Western e Mafia: Un sistema corrotto come il nostro, un sistema che genera territori da Far West, di Marco Candida

Western e Mafia

Un sistema corrotto come il nostro, un sistema che genera territori da Far West

26 OTTOBRE 2022, 

MARCO CANDIDA

Corrado Cattani nel film "La piovra"

Corrado Cattani nel film “La piovra”

Dopo aver visto Corrado Cattani in azione nello sceneggiato televisivo “La piovra”, incentrato sulla lotta a Cosa Nostra, Giovanni Falcone commentò: “Un bel western… ma la realtà è altra cosa”. Domandiamoci se western e mafia non si assomiglino e basta, ma siano quasi la stessa cosa. E ciò per dipanare la matassa intorno a uno dei fenomeni italiani più misteriosi in tema di cinema: come mai, in Italia, si è assistito al proliferare di una cosi copiosa produzione di film di genere western? Che c’azzecca il western in Italy? Abbiamo importato di tutto dagli Stati Uniti… Eppure, non contenti di John Wayne, il western ce lo siamo fabbricati in casa, negli studi di Cinecittà. Perché non abbiamo fatto la stessa cosa con la fantascienza alla Star Trek, ad esempio? O con le detective stories alla Simon&Simon o Beretta, tanto per dire? O con i film, tanto per continuare a dire, di arti marziali alla Kung Fu – se si eccettua Il ragazzo dal chimono d’oro, un Karate Kid in salsa alla bologna con Kim Rossi Stuart? Perché con i western e solo con i western? I western sono un prodotto tutto americano. Si ambientano in lande esotiche e in un contesto storico molto differente dal nostro. Allora, come mai? Forse perché come suggerisce Quentin Tarantino in C’era una volta… a Hollywood: “I western italiani sono una farsa del cazzo”? Tutto qui? Si tratta solo di uno spernacchio? Certo, l’americanizzazione, la conosciamo. Mangiare l’hamburger, bere la Coca Cola, aggrottare la fronte come Clint Eastwood… Le conosciamo, queste cagate. Tutti le abbiamo fatte. E poi, un conto è dire: “Dottor Sulu a rapporto”. Un conto: “Pietro, Paolo, Virginio a rapporto”. Fa ridere. Non si sa perché, ma fa ridere. In più, riguardo al proliferare dei western in Italy, c’è il fenomeno Tex. 

Il clamoroso successo di Tex ha asfaltato la via per il western cinematografico a là italienne; ma questa argomentazione sa molto di serpente che si attorciglia su sé stesso. Un successo commerciale potrebbe non avere specifiche ragioni. Certe cose piacciono e basta. Sfondano e basta. Lo stesso potrebbe valere per Tex e gli spaghetti western. Tuttavia, evidenti sono le similitudini tra film western e film su Cosa Nostra – Nostra per modo di dire, perché “mia”, tanto per fare esempi, non lo è senz’altro. Pertanto, è giusto farsi qualche domanda su come mai per tanti anni le nostre orecchie abbiano risuonato dei colpi di pistola nel corso di furibonde sparatorie all’interno di saloon alla texana facendo un rumore soporifero simile a quello di una corsa automobilistica domenicale delle quattro del pomeriggio protagonisti Prost, Alboreto e Niki Lauda. Mieeeeooonnnn! Forse c’è qualcosa di più, degli effetti dell’americanizzazione – comunque, da non sottovalutarsi. Qualcosa sotto. Un messaggio sottotraccia. 

Leonardo Sciascia diceva: “Il problema non è stabilire cosa sia mafia, ma stabilire cosa mafia non è”. Tutto potrebbe essere ricompreso nello schema mafioso. Il romanzo storico di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi (di cui abbiamo parlato in modo non banale nell’articolo presente negli archivi di Meer “Il tracciato della Tradizione”), il capostipite di ogni romanzo italiano presente, passato e futuro, ad esempio, presenta un classico schema da storia di mafia. Nel Seicento un prepotente, protettore di una cittadella, s’incapriccia di una fanciulla, e sono guai per tutti. Persino nel scegliere l’espressione che apre le danze, nel romanzo, al dramma, il Manzoni (che la lingua italiana, la nostra lingua, inventò di mano in mano che scriveva le vicende di Renzo e Lucia) pare scegliere un costrutto vagamente siciliota: “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né ora né mai”. Basta aggiungerci un “Minghia”, e sembra la più classica intimidazione mafiosa in terra sicula (terra straordinaria, ma teatro, anche per luogo comune, di storie di mafia): “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né ora né mai. Minghia. E ch’avevi capito?”. 

La storia di mafia è soprattutto: difesa del territorio. Territorio in senso geografico, ma territorio inteso anche come area di interessi. Da qui nascono lo scontro tra famiglie o lo scontro tra gang: comunque, scontro a fuoco, guerra senza quartiere. Con ammazzamenti, squartamenti. Macchine che saltano. Agguati. Queste le storie di mafia. Non basta lo spostamento di materiale illecito (traffico d’armi o di sostanze stupefacenti e via discorrendo). Una storia di mafia presuppone un conflitto tra fazioni contrapposte e spargimento di sangue. Non è mero documentario su come avvenga una truffa. E’ ovvio che se Renzo e Lucia, su consiglio di Agnese, non se la fossero battuti dal paesello sotto il dominio di Don Rodrigo, Dio solo sa cosa sarebbe potuto accadere. Quindi, I Promessi Sposi stessi si fondano sul tentativo da parte di Renzo e Lucia di non vivere una storia di prevaricazione simile a quella mafiosa: nel romanzo è dato per scontato che resistere significherebbe spargimento di sangue, pericolo di vita. Certo, se Renzo fosse stato uno spadaccino o un pistolero alla Clint Eastwood, e il romanzo fosse stato scritto non da Manzoni, ma da Alexandre Dumas, tanto per dire, probabilmente la storia dei Promessi Sposi sarebbe tutta diversa. Lucia sarebbe stata accoppata e Renzo, sciabola ad armacollo, magari con l’aiuto di Padre Cristoforo, avrebbe dato l’assalto al fortilizio di Don Rodrigo. Ma Renzo era un umile operaio, e tutte queste cose nemmeno lo sfiorano, se non giusto per fare un po’ di teatro difronte alla sua bella. Bisogna fuggire. Chiuso. Su questo non c’è discussione. In fondo, nei Promessi Sposi c’è una punta dell’animo pusillanime di Don Abbondio in tutti i personaggi. Ma perché l’Italia è un po’ così. 

Poi, ci sono gli eroi. E questi eroi sono praticamente pistoleri da film western. Cowboy del cinema. Ecco perché Giovanni Falcone ne aveva ben donde a esprimersi nei confronti del commissario Cattani come si era espresso. Perché gli italiani non sono eroi. E per far interpretare il Capitano Bellodi nel film Il Giorno della Civetta, tratto dal capolavoro di Leonardo Sciascia, fu chiamato il cowboy italiano per antonomasia (assieme a Giuliano Gemma e Terence Hill) Franco Nero affiancato dalla lady degli spaghetti western all’italiana per eccellenza Claudia Cardinale. L’analisi semiotica di queste scelte porta a una conclusione grande come una casa: i western sono storie di mafia en travesti. Lo sono sempre state e sempre lo saranno. Esattamente come il film della coppia di comici Franco e Ciccio “Due mafiosi nel Far West” afferma senza mezzi termini pur facendosi scudo di un contesto di comicità. 

Per un pugno di dollari (il miglior film western di Sergio Leone) di Sergio Leone è ambientato in una cittadina dove due famiglie si fronteggiano e l’arrivo di un pistolero le metterà una contro l’altra facendole sterminare. E l’antagonista è Gian Maria Volonté. Attore di numerosi film basati su fatti di cronaca nera. Nel paese si commerciano armi e alcol. Una famiglia si occupa di armi. L’altra di alcol. Ma quando ci sono due padroni uno è sempre di troppo. E nel mezzo un pistolero, che vuole arricchirsi. Il pistolero di Per un pugno di dollari fa la parte dello sceriffo. Fa la parte di un capitano delle Forze dell’Ordine deciso a non allinearsi all’atmosfera di omertà e aquiescenza dei suoi predecessori. Appunto, come afferma Falcone: “Solo un bel film western… ma la realtà è altra”. 

I film western parlano delle nostre terre. Delle nostre questioni. Non smettono di farlo, benché l’ambientazione sia esotica. Ecco perché ne sono stati sfornati, in passato, a decine e decine. Perché c’entrano con un sistema corrotto come il nostro, un sistema che genera territori da Far West.

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