Libri. ZEROCALCARE: no sleep till Shengal

Recensione di Maurizio Melchiorre

ZEROCALCARE: no sleep till Shengal.

Dopo le strisce sulla pandemia a propaganda e il cartone su netflix, zerocalcare torna in libreria con un libro che a mio parere lo consacra.

Non più drammi adolescenziali dalla sua postazione a Rebibbia ma dopo le riflessioni sul covid ( meravigliosa quella dell’ infermiere che spiega il passaggio da usl a asl e in poche strisce tutto il dramma della nostra sanità dove i malati vanno curati a tariffa ) eccolo tornare ad accendere una luce sul buio che avvolge la cronaca nel Kurdistan.

Dimenticati dai media di tutto il mondo stanno cancellando il popolo curdo .

Calcare racconta il suo viaggio a Shengal città nel territorio iracheno riconquistata dai curdi del pkk alle milizie dell’ Isis e riconsegnata agli Ezidi minoranza a cui le milizie islamiche l’ avevano sottratta.

Nel fumetto con molta delicatezza conosciamo i tragici fatti del 2014 quando l’ isis si impossesso’ della regione sterminando o rendendo schiavi gli abitanti, l’ intervento delle truppe del pkk , la decisione di tante donne di combattere ( prima per cultura era una cosa inimmaginabile) , la partecipazione attiva degli Ezidi nelle file dei combattenti , la formazione di uno stato democratico dove la partecipazione femminile è totale, per ogni carica c’è un uomo e una donna, e soprattutto gli attacchi che quotidianamente subiscono da Irak e Turchia che non hanno assolutamente voglia di riconoscere questa esperienza democratica .

Le matite di Alberto Madrigal contribuiscono a rendere l’ atmosfera più cupa perché siamo davanti alla tragedia di un popolo , il cui destino si compie nell’ indifferenza occidentale.

Non so quanto un fumetto possa attirare l’ attenzione ma credo che chiunque, dopo averlo letto ,vedrà con un occhio diverso la cartina del medio oriente.

Da leggere.

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Libri: I rondoni, di Fernando Aramburu

recensione di Luana Neri

Fernando Aramburu, I rondoni.

Toni è un uomo colto,ma fallito. Ha 54 anni,insegna senza più alcuna passione filosofia in un liceo , è divorziato da una donna bellissima,perfida e fragile,ha un figlio poco intelligente che vorrebbe fare il bullo,ma viene piuttosto bullizzato, e che è per lui un peso e una fonte di delusioni e problemi. I personaggi di questo straordinario romanzo sono tanti,ma tutti girano attorno a Toni e al suo individualismo di stampo nichilista che lo porta a prendere una decisione: si dà un anno esatto di tempo per raccontare il suo presente inutile e risistemare, almeno nella scrittura,il suo passato. Poi,in una data precisa,il 31 di luglio, quando la città sarà piena dei rondoni che tanto ama e in cui vorrebbe trasformarsi, porrà fine ad un’esistenza inutile e squallida. 710 pagine. Pensavo che avrei chiuso il libro dopo 50,pur conoscendo la straordinaria capacità di Aramburu di trasformare con le sue alchimie descrittive una storia improbabile in una straordinaria epopea cittadina,una sorta di Odissea ambientata a Madrid. Nei 12 mesi che mancano al congedo Toni annota devotamente ogni giorno ,con l’onestà di chi non si aspetta più nulla, ogni avvenimento quotidiano e degno di nota assieme ai ricordi che emergono prepotenti sia dai sogni che dalla memoria. Con la stessa prepotenza entra la vita,con le sue esigenze e le sue sorprese. Seguiamo Toni che con l’adorabile Pepa,cagnetta anziana,ma amorosa e attenta,percorre in lungo e in largo la città e ce la fa scoprire nel cambio delle stagioni.Mi verrebbe da raccontare quello che mi ha tanto attratto durante la lettura,ma basta così. Questo romanzo a mio avviso non può deludere. La trama è impeccabile,la scrittura brillante e camaleontica, le cifre narrative variano da passi esilaranti, a episodi sgradevoli,ma mai volgari,a riflessioni profonde tratte dal patrimonio culturale che Toni quasi cerca di nascondere non credendo più in nulla. Che dire come sintesi o come ” morale” del racconto? Forse solo che la vita ha più fantasia e risorse di noi che la viviamo o crediamo di viverla.

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Libri: Cinquanta modi per dire pioggia, di Asha Lemmie

(recensione di Benedetta Giannoni)

Cinquanta modi per dire pioggia

Asha Lemmie

Sono nata viaggiatrice. Nel tempo e nello spazio.

Leggo per colmare questa necessità.

In Oriente per esempio, chissà se potrò mai andarci?

Cinquanta modi per dire pioggia mi ha portato in un Giappone di circa settanta anni fa.

La trama probabilmente la conoscete, perché tanto se ne è parlato nel Gruppo. È la storia di una bambina considerata da tutti “bastarda” , perché nata da una relazione extraconiugale tra una giapponese ed un americano . Un giorno la piccola Nori viene abbandonata dalla mamma davanti alla casa dei nonni. La famiglia materna, di sangue imperiale, ricca e potente, non accetta questa bambina, che rappresenta un’onta per il loro rango ed un ostacolo ai loro piani.

Da questo momento Nori è destinata ad una vita di dolore, di sofferenze e crudeltà, ma anche di coraggio e di amore.

Quando mi immergo nella lettura di un libro, bello come questo, è sempre uno strano impatto rientrare nella realtà quotidiana. A volte mi sono sentita così “dentro” la storia che non mi sarei stupita se avessi visto passare qualcuno con il kimono nel mio salotto.

Lo consiglio a tutti quelli che al solo leggere della cerimonia del tè, sentono scorrere il liquido caldo dal bollitore alle tazze e avvertono l’aroma diffondersi nella stanza.

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Poesie: DIETRO LE SBARRE, di Miriam Maria Santucci

DIETRO LE SBARRE

Ho costruito un giardino dentro il cuore
e decine di finestre spalancate
da cui poter vedere ed ammirare
il nascere e il vivere di un fiore,

il volteggiare lieve di farfalle
sfiorate da manine di bambini
e tra i rami attorcigliati del roseto
il lieto cinguettio degli uccellini.


Un minuscolo angolo segreto
per nutrire il mio spirito assopito,
un giardino calmo e luminoso
per sentirmi in sintonia con l’infinito.

#MiriamMariaSantucci

#oltreiconfinidelcieloedelmare
#leimprontedellavita
#ilsentierodeldestino
#lalucedeipensieri
#oltrelorizzonte
#GORA_Appuntidiuninfanzianeldopoguerra

(foto web)

Aracelly Díaz poetessa nicaragüense, religiosa francescana

Aracelly Díaz poetessa nicaragüense – religiosa francescana

Aracelly Díaz, è una scrittrice, poetessa e suora nicaraguense nata a Matagalpa, Nicaragua, il 17 febbraio 2001. All’età di 15 anni è entrata in convento nella Congregazione delle Suore Francescane Pellegrine a San Rafael del Norte, Jinotega. Ha iniziato il noviziato il 6 luglio 2018, terminando l’anno canonico, ha emesso i voti temporanei il 6 luglio 2019. Sin da bambina, la poesia l’ha turbata. Quando era una studentessa delle elementari e delle secondarie, si è sempre distinta nella recitazione di poesie di Rubén Darío. In giovane età scopre che le piace scrivere poesie e da allora non ha smesso di farlo. Attualmente ha pubblicato un libro di poesie inedite intitolato ” Locuras de mi Soledad.”

Incenso dell’oblio.

Quando mi sono svegliata ho sentito
il mio cuore battere ancora,
Quando ho aperto la finestra ho visto cadere la pioggia,
piovigginava sui campi.

Quando i gigli crescono
e sbocciano già i petali,
i fiori del campo,
chi li annaffierà?

Al sentire le fragranze
si avvicinerà il mendicante
e  raccoglierà nelle sue mani
l’incenso dell’oblio.

Così finisce l’inverno
e tornerà l’estate
dai giardini dell’oblio,
chi ne sentirà gli effluvi
se il suo aroma solo il vento lo porterà?

Canto di un’anima.

Nascono dall’anima
i canti angelici,
con voci sublimi
mai sentite.

E s’ intona
con gli angeli
quel prezioso inno di gloria.

Si cerca solo di adorare;
quella luce celeste eterna,
che ci culla
nella ferita del suo fianco.

E quell’anima da amare con tenerezza
Grido illusorio,
tra muti gemiti
che di solito sono come il miele.

Quando le sue lacrime scendono
sulla terra bella e addormentata,
quella caverna
si è trasformata
in una grande primavera

dove scorrono le gocce
di un mare d’oro,
calmata dalle
preziose rugiade.

E si elevano ai
tesori divini,
la nostra essenza  è mutata
in piena armonia.

Tra le parole dolci
che chiariscono,
nell’amata nuvola
perforano nel più
intimo dell’anima.

Ritratto di un poeta.

Nella prima infanzia era la gioia di casa,
e quando arrivava la notte oscura
quella dolce madre
lo cullava tra le sue braccia.

Sul suo viso il sorriso,
nel suo cuore i versi
e in ogni passo che faceva
scriveva i suoi sentimenti.

Viveva così felice
e innamorato della sua patria
con sogni così grandi
che il suo cuore
non ha dimenticato.

Ma un giorno il poeta
ha lasciato la sua patria
con le lacrime agli occhi,
disse addio a ciò che amava di più.

Ha attraversato i confini
e un giorno si chiese : dove sono?
Con agile penna in mano
aspetta di ritornare alla sua patria.

Il sole del nuovo giorno.

Sei uscito la mattina?
Sì, mentre l’alba si nascondeva,
i raggi raggiungevano i boschi e
il sentiero del pellegrino.

“Guarda” dicevano i campi
la luce del giorno ci accompagna,
è bellissimo, dicevano i fiori
e beffardo volò libero verso l’infinito.
Il suo volo era giallo sul blu,
il suo cuore irradiava libero.
Più guardava per terra e
una spada mortale trafisse la sua anima.

L’umanità è diventata feroce
ha dimenticato la sua luce di verità,
mentre il giorno passa e il tramonto
copre le montagne della foresta,
giunge la notte oscura e cadono
le tenebre
mentre l’anima attende il nuovo giorno,
bramando la sua libertà.

Follia della mia solitudine.

Notti avventurose ove sfuggono soavi
sguardi
nel dolce silenzio
nascono teneri boccioli del rosaio.
Lampade dell’anima si accendevano solo contemplando belle luci.
Follia della mia solitudine!
neve fantastica
la tua compagnia
e il solitario inverno
va per le colline,
in cima ad allori abbandonati,
a voce bassa
canta la canzone dell’amore.
e vedendo in lontananza una lacrima amara con la neve gli copriva il viso.
Figura del paradiso sospirò silenziosamente,
debole per amore tra le uve,
muore di freddo,
cerca il silenzio che catturò la sua tenerezza.

Aracelly Díaz

Vi invito ad ascoltare il video di una mia poesia pubblicata in YouTube.
“non dimentichiamo mai che la poesia è vita ed è presente in ogni notte buia, ma anche nel canto dell’alba”.


Síntesis biográfica de la autora:
Aracelly Díaz, es escritora, poeta y monja nicaragüense nació en Matagalpa, Nicaragua el 17 de febrero del 2001. A los 15 años ingresa al convento en la congregación de Hermanas Franciscanas peregrinas en San Rafael del Norte, Jinotega. Inició el noviciado el 06 de julio del 2018, terminando el año canónico, profesó sus votos temporales el 06 de julio del 2019. Desde que era niña le ha inquietado la poesía. Cuando era estudiante de primaria y secundaria se destacó siempre en la declamación de poemas de Rubén Darío. A su corta edad descubre que le gusta escribir poesía y desde entonces no ha parado de hacerlo y actualmente tiene un libro inédito de poesía titulado Locuras de mi Soledad.

Incienso del olvido

Cuando desperté sentí
mi corazón volver a palpitar,
al abrir la ventana vi caer la
llovizna sobre el campo.

Cuando crezcan los lirios
y broten los pétalos ya,
las flores del campo
¿quién las regará?

Al sentir las fragancias
se acercará el mendigo
y recogerá en sus manos
los inciensos del olvido.

Así terminara el invierno
y el verano regresará
de los jardines del olvido
¿quién su efluvios sentirá?
Si su aroma, solo el viento llevará.

Cántico de un alma

Surgen del alma
los angélicos cantares,
en sublime voces
nunca oídas.

Y, se entonan
con los ángeles
aquel precioso himno de gloria.

Tan solo se busca adorar;
aquella eterna luz celestial,
que nos arrulla
en la herida de su costado.

Y aquella alma. Quiere con tierna
Ilusión llorar,
entre silenciosos gemidos
que suelen ser como la miel.

Cuando caen sus lágrimas
sobre la bella y durmiente tierra,
aquella caverna
Se transformó
¡en un gran manantial!

Donde fluyen las gotas
de un mar de oro,
serenados por los
preciosos rocíos.

Y al elevarse a los
tesoros divinos,
nuestra esencia transformada
en plena armonía.

Entre las suaves palabras
que se esclarecen,
en la nube adorada
y perforan lo más
intimo del alma.

Retrato a un poeta

En tierna infancia era la alegría del hogar,
y al llegar la noche oscura,
aquella dulce madre
en sus brazos lo arrullaba.

En su rostro la sonrisa
en su corazón los versos
y en cada paso que solía dar
iba escribiendo sus sentimientos.

Vivía tal feliz y de su
patria enamorada,
con sueños tan grandes
que su corazón
no ha olvidado.

Pero, un día el poeta
de su patria se marchó
con lágrimas en sus ojos
a lo que más amaba le decía adiós.

Cruzó fronteras y un día
se preguntó ¿dónde estás?
con ágil pluma en su mano
espera a su patria regresar.

El sol del nuevo día

¿Salió por la mañana? Si,
mientras aquella aurora se escondía,
sus rayos llegaban a los bosques y
al camino del peregrino.

“Mira” dijeron los campos
nos acompaña la luz del día,
es hermoso, dijeron las flores
y el cenzontle volaba libre hacia el infinito.
Su vuelo era amarillo sobre el azul,
su corazón irradiaba libre. Más al
mirar hacia la tierra, atravesó su alma
una espada mortal.

Los humanos se han vuelto feroces
olvidando su luz de verdad,
mientras el día pasa y el ocaso
cubre las montañas del bosque,
vino la noche oscura y cayeron
las tinieblas ya,
mientras el alma espera el nuevo día,
ansiando su libertad.

Locuras de mi soledad

Noches aventureras donde se escapan suaves
miradas,
en el dulce silencio
nacen los tiernos capullos del rosal.
Lámparas del alma encendieron con tan solo contemplar
bellos Luceros.
¡Locuras de mi soledad!
apetece de la nieve
su compañía
y el invierno solitario
se va por las colinas,
en cumbre de laureles abandonada, con voz baja
entona el cántico de amor.
y al ver a lo lejos una lágrima amarga con la
nieve su rostro cubrió.
Figura del paraíso
que en silencio suspiró,
débil por amor entre las uvas,
muere de frío, busca el silencio
que su ternura cautivó.
Aracelly Díaz
Les invito  a escuchar  este poema  de mi  autoría.
” nunca  olvidemos  que  la poesía  es  vida y  está presente en  cada noche oscura, pero  también  en el canto  de la alborada”
https://youtu.be/D7dKzzHQDTMhttp:http://nonsolopoesiarte.art.blog/2022/10/09/le-poesie-della-poetessa-religiosa-francescana-aracelly-diaz-dal-nicaragua/

Racconti: Un amico, Cinzia Perrone – Autrice

Un amico

“Il mio amico non è tornato dal campo di battaglia, signore. Le chiedo il permesso per andare a cercarlo”

disse un soldato al suo tenente.

“Permesso negato”

replicò il tenente

“Non voglio che lei rischi la sua vita per un uomo che probabilmente è gia morto”.

Il soldato senza prestare attenzione al divieto se ne andò e un’ora dopo ritornò, ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell’amico. L’ufficiale era furioso:

“Le avevo detto che ormai era morto! Mi dica se valeva la pena andare fin laggiù per recuperare un cadavere?!”.

Il soldato moribondo rispose:

“Certo signore! Quando l’ho trovato era ancora vivo e ha potuto dirmi: ero sicuro che saresti venuto!”

Un amico è colui che arriva sempre, anche quando tutti ti hanno già abbandonato!

Poesie: SOGNI NEL CASSETTO (Acrostico) Anna Monteleone

SOGNI NEL CASSETTO (Acrostico)

Sogni nascosti nel cuore

Ognor zampillano al sole

Grande è il tempo vissuto

Non l’anima che è giovane ancora

I capelli son sempre più bianchi

Nel volto i segni profondi degli anni

E intanto scema piano la vita

Lontani appaiono sprazzi felici

Certezze del doman sono vuote

Assai triste appare il futuro

Sempre indietro si volge il pensiero

Sonno avvolge sapere e memorie

Estranea appare la vita passata

Tempo in un attimo sembra passato

Tra lavoro e fatiche impegnato

Or tanto stanco volge alla fine

(Acrostico a.m.)

Racconti: ” IL CLUB DEI GATTI “, Rosa Cozzi

Buongiorno!

” IL CLUB DEI GATTI “

C’era una volta, vicino a casa mia, un grande albero di Ippocastano. Si lamentava e gemeva tra le foglie, dicendo di essere solo soletto, intorno a lui non c’erano altri alberi, gli uomini avevano fabbricato case intorno, e avevano sprecato il prato che abbelliva la vista e faceva respirare aria di campagna.

Però la notte Yppo così si chiamava l’albero, veniva visitato da molti gatti di tutti i colori, che passavano la notte a miagolare e a rincorrersi tra i rami.

Era sempre affollato, ed era diventato il ritrovo dove miagolare con altri gatti.

C’era Nerino con il pelo nero e setoso. Lui voleva comandare a tutti, e nessuno doveva dire o fare senza il suo permesso.

C’era Bianchina una gatta tutta bianca con gli occhi azzurri che a detta di molti la rendevano deliziosamente affascinante, se li guardava a tutti con i suoi occhietti storti .

Poi c’era Minou grigio con baffi e pelo molto lunghi, aristocratico e distinto parigino .

E poi c’era Fuffy che non si fermava mai, sembrava una trottola, e faceva girare la testa a tutti.

La compagnia era grande, c’erano anche Giorgetto, Nanni e Niccolò tre siamesi dispettosi e fieri sempre pronti ad azzuffarsi, quando decidevano di divertirsi.

Però tutti erano amici per la pelle e spensierati passavano la notte, giocando a nascondino tra i rami di Yppo. E quando il mattino, il sole spuntava, incominciavano a salutarsi, stiracchiandosi, pronti a far ritorno a casa dai loro amici umani, e dandosi appuntamento per la sera.

Yppo incominciava a lamentarsi e a soffrire di solitudine, quando sopraggiunse un merlo innamorato col becco giallo e incominciò a cantare la sua canzone sulla più alta cima e tenne compagnia per tutto il giorno a Yppo con il suo canto.

E fu così che per Yppo non ci fu più un giorno che si sentì più solo. . .

di Rosa Cozzi

da “Le favole più belle”

DL. 1941/633

Poesie: UN FILO DI SPERANZA, Osvaldo Rosi

UN FILO DI SPERANZA

Piu’ dificile rileggere

le vecchie cose,

cerco senza trovare

di me il passato

e mescolo i sogni

per dar forma ai miei

pensieri per un domani.

Ma vecchie cose

risalgono dal nulla,

li dove il gelo pungente

assale i giorni del passato,

le lacrime del tempo

confondono le ombre

e in lontananza

voci antiche

di storie che nessuno

ascolta,

li nel silenzio della notte

le voci tacciono

e il mare dei sogni

si apre sconfinando ,

e tu aspetti

una voce che ti chiama

per far luce alla tua vita,

ma stai attento

a quella voce

che ora dice;

tu non vedi un sole pallido

dietro un filo di speranza

quella luce che ti abbaglia!

O R

Racconti: La roccia sulla strada, Cinzia Perrone – Autrice

La roccia sulla strada

In un regno lontano, una volta un re mise una grande roccia nel mezzo della strada principale che portava al suo regno, bloccando così la strada. Poi si nascose per vedere cosa facevano i suoi sudditi quando passavano per quella strada.

Non dovette aspettare a lungo. Ben presto passarono alcuni dei mercanti più ricchi e cortigiani del regno, che si limitarono semplicemente a osservare la roccia. Molti rimasero per un po’ di tempo davanti alla roccia lamentandosi e incolpando il re di non mantenere pulite le strade, ma nessuno fece nulla per rimuovere l’ostacolo.

Dopo un po’ arrivò un contadino con un carico di verdure. Rimase un momento ad osservare la roccia e quindi appoggiò il suo fardello sul terreno ai margini della strada. Provò a muovere la roccia con le sole mani ma non ci riuscì, quindi usò un tronco per fare leva. Dopo un grande sforzo, riuscì finalmente a spostare la roccia.

Mentre si chinava per raccogliere il suo carico, trovò una borsa, proprio dove prima c’era la roccia. La borsa conteneva una buona quantità di monete d’oro e una nota del re, che indicava che era la ricompensa per chi avesse liberato la strada.

Gli ostacoli superati rappresentano un’opportunità per crescere come persone e migliorare la nostra condizione. Molte volte i problemi sono opportunità di cambiamento, per riflettere sui nostri modi di fare o inviti a prestare attenzione. Il risultato finale dipenderà dal modo in cui ci avviciniamo ad essi.

Valeria Bianchi Mian: Camminiamo per necessità

Camminiamo per necessità.

Tra i dieci e i venti chilometri, il sabato o la domenica. Camminiamo insieme da quando Sebastian aveva quattro anni. Quando era piccolo stava nello zaino come un frutto o una copertina. Adesso fila via lesto insieme all’amico scout, a fare a gara tra Pokémon e acini d’uva selvatica. Una vigna ribelle, un Barolo anarchico, ha preso spazio irridendo la precisione. Si fa cogliere dolcissima, l’uva scura, in veste di Misero(*), nasconde tesori da papilla dietro l’imperfezione. Esploriamo paesi icone prima che la pioggia ci colga, raccolgo equiseto e mentuccia. Mi accompagna un bastone saggio, il mio serpente d’Eremita.

(Ieri, i sentieri delle Langhe)

(* Misero = carta del Matto nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna)

Libri: Morte di un ebreo a Venezia, di Nathan Marchetti

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Leon De Donno, scrittore ebreo americano, autore di romanzi storici ambientati a Venezia, viene assassinato apparentemente senza un perché. Conquistato dal fascino della città lagunare, De Donno aveva deciso di prendervi casa acquistando un lussuoso palazzo sul Canal Grande. Il commissario Enzo Fellini, debilitato sul piano fisico e psichico, si ostina a indagare, a ricercare, a vivere. Riuscirà a scopri- re l’identità del Mostro che sovraintende a una perfida trama intessuta di morte? È Kippur, il “Giorno dell’espiazione”. La comunità ebraica di Venezia, chiusa nei suoi spazi sacri, celebra la festività più importante. Al mondo della morale, della preghiera e della fede, fanno da contraltare gli istinti e le pulsioni che scaturiscono dal lato buio dell’essere umano. Con sublime ironia, Morte di un ebreo a Venezia apre gli occhi a una visione inedita dell’ebraismo, del dramma della Shoah, della vita stessa. Offre prospettive e metafore che vanno oltre le consuete tautologie alla Schindler’s List.

Nathan Marchetti ha maturato esperienza più che ventennale nell’editoria italiana. Ha studiato moltissimo ma non per collezionare pezzi di carta (custodisce l’agognata laurea in garage). Dopo Giallo Venezia, Requiem Veneziano e Ultimo Carnevale a Venezia, ecco Morte di un ebreo a Venezia: la nuova indagine del commissario Fellini. Nathan Marchetti pubblica tutti i suoi romanzi e racconti, nessuno escluso, con Fratelli Frilli Editori (Genova).

mail: marchetti.venice@gmail.com

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Domenica poetica

Sacha Piersanti e Joan Josep Barcelo

Non è un caso che l’interrogativa
si arma spesso d’un uncino.
È l’iconografico assalire del dubbio
agl’intestini, bloccando vie d’uscita
con l’arpionarci al buio.
C’è però un punto
su cui s’appoggia l’arma
a dirci che è qua in terra,
ridimensionato il cosmo,
che stanno a portata d’attimo
le risposte a passo d’uomo.
.
.
No és una casualitat que la interrogació
sovint utilitza un ganxo.
És l’assalt iconogràfic del dubte
als intestins, bloquejant les sortides
arponar-nos a la foscor.
Hi ha, però, un punt
sobre el qual descansa l’arma
per a dir-nos que és aquí a la terra,
redimensionat el cosmos,
que estan a prop
les respostes a pas d’home.
.
.
Sacha Piersanti

Il poeta, artista Joan Josep Barcelo cura la traduzione della poesia di Sacha Piersanti dall’idioma italiano al catalano
http://nonsolopoesiarte.art.blog/2022/10/09/domenica-poetica/

Poeti e cibo, a tavola nell’antica Roma

Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

NAPOLI

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Cenerai bene da me, o mio Fabullo,
entro pochi giorni, se gli dei ti saranno propizi,
se prenderai con te una buona cena
abbondante, non senza una fanciulla
splendida, e vino, e sale, e tante risate.
Se, dico, prenderai queste cose, o vecchio mio,
cenerai bene: infatti il Catullo tuo
ha un portamonete pieno di ragnatele.
Ma in cambio avrai affetto autentico
e quanto vi è di più tenero e raffinato;
infatti ti darò un unguento che Venere e Cupido
hanno donato alla mia fanciulla.
Quando tu lo odorerai, chiederai agli dei
di farti diventare tutto un naso, o Fabullo.

L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; benché già famoso, infatti, al verso 8 del carme Catullo confessa all’amico Fabullo, che si era autoinvitato a cena, di essere senza il becco di un quattrino, come diremmo noi adesso. All’ospite, quindi, non restava altro da fare che portarsi dietro il cibo, e non solo: avrebbe dovuto provvedere anche all’escort di turno, una “candida fanciulla”, magari procurarsi anche del vino e un po’ di allegria. Pare, infatti, che gli antichi Romani apprezzassero molto l’allegria e il divertimento, oltre che il buon cibo. In cambio di tutto questo ben di dio, però, Catullo era in grado di offrire all’amico un unguento meraviglioso che gli stessi dei dell’amore avevano procurato alla sua fanciulla, un unguento talmente odoroso che alla fine Fabullo avrebbe pregato gli dei di trasformarlo in un … naso. Era usanza, infatti, che ai convitati si offrissero dei profumi preziosi, in forma d’unguento, che di solito erano contenuti in pregiate boccette e, a seconda delle essenze profumate utilizzate, potevano essere davvero molto costosi. I Romani al mattino consumavano una frugale colazione, spesso con gli avanzi della sera, a base di pane e formaggio, olive e miele, preceduta da un bicchiere d’acqua. A mezzogiorno consumavano un leggero pranzo con pane, carne fredda, pesce, legumi, uova, frutta e vino, spesso in piedi, accompagnati dal mulsum, bevanda di vino miscelato a miele. Spesso si mangiava qualcosa dai venditori ambulanti e, con l’uso delle terme, dopo il bagno. Il pasto principale, il vero pasto dei Romani, era la cena, che iniziava fra le 15 e le 16 e, in particolari festeggiamenti, poteva protrarsi fino all’alba del giorno dopo. Nei tempi antichissimi si mangiava una zuppa di legumi, latte, formaggi, frutta fresca e secca, lardo. In tempi più evoluti, comparve il pane e la carne apparve anche sulle tavole dei poveri.

Quando a cena c’erano ospiti, il pasto era un “convivium”, con antipasti (“gustum”), piatti forti (“caput cenae”) e dessert (“mensa secunda”). Si mangiava sdraiati sul fianco, poggiando sul braccio sinistro e attingendo col destro i cibi e il vino. Essendo facile sporcarsi i convitati portavano una veste leggera (synthesis), che spesso veniva cambiata tra una portata e l’altra. Il vino e i piatti erano portati da giovani schiavi di bell’aspetto, con corte tuniche vivacemente colorate.
Nei versi di Catullo ciò che più conta non sono cibo e vasellame, ma il clima di rilassata amicizia, che rende possibile violare l’etichetta, come il poeta ha appena fatto con il suo non convenzionale invito in versi, espressione della raffinata urbanità e della familiarità cordiale che contraddistingue la cerchia di amici. All’opposto, la cena di Trimalchione, il liberto arricchito protagonista del più lungo episodio del Satyricon giunto fino a noi, celebra il trionfo assoluto del cibo: sette portate invece delle tre canoniche; un carosello di piatti che alla straordinaria varietà e abbondanza unisce la maniacale presentazione dei cibi, disposti in veri e propri allestimenti scenici capaci di coinvolgere anche la servitù in performance teatrali; Il cibo come simbolo di ricchezza e potere Il cibo imbandito per affermare una superiorità fondata sulla ricchezza. Uno dei casi più eclatanti è quello del nobile Lucullo, che al ritorno dalla guerra mitridatica (68 a.C.) impiegò le ricchezze accumulate in Oriente per vivere nel fasto più sfrenato, non a caso ancora oggi un pranzo raffinato e sfarzoso è detto «luculliano». Lucullo aveva perfino dotato le sue ville di allevamenti ittici (ospitati in apposite piscinae) e di riserve di volatili, per assicurare un facile e continuo approvvigionamento delle sue cucine.

*Lo sfarzo, la sontuosità dei banchetti, la voglia di godersi l’attimo, amore per il cibo, per la poesia, la musica, le donne…un popolo che si era imposto nel mondo con la sua forza e le sue leggi…Roma caput mundi.

Poesie: ALMANACCO D’UN SOGNO BREVE, di Silvia De Angelis

Evoluzione nella cabala della mente

quando nella piazza immensa

riappare

trasparente

la memoria della vita

Scalpitano aromi incontaminati

tessuti sulla sofficità di dita infanti

insieme all’eco d’un pianto

silenziato da un sillabare dolcissimo di voce

Via le bende nell’adolescenza

dipinta dal blu cupo d’estate

mosso dal mare e infinito inganno

Fragore di luce nell’esaltazione d’amore

adulata dalla nudità d’un palmo sul viso

e un ciocco di vento tra i capelli

per l’almanacco d’un sogno breve

che non s’arrende

@Silvia De Angelis

Gli autori della redazione di Alessandria online salutano e ringraziano i lettori

Autori n° 31

Elenco Autori della redazione di “Alessandria online“.

Pier Carlo Lava – Social Media Manager

Alessandria online – Pier Carlo Lava ex manager ora social media manager

Caterina Alagna scrittrice – blogger

Barbara Rossi cinema – social media

Cipriano Gentilino scrittore – poeta – psichiatra

Davide Morelli scrittore

Donatella Pezzino storica, scrittrice freelance e ghost writer

Elisa Mascia scrittrice – poetessa

Fabio Abate scrittore

Frida la Loka scrittrice

Flavia Sironi scrittrice

Flavio Almerighi poeta – scrittore

Franco Bonvini poeta – scrittore

Giovanna Fileccia scrittrice

Gabriella Paci poetessa – scrittrice

Imma Paradiso poetessa – scrittrice

James Curzi – scrittore

Lucia Triolo scrittrice – poetessa

Luisa Zambrotta scrittrice

Manuela Di Dalmazi scrittrice

Marco Galvagni poeta

Maria Rosaria Teni scrittrice

Marina Donnaruna Iris G.DM scrittrice – poetessa

Miriam Maria Santucci scrittrice – poetessa

Nadia Arnice poetessa

Natalia Castelluccio scrittrice – poetessa

Rita Stanzione poetessa – scrittrice

Roberta Calati poetessa – scrittrice

Silvia Gario Social media manager e content creator

Silvia De Angelis scrittrice – poetessa

Stefano Polo (poeta bollito) poeta

Nicoletta Zappettini scrittrice

Due parole sul senso della vita…

Ci sono fondamentalmente quattro modi di porsi nei confronti della vita: 1) accettare la sua assurdità e insensatezza, tirando avanti (come teorizza, ipersemplificando, Camus ne “Il mito di Sisifo”) 2) ricercare il senso della  vita incessantemente. Ci sono stati illustri pensatori che ritenevano che una vita senza ricerca non è  vera vita, avendo una concezione piuttosto elitaria dell’esistenza 3) dare noi un senso alla vita (come voleva H.Hesse) 4) non porsi il problema e tirare avanti per inerzia.

Molte persone vivono per inerzia senza pensare. Si lasciano trasportare dalla corrente. La vita per molti è una forza a cui non possono opporsi. Altri si lasciano dominare dalle catene indissolubili dei propri pensieri, delle abitudini, delle dipendenze psicologiche. La vita è difficile e opinabile. Tanto è vero che in Toscana è un’espressione popolare e sulla bocca di tutti “la vita è un casino”. 

Frankl, il padre della logoterapia, chiedeva alle persone le ragioni per cui non si uccidevano. Molti psicologi chiedono ai loro pazienti le ragioni per cui vivono. Sono due cose diverse. Sono due facce della stessa medaglia. La sostanza però è la stessa.  In realtà molto spesso si vive e si muore senza ragioni. Alla base di molte vite c’è l’irragionevolezza. Ci si uccide quando non ce la facciamo più, quando la nostra esistenza non è più tollerabile. Il problema non è trovare una ragione per vivere molto spesso: il problema è sopportare la nostra vita. Cesare Pavese scriveva che ognuno ha almeno una buona ragione per uccidersi. Ma la tollerabilità della nostra vita dipende dalla nostra neurochimica secondo molti esperti. Non siamo noi a decidere totalmente. Il nostro margine di libertà,  il nostro range di pensiero e d’azione è molto ridotto, anche se per gli esistenzialisti ogni attimo è un bivio. Molto spesso comunque si vive perché si spera che le cose vadano in modo uguale a oggi o addirittura meglio. Molto spesso si vive perché Eros ha la meglio su Thanatos senza sapere esattamente il perché.  Viviamo o ci uccidiamo senza tenere la contabilità dei pro e dei contro. Io vivo perché non muoio di fame per ora, perché sono grato a Dio di avere famiglia e salute, perché ho un amico vero, perché voglio bene ai miei familiari e loro contraccambiamo  perché posso mangiare, perché posso leggere, perché posso guardare le donne che reputo belle, perché posso camminare, perché posso navigare su Internet, perché posso contemplare la natura, perché posso vedere un bel film, perché posso interagire con persone nuove sui social, perché ogni mattina posso scrivere un articolo o una considerazione in qualche blog culturale o in qualche testata online, perché posso gustarmi le albe e i tramonti, perché ho raggiunto un certo equilibrio interiore, perché riesco a stare bene con  me e a tollerare le mie tare oltre a quelle altrui. Non sto a elencare invece le pecche e le cose negative della mia vita (ad esempio non ho uno stipendio, sono insoddisfatto sessualmente, è da 12 anni che non faccio una vacanza, etc etc). La mia vita comunque è vivibile. L’ambiente a breve termine è mediamente prevedibile. Ma ne sono davvero sicuro? Le incognite e le pessime novità sono sempre dietro l’angolo. Il senso della vita sfugge irreprensibile e si disperde in infiniti rivoli. Pensavi di averlo trovato una sera dopocena e invece ti accorgi di non essere approdato a niente. Ti accorgi di essere al punto di partenza.  E se dovessi rispondere alla domanda di Frankl, ovvero “perché non ti uccidi?” rimarrei interdetto. C’è chi sostiene che il suicidio sia un atto vigliacco e chi pensa che per farlo ci voglia un coraggio immenso. Ma danno per scontato che decidiamo noi.  In realtà siamo veramente noi a decidere, a scegliere? Qualcuno si uccide per vedere cosa c’è di là e se c’è qualcosa. C’è chi non si uccide, resiste, pur accarezzando l’idea, perché ha paura di andare all’inferno. Gesualdo Bufalino scriveva che i suicidi sono solo degli impazienti. Niente di meno e niente di più.