Opere d’arte dal Festival PIAF 2022 al Centro di Esposizione di Ilioupoli

Konstantina Farmaki artista

Panorama Festival Internazionale delle Arti presso il Centro Esposizioni di Ilioupoli


Artisti illustri e rinomati provenienti dalla Grecia e da Cipro partecipano con le loro creazioni al Panorama International ARTS Festival 2022 (PIAF) attraverso la mostra sul tema “Guerra e Pace”.La speciale manifestazione di arte e cultura si svolgerà dal 12 al 18 settembre 2022 presso il Polo Fieristico del Comune di Ilioupoli presentando opere emblematiche che segnano un intervento nell’era presente attraverso la celebrazione delle arti.
Il programma firmato dalla Writers Capital International Foundation è dedicato alla diffusione dei valori umanitari attraverso l’Arte. La mostra è patrocinata dal Comune di Ilioupoli e dal Gruppo per l’UNESCO TLEE. È co-organizzato con PELT Hellas e Writers International Edition, mentre è supportato da Hellenic Media Group, Thessaloniki Radio Museum, Water Olympiad, Emeis.gr e dal gruppo educativo Academy Centers.
I Festival internazionali di arte e letteratura Panorama sono organizzati in tutto il mondo con l’obiettivo di promuovere i valori umanitari attraverso l’espressione creativa. Mentre il tema del festival artistico del 2021 era “Stop Cruelty to Animals”, nel contesto della devastazione in corso nel mondo, il tema “War & Peace” è stato visto come un tema adatto per il 2022. Centinaia di artisti da tutto il mondo hanno partecipato a questi Festival. Parlando dell’evento, il presidente della Writers Capital International Foundation, Preeth Nambiar, ha elogiato l’unicità delle opere e la dedizione degli artisti greci e ciprioti durante il festival. “I loro contributi monumentali all’umanità rimarranno qui, illuminando per sempre la luce dell’amore e della ragione”, ha affermato in una nota.
Irene Doura-Kavadia, Segretaria Generale dell’Organizzazione, si è congratulata con i partecipanti per il loro riconoscimento mondiale con le loro straordinarie opere d’arte provenienti sia dalla Grecia che da Cipro. Vale la pena ricordare che la Writers Capital Foundation è un’organizzazione letteraria internazionale senza scopo di lucro, apolitica e non religiosa rivolta a scrittori e artisti di tutto il mondo. Centinaia di poeti e scrittori hanno partecipato nel gennaio 2022 al Panorama International Literature Festival (PILF) vincitore del record mondiale con il tema “The Heavenly Void” che aveva lo scopo di promuovere il valore della fratellanza globale. La quarta stagione del Panorama International Literature Festival sarà annunciata presto in ottobre.
Il programma della Mostra che si tiene all’interno del PANORAMA ARTS 2022 Festival Internazionale della Fondazione Writers Capital International dal titolo “Guerra & Pace” è il seguente: 6.30 Arrivo del pubblico 7.30 Benvenuto dell’organizzatore a nome della Fondazione Writers Capital International, Segretaria Generale Irene Doura-Kavadia 7.45 Piantiamo l’albero della pace nel mondo – di Voulas Memos (direttore, poeta, membro del consiglio dell’Unione panellenica degli scrittori) 8.00 Discorso di apertura – Presentazione della mostra su “Il riassetto sociale si riflette nella creazione visiva”. Relatore: Leontios Petmezas – Storico dell’arte e partecipante alla mostra.
Mercoledì 14 settembre. Inaugurazione della Mostra 7.00 Benvenuto ai funzionari dell’organizzatore per conto dell’Organizzazione Internazionale Writers Capital International Foundation, Segretaria Generale Irene Dura-Kavvadia 7.15 Discorsi dei Funzionari. Saluto – Nina Diakovasili Presidente del Gruppo per l’UNESCO TLEE George Lenins Presidente di PELT Grecia 8.00 Premi di artisti greci e ciprioti di fama mondiale al PANORAMA International Arts Festival degli anni 2021 e 2022.
Giovedì 15 settembre 7.30 Lezione su Eugene Delacroix e “La Grecia sulle rovine di Messolonghi” – Riferimento al pittore romantico francese con un’analisi critica della sua opera. Presentatore: Konstantina Farmaki – Storica e critica d’arte ASKT, Inviata culturale dell’Austria per il Gruppo TLE dell’UNESCO, Capo coordinatore del Festival Internazionale delle Arti PANORAMA Austria della Fondazione Writers Capital, Mitglied Kulturvernetzung Niederösterreich Venerdì 16 settembre 7.30 Lezione dal titolo “La storia e l’arte del mosaico Relatore: Eleni Kaneli – Conservatrice di opere d’arte e antichità – Pittrice di mosaici.
Sabato 17 settembre 18:30 Discorso sulla pace Relatore: Vivi Fyseki – Filologa (scuole Yiannopoulos) Premi di artisti greci e ciprioti di fama mondiale al Festival Internazionale delle Arti PANORAMA 2021 e 2022 Recita poetiche – Inno alla pace nel mondo Ospite ufficiale: Maria S. Anthi – Giornalista, Autore
Domenica 18 settembre 18.30 Cerimonia di chiusura della mostra Vima agli artisti partecipanti Ringraziamenti del Board Member della Writers Capital Foundation Greece Smaragdi Mitropoulou – Filologo, Autore, Poeta.
Nota: il programma potrebbe essere ulteriormente intervallato da presentazioni di note chiave, nel qual caso verrà ridistribuito nella sua forma finale.

Libri: Sogni del fiume, di Chandra Livia Candiani

Sogni del fiume

Autore:Chandra Livia Candiani
Prezzo:€ 14,00
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Paga con Klarna in 3 rate senza interessi per ordini superiori a 39 €.
Illustratore:Rossana Bossù
Editore:Einaudi
Collana:Super ET. Opera viva
Codice EAN:9788806253837
Anno edizione:2022
Anno pubblicazione:2022
Dati:128 p., ill., brossura

Disponibile anche in eBook a € 8,99

Note legali

Da piccola Chandra Candiani faceva un gioco: vedere quante piú cose insignificanti ci fossero in una stanza, sul tram, in una via e accoglierle tutte in uno sguardo, sorridendogli. Si trattava di oggetti, animali, bambini senza niente di speciale, considerati dagli altri insignificanti. Cosí Candiani, divenuta grande, ha deciso di invitarli nelle sue fiabe e li ha lasciati parlare. Soprattutto ha dato una storia a chi di solito una storia non ce l’ha. Una bambina talmente innamorata di un fiume da desiderare soltanto di corrergli accanto fino al mare. Un usignolo malinconico che nessuno vuole, perché nessuno vuole conoscere la tristezza del cuore. Una rosa che non credeva piú nel vento, ma che proprio grazie al vento riesce a risorgere. Una musica felice scesa sulla terra per un bambino troppo strano. Una pattumiera che racconta ai suoi ospiti, nòccioli di frutta, cartacce, lische di pesce, quanto la loro vita sia stata importante. È la solitudine il filo rosso che lega insieme queste quindici storie, eppure in ciascun personaggio echeggia fortissimo il desiderio vivido di essere parte del tutto, di costruire un legame seppure sottile con gli altri, di gridare in silenzio la fame d’amore che li attraversa. Un amore semplice, intrecciato ai piccoli dettagli, alla minimalità dell’esistenza, ai suoni che popolano le campagne, le città; un amore per una vita minima che chiede timidamente di essere vista, ascoltata, osservata nella sua linfa intima.

https://www.libraccio.it/libro/9788806253837/chandra-livia-candiani/sogni-del-fiume.html?gclid=Cj0KCQjwpeaYBhDXARIsAEzItbEwObeUE-bEhJPCh633ZtxAHqnpigeEvGdEefPeyD8GK4J1zkTAnFYaAlEYEALw_wcB

Libri: I GIOCHI SONO FINITI, di Elena Andreotti

Dall’incipit de

I GIOCHI SONO FINITI

di Elena Andreotti

Genere: Legal Thriller

Quando faceva la conoscenza di qualcuno,

la cosa che gli pesava di più erano le

presentazioni. Non appena pronunciava la

formula di rito: «Piacere, Marco Tullio», questa era seguita da un sorrisetto o da una risata, a

seconda del contesto o dell’interlocutore, che

quasi sempre esclamava: «Ah! Marco Tullio

Cicerone! Ora capisco la scelta della sua

professione». A quel punto, lui era costretto a

spiegare che il nome, per vezzo del padre,

famoso penalista di Roma, ora in pensione, era dovuto al fatto che il genitore amava in modo incondizionato la figura di Cicerone.

Che Marco fosse diventato avvocato a sua

volta, nasceva dall’avere la strada spianata e la comodità di lavorare nello studio ben avviato del padre, ereditato in seguito. Su una cosa era stato irremovibile: avrebbe svolto la professione di civilista. Ciò aveva provocato notevole disappunto nel genitore che disprezzava con altezzosità gli argomenti di cui si occupava: liti di condominio, decreti ingiuntivi, questioni di confini, diatribe sulle eredità e tutto quello che la gente si inventa per litigare.

Ancora più altisonanti risultavano i nomi

apposti sulla targa a fianco al portone dello

stabile dov’era ubicato l’ufficio. Il padre avrebbe voluto scrivere Smithson & Son, ma Marco Tullio aveva insistito per Smithson & Smithson, per una pretesa di parità e uguale dignità.

Quando lo studio rimase a lui, sulla targhetta

comparve scritto M. T. Smithson, con le iniziali del nome di battesimo, tanto per non generare ulteriori risatine in chi si fosse soffermato a

leggerla.

Anche il suo cognome destava sempre

curiosità, ma in questo caso non dava seguito a sorrisini, quanto piuttosto a curiosità genuina: c’è sempre un fondo di esterofilia anglofona in molte persone.

Suo padre, J. J. Smithson (J. J. sta per

Jonathan Jerome) era un americano che aveva studiato a Roma ‒ sempre per quel suo pallino riguardo a Cicerone ‒ e poi era rimasto a vivere nella capitale italiana, avendo sposato una compagna di corso. Sua mamma, Beatrice, l’aveva affiancato nella professione finché lui, Marco, non era nato.

Quando i suoi guadagni glielo avevano

permesso, Marco aveva acquistato l’attico con annessa mansarda nello stesso stabile dove

aveva lo studio, in una traversa di Viale Libia, a Roma, in una zona molto popolosa e

commerciale del quartiere Trieste. Non è un’idea molto intelligente ‒ per un avvocato, in particolare ‒, abitare dov’è anche lo studio, ma lui era un po’ pigro e, tra l’altro, aveva fatto un

ottimo affare, comprando quel bell’appartamento luminoso e panoramico a un anziano generale in pensione che si ritirava in campagna dalla figlia. L’aveva arredato in modo minimale, dando un’impronta esclusivamente maschile, visto che era scapolo e determinato a restarlo.

Libri: ANDAR VIA, di Pasquale Ciboddo

Libri: ANDAR VIA, di Pasquale Ciboddo

Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

Il poeta canta, non sottacendone l’asprezza (La poesia della vita), un mondo fatto di «pascoli sofferti», di «sudore e fatica» da «rispettare» (con il contraltare dei furbi e dei profittatori che ne ridono) e insieme la semplice vita «…/ dei tempi andati, / pieni di vita, di feste, / di gioia di vivere /…» (È pena che tormenta), che corrispondono, sul piano personale e privato, all’infanzia fantasticante, quando, sotto gli occhi trasognati dell’autore fanciullo, i gesti sempre uguali delle donne assumevano contorni favolosi: «…/ mia madre / a luce di ‘acetilena’ / accanto al focolare / la sera dopo cena / sino a tarda notte / rammendava / con macchina da cucito / a manovella / pantaloni e camicie / strappate di mio padre. /…» (Invece era). 

Prendono vita paesaggi dell’anima di una geografia interiore ma anche archeologica (Era l’antenna del tempo), rievocati sul filo della nostalgia (Luoghi e colori) e rivissuti sensorialmente come «gusti e sapori» e «profumi» (Ora è nella memoria) o con descrizioni orientate verso un fresco naturalismo; paesaggi che si situano tra memoria e storia (sulla retrospettiva storica notevole la descrizione della condizione concentrazionaria nei campi di sterminio in Per non dimenticare). Numerosi i lessemi rientranti nel campo onomasiologico di quella civiltà; una parola chiave, ma la definirei parola-testimone, è «stazzi». Della «civiltà agreste» e pastorale il poeta rivendica i valori e insieme l’importanza delle «radici». C’è qualcosa di sacrale in questa «vita dura di caprai» dai «lunghi capelli» che indossano «…/ casacca / di pelle conciata / e larga cintura / di cuoio crudo / attorno ai fianchi /…» (Vita di caprai). E forse non è solo sogno o sterile vagheggiamento, ma ardito disegno: fare dell’arcaico un progetto di rinascita (Tornare ai valori). Se è vero che il duro lavoro dell’allevatore impedisce un’adeguata acculturazione, d’altro canto esiste anche la cultura in senso lato, quella che fa sì che sia più ‘colto’ un contadino, cresciuto a contatto con la natura, di tante ‘teste d’uovo’ d’oggi (Fonti di altro sapere). 

E spesso la natura (una natura romanticamente animata, composta di semplici creature che parlano un loro linguaggio senza «parole»), che pure è «nostra madre», si mostra «ostile», scatenando un vento rabido, personificato in un «discepolo del male», o si rivolta contro l’invadenza dell’uomo, dando luogo a terremoti e sommovimenti tellurici (Allora); a tal proposito si leva alto il monito dell’autore, che ammonisce gli uomini in tono esortativo: la natura va rispettata. Tra gli elementi naturali, anche il mare, «… arbitro / della vita sulla terra /…» (È guardiano), riveste una sua importanza; l’elemento equoreo è infatti presente nella poiesi di Ciboddo. Opposta alla vita naturale è quella che si conduce nelle città; l’opposizione città- campagna corrisponde alla contrapposizione tra naturalità ed artificio.

Molte altre sono le tematiche trattate nell’ambito di una poesia civile mossa dall’indignatio (alla raccolta di Ciboddo non è estraneo l’impegno civile, di cui parla nell’acuta prefazione Maria Rizzi): il dramma dell’emigrazione (Esodo, ma anche E ordine e pace) e ad essa connesso il divario Nord/Sud; il tema ecologico (il disboscamento selvaggio e l’equilibrio idrogeologico, lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento); la povertà e la fame (soprattutto negli anni di guerra); i lavori precari e pericolosi o mal pagati; la droga e i suoi effetti demoniaci; il timore dello sterminio causato da una guerra nucleare; la piaga degli «incendi estivi» (Ma è disumano) e quella della sofisticazione alimentare (Oggi). Non manca qualche componimento di carattere metaletterario: basterà citare il «rammendo», che diventa metafora della scrittura, e la «trama» e «l’ordito», che richiamano l’etimo della parola ‘testo’.

Attraversa tutta la raccolta una delicata vena esistenziale: ed ecco la solitudine, una «prigione di solitudine» (Che c’è di concreto), quasi una sfuggenza; ma c’è anche l’elogio della vita solitaria, propizia agli studi e vista come risorsa e ricchezza per guardarsi dentro e trovare alimento per la scrittura; l’amore, che pure è tra gli interessi del poeta; il pensiero della vecchiaia, che trova il correlativo oggettivo nell’immagine del tramonto («…/ in faccia al sole / che cala in mare /…», Chi potrà negare), e del destino di morte che attende tutti, magari dietro «curve impensate» (È meandro d’impatto), con l’inevitabile corredo di rimpianto per la «primavera di vita» (Sarebbe dolore) e per le gioie della giovinezza.

Di fronte a un presente degradato e corrotto e al pensiero della finitudine, la via di fuga, oltre al ritorno all’infanzia e alla nostalgia della terra (si arriva a un’equazione tra l’io e la terra in Tutto si perde) di cui si è detto, è la religiosità, la fede, anche se Dio appare a volte lontano e indifferente, un Dio che «tace» (Esodo), e sembra trasparire in questi momenti un’ombra di pessimismo cristiano (ma la silloge risente anche di certe conclusioni sconsolate e pessimistiche dei frammenti dei lirici greci come in L’esistenza, o in Meglio non nascere). Comunque l’io si mostra interessato al discorso sulla «trascendenza», i testi sterzano sovente in direzione del religioso, dell’«Oltre», soprattutto nell’explicit, dove si respira l’abbandono a una «fede» salvifica. 

Interessanti dal punto di vista stilistico certe riprese dall’alto, con i «…/ piccoli movimenti / di affamati roditori /…» (Sempre in agguato) visti dall’occhio del rapace, che simbolizza «…/ La morte / sempre in agguato /…» (ivi). La rima baciata pare voler sottolineare i punti di maggior concitazione lirica.

Questo e molto altro si riscontra nei testi di Pasquale Ciboddo (che utilizza tessere montaliane, termini del linguaggio specialistico, detti proverbiali e espressioni bibliche), con l’apodittica sentenziosità, non disgiunta da una capacità osservativa e di trasfigurazione del reale, di chi negli anni ha maturato una “sagesse” da rivelare ai lettori nel quadro di una concezione della poesia concepita non come semplice sfogo, ma con l’ambizione di essere di una qualche utilità agli altri; si può parlare in tal senso di istanza pragmatico-referenziale. Logico dunque che tra le figure di pensiero sia usitato l’epifonema, soprattutto in clausola. Il tono è quello tipico di una poesia sapienziale; e tale si qualifica nel testo intitolato proprio Ed è sapienza, ma vedi anche Nulla si ridesta e altre poesie ancora; e assume anche movenze profetiche e apocalittiche: «…/ La natura / è nostra madre. / Ci aiuta a vivere sereni / lontano da rumori / troppo intensi / che incitano a litigare / gli uni con gli altri / mai contenti di nulla / e invidiosi di chi sta bene. / È così che nascono le guerre / tra tutti i popoli. / È sarà la fine» (E sarà la fine); un ammonimento valido e di stringente attualità anche oggi, per tutti.

Fabio Dainotti

Pasquale Ciboddo, Andar via, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 136, isbn 978-88-31497-75-6, mianoposta@gmail.com.

Libri: Storia del figlio, di Marie-Hélène Lafon

Libri: Storia del figlio, di Marie-Hélène Lafon

Fazi Editore 

Esce oggi nelle librerie «Storia del figlio» di Marie-Hélène Lafon, grande scrittrice francese che arriva per la prima volta nelle librerie italiane con il suo capolavoro, vincitore del prestigioso premio Renaudot, campione di vendite, amato dai lettori e dalla critica. Traduzione di Antonella Conti.

Una storia familiare che in Francia è diventata un caso editoriale da 200.000 copie vendute.

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Questo è solo l’inizio della storia, o meglio è una parte, perché le vicende narrate in «Storia del figlio» coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, spostando di volta in volta la lente su un personaggio e su un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegiale che conosce i primi turbamenti erotici, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. A mettere insieme tutti i pezzi, in questa saga familiare costruita come un mosaico, è la magistrale penna di Marie-Hélène Lafon che, con eleganza, delicatezza e sensibilità, racconta la verità di una famiglia nelle sue pieghe più profonde, quelle che scavano i solchi della vita.

«Ogni famiglia è un caleidoscopio di finzioni, e finché ci saranno bugie e contraddizioni da raccontare, le storie sulla famiglia resteranno. E molte di queste saranno buone storie, generose con i personaggi e con il tempo come “Storia del figlio” di Marie-Hélène Lafon, elegante e illuminata nel far ruotare un romanzo attorno alla ricerca di un padre, per capire dove nasce il sortilegio di una famiglia e dove, con una certa bellezza, poi un giorno l’incantamento si spezza».

Claudia Durastanti

«”Storia del figlio” intreccia, intorno alla nascita di un bambino dal padre sconosciuto, una genealogia scompigliata, appassionante. È il racconto di assenze profonde, di silenzi e ineffabili dolcezze, di impudenze e tragedie insostenibili».

«Le Monde»

«Marie-Hélène Lafon piega il tempo, le famiglie, i legami, le tragedie e le gioie in cerchi narrativi perfetti, scandisce la sua prosa carnale con espressioni deliziose, anima i quadri viventi di ogni epoca, fino a far luce sull’incidente avvolto dal segreto».

«Le Point»

Libri, ANDAR VIA, Pasquale Ciboddo

Pasquale Ciboddo

ANDAR VIA

Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

Il poeta canta, non sottacendone l’asprezza (La poesia della vita), un mondo fatto di «pascoli sofferti», di «sudore e fatica» da «rispettare» (con il contraltare dei furbi e dei profittatori che ne ridono) e insieme la semplice vita «…/ dei tempi andati, / pieni di vita, di feste, / di gioia di vivere /…» (È pena che tormenta), che corrispondono, sul piano personale e privato, all’infanzia fantasticante, quando, sotto gli occhi trasognati dell’autore fanciullo, i gesti sempre uguali delle donne assumevano contorni favolosi: «…/ mia madre / a luce di ‘acetilena’ / accanto al focolare / la sera dopo cena / sino a tarda notte / rammendava / con macchina da cucito / a manovella / pantaloni e camicie / strappate di mio padre. /…» (Invece era). 

Prendono vita paesaggi dell’anima di una geografia interiore ma anche archeologica (Era l’antenna del tempo), rievocati sul filo della nostalgia (Luoghi e colori) e rivissuti sensorialmente come «gusti e sapori» e «profumi» (Ora è nella memoria) o con descrizioni orientate verso un fresco naturalismo; paesaggi che si situano tra memoria e storia (sulla retrospettiva storica notevole la descrizione della condizione concentrazionaria nei campi di sterminio in Per non dimenticare). Numerosi i lessemi rientranti nel campo onomasiologico di quella civiltà; una parola chiave, ma la definirei parola-testimone, è «stazzi». Della «civiltà agreste» e pastorale il poeta rivendica i valori e insieme l’importanza delle «radici». C’è qualcosa di sacrale in questa «vita dura di caprai» dai «lunghi capelli» che indossano «…/ casacca / di pelle conciata / e larga cintura / di cuoio crudo / attorno ai fianchi /…» (Vita di caprai). E forse non è solo sogno o sterile vagheggiamento, ma ardito disegno: fare dell’arcaico un progetto di rinascita (Tornare ai valori). Se è vero che il duro lavoro dell’allevatore impedisce un’adeguata acculturazione, d’altro canto esiste anche la cultura in senso lato, quella che fa sì che sia più ‘colto’ un contadino, cresciuto a contatto con la natura, di tante ‘teste d’uovo’ d’oggi (Fonti di altro sapere). 

E spesso la natura (una natura romanticamente animata, composta di semplici creature che parlano un loro linguaggio senza «parole»), che pure è «nostra madre», si mostra «ostile», scatenando un vento rabido, personificato in un «discepolo del male», o si rivolta contro l’invadenza dell’uomo, dando luogo a terremoti e sommovimenti tellurici (Allora); a tal proposito si leva alto il monito dell’autore, che ammonisce gli uomini in tono esortativo: la natura va rispettata. Tra gli elementi naturali, anche il mare, «… arbitro / della vita sulla terra /…» (È guardiano), riveste una sua importanza; l’elemento equoreo è infatti presente nella poiesi di Ciboddo. Opposta alla vita naturale è quella che si conduce nelle città; l’opposizione città- campagna corrisponde alla contrapposizione tra naturalità ed artificio.

Molte altre sono le tematiche trattate nell’ambito di una poesia civile mossa dall’indignatio (alla raccolta di Ciboddo non è estraneo l’impegno civile, di cui parla nell’acuta prefazione Maria Rizzi): il dramma dell’emigrazione (Esodo, ma anche E ordine e pace) e ad essa connesso il divario Nord/Sud; il tema ecologico (il disboscamento selvaggio e l’equilibrio idrogeologico, lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento); la povertà e la fame (soprattutto negli anni di guerra); i lavori precari e pericolosi o mal pagati; la droga e i suoi effetti demoniaci; il timore dello sterminio causato da una guerra nucleare; la piaga degli «incendi estivi» (Ma è disumano) e quella della sofisticazione alimentare (Oggi). Non manca qualche componimento di carattere metaletterario: basterà citare il «rammendo», che diventa metafora della scrittura, e la «trama» e «l’ordito», che richiamano l’etimo della parola ‘testo’.

Attraversa tutta la raccolta una delicata vena esistenziale: ed ecco la solitudine, una «prigione di solitudine» (Che c’è di concreto), quasi una sfuggenza; ma c’è anche l’elogio della vita solitaria, propizia agli studi e vista come risorsa e ricchezza per guardarsi dentro e trovare alimento per la scrittura; l’amore, che pure è tra gli interessi del poeta; il pensiero della vecchiaia, che trova il correlativo oggettivo nell’immagine del tramonto («…/ in faccia al sole / che cala in mare /…», Chi potrà negare), e del destino di morte che attende tutti, magari dietro «curve impensate» (È meandro d’impatto), con l’inevitabile corredo di rimpianto per la «primavera di vita» (Sarebbe dolore) e per le gioie della giovinezza.

Di fronte a un presente degradato e corrotto e al pensiero della finitudine, la via di fuga, oltre al ritorno all’infanzia e alla nostalgia della terra (si arriva a un’equazione tra l’io e la terra in Tutto si perde) di cui si è detto, è la religiosità, la fede, anche se Dio appare a volte lontano e indifferente, un Dio che «tace» (Esodo), e sembra trasparire in questi momenti un’ombra di pessimismo cristiano (ma la silloge risente anche di certe conclusioni sconsolate e pessimistiche dei frammenti dei lirici greci come in L’esistenza, o in Meglio non nascere). Comunque l’io si mostra interessato al discorso sulla «trascendenza», i testi sterzano sovente in direzione del religioso, dell’«Oltre», soprattutto nell’explicit, dove si respira l’abbandono a una «fede» salvifica. 

Interessanti dal punto di vista stilistico certe riprese dall’alto, con i «…/ piccoli movimenti / di affamati roditori /…» (Sempre in agguato) visti dall’occhio del rapace, che simbolizza «…/ La morte / sempre in agguato /…» (ivi). La rima baciata pare voler sottolineare i punti di maggior concitazione lirica.

Questo e molto altro si riscontra nei testi di Pasquale Ciboddo (che utilizza tessere montaliane, termini del linguaggio specialistico, detti proverbiali e espressioni bibliche), con l’apodittica sentenziosità, non disgiunta da una capacità osservativa e di trasfigurazione del reale, di chi negli anni ha maturato una “sagesse” da rivelare ai lettori nel quadro di una concezione della poesia concepita non come semplice sfogo, ma con l’ambizione di essere di una qualche utilità agli altri; si può parlare in tal senso di istanza pragmatico-referenziale. Logico dunque che tra le figure di pensiero sia usitato l’epifonema, soprattutto in clausola. Il tono è quello tipico di una poesia sapienziale; e tale si qualifica nel testo intitolato proprio Ed è sapienza, ma vedi anche Nulla si ridesta e altre poesie ancora; e assume anche movenze profetiche e apocalittiche: «…/ La natura / è nostra madre. / Ci aiuta a vivere sereni / lontano da rumori / troppo intensi / che incitano a litigare / gli uni con gli altri / mai contenti di nulla / e invidiosi di chi sta bene. / È così che nascono le guerre / tra tutti i popoli. / È sarà la fine» (E sarà la fine); un ammonimento valido e di stringente attualità anche oggi, per tutti.

Fabio Dainotti

Pasquale Ciboddo, Andar via, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 136, isbn 978-88-31497-75-6, mianoposta@gmail.com.

La libraia che salvò i libri, di Kerri Maher (Autore)

Stefano Beretta (Traduttore)  . Federica Merati (Traduttore)  vedi tutti

Garzanti, 2022

Compton Editori, 2018

Si può recuperare la parte di noi che abbiamo smarrito?

Inaspettato come Perfetti sconosciuti. Romantico come C’è posta per te.

La Locanda dei libri è un casale sulle sponde del lago Trasimeno. Negli anni è diventato un punto di riferimento per lettori onnivori e scrittori in cerca di ispirazione. L’atmosfera ricca di charme e dal tocco provenzale, le stanze traboccanti di romanzi lo rendono rifugio ideale per i clienti che cercano conforto nelle pagine e nelle storie altrui. Proprio la locanda, dopo trent’anni, fa da scenario all’incontro tra Matilde, ex psicoterapeuta e ora proprietaria del casale, e Matteo, avvocato di professione e scrittore per passione. Il loro amore, interrottosi bruscamente quando stava per diventare un sentimento assoluto e potente, sarà però costretto a fare i conti con il tempo che è trascorso, con i traguardi che entrambi hanno raggiunto e anche con gli errori commessi. Matteo e Matilde vivranno un confronto fatto di ricordi, dolore e passione. È possibile recuperare le emozioni nate tanti anni fa e che nessuno dei due ha mai dimenticato? E ritrovare quella parte di sé che senza l’altro sembrava perduta?

https://www.ibs.it/

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: La riforma psichiatrica – Considerazioni a 45 anni dalla Legge n.180 – a cura di CIPRIANO GENTILINO

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: La riforma psichiatrica – Considerazioni a 45 anni dalla Legge n.180 – a cura di CIPRIANO GENTILINO

Pubblicato il 20 giugno 2022 da culturaoltre14

rubrica di Cipriano Gentilino

Le mie impronte digitali

prese in manicomio

hanno perseguitato le mie mani

come un rantolo che salisse la vena della vita,

quelle impronte digitali dannate

sono state registrate in cielo

e vibrano insieme ahimè alle stelle dellOrsa Maggiore.”

Alda Merini

La storia della cura della follia è complessa e molto influenzata dalle culture e conoscenze delle epoche e dei luoghi.

In Europa solo a partire dal 1600 il trattamento iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale e fu così che folli diventarono tutti coloro che, ritenuti una minaccia per la società, furono da allontanare, rimuovere e rinchiudere in una unica struttura per malati mentali, poveri, vagabondi, criminali, dissidenti.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hospital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone venivano rinchiuse non per prendersi cura di loro ma solo per essere escusi e controllati con la ipocrita finalità della correzione morale.

Fu solo in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere messe in atto pratiche per combattere la follia.

Un passo avanti dalla esclusione-correzione alla normalizzazione dalla malattia mentale che continuava però ad essere incomprensibile.

I metodi di cura restavano infatti disumani perché i folli erano considerati incapaci di dominare i propri istinti e si riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Nonostante questo o per questo Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795 e questo segna un passaggio significativo nello sviluppo della Psichiatria .

Altre teorie e cure si susseguirono centrate spesso nei tentativi di cura attraverso la provocazione di vari tipi di shock durante i perduranti internamenti.

Un cambiamento radicale si ebbe tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 con la nascita della psicoanalisi alla quale si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo integrando alla visione biologica quella psicologica.

In Italia, all’epoca, la gestione dei manicomi era affidata perlopiù alle cure di frati e suore fino a quando nel 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolò la gestione dei manicomi e che restò in vigore fino al 1978 lasciando però il manicomio luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie a Ronald Laing e alle sue opere, che si iniziò, in Europa, a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità.

Mentre solo a partire dal 1968 con la legge 431, in Italia, si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale e considerare la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente nuova.

Mentre però la legislazione progrediva verso norme più rispettose della persona malata  lo stato reale di molti manicomi toccava livelli di degrado non tollerabili in una società civile e, in contemporanea, sul piano della ricerca scientifica e della pratica psichiatrica Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. muoveva una critica radicale nei confronti dei manicomi.

Partendo dalla teoria di Sigmund Freud, cominciò a sostenere che il rapporto tra terapeuta e paziente dovesse basarsi su presupposti diversi.

Modificò i metodi di cura applicati in quel periodo.

In primo luogo fece eliminare la terapia elettro-convulsivante e incoraggiò un nuovo tipo di approccio relazionale tra malato e operatore psichiatrico.

Quest’ultimo consisteva nel creare una relazione di maggiore vicinanza emotiva volta alla restituzione di socialità, diritti e umanità al sofferente; un approccio alla cura della malattia mentale fenomenologico ed esistenziale in netta contrapposizione a quello positivistico della medicina tradizionale vigente all’epoca.

Franco Basaglia, dunque, tradusse tutto questo in un’idea pratica del tutto innovativa che verteva nella trasformazione dei manicomi in comunità terapeutiche.

In una comunità dove i medici, gli operatori e i pazienti possedevano pari dignità e pari diritti; i rapporti non erano più verticali, bensì orizzontali privilegiando la collaborazione tra pari. Il malato, inoltre, non è considerato come un reietto, bensì come una persona da aiutare, recuperare e riabilitare. Quindi, in questo modo, al malato era concessa maggiore dignità e una migliore prospettiva di cura da condividere con coloro che inizialmente lo avevano ripudiato e allontanato.

Basaglia raggiunse lo scopo della reintegrazione sociale dei malati e fece notare a tutti l’inconsistenza di un processo volto alla discriminazione e disumanizzazione dell’essere umano.

All’epoca la forza innovativa della pratica basagliana e gli scandali sul degrado di molti manicomi spinsero alcune forze politiche ad organizzare un referendum sulla chiusura mentre peraltro era già in preparazione la legge di riforma sanitaria, la 833, che integrava finalmente la psichiatria prevedendo un passaggio graduale verso la chiusura dei manicomi.

Il referendum, in un periodo non facile per la politica italiana, si concluse per la chiusura delle strutture manicomiali. Fortunatamente. Perché se i cittadini si fossero espressi per il no, avrebbero fermato, per molti e molti anni, quello che il parlamento stava già prevedendo.

Il risultato del referendum portò al rischio di una vacatio legis e alla necessità di stralciare quanto inerente alla salute mentale dalla riforma sanitaria che è stata approvata in seguito.

Nacque così la legge 180, nota come legge Basaglia, che rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale e i principi della quale sono in sintesi:

– il divieto di costruire nuovi manicomi e la graduale chiusura di quelli esistenti.

– il trattamento sanitario deve essere volontario e solo in alcuni casi particolari può essere obbligatorio (TSO)

– Il malato resta in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono, per la maggior parte, del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande e impegnativo sul piano culturale, strutturale, organizzativo, economico e politico.

La rete dei servizi sul territorio era infatti tutta da costruire.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento anche nelle regioni meno attive, con l’inizio della territorializzazione, l’apertura dei centri di salute mentale nei distretti sanitari e, finalmente, l’assunzione di personale sanitario.

E solo nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione.

Dal 31 marzo 2015 sono infine ufficialmente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.) ed è tuttora in corso un lento passaggio a delle strutture alternative denominate R.E.M.S. (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Tale cambiamento è stato pensato per umanizzare lo sconto della pena nelle persone già “condannate” da un disturbo psichiatrico.

Insomma, una strada lunga e tortuosa, piena di ostacoli.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti ma ci sono ancora molti aspetti da definire e molti stereotipi da sradicare connessi alla sofferenza mentale, pregiudizi che favoriscono l’insorgere di immagini che etichettano i pazienti come categoria a parte, divisa dai normali.

È stato attivato infatti un sistema assistenziale all’avanguardia che ha rappresentato quarant’anni fa un grande avanzamento ma che sembra purtroppo essersi in parte arenato di fronte a molte antiche e recenti difficoltà.

Se da una parte la delega della gestione della sanità alle regioni dovrebbe permettere una programmazione sempre più aderente alla necessità territoriali dall’altra una eccessiva diversificazione delle politiche regionali e gli interessi di potere politico non sempre hanno portato a scelte efficaci e efficienti.

Il passaggio della dominazione sulla salute pubblica dalla università alla politica certamente non ha contribuito ad autonomizzare il settore sanitario pubblico come era nelle premesse dichiarate con la approvazione della 833.

Il sistema pubblico italiano di assistenza in salute mentale, attualmente, ha forti differenze geografiche di attuazione e di risorse finanziarie, di strutture e di personale disponibile; anche all’interno di una stessa regione vi sono spesso realtà locali molto differenti, sia di strutture sia di personale. Ciononostante, si potrebbe sostenere che, pur sotto sforzo, nel complesso il sistema dell’assistenza territoriale in salute mentale abbia comunque compiuto in questi quarant’anni grandi passi avanti rispetto al precedente assetto “manicomiale”.

Vi è stato un innegabile successo nell’eliminazione di istituzioni totali come i manicomi e nella realizzazione di una rete assistenziale regionale territoriale, diversamente funzionante a seconda di vari fattori ma comunque presente, che ha posto l’Italia in una posizione di avanguardia nel mondo. Tuttavia, all’impianto e all’impegno degli operatori sanitari in tutti questi anni non è sempre corrisposto una messa a disposizione di mezzi e strumenti per perseguire e raggiungere gli obiettivi previsti e desiderati.

Si potrebbe anche aggiungere che negli ultimi decenni vi sono stati cambiamenti sociali, epidemiologici e dei bisogni che possono mettere in difficoltà disposizioni di legge “pensate” per realtà di quasi mezzo secolo addietro.

Cambiamenti ai quali sarebbe necessario dare risposte nuove che, integrando le migliori esperienze territoriali e comunitarie, riuscissero a riproporre la sofferenza mentale come problema sociale di massima  importanza sanitaria, civile ed economica con forze nuove in grado di destrutturare in continuazione le nuove istituzionalizzazioni nelle strutture comunitarie, nei centri diurni e nei centri di salute mentale causate, non solo dalla normale dinamica di ogni istituzione, ma anche per la cronica carenza di personale, per la necessità, spesso dimenticata, di supervisione agli operatori,  di una reale formazione continua sul campo , di pratiche di socializzazione e di educazione sanitaria .

È necessario un nuovo entusiasmo che, a seguito di progressi scientifici, caratterizzi nuovi modelli organizzativi in grado di garantire la maggiore serenità possibile ai pazienti, ai loro familiari, ai loro colleghi, ai loro amici praticando una psichiatria che dia risposte esaustive e concrete sia sul piano psicologico che su quello della integrazione e del lavoro.

Tenendo sempre presente le parole di Basaglia sulla legge che porta il suo nome:

“E’ una legge transitoria, fatta per evitare il referendum, e perciò non immune da compromessi politici. Ora bisognerà lottare perché nella discussione sulla riforma sanitaria tanti aspetti farraginosi, ambigui, contraddittori di questa legge siano portati alla ribalta e cambiati. …  Ma attenzione alle facili euforie. Non si deve credere daver trovato la panacea a tutti i problemi dellammalato di mente…”

Cipriano Gentilino
Psichiatra

Libri: Scaffali di ricordi, di Martapia Rapuano

La storia di una donna che corre sul filo della memoria e lungo le sponde di un fiume.(…)

Ne viene fuori una figura femminile, sempre alla ricerca della vera Matilde, e per questo è uno sprono e uno stimolo per i lettori a guardare sempre dentro se stessi.

E’ comunque soprattutto un elogio della scrittura, della sua capacità catartica e della sua funzione salvifica.

-Il mio romanzo è disponibile sul sito Edizioni2000diciassette e negli store online: Mondadori, Feltrinelli, Amazon, IBS.

Su ordinazione in tutte le librerie.

Quattro libri per capire l’ecosistema più complesso del mondo

Quattro libri per capire l’ecosistema più complesso del mondo

giannigatti

Dal blog  https://www.essenziale.it/

Valentina Pigmei

I consigli di lettura per conoscere la storia e il futuro del mare e degli oceani, che a causa del riscaldamento climatico stanno cambiando più velocemente di quanto pensassimo.

“Il mare fa come gli pare, toglie qua e mette là come gli gira a lui. L’Oceano è disordinato e prepotente”. Vero e proprio protagonista del nuovo romanzo di Lorenza Pieri, Erosione, il mare al centro del libro non è quello placido del Mediterraneo d’estate, ma “qualcosa di imprevedibile e pericoloso che si presentava allo stato liquido”.

La storia di Erosione nasce da un luogo, la Chesapeake Bay, sulla costa atlantica degli Stati Uniti, una zona in cui la terra deve fare da sempre i conti con l’acqua: l’oceano di fronte e il più grande estuario nordamericano alle spalle. In particolare, questa storia ruota intorno a una casa, una villa sul mare che, in seguito a fallimentari tentativi per salvarla dal progressivo innalzamento delle acque e colpita una stagione dopo l’altra da allagamenti e uragani, perderà ogni valore immobiliare. Il romanzo, che si svolge nell’arco di una giornata — la giornata del trasloco —, è un racconto a tre voci, quelle dei tre fratelli proprietari della casa: una narrazione iperrealistica che, senza il bisogno di scenari distopici, ci catapulta in un dramma che è sempre più vicino.

Il ghiaccio si scioglie

Non sono tanti i libri in cui il tema del cambiamento climatico ha una sua funzionalità — e maturità — narrativa. “L’oceano che erode è stato il punto di partenza da cui ho costruito la storia di tre personaggi e delle loro voci così diverse. L’ispirazione viene da una grande casa che ho visto, a poco a poco, andare in rovina, così come ho visto la spiaggia inghiottita dal mare”, dice all’Essenziale Lorenza Pieri, che ha vissuto otto anni negli Stati Uniti e frequentato a lungo la zona di Chesapeake Bay.

“Ho scritto il libro durante la pandemia del 2020, in un momento in cui per tutti le cose stavano cambiando”. Dei tre fratelli è il personaggio di Anna, insegnante di scienze con la fissazione del cambiamento climatico, quella che più ha a cuore il climate change. Ripresa dai dirigenti scolastici per le sue lezioni considerate troppo radicali e angosciose per i ragazzi, è convinta che l’“erosione” della loro casa sia connessa in qualche modo alla scomparsa del vecchio padre Joe: “Anna si era convinta che nel 1999 fosse mancato lo scudo, il mantello protettivo, ma non solo, che il nonno in qualche modo avesse deciso di portarsi la casa con sé, con l’aiuto delle maree, degli uragani, dei tornado; che pezzo a pezzo avesse iniziato a spargerla un po’ in mare, un po’ nella sabbia, un po’ in cielo, ovunque, in quella dimensione immateriale che chiamiamo più comunemente morte”.

Il ghiaccio si scioglie, il livello del mare sale. La questione dell’innalzamento delle acque è un pericolo concreto, e non soltanto per la costa est degli Stati Uniti. Anche perché in mare tutto è interconnesso e quello che accade in un luogo è inevitabilmente collegato a ciò che succede altrove. Uno dei maggiori problemi legati alla minaccia del “mare che sale”, come lo chiama l’oceanografo e scrittore Sandro Carniel, è che evolverà in maniera difforme durante il prossimo secolo, creando enormi disuguaglianze. Nelle aree più ricche e popolate probabilmente saremo in grado di proteggerci più o meno efficacemente — anche se con numerosi effetti collaterali per l’oceano stesso —, mentre le zone povere e meno popolate subiranno conseguenze drammatiche: la popolazione esposta non avrà altra scelta che andarsene.

Nel Mare che sale, un libro breve e imprescindibile, Carniel fa l’esempio di vari luoghi del mondo dove il sea rise level ha già avuto un impatto evidente: l’isola di Waimanalo alle Hawaii, Venezia, l’isola di Labuan nel Borneo. Tra tutti i problemi legati all’oceano, quello dell’erosione delle coste è forse il più visibile e immediatamente raccontabile, anche se tanti suoi effetti a lungo termine non sono ancora stati interiorizzati.

“Una recente stima condotta tra 120 città costiere”, scrive Carniel, “riporta che, nell’anno 2100, in città come New Orleans e Guangzhou (oltre 18 milioni di abitanti) i danni supererebbero la cifra di 1.000 miliardi di dollari americani. Se vi state chiedendo come sia possibile per una pur enorme New Orleans totalizzare un danno paragonabile all’intero pil dello stato in cui si trova la risposta è semplice: il mare che sale non solo minerà le attività produttive, ma anche tutti quei beni e servizi considerati stabili; per esempio renderà inutilizzabili proprietà immobiliari per un controvalore di almeno 400 miliardi di dollari”.

Misurarsi con sogni e paure

“Da Miami a Rio de Janeiro, da Venezia a Shanghai, le aree a rischio sono davvero numerose”, scrive Alessandro Vanoli nella Storia del mare. “Se le proiezioni sono giuste, a fine secolo il mare potrebbe alzarsi tra un mezzo metro e un metro, allagando una parte importante delle pianure costiere. E la brutta notizia è che questo fenomeno ha una sua forza inerziale, per cui, anche se la tendenza al riscaldamento si invertisse domani, il mare continuerà a salire comunque per tantissimo tempo”.

La Storia del mare di Vanoli è un libro mastodontico sia per lunghezza sia per ambizione – coprire tutta la storia dell’oceano dalle origini – che riflette in qualche misura la ricchezza straordinaria e tentacolare di questo elemento. La lettura è resa piacevole dalla quasi totale assenza di citazioni — benché in fondo al volume ci sia una bibliografia essenziale preziosissima — e la narrazione scorre come quel flusso inesauribile che a detta degli antichi era l’oceano. Misurarsi con la storia del mare, del resto, è un viaggio da fare: è un modo di misurarsi con sogni e paure. “Raccontare di nuovo la storia del mare”, ha detto Vanoli, “è anche un modo per ricordare che non ci appartiene, non è stato creato per noi. Noi non siamo altro che una specie fra le specie. E siamo una specie ‘esondante’: proprio quello che non ci voleva per un ecosistema”. Oceanografi, storici, filosofi, climatologi. Tutti concordano: il mare non ha bisogno dell’uomo, mentre l’uomo ha bisogno del mare.

Lo scriveva lo storico Jules Michelet già nel 1860 quando pubblicò il suo celebre saggio Il mare. Michelet, cronista della rivoluzione francese, vedeva nella prospettiva del mare un confine che separa due mondi molto diversi, dove uno è costantemente in pericolo; sottolineava inoltre il legame tra il mare (la mer) e la madre (la mère), esplorando il rapporto tra l’uomo e questa “madre” della vita. “Che cosa dice la grande voce dell’oceano? Dice la vita, la metamorfosi eterna. Dice l’esistenza fluida. Svergogna le ambizioni pietrificate della vita terrestre. Che dice ancora? Dice immortalità. Una indomabile forza vitale si trova al fondo della natura. Quanto di più se si ritroverà alla sommità: nell’anima! Che cosa proclama infine? Solidarietà”. Se la prosa tardoromantica di Michelet suona misticheggiante per il lettore di oggi, la sua visione protoambientalista è preziosa e per nulla datata.

“Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”, scriveva il poeta Giorgio Caproni. “Vale anche per l’oceano”, dice ancora all’Essenziale Sandro Carniel. “L’oceano sta morendo. Ma il riscaldamento raddoppiato, la siccità e così via non mettono a rischio l’oceano, lo mettono a rischio nella sua configurazione attuale. Tuttavia, mentre in qualche modo l’oceano si aggiusterà con un nuovo equilibrio, sarà magari un oceano più sporco, più inquinato ma esisterà, a rischio sono soprattutto le specie come la nostra, che non si sanno adattare in tempi brevi alle cose che cambiano velocemente. Anche se pensare globalmente non è nella natura dell’homo sapiens, senza dubbio la pandemia è stata una sorta di prova generale. Anche se è nulla in confronto a quello che accadrà”, continua.

Eppure l’oceano, in questo senso, potrebbe essere un grande maestro. Il mare insegna il rispetto della natura: fin dalle origini, i marinai lo temono e lo rispettano. L’oceano e i suoi abitanti insegnano prima di tutto la solidarietà, come suggeriva Jules Michelet. Gli studi sui cetacei per esempio mostrano che le balene vivono all’interno di strutture sociali altamente sviluppate, addirittura matriarcali. Tutta la vita nell’oceano è un grande e unico flusso connesso, come del resto avevano già intuito gli antichi greci per i quali il dio Okeanos, figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra) era una divinità fluviale. Omero lo descrive come un immenso fiume che cinge tutto lo spazio terrestre e che, scorrendo su se stesso, collega il mondo. Un proverbio swahili dice “L’oceano ci porta ovunque”. Il mare è senza confini: non vale lo stesso per la terra. Anzi, quando si tenta di metterli i confini accadono tragedie come quelle molto frequenti nel Mediterraneo centrale. Per gli antichi greci c’era anche una relazione tra acqua dolce e acqua salata, questione centrale di cui spesso sembriamo dimenticarci.

Non esiste una talassocrazia

“Se i ghiacci della Groenlandia si sciogliessero, cosa molto difficile, la pianura Padana andrebbe sott’acqua”, dice all’Essenziale Giulio Boccaletti, saggista e climatologo italiano che vive a Oxford, autore di Acqua. Una biografia. “Ovviamente c’è un limite in cui il confine tra mare e acque terrestri si rompe. Oggi le acque sono considerate dall’oceanografia un sistema unico, ed è chiaro che il rapporto tra questi due mondi, le acque del mare e quelle terrestri, sta diminuendo.

L’esempio di nuovo è quello del Po dove, a causa della siccità, l’acqua del mare è risalita di 30 chilometri. Ma c’è un’importante distinzione da fare: mentre le acque dolci sono di sovranità nazionale, il mare non è soggetto a nessun governo. C’è una ragione tecnica alla radice dei problemi dell’oceano, non è solo noncuranza. Il deep sea è un bene comune. Non esiste una talassocrazia, come ad esempio al tempo dell’impero Britannico: non vogliamo un “governo del mondo”. E nemmeno abbiamo dato alle Nazioni Unite la nostra sovranità. Tuttavia, abbiamo bisogno di investire di più in istituzioni internazionali e di coordinamento”, continua Boccaletti.

È avvilente notare che a Lisbona dal 27 giugno al 1 luglio, in occasione della conferenza dell’Onu per l’oceano realizzata proprio per sostenere l’attuazione dell’obiettivo 14 dell’Agenda 2030, l’Italia non fosse tra i 21 paesi partecipanti né fosse presente alcun ospite italiano, eccetto il navigatore oceanico Giovanni Soldini.

Si dice che “il mare slega tutti i nodi”. Ho sempre pensato che la frase rimandasse al benessere che la semplice vicinanza al mare dona alla nostra specie. Quel famoso “brivido mistico” di cui parlava Herman Melville e che secondo lui spingeva “quasi ogni ragazzo che abbia dentro in sé uno spirito sano e robusto” ad ammattire prima o poi dalla voglia di mettersi in mare. Tuttavia, forse il mare scioglie i nodi proprio perché ha a che fare con la vita, con l’esistenza fluida.

La concentrazione salina, la temperatura, la pressione e le correnti sono tutti elementi che hanno a che fare con la vita. Con l’ossigeno che respiriamo. Si tratta del più grande ecosistema del mondo, un sistema complesso nel senso letterale del termine (cum + plexo) ovvero composto di più parti collegate tra loro e dipendenti l’una dall’altra. Un sistema che sta cambiando più velocemente di quanto pensassimo: non resta che affrontarlo con strumenti altrettanto complessi. E i libri sono tra questi.

Libri: Il figlio del figlio, di Marco Balzano

Il figlio del figlio, di Marco Balzano 

(Autore) Einaudi, 2022

Descrizione

Tre uomini che tirano le somme della propria vita. Tre lingue diverse per raccontare l’emigrazione e la perdita delle radici; il bisogno di partire e la conquista di un posto in cui tornare.

«Un pacato on the road Milano-Barletta di un nonno un padre un figlio che devono chiudere con il passato ma dentro un presente senza identità, un romanzo che dice molto su chi siamo»Goffredo Fofi

«Un libro di un vero scrittore»Raffaele La Capria

Nicola ha ventisei anni e fa l’insegnante precario a Milano. È figlio di Riccardo, un emigrante invecchiato troppo presto, e nipote di Leonardo, un contadino analfabeta e senza terra, che un giorno sorprende tutta la famiglia con una decisione importante: bisogna vendere la casa al mare, diventata l’oggetto ingombrante che divide fratelli, genitori e cugini. Cosí, una mattina di prima estate, partono a bordo di una Punto amaranto, nonno padre e nipote, per raggiungere la Puglia, a cui sono legati in maniera diversa. Il viaggio tra i luoghi e le memorie che hanno costruito la famiglia Russo diventa un viaggio iniziatico in cui i rapporti di confronto-scontro tra padri e figli si sciolgono in rapporti fra tre uomini, ognuno con i propri imbarazzi, affetti, difficoltà.

Libri: GAIA, di Gregorio Asero

A Gaia, personificazione della terra, dea primigenia dall’inesauribile forza creatrice, origine stessa della vita, si ispira il poeta Asero: a Gaia, Gea, Madre Terra, al nostro pianeta oggi cosi martoriato, dedica le sue liriche sperando “che la poesia possa salvare dalle brutture che l’animo umano può generare”. In questa raccolta racconta le sue esperienze e le sue emozioni nell’osservare la terra, il mondo, distaccandosi a volte dal quotidiano ed immergendosi nell’essenza poetica ed artistica di vivere e sentire, soffrire e gioire, amare e sognare…

Poesia nell’idioma italiano in doppia traduzione dell’inglese e del greco

Irene Doura-Kavadia – scrittrice e poetessa

Irene Doura-Kavadia, poetessa, divulgatrice culturale, dirigente e responsabile della segreteria della Writers Capital Foundation, Coordinatrice mondiale e Super Visore di Eventi culturali e artistici ha fatto dono della traduzione  in greco e inglese alla poesia del poeta, artista Joan Josep Barcelo

Foto : Joan Josep Barcelo artista e poeta

un giorno ti chiamerai con un nome indefinito
immergendoti nel silenzio della notte
aspettando che le mie mani ti accarezzino di nuovo
e che ti dica delle parole senza senso
solo allora il nostro amore segreto sarà vivo
aspettando che alcuni gatti miagolano
per far fermare tutto nel vuoto delle ombre
.
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joan josep barcelo

Η Ειρήνη Ντούρα-Καββαδία, ποιήτρια, πρέσβειρα του πολιτισμού, διευθύντρια της Ακαδημίας ξένων γλωσσών και Γενική Γραμματέας του Διεθνούς Οργανισμού Writers Capital International Foundation, Παγκόσμια Συντονίστρια και Διοργανώτρια Πολιτιστικών και Καλλιτεχνικών Εκδηλώσεων, δώρισε τη μετάφραση στα ελληνικά και στα αγγλικά στην ποίηση του καταξιωμένου ποιητή και καλλιτέχνη Joan Josep Barcelo
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Μια μέρα θα αποκαλείς τον εαυτό σου με κάποιο ακαθόριστο όνομα
βυθισμένος στη σιωπή της νύχτας
περιμένοντας τα χέρια μου πάλι να σε χαϊδέψουν
και να σου πω μερικές λέξεις δίχως νόημα –
μόνο τότε θα ζωντανέψει η κρυφή μας αγάπη
περιμένοντας κάποιες γάτες να νιαουρίσουν
και το κενό των σκιών να αγκαλιάσει τα πάντα…
.
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Irene Doura-Kavadia, poet, cultural popularizer, director and head of the secretariat of the Writers Capital Foundation, World Coordinator and Super Viewer of Cultural and Artistic Events has donated the translation into Greek and English to the poetry of the poet, artist Joan Josep Barcelo 

One day you will call yourself by an indefinite name
immersing yourself in the silence of the night
awaiting my hands to caress you again
and tell you some meaningless wordsö
only then will our secret love be alive
waiting for some cats to meow
to embrace everything in the emptiness of the shadows
.
traduzione in greco e inglese di Irene Doura-Kavadia

http://nonsolopoesiarte.art.blog/2022/09/11/la-poesia-e-magia-che-unisce-il-mondo/

«Terza guerra mondiale a pezzi»papa Francesco.

*La stima del numero totale di vittime della PRIMA GUERRA MONDIALE non è determinabile con certezza e varia molto: il totale delle perdite causate dal conflitto si può stimare a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili, cifra che fa della “Grande Guerra” uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana.

NAPOLI

*La stima del numero totale di vittime della seconda guerra mondiale non è determinabile con certezza e varia molto, ma le cifre più accertate e per cui tutti vanno più o meno d’accordo parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 60 milioni e più di 68 milioni di morti.

Il paese con più morti in valore assoluto fu l’Unione Sovietica, mentre in rapporto alla popolazione fu Singapore con più di 28 abitanti su cento.

*Gli attentati dell’11 settembre 2001 furono una serie di quattro attacchi suicidi coordinati compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America da un gruppo di terroristi appartenenti all’organizzazione terroristica Al Qaida. Gli attacchi causarono la morte di 2 977 persone (più 19 dirottatori) e il ferimento di oltre 6 000. Negli anni successivi si verificarono ulteriori decessi a causa di tumori e malattie respiratorie legate alle conseguenze degli attacchi. Per questi motivi, e per gli ingenti danni infrastrutturali causati, tali eventi sono spesso considerati dall’opinione pubblica come i più gravi attentati terroristici dell’età contemporanea.

*Guerra in Ucraina, 70mila soldati russi morti o feriti secondo il Pentagono. Secondo le stime fatte dagli Stati Uniti, sarebbero tra i 70.000 e gli 80.000 soldati russi morti o feriti, nella guerra contro l’Ucraina, cominciata il 27 febbraio scorso.

Sono oltre un milione i bambini in fuga dalle bombe russe in Ucraina. Bambini soli, spesso affidati ad amici, parenti ma anche a sconosciuti, come i soldati alla frontiera. Ma il nostro pianeta è ancora “infettato” da decine di conflitti aperti che continuano a uccidere e affamare milioni di persone di cui nessuno parla, probabilmente 59 conflitti dimenticati. Una delle prime che vengono in mente è la sanguinosa contesa dello stesso pezzo di terra tra Israele e Palestina, che va avanti ormai da decenni con milioni di morti e senza che mai si sia riusciti ad arrivare ad una negoziazione risolutiva. Poi c’è sicuramente la guerra in Afghanistan dove i talebani hanno riconquistato il potere quest’estate con il ritiro improvviso degli Stati Uniti dal Paese, in Nigeria, l’insieme di circa 250 gruppi etnici ha dato inizio, nel periodo post-coloniale, a decine di conflitti e guerriglie per il controllo di territori contesi, Siria, Etiopia e Yemen e tante altre. I motivi alla base dei conflitti possono essere i più svariati, ma sono perlopiù riconducibili ad alcuni fattori chiave:
possesso delle risorse e dell’energia
economia fiorente
pressione demografica
aspetti culturali
cambiamenti nel contesto e crisi

Un mondo senza pace…senza MEMORIA sebbene rispettiamo gli anniversari.

NON UCCIDETE!

È un grido si levò
dalla piena del sangue versato…
“Non uccidete!”
E un pianto
si levò dalla terra inzuppata…
” Pace, pietà…pace”
Il silenzio
calò dappertutto grigio sudario.

Imma Paradiso

MA NON È CHE IL SUPERBONUS SI CONTRASTA SOLO PERCHÉ È DEL M5S?

Facciamo un eccezione alla nostra linea editoriale, ma visto che tutti gli altri partiti sono contro… forse ne vale a pena…

MA NON È CHE IL SUPERBONUS SI CONTRASTA SOLO PERCHÉ È DEL M5S?

Supermalus.

Di Marco Travaglio

Alla festa del Fatto mi avvicina un gruppo di piccoli imprenditori edili, che stanno costituendo insieme a diversi cittadini un comitato per una ”class action” contro lo Stato sul Superbonus 110%.

E chiedono aiuto.

Hanno aperto cantieri per adeguare ambientalmente casette e appartamenti, hanno iniziato a lavorare in base a un preciso impegno dello Stato, poi quello stesso Stato – siccome era cambiato il governo, dal Conte-1 al Draghi – ha cambiato le carte in tavola, violando l’impegno.

E ha preso a sabotarli in ogni modo sulla cessione dei crediti, danneggiando per giunta le imprese più piccole e le famiglie meno facoltose. Uno scandalo a cielo aperto: non c’è nulla di più grave di uno Stato che tradisce i patti stipulati con i cittadini.

Altro che disaffezione, antipolitica, astensionismo.

Motivi di merito non ce ne sono: il Superbonus, ideato dal sottosegretario 5S Fraccaro, conviene a tutti: Stato, imprenditori e cittadini, a prescindere dal reddito, perché rilancia l’edilizia in crisi, crea posti di lavoro, riduce le emissioni di C02, fa risparmiare energia, trasforma le città in direzione ecologica, fa volare il Pil e il gettito fiscale.

Infatti piace a tutti: Confindustria, sindacati, famiglie, destra, centro e sinistra. Nessun partito si oppone e in Parlamento tutti, almeno a parole, sostengono da mesi che i crediti fiscali vanno sbloccati per far riprendere e terminare i lavori a chi è in mezzo al guado.

Eppure il governo, cioè Draghi (il Consiglio dei ministri è pura finzione: comanda il Migliore solo al comando), continua pervicacemente a opporsi.

Anche a costo di mentire con veline false che accusano i 5Stelle di bloccare con emendamenti sblocca-Superbonus (presentati peraltro da quasi tutti i partiti) il dl Aiuti-bis, rubando 17 miliardi di sostegni agli italiani: ma tutti sanno che i decreti sono leggi che entrano immediatamente in vigore, quindi nessuno sta bloccando nulla, a meno che il decreto sia bocciato in Parlamento in sede di conversione in legge (e non lo è stato né lo sarà).

Il Pd, pur favorevole a sbloccare la cessione dei crediti, ripete a pappagallo le panzane di Palazzo Chigi come se il Superbonus fosse una fisima di Conte, e non una legge dell’intero suo governo, inclusi i ministri del Pd, in primis quello dell’Economia Gualtieri che ne costruì gli strumenti finanziari.

Così si usano cinicamente decine di migliaia di imprese e famiglie in difficoltà per bieche manovre elettorali.

È questa la neutralità di un governo dimissionario delegato agli “affari correnti” (inclusi 10-20 miliardi di nuove spese militari)?

Si abbia almeno il coraggio di dire, a quelle imprese e a quelle famiglie, la verità: “Cari amici, il Superbonus è un’ottima idea, ma purtroppo è venuta ai 5Stelle, quindi dobbiamo affossarla”.

Così tutti capirebbero tutto.

SETTEMBRE, di Dal Santo Fabio – Pagine da faro

Pagine da faro

SETTEMBRE

Quest’alba di settembre

mi fa stringere gli occhi,

mentre su questa riva di lago

osservo l’orizzonte

ascoltando il rumore delle onde

dopo il temporale della notte.

Poi continuo sui miei passi

lasciando libertà ai miei pensieri

il vento mi scompiglia i capelli

mentre i miei occhi si dissetano

con un volo di gabbiano,

libero nel cielo turchese

come la speranza che vive dentro la mia anima.

Il tempo scivola piano

attorno a me

e le mie dita sfiorano l’orizzonte

per disegnare sogni in cielo

da far viaggiare verso l’infinito,

scrivo le parole di una poesia

per catturare ogni emozioni attorno a me,

perché tutto questo è vita,

perché è tutto questo

che mi fa battere il cuore.

Dal Santo Fabio

Testo e immagine

“Fino a quando la mia stella brillerà”, di Liliana Segre

Liliana Segre

dalla pagina Facebook di Enrica Bocchio

Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana Segre

“Fino a quando la mia stella brillerà”

Tramonto, di Anna Monteleone

Tramonto

Triste sempre è il tramonto

inumidisce gli occhi e dà mestizia

Va il ricordo al giovanil racconto

dei dolci sogni di poesia ricolmi

Un racconto che viene da lontano

quando i sogni cavalcavano il reale,

frinivan di notte le cicale

e amore e vita eran futuro arcano

Un attimo, un batter di ciglia

e tutto è già quasi finito…

Il futuro è rotolato via come una biglia

(Tramonto a.m.)

UN PO’ DI ME, di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

UN PO’ DI ME

Il sole…

Sono nata sotto il sole. Sono cresciuta sotto il sole. Un sole attenuato, un vulcano innocuo

che seppur sembrava minaccioso non ha asciugato la prima pioggia di lacrime.

Una pioggia di fine e di inizi che si ripetono. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo. Un corpo che rifiutava la morte e si aggrappava alla vita.

Sono nata prima della conta di tutte le lune, prima delle previsioni di tutti i calendari.

Sono nata sotto il sole tenue di marzo, nata senza averi, portata a casa senza vestiti, coperta dalla peluria prematura di chi anticipa il proprio tempo, quella peluria che, a seguito, ho mangiato, l’ho mangiata tutta, così da farla crescere sullo stomaco, per digerire l’amaro della vita e sopravvivere a me stessa.

Non sono nata per prendere la vita a morsi, i denti li ho affilati a seguito. Ed è con questi denti che ho cominciato a scrivere. I fogli sono per me il piatto, la poesia il nutrimento e molte volte è stata l’unica ragione per aspettare l’alba; quell’alba che sembrava non arrivare mai… oggi l’unica cosa che so è che scrivo perché ne ho bisogno e scrivo tutto quello che mi passa per la testa, senza chiedermi che senso abbia.

Y. C. L.

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista.

Ovviamente non lo sapevo, ma lo scoprii quell’estate.

A mia, parziale, discolpa posso dire solo che in Italia all’epoca non c’erano neanche i “vu’ comprà”.

Grazie anche al fatto che avessi due zie in Australia (Sydney per la precisione) mio padre mi mandò laggiù per le vacanze estive.

E grazie al fatto che una delle due insegnasse in una scuola pubblica mi sono fatto anche qualche giorno di scuola “australiana”.

“Scuola australiana”, insomma.

Bianchi, neri, gialli, marroncini, un po’ anche rossi. Insomma. Un arcobaleno di colori che mi stupirono.

Beh. Ho deciso di essere sincero e lo sarò. I neretti mi facevano un po’ senso… neri, con il naso schiacciato e grossetto, i palmi delle mani chiari con le pieghe scure.

Insomma via…spero che non facciate troppo i puristi. Per un dodicenne, italiano nel 1979 non poteva essere che una cosa strana.

Ma mi ricordo un giorno. Eravamo fuori, nel piazzaletto esterno della scuola, nell’ora del lunch.

5 minuti per inghiottire un “meat pie” e un po’ di succo di frutta. E via!

a giocare a “soccer”. In italia ero un mediocre giocatore di calcio, ma lì potevo fare il Pelé della situazione. Ma ancora nessuno mi conosceva. Ad inizio partita si facevano le squadre. Ne più ne meno di come facevamo in Italia, i capitani scelgono i giocatori, uno per volta a turno. Si comincia. Parte il primo capitano e sceglie Tommy il neretto. L’altro capitano sceglie un altro. Tocca di nuovo al primo. Prima ancora che alzi la testa per guardare i candidati, Tommy gli salta quasi addosso urlandogli “Lorenzo! Lorenzo!” con quella zeta dolce che pronunciano gli anglofoni. Il capitano non può fare a meno di scegliermi.

Gli ero grato per la fiducia.

La partita fu uno spettacolo. Vabbè… più volte, io e Tommy, ci siamo dati il dieci. Io con la mia manina bianca.

Lui con la sua bicolore.

Alla fine persino un abbraccio.

Nei giorni successivi ci siamo cercati. Siamo diventati amici. Abbiamo parlato, giocato assieme. Lui mi ha difeso diverse volte da qualche facinoroso. Io gli insegnai a palleggiare.

Fu strana quella vacanza.

Partii che non sapevo di essere razzista. Scoprii di esserlo e in pochi minuti mi resi conto di non esserlo più.

E che non lo sarei mai più stato in vita mia.