Cultura. Poesia napoletana: Il pensiero poetico di Antonio De Curtis

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Il 15 febbraio del 1898 veniva alla luce nel rione Sanità di Napoli Antonio Vincenzo Stefano Clemente  attore, sceneggiatore, commediografo, poeta e paroliere. Figlio di una relazione clandestina tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe De Curtis, il piccolo Antonio, risulterà all’anagrafe ” Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N.” Una storia che segnerà in maniera significativa tutta la sua vita, dal momento che combatterà per farsi riconoscere i titoli nobiliari che gli spettano. L’arcigno marchese Luigi De Curtis  impedisce a suo figlio Giuseppe di  contrarre matrimonio con una popolana. Anna, da sempre ribelle, non nasconde la sua gravidanza, mentre dal canto suo, Giuseppe, pur essendo innamorato di Anna, obbedisce tassativamente agli ordini di suo padre, tenendo segreta la relazione. Il piccolo Antonio così crescerà nella casa materna, in condizioni estremamente povere e disagiate. Non riceve regali a Natale né per il suo compleanno, ma solo freddo, fame e miseria. In cambio sarà nutrito con amorevole affetto da sua madre ( sarà proprio Anna Clemente ad affibbiargli il nomignolo Totò) e da sua nonna Teresa che una volta adulto lo vizierà accontentandolo in ogni capriccio. Non incline agli studi, a scuola si dimostra totalmente svogliato tanto che in quarta elementare viene retrocesso in terza. Sarà solo grazie alla forza di volontà di sua madre che porterà a termine i sei anni delle elementari, ottenendo un attestato che all’epoca vale come un titolo di studio. Ciò nonostante il padre lo iscrive alle ginnasiali, più precisamente al Collegio Cimino, un istituto per i figli dei poveri. Qui si può dire che termina la carriera scolastica del piccolo Antonio, e i genitori, ormai rassegnati, decidono di mandarlo a lavorare. Bisogna dire però che in collegio Totò viene colpito con un ceffone da un suo precettore, spazientitosi forse della sua eccessiva irrequietezza. Il ceffone gli devia il setto nasale, determinando col passare degli anni l’atrofizzazione della parte sinistra del naso conferendo al volto quella particolare asimmetria che lo distinguerà in maniera inconfondibile e che risulterà persino favorevole alla sua carriera di comico. Una volta fuori dal collegio svolge diversi lavori : da garzone a imbianchino, ma pitturare le case non gli interessa. Il lavoro gli provoca tristezza e pigrizia e, ogni volta che può, fugge per andare all’osteria di Don Aniello alla Stella per bighellonare con gli amici catturando le loro attenzioni esibendosi in imitazioni perfette dei malcapitati nel locale. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 Totò si illude di poter ottenere una possibilità di riscatto arruolandosi nell’esercito, ma ben presto si accorgerà che la vita militare non fa per lui: non sopporta di alzarsi all’alba, la disciplina ferrea e le marce. Finge malesseri di ogni tipo con la speranza di ottenere mansioni meno faticose. Ma il suo atteggiamento non fa che irritare i suoi superiori che decidono di punirlo destinandolo al 182esimo battaglione di fanteria diretto in Francia. Con un’escamotage riesce ad evitare di finire in prima linea allo scoppio della Grande Guerra. Durante la sosta che il treno fa ad Alessandria mette in atto il suo piano di fuga.  Si getta a terra, inizia a digrignare i denti,  si contorce fino a farsi trasferire in infermeria e successivamente all’ospedale militare dove si sottopone a numerose iniezioni pur di non partire per la Francia.  Una volta rimessosi in forza viene trasferito all’ 88esimo reggimento di stanza a Livorno. Qui trascorre l’ultima parte della sua vita militare ed è proprio in questo periodo che subisce continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato. Si racconta che una sera su un tavolaccio, facendo il verso al suddetto,  se ne esce con una delle sue battute più famose ” Siamo uomini o caporali?!” I commilitoni, sentendosi per una volta liberati dalla loro condizione e vendicati,  si abbandonano a uno scroscio di applausi e risa. Proprio quel particolare entusiasmo sprona Antonio  verso la carriera artistica,  in quanto le sue movenze, le sue imitazioni dei potenti, l’esasperazione dei particolari gli procurano un pubblico appassionato. Terminata la carriera militare si avvicina al teatro, ma con molto poco successo. Agli inizi degli anni ’20 il padre lo riconosce e decide di regolarizzare il suo rapporto con la madre, sposandola, ma Antonio non ha ancora i titoli nobiliari che gli spettano. Nel 1922 si trasferisce con la famiglia a Roma e proprio qui riesce a farsi assumere nella compagnia comica teatrale di Giuseppe Capece per poche lire. Quando chiede un aumento, questi si rifiuta di concederglielo. Totò allora lascia la compagnia e si presenta al Teatro Jovinelli dove in breve tempo ottiene il successo. Di lì a poco  reciterà accanto ai più grandi attori di teatro riuscendo a farsi apprezzare come comico perché trascina il pubblico in un vortice di battute divertendo fino al delirio. Debutta poi nel cinema. Reciterà in 97 film, alcuni dei quali saranno vere pellicole di successo quali “Signori si nasce”, “Toto’ truffa”, “Miseria e nobiltà”. Arriverà a recitare persino con grandi registi del calibro di  Monicelli e Pasolini. Nel 1933 si fa adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi ereditando  i suoi titoli gentilizi. Ma sarà solo nel 1946 che il Tribunale di Napoli gli riconosce il diritto  a fregiarsi dei nomi e dei titoli di Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.  Ma veniamo all’Antonio De Curtis poeta. Quando parliamo della sua opera poetica è bene dire che Antonio De Curtis distingue la sua vera identità dalla maschera Totò. Le due identità sono ben separate e sarebbe sbagliato pensare alla personalità di Antonio De Curtis  come quella che siamo abituati a vedere nei suoi film. Antonio De Curtis usa la sua maschera per lavorare, per fare quello che più gli piace che è divertire il pubblico. È proprio lui ad affermarlo in un’intervista televisiva rilasciata a Lello Bersani. Quando quest’ultimo gli chiede che differenza ci siano tra lui e Totò, risponde: “C’è una grande differenza. Io sono De Curtis e lui è Totò, che fa il pagliaccio, il buffone, infatti in casa, lui normalmente mangia in cucina, mentre io mangio nella stanza da pranzo. Io vivo alle spalle di Totò, lo sfrutto. Lui lavora ed io mangio.” Le sue poesie sono le espressioni, le idee, i sentimenti dell’uomo Antonio De Curtis che si sente libero di sfuggire agli obblighi della maschera per poter essere finalmente se stesso, per offrire al pubblico l’autentica immagine di sé. Gran parte della sua produzione è in dialetto napoletano ma è bene precisare che le sue poesie sono scritte in modo che risultino comprensibili ai più. Non manca, comunque, di scrivere liriche anche in italiano. I componimenti affrontano varie tematiche quali l’amore, le donne, la vita, la morte, la povertà e le ingiustizie sociali. In esse è ben chiaro il pensiero di un uomo che viene dal basso, dalla povertà più esasperante.. E’ dalla parte dei più deboli, dei poveri. Nelle sue poesie le persone dimenticate dalla società ottengono la dignità che meritano. Nel 1964 viene pubblicata la sua raccolta poetica intitolata “A livella” che comprende 26 poesie che Antonio de Curtis scrive a partire dagli anni ‘50. Un’altra raccolta poetica ” Dedicate all’amore” viene pubblicata nel 1977, in occasione del decennale della sua morte, da parte della sua ultima compagna di vita e suo grande amore, Franca Faldini. In questa raccolta sono riunite per lo più poesie d’amore dedicate appunto alla sua compagna. Altre poesie vengono, in fine,  raccolte insieme a quelle già edite, nel volume Tuttototò nel 1991.  

Felicità!

Vurria sapè ched’è chesta parola,

vurria sapè che vvo’ significà.

Sarà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,

ma chi ll’ha ntiso maje annummenà.

Traduzione

Vorrei sapere cos’è questa parola,

vorrei sapere cosa vuol significare.

Sarà ignoranza la mia, mancanza di scuola,

ma chi l’ha mai sentita nominare.

La donna

Chi l’ha criata è stato nu grand’ommo,
nun ’o vvoglio sapè, chi è stato è stato;
è stato ’o Pateterno? E quanno, e comme?
Ch’avite ditto? ’O fatto d’ ’a custata?
Ma ’a femmena è na cosa troppo bella,
nun ’a puteva fà cu ’a custatella!
Per carità, non dite fesserie!
Mo v’ ’o ddich’io comm’è stata criata:
è stato nu lavoro ’e fantasia,
è stata na magnifica truvata,
e su questo non faccio discussione;
chi l’ha criata è gghiuto int’ ’o pallone!

Traduzione 

Chi l’ha creata è stato un grande uomo,

non voglio saperlo, chi è stato è stato;

è stato il Padreterno? E quando, e come?

Cosa avete detto? Il fatto della costola?

Ma la donna è una cosa troppo bella,

non poteva farla con la costoletta!

Per carità, non dite fesserie!

Adesso ve lo dico io com’è stata creata:

è stato un lavoro di fantasia,

è stata una magnifica trovata,

e su questo non faccio discussione;

chi l’ ha creata è andato nel pallone!

‘A vita

‘A vita è bella, sì, è stato un dono,

un dono che ti ha fatto la natura.

Ma quanno po’ ‘sta vita è ‘na sciagura,

vuie mm’ ‘o chiammate dono chisto cca’?

E nun parlo pe’ me ca, stuorto o muorto,

riesco a mm’abbusca’ ‘na mille lire.

Tengo ‘a salute e, non faccio per dire,

songo uno ‘e chille ca se fire ‘e fa’.

Ma quante n’aggio visto ‘e disgraziate:

cecate, ciunche, scieme, sordomute.

Gente ca nun ha visto e maie avuto

‘nu poco ‘e bbene ‘a chesta umanità.

Guerre, miseria, famma, malatie,

crestiane addeventate pelle e ossa,

e tanta gioventù c’ ‘o culo ‘a fossa.

Chisto nun è ‘nu dono, è ‘nfamità.

Traduzione

La vita

La vita è bella, sì, è stato un dono,

un dono che ti ha fatto la natura.

Ma quando poi questa vita è una sciagura,

voi me lo chiamate dono questo qua?

E non parlo per me che, storto o morto,

riesco a guadagnare una mille lire.

Ho la salute e, non faccio per dire,

sono uno di quelli che ci sa fare.

Ma quanti ne ho visti di disgraziati:

ciechi, paralitici, ritardati, sordomuti.

Gente che non ha visto e mai avuto

un poco di bene da questa umanità.

Guerre, miseria, fame, malattie,

cristiani diventati pelle e ossa,

e tanta gioventù col culo alla fossa.

Questo non è un dono, è infamità.

Venerdì 2 dicembre alla Biblioteca Civica di Novi Ligure si parla di “Angélique” di Guillaume Musso

Venerdì 2 dicembre 2022, alle ore 20.30, presso il Centro Culturale di Cultura G. Capurro – Biblioteca Civica (Via Marconi 66, Novi Ligure) avrà luogo la presentazione del libro Angélique di Guillaume Musso (La nave di Teseo, 2022). Intratterrà il pubblico il traduttore Sergio Arecco, con il quale dialogheranno la giornalista pubblicista Barbara Rossi e l’editore Andrea Sisti. Si tratta di un evento in qualche modo speciale, in quanto il professor Arecco festeggerà la sua nona traduzione consecutiva del famoso maestro del thriller francese. La prima risale a Central Park (Bompiani, 2015), piccolo classico ormai divenuto un cult per gli appassionati del genere, al quale, dal 2016 per La nave di Teseo, si sono aggiunti, un anno dopo l’altro, altri otto best seller di Musso. Per il penultimo di essi, La sconosciuta della Senna (2021), Sergio Arecco ha ottenuto, quest’anno, in occasione della terza edizione di “Scritture di lago”, presso Villa Olmo di Como, il premio per la miglior traduzione da una lingua straniera. Ingresso libero secondo le disposizioni vigenti.  

Info: biblioteca.direzione@comune.noviligure.al.it

L’uomo che piangeva a rovescio di Romano Battaglia

Ricordandolo con affetto

almerighi

Romano Battaglia (1933 – 2012) è stato un giornalista e scrittore italiano

Era un uomo
dal viso secco come un sasso
che non versava lacrime
neanche quando soffriva.
La gente
diceva che era un duro
qualcuno lo chiamava “pietra”.
Era un uomo
che diceva poche parole
e non aveva amici
neanche nei giorni di festa.
Era un uomo
con la pelle scura
e gli occhi come l’acqua di mare.
Nessuno lo vide piangere
neanche quando partì.
Ma ora che non c’è più
dicono che era un uomo
che piangeva a rovescio
e mandava le lacrime
giù per la gola.
Dicono che un giorno
le lacrime lo annegarono
e morì con la faccia secca
come un sasso.

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