NEL CIELO CERCATO, di Silvia De Angelis

NEL CIELO CERCATO

Irriverente la sagoma del mattino

nell’alone d’un indefinito malessere

coniugato in un bizzarro menù

nell’evasione del buio.

Lontana dal parafrasare capriole

annuso fior di magnolia

distinti dall’essenza di vigna

tipica di giorni d’uva.

Lievi contorni di luce nella mano

raccontano di trame scontrose

in un pressappoco di nubi

galleggianti in un far di vento

che le accorpi in un aquilone fluttuante

simbolo d’un ipotetico sogno borbottante

nel fondo d’un cielo cercato…

@Silvia de Angelis

https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

Ti ho amato di un amore che perdona, di Iris G. DM

Ti ho amato di un amore che perdona,

che si alza verso il cielo

e schiude luci cieche..

Hai dormito nelle mie viscere,

sedotto i miei sensi.

Ti ho baciato con tracce rosse

e lacrime salate che hanno bruciato

i miei occhi.

Sulla mia croce sono nati fiori

senza petali,

il mio sonno pungente di sabbia

è un ossessione muta

che mi perseguita,

ho solo una corona di legno. Iris G.DM

Antonella Viola: “Il Covid non è ancora sconfitto ma il periodo più drammatico è passato”

“Il Covid non è ancora sconfitto ma il periodo più drammatico è passato”. Con queste parole di grande equilibrio e buonsenso, il Presidente Mattarella ha richiamato i politici a non strumentalizzare una tragedia come la pandemia e ad attenersi ai fatti e alla scienza che, come il Presidente ha ricordato, è stata decisiva. E lo è stata proprio perché la scienza non è una religione: non si basa su fede o miti o sentimenti individuali ma su fatti dimostrabili e condivisi tra chi di scienza si occupa. Proprio per questa sua natura concreta e razionale, la scienza deve essere la guida durante una pandemia, l’unico strumento di navigazione su cui possiamo fare affidamento. Per nostra fortuna – di tutti noi, comunque la pensiamo – l’ex ministro Speranza questo lo sapeva bene e, pur non avendo una formazione biomedica, si è affidato alla comunità di esperti per prendere decisioni difficili, spesso impopolari, ma nel complesso razionali e giustificate dai dati. E’ grazie alla sua guida e alla maturità dimostrata dall’87% degli italiani vaccinati (91% se si considerano gli italiani con più di 12 anni) se ci prepariamo ad affrontare il prossimo inverno senza l’ansia e l’angoscia di quelli passati.

Il neo-ministro Schillaci avrà la possibilità di muoversi in uno scenario completamente diverso e non deve quindi sorprendere se la sua linea di azione non sarà sovrapponibile a quella del suo predecessore. Indipendentemente dalle frasi ad effetto di chi nel governo continua a strizzare l’occhio ai no vax, analizziamo quali novità potrebbero arrivare nella gestione della pandemia. La prima è stata già annunciata: non ci saranno più i bollettini quotidiani sul Covid19, che diventeranno settimanali. Questa mi sembra una decisione giustissima – che io stessa proposi tempo fa – in linea con la fine dello stato di emergenza. Del resto, ai cittadini non si nasconde nulla perché le informazioni e i dati saranno sempre disponibili a chi li voglia cercare. Le altre possibili azioni riguarderebbero i sanitari no vax, l’isolamento dei positivi asintomatici e le mascherine. La scelta del reintegro anticipato dei sanitari no vax è politica e come tale va letta: entrano in gioco problemi di carenza di personale, così come il tentativo di andare verso una pacificazione che il Paese merita. Certamente, da cittadina e possibile paziente, io non vorrei essere curata da un medico no vax, che non conosce la medicina e che quindi potrebbe fare sulla mia pelle molte scelte sbagliate. Ma il ministro sta solo anticipando di un paio di mesi un reintegro che era già previsto e basterebbe una sua dichiarazione forte sulla necessità che il personale sanitario si vaccini (anche contro l’influenza) per spegnere ogni polemica su questa decisione. Si sta inoltre valutando la possibilità di eliminare l’obbligo di isolamento per i positivi asintomatici e anche in questo caso, considerando che sempre più persone fanno il tampone a casa, più che l’obbligo è importante la comunicazione: anche gli asintomatici possono contagiare, e avere contatti con altre persone da positivi significa metterne a rischio la salute. Più che sull’obbligo, facilmente raggirabile, è bene puntare quindi sull’accortezza degli italiani, perché credo che nessuno di noi vorrebbe sentirsi responsabile della morte di una persona fragile. Infine, mi auguro vivamente che il ministro Schillaci, che è un medico e che quindi conosce la situazione delicata dei reparti ospedalieri e delle RSA, mantenga l’obbligo di mascherina in questi ambienti. Tra nuove e vecchie varianti del SARS-CoV-2 in circolazione, tra influenza e virus stagionali, le mascherine negli ospedali e nelle RSA dovrebbero continuare a costituire un essenziale strumento per limitare la circolazione dei patogeni. Le abbiamo scoperte col Covid19 ma, indipendentemente dalla pandemia, dovremmo continuare a indossarle quando ci rechiamo in quei luoghi in cui ogni microbo, anche il meno aggressivo, può aggravare le già precarie condizioni di salute di chi è fragile. La pacificazione e il ritorno alla normalità passano anche attraverso questo: l’abbandono delle posizioni conflittuali prese in campagna elettorale, in nome della tutela della salute pubblica e di una vera etica della convivenza.

(Editoriale pubblicato ieri su La Stampa)

Racconti: Tigri, isole misteriose, serpenti, foreste monsoniche, galeoni ed esotismo, di Anselmo Pagani

Tigri, isole misteriose, serpenti, foreste monsoniche, galeoni ed esotismo fanno da sfondo alle mirabolanti avventure di personaggi quali Sandokan, Yanez, Lady Marianna, Tremal Naik o il Corsaro Nero, in 105 romanzi e più di 130 racconti tradotti in moltissime lingue, che ci parlano di Paesi lontani e località remote, tutte descritte in maniera tanto realistica che pare di esserci.

Eppure Emilio Salgàri, dall’Italia, non uscì mai e anzi trascorse gran parte della sua tormentata esistenza fra lo studio di casa, dov’era uso scrivere senza interruzioni per intere giornate, e la biblioteca, dove si rinchiudeva per consumarsi la vista consultando carte geografiche, resoconti di viaggio e le prime guide turistiche per i pochi giramondo di quegli anni.

Nato a Verona il 21 agosto del 1862 da una famiglia di commercianti, dopo le elementari passò alla Regia Scuola Tecnica senza entusiasmo, tanto che non riuscì a terminarla poiché nella sua testa aveva iniziato a farsi largo un’idea, una soltanto: quella di diventare capitano marittimo e così girare il mondo.

Non ci sarebbe riuscito perché, dopo un anno di praticantato come semplice uditore presso l’Istituto Nautico di Venezia, non passò l’esame di annessione al corso e pertanto, a dispetto di ciò che amava far credere di sé, il mare, quando lo vide, fu come semplice spettatore, mai però da protagonista a bordo di una nave, e i pochi viaggi che intraprese in vita sua furono sempre per via terrestre, su e giù per la Pianura Padana.

Al contrario, quanto a fantasia e immaginazione, pareva non avere confini tanto che a soli 21 anni d’età, a partire dal 15 settembre del 1883, per la veronese “la Nuova Arena” iniziò a pubblicare a puntate il primo romanzo d’appendice intitolato: “Tay See, una storia d’amore ardente e guerra feroce”.

Vista la buona accoglienza, a distanza di appena un mese sullo stesso quotidiano uscirono con cadenza giornaliera le 150 puntate de “la Tigre della Malesia”, romanzo che raccolse un successo inatteso e strepitoso che lo rese celebre e ricercato dagli editori, gli stessi però che avrebbero a poco a poco contribuito alla sua rovina.

La scomparsa in rapida serie della madre, nel 1887, e poi del babbo suicidatosi perché erroneamente convinto di essere affetto da una malattia in stadio terminale, non interruppero la sua produzione “a getto continuo” di una prodigiosa e seguitissima serie di romanzi, quali “La favorita del Mahdi”, “I pescatori di balene”, “Duemila leghe sotto l’America”, “La scimitarra di Budda”.

Tuttavia, non avendo più particolari legami affettivi con la città di Verona, dopo le nozze con Ida Peruzzi nel 1887 e la nascita della prima figlia Fatima, decise di trasferirsi in Piemonte, stabilendosi infine a Torino, sede della casa editrice Giulio Speirani.

Per quest’ultima, infatti, s’era impegnato a scrivere almeno tre romanzi all’anno per la (modesta) somma forfettaria di 300 lire a romanzo, indipendentemente dalle vendite effettive.

Risultato? Se l’editore fece fortuna, lui invece, ormai diventato padre di quattro figli, dovette sempre accontentarsi d’inseguire il miraggio della tranquillità economica senza però mai conquistarla, motivo che, insieme ai massacranti ritmi lavorativi e al consumo di oltre cento sigarette al dì, iniziò a minargli la mente oltreché il fisico, facendolo scivolare in una profonda depressione, peraltro accentuata dal gelido distacco col quale la critica accoglieva le sue opere, considerate alla stregua di semplici “libri per ragazzi”.

In aggiunta a ciò, la morte in un breve lasso temporale di due figli maschi lo fece precipitare nella disperazione più inconsolabile, inducendolo già nel 1909 a tentare il suicidio per la prima volta e facendo nel contempo uscire di senno la moglie, ricoverata in manicomio.

Quasi solo, disperato, incerto sul futuro Emilio Salgàri il 25 aprile del 1911 scrisse un ultimo biglietto col seguente commiato dal mondo: “Vi saluto spezzando la penna”, per poi darsi la morte secondo l’antico rituale dei samurai giapponesi facendo harakiri, cioè squarciandosi il ventre con un affilato rasoio.

(Testo di Anselmo Pagani)

Racconti: No, questa non è una crisi di natura economica o sociale, di Guido Mazzolini

No, questa non è una crisi di natura economica o sociale, sarebbe una definizione troppo semplice che confonde le conseguenze con la causa. Ciò che stiamo vivendo è il frutto malato di qualcosa ancora più terribile, una crisi etica e morale che riguarda i “valori”, parola così antica che ricordiamo solo in bocca a qualche nonna. Ma la realtà è palese, abbiamo raso al suolo ogni passione, cultura, capacità di autocritica e orgoglio, sdoganando nefandezze insulse, spacciando per diritti quello che in realtà è il semplice capriccio di qualche moccioso.

Abbiamo abbattuto il pensiero, in nome di un paradigma unico e autoritario che impedisce la dissidenza. Attraverso un sistematico lavaggio del cervello per uniformare le coscienze, i media sono diventati il braccio del sistema, quello stesso sistema che inocula veleni spacciandoli per ideali “progressisti” e “liberali”. Parole, ci fottono con le parole, ne cambiano il significato e l’essenza. La mistificazione più grande è quella relativa alla libertà, che oggi è diventato un termine abusato e distorto. Quanta strada ancora da fare, abbiamo imboccato un sentiero oscuro e triste. Il relativismo dei valori che lasceremo in eredità alle generazioni future diventerà una delle disgrazie più grandi nella storia di un occidente ormai arrivato al capolinea.

Libri: Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri | ” Dove non mi hai portata”, di Maria Grazia Calandrone 

” Dove non mi hai portata” di Maria Grazia Calandrone

Ho il piacere di conoscere, per il momento solo virtualmente, la poliedrica poetessa e scrittrice Maria Grazia Calandrone dal 2009. Seguo la sua storia personale da quando l’ ha resa pubblica e ha condiviso con i suoi amici ogni momento di scoperta del passato, il suo passato così misterioso e sofferto.

In questo libro ripercorre le sue origini, quando a otto mesi è stata lasciata su una coperta, sotto un albero, in un parco, a Roma. Senza un biglietto. Ma una lettera inviata ad un giornale in cui sono scritti i dati anagrafici della piccola, e la volontà suicida dei suoi genitori, Lucia e Giuseppe. 

Maria Grazia vuol conoscere tutti i particolari, vuol sapere chi era Lucia, sua madre e capire perché l’ ha abbandonata. E lo fa attraverso gli articoli sui giornali di quel tempo ( 1965) ed andando nei luoghi in cui ha vissuto Lucia , interrogando coloro che l’hanno conosciuta. Ne esce un ritratto molto sofferto. Lucia, da bambina dimostra di essere molto intelligente, anche se riesce a frequentare pochi anni scolastici, solo la matematica non le piace. Il suo primo amore si chiama Tonino, ma il padre non vuole perché è uno senza soldi. La fanno sposare per forza con un uomo a cui non piacciono le donne ed è anche manesco. Conosce Giuseppe ,più grande di lei e sposato,i due si innamorano e concepiscono Maria Grazia. È un’epoca particolare, in cui la donna adultera commette un reato punibile col carcere. La loro vita sarà complicata anche dal poco o nulla lavoro disponibile. Non vogliono.che la piccola debba soffrire, per lei desiderano una vita migliore. 

Un libro davvero toccante, una storia i cui particolari ti entrano dentro, in ogni cellula del tuo corpo, i recettori ne catturano l’essenza ,cerchi di metterti nei panni di Lucia, lei così esile come corporatura ma forte di carattere e piena di vita, ma che le regole della società rendono fragile e soprattutto le sbarrano ogni via di speranza. E poi c’è Maria Grazia che ha bisogno di sapere , di capire e lo fa meticolosamente come una vera detective professionista, aiutata dalle brillanti intuizioni della figlia Anna.

Mi sono emozionata moltissimo, ho pensato a mia Madre, a tutte le volte che non l’ ho capita ed aiutata, a tutte le parole che non le ho detto, a quando me ne sono andata e dopo qualche ora Lei non c’era più.

” Vengo a prenderti,adesso che ho il doppio dei tuoi anni e ti guardo , da una vita che forse hai immaginato per me. 

Adesso vengo a prenderti e ti porto via.

Lucia, dammi la mano”.

Racconti: Piangere per lo stesso problema, di Cinzia Perrone – Autrice

Piangere per lo stesso problema

Tanto tempo fa, in un paese molto lontano, viveva un uomo conosciuto e rispettato da tutti per la sua infinita saggezza. Egli aveva cominciato col dare piccoli consigli a parenti, amici e conoscenti del posto, ma dopo poco tempo la sua fama di uomo saggio crebbe così tanto che principi e regnanti dei paesi vicini e lontani lo chiamavano spesso per avere un consulto.

Ogni giorno dozzine di persone si recavano da lui per ricevere i suoi saggi consigli. Tuttavia, l’uomo saggio notò che molti dei suoi frequentatori erano divenuti dei veri abitudinari, ma la cosa che gli dava fastidio, era che costoro lamentavano ogni volta lo stesso problema. Essi ascoltavano diligentemente i suoi consigli, però non li mettevano mai in pratica.

Un giorno, l’uomo saggio diede lo stesso appuntamento a ognuno di questi suoi frequentatori abituali. Una volta riuniti, raccontò loro una barzelletta molto divertente. Tutti quanti gli ospiti si misero a ridere. L’uomo saggio attese qualche minuto, quindi, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Dopo una breve pausa la raccontò un’altra volta, e ancora e ancora.

Per ore l’uomo saggio raccontò loro la stessa barzelletta fino a quando non furono presi dalla disperazione. Fu allora che l’uomo saggio disse: “Se non riuscite a ridere più volte della stessa battuta, perché piangete più volte per lo stesso problema?”