La cena

Cosa c’è di meglio per festeggiare l’equinozio d’autunno di una bella cena romantica in giardino? 🍁🍂🍄💓🍁🍂💓🍄

Ho preparato un tavolo,
nell’angolo più bello
del mio giardino.
Al centro, un candelabro
rischiarerà le prime
ombre della sera e i
colori dell’autunno
faranno da cornice
alla nostra cena.
E guardandoci
negli occhi e
bevendo vino,
ruberemo un bacio.
E mentre lasci la
forchetta per
accarezzarmi la mano
tremanti già
pensiamo alla
notte che ci aspetta.

Imma Paradiso


Sergey Sviridov – gardens

“I colori dell’autunno” di Maria Rosaria Teni

Belli i colori dell’autunno
infiammati dall’ultimo sole

Malinconiche note
nelle foglie ramate
e un’estate che muore
tra vapori di nebbie
nei tramonti di fuoco

Dei ricordi sospiri
canti lievi al mio andare
tramutate in poesia
nostalgie di fanciulla
offuscate dal tempo

Belli i colori dell’autunno
negli anfratti cupi vellutati.

Maria Rosaria Teni

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Illusionista e visionario, Fabio Viale si inserisce tra i più noti  artisti contemporanei  coniugando nel marmo sacro e profano,Gabriella Paci

(Arezzo)

Fabio Viale è un artista che nasce nel 1975 a Cuneo e che studia all’Accademia delle Belle Arti di Torino dove dice di aver scoperto la sua vocazione scolpendo un blocco di marmo da cui era partita una scheggia: ovvero la scintilla di questa passione  nata, appunto, quando era un adolescente.

La sua carriera di scultore risale al 2009 ,anno in cui allestisce la sua prima mostra e che passa in città quali  San Pietroburgo, Mosca, New York, Monaco,Torino, Venezia, (58°biennale) Le Havre, Firenze,Pietrasanta e ultima ad Arezzo, nel 2022, dove durerà fino al 30 settembre.

Proprio la mostra con opere appositamente realizzate per la biennale di Venezia dal titolo High tide ovvero “Acqua alta” ha rischiato di veder danneggiate le sue sculture ,a causa dell’acqua alta entrata negli ambienti dell’esposizione,anche se poi sono state trasportate sane e salve a Firenze.

 Il titolo dato alla mostra di Venezia allude ai dannosi cambiamenti climatici che rischiano di stravolgere la geografia e gli ecosistemi di zone bellissime e uniche come,appunto,Venezia stessa e,ironia della sorte, si è verificato proprio durante la sua mostra un pericoloso innalzamento delle acque.

A Firenze  ha esposto le opere precisamente in Via della scala e in via Benedetta,sedi di Palazzo Poggiali . In quest’ultima sede Viali ha rovesciato 18 tonnellate di pietrisco e frammenti di sculture di marmo nella quasi totalità dei 15 metri della galleria,occupandone quasi tutta l’altezza . Azione questa chiamata root’la realizzata alle Cave di Gioia Colonnata a febbraio scorso.

A Pietrasanta ,la patria del marmo Truly, Davvero o Veramente lesculture occupano gli spazi cittadini quali piazza Duomo  e chiostro della chiesa di Sant’Agostino:opera appositamente realizzate e manufatti più datati a indicare un “percorso storico “ della sua arte. Anche qui si tratta spesso di sculture classiche come il David o la Venere di Milo le cui parti corporee sono  in parte ricoperte da tatuaggi e di oggetti comuni ,per decodificare la banalità del quotidiano e d indicarne una nuova dimensione suggestiva

L’operazione Root’la  di Firenzeè stata ripetuta nella chiesa sconsacrata di sant’Ignazio dove è stata  allestita una parte della mostra ad Arezzo che conta 40 opere dislocate tra la fortezza medicea,Sant’Ignazio ,la galleria comunale d’arte moderna e contemporanea oltre alle piazze antistanti la chiesa di San Francesco,il Duomo, san Domenico. L’arte,dunque,esce dalle sale ed invade la città. Ad Arezzo la sua esposizione si chiama “Aurum” e le opere contengono 1 grammo d’oro a simboleggiare la luce ma anche la tradizione della lavorazione dell’oro che ha caratterizzato l’economia aretina.

Un’arte che colpisce  stupisce perché la riproduzione di opere della classicità come la Venere di Milo ,il Lacoonte, o di Canova, come Amore e Psiche,vengono reinventate dai tatuaggi che le rivestono in parte e il colore nero ne altera la visione di alcune porzioni. Non basta : si tratta spesso di tatuaggi della mafia russa e,dunque, se il tatuaggio è già di per sé un atto di rottura,di dissacrazione della tradizione ,farlo con simboli della mafia russa diventa un atto di piena dissacrazione. Viale alterna  figure tipiche della tradizione tra cui anche busti e parti del corpo come mani che indicano, a pugni (segno del comando) a oggetti comuni come pneumatici, sacchi di carta, guantoni da pugile, barchette di carta o..pali come quelli fatti per la biennale che rende con una verosomiglianza al materiale  d’origine che sorprende davvero e che ci spinge ..a toccare gli oggetti per sincerarci del materiale di cui sono fatti.

Addirittura in alcune opere si imita perfettamente il polistirolo,accentuando in modo diverso, la rottura dell’uso di un materiale classico e  della contemporaneità.

Colpiscono anche “Le grazie “ gruppo scultoreo di 3 donne marocchine con il loro abito tradizionale che ne copre perfino il volto come fossero fantasmi che,ferme alla  fermata di un autobus,indicano la varietà del mondo o,forse, il viaggio che tutti compiamo verso una destinazione che,a prescindere dalla diversità,ci accomuna.

NECESSITA’ DI PRECE, Silvia De Angelis

NECESSITA’ DI PRECE00

Una postura primordiale

nella modalità d’impronte spirituali

concretizza l’urgenza

d’impaginare preci.

Nel preludio di mancati alfabeti

su falsariga d’un cantico emotivo

traboccano istanze

stimolate da un travaglio

oltre il rantolo d’universo

nel rituale effetto logico d’un’illusione

galleggiante nel vuoto

@Silvia De Angelis

https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico, di Antonino Salsone

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico.

Il mito sul “pomo della discordia” è davvero affascinante: alle nozze di Teti e Peleo non venne invitata Eris, la dea della discordia, che per vendicarsi dell’offesa subita si presentò comunque al banchetto e gettò in mezzo agli invitati una mela d’oro da destinarsi alla più bella delle convitate.

Atena, Era e Afrodite, che litigarono fra loro ciascuna vantando la superiorità della propria bellezza, finalmente si accordarono affinché la dorata meraviglia fosse assegnata da un giudice imparziale, il principe troiano Paride. Il giovane scelse Afrodite e da quel momento in poi una profonda discordia divise le tre dee e portò alla rovina di Troia.

Il mito greco tratta la discordia, cioè il comportamento di chi, con subdola consapevolezza e unicamente per soddisfare i propri fini egoistici o della propria ristretta cerchia, o, peggio ancora, per saziare la famelica invidia che è innaturalmente provata da chi vive nell’odio verso chi vive nell’amore e nell’armonia, vuole dividere, disunire, smembrare, insomma vuole portare il contrasto.

La storia è maestra nel descrivere i tanti volti della discordia: nei tempi passati i regnanti usavano portare la divisione tra i nobili promettendo ai più poveri di spirito tra essi, diamanti, oro e argento, feudi sempre più vasti e titoli sempre più altisonanti. Filippo il Macedone e Luigi XI di Francia, ad esempio, facevano largo uso della discordia (quest’ultimo amava dire “diviser pour règner”). E i nobili non arguti e non illuminati ci cascavano, si dividevano e si combattevano. Così il regnante poteva continuare a regnare.

Persino la Chiesa e gli ordini cavallereschi facevano largo uso di porpore, tuniche, medaglie, grembiali e altri ammennicoli attrattivi per concupire l’ego del malcapitato e acquistarne docilmente l’accondiscendenza e la fedeltà.

La discordia, purtroppo, continua a serpeggiare tra gli uomini e conserva la sua forza corruttrice pure nel nostro tempo. Miete le sue vittime anche nelle famiglie, travolgendo i legami di sangue, di amicizia e di idee, dividendo i figli dai genitori e i fratelli dai fratelli, ingannando gli amici e facendoli divenire nemici.

Chi la porta lo fa con subdola consapevolezza per continuare a regnare, mentre chi la subisce non si accorge che si tratta solo di un misero pomo e di nient’altro.

Ma gli dei furono magnanimi e assieme al veleno crearono anche l’antidoto.

L’amore e la saggezza di Zeus donarono ad Ares e Afrodite una figlia, Harmonìa, la dea della concordia e dell’armonia. E di questo dono – antidoto l’Uomo, se vuole, può berne a sazietà. Così facendo può giovarsi dell’energia feconda che la dea effonde, può lavorare e plasmare la propria coscienza, può rendere il proprio animo insensibile al richiamo delle mortifere sirene, può difendere la propria dignità rifiutando il dono velenoso e, sopra a tutto, può restare unito ai propri compagni di viaggio (genitori, fratelli, amici, compagni di ideali) con i quali, sino all’arrivo della discordia, ha vissuto in pace, unità e amore.

Di fronte a una falange di Uomini legati tra loro da sentimenti granitici di unità e armonia la discordia nulla può ed Eris è destinata alla sconfitta.

FOGLIE, Augusta Del Corso

FOGLIE, Augusta Del Corso

FOGLIE

L’estate al mio paese

li ritrovavo tutti

a rotolarci 

nel granturco sgranato

a correre nel viola

odoroso di trifoglio…

sotto la luna a spannocchiare

al suono vagabondo di un’armonica.

Ma il vento bussa a cancellare

voci, sembianze, colori.

E’ il vento che porta

lontano le foglie…

non sa giocare

ma striscia

lungo i muri la notte,

senza lasciar traccia

se non lo schiaffo

gelido, sorpreso

che non dà scampo

un mulinello,

un soffio più freddo

che reca lo schiocco

di porte sbattute

nello scippo

d’un ora inattesa.

Foglie schiacciate

sui vetri appannati

ma solo per poco

che lasciano il dubbio

d’averle mai viste.

Soffio di foglie

nell’ultimo volo

che le disperde…

frantumi, ricordi,

fantasmi, ostaggi del vento…

Foglie…

Soltanto foglie…

Augusta Elena Del Corso

22 Settembre 2022

Diritti Riservati

Basterebbe di Adriana Lisboa

Scrittrice, poetessa, cantante dal Brasile

almerighi

Adriana Lisboa (1970) è una scrittrice brasiliana. È autrice di sette romanzi e ha anche pubblicato poesie, racconti e libri per bambini. Scritti originariamente in portoghese, i suoi libri sono stati tradotti in più di una dozzina di lingue.

Basterebbe
un tempo senza scadenza
aperto come ali
senza sorrisi utili 
o documenti da approvare. 
Un divario tra due congratulazioni
e compromessi – per esempio
(pensando a) al confine con
Buenos Aires: poeti
Borneo: primati
che entrano nell’idea di queste cose.
Basterebbe un tempio,
il cielo cobalto che mi ignora
radici che penetrano muri
meno che residui.
Basterebbe sottrarre
eventi moventi: come abbiamo sempre saputo,
basterebbe.

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L’IMPREVEDIBILE, di Silvia De Angelis

L’imprevedibilità della vita, è il verificarsi di situazioni “speciali”, a cui, molto spesso non eravamo preparati e quindi, nel viverle, abbiamo avuto un forte disagio interiore o solo della di meraviglia.

Ognuno di noi affronta gli imprevisti in modo totalmente diverso; naturalmente i fattori che influiscono ai vari tipi di atteggiamento sono svariati (tipo di personalità, esperienze precedenti, cultura, educazione e via dicendo), in ogni caso si mettono in gioco fattori molteplici, come la positività e la negatività individuale, che daranno corso a un iter mentale davvero esclusivo.

Credo che la persone sempre ben disposte a trovare dei lati buoni, o eventualmente risolvibili, in ogni situazione, vivano meglio, e risolvano favorevolmente i problemi, per quella carica e forza interiori che dànno la possibilità di proseguire il percorso su un tracciato mentale più lineare, anche se qualche folata d’ansia farà capolino, di tanto in tanto, in quel momento difficile.

Le persone che, contrariamente, “sono catastrofiche” e avvertono un malessere, in qualsiasi evento, in cui la vita li sceglierà, come protagonisti, secondo me,  “si faranno del male da soli”. Infatti sono abilissimi a cercare il lato peggiore d’ogni fatto, definendo, con il loro cuore, il lato più tragico che l’esistenza abbia messo in serbo per loro.

Credo, o forse sbaglio, che oltre a far vivere in equilibrio, il pensiero positivo faccia  avvicinare di più alla realtà episodi buoni, mentre, al contrario un pensiero malevolo faccia piroettare, verso di noi, come un boomerang di ritorno di cose spiacevoli….

Del resto, c’è di mezzo anche il fato, che credo, in parte, abbia in serbo per noi un certo tracciato, dal quale, a parte i nostri sforzi più profondi, per la buona sorte, non possiamo allontanarci di molto….e quindi accettarlo in ogni caso!

@Silvia De Angelis

Lucia Triolo: vibrazione

conta le pecore in fila
no, smetti,
è solo declino!

i tuoi zigomi non sono pecore al pascolo
abitudini ereditate a mille e a mille,
espressioni del volto a giocattoli rotti

svezzato il tuo nome dalla
tua leggenda 

non serve ritrovare un filo
per cassetti disordinati
scompagnate distanze
già affondate nel cuore

lascia l’ultima vibrazione:
ogni giorno é
un commercio di sussurri tra
le fibre di una fune

L’intervista, Jean Christophe Casalini. Seconda parte: il sound dello scrittore

L’intervista, Jean Christophe Casalini. Seconda parte: il sound dello scrittore

Date: 23 settembre 2022 Author: irisgdm

articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Jean Christophe Casalini

Presentazione:

Io sono una cacciatrice di interviste, individuo il bersaglio e gli sparo un intervista.
Vado curiosando, leggendo per scovare qualcuno che soddisfi la mia vena di impicciona della parola. Con Jean Christophe Casalini non è andata proprio cosi, mi ha scovata lui per leggere le mie poesie. In un primo momento sono rimasta interdetta, sorpresa che qualcuno le avesse notate e poi leggerle. Credo che abbia dato una bel colpo alla mia autostima, perchè lui le poesie non solo le legge, le viviseziona per poi commentarle. I suoi commenti scandagliati, profondi, una sorta di psicoanalisi del pensiero poetico, per cercare quell’essenza, quell’io profondo che fa di noi persone uniche ed originali. Jean Chistophe, non scrive di poesia, lui scrive libri surreali a sfondo violento e psicologico, libri distopici, ma ama la poesia, la declama, la commenta.
Lui è uno spirito poliedrico, dire solo che scrive libri è estremamente riduttivo, già a 16 anni compone il primo jingle pubblicitario, suona la chitarra, fa l’attore e diventa il primo sound designer italiano. Il primo che intuisce la rivoluzione digitale acustica, portando il cinema italiano agli stessi livelli già sperimentati all’estero. Mi piace ricordare che nel 1997, inventa il suono del morso del Magnum, avete presente il gelato e il famoso ” croc” ? Ebbene l’ha ideato Casalini, ancora oggi viene usato nelle pubblicità. Ma io non sono qui per parlare della sua biografia, già molto esauriente, in questa pagina, ma di Jean Christophe come persona. Dietro ogni cosa nella vita, c’è una persona unica ed ineguagliabile, come dire ogni volta si rompe lo stampo. Dietro i libri che scrive c’è una persona e allora domandiamoci chi sia!
Casalini ama tutto ciò che fa, tutto ciò che fa, lo fa con grande entusiasmo, dedicando tutto se stesso. Lui sceglie quello che vuole fare e lo fa bene, ieri come sound designer, oggi come scrittore. I suoi libri, in qualche modo, sono” ciò che pensa”, Nel suo ultimo libro Hypnos, Adam il personaggio, anche nel nome, ha un significato spirituale. Adam ” Adamo ” il primo uomo della terra, e anche in Hypnos il primo uomo che prende coscienza e per la salvezza del resto del genere umano, sacrifica se stesso fino alla morte, una morte che lo immortala, più che fosse vivo. Un libro da leggere, una scrittura fluida e percettibile, lo leggi di un fiato, scorrevole come una fonte d’acqua. Studioso appassionato tra un immutabile eterno e misterioso e l’universo mortale e finito.

Alla ricerca dell’anima, appassionato di poesia perchè alcuni l’anima ce l hanno dentro e poi riescono a scriverlo. Un ricercatore del dentro, dell’interiorità. Casalini razionale, sognatore, ambientalista, perfezionista, precisino, una personalità eclettica, dotato di grande sensibilità e umanità. Lui stesso è un ”sound” la sua vita molto articolata, segnata in qualche modo, dalla morte della madre, donna bellissima e di grande talento come pittrice.. Nel 2000 realizza il suo primo libro”CA43” sulla sua splendida madre, che non ha mai voluto esporre le sue opere, quadri bellissimi dove tutto è interpretativo e sentito, una pittura che è poesia.
Poi accade qualcosa nella sua vita, che lo cambia e gli fa un ulteriore salto, che lo porta ad indagare quell’anima di cui diventa fortemente appassionato, e a quel creatore che ci ha generato. Qualche anno fa ebbe un incidente gravissimo, decise di non lavorare più come sound designer, ma dedicarsi e dare priorità a cose che prima aveva sottovaluto.
Allora nasce la sua attività di scrittore a corpo pieno, in lui c’è un pò di” Adam”personaggio tormentato del suo libro, ma dalla grande consapevolezza e determinazione e soprattutto di grande coraggio. Leggetelo Jean Christophe Casalini, sorprendente, scorrevole, la musica comunque non l’abbandona, lui dirige l’orchestra della sua vita, un motivo appassionato in cui si butta. In Casalini sono condensate due vite, forse anche una in più, per quest’uomo che dorme poco e coltiva senza tempo le sue passioni, mettendo tutto se stesso.
L’intervista è limitativa, la sua vita è un concentrato di vite, di esperienze che fanno di lui una persona tutta da scoprire. Casalini potrei definirlo una sinfonia, dove tutti gli strumenti suonano, e fanno di lui un artista a tutto tondo.
Veramente un piacere conoscerlo.

Jean Crhistophe Casalini

L’Intervista:

  • Sei nato in una casa di artisti, tua madre pittrice, tuo padre regista, tu stesso sei stato precoce, dal mondo della recitazione, nel mondo del sound designer. Hai dimostrato molto talento in questa cosa che poi hai lasciato, mi domando il perché!

Ho sempre lasciato ogni esperienza artistica quando ho ritenuto di aver raggiunto il potenziale della mia offerta, o della domanda del mercato. Erano tutte esperienze partite per hobby che poi ho coltivato e assecondato seguendo l’interesse e le richieste dei clienti. Quando notavo che la mia propositività veniva messa in secondo piano per soddisfare solo gli aspetti tecnici o, peggio, economici, ho sentito spegnere ogni volta la mia passione. Questa trappola, in cui cadono molti, non è facile da superare perché devi rimetterti in gioco ogni volta, rinunciando alla zona di confort di una posizione di mercato consolidata e guadagni certi, che non sono mai facili quando si parla di lavoro come artista.

Ricominciare da capo, significa lottare per emergere sopra il rumore bianco dei desideri di tutti di poter lavorare avendo il piacere di soddisfare una propria creatività. Il mercato pubblicitario mi piaceva perché spietato da questo punto di vista. Escludeva il qualunquismo e cercava talenti capaci di accompagnare con freschezza le idee creative. Era sempre un gioco di squadra multimediale tra creativi, regista, produttori, troupe, post produzione dove ognuno dava sempre il massimo di sé, sperimentando tecniche sempre nuove. Era l’apoteosi della perfezione raggiungibile da parte di ogni professionista coinvolto con la tecnologia disponibile in quel momento

È stato così fintanto che il marketing e gli uffici acquisti non hanno prevalso sull’arte, sbilanciando di fatto un equilibrio creativo. Le logiche dei numeri (prezzi, sconti) hanno soffocato ogni mia motivazione, poiché per chi lavorava come me oltre 12 ore al giorno sempre in urgenza per le messe in onda, riteneva che la mancanza di libertà dovesse essere adeguatamente ricompensata. Ho pertanto seguito il mio bisogno di liberarmi per non restare imprigionato nel degrado creativo e del mio tempo non più apprezzato, seguendo le indicazioni degli eventi che si susseguivano offrendomi ogni volta una via di fuga e che ho saputo interpretare anche soffrendo.

  • Quale è stato l’episodio che ha segnato profondamente la tua vita e segnato un cambiamento?

Sarebbero tanti e tutti legati ad ogni mio cambiamento

È stato come se gli episodi mi suggerivano una porta che si apriva oppure una porta che stava per richiudersi. Ho però notato come questi eventi avessero sempre maggiore impatto. È un po’ come se ogni episodio fosse sempre stato commisurato alla forza necessaria per scuotermi, e quindi sempre maggiore ad ogni mio momento della vita sempre più piena. Non per ultimo l’incidente in moto quattro anni fa; sono stato tamponato e vivo – a detta di tutti – per miracolo. È stato un evento drammatico che mi ha segnato decisamente fino a coinvolgere e stravolgere i miei affetti, il mio impegno professionale, le mie passioni, i miei ritmi. L’impatto in questo caso mi ha fermato il tempo necessario per comprendere il senso della sofferenza come necessaria per un cambiamento radicale e di buttarmi pienamente nella scrittura che chiedeva con sempre maggiore forza la sua attenzione.

  • Ogni scrittore sceglie il proprio genere di scrittura e tu certamente non sei uno scrittore mieloso, quando c’è di te nei tuoi libri?

Ho sempre agito controcorrente perché seguo l’ispirazione che mi giunge senza badare se sia quello che richiede il mercato. Mi ritengo uno scrittore surrealista. Mi divertono le esasperazioni per rivelare la parte oscura in ognuno di noi o nei livelli strutturati della nostra società attuale. Questa mia qualità mi permette di cimentarmi anche in generi diversi, dal noir alla fantascienza, intesi come sottogeneri del surrealismo. Non è detto che in futuro io non proponga qualcosa di mieloso se utile a comunicare qualcosa! Ora che me lo hai suggerito… C’è molto da rivelare al lettore perché possa essere sollecitato a sua volta nello scoprire che la vita non va vissuta in una continua zona di confort; non c’è sviluppo se si asseconda sempre e soltanto il proprio desiderio di ricevere ciò che è comodo percepire. Ecco perché i libri che scrivo, così come i miei racconti che ho sempre scritto, sin da ragazzo a oggi, e che sto raccogliendo per la mia prossima uscita, scuotono le fondamenta della realtà illusoria in cui viviamo.

  • Cosa pensi di te?

Uh!? Interessante. Cosa penso di me? Nella terza domanda mi chiedevi quanto c’è di me nei miei libri. Ebbene sì! C’è tutta la mia esperienza dei continui cambiamenti che mi hanno portato a essere la persona che sono stato, che sono e che sarò. Sono il continuo risultato delle mie stesse provocazioni, dei miei errori e dei continui discernimenti sul divenire perché io possa procedere in contatto con la parte più profonda del mio ‘io’, inteso come il potenziale della mia frazione di anima dell’unità persa, dispersa nel Grande Mare dove tutti nuotiamo. Per questo sento di avere grande senso di responsabilità verso la collettività. Se guardo invece alla mia persona nella sua individualità terrena, mi fa sorridere perché ne colgo le sue vulnerabilità e le sue qualità. Mi diverto perché ho sempre qualcosa da correggere dentro di me. Mi sento come il cubo di Rubik con i colori che vanno rimessi in ordine in ogni lato. A volte sento di esserci vicino, ma poi basta una reazione impulsiva per mettere in discussione la centratura. E allora riparte un gran lavoro sul perché, come, quando e dove per evitare che riaccada. È già buona cosa che io me ne accorga e che ci rida ogni volta sopra. Come dire… non mi annoio mai con me stesso!

  • In ogni cosa che fai metti il tuo massimo, per fare così non trascuri nulla?

Beh… Qualcosa va sacrificato. A volte è il tempo necessario, a volte gli affetti. Tendo a organizzarmi per priorità cercando di accontentare tutti, me compreso. Non sempre ci riesco, ma chi mi capisce sa perdonarmi. Sono i miei parenti stretti, gli amici, gli affetti. Chi sa del mio costante impegno, comprende la mia generosità. Quello che perdo nel tempo, ho scoperto essere le relazioni pretenziose che rubano energia e attenzione agli altri, ritenendosi più importanti.

  • ritornando sui tuoi libri, scrivi storie particolari, distopiche, penso anche proiettate in un futuro non molto lontano. Secondo te siamo già in questo futuro dove l’uomo è inebetito , globalizzato, spersonalizzato?

HYPNOS è un romanzo distopico. È una metafora del nostro presente dove i socials attuali vengono sostituiti da un’unica applicazione onirica chiamata appunto HYPNOS, dentro cui gli utenti condividono i propri sogni. È il controllo delle menti di chi ha interesse a uniformare il consumatore per diventare consenziente e accomodante. Cosa c’è di diverso dalla nostra realtà attuale? Nulla! Viviamo già nella finzione perché siamo tutti condizionati dal nostro bisogno di condividere le nostre illusioni o apparenze di una vita migliore di quella che viviamo.

È la trappola del nostro software mentale che ci spinge a cercare il piacere e a fuggire dal dolore, riducendo il nostro libero arbitrio a metà delle possibilità e quindi a cogliere la realtà non nella sua totalità. Ecco perché la nostra esperienza di vita terrena è illusoria quando non comprendiamo come avvengono le scelte! Il romanzo esaspera la situazione attuale dove la bramosia del piacere agisce sempre e soltanto nel proprio interesse. Per i grandi gruppi economici, e quindi dei soci azionari, il piacere deriva dal profitto e, quindi, dai dividendi che permesso tacitamente perché in tanti investono sui titoli, piccoli e grandi risparmiatori. Siamo complici del nostro sfacelo. I socials, oggi, limitano le informazioni attraverso l’oscuramento di post anti conformisti per indirizzare il nostro pensiero in una unica opinione di massa assecondante e soprattutto non critica.

Attenzione, il pensiero unico di un ordine nuovo globale non significa intento comune. C’è una grande differenza! L’intento può essere benevolo anche se i pensieri sono diversi, mentre il pensiero unico limita ogni intenzione nel ristretto raggio di azione, dove i poteri economici hanno interesse a indirizzare il consumatore. È la logica del gregge di pecore e capre rinchiuse nei recinti del mercato, dove la ‘mano invisibile’ suggerita da Adam Smith di un controllore automatico (o divino per chi crede) dei prezzi e della qualità dell’offerta è diventata l’estensione del lungo braccio della speculazione finanziaria, non di certo altruistica. Quale è il rischio descritto in HYPNOS? La tecnologia odierna è già in grado di riconoscere le aree del cervello attivate in base a una parola o una immaginazione attraverso il flusso di sangue rilevato dalla risonanza magnetica. Gli esperimenti hanno dimostrato che anche alcuni pazienti in coma vivono le stesse sollecitazioni di esseri attivi. Inoltre si è riusciti a immettere segnali visivi, al momento ancora alonati, a chi ha limitazioni visive.

Siamo agli inizi della nuova rivoluzione connettiva biofisica esterna-interna che passerà dagli stimoli alle sollecitazioni del cervello, una volta compreso pienamente come avviene a livello infinitesimale il flusso visivo e acustico (i due sensi principali). Non ci vorrà molto perché si possano cogliere le prime immagini dei sogni. In HYPNOS descrivo il grande flusso di denaro riversato nella prossima frontiera comunicativa perché asseconderà il desiderio di poter cogliere ogni scelta, addirittura nel subconscio, quando ancora deve diventare conscio, anticipando il volere del consumatore e, da lì, potendo condizionarne il desiderio con il giusto innesto di immagini subliminali.

  • Quale è la parte oscura di te e che ti fa paura?

La mia parte oscura è l’ego che ognuno di noi ha dentro di sé. Riconoscerlo è fondamentale per liberarsi dai condizionamenti delle nostre pulsioni o attitudine distruttive che non ci consentono una disponibilità amorevole verso l’altro e una corretta interazione con la natura benevola e circolare. È un processo molto difficile poiché quando cerchiamo la nostra parte oscura lo facciamo, appunto, con la nostra ragione controllata dal nostro ego; esso non ammetterà mai i propri difetti ma solo quelli degli altri. Si confonde con il tuo ‘io’ soggiogato dal suo potere.

Scoprire che l’ira, l’avarizia, la superbia (presunzione, arroganza), invidia (gelosia), l’accidia, la lussuria e la gola sono i suoi piaceri che alimentano la sua forza, comprendi il disastro di ogni esistenza terrena piombata nell’oscurità sotto la sua manipolazione. Non ne ho più avuto paura dopo averlo riconosciuto dentro di me, ho lavorato molto sulla sua attitudine e oggi so domarlo abbastanza bene. Non abbasso mai la guardia e mi pongo sempre nel dubbio poiché il mio ego esterna ancora qualche stupida reazione, ricordandomi che non ho raggiunto la perfezione. In questi casi, cerco di comprendere quale sia stato lo stimolo a scatenare la sua reazione per evitare che possa accadere di nuovo. Oggi mi è pure simpatico e ci rido sopra.

  • Stai bruciando tantissime tappe, sempre con il tuo incredibile entusiasmo e vivacità, sei una fonte inesauribile che zampilla dovunque, il tuo fine? I tuoi desideri, i tuoi sogni veri

Il mio fine? Ne ho fatto la mia missione verso gli altri e questo mi da grande motivazione. Scrivo per comunicare ciò che mi giunge per ispirazione. Lo faccio con le mie qualità narrative con il fare di un canale ricevente e trasmittente allo stesso tempo. Non mi considero un sognatore. Sono più un visionario, se devo trovare un termine che mi si addice: sono più che certo che l’umanità arriverà alla perfezione. Utopia e anarchia, oggi guardate con sospetto, verranno raggiunte ad un livello umano evolutivo altissimo nei prossimi secoli.

Abbiamo due vie per riuscirci: attraverso la consapevolezza dell’amore e la responsabilità verso l’altro ed evitare ogni disastro, oppure subire il continuo dramma delle proprie illusioni, dei propri insuccessi con i conseguenti contraccolpi fino ad obbligarci al conseguimento, ma con continua sofferenza. Io agisco nell’ambito della prima soluzione perché eternamente più piacevole…

Jean Crhistophe Casalini. La Felicità
  • Vorrei conoscere il tuo concetto di felicità.

Siamo talmente immersi in noi stessi, che limitiamo il concetto solo nelle cose terrene. Ero così anche io, intrappolato nel mio desiderio del piacere, convinto che fosse la chiave della felicità, poiché entrambi il ‘piacere’ e la ‘felicità’ sono appaganti. Ma hanno una terribile e temibile differenza. Mentre la felicità è un’onda lunga di gioia, il piacere ha un decadimento molto veloce, una volta soddisfatto. Si finisce per cercarlo di nuovo credendo che la somma dei picchi emotivi del piacere ripetuto possa emulare la felicità, ma ogni volta si rimane con la delusione nel sentire la mancanza riaffiorare nuovamente.

Sono per esempio: la trappola dell’alcol, delle droghe, del sesso, del lavoro eccessivo, del guadagno! Sono tutte assuefazioni che portano alla distruzione di sé stessi e del tuo mondo attorno. Il mio concetto? È quello che molti insegnamenti spirituali suggeriscono: la felicità è nella connessione con gli altri, quando ti prodighi per esaltare le qualità degli altri. È un livello di elevazione dove non esiste la competizione, questa così osannata nelle economie legate al denaro. In termini economici potremmo parlare di circolarità, di eguaglianza di forma e rispetto con la natura che ha cicli circolari, dove ogni elemento si contribuisce per sostenere l’altro in un reciproco equilibrio. La felicità si percepisce nella collaborazione, nella mutua responsabilità fino all’intento comune benevolo per arrivare all’unità dove il grado di felicità più elevato sfocia alla gioia eterna.

Sublime concetto di felicità, in cui io aggiungerei, io inguaribile romantica la frase di Hermann Hesse” Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto dell’anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita: Felice è dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è il desiderio divenuto saggezza; l’amore non vuole possedere, vuole soltanto amare”

www.jccasalini.com

https://vimeo.com/jeanchristophecasalini

Prima parte:

Jean- Christophe Casalini: Il sound dello scrittore. https://alessandria.today/2022/09/21/jean-christophe-casalini-il-sound-dello-scrittore/

Articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Benvenuto autunno

Il 23 settembre, alle tre di notte, l’estate cederà il posto all’autunno, stagione che ci terrà compagnia per i mesi di ottobre, novembre e dicembre, quando meno fino al solstizio d’inverno atteso per il 21 dicembre. Se tradizionalmente l’equinozio d’autunno – il momento del passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale – cade il 21 settembre, quest’anno la fatidica data si sposta più in là: sarà il 23 settembre alle 3.03 ora italiana, per una serie di concause astronomiche e anche perché l’anno solare non coincide perfettamente con quello del calendario. Mentre la Terra percorre la sua orbita intorno al Sole, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre il nostro Pianeta si rivolge al Sole in modi diversi nel corso dell’anno, determinando il passaggio da una stagione all’altra. Il termine equinozio, in particolare, viene dal latino e significa “notte uguale”: questo perché, durante gli equinozi, la durata del giorno e della notte è la stessa (12 ore ciascuno) in tutto il mondo, visto che i raggi solari incidono perpendicolarmente all’asse terrestre. È quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore. Accade due volte l’anno, a sei mesi di distanza, a marzo e settembre del calendario civile. Di solito si fa coincidere l’inizio dell’autunno con il 21 settembre, ma l’equinozio d’autunno, per una serie di concause astronomiche, è previsto per il 23 settembre. Si tratta innanzitutto di una questione di giorni: anche se il nostro anno è composto da 365 giorni, la Terra ci mette 365,256 giorni a compiere un’orbita intorno al sole (365 giorni e 6 ore circa). Questo ritardo viene compensato dall’anno bisestile, che cade ogni quattro anni e che, aggiungendo un giorno al calendario, fa recuperare le 24 ore perse in precedenza. Ma l’equinozio d’autunno c’è tutti gli anni e, su di lui, questo ritardo “pesa”, provocando una variazione dei giorni (nel 2021, ad esempio, è caduto il 22 settembre). Nel corso del mese di settembre le ore di luce diminuiranno quindi progressivamente, fino a dicembre, in concomitanza con il solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno, previsto nel 2022 per il 21 dicembre. L’Equinozio è dunque davvero un momento particolare della natura che consente la vita sul nostro Pianeta.
Le foglie degli alberi cominciano a ingiallire, la natura si prepara ad andare a riposo, le giornate si accorciano e i progetti personali fervono. Nella tradizione druidica l’Equinozio d’Autunno viene chiamato Alban Elfed (Autunno, o «Elued», Luce dell’Acqua).
Esso rappresenta la seconda festività del raccolto, segnando per parte sua la fine della mietitura, così come Lughnasad ne aveva segnato l’inizio.Nella memoria di queste antiche popolazioni l’Equinozio autunnale veniva festeggiato col nome di Mabon: il giovane dio della vegetazione e dei raccolti. E’ il tempo di raccogliere dagli ultimi frutti ben maturi i semi che serviranno l’anno successivo a darci da mangiare.
E’ il tempo di essiccarli all’aria e all’ombra, di conservarli al buio e all’asciutto in sacchetti di carta con scritto il nome, aspettando la primavera per piantarli.
Per queste valenze simboliche in molte culture del passato l’equinozio assumeva valenze esoteriche e venivano celebrati al suo arrivo riti “misterici” di cui ben poco si sa proprio per il loro carattere di segretezza. La coscienza – conoscenza che se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto (Giovanni, 12, 24) estende il concetto di fertilità al ciclo eterno di Vita – Morte – Vita e alla consapevolezza che solo dalla morte può nascere una nuova esistenza, solo dalla decomposizione può risorgere il nuovo, il cambiamento. Per la tradizione cristiana il simbolo dell’equinozio è invece San Michele Arcangelo che separa l’estate dall’autunno, il bene dal male, purificando la natura ed eliminando le scorie negative accumulatesi nel tempo.

NAPOLI

Mattino d’autunno, Federico García Lorca

Che dolcezza infantile
nella mattinata tranquilla!
C’è il sole tra le foglie gialle
e i ragni tendono fra i rami
le loro strade di seta.

*Un’immagine molto serena come le giornate di questa stagione così particolare. Tempi di transizione, di trasformazione dove tutto rallenta per prepararsi al lungo inverno. Tempi in cui è più facile fermarsi in una riflessiva contemplazione della propria interiorità, magari raccogliendo quello che abbiamo seminato lungo il cammino.

Lucia Triolo; la custodia del cuore e quella cosa strana che è la fede

Lucia Triolo

Lucia Triolo legge Gitanjali di Rabindranath Tagore.

Introduzione

Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. 

La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore” (da: “Le più belle frasi e poesie di Rabindranath Tagore” di Fabrizio Caramagna, 14/2/2017 in Aforisticamente, aforismi, frasi e scritture brevi del XX secolo).


Lancio in aria la domanda del bambino, la getto in mezzo a una ridda di questioni nella e della nostra vita che la lacerano, riducendola a brandelli. Impunemente, avanzo solo una suggestione improponibile a noi consumatori del XXI secolo: e se noi, anche noi, tutti noi, fossimo, restassimo esito di un desiderio dentro un cuore? 

Forse quel desiderio che ciascuno di noi è, vive infinitamente nel cuore di un altro: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace. Ripetutamente vuoti questo fragile vaso, e sempre lo riempi di nuova vita” (Gitanjali p. 15: così alla domanda del bambino fa eco e insieme risponde l’inizio del primo dei canti di Gitanjali.                                                

Un piccolo libro?

Gitanjali (Offerta di canti) di Rabindranath Tagore, non è un piccolo libro a dispetto dell’esiguità delle pagine che lo compongono: “Pubblicata nel 1912 con un’introduzione del poeta irlandese William Butler Yeats(…), questa piccola antologia valse a Tagore il premio Nobel per la letteratura nel 1913”[dall’Introduzione italiana di Shantena (Augusto Sabbadini)].

Già la firma dell’Introduzione al testo inglese ci mette sulla strada dell’importanza di Gitanjali. E non si tratta nemmeno di un libro antico in base all’anno in cui fu pubblicato, all’argomento trattato o allo spirito che lo anima. Anche oggi, nell’alba grigia del nuovo millennio, sebbene con un linguaggio per certi aspetti diverso, il rapporto di questo mondo in disfacimento con un’ alterità (qualcuno o qualcosa) situata in un altrove, è avvertito con una sua bruciante attualità. Si tratta però di una attualità ferita, qualcosa come una piaga in cancrena per l’assenza di una medicamentosa risposta; è rimasta la domanda, se ne è perso l’ orizzonte. “Dove mi hai raccolto?” Il luogo dell’origine è altrove, ma si cerca un “altrove generante”, come un utero materno che ci trattenga quanto occorre dentro di sé. 

E, tuttavia, deve restare il luogo di un dislivello, di una differenza di piani incommensurabile, di un sopra (il generante) e un sotto (il generato). Qui torna a delinearsi la trascendenza. E poiché il pensiero laico dei nostri giorni (che ancora, per fortuna -e non so per quanto-, resta il nostro orizzonte), non può però accettare come generante un altrove situato in un dislivello ontologico, ecco che si ritrova, suo malgrado, insieme protagonista e vittima di un voltafaccia di cui è esso stesso autore: l’alterità generante in cui si incastra come in un chiodo la domanda sull’origine deve cercarsi e trovarsi in una sfera che resta comunque a disposizione dell’ indagine (scientifica, filosofica, socio-politica etc.) umana.

Ma dato che i canoni della ricerca vogliono che non si vada mai in pareggio e che rimanga sempre almeno una domanda senza risposta, in quel voltafaccia l’indagine sull’origine continuerà sempre ad insistere rimanendo inevasa.

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Cos’è la fede? Cosa significa credere, cosa comporta? In chi, perché, come, quando si crede? Queste alcune delle domande umane intorno all’altrove generante (“da dove sono venuto”) di cui prima dicevo.

Val la pena di notare che:

pesa con immutata forza, nel pensiero secolarizzato dell’occidente cristiano, il desiderio trattenuto che sta dentro questa sventagliata di interrogativi irrisolti; bisogna cercare di sapere e poi anche di capire trovando termini accettabili al nostro apparato mentale e emotivo: (“da dove sono venuto”);

quel che appare ostico, difficile da tollerare, è quel che ha costituito per millenni la fede in, e l’attrattiva per, una religione in cui il trascendente si fa immanente (la trascendenza immanente del cristianesimo, ad es.).

Nulla di tutto ciò in Gitanjali. A costituirne ancora l’attualità è proprio il fatto che in quella cosa strana che è la fede Tagore ci si trova dentro senza esservi mai entrato, così come ci si trova nell’aria o nel tempo. Non c’è un prima, non c’è un dopo per il suo credo: nella fede a la Tagore ci si muove come, appunto, ci si muove dentro l’aria. 

Questo perché il suo Dio non viene al mondo, non viene ad aggiungersi a noi nel nostro mondo: vi è già da sempre, insieme e non indipendentemente da noi. Ad andare a gambe levate è subito il rapporto classico tra trascendenza e immanenza: “eri un desiderio dentro al cuore”, gli abbiamo visto mettere in bocca alla madre. Nulla di mentale però che accompagni questo modo di stare-nell’ altro. E non perché non ne sia possibile una articolazione formale, ma perché è nell’esuberanza del cuore che se ne trova il senso e il gusto.

Sì, il senso e il gusto dell’unione: Dio è il compagno di giochi fin dalla nascita, un lui quasi nato con te, quasi nemmeno in Dio vi fosse un prima di te: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace” (p. 15), quasi la misura di Dio fosse e giacesse nella persona che ha nome Tagore.

“Quando giocavo con te non mi sono mai chiesto chi

 tu fossi. Ignoravo la timidezza e la paura e la mia vita

era esuberante.

All’alba come un compagno di giochi venivi a svegliarmi

e correvamo insieme di radura in radura” (p. 58).

Ma Dio è anche l’amato/amante in cui il vincolo di intimità produce reciprocità di aspettative e di comportamenti: Tagore sguazza in Dio come Dio sguazza in Tagore:

“Scendesti dal tuo trono e ti fermasti alla porta della mia

casetta.

Io cantavo in un angolo tutto solo, e la melodia colpì

il tuo orecchio. Scendesti e ti fermasti alla porta della

mia casetta” (p.35).

“…O signore di tutti i cieli, dove sarebbe il tuo

amore se io non ci fossi?

… Nel mio cuore è il gioco infinito della tua delizia. Nella mia

vita la tua volontà continua a prendere forma.

Per questo tu, che sei il Re dei re, ti sei ornato di

bellezza per catturare il mio cuore.

E per questo il tuo amore

si perde nell’amore del tuo amante,

dove tu ti manifesti nella perfetta unione dei due” (p. 40).

C’è un testo rivelatore, uno dei più concettualmente densi, nel quale Gitanjali celebra l’amore del suo amico per lui: l’amore vive anzitutto la spoliazione del sé e la rinuncia al proprio io. Lo riporto nei suoi tratti salienti:

“Che io debba tenere in gran conto il mio io e

volgermi da ogni parte, gettando ombre colorate sulla tua

radiosità – questo è il tuo maya.

Innalzi una barriera nel tuo proprio essere e poi

chiami a te il tuo sé diviso con una miriade di note:

questa separazione da te stesso si è incarnata in me.

In me vive la sconfitta del tuo io.

Il grande spettacolo di te e di me ha ricoperto

il cielo. Tutta l’aria vibra della nostra melodia e le ere

trascorrono nel nostro nasconderci e cercarci” (p.47).

“In me vive la sconfitta del tuo io.” 

Che più, quando l’io di cui si parla è quello di un Dio?

Qui, il rapporto d’amore, che ha molto di “a portata di mano”, di terreno, fatto di attese, nascondimenti e incontri, incontra bruscamente il proprio svettare intimo. Qualunque sia la natura di chi ama (sia quella di un dio o di un uomo), l’amore implica l’abbandono del proprio io, meglio la sua rottura. In questo quadro, non meraviglia che Tagore a tratti, non disdegni nemmeno di incarnare la figura femminile come quando ripropone, a modo suo, il ricordo della Samaritana. Ed è uno di quei testi in cui il riferimento è esplicitamente al Gesù di Nazareth ( cfr. p. 39).

Ciò non significa però un estraniarsi dal mondo, un vivere degli amanti in modo egocentrico l’esclusiva l’uno dell’altro. Tutt’altro, il compagno di giochi di Tagore non ama il mondo-astrazione, ama piuttosto, e molto, lo stare in mezzo agli uomini: tra i più poveri ed umili di essi; quelli che maggiormente hanno la concretezza della difficoltà del viaggio. È solo lì che lo si trova:

“Qui è il tuo sgabello e qui poggiano i tuoi piedi, dove

vivono i più poveri, gli infimi e i perduti.

Quando cerco di prostrarmi davanti a te, non riesco a scendere alla profondità dove i tuoi piedi riposano fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

L’ orgoglio non riuscirà mai ad avvicinarsi al luogo

dove cammini nei panni degli umili fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

Il mio cuore non sa trovare la via per raggiungere il

luogo dove ti accompagni ai negletti fra i più poveri,

gli infimi e i perduti.” (p. 19).

Come si vede, si tratta di un modo inedito e personalissimo di ricreare il senso della distanza tra l’ “essere nel mondo” e il “non essere del mondo”. 

Il mondo, nell’ottica di Gitanjali,  resta il luogo in cui noi siamo e non vi siamo estranei. Piuttosto, questo s^, vi siamo di passaggio. Ma il passaggio è il senso del nostro stesso modo di restare al mondo:

“ …nella morte lo stesso sconosciuto mi apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa vita,

so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro, per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro” (p. 58).

La morte non si gioca che nel cambiare il seno di allattamento.

Il problema al riguardo non è quello di prendere le distanze da ciò che ci circonda ma, piuttosto, lo si è visto, quello di prendere le distanze da noi stessi. Il viaggio che l’avventura terrena sempre implica è un viaggio per guardare con occhi che non sono i nostri, ma quelli dell’amico/amante, ciò che ci circondaE gli occhi dell’amico/amante ci sottraggono alle lusinghe da cui altrimenti potremmo essere attratti. La nostra resistenza a questo distacco ci allontana da lui. Gitanjali in proposito è drastico ed eloquente  

“Nel piacere e nel dolore non sono vicino agli

 uomini e perciò vicino a te. Mi ritraggo dal sacrificio

della mia vita e così evito di tuffarmi nelle grandi acque

della vita” (p.50)

Tanto più arriviamo direttamente a centrare il bersaglio amato quanto più riusciamo a fare a meno di tutte le liturgie: “Non lasciare che io costringa il mio spirito vacillante /a poveri preparativi per il tuo culto” ( p. 25).

La strada che così si imbocca ha un nome bello e sensuale; si chiama custodia del cuore. Il suo significato è immediatamente evidente.

“Non più parole rumorose, non più schiamazzi: così

vuole il mio Signore. D’ ora innanzi commercio solo in sussurri.

Il discorso del mio cuore si manifesterà nel mormorio

di una canzone.

Gli uomini si affrettano al mercato del re: tutti i

venditori e i compratori sono presenti. Solo io mi prendo

la mia intera tempestiva vacanza nel mezzo della giornata,

nel pieno dell’attività” (p. 55).

L’immagine del mercato è frequente ed eloquente in Gitanjali; è la metafora del luogo in cui deve avvenire l’incontro con l’amante: dentro la sua confusione, dentro la sua capacità di distrazione bisogna trovare lo spazio per l’amore: “No, non chiuderò mai le porte dei miei sensi. Le gioie della vista, dell’udito e del tatto saranno la tua gioia” (p. 48). 

Come dire che a Dio ci si arriva così come siamo e abitando i luoghi in cui abitiamo. Ma, dentro questi luoghi, il cammino da percorrere è insieme invisibile e infinito: “Il viaggio più lontano è quello che ti avvicina a sé stesso” (p.20) e il mezzo per giungervi, assai poco consono certo alla ingordigia esperienziale dei nostri giorni, è quello spogliamento dagli sguardi inutili e dagli orizzonti superflui in cui consiste la custodia del cuore

E, del resto, la riproposizione dell’ev-angelo, della buona notizia del re che si innamora della pastorella e per farla sua, la innalza al suo livello, è il messaggio precipuo della religiosità che è espressa magistralmente da Tagore nei canti di Gitanjali.

CANTI di GITANJALI

                             8

“Il fanciullo ornato di abiti principeschi e di collane

preziose perde ogni piacere nel gioco: l’abito lo ostacola

a  ogni passo.

Per timore di strappare o di impolverare il vestito,

si tiene lontano dal mondo e ha paura anche solo di

muoversi.

Madre, la tua prigione di gioielli non è un beneficio,

se ci separa dalla sana polvere della terra, se ci

priva del diritto di entrare nella grande fiera della

comune vita umana” (p. 18).

                            11

“Lascia perdere queste cantilene questi rosari!

Chi veneri in questo solitario angolo scuro di un tempio le

cui porte sono tutte chiuse? Apri gli occhi e guarda: il

tuo Dio non è davanti a te!

È dove il contadino zappa la dura terra e dove lo

spaccapietre lavora sulla strada. E’ con loro sotto il

sole sotto la pioggia e il suo abito è coperto di polvere.

Togliti il sacro manto e con lui e come lui scendi sulla terra

polverosa!

Liberazione? Dove pensi di trovare questa liberazione?

Il nostro signore stesso si è già gioiosamente

addossato i vincoli della creazione e si è legato a noi

per sempre.

Esci dalle tue meditazioni e lascia perdere i fiori e

l’incenso! Che male c’è se i tuoi abiti si strappano e si

macchiano? Vai incontro a lui e restagli accanto nella

fatica e nel sudore della fronte” (p.19).

                            95

“Non ero cosciente nel momento in cui varcai la soglia

di questa vita.

Quale potere mi fece aprire in questo vasto

mistero come una gemma si schiude nella foresta a

mezzanotte?

Quando il mattino guardai la luce sentii in un

attimo che non era uno straniero in questo mondo, che

l’imperscrutabile senza nome né forma mi aveva accolto

fra le braccia nelle sembianze di mia madre.

Così pure nella morte lo stesso sconosciuto mi

apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa

vita, so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro”(p. 57-58).