognuno ha modo di conoscere se stesso, e non c’è altro modo per capirsi se non scoprirsi davanti al proprio io.

Marco Piemonte photographer ©
Scotland
New Port
Maine
Marco Piemonte photographer ©

Credo che dopo questa carrellata di foto, dipinti? Tutti abbiamo voglia di visitare la Scozia, senza dimenticare che questo è la patria del mostro di Loch Ness, degli Highlander, dei Kilt, delle cornamuse. I suoi panorami ispirano ogni sorta di leggende, e credetemi questo paese ne ha iosa

Art. di Marina Donnarumma Iris G. DM

OGGI, Daniela Patrian

OGGI

Solo nelle spericolate geometrie

trovo prospettive che mi saziano;

in controluce disegno il respiro,

penso ad arrotolare le onde

sciogliere le stringhe,

riprendere la vita.

Accudisco un sorriso nuovo

dei giorni imbavagliati.

Abbraccio voglie sconfinate e canti di sirene

che solfeggiano nel cuore.

La mente cerca

quel che l’anima sedotta brama;

intravedo il passaggio del tempo.

sotto un cielo fermo, stellato;

imparo a vedere.

Daniela Patrian

SPIAGGIA DESERTA D’OTTOBRE, Oana Lupascu

SPIAGGIA DESERTA D’OTTOBRE

Il sole è stanco, pallido

E spente le parole

Sulle mie labbra asciutte

Che il vento sfiora soltanto

Baciare non sa

Timido inganno

Rimpianto

Fruscio di onde

Battito di ali

E cielo in tempesta

Nessuno parla al mio cuore

Sembra già inverno

E rimaniamo così, soli

In un nido di spine

Io e i miei sogni

Abbracciati

E vestiti di pioggia

Oana Lupascu

10 ottobre 2022

“Amo e odio” l’amore disperato di Catullo

Gaio Valerio Catullo ( Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.) è stato un poeta romano. Il poeta è noto per l’intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l’amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.Gaio Valerio Catullo proveniva da un’agiata famiglia latina che aveva contribuito a fondare la città di Verona, nella Gallia Cisalpina; A Catullo fu data un’educazione severa e rigorosa, come in uso all’epoca nelle buona famiglie. Morì alla giovane età di trent’anni. Durante il suo soggiorno prolungato a Roma ebbe una relazione travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia.Clodia viene cantata nei carmi con lo pseudonimo letterario “Lesbia”. Lesbia, che aveva una decina d’anni più di Catullo, viene descritta dal suo amante non solo graziosa, ma anche colta, intelligente e spregiudicata. La loro relazione, comunque, alternava periodi di litigi e di riappacificazioni.Da alcuni suoi carmi emerge, inoltre, che il poeta ebbe anche un’altra relazione, omosessuale, con un giovinetto romano di nome Giovenzio. 
Catullo è per noi uno dei più noti rappresentanti della scuola dei neòteroi, poetae novi, (cioè “poeti nuovi”), Catullo, infatti, non descrive le gesta degli antichi eroi o degli dei, ma si concentra su episodi semplici e quotidiani. La sua lirica dà, per la prima volta, voce all’individualità di una persona è al suo sentimento. Le passioni sono espresse in maniera vigorosa e immediata, con sincerità ingenua o duro realismo. La spontaneità delle poesie d’amore e passione di Catullo non trova eguali nella letteratura latina, così come non ci sono altri casi di amore sentito con una valenza etica così personale. Ha composto centosedici carmi per un totale di duemilatrecento versi pubblicati in un’opera unica, il “Liber”, che fu dedicata a Cornelio Nepote. Quindi il tema principale di tutti i componimenti di Catullo è l’amore per Lesbia/Clodia. Solo i carmina docta sono un’eccezione a questa regola, occupandosi di temi più impegnati. L’amore,  è un tema talmente caro a Catullo che egli, pur di sviscerarlo, rinuncia anche a tematiche più impegnative, quelle di carattere politico e sociale.
Le sue liriche ebbero da subito un grande successo, nonostante l’opinione di Cicerone, e influenzarono non solo i poeti elegiaci dell’età augustea (Tibullo, Ovidio, Properzio) ma anche Orazio e Virgilio. Le opere di Catullo trovano diversi richiami nella cultura italiana a partire da Petrarca e gli umanisti fino a Foscolo,

NAPOLI

Nel carme 5 è espresso il trionfo dell’amore tra Catullo e Lesbia; anzi, nell’ordinamento dell’opera, è questo il primo componimento che celebra la forza delle passioni in maniera spensierata e gioiosa. Il numero dei baci che Catullo desidera dare e ricevere da Lesbia (1000 e poi 100 e poi ancora 1000 e ancora 100) alla fine è talmente alto da perdere il conto agli amanti che non possono fare a meno di ricevere la benevolenza da chi vuol loro male.Catullo sa benissimo quanto è breve la vita e non ha intenzione di sprecarne un solo momento a dar conto alle dicerie dei malpensanti.

– Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

*Versi famosi, sussurrati da labbra innamorate, al culmine della passione… Cento, mille baci, mai troppi per chi arde d’amore da fare invidia al mondo intero, ben lo sapeva l’antico poeta che molto ha amato e molto ha cantato in uno stile meravigliosamente moderno. I baci non sono mai abbastanza…

DIETRO LE SBARRE, Miriam Maria Santucci

DIETRO LE SBARRE

Ho costruito un giardino dentro il cuore

e decine di finestre spalancate

da cui poter vedere ed ammirare

il nascere e il vivere di un fiore,

il volteggiare lieve di farfalle

sfiorate da manine di bambini

e tra i rami attorcigliati del roseto

il lieto cinguettio degli uccellini.

Un minuscolo angolo segreto

per nutrire il mio spirito assopito,

un giardino calmo e luminoso

per sentirmi in sintonia con l’infinito.

#MiriamMariaSantucci

#oltreiconfinidelcieloedelmare

#leimprontedellavita

#ilsentierodeldestino

#lalucedeipensieri

#oltrelorizzonte

#GORA_Appuntidiuninfanzianeldopoguerra

(foto web)

Riflessioni: Impara a contare solo su te stessa, Anna Nardelli

Impara a contare solo su te stessa.

Impara a non affidarti a nessuno e persegui ciò che vuoi essere, ciò che sogni senza farti bloccare da nessuno, soprattutto da te…

Impara a guardare oltre e non soffermarti sperando di essere aiutata, ti diranno che sono con te, ma non lo saranno mai realmente. Quindi conta solo su di te, nessuno potrà farlo solo te potrai e dovrai contare sulle tue forze, dovrai imparare a vivere e ad essere decisa su ciò che vuoi fare.

Quindi tira su le maniche e lascia tutto indietro guardando l’oggi perché dei se, dei ma, del ieri, non fanno più per te e così nel momento in cui avrai imparato a contare sempre e solo sul tuo io andrai via per la tua strada per sempre.

Anna Nardelli

10-06-2019