LO SPARO, di Rebecca Lena

LO SPARO

 · di Rebecca Lena · in lettere. ·

Caro G, perché continuo a scriverti? 

Adesso non ricordo più nemmeno il tuo viso, chissà se l’hai conservato da qualche parte, prima di spogliarti anche di quello. Rammenti? 

Lo immagino infilato in modo frettoloso dentro una fessura del buio, forse a tappare quel buco che ti permetterebbe di sbirciare aldiquà, dove sguazzano le persone che ti hanno dimenticato. 

Il buio dev’essere confortevole, senza spigoli o incrostazioni sonore; è assenza purissima, priva di grumi del sentire. Probabilmente non vorresti trovarlo mai più quel maledetto buco.

Non so, ho un sogno impossibile che mi prende ogni tanto ed è come una biscia innamorata sulla bocca del mio stomaco. La sento crogiolarsi adesso nel suo veleno dolciastro che non fa male a nessuno, tranne che al mio stomaco. Adoro essere avvelenata ogni volta che, per sbaglio, sopra uno schermo bianco, incontro una G e poco dopo una U, che incorniciano una L e una A inermi, per morire infine in CO. Non so perché ma nel tuo nome vedo la G e la U prima di tutto il resto, ed è proprio in questa follia che nasce il mio sogno.

Se tu, in un momento eterno qualsiasi, dopo esserti destato in modo fastidioso, ti fossi accorto all’istante di uno spiffero maleodorante proveniente proprio da quel buco antico che avevi dimenticato e dal tuo viso appallottolato lì dentro nel tentativo vano di tapparlo, e se appunto tu, che non sei più davvero qualcosa, in un gesto curioso, un po’ folle che non mi spiego, lo avessi rimosso, quel viso di tela, aperto e poi indossato, ti fossi poi affacciato per un millisecondo soltanto a sbirciare il nuovo lembo di luce odiosa che porta il puzzo di cose vive (specialmente di biancheria); e se il caso mi avesse spinta a passare proprio in quel momento, ortogonale alla traiettoria del buco nel muro grande quanto uno sparo, lungo la parete del corridoio rumoroso in cui transitano i vivi, in cui transito anch’io, proprio adiacente al tuo, e se tu, forse un po’ animato da ricordi scordati, da voci stonate, ti fossi spinto con l’occhio nuovo proprio all’estremo di quella traiettoria, allora forse, ma non dico davvero forse, mentre un battito si fa più forte dietro al mio sterno, forse, proprio in quel momento, che è adesso: spareresti un colpo. Uno involontario, proprio dal foro della tua iride nera, come un fulmine buio – sconvolto e sconvolgente – dritto nel mio occhio transitante che, distratto, non so come era stato colto dalla smania improvvisa di guardare dove non guarda mai nessuno, dentro l’unica piccola crepa di una parete limpidissima.

a G:
https://raccontidellacontrora.com/2019/07/08/lettera-a-g/


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