PATRIA, Giovanni Pascoli, recensione di Elvio Bombonato

PATRIA

Giovanni Pascoli

Sogno d’un dì d’estate.

Quanto scampanellare

tremulo di cicale!

Stridule pel filare

moveva il maestrale

le foglie accartocciate.

Scendea tra gli olmi il sole

In fascie polverose:

erano in ciel due sole

nuvole, tenui, rose;

due bianche spennellate

in tutto il ciel turchino.

Siepi di melograno,

fratte di tamerice,

il palpito lontano

d’una trebbiatrice

l’angelus argentino…

dov’ero? Le campane

mi dissero dov’ero,

piangendo, mentre un cane

latrava al forestiero,

che andava a capo chino.

GIOVANNI PASCOLI, Myricae, 1893

In un giorno d’estate Pascoli sogna di tornare al paese natio, San Mauro; il paesaggio dell’infanzia è ricostruito con pennellate impressionistiche e sensazioni acustiche.

La lirica è onirica e visionaria, il transfert onirico trasforma il sentire qui in un vedere là. L’incipit è un indicatore semantico, una didascalia.

Ballata minima; rime: a bcbca dedea f ghghf ililf; unico verbo l’imperfetto indicativo, che esprime il passato nella sua durata. 22 versi settenari piani (accento sulla penultima sillaba), sono disposti in 4 strofe, più due isolati.

Nella prima strofa assuonano tra loro: ARE / ALE / ATE, nella seconda: OLE/ OSE, nella terza: INO/ ANO, nella quarta: ANE. Quindi la prima strofa è uditiva, la seconda visiva, la terza visiva/uditiva, la quarta uditiva. (Contini).

Pascoli, al solito, usa la sintassi franta (frasi spezzate), la paratassi (frasi brevi, coordinate), o lo stile nominale (frasi senza il verbo).

L’interrogazione improvvisa e inattesa del v. 18 chiude l’elenco in stile nominale della quarta strofa, interrotto dalla domanda improvvisa; il suono delle campane è il punto di svolta, l’agente acustico che rompe l’incanto del sogno, riportando il poeta alla realtà angosciante, perché prende coscienza della propria condizione di esiliato, della propria esclusione, neppure il cane riconosce “il forestiero che va a capo chino”.

Da rappresentazione di voci dell’estate (cicale, maestrale, le fasce polverose, ‘due bianche spennellate/ in tutto il ciel turchino’, indimenticabile, la trebbiatrice) si muta in evocazione del ricordo.

Il significato non conta, il primato spetta al significante, perché le parole sono scelte soltanto per il loro suono. (Beccaria).

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