Segui quest’attimo colmandolo di motivi per respirare, non concederti, non negarti,
non parlare solo per parlare.
Io non ti chiedo di andarmi a prendere
una stella celeste,
ora solo chiedo che il mio spazio
sia pieno della tua luce.
MARIO BENEDETTI, gennaio 2013
La lirica, autobiografica, si fonda sul parallelismo “io non ti chiedo/ ti chiedo”, anafora iterata sette volte, che la avvolge tutta, come una spirale in crescendo. La poesia è un cerchio, perché inizia e termina con “stella celeste” e “la tua luce”.
La tautologia dell’incipit richiama il ‘placido Don’ (romanzo di Solochov), e la gialla luna, sintagma replicato, sono due lacerti di paesaggio sereno e felice. Ma la poetessa è malata perché sola: il marito ammazzato dai sovietici, il figlio in prigione.
Due strofe di 9 endecasillabi l’una, priva di rime. L’omaggio al padre è arricchito da metafore notevoli: gli occhi aperti di sorriso, neri come le rondini del mare; la voce del padre; la notte ci ama fin dentro il sonno; gli uomini incamminati verso l’alba. Degna di stare accanto alla poesia di Sinisgalli e a quella di Quasimodo., entrambe dedicate al proprio padre.
è il primo Govoni (1884-1965), quello crepuscolare, il quale descrive la realtà umile e quotidiana di un pomeriggio estivo, con l’afa soffocante. Piccole cose, che provocano nel poeta delle sensazioni, tradotte in immagini. Come spesso in Govoni, è una poesia visiva, composta sfruttando il meccanismo dell’elenco. Alcune immagini sono delle analogie (metafore forti, con collegamenti insoliti e inattesi), piene di colori. Le poesie di Govoni sono ricche di colori, espliciti o sottintesi: è il loro fascino.
La poesia consta di quattro quartine, a rima incrociata: ABBA, CDDC, EFFE, GHHG. Nella seconda strofa DD sono una quasi rima assonanzata; ma i fonemi t e d sono dentali, sorda e sonora). I versi sono prevalentemente endecasillabi, con altri più brevi, dal novenario al ternario.
Si tratta di un elenco: il poeta cammina sotto l’afa e guarda le cose che lo circondano, prevale la paratassi (frasi brevi, coordinate), che dona immediatezza di scrittura e facilità di lettura. Il ritmo è lento, per rendere la calma; usa anche alcuni enjambement (quando la frase non finisce nel verso ma prosegue in quello successivo) volutamente, per pausa o rallentare la lettura. Già l’incipit: il primo verso, un settenario, è spezzato ma prosegue con lo stacco del soggetto dal verbo; l’antica / Certosa separa l’aggettivo qualificativo dal sostantivo che resta isolato. Altro enjambement troviamo ai vv. 7/8, forte perché stacca il soggetto dal verbo; ancora ai vv. 13/14 e nel finale (enjambement debole in quanto stacca solo il complemento di modo). La poesia è un cerchio perché il titolo e l’explicit (il finale) coincidono. Nella poesia moderna il titolo spesso fa corpo col testo.
– velata di fatica: l’afa pesante: analogia.
– in panna: fermo; analogia, l’aggettivo non appartiene al campo semantico del pomeriggio.
– Certosa: chiesa, antica dei certosini.
– l’azzurro crepiti; il cielo (metonimia: il colore al posto dell’oggetto); crepiti: l’aria secca pare provocare un crepitio ai passi del poeta (analogia fortissima, in quanto la spiegazione richiede una serie di passaggi per ricostruire la similitudine originaria: come la legna verde crepita nel focolare così i passi del poeta risuonano nell’aria resa pesante dall’afa).
– pugnali di sole: i raggi che feriscono (Il” trafitto da un raggio di sole” di Quasimodo verrà 30 anni dopo): altra analogia forte per la violenza del sostantivo, con spostamento del campo semantico dalle armi all’astronomia.
– tassi: alberi delle conifere.
– coppi: mattoni curvi, tegole.
– vento e pioppi: il vento agisce come un pettine (analogia).
– le campane spennellano l’aria: il movimento avanti/indietro delle campane somiglia al movimento del pennello di un pittore macchiaiolo o impressionista; analogia davvero originale, straordinaria perché visionaria,
– il micio (gattino) bianco solleva la pancia rosa come quella di un maialino: similitudine (paragone composto di due frasi collegate).
Ho contato almeno 11 immagini, trovate dallo sguardo del poeta, una festa di colori in quasi ciascun verso; alcune sinestesie (figure retoriche che accostano parole appartenenti a organi di senso diversi: v.5 udito/tatto; v.6: vista/udito; vv. 13/14: udito/vista).
L’immagine finale vale da sola tutta la poesia: unisce il gesto concreto del gattino al sentimento di affetto che esso suscita nel poeta e nel lettore.
Cristina Campo (Bologna 1923 – Roma 1977) fu una traduttrice eccelsa. Poetessa solitaria, riservata, “di natura anacoretica”, coltivava il culto per i mistici, come l’inglese del ‘600 John Donne e lo spagnolo Juan de la Cruz. Fu amica e sodale di Mario Luzi, Elémire Zolla, Roberto Bazlen. Questa lirica è la traduzione di una poesia dello scrittore tedesco Eduard Frederich Morike (1804 – 1875); concentrata e criptica, consta di 4 endecasillabi e 5 settenari, metricamente perfetti, in assenza di rime. La parola chiave, primavera, apre e chiude. Notevoli: Scioglie il suo nastro azzurro (il cielo); rigano di presagi; trasognate viole chiedono di sbocciare; un tocco d’arpa, chissà dove! L’ultimo verso ripete il titolo. Commento con una doppia citazione: “Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato” (Ezra Pound) e “che ogni parola abbia un sapore massimo” (Simone Weil).
Non voglio svelare molto di questo libro estremamente intrigante, scritto benissimo.
Un treno, un racconto pubblicato su Le Monde, un esperimento dove l’erotismo gioca un gran ruolo. Una seduzione (non voglio spoilerare) che prenderà diverse strade.
Io amo il mare. Il mare che mi fu rapito da fanciullo. Allora capita che mi metta a sognare come sarebbe stata la mia vita con lui al mio fianco. Immagino che raramente sarebbe stato sempre lo stesso.
Esso è in continuo movimento come il mio animo, come i miei pensieri. Sarei somigliato a lui: mai quello del giorno prima e mai come quello di domani. Immagino che nelle giornate di vento, il mare mi avrebbe portato il calore di terre lontane.
E come in immensi campi, le onde avrebbero tracciato polverose strade fatte di schiuma. Le barche le immagino come solitarie e sperdute cattedrali, dove ognuna per suo conto, vagava in cerca di un porto sicuro. Le nubi e il vento avrebbero alternato, come artisti del colore l’illusione, che il mondo cambia, pur restando sempre lo stesso. Immagino che ci sarebbero stati continui alternarsi di umori, di caldo, di freddo, di quiete, di calma, di tempeste, così com’è il mio spirito, in continuo movimento. Io amo il mare, il mare che mi fu rapito da fanciullo.
Ancora un’ altra piacevole scoperta dalla mia biblioteca cartacea, un po’ trascurata di questi tempi, dove mi capita talvolta di trovare qualche libro che non avevo ancora letto; ed ecco qua I sette quadranti, libro un po’ atipico nella produzione della Christie. Infatti non si tratta del classico giallo ma di una spy story, anche se non mancano neppure un paio di morti.
Anche qua non è presente nessuno dei classici investigatori nati dalla penna della nostra scrittrice ma troviamo a condurre le indagini una giovane donna a cui non manca l’iniziativa, Eileen Brent, che si fa coinvolgere in un intrigo misterioso in cui compare una associazione segreta denominata I sette quadranti.
In un ambiente aristocratico molto britannico, che si muove tra la residenza di campagna di Chimneyes e Londra, sfilano davanti ai nostri occhi vari personaggi- giovani uomini, donne misteriose, ragazze indipendenti ed amanti del rischio, uomini più maturi, compreso un ispettore di Scotland Yard del tutto particolare – e non mancano i colpi di scena sino al chiarirsi del mistero che arriva proprio nel finale del libro, sorprendendo il lettore, anche se, ripensandoci, la Christie ha effettivamente disseminato qua e là un bel po’ di indizi, che comunque non è facilissimo cogliere, almeno secondo la mia opinione.
Pur non essendo questo romanzo uno dei migliori della Christie, è tuttavia un libro godibile, scritto con il solito stile classico ed elegante di questa scrittrice.
Una delle cose che amo di più è vagabondare tra gli scaffali delle librerie, e qui spesso incontro libri che diversamente non avrei avuto modo di conoscere.
E quasi sempre sono incontri belli, come è stato per questo libro, di un’autrice che non conoscevo.
Ambientato in un piccolo paese della Sicilia, è una storia d’amore, anzi di amori, sarebbe più preciso dire.
Tutto qui, direte voi. Ancora l’amore, per l’ennesima volta, già narrato con molteplici abiti di sempre diversi…
E no, invece, questa è una gran bella storia, che davvero val la pena di leggere, e che non si dimentica.
Amore per le proprie radici, per la propria terra, in questo caso la Sicilia, terra di sole e di mare, ma anche di di crimine e dolore, amore per le donne, che pur lungamente vessate da una cultura maschilista, sono parte integrante della vita degli uomini.
E sono forti e coraggiose le donne di questo romanzo.
Agata , che gestisce un tabacchino, bella e intangibile, con un amore che la vedovanza lascia inalterato, Lisabetta, l’erborista un po’ maga che cura il corpo e l’anima della gente, Lucia, che dalla solitudine di una vita si difende come può ,e la Saracina, una splendida tenuta che sarà un po’ al centro di tutta la narrazione.
Personaggi maschili molti, legati nel bene e nel male a queste donne, ma di questi non vi parlerò, dovrete scoprirli voi.
Una narrazione stilisticamente perfetta, con note dialettali che rimandano alla più pura tradizione letteraria siciliana, che fa capo al Verga e, in tempi più recenti a Camilleri, piacevole, musicale, volta alla composizione di una trama che confluisce in un’utopia vestita da sogno, un sogno bello , per un’avvenire migliore, che ha tutte le speranze e le possibilità di potersi avverare.
Bravissima questa scrittrice, sicuramente una delle migliori penne contemporanee.
Sicuramente un libro da non perdere, ma anche da conservare gelosamente per poterlo poi, rileggere.
Un segreto nascosto per anni, custodito, blindato dal resto del mondo. Tra i ricordi legati alla mia infanzia uno in particolare, irreale sotto alcuni aspetti, è un’esperienza di vita che mi è stata cara ed è ancora lì, nel mio cuore. È un ricordo singolare: basta un nonnulla per riattivare la memoria, perché noi siamo i ricordi e per questo ho cura di loro.
Un giorno qualunque, come di consueto, mi allontanai da casa per avviarmi in prossimità del bosco che era circondato da alte montagne: un posto che inseguito divenne il mio habitat. Una volta arrivata non persi tempo a iniziare il mio gioco preferito, quello di imitare il canto degli uccelli che a loro volta si mostravano lusingati per il mio tentativo di aprirmi a una relazione con l’ambiente circostante. Insieme a loro, in un’armonia festosa, avvertivo una suggestione. Un incanto alimentava quello strano concerto, quando a un tratto il silenzio fece da padrone. Udii un ritornello, cantato da una voce di donna, innalzarsi sopra di noi: una melodia che arrivava dalla collina. Incuriosita, m’inoltrai in direzione della voce, così acuta da zittire tutti gli animali abitanti della selva. La cantante era vestita con noncuranza, trasandata, disordinata, con un cappellino in testa, messo all’indietro come per dire: «È così!»
Quando ebbi il piacere d’incontrarla, lei generosamente mi sorrise, protese la sua mano e, presentandosi, mi disse il suo nome: «Marta».
Da quel giorno m’insegnò la sua musica, capace di trasportarmi in un mondo fantastico che, ancora, non ho capito cosa fosse di preciso. Il nostro canto sincronizzato, all’unisono, s’innalzava fino a toccare il cielo.
A Marta piaceva perdersi nei suoi monologhi, con il suo modo di parlare, gesticolando. Immaginava di scambiare parole con persone, oppure vedeva personaggi fantasiosi che, pontile si affacciavano nella testa. Quando Marta camminava in paese, i bambini, in compagnia degli adulti, la prendevano in giro e si divertivano schernendola.
Nell’osservarli, soffrivo molto, anche perché inevitabilmente al suo passaggio si sussurravano credenze erronee o cupe fantasie. Marta, incurante, per tutta risposta li guardava e passava. Devo confessare che, in sua compagnia, mi sentivo una principessa e lei diventava la mia regina, e come per magia la sua voce, mentre bevevo ogni sua parola, mi dava la sensazione di assaporare uno squisito gelato. Assaporavo tutto quello che lei diceva.
Estasiata, non volevo perdermi nulla.
Il tempo scorreva, come sempre, e al tramonto ci salutavamo per rientrare nelle nostre rispettive dimore.
Ricordo che, una sera, mia madre a tavola, in presenza della famiglia, mi riprese con queste testuali parole: “Tu con quella pazza non devi avere nulla a che fare, capisti!»
Annuii con la testa osservando mio fratello, di fronte soddisfatto, mentre mi faceva la linguaccia, contento per il rimprovero. Con mio dispiacere, anche gli altri presenti si unirono a dare ragione alla mamma. Solo mio padre prese le mie difese: «Lasciala stare! Non fanno niente di male, cantano e basta! Cosa vuoi che sia un canto? Male non fa! “Mia madre non si diede per vinta e disse: «Tutto il paese considera Marta strana per non dire pazza… Non vorrai che su tua figlia cada la stessa insinuazione?!»
Papà si alzò di scatto con voce autorevole, per farsi sentire anche dai sordi: “Hai detto bene: insinuazioni! Questi sono solo pettegolezzi di persone che sono sempre lì a giudicare il prossimo! Noi dobbiamo essere lontani da questo bisbiglio continuo: un sussurrare che non ci appartiene. Eva non commette alcun errore a frequentarla. Le ho osservate nel bosco e non hanno fatto altro che cantare e ridere; questo non mi sembra affatto strano! Non voglio più sentirti riprendere la bambina per queste stupidaggini. Lasciala libera, non è scema!» Detto questo si ritirò nella sua camera, non prima di avermi strizzato l’occhio in segno di approvazione.
Mamma rimase a bocca aperta, non fece nessun commento all’omelia del marito e, nel guardarmi, alzò le spalle come per dire: veditela tu!
Da quel giorno spesso andai a trovare Marta nel bosco. Il silenzio mi aiutava a carpire la sua presenza. La seduzione del posto dove ci s’incontrava si sentiva a pelle e, nonostante la mia tenera età, captavo quell’attrattiva ogni volta che mi trovavo in sua compagnia. Marta, una donna con mille risorse, grazie alla sua ricchezza interiore affascinava tutti quelli che riuscivano a conoscerla per davvero. Non a caso si avvicinò a lei, prima come amico e poi come marito, un giovane del posto molto sensibile, e Marta non rifiutò le sue attenzioni. Un giovane geologo che, appieno titolo, conquistò il cuore di Marta, fino a farla diventare sua sposa e madre dei suoi figli.
Tutto il paese fu incuriosito dall’evento del matrimonio di Marta.
In chiesa accorsero numerosi per guardare la sposa che non disdegnò l’attenzione dei presenti regalando loro sorrisi luminosi. Il mormorio, alle spalle della coppia, sembrava non avere fine, tanto è vero che il parroco fu costretto più volte a invitare i fedeli al silenzio. Persino la mia famiglia, nonostante fosse a conoscenza della nostra amicizia, non risparmiò i commenti senza curarsi della mia presenza. Per mio conto continuai a guardare felice la coppia, strizzando l’occhio come faceva mio padre, che era assente, quel giorno, per ragioni di lavoro.
In seguito, nonostante Marta avesse impegni di moglie e madre, non smise di venirmi a cercare nel nostro spazio, lì nel bosco, per parlare e ridere anche di cose banali che, però, a noi bastavano.
Una volta arrivò in compagnia del suo gatto dallo sguardo umano. Avvertivo un certo disagio e facevo fatica a osservarlo, ma Marta mi rassicurò nel dirmi che il suo gatto, in un’altra vita, era stato una persona e che ora la sua anima era prigioniera nel corpo di un animale. Mi disse che anche lei in passato era stata una volpe furba e intelligente. A questo punto mi chiesi io chi fossi stata, e non feci in tempo a formulare il pensiero che Marta mi anticipò rispondendomi: «Tu eri uno scoiattolo rosso, vivevi nella foresta, eri disseminatore all’interno del bosco, grazie all’abitudine tipica degli scoiattoli di sotterrare e nascondere scorte alimentari, proprio come fai adesso che mi porti avanzi di pranzo e altro per consumarli nei nostri incontri!»
Replicai: «Bello essere stato uno scoiattolo carino con i dentini sporgenti, un roditore autonomo, libero di muoversi nel suo spazio, non come noi che abbiamo dei limiti circoscritti: questo si può fare, quest’altro no! Ci sono delle regole da osservare per il bene di tutti, non è vero?»
«I codici di comportamento a volte sono validi, altri sono stati attuati per tenerci buoni e trattenerci dal fare tutto quello che si vuole; se così non fosse vivremmo in un mondo per sbranarci a vicenda! Ti chiami Eva come la prima donna, almeno per quello che dice la Bibbia sei stata la prima figura femminile nella storia dell’umanità. Chi può negare il contrario? Chi può averne la certezza? Chi può fare da garante a tutto questo?»
«Ma allora… siamo in un mondo d’incertezze pronte a dispensare confusione!»
«Ebbene sì! Però la forza del pensiero supera i confini: possiamo pensare liberamente quello che vogliamo. Eva, parliamoci chiaro: quando tu pensi c’è qualcuno che ti mette le catene o ti proibisce di pensare?»
«No!»
«Allora noi siamo gente libera nell’immaginazione, nell’osservazione, nell’intelligenza; questo spirito non può essere chiuso, imprigionato…Nessuno ha questo potere! Tu, ragazzina, non farti mettere i piedi in testa dalla prepotenza altrui. Io sono quello che sono, nonostante alle mie spalle si continui a schernire il mio essere, ovvero una donna fuori dagli schemi fissati dai protocolli di comportamento. Io sono libera perché sono diversa da tutti gli altri e mi accetto per quello che sono!»
Mi precipitai a rispondere: «Tu mi sei piaciuta così come sei e nessuno mi ha impedito di avvicinarti per conoscerti ed esserti amica. Sei bella! Non ti serve altro! Ho capito che il giudicarti da parte nostra non è corretto. Io voglio essere come te che: anche da sposata, trovi ugualmente spazio per continuare a essere te stessa e spesso vieni in questo posto con i bambini a insegnare loro l’amore per la natura! Felice di essere parte di questo gruppo e che tu, in questa esperienza, sia stata anche la mia insegnante!»
«Sono lusingata per le cose belle che pensi di me. Quest’altopiano mi chiama come un’attrattiva che nessuno riuscirebbe a comprendere, perché da questi alberi emana un’atmosfera magica che la mia fantasia non può fare a meno di trascurare; intravedo figure storiche del passato che hanno dato lustro alla nostra letteratura in tutto il mondo. Per questa ragione cammino a qualsiasi ora per venire in questo posto, perché alcune voci mi chiamano per salutarmi prima di partire!»
Ascoltavo con la bocca aperta: «Davvero… tu vedi personaggi importanti?!»
«Certo! Attenta, ti farò vedere il rito…La prima cosa è quella di accendere un piccolo fuocherello per poi gettarvi sopra una polvere magica custodita sempre nelle mie tasche; una spolverata capace di formare una nube di fumo che si dissolverà con la comparsa di gente che passeggia.»
E così fu! Un rito magico accompagnato da formule e invocazioni con alcuni nomi complicati mai sentiti. Ma non ebbi paura nemmeno quando lo sguardo penetrante di Marta si posò su di me.
«Si! Tu mi devi credere se ora ti confermo di vedere un letterato sotto braccio al suo maestro Virgilio passeggiare in questa selva. Si avviano per soffermarsi di fronte alla fiamma, sorridenti mi cercano per scambiarci i pensieri, per poi salutarmi e proseguire il cammino fino a scomparire. Sono una visione operata da un potere soprannaturale.»
Impaziente, per l’eccitazione dello scenario, chiesi: «Ma che cosa dovrei fare per vederli?»
«Ci vuole pazienza, il tempo ti dirà come fare.»
«Sono i soli, ospiti di questa collina? “Domandai ancora, ansiosa di sapere.
«No. Ci sono altre persone. Ancora adesso, nel nostro tempo, si parla di loro: un certo filosofo con un suo seguito di discepoli che si ferma a tratti per spiegare loro il Demiurgo, l’artefice dell’universo; un musicista sordo, che se ne va in giro con una bacchetta in mano e continua a fare il direttore d’orchestra senza sentire musica, perché lui nel suo silenzio è già uno strumento musicale; l’imperatore Nerone, che è stato il più amato e allo stesso tempo il più odiato imperatore dei romani, per aver causato l’incendio di Roma, fugge inseguito da sua madre Agrippina che con la scopa in mano rincorre il figlio incendiario per continuare a colpirlo; infine c’è Petrarca che cerca ancora la sua Laura con le trecce morbide sull’affannoso petto.»
Esclamai: «Mamma mia! Cosa mi dici! Per questo vieni qui! Tu non sei sola come tutti credono, ma in compagnia di personaggi incredibili. Dimmi… anche i tuoi figli riescono a vedere qualcosa?»
«No! Non credo. Questo è un dono, che appartiene ad alcune persone sensibili, la cui anima che va oltre la sensibilità comune.»
Impaziente di capire chiesi: «Ma come si fa ad avere questa sensibilità rara?»
«Si nasce! Poi a un certo momento della vita senti dentro un richiamo che t’invita ad allontanarti da tutti per cercare te stessa. Solo raggiunto questo traguardo cominci ad avvertire dei suoni, scorgi immagini che si accavallano e che piano piano si focalizzeranno nella memoria con la volontà di vederci chiaro.»
Quel giorno particolare vive dentro di me, limpido e incollato nel ricordo di aver conosciuto una persona che, oltre l’immaginario, è stata per la mia fanciullezza una persona speciale che mi ha spinta a non smettere di sognare, perché attraverso i sogni si raggiunge l’impossibile, il desiderio e la speranza si riaccendono per darci la forza di andare avanti fino alla fine del mondo. Io non sono mai riuscita a vedere le cose e i personaggi da lei descritti, però è come se lo avessi fatto: attraverso i suoi occhi ho visto quello che lei vedeva.
Il suo amore verso la natura ancora oggi mi commuove, quando ricordo quel periodo ricco di fantasia che solo una mente speciale come Marta è riuscita a darmi; quella purificazione necessaria a proseguire questo viaggio da sola senza di lei.
Per mesi rimanemmo tranquille a improvvisare e sognare l’impossibile, ma tutto questo a un certo punto finì: per qualche oscura ragione, di Marta non si seppe più nulla. A giorni alterni mi assentavo da casa per recarmi al solito posto, ma lei non veniva per consolare il mio pianto, che non dava segno di fermarsi. Uno di quei giorni, a oscurità inoltrata, ritornai dalla mia famiglia che era lì in pensiero per la mia assenza prolungata oltre l’orario prestabilito.
Mamma e papà, con gli occhi spalancati, mi chiesero la ragione delle mie lacrime. Risposi di essere triste per la mia amica Marta che sembrava essere svanita: «Qualcuno sa dirmi cosa è successo?» domandai.
«Certo! Sappiamo che Marta con la sua famiglia si è trasferita in un’altra città lontana. Suo marito ha accettato una proposta di lavoro importante per tutti loro. Tu non ti devi preoccupare per Marta: lei, con il suo temperamento e la sua particolare genialità, si farà apprezzare in qualsiasi luogo.»
«Ma… come, è andata via senza salutarmi, lei che mi ha sempre detto di volermi bene? … Perché mi ha fatto questo?!»
Mia madre, stranamente, si avvicinò e, nel baciarmi per consolarmi, mi disse: “Bambina mia, le sorprese non finiscono mai… Non disperare, un giorno si farà rivedere o sentire, e tornerete a essere amiche.»
Sono passati molti anni dalla sua scomparsa… Ma non dal mio cuore che continua ad amarla per la sua stranezza peculiare. So bene di non aver incontrato mai più una persona che mi ricordasse il suo sorriso. Non sentii più la sua voce inconfondibile danzare nell’aria, la sua melodia preziosa rimuovere le foglie per echeggiare e diffondersi, per attaccarsi nella memoria di chi, come me, non riesce a scordarla.
Confesso che, nonostante Marta non venisse più nel bosco, più volte tornai per sentirla vicina in qualche modo, come accadde quel pomeriggio con il sole amico che filtrava tra la siepe e gli alberi ondeggianti. Mi sembrò di vederla in compagnia di poeti e sofisti intenti a raccontarle leggende legate a eventi che hanno lasciato il segno. La meraviglia mi regalò pochi attimi di gioia, e devo ammettere che in quel momento io mi sentii Marta.
Ho imparato che la diversità è un valore aggiunto, che le cose strane fanno parte della nostra esistenza e anche oltre. Nulla è sbagliato, e tutto può entrare a far parte della logica se accettato dalla ragione che, illuminata dal cuore, non risparmia di suggerirci la via del bene
È così la sera, simile a un drappo che si apre con l’acerbità di un cenno. La mano rovista, mette a nudo separa l’inutilità dal vero dell’affanno. L’indomani, andando per le strade, tenersi alla scia: farne un luogo di culto da non disperdere, non rimescolare. E tanti domani, troppi da accalcare sul raggio mite che si prolunga nella fuga. Tanti, voglio sommarli su una fune che si svolge a legare gli attimi, quando riposano sul greto del respiro. Il sonno che ci assorbe permeato da una luce immobile e la voce ancora che apparecchia sillabe per mandarle a vivere in tre (o infinite) dimensioni.
Fiabe Italiane del Piemonte: un libro di fiabe per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale.Dal 1 al 31 Dicembre, per ogni libro acquistato “Fiabe Italiane del Piemonte” scritto da Paolo Menconi e presentato da Loredana Cella, una copia verrà donata ai bimbi ricoverati in ospedale. Una iniziativa dell’Associazione Culturale AEDE in collaborazione con la Fondazione FORMA Onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.Il libro di fiabe è disponibile su Amazon:https://www.amazon.it/dp/B0BMSZLDG5/
Fiabe Italiane del Piemonte di Paolo Menconi Presentazione di Loredana Cella Lo scopo di questo bel libro è raccontare ai bambini le antiche fiabe, rendendole attuali, in modo che la cultura e la saggezza delle nostre genti non vada persa, ma venga anzi trasmessa con una rinnovata energia. Un modo diretto per valorizzare e tramandare la cultura di una regione, il Piemonte, che ha avuto così grande importanza nelle vicende italiane. Link a Fiabe Italiane del Piemonte
Le alleghiamo la Copertina del libro, un banner per promuovere l’iniziativa benefica e il Comunicato Stampa con preghiera di pubblicazione.Con l’augurio che possiate pubblicare il Comunicato Stampa contribuendo al successo di questa iniziativa che ci auguriamo possa regalare un sorriso ai bimbi in ospedale, la ringraziamo per l’attenzione e cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.Dr. Paolo Milani SEZIONE CULTURA
Un libro di fiabe per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale.Dal 1 al 31 Dicembre, per ogni libro acquistato “Fiabe Italiane del Piemonte” di Paolo Menconi, un libro verrà regalato ai bimbi in Ospedale con la Fondazione Forma onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.A Dicembre, acquista un libro di Fiabe e uno verrà regalato ai bimbi in Ospedale!Una iniziativa dell’Associazione Culturale AEDE in collaborazione con la Fondazione Forma Onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.“Fiabe Italiane del Piemonte” è una raccolta di 10 appassionanti fiabe piemontesi, reinterpretate e raccontate ai bambini da Paolo Menconi.Le Fiabe della tradizione, ricche di una antica saggezza popolare, raccontate in un libro per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale e alle loro famiglie.Milano, Novembre 2022 – L’antica saggezza e le antiche fiabe della tradizione piemontese, reinterpretate e arricchite, come in una ballata, da nuove divertenti filastrocche e stornelli, sono state raccontate in un libro, scritto da Paolo Menconi. In occasione del Natale, il libro si pone anche un importante obiettivo quello di regalare un sorriso ai bambini in Ospedale: per ogni libro acquistato, uno verrà regalato ai bambini in Ospedale. Una bella iniziativa che vede la collaborazione dell’Associazione Culturale AEDE con la Fondazione FORMA Onlus dell’Ospedale Santa Margherita di Torino.
Loredana Cella nella Prefazione del libro parla del valore delle tradizioni:“… questa incantevole raccolta di Fiabe Piemontesi, prende spunto dagli antichi racconti che si rigenerano, si rinnovano e si trasformano in storie nuove e coinvolgenti, con un linguaggio intriso del sapore della saggezza antica, ma attualizzato secondo i dettami del nostro tempo. Questo libro racconta ai bambini le antiche fiabe, rendendole attuali, in modo che la nostra cultura e la saggezza delle nostre genti non vada persa, ma venga anzi trasmessa con una rinnovata energia.”
Paolo Menconi, afferma: Attualizzare le storie della tradizione è, forse, il modo migliore per incamminarsi sui sentieri che portano ad un futuro ricco di saggezza e di conoscenza; un modo diretto per valorizzare e tramandare la cultura di una regione che ha avuto così grande importanza nelle vicende italiane. Per parlare dell’iniziativa, durante tutto il mese di Dicembre 2022, per ogni libro acquistato de “Fiabe Italiane del Piemonte” di cui sono l’autore, un libro verrà regalato ai bimbi in ospedale attraverso la Fondazione FORMA Onlus di Torino. Mi auguro che molte persone ci aiutino di regalare un libro ai tanti bimbi che vivono in ospedale situazioni difficili, con un piccolo gesto che può regalare loro un sorriso. Grazie a tutti per la preziosa collaborazione.Link Amazon:https://www.amazon.it/dp/B0BMSZLDG5/ Book Trailer:https://youtu.be/o8xYvNvdfI8Per informazioni: Dr. Paolo Milani info@associazioneaede.it www.associazioneaede.it
FORMA onlus – FORMA Onlus è la Fondazione del Regina Margherita di Torino. È nata nel 2005 dalla volontà di un gruppo di famiglie di aiutare l’Ospedale dei bambini, coinvolgendo gli amici e poi gli amici degli amici per acquistare apparecchiature all’avanguardia, per rendere gli ambienti di degenza più sereni, colorati e accoglienti, e favorire un ambiente familiare e amico, aiutando i bambini meno fortunati, italiani e non, che necessitano di un sostegno economico ad accedere ai servizi del Regina Margherita. FORMA Onlus – Piazza Polonia, Torino – Tel 0113135025 – fondazioneforma.itAssociazione Culturale AEDE – L’Associazione Culturale AEDE opera per la diffusione e il sostegno della Musica e della Cultura, attraverso l’organizzazione di concerti, pubblicazioni, incontri culturali, attività di formazione e master musicali. AEDE Associazione Culturale, Milano – www.associazioneaede.it
Il 15 febbraio del 1898 veniva alla luce nel rione Sanità di Napoli Antonio Vincenzo Stefano Clemente attore, sceneggiatore, commediografo, poeta e paroliere. Figlio di una relazione clandestina tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe De Curtis, il piccolo Antonio, risulterà all’anagrafe ” Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N.” Una storia che segnerà in maniera significativa tutta la sua vita, dal momento che combatterà per farsi riconoscere i titoli nobiliari che gli spettano. L’arcigno marchese Luigi De Curtis impedisce a suo figlio Giuseppe di contrarre matrimonio con una popolana. Anna, da sempre ribelle, non nasconde la sua gravidanza, mentre dal canto suo, Giuseppe, pur essendo innamorato di Anna, obbedisce tassativamente agli ordini di suo padre, tenendo segreta la relazione. Il piccolo Antonio così crescerà nella casa materna, in condizioni estremamente povere e disagiate. Non riceve regali a Natale né per il suo compleanno, ma solo freddo, fame e miseria. In cambio sarà nutrito con amorevole affetto da sua madre ( sarà proprio Anna Clemente ad affibbiargli il nomignolo Totò) e da sua nonna Teresa che una volta adulto lo vizierà accontentandolo in ogni capriccio. Non incline agli studi, a scuola si dimostra totalmente svogliato tanto che in quarta elementare viene retrocesso in terza. Sarà solo grazie alla forza di volontà di sua madre che porterà a termine i sei anni delle elementari, ottenendo un attestato che all’epoca vale come un titolo di studio. Ciò nonostante il padre lo iscrive alle ginnasiali, più precisamente al Collegio Cimino, un istituto per i figli dei poveri. Qui si può dire che termina la carriera scolastica del piccolo Antonio, e i genitori, ormai rassegnati, decidono di mandarlo a lavorare. Bisogna dire però che in collegio Totò viene colpito con un ceffone da un suo precettore, spazientitosi forse della sua eccessiva irrequietezza. Il ceffone gli devia il setto nasale, determinando col passare degli anni l’atrofizzazione della parte sinistra del naso conferendo al volto quella particolare asimmetria che lo distinguerà in maniera inconfondibile e che risulterà persino favorevole alla sua carriera di comico. Una volta fuori dal collegio svolge diversi lavori : da garzone a imbianchino, ma pitturare le case non gli interessa. Il lavoro gli provoca tristezza e pigrizia e, ogni volta che può, fugge per andare all’osteria di Don Aniello alla Stella per bighellonare con gli amici catturando le loro attenzioni esibendosi in imitazioni perfette dei malcapitati nel locale. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 Totò si illude di poter ottenere una possibilità di riscatto arruolandosi nell’esercito, ma ben presto si accorgerà che la vita militare non fa per lui: non sopporta di alzarsi all’alba, la disciplina ferrea e le marce. Finge malesseri di ogni tipo con la speranza di ottenere mansioni meno faticose. Ma il suo atteggiamento non fa che irritare i suoi superiori che decidono di punirlo destinandolo al 182esimo battaglione di fanteria diretto in Francia. Con un’escamotage riesce ad evitare di finire in prima linea allo scoppio della Grande Guerra. Durante la sosta che il treno fa ad Alessandria mette in atto il suo piano di fuga. Si getta a terra, inizia a digrignare i denti, si contorce fino a farsi trasferire in infermeria e successivamente all’ospedale militare dove si sottopone a numerose iniezioni pur di non partire per la Francia. Una volta rimessosi in forza viene trasferito all’ 88esimo reggimento di stanza a Livorno. Qui trascorre l’ultima parte della sua vita militare ed è proprio in questo periodo che subisce continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato. Si racconta che una sera su un tavolaccio, facendo il verso al suddetto, se ne esce con una delle sue battute più famose ” Siamo uomini o caporali?!” I commilitoni, sentendosi per una volta liberati dalla loro condizione e vendicati, si abbandonano a uno scroscio di applausi e risa. Proprio quel particolare entusiasmo sprona Antonio verso la carriera artistica, in quanto le sue movenze, le sue imitazioni dei potenti, l’esasperazione dei particolari gli procurano un pubblico appassionato. Terminata la carriera militare si avvicina al teatro, ma con molto poco successo. Agli inizi degli anni ’20 il padre lo riconosce e decide di regolarizzare il suo rapporto con la madre, sposandola, ma Antonio non ha ancora i titoli nobiliari che gli spettano. Nel 1922 si trasferisce con la famiglia a Roma e proprio qui riesce a farsi assumere nella compagnia comica teatrale di Giuseppe Capece per poche lire. Quando chiede un aumento, questi si rifiuta di concederglielo. Totò allora lascia la compagnia e si presenta al Teatro Jovinelli dove in breve tempo ottiene il successo. Di lì a poco reciterà accanto ai più grandi attori di teatro riuscendo a farsi apprezzare come comico perché trascina il pubblico in un vortice di battute divertendo fino al delirio. Debutta poi nel cinema. Reciterà in 97 film, alcuni dei quali saranno vere pellicole di successo quali “Signori si nasce”, “Toto’ truffa”, “Miseria e nobiltà”. Arriverà a recitare persino con grandi registi del calibro di Monicelli e Pasolini. Nel 1933 si fa adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi ereditando i suoi titoli gentilizi. Ma sarà solo nel 1946 che il Tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli di Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. Ma veniamo all’Antonio De Curtis poeta. Quando parliamo della sua opera poetica è bene dire che Antonio De Curtis distingue la sua vera identità dalla maschera Totò. Le due identità sono ben separate e sarebbe sbagliato pensare alla personalità di Antonio De Curtis come quella che siamo abituati a vedere nei suoi film. Antonio De Curtis usa la sua maschera per lavorare, per fare quello che più gli piace che è divertire il pubblico. È proprio lui ad affermarlo in un’intervista televisiva rilasciata a Lello Bersani. Quando quest’ultimo gli chiede che differenza ci siano tra lui e Totò, risponde: “C’è una grande differenza. Io sono De Curtis e lui è Totò, che fa il pagliaccio, il buffone, infatti in casa, lui normalmente mangia in cucina, mentre io mangio nella stanza da pranzo. Io vivo alle spalle di Totò, lo sfrutto. Lui lavora ed io mangio.” Le sue poesie sono le espressioni, le idee, i sentimenti dell’uomo Antonio De Curtis che si sente libero di sfuggire agli obblighi della maschera per poter essere finalmente se stesso, per offrire al pubblico l’autentica immagine di sé. Gran parte della sua produzione è in dialetto napoletano ma è bene precisare che le sue poesie sono scritte in modo che risultino comprensibili ai più. Non manca, comunque, di scrivere liriche anche in italiano. I componimenti affrontano varie tematiche quali l’amore, le donne, la vita, la morte, la povertà e le ingiustizie sociali. In esse è ben chiaro il pensiero di un uomo che viene dal basso, dalla povertà più esasperante.. E’ dalla parte dei più deboli, dei poveri. Nelle sue poesie le persone dimenticate dalla società ottengono la dignità che meritano. Nel 1964 viene pubblicata la sua raccolta poetica intitolata “A livella” che comprende 26 poesie che Antonio de Curtis scrive a partire dagli anni ‘50. Un’altra raccolta poetica ” Dedicate all’amore” viene pubblicata nel 1977, in occasione del decennale della sua morte, da parte della sua ultima compagna di vita e suo grande amore, Franca Faldini. In questa raccolta sono riunite per lo più poesie d’amore dedicate appunto alla sua compagna. Altre poesie vengono, in fine, raccolte insieme a quelle già edite, nel volume Tuttototò nel 1991.
Felicità!
Vurria sapè ched’è chesta parola,
vurria sapè che vvo’ significà.
Sarà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
ma chi ll’ha ntiso maje annummenà.
Traduzione
Vorrei sapere cos’è questa parola,
vorrei sapere cosa vuol significare.
Sarà ignoranza la mia, mancanza di scuola,
ma chi l’ha mai sentita nominare.
La donna
Chi l’ha criata è stato nu grand’ommo, nun ’o vvoglio sapè, chi è stato è stato; è stato ’o Pateterno? E quanno, e comme? Ch’avite ditto? ’O fatto d’ ’a custata? Ma ’a femmena è na cosa troppo bella, nun ’a puteva fà cu ’a custatella! Per carità, non dite fesserie! Mo v’ ’o ddich’io comm’è stata criata: è stato nu lavoro ’e fantasia, è stata na magnifica truvata, e su questo non faccio discussione; chi l’ha criata è gghiuto int’ ’o pallone!
Venerdì 2 dicembre 2022, alle ore 20.30, presso il Centro Culturale di Cultura G. Capurro – Biblioteca Civica (Via Marconi 66, Novi Ligure) avrà luogo la presentazione del libro Angéliquedi Guillaume Musso (La nave di Teseo, 2022). Intratterrà il pubblico il traduttore Sergio Arecco, con il quale dialogheranno la giornalista pubblicista Barbara Rossi e l’editore Andrea Sisti. Si tratta di un evento in qualche modo speciale, in quanto il professor Arecco festeggerà la sua nona traduzione consecutiva del famoso maestro del thriller francese. La prima risale a Central Park (Bompiani, 2015), piccolo classico ormai divenuto un cult per gli appassionati del genere, al quale, dal 2016 per La nave di Teseo, si sono aggiunti, un anno dopo l’altro, altri otto best seller di Musso. Per il penultimo di essi, La sconosciuta della Senna (2021), Sergio Arecco ha ottenuto, quest’anno, in occasione della terza edizione di “Scritture di lago”, presso Villa Olmo di Como, il premio per la miglior traduzione da una lingua straniera. Ingresso libero secondo le disposizioni vigenti.
Romano Battaglia (1933 – 2012) è stato un giornalista e scrittore italiano
Era un uomo dal viso secco come un sasso che non versava lacrime neanche quando soffriva. La gente diceva che era un duro qualcuno lo chiamava “pietra”. Era un uomo che diceva poche parole e non aveva amici neanche nei giorni di festa. Era un uomo con la pelle scura e gli occhi come l’acqua di mare. Nessuno lo vide piangere neanche quando partì. Ma ora che non c’è più dicono che era un uomo che piangeva a rovescio e mandava le lacrime giù per la gola. Dicono che un giorno le lacrime lo annegarono e morì con la faccia secca come un sasso.
Anni fa, frequentavo un’ amica, che svolgeva un lavoro di network marketing, molto brava, molto manipolatrice, molto bugiarda.
Accadeva che spesso finiva i suoi prodotti in vendita, allora chiedeva ai colleghi, che non vendevano molto, che avevano quindi merce invenduta, di poter usufruire della loro merce, dicendo che li avrebbe pagati al prossimo incontro. Il prossimo incontro, in alcuni casi non c’era, vendeva la merce, incassava soldi puliti e a distanza di tempo se incontrava il malcapitato, in questo caso la malcapitata, quest’ultima le chiedeva i soldi, lei spiazzava dicendo candidamente – come non ti ricordi, io i soldi te li ho restituiti!-. Turro questo avveniva con una sicurezza, una nonchalance spiazzante, che per tutta risposta si rimaneva ammutoliti e anche dubbiosi, per ricordare quando, la restituzione fosse avvenuta. Questo un episodio, ma quante volte è successo che qualcuno ci accusasse di aver detto qualcosa che neppure sapevamo? Oppure, accusati di cose che non abbiamo fatto e la persona che ci accusa è cosi manipolatrice da far passare per verità ciò che in realtà, è pura menzogna.
Il gaslighting è una tecnica con cui una persona o un gruppo di persone cercano di avere più potere. La vittima viene sottoposta a un vero e proprio lavaggio del cervello. In caso dell’amica manipolatrice, alterare la realtà cosi prontamente, da sollevare dubbi sulla nostra integrità mentale.
Le persone che usano questa tecnica di manipolazione mentale, distorcono volontariamente le informazioni per affermarsi o per mettere in dubbio la sua memoria
1) Dicono bugie senza alcun tipo di vergogna con aria seria e decisa, difficile non credere
2) Negano di aver detto qualcosa, anche se ne hai le prove, ma sono cosi insistenti nella negazione che siamo noi a dubitare
3) Usano ciò che ti è vicino e caro come mezzo per raggiungerti, manipolando il tuo essere.
4) Ti portano all’usura, cominci a dubitare di te stesso
5) Le loro azioni non seguono le loro parole, ma sono cosi convincenti che ti vergogni di non avere fiducia.
6) Ti offrono rinforzi positivi per manipolarti, ti buttano giù, poi si congratulano, una vera altalena psicologica, che ti riduce a pezzi
7) Sanno che la confusione indebolisce le persone, rompono in qualche modo il tuo equilibrio
8) Tentano di mettere le altre persone contro di te. Magari fanno considerazioni su ciò che una persona avrebbe detto di te, e magari non è vero. Non sai vestire, sei sciocca, non ci arrivi, sei presuntuosa, ecc.
9) Dirà agli altri che stai perdendo la testa. Sei cambiata, chissà cosa ti sei messa in testa, sei esaurità ed altre amenità del genere.
10) Ti dirà che tutti mentono, che non ti devi fidare, facendo in modo che tu, ti possa fidare solo di lui o di lei.
Ovviamente non è che il gaslighter, attuerà queste modalità insieme, ma succede. Ora vorrei chiedere, a chi non è mai accaduto?
Il termine “Gaslight” in inglese significa “luce emessa da una lampada a gas”, ma in psicologia significa annebbiare la mente.
Il termine deriva dall’opera teatrale Gas Light del drammaturgo britannico Patrick Hamilton (nota negli USA come Angel Street) e dagli adattamenti cinematografici di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” del 1940 e “Angoscia” di George Cukor, del 1944. In entrambi i casi, la trama tratta di un marito che cerca di portare la moglie alla follia, manipolando piccoli elementi dell’ambiente, ad esempio affievolendo le luci delle lampade a gas, cambiamenti che la moglie nota, ma il marito le fa credere che sono solo frutto della sua immaginazione. Manipola piccoli aspetti della vita quotidiana fino a portarla ad impazzire. Da Riza.it.
Ad esempio il ” love bombing” , è una forma di gaslighting, letteralmente si chiama bombardamento d’amore, in cui i manipolatori affettivi, bombardano con sollecitazioni amorose la vittima, sul tipo – da quando ti conosco, non faccio altro che pensare a te; te, voglio vederti; voglio sentirti; ti penso sempre, anche al lavoro; già conti tanto per me; voglio un futuro con te; se hai bisogno io ci sono- Praticamente rimaniamo travolti e senza fiato, da tutte queste attenzioni, che all’improvviso finiranno, non sapremo mai perchè, perchè ci sarà il massimo silenzio dall’altra parte. L’atteggiamento caldo/freddo consiste in un cambiamento imprevedibile del comportamento del gaslighter , nel senso che sarà una volta affettuoso, un altra volta algido Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2022/07/gaslighting-manipolazione-psicologica/
Ovviamente a parte i manipolatori affettivi, narcisisti, campioni, sono i politici
Roma 1 dicembre 2022. Articolo di Marina Donnarumma
Quante porte chiuse, a volte sbattute andar via con forza per incomprensione senza riflettere, è impulsiva reazione parole pronunciate risonanti e mute.
Lascia la porta del cuore sempre aperta dall’esperienza apprendi ad esser saggio ad affrontare le avversità con coraggio anche quando la vita è più dura e sofferta.
Cambiamento è conoscere se stessi, è riflettersi nell’altra persona, apre orizzonti guardar in uno specchio, non far confronti in un attimo segreto nell’intimo confessi.
Segno di saggezza nel tempo conquistata è aprirsi al mondo senza alcun timore, prendere in mano la propria vita con amore sfidando il futuro,della sua vita innamorata.
Elisa Mascia 30-11-2022
La puerta a la sabiduría es conocer a ti mismo.
Deja la puerta abierta.
Cuantas puertas cerradas, a veces azotadas salir a la fuerza por incomprensión sin pensar, es una reacción impulsiva palabras habladas resonantes y silenciosas.
Deja la puerta del corazón siempre abierta de la experiencia aprende a ser sabio enfrentar la adversidad con coraje incluso cuando la vida es más dura y más dolorosa.
Cambiar es conocerte a ti mismo reflejarse en la otra persona abre horizontes mírate en un espejo no compares en un momento secreto en el fondo te confiesas.
Signo de sabiduría con el tiempo conquistada. ábrete al mundo sin ningún miedo toma las riendas de tu vida con amor desafiando el futuro, de su vida enamorada.