TREMITO DI VENTO

TREMITO DI VENTO

Aromatici spasmi di resina

muovono un ossigeno leggero

dentro sorsi d’aria

ancora affaticata d’indugi invernali.

Il simbolismo d’un albero secolare

vestito qua e là d’edera rampicante

rivendica il sogno fascinoso

di turgide gemme.

Leso sul tronco

da profonde cicatrici

volte al dorso della corteccia

è avido di carezze umane

dolci lampi d’esistenza

ammainate

talvolta

da un tremito di vento

@Silvia De Angelis

Lucia Triolo: quando la neve palpita

ho una benda sugli occhi
quando la neve palpita
come Dio

siamo di fango: la mia statua ed io
(impastate dai giorni degli altri)
lei cammina su di me
e mi capisce dentro

mentre attendiamo
(impastate in pantofole e vestaglia)
mi apre come un varco
e mi rapisce dentro

passa attraverso
(impastata d’amore)
la vedo allontanarsi
come avesse fretta o paura

quando la neve palpita
nessuno strappi
la benda che voglio
tenere sugli occhi

nessuno strappi Dio

E poi un giorno arriva Lui

E poi un giorno arriva Lui

I rolling stones gli chiedono di aprire il concerto,

Lui guarda Mick Jagger, e gli dice, il tuo chitarrista (Keith Richards) è forte

ma io ho altro da fare.

San Siro, centomila persone,

Bob Marley, e Vasco, nessun altro.

I rolling non anno suonato.

4000 WU OTTO

Drink the fuel!

SINTOMI POETICI, di Marisa Cossu. Recensione di Giuseppe Ruggeri. Guido Miano Editore

Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Giuseppe Ruggeri

Quali sono i “sintomi” della poesia? Sembra su questo interrogarsi Marisa Cossu alla quale la pratica psicopedagogica ha insegnato la ricerca dei segni arcani della vita in mezzo ai detriti del tempo. Sintomi poetici è, di fatto, un florilegio di versi articolati in soluzioni metriche differenti, tutte puntualmente riportate in calce ai singoli brani. Così scorrono sotto gli occhi di chi ormai, per forza di cose, ne ha smarrito la sana abitudine sonetti, distici elegiaci, asclepiadei e financo acrostici che raccontano la visione poetica della nostra. Una visione ispirata da una Natura onnipresente che assurge la pietra – “corpo ruvido/ cuore inaridito, sempre immobile” a potenziale destinataria “di una speranza, forse, che lo illumini”. Mentre gli uomini, viceversa, quando sono ormai “corpi spogliati/ naufraghi nell’iperbole dell’io” seguono il destino delle nuvole che “salgono chiare in cielo/ iridi senza volto/ accumulate in albe evanescenti”. Uomini entrati ormai “nella notte/ dove giace memoria/ delle cose perdute, spinte nel buio, in angoli di strada,/ da un vortice stellato dove vola/ quel che resta del giorno”. Tra cui, per fortuna, anche la poesia. 

Giuseppe Ruggeri    

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

Cometa

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Cometa

Meteora è ciò che passa e brucia,

stella diamante

illusoria e distante.

Cometa è flusso di luce

sempiterna ellisse, coda fiammante

così, per te, sia il mio cuore amante.

Va, va per il cosmo siccome disperso

ma torna di luce, fuoco terso.

E tu sei stella solare

che accoglie l’orbita del mio vagare.

Sinuosi d’ombra

Photo by Ali Pazani on Pexels.com

Sinuosi d’ombra

I tuoi occhi scovano rifrazioni di bellezza

istanti/frammenti di un tempo sospeso.

E me ne giungono..segni nell’aria,

in onda lunga,  le vibrazioni di intenso.

Oh, sinuosi d’ombra, i tuoi versi,

oscillanti immagini d’altri occhi dispersi.

Io vedo e leggo le tue dita febbrili…

Le vedo e leggo danzare in tratti

di sguardo puro

a svelare lo scuro degli anfratti.

Indicibile

stellare

NON POSSO FARE DOMANDE… SONO MUTO, di GF Maccaferri

NON POSSO FARE DOMANDE… SONO MUTO!

GF Maccaferri brevi storie senza morale 

racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Sono muto, questa è la mia caratteristica da quando sono nato. Tutti, da sempre, mi chiamano “il muto”.
In realtà sarebbe bastata una piccola operazione quando ero piccolo e avrei potuto parlare come tutti. Ma io non avevo dei genitori, non li ho mai avuti e così il mio frenulo ha sempre tenuto la lingua quasi completamente attaccata sotto. So che sono capace di dire qualche cosa, ma nessuno mi capisce e così da piccolo ho smesso di parlare.
Mi ha allevato una famiglia che non è mai stata generosa con me. Probabilmente avevano un debito morale con i miei genitori e così mi hanno dato da mangiare e un letto. Ma non so altro.
Non potendo io fare domande, nessuno si è mai curato di fornirmi le risposte che avrei avuto bisogno di ricevere. Anche da ragazzo non ho mai potuto domandare spiegazioni, chiedere cosa era successo ai miei genitori, perché erano morti, perché io ero ancora vivo…
Non avendo frequentato le scuole non sono mai stato capace ne di scrivere ne di leggere, ho sempre solo potuto ascoltare.
Ho sempre dovuto ascoltare solo quello che gli altri volevano dirmi.
Non so quando e dove sono nato, non ho mai avuto un mio documento. Per tutti sono sempre e solo “il muto”.
Ero poco più che un bambino quando i miei genitori adottivi decisero di liberarsi dal mio ingombro: mi trovarono una sistemazione vicino agli scavi archeologici di Leptis Magna: solo una stanza e una capretta. Per vivere si erano accordati perché ricevessi qualche soldo aiutando a tenere pulita l’area archeologica.
Da quel giorno la mia vita è sempre stata ritmata dal calare del sole per andare a dormire e dalle prime luci dell’alba per alzarmi e andare a pulire quell’immensa e bellissima città disabitata che è Leptis Magna.
Conosco ogni pietra, ogni muro, ogni decoro di queste rovine che tanto tempo fa erano state abitate da oltre centomila tra romani e arabi. Io so che dell’area archeologica più della metà è ancora sotto la sabbia. Ricordo che a volte, per passare il tempo, mi mettevo a scavare e scoprivo sempre delle cose nuove.
Leptis è direttamente sul mare, così io ho iniziato a immergermi in quella enorme quantità di acqua sin dai primi giorni che mi portarono qui e ho imparato a nuotare bene, oltre che a pescare.
Mi ha sempre dato molta autostima cercare il pesce giusto e catturarlo, il riuscire a sfamarmi da solo. Comunque la gente che abita vicino a me è sempre stata generosa nel regalarmi qualche uova, un po’ di datteri, qualche chilo di farina, della verdura e soprattutto il tè.
Il direttore del sito archeologico era un uomo davvero bravo, sempre molto gentile con me, so che per cinquanta anni ha svolto questo lavoro. Adesso c’è suo nipote, Amhed, un giovane uomo davvero intelligente.
Quando c’è stata la rivoluzione contro Gheddafi, Amhed aveva molta paura che Leptis venisse usata come postazione militare perché, essendo un sito inserito nel 1982 nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, poteva venire sfruttata come scudo contro i raid aerei della Nato: così dovemmo lavorare giorno e notte per nascondere i reperti del museo in un magazzino e ne cementificammo le porte.
Quando si presentarono degli ufficiali militari Amhed accampò ogni scusa: «Ci vuole il permesso dell’Unesco» oppure «Non ho più le chiavi». Giocò anche sulla superstizione dei soldati: trasportammo un sarcofago nel suo ufficio con i resti di una salma. Tutti dissero che era un luogo maledetto, da starne lontani.
Ma ciò che persuase i miliziani a non varcare i cancelli del sito fu la solidarietà delle famiglie che vivono intorno a Leptis Magna. Accorsero in tantissimi schierandosi davanti agli ingressi.
Di giorno e di notte, ad ogni ora ripetevano «Leptis non si tocca».
Fu emozionante per me vedere come tutta quella gente si metteva a disposizione, rischiando il carcere e la vita, per difendere l’enorme bellezza di Leptis Magna. Gente che sino a poco prima mi sembrava indifferente alla città romana, si dimostrò invece attenta e lungimirante: economicamente Leptis può essere come un pozzo di petrolio, ma con la differenza che non si esaurirà mai.
Era bello stare con la gente, in quei momenti tutti si sorridevano tra loro.
Anche se a volte la preoccupazione era tale che le donne correvano a casa con i loro figli e rimanevamo solo noi uomini a protestare.
Non era facile stare davanti all’esercito di Gheddafi perché quello era il potere, aveva sempre rappresentato le scelte giuste di un uomo che era considerato un eroe. Ma in quei giorni l’eroe era combattuto, altri lo sfidavano, chi avrebbe vinto? Nessuno lo sapeva.
Io avevo sentito infinite volte la storia del giovane eroe che era riuscito a mandare via dalla Libia gli americani, gli italiani, ma anche i francesi, gli ebrei, gli inglesi, tutti quelli che erano in questa terra per fare affari, mentre i libici erano davvero poverissimi.
Anche per me è sempre stato un eroe. Nessuno aveva mai osato tanto contro le potenze mondiali… e senza spargimento di sangue!
Non poteva che essere stato davvero un grande uomo, un ragazzo che a soli 27 anni aveva sfidato tutte quelle autorità. Ogni volta che ho sentito leggere la storia di quegli anni mi sono emozionato.
Quel ragazzo aveva vinto contro tutti, tutti gli stranieri erano scappati dalla Libia.
Ma con gli italiani lui è sempre rimasto amico, io lo so perché Leptis Magna è da sempre protetta, amata e curata da loro e ho visto tantissimi italiani venire qui a lavorare, a scavare, a riparare… Ma dopo quarant’anni anche Gheddafi veniva messo in discussione e proprio quelli che lui aveva cacciato a 27 anni volevano tornare a riprendersi la ricchezza e il potere.
Quei giorni di rivoluzione erano così diversi, così violenti, così confusi che io non capivo quasi nulla di ciò che accadeva. Io stavo con la gente del mio piccolo paese che difendeva Leptis Magna. Tanto per me, comunque fossero andate le cose, poco sarebbe cambiato ma la bellezza e la storia di questa antica città io volevo difenderla.
Anche io, preso dalla foga e dall’eccitazione di quei momenti, vissi intensamente la rivolta e mi ritrovai ad urlare e a gridare con tutta la forza dei polmoni i miei suoni incongruenti, che sapevo confondersi con lo slogan urlato dagli altri: «Leptis non si tocca»
Fu bellissimo quando una notte, improvvisamente tutti tacquero e solo la mia voce risuonò nel buio, di fronte ai fari dei mezzi militari. Non me ne accorsi subito e così continuai a urlare eccitato: nel silenzio assoluto, a modo mio, venivo ascoltato per la prima volta. Poi partirono gli applausi di tutti quelli che mi conoscevano e che mi erano intorno.
È stata l’unica volta in vita mia che sono stato al centro dell’attenzione di tutti gli abitanti. Tutti mi sorridevano e mi abbracciavano. Ho capito che mi volevano bene, che per loro esistevo e probabilmente sono sempre esistito in tutti questi lunghissimi anni.
Questa gente vive di poco, è gente semplice. Certo, si arrangiano come possono per guadagnare qualcosa dal turismo che Leptis attira, ma Gheddafi non ha mai amato questo sito archeologico, per lui era uno dei simboli di colonialismo, antico certo, ma sempre colonialismo. In quarant’anni che è stato al potere, Gheddafi non è mai venuto a visitare questi luoghi. Non ha mai dato dei contributi finanziari sufficienti per farlo vivere, per migliorarlo. Per fortuna molti stati stranieri si sono occupati di Leptis Magna.
Questa indifferenza dei libici per tanta bellezza mi ha sempre fatto pensare cose strane rispetto alla politica e alla religione della mia gente.
Ma non potendo fare domande… non ho mai avuto risposte ai miei dubbi.
Come non ho mai capito perché anni fa dei musulmani hanno distrutto la bellezza delle enormi statue dei Buddha nella Valle di Bamyan. Ascoltavo tutte le notizie e così ho scoperto che quelle statue erano state scolpite nell’arco di due secoli, prima ancora che il Profeta Maometto nascesse, scolpite da una civiltà buddista che prosperava in quel tratto della via della seta. Ma perché? Perché distruggere il passato, la sua grandiosità, il suo resistere al tempo?
Non potendo fare queste domande mi sono sentito solo e, davanti alla televisione, ho pianto di rabbia, di rancore verso l’ignoranza che mi ha perseguitato sin da piccolo.
Guardando le trasmissioni arabe satellitari ho scoperto che tutte le religioni dedicate a un Dio hanno, nei loro scritti antichi, l’ordine di distruggere i templi, gli altari, le statue delle altre religioni. Ma io penso che sono testi antichi, è come se io pretendessi di fare il bagno e i massaggi nelle terme che ci sono all’ingresso di Leptis… Il tempo le ha consumate e comunque non sono più funzionali. All’epoca erano giuste, magnifiche, ma duemila anni fa.
Ma allora perché anni fa dei musulmani salafiti hanno fatto saltare in aria le antiche tombe di Timbuctù, anche loro patrimonio mondiale dell’Unesco? Perché lo hanno fatto proprio a Timbuctù, la “regina delle sabbie”, la “perla del deserto”, la “città dei 333 santi”? Vuol dire che l’Unesco non conta nulla, e quindi che anche Leptis non è davvero protetta?
Ho sentito alla televisione che l’Unesco aveva avvisato che una città dichiarata nel 1988 Patrimonio dell’Umanità non doveva essere danneggiata. E poi avevano detto che, proprio per la guerra in corso, Timbuctù andava considerata “Patrimonio dell’Umanità in pericolo”. L’effetto è stato esattamente il contrario: i salafiti si sono messi a distruggere i mausolei proprio per dimostrare che loro potevano fare esattamente come gli pareva. Hanno detto in televisione che, siccome l’Unesco vuole immischiarsi nei fatti loro, mostravano di cosa erano capaci.
Io sono ignorante, lo so. Ho sempre solo sentito quello che gli altri mi vogliono dire. Non potrò mai avere risposte alle mie domande, ma i miei pensieri da quando guardo la televisione si sono aperti: ho avuto la certezza che tanti nel mondo vogliono bene alla bellezza della storia, come la gente che abita qui vicino a me, che ha difeso Leptis Magna. Dopo Gheddafi qui intorno sono passati tanti mezzi militari, anche macchine civili attrezzate come fossero in guerra, ma nessuno si è mai fermato a Leptis Magna. Comunque i miei pensieri sono solo miei e anche se in questi giorni non faccio altro che pensare al perché della violenza, ma so che non avrò risposte.
Io sono cosciente di non sapere molte cose e quindi quelli che distruggono i segni del passato sanno probabilmente delle cose che io non conosco, cose che nessuno mi ha mai detto o non hanno ritenuto importante dirmele.
Rimango alla sera davanti alla televisione molte ore, ascolto e guardo tutto e così continuo a complicarmi la vita. Ero davvero più felice quando non sapevo nulla, quando ascoltavo solo i racconti della gente vicino a me.
La mia vita era tranquilla come i miei pensieri.
È un po’ come il giorno che ho portato a casa mia un grande specchio. Riflettendomi mi ero accorto che forse ero bello, molto più bello di quasi tutti i ragazzi che conoscevo. Da quel momento complicai i pensieri che facevo su me stesso. Prima mi ritenevo insignificante, non mi ero mai posto domande sul perché le persone mi guardassero con espressioni prima di compiacimento e poi di compassione. Riflettendomi nudo allo specchio capii che forse era perché piacevo. E da quel momento la mia vita si complicò. Il sapermi bello è stato peggio che non saperlo. Uno specchio ha cambiato la mia vita e il mio pensare.
Iniziai ad andare all’hammam con un atteggiamento diverso, ero sicuro che qualcosa di positivo anch’io avevo. Certo nessuno mi parlava, anche perché credo che molti, sapendomi muto, pensavano che ero anche sordo. Gli sguardi di molti ragazzi mi davano piacere: avevo scoperto che anch’io ero ammirato per qualche cosa. Non potendo condividere nulla con le ragazze, nessuna si sarebbe mai fidanzata con me, l’hammam rappresentava il luogo in cui esprimevo la mia sensualità, certo in modo molto solitario.
Una sera, uscito dall’hammam, due ragazzi mi seguirono sino dove abitavo.
Non erano di Leptis, non li avevo mai visti.
Camminavano vicino a me e parlavano di cose che io non capivo ma mi sembrava molto eccitante come situazione. Per la prima volta ospitai dei miei coetanei in casa. Preparai del tè, ma oltre guardarli e ascoltarli non potevo essere di compagnia, anche se avevo mille domande da fare loro.
Ricordo che uno dei due si alzò e controllò che la porta fosse chiusa e poi coprì con la tenda spessa anche la finestra. Non spense la candela e nella poca luce vidi che si stava spogliando nudo. Anche l’altro, tra molte risatine, fece altrettanto.
Tra loro si dissero che “Tanto questo è muto, non potrà mai raccontare nulla a nessuno”.
Io gli volevo dire che se anche fossi stato capace di parlare, certamente non ero il tipo che andava a raccontare cosa avveniva dentro la mia piccola casa.
Furono entrambi a spogliarmi velocemente e sentii le loro mani dappertutto su di me.
I commenti mi rassicurarono rispetto alle loro aspettative.
Le sensazioni che provai erano uniche, difficili da spiegare, non avevo mai sentito delle mani sul mio corpo e io non avevo mai sfiorato un altro corpo nudo.
Ma io cosa cercavo? Cosa desideravo? E cosa doveva succedere?
Nessuno mi aveva mai detto nulla rispetto al sesso, all’amore, all’affetto.
Alla luce di una piccola candela ci furono carezze, ansia, stupore e poi anche del dolore.
Poi molto lentamente tutto si trasformò in piacere anche per me.
Quella notte sono convissute le esigenze di tre corpi che pretendevano di sfogarsi istintivamente, quasi brutalmente ma anche le finte resistenze degli stessi tre corpi che si sono sottomesse al desiderio degli altri.
Passate le prime frettolose situazioni in cui io mi ritrovai ad essere l’oggetto dello sfogo, i due ragazzi si rilassarono e senza pronunciare alcuna parola, tra sospiri e qualche lamento, si trasformarono loro in corpi disponibili a tutte le mie sperimentali pratiche amorose. Dopo alcune ore il nostro stare vicini divenne un sincero scambio affettivo, che io non conoscevo, non avevo mai assaporato, neppure immaginavo potesse essere reale.
I due ragazzi tornarono puntuali tutte le settimane per alcuni mesi.
Inizialmente capii che tra loro c’era un’amicizia speciale, dalla loro intimità intuii che per loro era abituale lo stare insieme per fare l’amore, per scambiarsi affetto.
Quando percepii che la mia presenza stava rovinando il loro rapporto era troppo tardi: uno dei due soffriva nel vedere e nel sentire l’intimità dell’altro condivisa con me in modo sincero. Probabilmente quel ragazzo capì che lentamente veniva escluso dal suo amico. Non si presentò più in casa mia.
L’altro ragazzo invece continuò a frequentarmi regolarmente.
Da solo con me era molto più affettuoso, più attento alle mie esigenze, più disponibile a raccontarmi le sue sensazioni segrete.
Le nostri notti erano sempre più dedicate agli aspetti affettivi, anche se il sesso rimaneva molto emozionante. In quelle ore i nostri corpi erano talmente aderenti che spesso confondevo il mio con il suo… non riconoscevo il mio battito del cuore dal suo.
In quegli anni la mia vita fu leggera, tutto mi appariva bello. Smisi di frequentare l’hammam. Mi bastavano le sue attenzioni, il suo dirmi che gli piacevo.
Anche lui con me era quasi muto, ma i suoi occhi e le sue espressioni mi facevano capire che era felice, quel ragazzo era felice di stare accanto a me.
Era generoso di carezze e di di baci. Voleva starmi vicino, appiccicato. I nostri corpi per ore restavano fusi tra loro.
Certo al mattino se ne andava ma il suo sorriso mi faceva stare tranquillo e sereno per tutta la settimana.
Alcune notti mi sussurrava all’orecchio che io ero la persona più bella che lui conosceva, che ero io il suo amore. Che mai mi avrebbe lasciato, che dovevo stare tranquillo perché lui sempre sarebbe tornato da me.
Dopo circa quattro anni o forse di più che settimanalmente veniva a trovarmi, non ne sono sicuro perché non sono mai stato bravo a contare il tempo… lui smise improvvisamente di venire a casa mia.
Io l’ho cercato ovunque, ma non sapevo dove abitava, in realtà non lo avevo mai visto in paese e quindi non avevo nessuna indicazione di dove poterlo trovare.
Tornai all’hammam molte volte al solo scopo di incontrarlo ma non lo rividi mai più.
Feci fatica a sentirmi di nuovo solo, senza affetto, senza sesso, senza baciare nessuno. Il contatto fisico dei nostri due corpi era il ricordo che più mi faceva piangere.
Capii che non era solo affetto quello che provavo per lui, la sua mancanza mi faceva stare male, troppo male per essere solo un sentimento di affetto. Compresi che era amore… o qualcosa di molto simile. Non avendo esperienze non potevo comprenderlo appieno.
Quando mi rassegnai a non cercarlo più, mi resi conto che ero triste… tutto intorno a me era cupo, senza significati importanti.
Dentro di me sentivo ancora ogni sera e ogni mattina la certezza della sincerità delle sue parole nel non avermi mai abbandonato… ma allora cosa gli impediva di raggiungermi?
Un giorno il capo villaggio mi chiese, come succedeva due o tre volte all’anno, se ero disponibile ad aiutarlo a pulire il cimitero. Fu una giornata faticosa passata a togliere gli accumuli di sabbia, le erbacce, riordinare e lucidare le lapidi.
Verso il fine pomeriggio vidi un uomo che stava accanto ad una tomba un poco isolata dalle altre, era distrutto dal dolore. Il suo bisbigliare mi aveva incuriosito e così iniziai a pulire le tombe prossime a quella. Quando dopo molto tempo si rialzò da terra e lentamente si diresse verso l’uscita del cimitero io andai a curiosare. Non ci trovai nulla di particolare, ma non sapendo leggere non capivo di chi fosse quella tomba.
Chiamai il capo villaggio e a gesti gli chiesi se mi leggeva la scritta incisa sulla pietra.
Invece di leggere iniziò a raccontarmi che la tomba era di un giovane uomo che risiedeva in un paese lontano circa venti chilometri e che era morto da circa quattro mesi per il morso di un serpente. Negli attimi prima di morire aveva chiesto al padre se poteva essere seppellito in questo cimitero. Il padre non conosceva le ragioni di quella richiesta ma comunque andò da lui per chiedergli la possibilità di seppellire qui il figlio.
A gesti lo supplicai di leggermi tutto quello che c’era scritto sulla lapide.
Quello che il capo del villaggio pronunciò distrattamente era il nome del mio amico, del mio amante, del mio amore, del mio unico pensiero.
Ricordo che crollai a terra in ginocchio. Mi mancò il fiato, non riuscivo a respirare. Poi lo stomaco iniziò a contorcersi sino a provocarmi dei dolori atroci. Ma io rimasi li, immobile, muto. In quel momento volevo morire anche io.
Presi per il braccio del capo del paese e gli feci capire che lo spazio accanto a quella tomba era mio. Che io volevo essere messo lì, che io avrei pagato per essere sotterrato li.
Ovviamente non capiva le ragioni ma visto lo stato pietoso in cui mi ero trasformato, mi assicurò a parole che la terra accanto a quella tomba era a mia disposizione.
Mi resi conto che il nostro era davvero amore. Solo questo poteva essere il motivo della sua richiesta di farsi seppellire nel cimitero del mio paesino. E io volevo morire e stare sempre accanto a lui.
Rimasi li tutta la notte e alle prime luci dell’alba, sentendomi ancora vivo, iniziai a urlare con tutto il mio fiato, non volevo smettere, non potevo.
Probabilmente svenni perché non ricordo nulla di quella giornata oltre il mio urlare…
Ricordo che solo alla sera decisi di salutarlo e tornare nella mia piccola casa.
Dopo tutto quello sfogo, quello straziarmi, quel buttare fuori da me il dolore assurdo che sentivo dentro, lo salutai baciando quella pietra e quella sabbia che lo ricopriva.
Tornato a casa mi sentivo desolato, certo, ma con una calma interiore che mi ha permesso di vivere il tempo serenamente.
Un tempo sospeso nella tristezza del mio amore che fisicamente non mi amerà più.
Oramai saranno passati dieci anni ma io, tutti i fine pomeriggio, lo passo a trovare e, con la mia voce e i miei versi che lo facevano sempre sorridere, gli racconto dei miei pensieri, ciò che sento dagli altri, quello che mi è capitato, cosa farò l’indomani… vivo la triste gioia che per lui, e soltanto per lui, non sono stato solo “il muto” di Leptis Magna.

Regina Elisabetta II: in memoria,Gabriella Paci

Inossidabile sorriso a celare i temporali

del cuore dietro il vessillo della speranza

issato sulle navi in balìa dei burrascosi

venti a  dire che lei conosceva i marosi

e che  avrebbe trovato un approdo .

Aveva giurato Elisabetta poco più

che adolescente che avrebbe protetto

la sua gente  e si era posta a guerriera

a far da barriera ad ogni calamità

lei tenacemente fragile con il suo

inossidabile sorriso che non teme

la ruggine delle balaustre di pianto

né gli assalti insidiosi dei contrasti

tra le terre sotto un comune scettro.

Regale sempre anche quando i passi

erano frenati dalle catene di legami

di sangue e di vene sotto la nebbia

di sospiri da fare senza rumore,

con  lacrime dentro i fazzoletti nascosti

sotto il cuscino di notti insonni,anche

quando si perde l’amore più caro e le

ferite si aprono sotto  le lame del

distacco e le luci della ribalta.

Inossidabile sorriso sempre e comunque

a dire che il granito è duro da scalfire

e che può essere cemento e argine,

sempre e comunque  e dovunque

per chi nasce e muore regina per sempre….

Elisabetta II ora e da giovane

La poesia di denuncia quando le parole varcano ogni muro.

Il grande poeta turco Nazim Hikmet morì il 3 giugno 1963, a soli sessantun anni, stroncato da un arresto cardiaco mentre usciva dalla porta di casa, al numero 6 di via Pesciànaya, a Mosca. Hikmet era consapevole dei suoi problemi di cuore, che da anni cercava di domare e curare tramite visite specialistiche. Nazim Hikmet ne aveva parlato in un’altra poesia che nel titolo suggeriva un’idea di rinascita, Primavera, in cui diceva enigmaticamente:

NAPOLI

“Quel che si attende arriverà in un’ora inattesa”.

E così fu. Il cuore ribelle tradì il poeta sulla soglia di casa, mentre si apprestava a uscire per un’incombenza o un appuntamento al quale non arrivò mai. La vita se ne andava in un soffio, ma le parole restavano. Hikmet scrisse questa poesia nel 1948, rinchiuso nel buio di una cella in una prigione dell’Anatolia. Il regime turco lo considerava un personaggio scomodo per le sue idee politiche troppo libertarie, in aperto contrasto con la dittatura di Kemal Ataturk. Persino nella notte più oscura, disumana, crocifisso nel buio di una cella Hikmet non aveva tradito la sua natura di poeta, di scrittore: le parole erano rimaste con lui, gli avevano indicato la via, ricordandogli il significato della libertà. Le parole lo avevano strappato dal tempo della prigionia che doveva apparire eterno, confortandolo in quell’antro buio e maleodorante.

In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.

Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

  • Parole, parole. Quelle che salvano, che danno speranza, quelle che consolano. Parole che possono cambiare il mondo e illuminare la strada perché niente può fermarle neanche il tempo.

l’ amico di Stefano polo

L’amico.

L’amico è colui che ti sta vicino

in modo silenzioso

è come se fosse invisibile

ti ascolta e ti porge la mano

con i suoi consigli

ti da una carezza al cuore.

L’amico è privo di  interesse

ti difende a spada tratta

con il suo scudo di lealtà

allontana ogni infamia.

L’amico è un gioiello prezioso…

è colui che  se hai bisogno

ovunque sei

lui ci sarà per te
anche da lontano…

UN PRESAGIO DI VITA, di Silvia De Angelis

Amo dissociare

riflessi prestabiliti

d’un silenzio

centellinato

da levità nostalgiche

E in sobrio fruscio

che sperimenti

comparse furtive di fotogrammi

rivivere

il lieve oscillare di foglie

Paiono distese come mani aperte

per afferrare

quell’elisir di vento

appeso a un dolce presagio di vita

che soffochi il letargo muto

d’un implacabile sincopare aguzzino

@Silvia De Angelis

Libertà & Democrazia

foto skuola.net

Libertà & Democrazia

Alessandria: Molti pensano e scrivono che in Italia non abbiamo la libertà, certo qualche condizionamento esiste come del resto in tutti i Paesi occidentali del mondo, ma se proviamo a metterci nei panni di chi vive in taluni Paesi dove non esiste la democrazia, o si muore di fame, o sotto le bombe per la guerra, credo che ci dovremmo rendere conto che in fondo noi non stiamo tanto male, questo ovviamente non vuol dire che non dobbiamo lottare per migliorare ulteriormente la nostra Democrazia!, o quantomeno per evitare che si trasformi in altro…

Pier Carlo Lava

Relazioni che possono «ingrassare», di Mariangela Ciceri – Psicologa. Alessandria

Mariangela Ciceri

Relazioni che possono «ingrassare», di Mariangela Ciceri

Nonostante per molti relazionarsi rappresenti una fatica quotidiana, viviamo di relazioni. 

Alessandria: Ci relazioniamo con gli amici, con i conoscenti, con i colleghi, con i genitori degli amici dei nostri figli, con i figli stessi, con il partner, con la cassiera del supermercato che incrociamo più spesso di altre, con il dentista e perfino con chi, in auto, ci taglia la strada non rispettando il nostro diritto di precedenza.

Quando i rapporti sono superficiali, occasionali, minimi e le regole prevedono che ci possa ritirare dalla relazione, l’equazione potrebbe essere: tu, non mi piaci, mi deludi, mi ferisci = io mi allontano da te.

Una strategia valida che a volte non è possibile o facile mettere in atto e usare.

Pensiamo alle relazioni obbligate con persone che percepiamo come invadenti, giudicanti, inopportune, sfacciate, arroganti, ma a cui non possiamo (oppure non vogliamo) sottrarci.

Di fronte all’impossibilità di farlo, diamo vita a una delle più frequenti illusioni: lui, lei, loro cambieranno. E così mentre si attende che il miracolo avvenga, restiamo «sospesi», fermi sperando che gli altri facciano quello che sentiamo e crediamo, essere meglio per noi.

Le attese però, come ben sappiamo, logorano. 

Il tempo si ferma, ristagna, le aspettative creano ingorghi mentali e ci ritroviamo a dover colmare tempo e spazio.

Le statistiche dicono che una delle modalità con cui cerchiamo di contenere o arginare l’attesa che tutto migliori e che le situazioni cambino è mangiando. 

Assaggiare un biscotto, portarsi alla bocca una caramella, non resistere al secondo, terzo, cioccolatino, può aiutare. Può farci sentire meglio. Meno soli. Più forti. Persino più sicuri, perché ci offrono una consolazione fittizia, ma che in quel momento è l’unica che abbiamo.

Tuttavia se siamo nella situazione in cui abbiamo SEMPRE bisogno di sperare che il contesto fatto di vissuti, incontri e relazioni cambi, oppure viviamo in perenne attesa del consenso degli altri o del loro giudizio positivo per non essere (o sentirci) imperfetti, sottomessi, dipendenti, condizionati allora è bene chiedersi: come e quando è iniziato tutto questo? Cosa succede in me quando l’altro mi delude? Cosa provo? Quali paure attiva? Come posso sostituire l’aspettativa delusa in modo da riconoscermi io pregi e valori?

Sperare che gli altri ci amino incondizionatamente, quando noi primi non ci riconosciamo il diritto di essere amati, significa consegnare a loro il controllo della nostra vita.

Il cibo allora diventa il surrogato di quello che vorremmo essere e non siamo, di quello che gli altri dovrebbero darci e non ci danno, ma anche una modalità rapida e meno dolorosa di altre, per mettere a tacere disagi, confitti e bisogni. Proprio quelli che invece varrebbe la pena imparare ad ascoltare.

https://www.mariangelaciceri.it

Mariangela Ciceri

Sono psicologa clinica e forense. Come clinica mi occupo di consulenza e supporto psicologico sia individuale che di coppia, di psicodiagnostica, di sostegno alla genitorialità, di psico-geriatria, di orientamento scolastico e professionale. Come libera professionista in ambito giuridico e forense il mio ruolo è quello di consulente nella valutazione del danno psichico dovuto ad eventi traumatici, di valutazione delle competenze genitoriali in caso di separazione e divorzio, di mediazione familiare. Conduco inoltre laboratori di comunicazione, psicologia sociale, uso della scrittura come strumento di consapevolezza e problem solving, al fine di facilitare il superamento di criticità emotive.

Alessandria

cicerimariangela@gmail.com

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“LEGGERMENTE”… IN LUDOTECA!

Alessandria: “LEGGERMENTE”… IN LUDOTECA!

Dopo ‘E…stateingioco 2022’ e la pausa estiva, dal 19 settembre la Ludoteca Comunale ‘C’è Sole e Luna’, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Alessandria, riapre le sue porte al pubblico con un NUOVO ORARIO, che prevede l’accoglienza dei bambini della fascia 0-4 anni nelle giornate di lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 10 alle ore 12, quella della fascia 5-7 anni nella giornata di martedì e quella degli 8-11 anni nella giornata di giovedì dalle ore 16 alle ore 18:30. 

  Al nuovo orario si aggiunge un nuovo Programma: “LEGGERMENTE” – Autunno 2022, che partirà con il primo appuntamento venerdì 23 settembre alle ore 18:30, con lo spettacolo teatrale ‘LA COMPAGNIA DEGLI SPINOCCHIATI’ a cura della compagnia “Il Melarancio”, presso Piazza Santa Maria di Castello, per i bambini dai 6 agli 11 anni. 

Altro evento teatrale in programma invece per i più piccini, dai 3 ai 5 anni, dal titolo ‘I PERCHE’ DEI BAMBINI’, a cura della compagnia Stilema, è previsto per venerdì 7 ottobre presso l’‘Anfiteatro’ di Parco Carrà alle ore 10:30.

“Lo spettacolo è una consuetudine che arricchisce il programma della Ludotecasottolinea l’Assessora alle Politiche Giovanili accanto ad una serie di proposte ludico-creative, volte a far vivere esperienze in cui corpo, mente ed emozioni si incontrano, accompagnando piccoli e grandi utenti nella propria crescita”.

Ecco dunque le proposte:

per i bambini da 0 a 3 anni sono previsti – ‘Passo dopo passo’, creazione di un bagaglio motorio-emotivo, a cura di Andrea Bruni, preparatore atletico, tutti i lunedì dal 3 al 24 ottobre (4 incontri) dalle 11 alle 12, e ‘Giochi di luce’, laboratorio ludico-creativo rivolto a mamma-bambino, a cura delle animatrici della Ludoteca, tutti i venerdì dal 4 al 25 novembre (4 incontri) dalle 10 alle 11;

per i bambini dai 5 ai 7 anni: ‘PassoEnergeticooo!’, percorsi motori con Diego Fuiano, preparatore sportivo, tutti i martedì dal 4 al 25 ottobre(4 incontri) dalle 16:45 alle 18:15 e ‘Impronte e…via’, laboratorio creativo-espressivo a cura di NunziaCastiglione, atelierista, tutti i martedì dall’8 al 29 novembre dalle ore 17 alle ore 18; 

infine per i bambini dagli 8 agli 11 anni – ‘Livello Avanzato: Ludoteca’, interazioni e scambi tra videogiochi e giochi reali a cura di Mattia Silvani,animatore ed esperto di gioco, tutti i giovedì dal 6 ottobre al 24 Novembre(7 incontri)dalle ore 16:45 alle ore 18:15.

Nella stagione autunnale non poteva mancare ‘Halloween Park’, festa di Halloween a cura di Mattia Silvani, prevista per giovedì 27 ottobre dalle ore 16:45 presso i ‘Giardini Pittaluga’ di via Cavour, per i bambini dai 6 agli 11 anni. 

Infine due gite, una presso l’‘AstroBioParco Oasi’ di Felizzano sabato 22 ottobre, per i bambini dai 4 ai 5 anni e l’altra presso l’‘Acquario di Genova’ sabato 5 novembre,per bambini dai 6 agli 11 anni, che contribuiranno a far vivere esperienze nuove all’insegna dell’autonomia, della socializzazione e di tanto divertimento.

Segnaliamo che i percorsi motori proposti rientrano nell’ambito del progetto ‘Pedibus’, in collaborazione con il Servizio Sistema Educativo Integrato del Comune di Alessandria. 

Ricordiamo infine che per frequentare la Ludoteca ‘C’è Sole e Luna’, che abilita anche al prestito di libri e dvd, occorre l’iscrizione, il cui costo è di € 50 all’anno e che i bambini, fino a 4 anni, devono essere accompagnati da un genitore o da un adulto di riferimento. 

Per ulteriori  informazioni sulla ludoteca e su prenotazioni, costi e disponibilità potete contattare:

Ludoteca ‘C’è Sole e Luna’, Via Verona 103 – Alessandria

Tel. 0131 227216-225678 – Cell. 348/5735800

e-mail ludoteca@comune.alessandria.it .

Fiore di cresta aperta, di Franco Bonvini

Photo by Jacob M on Pexels.com

Fiore di cresta aperta

 franco bonvini  Pensieri  9 settembre 2022 1 Minute

Qualcuno ha tracciato un’onda sopra il lago
una lama di luce in assenza di vento
come una ferita, o una cicatrice
e come onda avanzava, senza arrivare mai a riva.
Polvere d’argento la cresta
e un’ombra sotto, nel verdazzurro dell’acqua
l’ora, quella delle mancanze
dentro, giardini segreti e tartarughe e palme.

Acqua di lago e polvere d’argento
ombra di palma, fiore di cresta aperta.
lento l’avanzare come il lago sa fare
corpo d’ombra e l’onda la coperta.

Qualcuno ha tracciato un’onda sopra il lago
e riempie l’aria, fino al cielo
e non ha nome l’onda
ma è la sua fessura.

Fessura d’altro mondo o fiore di cresta aperta
canta con voce d’acqua la memoria sofferta.

E io sto qui a riva, con i miei giochi d’acqua
guardo l’onda che non arriva e che lo sguardo abbraccia
sarebbe stato meglio non guardare
ma non si può dimenticare
i fiori di cresta aperta che il lago sa fare.

Il mio trenino, di Franco Bonvini

Non l’hanno nemmeno riverniciato

eppure viaggiava così bene

ah, se viaggiava

attraversava le più vaste praterie rincorso dagli indiani

fino alle montagne più alte al mondo

ci si scordava anche del lago, e ce ne vuole eh.

Ah, se viaggiava

e il viaggio durava pomeriggi interi.

Eppure non l’hanno nemmeno riverniciato

ne hanno solo messo uno nuovo più in là

fiammante ed elettrico

cinque euro e gira e gira cinque minuti sui binari in tondo

senza viaggiare mai.

Stupidata mattutina, di Franco Bonvini

Stupidata mattutina, di Franco Bonvini

Da Ugovizza verso Chiusaforte non è che ci fosse stata una gran movida
solo qualche bar, qualche osteria
ma tante ombrette lungo la via.
Da Chiusaforte verso Ugovizza poi era la stessa cosa
solo la via un po’ più difficoltosa
per altre ombrette, ancora, lungo la via.
Se ti fermavi un po’ a Pontebba c’era la mensa della ferrovia
si mangiava una lasagna uguale uguale a quella della caserma mia
a dartela però era una bella cameriera
e non un militare di fanteria.
Sì lo so sono ricordi
ma non sono da dimenticare
e la lasagna è buona secondo chi te la fa mangiare.

Una poesia al giorno…

Elisa Mascia

Fermati un istante.

La vita, spesso, ti ferma,
ti obbliga a riflettere perché vuole parlarti,
più volte ti ha invitata a sederti difronte a lei,
non hai ascoltato.
È arrivato il momento,
ascolta essa ti parla.
Ti ricorda cose che potresti aver dimenticato.
Ti sorride e ti abbraccia!
In quel sorriso ricorda il sogno che vivi ogni giorno.
In quell’abbraccio aperto ti ricorda che non devi sfidare né la natura né i tuoi simili,
non sei qui per vincere o perdere.
Sei venuto per apprendere a vivere!

Elisa Mascia 9-9-2022
https://www.alidicarta.it/leggi.asp?testo=18920228534363

Una poesia per riflettere

Cinque modi per eccellere come leader

Michael Van Eaton

Cinque modi per eccellere come leader

Ci sono diversi modi per eccellere come leader. Uno dei modi più importanti è essere motivati. Concentrandoti sui tuoi punti di forza, puoi guidare senza sentirti sopraffatto. Un altro modo efficace per motivarti è impostare una visione per la tua organizzazione. Creare una visione per il futuro della tua organizzazione è un’abilità fondamentale che ti aiuterà a creare fiducia e lealtà con i membri del tuo team.

Una delle abilità essenziali di un buon leader è la motivazione. Per motivare i dipendenti, devi essere in grado di condividere la tua visione con loro. In questo modo, capiranno lo scopo dietro i tuoi obiettivi e saranno più propensi a svolgere i loro compiti. Inoltre, devi essere onesto con loro. I migliori leader sanno essere vulnerabili e autentici, il che è essenziale per creare fiducia e rispetto reciproco tra i loro team.

Per aumentare la motivazione, ascolta i tuoi dipendenti e fai in modo di avere incontri individuali con ciascuno di loro. Chiedi loro cosa li spinge a lavorare e che tipo di riconoscimento vogliono ricevere. Ad esempio, alcune persone vogliono il riconoscimento pubblico, mentre altre vogliono essere riconosciute privatamente per aver progredito verso un obiettivo.

Come leader, devi essere consapevole delle tue azioni e reazioni. L’autoconsapevolezza implica essere emotivamente saggi e adattare le proprie azioni a qualsiasi situazione in cui ti trovi. In definitiva, l’autoconsapevolezza è essenziale per il tuo successo. Se non ti prendi il tempo per conoscere te stesso, non sarai in grado di guidare gli altri in modo efficace.

I leader consapevoli di sé si prendono il tempo per analizzare le situazioni e valutare l’impatto delle loro azioni e reazioni sugli altri. Considerano i loro punti di forza e di debolezza prima di prendere decisioni. Pianificano anche riunioni e conversazioni. Questi leader usano anche la loro intelligenza emotiva ed empatia per essere efficaci. Non lasciano che le loro reazioni emotive abbiano la meglio su di loro.

I leader consapevoli di sé sono anche in grado di avere un impatto positivo sulla situazione finanziaria di un’azienda. Bilanciare il successo finanziario con la visione creativa può fare un’enorme differenza nei profitti di un’azienda. Inoltre, i leader consapevoli di sé hanno maggiori probabilità di essere rispettati dai loro team. Di conseguenza, è più probabile che questi leader rispondano al feedback dei loro subordinati e dipendenti.

L’umiltà è una qualità difficile da falsificare, quindi è essenziale averne un senso genuino. I leader più efficaci apprezzano la dignità degli altri e si sforzano di essere stimolanti anziché autorevoli. Imparano anche i problemi e le preoccupazioni di tutti i membri della loro squadra.

Il primo passo per diventare un leader più umile è riconoscere le tue debolezze e imperfezioni. In questo modo, avrai meno probabilità di esercitare pressioni inutili su te stesso e più disposto ad accettare le critiche e ad apportare le modifiche necessarie. Inoltre, avrai maggiori probabilità di mostrare al tuo team che apprezzi il loro contributo e che sei aperto al feedback.

Un leader umile può vedere le cose chiaramente e riconoscere le opinioni degli altri e le proprie. L’umiltà consente l’uguaglianza e i leader umili mettono al primo posto le esigenze dei membri del loro team. Incoraggiano inoltre la collaborazione e il lavoro di squadra, a vantaggio dell’azienda e dei membri del team. L’umiltà può anche portare a una maggiore felicità del personale e tassi di fidelizzazione più elevati.

In primo luogo, dovresti avere una visione di dove vorresti che fosse la tua organizzazione. Per fare ciò, dovresti creare una dichiarazione di visione da condividere con il tuo team. Se possibile, dovresti rendere la tua dichiarazione di visione aperta per le revisioni. Quindi, il tuo team può usarlo come guida per guidare la direzione futura della tua organizzazione.

La tua visione dovrebbe essere positiva e focalizzata sul futuro che vuoi che la tua organizzazione raggiunga. Non dovrebbe essere dettagliato o basato sulle condizioni attuali. Invece, dovrebbe riflettere i valori e le convinzioni profondamente radicate che definiscono di cosa si occupa il tuo team e fungere da linee guida per decisioni e azioni.

Lo sviluppo di valori fondamentali come leader è essenziale per guidare un’azienda. Aiuta a sviluppare una visione condivisa per l’azienda e aiuta i dipendenti a vivere i suoi valori. Tuttavia, questo processo può essere impegnativo e richiede il consenso delle parti interessate. I valori fondamentali dovrebbero essere sviluppati attraverso il brainstorming e la combinazione di idee diverse. Inoltre, devono essere espressi in un linguaggio semplice in modo che tutti possano capirli.

I valori fondamentali sono convinzioni fondamentali che guidano il modo in cui un leader agisce e si relaziona con gli altri. Questi valori sono una parte essenziale della cultura di un’organizzazione e sono essenziali per creare un ambiente di lavoro positivo e produttivo. Tuttavia, i valori dovrebbero anche essere personali e rappresentare la versione ideale del leader.

Captain Marvel VS. Homelander

Captain Marvel VS. Homelander

What’s up everybody it’s your boy DR. King Stone powerfully and I am here to talk about superheroes. Homelander: We know that Homelander has fought people like the seven, mutants, aliens, god’s and so many more. Captain Marvel: We know that Captain Marvel has fought people like the average, mutants, aliens, god’s and so many more. What do you guys think about this 🤔? Follow me on my blog and like and comment and share with other people. PS: I need email followers on my blog. 

Wwho is better🤔 ?

DIMENTICANDO, di Silvia De Angelis

Avatar di silviadeangelis40dquandolamentesisveste

Sciolgo
quel timido boccolo
al mattino
inspirando
il sapore
d’un’alba intrisa
d’un profumo adulatorio
Lascia intendere
l’ebbrezza ammaliante
d’un dì brioso
ove asimmetriche flemme
ingannino labili tracce di memoria
nell’appuntamento fugace
con drappi scadenti e scoloriti
d’un cerchio
circumnavigato all’inverso
per non intravedere
ancora
affanni che si rincorrano
nel suo diametro incalzante
@Silvia De Angelis 2016

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il mio amore, di Stefano Polo

Il mio amore mi fa sognare
ridere, piangere…
E’ come un arcobaleno che sorride
ai miei occhi
mai stanchi del suo viso
cosi splendente come un aurora
al mattino…
E’ come un battito del cuore
all’infinito
che fa eco nel mio animo…
Il mio amore mi porta
su nel sole
dove non esiste il buio
solo luce e dolci pensieri…
Il mio amore mi guarda
penetra dentro me
e guarda il mio cuore mai
sazio di lei…
Il mio amore è come una rosa
che cresce dentro di me
piano piano
e mette delle radici
piene di sentimento e calore…
Il mio amore è come un frutto maturo
che solo la mano dell’amore
è pronto a cogliere.

Cibo e poeti, in cucina con Dante

Dal Convivio alla Divina Commedia, il sommo poeta Dante ha imbandito delle tavolate molto particolari per i suoi lettori di ieri e di oggi, confermando la fama della buona cucina italiana. Nel periodo in cui Dante Alighieri visse a Firenze, verso la fine del XIII secolo, la città stava raggiungendo un ottimo tenore di vita civile e culturale. Il benessere economico aveva creato i presupposti per uno sviluppo della città in senso artistico e culturale. Infatti anche la cucina divenne, in questo periodo, più ricca e raffinata: dalla Sicilia arrivavano le mandorle, la frutta candita e lo zucchero di canna; dall’Oriente le profumatissime spezie. I mercati fiorentini, ben organizzati e controllati dalle autorità, erano ricchi di prodotti, che ogni giorno arrivavano freschi dal “contado”: in particolare ortaggi, uova, pollame e formaggi.
E noi, commensali affamati, ci sediamo ardenti di desiderio alle sue mense, pur consapevoli che forse non riusciremo a gustare fino in fondo alcune prelibatezze, e soprattutto per nulla timorosi di incorrere in quel peccato della gola punito nell’Inferno perchè vizio capitale e da espiare come tendenza peccaminosa nel Purgatorio. Gregorio Magno lo definiva vizio carnale già nei Moralia: mangiare con avidità o fuori pasto frequentemente, eccedere nelle quantità, scegliere cibi prelibati, esagerare nei condimenti. Bastava rientrare in una di queste situazioni e personaggi come Ciacco, Forese Donati o Bonaggiunta Orbicciani venivano immediatamente tacciati di questo peccato.
Quello che Aristotele nella sua Etica indicò come una sorta di schiavitù perché è un desiderio naturale, seppur di cibo, ma smodato e portato all’eccesso, nella religione cattolica diventava un peccato grave: un impulso naturale, il nutrimento fondamentale per la vita, si trasforma in un desiderio disordinato d’appagamento immediato del corpo fino al compiacimento, perciò da condannare sia in quanto mancanza di autocontrollo e diretto verso un bene terreno e non verso Dio, sia come forma di disuguaglianza sociale in un momento storico in cui fame e povertà erano la quotidianità per molti. Le indicazioni della Chiesa erano molto puntuali e Dante non vi si sottrasse; un uomo sobrio, amante del cibo semplice e consapevole della gravità del peccato della gola: forse per questo il sommo poeta nelle sue opere non introduce mai riferimenti diretti al cibo, se non generici o in forma di metafora, a cominciare dal banchetto per eccellenza che allestisce per i suoi lettori, quello del Convivio. Passando alla Divina Commedia, Dante non tralascia il tema del mangiare, sia come metafora sia come peccato: sono state rilevate ben 17 ricorrenze per la parola fame e 16 attestazioni del termine cibo. Il desiderio smisurato di cibo viene condannato e punito nel terzo cerchio: qui Dante, dopo aver placato Cerbero gettando pugni di terra nelle sue “bramose canne”, presenta ai lettori il più famoso goloso della letteratura, quel Ciacco (Ciacco da Buoninsegna o Ciacco dell’Anguillara), che sarà anche protagonista di una novella del Decameron: si rivolta nel fango, battuto da una pioggia immutabile. L’immagine della cucina ritorna nella quinta bolgia, nella scena dei diavoli chef che fanno lessare la carne dei barattieri, qui puniti, in una sorta di pentolone da brodo: la pece bollente. “Non altrimenti i cuochi a lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia, la carne con li uncin, perché non galli…” Infine è San Bernardo a sottolinearlo a Dante nel XXXII canto; solo il pan de li angeli (Paradiso II, v. 11), cioè il nutrimento della contemplazione mistica, dei misteri divini di cui si può finalmente essere ghiotti, potrà saziare, culminando nell’ultimo canto nella pienezza della visione di Dio: è la ricompensa finale per una vita condotta con purezza e rettitudine.

NAPOLI

[Convivio, I, cap. 1]

Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! E miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo! […] Coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando”.

*Come sempre nella storia, ecco che la Chiesa minacciava, condannava in un marasma di ipocrisia. I preti imponevano il digiuno, ritenendo il cibo un peccato di gola mentre le cucine dei monasteri traboccavano e la maggior parte del popolo soffriva la fame.

TEMPI NOSTRI, di Silvia De Angelis

E’ proprio vero che l’andar del tempo, con la sua incessante forza, riesca a modificare tutto….

E questi poveri maschietti, protagonisti, da sempre del mondo intero, compreso il dominio totale sul sesso opposto, si trovino, un attimo a disagio vedendo decadere, giorno dopo giorno, la loro supremazia sulle “coinquiline”.

Queste donne, cresciute, nella loro intrinseca sostanza, negli ultimi lustri, hanno dato prova di grande abilità, riuscendo addirittura a scavalcare i loro compagni, con motivata preparazione e tenacia   in vari settori lavorativi e tecnici…..chi lo avrebbe mai, solo pensato, fino a cinquanta anni fa?

Certamente le signore oggi sono più disinvolte, affrontano la vita con un notevole spirito battagliero ponendosi dei traguardi ben precisi, che  cercano di raggiungere, anche, con stressanti sacrifici.

Una volontà ferrea e un desiderio di vivere l’esistenza in tutte le sue manifestazioni, pone oggi, il gentil sesso, al centro di moltissime attività produttive, anche perché è dotato di un’attività cerebrale, molto creativa che le permette di rinventarsi e di programmarsi, in qualsiasi momento di vissuto disagio emotivo.

Gli uomini, nel frattempo, sono diventati sospettosi e insicuri e, qualche volta, tentano addirittura di  creare difficoltà alle loro antagoniste (se così le possiamo chiamare)….del resto bisogna anche

comprenderli….non è facile veder scivolar via il proprio scettro, dopo che da sempre se ne è tenuto ben saldo il manico!

Allora qualche volta i maschietti, lasciano trapelare la loro aggressività, altre volte sminuiscono la loro personalità lasciando completamente le redini del gioco alla compagna, altre ancora si rifugiano in un eremo solitario per non avere alcun condizionamento con una femmina qualsiasi….

Le ragazze, a loro volta, hanno difficoltà notevoli a incontrare un partner che rispecchi, a pieni voti, quanto “si muova” nei loro desideri, e spesso. deluse da incontri che ritengano insignificanti, preferiscono proseguire il cammino per i fatti loro.

@Silvia De Angelis

A VOLTE…, di Silvia De Angelis

Talvolta non ci rendiamo ne anche conto, di quanto possa influire, il nostro stato d’animo, sull’andamento d’una conversazione a due.

Infatti se siamo distesi e ben pensanti, saremo molto vicini, mentalmente, al nostro interlocutore, assecondandolo, con positività su qualsiasi tipo di argomento egli voglia parlare. E anche se non

siamo completamente d’accordo, sulle sue affermazioni, ci  mostreremmo soddisfatti dei suoi punti di vista, che troveremmo creativi e interessanti.

Tutto cambia se quando intraprendiamo un colloquio qualsiasi, siamo di pessimo umore. Il nostro nervosismo, si rifletterà immancabilmente in quel dialogo, trovandoci polemici e maldisposti verso la persona con cui stiamo parlando.

E’ incredibile quanto la nostra predisposizione mentale dell’attimo, possa condizionare, ogni nostra azione. Non sempre riusciamo a controllare le nostre pulsioni interiori, e talvolta, trascinati dall’istinto,

non buono dell’attimo, siamo capaci di rovinare situazioni valide, che nel tempo non si possono più recuperare.

Sapersi controllare e riuscire a dominare quegli istinti, talvolta aggressivi, dovuti a malcontento o a un periodo complicato della vita, non è cosa  facile, ma con la pazienza e l’esperienza, si riesce a

modellare, almeno un po’, la parte del carattere “indisciplinata”, che spesso può creare dei problemi nei rapporti col nostro prossimo.

Alcuni esercizi di respirazione, aiutano a riprendere il controllo di sé stessi; oppure esistono delle pratiche di rilassamento, anch’esse utili all’occorrenza.

Penso che essere in pace con gli altri, aiuti a vivere meglio, e sviluppi una consapevolezza di vita di grande positività interiore.

@Silvia De Angelis

43 // VERSI DELL’ESILIO, IBN HAMDIS

43 // VERSI DELL’ESILIO, IBN HAMDIS

 di glasmundo

Alcuni dei più appassionati, dolenti e speranzosi versi dedicati all’esilio dalla terra natìa.

Dal Diwan di Ibn Hamdis, poeta arabo siciliano (1056-1133).

.

Traduzione di Michele Amari

Custodisca Iddio una casa di Noto e fluiscano su di lei le rigonfie nuvole!

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato l’anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno.

Viva quella terra popolata e colta, vivano anche in lei le tracce e le rovine!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consumate le membra e le ossa dei miei avi.

.

Traduzione di Francesco Gabrieli
(versione del 1948, in Ruta, C. e Blasone, P., Poeti arabi di Sicilia, Messina, Edi.bi.si., 2009)

II.

Oh, custodisca Dio una casa di Noto, e fluiscano su di lei le rigonfie nuvole!

Ogni ora io me la raffiguro nel pensiero, e verso per lei gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle sue belle donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora, a quella brama col corpo fare ritorno.

IV.

Giuro che mai ho chinato il capo nel sonno, senza che, malgrado la lontananza, mi visiti l’immagine della Valle [dell’Anapo o del Cassibile, N.d.T.] presso cui sono i miei.

La terra ove germogli la pianta dell’onore, ove dei cavalieri caricano in guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e culta, vivano anche di lei le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere fan giungere fino a noi!

Vivano tra essi i viventi, e vivano anche le membra loro composte nel sepolcro!

V.

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consunte le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebre al suo paese, smarrito nel deserto, un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi son rimaste le mani del primo fiore di giovinezza, ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

Ibn Hamdis

.

Chiosa del marzo 2020

Nel ripubblicare questi versi alla data odierna, sono spinto dal desiderio di rileggerli come capaci di dare corporeità sia alla traduzione sia alla trasmissione di un senso di appartenenza.

Nella prospettiva di un loro ampio respiro spaziale e temporale, essi mi appaiono caratterizzati da una duplice capacità dialogica nel rinsaldare legami.
In primo luogo, attraverso il riferimento a radici individuali e collettive o la loro ricostruzione, grazie a elementi simbolici non soltanto tangibili, ma anche diacronici, in grado di riannodare i fili di un tempo esteso.
In secondo luogo, attraverso la capacità di costruire presenza, in un evocare edificante, in un annullare la lontananza trasformandola in prossimità.

Credo che abbiamo la necessità di condivisi inni all’appartenenza e alla relativa speranza.

.

Altri versi di Ibn Hamdis QUI

Altri, minori, versi su esilio, nostalgia ed esodi QUI.

.

(Articolo e foto di G. Asmundo)

EMOZIONI TACIUTE, Silvia De Angelis

EMOZIONI TACIUTE

solisti nell’imperturbabile gioco di sensi

avvolgente lune solitarie

nel mare delle emozioni taciute

sorseggiamo sfumate nervature d’amore

in regie foderate d’intimità

emozionali porpore di

baci

muovono inaspettati sussurri nel ventre

coinvolto nel crepitio di febbri primaverili

sfianca dolcemente

l’estenuante essenza di morbide corolle

schiuse nell’evaporazione di pensieri

gettati nell’odore di verde boschivo

@Silvia de Angelis

https://deangelisilvia.blogspot.com/

Dolci piemontesi: i baci di dama

Baci di dama

I baci di dama sono dei biscotti originari del Piemonte della città di Tortona dove nacquero un secolo fa, chiamati così perché composti da due calotte di pasta unite dal cioccolato che richiamano due labbra intente a baciare.

I baci di dama nacquero a Tortona nell’Ottocento ed erano originariamente prodotti con le nocciole piemontesi, più facili da reperire e meno costose delle mandorle. Sarà infatti il cavalier Stefano Vercesi sul finire del 1810 a modificare la ricetta sostituendo le nocciole con le mandorle e brevettando i “baci dorati”. Presentati alla fiera internazionale di Milano nel 1906, vincono la medaglia d’oro, massimo riconoscimento di pasticceria del tempo.
(Fonte: Wikipedia)

FORMA RINATA, personale di Alessandra Guenna, presso STUDIO 55 di ANNA GATTO a Novi Ligure (AL)

NOVI LIGURE – Domenica 11 settembre 2022, è stata inaugurata la mostra personale, FORMA RINATA, di Alessandra GUENNA, presso lo STUDIO 55 della pittrice, scrittrice e poetessa Anna GATTO. Quest’ultima, con cortesia e gentilezza, ha introdotto gli ospiti partecipanti al recente vernissage tenutosi, con contestuale presentazione delle opere che rimarranno esposte fino al 30 settembre 2022, presso il suo spazio a disposizione dell’arte e della creatività, situato in via Guglielmo Marconi, 55 a Novi Ligure (AL).

Le realizzazioni artistiche di Alessandra GUENNA rappresentano un costante e rinnovato proponimento della massa del corpo femminile, in una versione che si espande nello spazio, secondo una forma che si riveste di tinte che, generalmente, tendono al grigio, nelle varie tonalità più chiare e più scure o al rosso. Ispirata da Picasso e Matisse (ma anche, probabilmente, da tutti quegli artisti, come ad esempio, Rubens o Renoir che hanno cercato la formosità del corpo femminile) l’artista non manca di captare l’attenzione con volumi fisici incarnati nella terza dimensione e, comunque, pieni di un significato simbolico di materia densa e tondeggiante. I “personaggi” delle sue realizzazioni d’arte tendono ad assomigliarsi, pur essendo varia la tematica espressa in ciascuna. Vi sono, infatti, richiami mitologici e tratti dall’antica tradizione culturale greca, come nelle opere dedicate alle Baccanti o in quella dedicata alla visita seduttiva ed amorosa di Zeus, tramutatosi in cigno per raggiungere indisturbato la sua amata o in quella relativa ad Apollo e Dafne oppure nell’opera dedicata ai Satiri e alle Ninfe. Vi sono, poi, richiami a carattere religioso, come nell’opera dedicata agli Angeli o al Bacio di Giuda. Vi sono, infine, opere con una collocazione spazio-temporale indefinita, come quella relativa alle Attese, alla Presenza, alle Bagnanti, ai Segreti… In tutte le sue realizzazioni, Alessandra GUENNA ricerca la forma che tende ad essere muscolosa, ma, al tempo stesso, aggraziata e dai lineamenti ricurvi che esprimono anche una certa sensualità e si tratta di corpi semplificati, in cui si mette in evidenza la massa generale, più che il dettaglio di ciascuna parte costituente. La testa di tali “personaggi” femminili è sempre priva di capigliatura, rasata, perfettamente in armonia con il tondeggiare di tutto il resto del corpo. Tra le opere della GUENNA sono ricomprese anche quelle frutto di un’ispirazione immediata, come la riproduzione dell’immagine di una Sirena su un tocco di legno, in parte lavorato e scoperto, per caso, presso la residenza di un amico di famiglia. Il genio artistico si esprime nel modo più originario e creativo, così ovvero con la trasmutazione istantanea della realtà in qualcosa di diverso e somigliante ad un’immagine, ricavata da metafore e similitudini mentali, felice accostamento che porta a concludere e a focalizzarsi sul fatto che una data forma grezza può rappresentare una determinata cosa. E’ il gioco d’immaginazione preferito dal bambino che, ad esempio, nelle nuvole del cielo, può vedere le forme più disparate di entità animate, vegetali o di oggetti inanimati. Infine, non si può dimenticare il ciclo di realizzazioni che l’artista ha dedicato alle cosiddette INTRUSIONI. Si tratta della rappresentazione di un’Anima vagante, tinta di rosso, che viaggia e si “intromette” nelle situazioni più disparate e offre suggerimenti per migliorare la situazione esistenziale o cerca un semplice dialogo significativo, basato sul linguaggio non verbale, con le altre figure, che possono anche essere personaggi famosi, come attori noti o sex simbol, presenti sulla scena dell’opera artistica, tratta dalle pagine di riviste e giornali. L’Anima rossa che si intromette è come fosse un supereroe che agisce all’interno di un ciclo fumettistico.

Maurizio Coscia, scrittore e blogger per Alessandria Today

Galleria di immagini del vernissage dell’11 settembre 2022 presso Studio 55
Biografia di Alessandra Guenna

Alessandra Guenna vive e lavora a Novi Ligure.

Si è diplomata al Liceo Artistico “N. Barabino” di Genova dove ha frequentato le lezioni dei più importanti Artisti Liguri tra cui il Maestro Alberto Nobile.

Successivamente è stata allieva della scultrice Adriana Spallarossa.

Già docente in Disegno e Storia dell’Arte alle scuole superiori, è Direttore Artistico presso l’Associazione Culturale “SPAZIO ARTE” in Corte Zerbo a Gavi Ligure, Alessandria.

Opere in premanenza:

Croce – Santa Maria di Castello – Genova

Crocefissione – Madonna del Suffragio – Alessandria

Peccato Originale – CISAP – Berna

Pinacoteca Comunale – Serravalle Scrivia Alessandria

Genos – Sculture in Piovera, Alessandria

Di lei hanno scritto:

M: Bocci, G. Buzzi, L. Caprile, D. Ferrarazzo, D. Galeone,

M.G. Montaldo Spigno, R. Pasquale, G.C. Peradotto,

R.Scognamiglio, G. Scorza, M. Solaroli, A. Dunand, A. Fiorito, E. Carrea, L. Caffarelli, F.Liotta, P. Gioia.

Monografie:

ANABISIS a cura di: Luciano Caprile, Maria Grazia Montaldo Spigno – Genova 1989

Quaderni milanesi di psicoanalisi:

Pubblicazione della Sezione Italiana di Psicoanalisi n°. 8/9, marzo 1996.