Simone Bellomia nasce a Catania nel 1975, sin da piccolo si avvicina all’arte con occhio “clinico” : ammira, infatti, intuitivamente i soggetti, ma, immediatamente dopo, li ricalca, studiandone e centellinandone linee e forme.
Prestissimo inizia quindi a realizzare disegni a mano libera, distinguendosi, proprio per precocità e capacità.
All’età di 16 anni viene assunto presso la bottega di un restauratore: li si cimenta con i colori a tempera e l’acquerello, raggiungendo risultati estetici notevoli.
Il 2003 sancisce un cambiamento fondamentale: dopo un lungo periodo di riflessione e crescita interiore, l’autore abbandona il realismo per affrontare lo spazio concettuale astratto.
A suggellare “questo giro di volta”, sono l’utilizzo dei colori ad olio e quelli a spatola.
Le opere dell’artista, allora, cambiano diametralmente, diventano specchio di lirismi interiori, umani e personali.
Le tele diventano evocazione di valori umani, sociali e stati d’animo, celebrati in danze cromatiche vive ed assurde.
Esposizioni:
Novembre 2019 • Figurativismo tra realismo e non realismo – a cura di Giorgio Gregorio Grasso, Spazio Marte Brera.
2020 • Arte Expo Palermo
Dicembre 2020 • “Rosso Scarlatto” collettiva a cura di Sabina Fattibene, presso Galleria Arte Expo in Via Margutta Roma.
Luglio 2021 • ” La bellezza è sempre contemporanea” Roma Galleria “La Pigna”, alla presenza dello Storico dell’Arte Vittorio Sgarbi.
Collettiva organizzata da Art Global, nelle personalità di Angiolina Marchese e Raoul Bendinelli. Testi critici di Ciro Cianni e Maria Marchese.
Pubblicazioni:
Gennaio 2021 • Art Now
Novembre 2021 • Sfumature
Gennaio 2017 • Arte e Artisti Contemporanei
Simone per me è un artista a 360 gradi, un uomo molto umile che rispecchia i suoi valori e i suoi pensieri, attraverso le tonalità e l’intensità delle sue opere.
Concludo questa rassegna personale, estemporanea di problemi strutturali che occupano l’orizzonte alessandrino: a) per non allungare il brodo inutilmente e b) per ribadire che non ho alcuna soluzione da proporre – al massimo qualche preferenza personale di poco conto – ma la sentita opportunità, la necessità del normale cittadino, che pensi utile tenersi informato su questi ed altri problemi consimili, abbia a disposizione un obiettivo “punto periodico”, un sintetico “stato degli atti” di origine ufficiale.
Penso addirittura ad un fascicoletto periodico, semestral-annuale, di semplici elementi concreti, scevro della componente “chi ha fatto, o non fatto, cosa e perché” rinviata ad altre sedi, ad altri dibattiti.
Riprendo con un pezzo forte: il famoso Scalo ferroviario , che c’è, al quale si sovrappone il Retroporto genovese, che non c’è, o almeno non c’é ancora. Da tempo sottoutizzato, mezzo desertificato, questo grande spiegamento di binari intitolato allo Smistamento agli alessandrini appare come un atout logistico incomprensibilmente dimenticato e che sconcerta vederlo in questo stato. Ma ce l’hanno con noi si mormora (FS e compagnia bella) e poi perché?
Data per una importante, se pur negletta da anni, occasione di sviluppo, la vicenda richiama scherzosamente ”la Bella di Torriglia / tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Di questa seria questione abbiamo già parlato (AP, 06-06 us., “Una logistica elettorale”) ma aggiungiamo ora che questo grande scalo è stato configurato a suo tempo “a cul di sacco” e che, incastrato com’è in città, ha infelici collegamenti, salvo futuri interventi stradali pensati ma mai realizzati, con la grande viabilità su gomma.
Aggiungiamo che il flusso principale di traffico merci connesso al Terzo Valico, in corso d’opera, guarda principalmente (lavori sulla Pozzolo-Rivalta-Tortona e a seguire quadruplicamento della Tortona- Voghera) alla direttrice Milano-Novara, salvo la collegata linea storica del Piemonte occidentale Novi-Alesandria-Torino.
Ma qui siamo già ben oltre l’aspetto di “fare il punto” sui vari problemi ma d immaginare se quando FS e Comune si troveranno attorno ad un tavolo per discutere…che ne facciamo, con mutua convenienza economico-sociale, di questo nobile Scalo?
Altro problema ormai vetusto e dolente è quello del nuovo Teatro municipale sorto alla fine degli anni sessanta, con raddoppio in pianta e volumi, sulle macerie del precedente e liberty Teatro Marini ai Giardini pubblici. Le vecchie Amministrazioni di sinistra erano riuscite a progettare un Teatro d’opera (1800 posti se mal non ricordo) ancor più faraonico (fruizione e produzione spettacoli), ma non erano state in grado di porvi mano. La nuova Amministrazione di centrosinistra volle dimostrare “adesso ci pensiamo noi”: e portò in Commissione Teatro e poi in Consiglio l’alternativa: nuova, degna costruzione un po’ ridimensionata (1200 posti) o ripiego sul restauro del Marini? In lire d’allora 1400 milioni contro 900. Interpellato l’Arch. Gardella, gloria alessandrina, questi si espresse per il restauro ma fu nullificato da una grande maggioranza di “nuovisti” e il teatro “venne su” come si vede adesso .
Saltiamo la parte gestionale, con il varo dell’apposita azienda (ATA) e l’avvio di multiformi attività col personale relativo. Passiamo quindi all’ultimo atto (trattandosi di teatro…) allorché furono intrapresi lavori di ristrutturazione della parte termica: picca e batti ci si accorse in ritardo della micidiale polverina di amianto che si depositava in ogni dove. Per riparare a questo guaio il teatro fu svuotato, lavato e ripulito, sorvolando gentilmente, politicamente sulle eventuali responsabilità.
Da diversi anni quindi lo “scatolone cementizio” è rimasto inattivo, perche mancano i rilevanti quattrini per ripristinarne l’uso e l’uso stesso parve talora messo i dubbio: ne facciamo un centro commerciale, un parcheggio multipiano e via scherzando.
La lunga lotta, infine, del Comune contro le minacce di dissesto finanziario ha messo di per se a lato ogni ipotesi di intervento sostanziale sul Teatro: problema imobilizzato.
Concludo questa rassegna con un altro paio di…piatti piangenti, di interesse, ma non di pertinenza proprietaria, comunale: la famosa, centralissima Caserma Valfrè e il vecchio rudere Zuccherificio.
Dismesso da tempo l’uso militare – Alessandria ebbe per decenni importante presenza di truppe, a cominciare dalla Cittadella – la Valfré è diventata un ovvio “oggetto del desiderio” urbanistico: dal nuovo complesso Tribunale/Uffici giudiziari (sospeso), al Campus universitario (che oggi ha preso un’altra direzione), allo spostamento dell’Esselunga (che sembra aver desistito), ad altri usi pubblici da precisare. L’unico approccio positivo in corso è la predisposizione – lato ex cavallerizza – di strutture per il trasferimento, totale o parziale, dell’Archivio di Stato. Resto bloccato, salvo provvisorio uso vaccinale.
Di tutt’atra natura la questione ex Zuccherificio, giacente sulla S.S 10 in prossimità di Spinetta Marengo. Posto in fregio, per almeno 200 m , alla strada più trafficata del comune, costituisce da molti anni un molto discutibile biglietto da visita per la città.
Certo quel grande rudere ha alle spalle complessi problemi proprietari e ambientali (sottosuolo, falde et.) ma dal Comune potrebbe venire una discreta “spinta” risolutiva all’utilizzo, con le opportune cautele, dell’area, chiaramente scevra di qualità storico architettoniche e di immaginabili restauri.
Altri casi, altre volte.
* * *
in calce l’elenco dei casi trattati Nuovo Ospedale civile / Cittadella / Secondo ponte Bormida / Ospedale militare – San Francesco / Università – Campus / Piano Regolatore / Scalo FS – Retroporto / Caserma Valfré / Teatro municipale / Rifiuti urbani – Raccolta e smaltimento / Teleriscaldamento.
Concludo questa rassegna personale, estemporanea di problemi strutturali che occupano l’orizzonte alessandrino: a) per non allungare il brodo inutilmente e b) per ribadire che non ho alcuna soluzione da proporre – al massimo qualche preferenza personale di poco conto – ma la sentita opportunità, la necessità del normale cittadino, che pensi utile tenersi informato su questi ed altri problemi consimili, abbia a disposizione un obiettivo “punto periodico”, un sintetico “stato degli atti” di origine ufficiale.
Penso addirittura ad un fascicoletto periodico, semestral-annuale, di semplici elementi concreti, scevro della componente “chi ha fatto, o non fatto, cosa e perché” rinviata ad altre sedi, ad altri dibattiti
.
Riprendo con un pezzo forte: il famoso Scalo ferroviario , che c’è, al quale si sovrappone il Retroporto genovese, che non c’è, o almeno non c’é ancora. Da tempo sottoutizzato, mezzo desertificato, questo grande spiegamento di binari intitolato allo Smistamento agli alessandrini appare come un atout logistico incomprensibilmente dimenticato e che sconcerta vederlo in questo stato. Ma ce l’hanno con noi si mormora (FS e compagnia bella) e poi perché?
Data per una importante, se pur negletta da anni, occasione di sviluppo, la vicenda richiama scherzosamente ”la Bella di Torriglia / tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Di questa seria questione abbiamo già parlato (AP, 06-06 us., “Una logistica elettorale”) ma aggiungiamo ora che questo grande scalo è stato configurato a suo tempo “a cul di sacco” e che, incastrato com’è in città, ha infelici collegamenti, salvo futuri interventi stradali pensati ma mai realizzati, con la grande viabilità su gomma.
Aggiungiamo che il flusso principale di traffico merci connesso al Terzo Valico, in corso d’opera, guarda principalmente (lavori sulla Pozzolo-Rivalta-Tortona e a seguire quadruplicamento della Tortona- Voghera) alla direttrice Milano-Novara, salvo la collegata linea storica del Piemonte occidentale Novi-Alesandria-Torino.
Ma qui siamo già ben oltre l’aspetto di “fare il punto” sui vari problemi ma d immaginare se quando FS e Comune si troveranno attorno ad un tavolo per discutere…che ne facciamo, con mutua convenienza economico-sociale, di questo nobile Scalo?
Altro problema ormai vetusto e dolente è quello del nuovo Teatro municipale sorto alla fine degli anni sessanta, con raddoppio in pianta e volumi, sulle macerie del precedente e liberty Teatro Marini ai Giardini pubblici. Le vecchie Amministrazioni di sinistra erano riuscite a progettare un Teatro d’opera (1800 posti se mal non ricordo) ancor più faraonico (fruizione e produzione spettacoli), ma non erano state in grado di porvi mano. La nuova Amministrazione di centrosinistra volle dimostrare “adesso ci pensiamo noi”: e portò in Commissione Teatro e poi in Consiglio l’alternativa: nuova, degna costruzione un po’ ridimensionata (1200 posti) o ripiego sul restauro del Marini? In lire d’allora 1400 milioni contro 900. Interpellato l’Arch. Gardella, gloria alessandrina, questi si espresse per il restauro ma fu nullificato da una grande maggioranza di “nuovisti” e il teatro “venne su” come si vede adesso .
Saltiamo la parte gestionale, con il varo dell’apposita azienda (ATA) e l’avvio di multiformi attività col personale relativo. Passiamo quindi all’ultimo atto (trattandosi di teatro…) allorché furono intrapresi lavori di ristrutturazione della parte termica: picca e batti ci si accorse in ritardo della micidiale polverina di amianto che si depositava in ogni dove. Per riparare a questo guaio il teatro fu svuotato, lavato e ripulito, sorvolando gentilmente, politicamente sulle eventuali responsabilità.
Da diversi anni quindi lo “scatolone cementizio” è rimasto inattivo, perche mancano i rilevanti quattrini per ripristinarne l’uso e l’uso stesso parve talora messo i dubbio: ne facciamo un centro commerciale, un parcheggio multipiano e via scherzando.
La lunga lotta, infine, del Comune contro le minacce di dissesto finanziario ha messo di per se a lato ogni ipotesi di intervento sostanziale sul Teatro: problema imobilizzato.
Concludo questa rassegna con un altro paio di…piatti piangenti, di interesse, ma non di pertinenza proprietaria, comunale: la famosa, centralissima Caserma Valfrè e il vecchio rudere Zuccherificio.
Dismesso da tempo l’uso militare – Alessandria ebbe per decenni importante presenza di truppe, a cominciare dalla Cittadella – la Valfré è diventata un ovvio “oggetto del desiderio” urbanistico: dal nuovo complesso Tribunale/Uffici giudiziari (sospeso), al Campus universitario (che oggi ha preso un’altra direzione), allo spostamento dell’Esselunga (che sembra aver desistito), ad altri usi pubblici da precisare. L’unico approccio positivo in corso è la predisposizione – lato ex cavallerizza – di strutture per il trasferimento, totale o parziale, dell’Archivio di Stato. Resto bloccato, salvo provvisorio uso vaccinale.
Di tutt’atra natura la questione ex Zuccherificio, giacente sulla S.S 10 in prossimità di Spinetta Marengo. Posto in fregio, per almeno 200 m , alla strada più trafficata del comune, costituisce da molti anni un molto discutibile biglietto da visita per la città.
Certo quel grande rudere ha alle spalle complessi problemi proprietari e ambientali (sottosuolo, falde et.) ma dal Comune potrebbe venire una discreta “spinta” risolutiva all’utilizzo, con le opportune cautele, dell’area, chiaramente scevra di qualità storico architettoniche e di immaginabili restauri.
Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager
Matteo Bussola: A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili
A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili.
L’ho alcolizzato, l’ho drogato (poco, per fortuna, l’articolo non mi è mai interessato più di tanto), l’ho tenuto innumerevoli notti in piedi senza dormire, l’ho usato per combattere e fare l’amore fino allo sfinimento, anche quando di amore non ve n’era più traccia, gli ho dato da mangiare male, l’ho forzato in fasi di sport disperatissimo alternate a, d’un tratto, l’immobilismo più completo, l’ho nutrito con letture sghembe, sparse, intermittenti, senza obiettivo, piegato su divani improbabili che (allora non potevo saperlo) avrebbero lasciato tracce permanenti sulla mia schiena, con molta tivù dimenticabile, l’ho fratturato, tagliato, gli ho fatto esplodere un polmone, l’ho messo a repentaglio in discesa a tutta in Vespa, in folle e senza miscela, giù dalla strada di Montecchio, l’ho schiantato contro i muri, l’ho ferito dentro con tutte le delusioni amorose e le perdite che mi sono meritato – a parte forse un paio che, ovviamente, sono quelle che non si sono ancora rimarginate, e forse mai.
Quando ne parliamo, con qualche amico con il quale si son condivisi quegli anni, ci definiamo spesso dei sopravvissuti, e io penso a ragione.
Ogni generazione ha la sua, di sopravvivenza. I nostri nonni e nonne sono sopravvissuti alla guerra, i nostri genitori agli anni Settanta, al furore della battaglie politiche, al naufragare dell’idea di un mondo nuovo, possibile (forse l’unica vera occasione che ci sia mai stata, sgretolatasi poi sotto i colpi dei personalismi e dell’umano desiderio di mettersi in salvo). Nessuna sopravvivenza è più nobile di altre, ciascuno porta a casa la pelle come può, da dove si trova e dalle battaglie che gli toccano. Anche quando quella battaglia sei tu.
I nostri figli e figlie, oggi, si trovano a dover sopravvivere soprattutto a questa ferita perenne che è diventata la scuola: il primo settore di cui ci si sarebbe dovuti occupare, in una pandemia, con decisioni chiare, coerenti, strutturali, dolorose perfino (ma necessarie), e invece siamo ancora qua. Un positivo no, due sì, la Dad dipende, slittiamo il rientro, poi no, poi dipenderà dai contagi, tutto il repertorio. In mezzo: loro. Che hanno passato la maggior parte del tempo, negli ultimi due anni, confinati nelle loro camerette, a studiare lì, relazionarsi lì, a far lezione lì, a provare a capirsi e a capirci da lì, cercando di sentirsi all’altezza, quasi vergognandosi per i loro problemi che sembravano venire, sempre, dopo tutto il resto. Ci sono voluti trentacinque giorni di pandemia prima che qualcuno – dopo “sanità”, “economia”, “lavoro”, “coesione sociale”, “diritti”, “lockdown” – osasse pronunciare le parole: “bambini”, “adolescenti”, “studenti”.
La sola cosa che mi auguro è che riescano a sopravvivere a tutto questo e che possa, tutto questo, diventare una specie di enorme rimosso generazionale, ma condiviso, qualcosa che paradossalmente li unisca: ti ricordi quando c’era la pandemia? Ti ricordi la didattica a distanza, le mascherine, i baci dati di nascosto, i direct su Insta alle tre di mattina, le foto delle lacrime sotto le coperte? Spero non si ricordino mai, invece, i ricoveri adolescenziali in psichiatria, mai alti come in questo periodo, spero possano dimenticare (senza però perdonarla) la viltà di una parte di classe politica che troppo spesso ha solleticato le pance, cavalcato le paure, rimbalzato fake news, rimanendo troppo a lungo in una pericolosa ambiguità, spero scorderanno le evidenti soluzioni di fortuna di fronte a uno scenario in continuo cambiamento, e lo spaesamento di quegli adulti che dovevano rappresentare un punto fermo, per garantire a giovani e adolescenti il diritto a sentirsi persi, in cerca, in crescita, e invece quelli persi sono stati proprio “i grandi”, siamo stati noi. Noi che poi facciamo la morale, noi che pretendiamo di educare, noi che quando ci troviamo in ambasce abbiamo perfino il coraggio di definirli “svogliati”, “bamboccioni”, o dir loro “eh ma io, alla tua età.”. Noi che da sopravvissuti li stiamo facendo diventare dei sopravviventi.
Noi che avremmo voluto essere padri migliori, madri migliori, noi che nonostante tutto cerchiamo di fare il meglio che possiamo, consapevoli che non sarà comunque abbastanza per tenerli al sicuro, consapevoli che non sapremo mai perdonarci per questo.
Essere genitori non è forse mai stato difficile come ora, ma essere figli e figlie adolescenti – oggi soprattutto – lo è incomparabilmente di più.
Mi piacerebbe che ce lo ripetessimo ogni giorno, e soprattutto che se lo ricordasse chi di dovere.
Mi piacerebbe che, almeno questo, non lo dimenticassimo mai.
“Mostra personale di Fabio Gagliardi con l’inedito
Il Cuore Dell’Addolorata”
Nell’Anno Santo dedicato a Santiago di Compostela, prosegue il nostro cammino con l’artista alessandrino Fabio Gagliardi che presenta il suo nuovo quadro dedicato ai Sette Dolori di Maria.
Nell’occasione saranno esposte anche altre sue opere pittoriche.
Alle ore 19:00 seguirà la celebrazione della Santa Messa in onore della Beata Vergine Maria Addolorata.
La mostra potrà essere visitata anche durante la settimana.
Sabato 17 e domenica 18 con orario 10:00-12:00 e 17:00-19:00 l’artista sarà presente per illustrare le sue opere.
Evento in collaborazione con Circolo Provinciale della Stampa e Circolo Filatelico Numismatico di Alessandria.
Nell’occasione VOTA ANCHE TU PER LA CHIESA DI SAN GIACOMO DELLA VITTORIA, candidato luogo del cuore FAI 2022.
Fabio Gagliardi nato nel 1962, vive ad Alessandria. Dal 1987 ha iniziato ad interessarsi d’Arte partecipando a mostre fotografiche con l’A.F.A. Dal 2013 Fotografo di scena per cortometraggi e video musicali. Una sua poesia è sceneggiatura del corto “Non ascoltare il cuore” dov’era fotografo di scena.
MOSTRE: BIENNALE D’ARTE AL 2015, CUORI INFRANTI – AL 2016, Nel 2017: 13° AMACI To, 2018 Palazzo Saluzzo Ge, Albisola (GE). Dal 2018 al 2020 ha curato lo STUDIO D’ARTE 102 in Alessandria: opere del Maestro Nespolo e sue. Nel 2019 ha creato per AIDO l’opera “Con il Cuore“ per Papa Francesco ed il Cardinal Versaldi e due opere per il Sindaco ed Il prefetto di Alessandria. Mostra CON IL CUORE Ospedale S.S. ANTONIO E BIAGIO – AL DIAVOLO IN TOSCANA – (LU).
Ottobre 2021: Alessandria nel Cuore presso Bio Cafe’ ad Alessandria
Febbraio 2022 I dont love You RC Cuori Pop Sale d’Arte del Comune di Alessandria – 1° Premio Città di Alessandria Menzione d’Onore – Le coleur d’un poeme Pavia menzione per la fotografia ” Piazza Garibaldi”
Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager
Chi disse “Un bel tacer non fu mai scritto” e come si può interpretare?
“Un bel tacer non fu mai scritto” è’ un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”.
Questo proverbiale modo di dire è da molti attribuito a Dante Alighieri, ma è più probabile che si tratti di una leggera variazione di un verso di Iacopo Badoer, un librettista e poeta italiano vissuto nel XVII secolo.
L’espressione può essere utilizzata sia per criticare, in modo non poi così velatamente ironico, colui che ha detto qualcosa che riteniamo inopportuno o poco intelligente, sia per invitare qualcuno a riflettere prima di parlare e dire qualcosa che potrebbe rivelarsi sbagliata o comunque fuori luogo.
«Juncker? Un bel tacer non fu mai scritto. Pensi al suo paradiso fiscale Lussemburgo e la smetta di insultare gli Italiani e il loro legittimo governo». Lo dice il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini replicando alle dichiarazioni del presidente della Commissione europea. – ANSA, 12 ottobre 2018).
Nei Marsigliesi di Camoin e Jodorowsky non c’è alcun bisogno di briglie: i cavalli sapranno trovare da soli la giusta armonia. È sempre l’Io che sta alla guida, come sottolinea Claudio Widmann a proposito di questa carta, ed è un Io consapevole del fatto che, evidentemente, quei due animali non lo tradiranno. Piuttosto, percepiranno i suoi comandi senza parole.
Mi piace, lo ammetto, l’idea di fidarmi dell’inconscio, e adoro i cavalli.
Vittoria: ora o mai più?
“Riflessioni per cavallerizzi” di Franz Kafka
“Se ci si pensa bene nulla può indurre a voler essere il primo in una corsa di cavalli.”
E perché? Leggiamo.
“La gloria di essere considerato il miglior cavaliere di un intero paese procura all’attaccare dell’orchestra una gioia troppo forte perché il mattino dopo sia possibile impedire il rimpianto.”
Meglio fare e pentirsi o non fare e pentirsi lo stesso? Bella domanda. I cavalli scalpitano.
“L’invidia degli avversari, gente astuta e piuttosto influente, non può che addolorarci” e ancora “i concorrenti rimasti indietro saldi in sella, cercano di calcolare la sventura che li ha colpiti e il torto che in qualche modo viene loro fatto.”
[Franz Kafka – 1917]
Vincere è una responsabilità. Possiamo assumercene le conseguenze? Dalla risposta dipenderà il nostro comportamento.
“A molte signore il vincitore sembra ridicolo perché si gonfia d’orgoglio. In realtà non sa cosa fare con quell’eterno stringere mani, mettersi sull’attenti, inchinarsi, far cenni di saluto in lontananza mentre gli sconfitti hanno chiuso la bocca e battono di sfuggita sul collo dei loro cavalli che perlopiù nitriscono. Alla fine, dal cielo fattosi torbido, comincia addirittura a piovere.”
Ma il Carro è inevitabile: l’adolescente eroico vuole vincere, il Puer merita di trovare l’energia per sperimentare la gioia transitoria di un successo, che sia uno, almeno… una gara, una partita, una battaglia…
La Casa dei Tarocchi è la mia rubrica su Oubliette Magazine | ricomincio a settembre! | cloppete clop!
E tu? Quale carro ti viene in mente? Che carro sei? Dove stai andando? Quali forze contrapposte stai facendo interagire? Io vi propongo: l’adolescente cresce e corre in “I diari della motocicletta”, il Che in formazione, Mondadori
Per questo mio dizionario, la R si fa monella. Mi porta Rivoluzione, Rabbia che rimbalza e romba, Resistenza ma non Resilienza – un termine che, l’ho già detto, irrita i miei neuroni con la sua eco metallica.
Arriva poi, con garbo, la Responsabilità. Elegante, dritta Giustizia dei Tarocchi, seria e saggia, trasgressiva rispetto alle leggi degli uomini, più vicina alla dea che cura l’arte della Sapienza.
Responsabilità come consapevolezza. Come essere co-Responsabili, una Responsabilità condivisa per la medicazione del nostro pianeta – la Terra che ci ospita e quella alchemica, elemento in trasformazione e perfezionamento interiore.
Siamo tutti Responsabili:
– implicati nel Qui e Ora
– con in dote l’impegno.
Sentirsi impegnati nel mondo è condotta morale ed è etica profonda, attenta. Si scriveva di Responsabilità con Simonetta Putti e Silvana Graziella Ceresa nel libro condiviso “Utero in anima”, parlando delle biotecnologie nell’autogol della dominazione – umani creano le proprie prigioni. Abbiamo scritto di Foucault e del bio-potere, in questo tempo da lupi meccanici. Nella nostra società i “limes” sono scavalcati e spesso scompaiono; lo ricordiamo dalla storia dell’Impero
Romano, dalla caduta dell’Io tronfio. È crollata l’etica della convinzione che fa riferimento a valori sovrumani biologici e indiscutibili? Fatichiamo a guadagnare l’etica della responsabilità che Abbagnano nel suo “Dizionario filosofico” definisce come “possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggersi”, di volta in volta correggere il tiro sulla base delle previsioni. Oggi abbiamo gli strumenti per prevedere il nostro comportamento, abbiamo nozioni dedotte per analogia dalle esperienze.
Se non agiamo rivalutando la Responsabilità, quali strumenti offriamo al futuro e per il futuro dei nostri figli? Sperimentiamo sulla pelle degli altri in un procedere per tentativi ed errori?
Come analiste junghiane e terapeute parliamo di attualità dei problemi contingenti. Se la scienza è diventata il punto di riferimento di ogni Cultura, anche la Responsabilità del nostro essere in Natura va recuperata: una natura cosciente, consapevole, perché noi siamo in grado di recuperare il legame.
Ti racconto un’opera: domenica 11 secondo appuntamento dedicato a Francesco Cairo
Casale Monferrato: Alle ore 17,00 al Museo Civico in occasione di Casale Città Aperta
Il Cavalier Cairo: protagonista della pittura lombarda del Seicento a Casale Monferrato è il titolo del secondo appuntamento di Ti racconto un’opera, la rassegna organizzata dal Museo Civico e Gipsoteca Bistolfi di Casale Monferrato in occasione del tradizionale appuntamento di Casale Città Aperta, l’evento che permette ogni secondo fine settimana del mese di visitare monumenti e musei cittadini.
Curato dallo storico dell’arte Dario Michele Salvadeo, l’appuntamento è in programma per domenica 11 settembre alle ore 17,00 e darà la possibilità ai partecipanti di scoprire le avventurose vicende biografiche e artistiche di un grande protagonista della pittura lombarda, Francesco Cairo.
Grazie alle preziose testimonianze conservate in Museo, è possibile ripercorrere le tappe della sua vita, la sua fortuna in Piemonte e la successiva riscoperta nel Novecento, grazie a un grande critico e scrittore come Giovanni Testori.
Il percorso si snoderà non solo all’interno delle sale del Museo Civico di via Cavour, 5, ma anche, grazie alla collaborazione con l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Casale Monferrato, nella chiesa di Santo Stefano, dove si conserva un dipinto firmato di Francesco Cairo.
Costo di partecipazione: € 3,60, gradita la prenotazione ai numeri 0142 444309 / 0142444249 o via e-mail all’indirizzo museo@comune.casale-monferrato.al.it.
Ti racconto un’opera proseguirà poi fino a fine anno e ogni visita avrà come punto di partenza la lettura di una specifica opera d’arte, dalla quale si svilupperà una narrazione dai molteplici aspetti coinvolti: vicende biografiche dell’artista, caratteristiche del soggetto rappresentato, collegamenti con altre opere presenti in Museo o disseminate sul territorio, peculiarità tecniche o vicende collezionistiche. E non mancheranno rimandi alla storia politica e culturale.
La prossima visita in programma si terrà domenica 9 ottobre.
Casale Monferrato, 6 settembre 2022
Il presente comunicato è redatto in modo impersonale (senza nomi e virgolettati) secondo quanto disposto dall’art.9 c.1 della legge n° 28 del 22 febbraio 2000 in tema di par condicio nei periodi pre-elettorali.
Casale Città Aperta: a settembre doppio appuntamento. In occasione della Festa del Vino del Monferrato Unesco
Come di consueto, durante il mese di settembre l’iniziativa Casale Città Aperta, la tradizionale iniziativa per far conoscere i monumenti e i musei cittadini organizzata dell’Assessorato alla Cultura – Museo Civico e in programma abitualmente durante il Mercatino dell’Antiquariato, raddoppia la propria offerta.
Nel fine settimana di sabato10 e domenica 11 settembre i monumenti visitabili e gli orari di apertura saranno:
– Cattedrale di Sant’Evasio e chiesa diSanDomenico dalle ore 15,00 alle ore 17,30
– Teatro Municipale, Torre Civica e chiesadi San Michele: sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30; domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30
– chiesa di Santa Caterina (ingresso da via Trevigi, 16): sabato dalle ore 15,00 alle ore 19,00 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 19,00
– Percorso storico-militare del Monferrato (Coordinamento delle Associazioni d’Arma in via Martiri di Nassiriya 8): domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30
– Palazzo Gozani di San Giorgio (sede del Comune): domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30. Saranno visitabili Sala Consiliare, Galleria, Sala Verde, Sala Rossa e Sala Gialla, tutte decorate con gli splendidi affreschi di Francesco Lorenzi dedicati a temi mitologici.
– Castello del Monferrato, che ospiterà Golosaria (www.golosaria.it), sarà visitabile grazie ai volontari di Orizzonte Casale che si renderanno disponibili per l’accoglienza e la visita di cortile e spalti sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30.
Nel fine settimana di sabato17 e domenica 18 settembre, primo week end della Festa del Vino del Monferrato Unesco (www.festadelvinodelmonferrato.it), i monumenti visitabili e gli orari di apertura saranno:
– Teatro Municipale, Torre Civica e chiesadi San Michele: sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30
– chiesa di Santa Caterina (ingresso da via Trevigi, 16): sabato dalle ore 15,00 alle ore 19,00 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 19,00
– Cattedrale di Sant’Evasio: dalle ore 15,00 alle ore 17,30
– Castello del Monferrato sarà visitabile grazie ai volontari di Orizzonte Casale che si renderanno disponibili per l’accoglienza e la visita di cortile e spalti sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30.
Alle ore 15.30 di domenica 11 e domenica 18, con partenza dal Chiosco di piazza Castello, si terrà la consueta passeggiata per i monumenti cittadini con l’accompagnamento dei volontari dell’Associazione Orizzonte Casale.
Nei due fine settimana saranno inoltre aperti anche i seguenti musei:
Museo Civico offrirà l’ingresso gratuito sabato 10 e domenica 11 e a pagamento sabato 17 e domenica 17. Orari di apertura: dalle ore 10,30 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 18,30. Situato nell’ex Convento di Santa Croce, affrescato all’inizio del Seicento da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, include la Pinacoteca (con l’esposizione di circa 250 opere tra dipinti e sculture) e la Gipsoteca Leonardo Bistolfi (una delle poche collezioni italiane in grado di illustrare l’intero percorso creativo di uno scultore nella sua completezza. Sono esposte 170 sculture del maestro simbolista, di origine casalese, che raggiunse fama internazionale). Nella sala ipogea è esposta la collezione di Carlo Vidua, con le testimonianze di viaggio raccolte dal viaggiatore monferrino durante tre viaggi intorno al mondo all’inizio dell’Ottocento.
Il museo proporrà domenica 11 alle ore 17,00 la visita guidataIl Cavalier Cairo a cura di Dario Salvadeo. La partecipazione all’iniziativa prevede il pagamento del biglietto ridotto di € 3,60. È gradita la prenotazione ai numeri 0142/444.249-444.309.
Sinagoga e Musei Ebraici aperti solo domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,00 e dalle ore 15,00 alle ore 18,00: edificata nel 1595, monumento di grande interesse storico e artistico, il Tempio Israelitico oggi si presenta nel suo splendore barocco rococò piemontese (1700-1800). Sono annessi il Museo Ebraico, che espone numerosi argenti, tessuti e oggetti di culto.
Percorso museale del Duomo Sacrestia Aperta, visitabile sabato e domenica dalle ore 15,00 alle ore 18,00, permette di ammirare preziosi reliquiari, splendidi tessuti e importanti mosaici. Sarà anche possibile accedere, la domenica, al percorso dei sottotetti della Cattedrale: l’ingresso sarà organizzato con visite guidate ad orari fissi: ore 15,00 – 16,00 – 17,00; il percorso avrà una durata di circa 45 minuti ed è richiesto un contributo di 5 euro (per maggiori di anni 12), 4 euro (per minori di anni 12 e over 60), ingresso gratuito per possessori di tessera MOMU o Abbonamento Piemonte Musei. Il numero max consentito per ogni visita è di 10 persone, motivo per cui è consigliata la prenotazione al numero 3929388505 o alla mail antipodescasale@gmail.com. Per la visita ai sottotetti è inoltre consigliabile l’uso di una calzatura comoda.
Il presente comunicato è redatto in modo impersonale (senza nomi e virgolettati) secondo quanto disposto dall’art.9 c.1 della legge n° 28 del 22 febbraio 2000 in tema di par condicio nei periodi pre-elettorali.
Alessandria. Sabato 10 settembre: “La cultura, nel senso pieno che questo termine ha assunto nella tradizione antropologica, ha la funzione di dare significato alla realtà umana e sociale. Ora, poiché l’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, vive immerso nel significato, la cultura à quanto gli permette di trovare una risposta al problema dell’essere e dell’esistenza. Noi siamo letteralmente immersi nella cultura”.
Questo brano di Serge Latouche mi è tornato alla mente in questi giorni, leggendo l’intenso programma di “Aperto per cultura”, l’insieme di eventi promossi ad Alessandria il 10 settembre da Confcommercio.
Tra questi eventi, ne segnalo due, logisticamente e temporalmente collegati.
Alle ore 18,30, presso il Collegio Universitario “Santa Chiara” di Alessandria (con ingresso da via Inviziati, 3), si terrà il concerto dell’Ensemble di Saxofoni del Conservatorio Antonio Vivaldi di Alessandria (Davide Ingrosso, sax soprano e tenore; Stefano Mati, sax contralto; Samuele Zanocco, sax contralto; Carlo Rivera, sax contralto e tenore; Antonio Caso, sax tenore; Matteo Valivano, sax baritono). Saranno suonati i seguenti brani: God Bless the Child (Herzog/Holiday); Swing Low Sweet Chariot (spiritual); Chameleon (Herbie Hancock); A Study in Contrasts (Sammy Nestico); Hymn to Joy ( L. V. Beethoven); Poem and Dance (Leroy Ostransky). Maestro concertatore Ausonio Giovanni Calò, docente di saxofono presso il Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria.
Alle ore 19, stesso luogo, a cura del Centro di cultura dell’Università Cattolica, la prof.ssa Barbara Viscardi terrà una Conferenza-lettura su “Mario Luzi e la ricerca della luce nel Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”.
Il vecchio e il mare (The Old Man and the Sea) è un breve romanzo dello scrittore americano Ernest Hemingway: scritto nel 1951, fu pubblicato sulla rivista Life nel 1952. Ultima grande opera narrativa pubblicata in vita, fu premiata nel 1953 col Premio Pulitzer e contribuì a fargli ottenere il Premio Nobel per la letteratura nel 1954, venendo citato tra le motivazioni del comitato selezionatore. La storia è semplice ma densa di evidenti simbologie: un giorno Santiago, un vecchio pescatore cubano, dopo una lotta furiosa in mare aperto, pesca il pesce più grande della sua vita; cerca poi di portarlo verso il porto, ma gli squali poco a poco spolpano e divorano il suo gigantesco marlin. L’uomo, così, torna indietro solo con una grande lisca, ma questo non è un racconto di morte e di sconfitta. Il tema centrale è infatti il legame profondo tra l’uomo e la natura. Il protagonista si sente fortemente connesso con l’ambiente, la preda stessa non è un nemico da distruggere ma un compagno al quale, durante il lungo inseguimento, il vecchio pescatore si rivolge con rispetto.
NAPOLI
«Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo aveva ubbidito andando in un’altra barca dove prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.» Questo splendido racconto lungo, forse il più celebre di Hemingway, ebbe immediato successo, e fu subito premiato con Pulitzer e Nobel. Nonostante l’autore abbia sempre negato che questa fosse la sua intenzione, la semplicità su cui è costruito lo rende quasi una parabola, una storia universale, fortemente simbolica. Tutta la vicenda è costruita su due personaggi, il vecchio Santiago e il ragazzo, e su due ambienti, il mare e la capanna. La presenza e l’affetto di Manolo per il pescatore fanno da contrappunto alla sua totale solitudine, e quando il ragazzo viene a mancare si amplifica enormemente il confronto tra il vecchio e il mare, che si fa dunque totale, un’immersione nella natura, nelle avversità della vita, nel tempo.
IL VECCHIO E IL MARE
Il vecchio e il mare avevano un rapporto strano, un legame di sangue e di acqua. Parlavano, lui raccontava i suoi pensieri, l’altro gli rispondeva con onde sommesse. Il vecchio aveva passato la vita a pescare, solo, in eterna lotta. E a quel mare diede l’ultimo ansito di vita.
Imma Paradiso (Versi liberamente ispirati all’omonimo romanzo di Hemingway “Il vecchio e il mare”) GRAZIE 🌹
*Un capolavoro. Struggente,metafora profonda sulla vita che Hemingway scrisse di getto e che è espressione di tutta la sua malinconica maturità, sentendo il peso delle varie vicissitudini che lo segnarono fortemente. Il vecchio pescatore, una figura onesta e solitaria, perseguitato ma non rassegnato nella sua miseria, dalla sfortuna che gli ha sottratto la gioia della compagnia del ragazzo che ama come un figlio. E alla fine quel contatto intimo e assoluto con il mare, il Marlin a cui finirà per identificarsi in quel confronto infinito che è la vita.
Il format ideato dalla Confcommercio di Alessandria in partnership con quella di Siracusa per la rinascita della città e della comunità
“APERTO PER CULTURA”, UNA GRANDE SQUADRA DI PARTNER E SOSTENITORI Centodieci appuntamenti che uniscono cultura ed enogastronomia: una fitta mappa di eventi consultabile in diversi formati, cartacei e digitali Rafforzata l’attività di promozione del territorio per incentivare i flussi turistici nel fine settimana della manifestazione
Mancano pochi giorni ad uno degli eventi più attesi della città di Alessandria, Aperto per Cultura, che si svolgerà sabato 10 settembre ed il desiderio di rigenerarsi e riqualificarsi grazie ed attorno a questa iniziativa, unica nel suo genere, è ancora più forte. Molti sono gli enti e le aziende che rendono possibile la realizzazione del format ideato e organizzato dalla Confcommercio della provincia di Alessandria con il patrocinio ed il sostegno del Comune di Alessandria. Intervengono con un contributo alla manifestazione il Gruppo Amag, la Camera di Commercio di Alessandria-Asti, la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, e le aziende 3i Group, Novelli 1934, Gruppo Resicar, Rolandi Auto, Alessandria Auto e Bagliano.
Tra i partner che cureranno la parte culturale, con la doppia direzione artistica di Daniel Gol per il teatro e di Rino Cirinnà per la musica, si segnalano l’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, il Conservatorio Vivaldi di Alessandria, l’Università del Piemonte Orientale, il Concorso Internazionale di Chitarra Classica Pittaluga, ASM Culturale Costruire Insieme, Associazione Commercianti di Borgo Rovereto, Associazione Culturale AXC, Gruppo Giovani Confcommercio Alessandria – Micidiale.
Arricchiscono la squadra tutti i ristoratori che aderiscono al circuito e le attività commerciali che contribuiranno a comporre la autentica scenografia di una città che guarda al futuro e vuole farsi conoscere al di fuori dei propri confini.
LE DICHIARAZIONI
IL PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO ALESSANDRIA VITTORIO FERRARI ED IL DIRETTORE ALICE PEDRAZZI “C’è molta attesa per la nuova edizione di Aperto per Cultura, che ritorna, dopo due anni di stop forzato, con una manifestazione che è cresciuta, sia per quanto riguarda l’ampiezza del programma ed il numero degli appuntamenti culturali, ma anche per l’estensione oraria – già dal mattino, infatti, ci saranno iniziative – e per la notorietà di alcuni degli artisti in programma, quali ad esempio Maurizio Lastrico, Antonio Ornano, Gualtiero Burzi, Davide Iacopini, Alberto Basaluzzo, Paolo Fresu e Dino Rubino. Un palinsesto che è stato creato per offrire ancora più opportunità di fruire gratuitamente di spettacoli di alto profilo e per esercitare un maggior fattore di attrazione nei confronti del pubblico che viene da province e regioni confinanti, pubblico nei confronti di cui sono state effettuate azioni di comunicazione, marketing e promozione in chiave di incoming turistico. E tutto ciò è reso possibile grazie al sostegno di tutti gli enti, le aziende ed i partner che contribuiscono al progetto Aperto per Cultura ai quali va il nostro sentito ringraziamento per un evento che va a vantaggio della città intera”.
IL VICESINDACO DELLA CITTA’ DI ALESSANDRIA “Spettacoli teatrali, concerti di musica di generi diversi, musei aperti e visite guidate al centro cittadino, il tutto unito alla migliore offerta enogastronomica. Questo è il format ormai consolidato che caratterizzerà l’edizione 2022 di ‘Aperto per Cultura’. La Città sarà animata da suoni, colori e sapori che sapranno offrire non solo agli abitanti ma anche a coloro che vorranno visitare Alessandria in questa occasione, tutto quanto di bello e prestigioso il nostro territorio può offrire. La manifestazione sarà una bella occasione di aggregazione e convivialità, di scoperta del patrimonio artistico-culturale della Città e delle sue specialità enogastronomiche, parte integrante della cultura alessandrina”.
IL PRESIDENTE DEL GRUPPO AMAG PAOLO ARROBBIO “Desidero esprimere le più vive congratulazioni agli organizzatori di “Aperto per Cultura” che il prossimo 10 settembre porteranno nuovamente una ventata di creatività e di rigenerazione urbana nella città di Alessandria all’insegna di eccellenze culturali, enogastronomiche ed imprenditoriali del territorio. Il Gruppo AMAG è pertanto lieto di collaborare alla prestigiosa iniziativa che valorizza la città di Alessandria e la fa ancora più bella attraverso i suoi luoghi di cultura, arte e spettacolo”. IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI ALESSANDRIA-ASTI GIAN PAOLO COSCIA “Aperto per Cultura è un progetto pensato come una moderna proposta di valorizzazione dei centri storici cittadini, partendo dall’arte e dalla cultura, realizza un evento che consente di mettere in mostra il patrimonio storico, teatrale e musicale di una città, accanto, ed in modo sinergico, alle eccellenze enogastronomiche ed artigianali. La Camera di Commercio di Alessandria-Asti conferma anche quest’anno il supporto a questa importante iniziativa promozionale, il cui successo è stato tale che il format è stato già replicato ed utilizzato a Siracusa nel 2017 ed a Casale Monferrato nel 2018. Un progetto in continua crescita che porta numerosi visitatori a conoscere le eccellenze enogastronomiche, culturali, turistiche di Alessandria e che quest’anno si propone ancora più ricco di eventi. Un invito a scoprire quanto la cultura sia importante per unire e fare da “volano” a tutti i settori economici di un territorio.”
IL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ALESSANDRIA LUCIANO MARIANO “Aperto per cultura ritorna di Alessandria dopo due anni di pausa forzata e trova ampia collaborazione da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria che ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti di tutte le iniziative tese a rilanciare il tessuto culturale e socio-economico della nostra città e della nostra provincia. La sinergia con la Fondazione sarà basata essenzialmente sul piano culturale e prevede un’apertura notturna straordinaria di Palatium Vetus, sede dell’Ente, dove saranno organizzate visite guidate allo storico edificio, alla ghiacciaia, all’area museale e alla mostra “Le contemporanee” allestita al piano terreno del “broletto”. Non solo. Il cortile del Palazzo si trasformerà in palcoscenico e ospiterà una rappresentazione, l’”Aiace” di Sofocle, a cura dell’Istituto Nazionale Dramma Antico. Un evento particolarmente suggestivo sullo sfondo dello storico “broletto”, sede del primo comune di Alessandria e coevo alla fondazione della città. Il ricco programma di eventi e il coinvolgimento di decine di operatori economici e culturali completerà il quadro della serata che ci auguriamo riscuota l’interesse dei cittadini e di tanti visitatori provenienti da altre città e regioni limitrofe”.
IL CEO DI 3I GROUP FRANCESCO DAQUARTI “Aperto per Cultura è l’occasione per dare voce e mettere in luce il patrimonio alessandrino, con le proprie virtù, tradizioni, storie, esperienze, passioni, in un’atmosfera armonica e di intelletto. Un’eredità che ritroviamo nel DNA della nostra azienda e per questo non possiamo che farne parte”.
LA RESPONSABILE MARKETING DI ROLANDI AUTO RICCARDA ROLANDI “Aperto per Cultura è un evento che valorizza le eccellenze culturali, artistiche ed enogastronomiche della nostra città, del nostro tessuto urbano. Noi siamo radicati in questo contesto e desideriamo onorare questo patrimonio. Ecco perché partecipiamo con grande piacere. Da sempre una delle nostre vetture diventa ‘palcoscenico’ di uno spettacolo; quest’anno saremo presenti a Palazzo Ghilini con “Caramelle per il Futuro”, scritto e diretto da Daniel Gol, interpretato da Laura Tartuferi e dalla nostra fantastica Nuova BMW serie 4 Cabrio”.
L’ AMMINISTRATORE DELEGATO DEL GRUPPO RESICAR ROBERTO SIRI “Dall’ultima edizione del 2019 ci mancava Aperto per Cultura, un format che coinvolge i cittadini, gli imprenditori e la città tutta, valorizzando la cultura ed il commercio locale perché anima e permette di far vivere il centro in una atmosfera unica. Siamo felici di essere nuovamente al fianco di Confcommercio in questo evento che coinvolge l’imprenditoria del territorio, consentendoci di esporre le nostre auto e mostrarle in una scenografia speciale, non solo al pubblico cittadino ma anche a chi arriverà dai paesi e dalle province limitrofe, dato il richiamo che oggi ha la manifestazione. La nostra azienda presenterà la Nissan ARIYA, auto totalmente elettrica dal design futuristico e dalle elevate prestazioni tecnologiche. Cercateci tra le vie cittadine, vi aspettiamo numerosi!”
IL GENERAL MANAGER DI NOVELLI 1934 ALESSANDRO CASTO “Novelli 1934, società di BIAUTO GROUP che proprio nel 2022 ha compiuto 100 anni, è sempre stata presente in tutti i territori dove sono ubicate le proprie concessionarie, vivendo il tessuto sociale grazie al supporto di eventi legati alla cultura e allo sport. Proprio per questo motivo è particolarmente coerente la presenza all’evento “Aperto per Cultura” della nostra Concessionaria Mercedes e Smart operante nelle provincie di Alessandria e Genova. Cultura che significa anche sostenibilità ambientale e tecnologia: caratteristiche perfettamente rappresentate dalla vettura in esposizione, la nuova Mercedes EQS. La neo ammiraglia della Casa di Stoccarda, con alimentazione esclusivamente elettrica, rappresenta infatti il meglio della tecnologia applicata all’auto: sarà possibile ammirarla in occasione della kermesse, ma vi aspettiamo provarla nella nostra nuova sede di San Michele con un test drive personalizzato”.
IL RESPONSABILE MARKETING GRUPPO ALESSANDRIA AUTO SPA STEFANO TETI “Come Alessandria Auto Spa questa sarà la nostra prima partecipazione ad Aperto Per Cultura. Come già visto nelle edizioni passate, un bellissimo evento che riscontra l’interesse della cittadinanza, un format coinvolgente tra commercio e cultura, di cui abbiamo sempre bisogno, senza dimenticare la buona cucina”.
MARCO BAGLIANO, AZIENDA BAGLIANO “Per la nostra città l’insieme di Arte, Musica e Cultura significa condivisione di momenti di gioia, festa e vita. Per questo motivo Aperto per Cultura ha dimostrato in questi anni di essere un evento cardine per il benessere della comunità Alessandrina”.
IL PROGRAMMA
CENTODIECI APPUNTAMENTI Un numero che dice molto, 110: è il numero degli appuntamenti che costellano la galassia di Aperto per Cultura – edizione 2022. Un programma ricco, che trasmette tutto l’entusiasmo, la creatività e l’amore per la propria città dopo due anni di stop forzato. Ma, naturalmente, non è solo un numero perché Aperto per Cultura è soprattutto qualità, cura dei dettagli, amore per il bello e senso di comunità, una comunità che ha voglia di trovarsi e ritrovarsi.
Alessandria da scoprire: promozione del territorio e attività di incoming
Aperto per Cultura è una grande opportunità per promuovere la città ed il territorio in chiave turistica e in questa edizione 2022 gli organizzatori hanno rafforzato e reso strutturale questa attività grazie ad una serie di azioni:
arricchimento del programma generale e ampliamento degli orari del palinsesto culturale che vede iniziare le attività a partire dal mattino con il tour “Alessandria Massonica” e poi a seguire con l’apertura dei musei e i successivi appuntamenti della sezione pomeridiana “Aspettando AXC”;
realizzazione e promozione di pacchetti turistici in occasione del fine settimana di Aperto per Cultura (9-11 settembre) a cura di Comune di Alessandria, Alessandria Incoming – Valdata Tour – Monferrato Travel – Stranalandia Viaggi – Bluvacanze Alessandria – l’Oblò Viaggi ed Alexala presenti su http://www.visitalessandria.it, http://www.apertopercultura.net e su http://www.alexala.it;
creazione e diffusione di contenuti video sui social media (come Instagram, Tik Tok, etc.) per mostrare e far conoscere le peculiarità artistiche, storiche ed architettoniche alessandrine in collaborazione con Sandro Marenco, tik toker molto apprezzato e seguito anche dai giovanissimi;
campagna di comunicazione complessiva dell’evento con una presenza forte su testate giornalistiche quotidiane e periodiche di livello nazionale, oltre alla pubblicità sul web e all’attività di social media marketing.
L’edizione 2022, il ritorno
“La cultura in tutti i sensi – Quando la cultura si fa guardare, sentire e gustare” è l’evocativo claim dell’edizione che si svolgerà ad Alessandria sabato 10 settembre 2022.
Il richiamo è a tutti i sensi che coinvolge e a tutti i significati che esprime la cultura all’interno della vita di una città e di una comunità.
La vista, perché ci sarà molto da vedere:
· 17 spettacoli teatrali, dislocati per il centro città, fra i quali le performance di Maurizio Lastrico, Antonio Ornano, dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, di Gualtiero Burzi, Davide Iacopini e Alberto Basaluzzo, le performances dirette dal direttore artistico Daniel Gol e numerosissimi altri;
· Mostre, sale d’arte, chiese, musei e monumenti della città saranno aperti per tutta la serata dell’evento, con visite guidate e con performance teatrali e musicali all’interno;
· 4 conferenze e workshop di approfondimenti su letteratura, cinema e comunicazione, anche a cura dell’Università del Piemonte Orientale;
· 2 performance di danza.
L’udito, perché ci sarà molto da ascoltare:
· 32 concerti di musica jazz e classica, diffusi per i balconi, le vie, le piazze ed i cortili della città, con la partecipazione di musicisti come Paolo Fresu, Dino Rubino, Rino Cirinnà, degli allievi del Conservatorio Vivaldi di Alessandria e di moltissimi altri professionisti di caratura internazionale;
Il gusto, perché ci sarà molto da assaggiare:
· 45 buffet enogastronomici, allestiti a cielo aperto con gusto, eleganza e raffinatezza.
Altra peculiarità di Aperto per Cultura è la gratuità di tutti gli eventi teatrali, musicali e culturali, fruibili per tutto l’arco della serata, a ciclo continuo, per permettere ai visitatori di realizzare un percorso virtuoso tra teatro e musica, letteratura e arte.
Tutto il programma culturale ed enogastronomico dell’edizione 2022 di Aperto per Cultura è consultabile sul sito http://www.apertopercultura.net, sulla App Aperto per Cultura e sulla mappa.
LA RIGENERAZIONE URBANA La trasformazione di luoghi abbandonati ed in disuso in luoghi di cultura: ecco la cifra vincente di questa manifestazione.
Aperto per Cultura è un format di “city management” nato per riqualificare e rilanciare i centri storici delle città abbinando cultura e enogastronomia. E’ nato nel 2016 riaprendo i negozi sfitti, che sono diventati palcoscenici per spettacoli teatrali, trasformandosi, per una sera, da luoghi abbandonati a luoghi di cultura. I balconi dei palazzi ospitano musica dal vivo e i ristoratori allestiscono scenografiche tavole a cielo aperto. Il tratto distintivo di questa manifestazione è la capacità di coinvolgere l’intero tessuto urbano, sia fisico che sociale, in una grande operazione culturale: la cultura invade la città, ne occupa gli spazi anche più insoliti, svolgendo una forte azione rigeneratrice e riqualificatrice, che non esaurisce i propri effetti nella sola serata dell’evento. In tutto questo, la componente enogastronomica, altra grande espressione culturale del territorio, fa da prezioso elemento di unione tra gli eventi diffusi.
Aperto per Cultura, insomma, offre un connubio inscindibile di spettacoli teatrali che si ripetono a ciclo continuo, per tutta la durata dell’evento in insolite e originali location, di concerti di musica jazz e classica, con musica che proviene da balconi e cortili, di musei aperti e visite guidate per la città e le sue bellezze artistiche e architettoniche, il tutto unito alla miglior offerta enogastronomica del territorio, elaborata con particolare cura ai dettagli estetici dei buffet allestiti.
Oggi Aperto per Cultura è un positivo esempio di partnership pubblico-privato esportato anche in altre città (Siracusa, fra le altre). L’ultima edizione alessandrina ha proposto 50 punti culturali con oltre 9.000 spettatori per le sole performance teatrali, ha coinvolto 62 imprenditori dell’area food e ha generato oltre 9 milioni di interazioni sui profili social.
il sangue rosso che scorre nelle mie vene ha ancora il profumo di terra umida di quelle innevate montagne ho ancora gli occhi del colore della nebbia e del mare e nella mia pelle rimane inchiodata una lontana memoria che mi dice che forse sono diventato un altro
anche io sono nato e cresciuto in una terra strana sono figlio di una calma nascosta senza parole e ritorno sempre alle mie origini come un uccello che canta nel cielo allo splendore della vita sono un bambino che non ha dimenticato che il suo cuore batte con quella forza che viene dal sole e dalla luna io ho l’anima italiana perché appartengo al tempo di quelle anime che non muoiono mai
poesia da “non devo morire oggi” joan josep barceló i bauçà Edizioni Setteponti
Ernest Miller Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961) è stato uno scrittore e giornalista statunitense. Fu autore di romanzi e di racconti.Soprannominato Papa, fece parte della comunità di espatriati americani a Parigi durante gli anni Venti, conosciuta come “la Generazione perduta” e da lui stesso così chiamata nel suo libro di memorie Festa mobile, ispirato da una frase di Gertrude Stein.Raggiunse già in vita una non comune popolarità e fama che lo elevarono a mito delle nuove generazioni. Hemingway ricevette il Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare e vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1954.
Poesia di Ernest Hemingway Raccomandazione a un figlio
Non fidarti d’un bianco, un ebreo non ammazzare, non firmare mai un contratto, un banco in chiesa non affittare. Non arruolarti nell’esercito; pigliare troppe mogli non bisogna; non scrivere mai per le riviste: non grattarti la rogna. Metti sempre una carta sul sedile del cesso, con la guerra sta in campana, tieniti pulito, non essere malmesso, non sposare una puttana. Non pagare i ricattatori, gli avvocati tieni a bada, non fidarti degli editori, o finirai in mezzo a una strada. Tutti gli amici ti lasceranno prima o poi moriranno, lo sai, che la tua vita sia sana e pulita e in paradiso li ritroverai.
*Versi forti, crudi, consigli che sembrano sentenze, come nello stile di questo grande scrittore di cui amo quel capolavoro che è ” Il vecchio e il mare”. Di certo poteva parlare a ragione, data la sua enorme esperienza di vita e la voglia di poter risparmiare al figlio l’amarezza di errori e delusioni.
Le grotte alchemiche sono tre presunti tunnel sotterranei di Torino, in Piemonte. Considerate spesso vere e proprie “porte” per altre dimensioni parallele dai seguaci dell’occulto, pare fossero luogo di ritrovo di vari parapsicologi, esoterici e alchimisti nei secoli, da cui il nome.
Le grotte alchemiche coinciderebbero con la comprovata esistenza di piccoli tratti di antichi passaggi sotterranei sotto il centro storico di Torino, fatti costruire principalmente da e per antichi appartenenti a Casa Savoia, già a partire dal XIV-XV secolo. Secondo molte leggende, le grotte alchemiche sarebbero comunque di ignota ubicazione, anche se furono ipotizzati i seguenti siti: Monumento ai Caduti del Frejus in Piazza Statuto la prima grotta sarebbe situata nei sotterranei del Palazzo Reale di Torino, secondo l’esoterismo il “cuore magico bianco” della città (vertice di un “triangolo bianco” con Praga e Lione), e connessa a sua volta con Piazza Statuto (in particolare, il Monumento ai Caduti del Frejus), presunto “cuore magico nero” (vertice di un “triangolo nero” con Londra e San Francisco). Per alcuni, questa grotta-tunnel sarebbe stata larga quanto una carrozza, permettendo un collegamento segreto dei vari sovrani sabaudi che, dalla loro residenza, raggiungevano amanti e collaboratori fin verso il lontano Castello di Rivoli, posto a occidente.
la seconda grotta, invece, collegherebbe l’antica Porta Fibellona (Piazza Castello), ingresso orientale della città, con i sotterranei di Via Garibaldi, in direzione Piazza Palazzo di Città, e di Via Po, almeno fino alla Chiesa della SS. Annunziata e fu costruita, probabilmente, per fini strategico-militari. Per altri ancora, essa proseguirebbe ancora più a oriente, addirittura passando sotto il Po, per giungere nei sotterranei della Chiesa della Gran Madre, oltre le rive del fiume, dove sarebbe esistito un antico culto egizio legato a Iside.
la terza grotta, infine, sarebbe inespugnabile e nota soltanto a pochissimi al mondo e conserverebbe la pietra filosofale. Se la prova di alcuni piccoli tratti sotterranei (in gran parte chiusi) sotto il centro storico, anticamente utilizzati come collegamenti segreti tra le chiese per vari politici, e l’esistenza di un antico laboratorio alchemico sabaudo sotto Palazzo Reale furono effettivamente ritrovati, la prova di reperti strettamente legati all’esoterismo lascia spazio soltanto a ipotesi occultistiche. (Fonte: Wikipedia)
Cosa accada nella mente umana sembra rappresentare un’essenza unica e imprendibile talvolta labile, altre misteriosa, ma come spesso succede può racchiudere una carica aggressiva irrecuperabile, che non permetta di poter tornare sui propri passi.
E’ quanto spesso si verifica soprattutto nella mente di soggetti maschili, che per motivi forse atavici o di forte frustrazione, sono capaci di riversare, completamente, sulle donne.
In un tracciato di scrittura notevole, per la sua creatività e ambientazione, è quanto mette in rilievo l’autore del testo “ UNA SCATOLA DI LATTA”,Massimo Occhiuzzo, rifacendosi, in parte, a rapimenti di ragazze avvenuti in Italia negli anni passati.
Situazioni assai dolorose, che hanno coinvolto giovani donne, e indotto le loro famiglie, a ritrovarsi in un ginepraio disordinato, dal quale poter riuscire a estrapolare, indizi e motivazioni, utili alla risoluzione del caso..
In una circostanza di forte malessere interiore, agiscono alcuni dei personaggi presentati dall’autore in questo volume, inserito in una Roma che si dimostra quasi indifferente alla gravità di certi
avvenimenti, per la sua ormai presa di coscienza, di dar vita a una società malsana, in cui si sono dissolti, quasi del tutto, remoti valori interiori.
Due innocue signore d’età avanzata, dopo il ritrovamente d’una scatola con delle missive, danno inizio a un’indagine, inizialmente fantomatica, ma che col trascorrere del tempo darà corpo a fatti meno immaginosi e concreti su cui, le autorità, potranno muovere dei passi più decisi e risalire a quanto effettivamente accaduto anni prima.
Fanno la loro comparsa, gradualmente, nel volume i vari interpreti, che daranno il via a una serie di eventi ben congegnati tra loro e che metteranno in risalto, di volta, in volta, le peculiarità caratteriali
di ogni personaggio. Aumenterà, nel corso della lettura la suspance della storia, in un crescendo di occasioni, che terranno avvinto il lettore alle pagine del libro, giungendo così, ad un’inaspettata, quanto imprevedibile conclusione dello stesso.
L’autore oltre a rendere scorrevolissima la lettura, con un’attento tratteggio dei vari protagonisti, che a mano a mano, compaiono sulla scena del giallo, ne raffigura con abilità l’impronta ideologica,
rendendo ognuno di loro molto vicino a una dialettica di vita che scorre giornalmente nel nostro quotidiano. In questo contesto, Occhiuzzo, rende assai appropriato alla dinamica del libro, l’atteggiamento dei vari soggetti, che si muovono in un’atmosfera precisa in tutti gli accadimenti,
davvero correlati tra di loro.
Dimostra pertanto, lo scrittore, una spiccata sensibilità d’animo a pennellare personalità umane dal profilo, talvolta complesso, che operano in una dimensione ambigua, celando la propria oggettività in atteggiamenti discordanti e lontani da una realtà accettabile di vita.
Una visione approfondita e delineata, risulta, essere stato il proponimento dell’autore, in questo testo, della primitività e violenza del maschio, che poco sembra essersi evoluto, nel corso dei secoli,
dando vita a scene di possessività esasperante e cruenta nei confronti dell’altro sesso, assai più sensibile e progredito, e in grado di dare scacco a sollecitazioni mentali dai toni assai superati.
@Silvia De Angelis
L’anziana donna sedeva sulla sua poltrona e pensava a ciò che non sarebbe più riuscita a fare nella vita. Il fisico la stava via via abbandonando e la dipendenza verso gli altri era sempre più marcata. Persino alzarsi per andare a fare un bisogno era diventata un’impresa da agonista puro. Si allungò appena per afferrare il libro sul mobiletto vicino a lei. La lettura era ciò che le rimaneva e che riusciva ancora a emozionarla. Vicino al libro trovò qualcos’altro che non si aspettava. Una scatola bianca con tanto di nastro rosso e un biglietto. Aprì la busta del biglietto e, incuriosita lesse il messaggio. C’era scritto semplicemente «Ecco la felicità». (Segue)
La ricca signora si svegliò la mattina con ancora un forte mal di testa. Non osava schiacciare il tasto per l’apertura delle tapparelle della finestra per timore che la luce potesse acuire ancora di più l’emicrania. I postumi della festa della sera precedente erano drammatici quella mattina. Alla fine si fece coraggio e cercò con la mano il telecomando sul comodino. Lo trovò, ma sentì anche qualcos’altro vicino a ciò che cercava. Una piccola scatola. La sorpresa le fece dimenticare il mal di testa. Fece entrare la luce, vide la scatoletta bianca con il nastro rosso e incuriosita lèsse il biglietto. C’era scritto semplicemente «Ecco la felicità». (Segue)
Lisa era disperata. A quattordici anni non era giusto soffrire così. Due genitori che le avevano pianificato la vita. Studio, amici, sport. Tutto era programmato. Ma la musica non era nei loro programmi. Quella musica che la faceva volare. Che le dava i brividi e la rendeva leggera. Decise di mettere in atto il suo piano. Fuggire di casa e partire per andare lontano. A Milano.
Aveva un amico lì, lo aveva conosciuto l’estate precedente a Riccione. Aveva 500 euro dei regali che i suoi parenti le avevano via via donato per le varie feste. Le sarebbero bastati? Non poteva saperlo, ma sicuramente le avrebbero consentito di acquistare un biglietto del treno di sola andata. Apri il mobile dove li conservava e la vide. Era una scatola con un fiocco rosso. Si fece seria e prese il biglietto. Lo aprì e lèsse: «Ecco la felicità». (Segue)
Anita non sapeva più quanti anni avesse. Non sapeva quanti gliene sarebbero rimasti. Non sapeva dove avrebbe passato quella notte che si preannunciava più fredda del solito. Il muro su cui era appoggiata aveva l’intonaco vecchio e immaginava che il suo cappotto recuperato qualche anno prima dal cassone dei vestiti per i poveri, si sarebbe infarinato un po’ da quella polvere. Guardava la strada e cercò di ricordarsi di che colore fosse. Ma non se lo ricordava. Erano anni che non si guardava neanche. Adesso pensava al suo cartone che la pioggia del giorno prima aveva irrimediabilmente rovinato. Si rattristò. Abbassò lo sguardo e vide che davanti a lei qualcuno aveva poggiato un pacco bianco con un nastro rosso e un biglietto sopra. Non poteva pensare che fosse per lei. Rimase un po’ a guardarlo aspettando che qualcuno tornasse per riprenderselo. Dopo un po’ si fece coraggio e per prima cosa prese il biglietto e lo lèsse: «Ecco la felicità». (Segue)
L’anziana signora aprì il pacchetto. Trovò una foto. Inforcò gli occhiali e guardo bene. Era sua nipote, in quel momento quindicenne che sorrideva gioiosa. Ma nella foto era più matura, splendida. Aveva una corona di alloro sulla testa e un libro in mano che doveva essere la sua tesi di laurea.
All’anziana signora vennero le lacrime agli occhi dalla felicità. «Adesso» si disse «potrei anche morire sapendo ciò che sarebbe successo».
Dalle dimensioni del pacchetto la ricca signora aveva già intuito tutto. Scartò senza entusiasmo il pacchetto e scopri al suo interno una custodia a lei familiare. Delusa dalla mancanza di fantasia del suo compagno, apri la custodia di quello che immaginava già essere il suo ennesimo anello con diamante, o rubino , o smeraldo, o qualsiasi altra noiosa pietra preziosa. Ed invece trovò un biglietto. La sua cara amica che non vedeva dai tempi dell’Università la stava invitando da lei. Avrebbero passato una splendida settimana assieme rivivendo i luoghi dell’Erasmus.
La donna si ritrovò a sorridere era felicissima.
Lisa scosse il pacchetto. Non senti alcun rumore. Sembrava assolutamente vuoto. Aspettò ancora qualche attimo poi, scrollando le spalle, si decise ad aprirlo. C’era un biglietto scritto a mano. Lo lèsse, era un contratto per l’acquisto di un costosissimo pianoforte e il modulo di iscrizione al conservatorio. Rimase sorpresa, i suoi genitori non potevano permettersi quella spesa. Poi pensò ai suoi genitori, alle domeniche senza ristorante da anni, a tutte le loro estati passate a casa mentre lei andava a Riccione con la nonna. Un nodo alla gola le bloccava il respiro. Ma era felice. Per il dono e per sapere di avere due genitori così.
Anita non ricordava neppure quando fosse stata l’ultima volta che aveva ricevuto un dono. Non sapeva neanche se fosse per lei. Ma finse di sì. Con calma iniziò a scartarlo. Si trovò davanti ad una scatola di cartone. «comoda» pensò «mi ci sdraierò sopra la notte. Aprì con cura la scatola e dentro ci trovò una pesante coperta di lana.
Giuncheto lieve biondo come un campo di spighe presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana color di vela pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere nel cuore che pesa come pietra dentro una barca –
Ma giungerà una sera a queste rive l’anima liberata: senza piegare i giunchi senza muovere l’acqua o l’aria salperà – con le case dell’isola lontana, per un’alta scogliera di stelle – * Benedizione
Tempia contro tempia si trasfondono le nostre febbri. Fuori, tremoli lunghi di stelle e l’edera, con le sue palme protese, a trattenere un luccicore mite. Nella mia casa che riscalda, tu mi parli delle grandi cose che nessun altro sa. Lontano, una gran voce d’acqua scroscia a parole incomprese e forse a te benedice, dolce sorella, nel nome del mio amore e della tua tristezza, a te, ala bianca della mia esistenza. * Prati
Forse non è nemmeno vero quel che a volte ti senti urlare in cuore: che questa vita è, dentro il tuo essere, un nulla e che ciò che chiamavi la luce è un abbaglio, l’abbaglio supremo dei tuoi occhi malati – e che ciò che fingevi la meta è un sogno, il sogno infame della tua debolezza.
Forse la vita è davvero quale la scopri nei giorni giovani: un soffio eterno che cerca di cielo in cielo chissà che altezza.
Ma noi siamo come l’erba dei prati che sente sopra sé passare il vento e tutta canta nel vento e sempre vive nel vento, eppure non sa così crescere da fermare quel volo supremo né balzare su dalla terra per annegarsi in lui. * Tramonto
Fili neri di pioppi – fili neri di nubi sul cielo rosso – e questa prima erba libera dalla neve chiara che fa pensare alla primavera e guardare se ad una svolta nascano le primule – Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri – la nebbia addormenta i fossati – un lento pallore devasta i colori del cielo – Scende la notte – nessun fiore è nato – è inverno – anima – è inverno. * Notturno
Curva tu suoni ed il tuo canto è un albero d’argento nel silenzio oscuro –
Limpido nasce dal tuo labbro – il profilo delle vette – nel buio –
Muoiono le tue note come gocce assorbite dalla terra –
Le nebbie sopra gli abissi percorse dal vento sollevano il suono spento nel cielo – * Nebbia
Se c’incontrassimo questa sera pel viale oppresso di nebbia si asciugherebbero le pozzanghere intorno al nostro scoglio caldo di terra: e la mia guancia sopra le tue vesti sarebbe dolce salvezza della vita. Ma fronti lisce di fanciulle a me rimproverano gli anni: un albero solo ho compagno nella tenebra piovosa e lumi lenti di carri mi fanno temere, temere e chiamare la morte. * Bellezza
Ti do me stessa, le mie notti insonni, i lunghi sorsi di cielo e stelle – bevuti sulle montagne, la brezza dei mari percorsi verso albe remote.
Ti do me stessa, il sole vergine dei miei mattini su favolose rive tra superstiti colonne e ulivi e spighe.
Ti do me stessa, i meriggi sul ciglio delle cascate, i tramonti ai piedi delle statue, sulle colline, fra tronchi di cipressi animati di nidi –
E tu accogli la mia meraviglia di creatura, il mio tremito di stelo vivo nel cerchio degli orizzonti, piegato al vento limpido – della bellezza: e tu lascia ch’io guardi questi occhi che Dio ti ha dati, così densi di cielo – profondi come secoli di luce inabissati al di là delle vette – * Convegno
Nell’aria della stanza non te guardo ma già il ricordo del tuo viso come mi nascerà nel vuoto ed i tuoi occhi come si fermarono ora – in lontani istanti – sul mio volto. * Voli
Pioggia pesante di uccelli su l’albero nudo: così leggermente vibrando di foglie vive si veste.
Ma scatta in un frullo lo stormo, l’azzurro Febbraio con la sera sta sui rami.
È gracile il mio corpo, spoglio ai voli dell’ombra. * Radici
Gronda di neve disciolta la casa. Trasale l’anima al tonfo delle gocce fitte.
Così sfacendosi dolorano le cose.
Ma lontano, oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi, oltre il trascolorare delle ore, vive un esiguo mondo d’erba e di terra.
Radici profonde nel grembo di un monte a Primavera votate si celano.
E conosco io sola il nome d’ogni fiore che fiorirà, la luce ed il pezzo di zolla in cui prima riappaia la tenera esistenza delle foglie.
Radici profonde nel grembo di un monte conservano un sepolto segreto di origini – e quello per cui mi riapro stelo di pallide certezze.
*
Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938) cresce in un ambiente familiare raffinato e ricco di stimoli nel quale da generazioni si coltiva l’amore per le arti e per le lettere (uno dei suoi antenati è Tommaso Grossi). In questo clima favorevole, le sue doti maturano precocemente: Antonia, infatti, è appena adolescente quando scrive i suoi primi versi. Dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Statale di Milano, dove stringe amicizia con alcuni degli intellettuali più in vista del tempo. I suoi molteplici interessi spaziano dalla poesia alla fotografia, dalla storia patria alle lingue straniere. Anima fragile, sensibilissima e tormentata, è consumata da un male interiore che la porta a togliersi la vita a soli ventisei anni. Le sue opere, tutte pubblicate postume, comprendono lettere, prose, diari, poesie e fotografie, oltre alla tesi di laurea su Gustave Flaubert. L’apprezzamento del grande pubblico va soprattutto alle sue raccolte poetiche. “Parole”, una delle più celebri, è uscita per la prima volta nel 1939 ed ha avuto diverse edizioni. Partita dal crepuscolarismo, la sua poesia si lascia poi permeare dall’ermetismo e dall’espressionismo tedesco, che l’aiutano a dar voce alla sua inquietudine senza scampo.
Donatella Pezzino
Fonti:
wikipedia
Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, ed. Ancora, 2015)
Antonia Pozzi, A cuore scalzo. Poesie scelte, a cura di G. Bernabò e O. Dino, Milano, Ed. Ancora, 2019.
“Tutto è respiro”, di Alfredo Alessio Conti. Guido Miano Editore
“Tutto è respiro” di Alfredo Alessio Conti (Guido Miano Editore, Milano 2022 pp. 64 € 15.00) racchiude la volontà stilistica dell’autore a distendere lungo l’arco di un nuovo canto poetico, la rinascita quotidiana della meraviglia. Il poeta abbraccia l’universalità di tutti gli elementi umani, riunisce nel ritmo dell’esistenza il rinnovamento emotivo, orienta la relazione interna del tempo, la percezione della realtà, l’essenza del soffio vitale, il principio filosofico di tutte le cose, esteso nello spazio e nel suo legame con la scrittura.
Alfredo Alessio Conti percorre il cammino comune verso la partecipazione sensibile all’esperienza biografica, rinnova la sperimentazione espressiva della qualità persuasiva del linguaggio, ricerca una nuova capacità della parola, aderisce alla purezza del verso, mette in evidenza il senso ritrovato delle inquietudini, il lirismo protettivo dei sentimenti, l’energia dei significati impulsivi e le suggestioni morali.
Il poeta comprende il complesso legame con l’universo, sottrae all’isolamento e all’angoscia dell’uomo la distinzione del miracolo della vita, indica l’intensità del mistero, intuisce la prospettiva esistenziale nel drammatico e meditativo conflitto tra la contingenza e la necessità nel divenire della materia speculativa, riconquista, attraverso l’esclusiva esperienza dell’insegnamento elegiaco, la fiducia della coscienza.
La poesia di Alfredo Alessio Conti invoca il desiderio inafferrabile dell’eterno, raccoglie il respiro sconfinato della fede, insegue l’ispirazione sovrumana e magica della verità, esorta la preghiera terrena in direzione del dialogo con l’Assoluto. Alfredo Alessio Conti riprende il sussurro indistinto, lieve e prolungato, dell’anima, spiega la spiritualità nell’inesauribile saggezza della Provvidenza, dilata la crudele nostalgia dei ricordi, salva la destinazione rasserenante dell’immensità del luogo interiore, dipinge la riflessione tra la solitudine e il silenzio del tempo nello scenario cosmico della finitudine.
La raccolta poetica “Tutto è respiro” accoglie l’ultima fermata degli orizzonti, la malinconia dei richiami perduti, la sofferenza del vuoto, ma illumina l’oscurità del tormento con la compiutezza esplicativa dei versi, con il chiarore della speranza. Lo sguardo del poeta oltrepassa il confine delle lacrime, l’esilio delle illusioni, staglia i frammenti dei paesaggi vissuti, amati, condivisi nella profondità complice degli occhi, sostiene il coraggio con cui guarda al mondo, il raggio di sole che si posa di là dalle ferite.
Alfredo Alessio Conti dona armonia e amore all’attesa di ogni compimento con l’eleganza simbolica del domani, quando il destino imperscrutabile regola la creazione di ogni istante e non scompare nell’inconsistenza. ”Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde./ Di questa poesia mi resta quel nulla d’inesauribile segreto” (Giuseppe Ungaretti).
Voce di- Vento
Nel gioco delle lettere
che si rincorrono leste
sorge dal nulla la parola
Un portento della fantasia
o solo l'immagine onirica
del cuore che cerca tepore
La solita che dona emozione
nascosta tra le pieghe
del tempo che mai fu tuo
Un miracolo concesso
ascoltando nel silenzio
la voce del vento
Roberta Calati
Inaugurazione 11 Settembre 2022, ore 16,30 presso “Studio 55” via Marconi, 55 Novi Ligure – Alessandria
Forma Rinata
Alessandra Guenna non ha certo paura della forma: la insegue anzi con sicuro piacere fin dall’inizio delle sue scelte artistiche.
Una forma agguerrita, imbevuta di Picasso e di Matisse, forma maschia e irruente per il segno impetuoso, fin da principio insofferente di rifiniture.
Segno immediatamente espressivo di un appassionato quanto problematico “essere” nel mondo.
La mano corre obbediente al suo sentire, sfiora la forma e la sbiadisce nel vario maculato del supporto a mostrarsi sfacciata nella propria essenziale nudità.
La macchia prende il campo, s’impadronisce del supporto, sottomette la forma che soggiace compiaciuta alla suggestione decorativa.
E’ solo pausa.
Dal fondo arabescato della macchia, quella forma soppressa si fa spazio e, beffarda e vincente emerge in superficie – Forma Rinata – a riguardare il mondo.
Maria Grazia Montaldo Spigno
Genova, Univesità degli Studi
Biografia
Alessandra Guenna
Alessandra Guenna vive e lavora a Novi Ligure.
Si è diplomata al Liceo Artistico “N. Barabino” di Genova dove ha frequentato le lezioni dei più importanti Artisti Liguri tra cui il Maestro Alberto Nobile.
Successivamente è stata allieva della scultrice Adriana Spallarossa.
Già docente in Disegno e Storia dell’Arte alle scuole superiori, è Direttore Artistico presso l’Associazione Culturale “SPAZIO ARTE” in Corte Zerbo a Gavi Ligure, Alessandria.
Opere in premanenza:
Croce – Santa Maria di Castello – Genova
Crocefissione – Madonna del Suffragio – Alessandria
Un tempo esistevano i bestseller (o best seller) all’italiana. Riuscivano a coniugare letterarietà ed evasione (come i successi di Salgari, Collodi, De Amicis) ad esempio negli ultimi decenni dell’Ottocento. Oppure nel Novecento riuscivano a creare un connubio tra letterarietà e impegno (come nel caso del “Il giardino dei Finzi-Contini”, “Il gattopardo”, “La ragazza di Bube”, “La noia”, “Il giorno della civetta”). Nell’Ottocento anche i romanzi di appendice avevano una loro dignità. Oggi molti bestseller (la maggioranza sono bestseller di consumo) sono frutto di un mix di furbizia, marketing, ricerca grossolana di intrattenimento. Per diventare scrittori di successo nella maggioranza dei casi bisogna essere multitasking: andare in televisione, fare molte presentazioni delle proprie opere, essere commerciali, pensare a un eventuale adattamento cinematografico, pubblicare con una grande casa editrice. Il rischio però in cui incorre un aspirante scrittore è sempre quello di diventare un personaggio pubblico senza essersi arricchito. Uno scrittore ad esempio che vende diecimila copie può essere noto ed avere tutti gli oneri del personaggio pubblico ma non gli onori e i guadagni. Per scrivere un bestseller bisogna anche farsi guidare dalla propria casa editrice e dal proprio editor. Non voglio con questo negare che per scrivere un bestseller ci voglia anche del talento e non voglio neanche fare una fenomenologia del bestseller. Esistono casi anche di bestseller nati con il passaparola. In generale i lettori italiani sono esterofili e spesso importiamo bestseller più che esportarli. Uno dei pochi a sovvertire questa regola è stato Umberto Eco.
Molti intellettuali snobbano i bestseller e con questi la cultura di massa. Gli intellettuali dovrebbero sempre analizzare i gusti del pubblico, anche senza essere studiosi di sociologia della letteratura. Forse non lo fanno a sufficienza. D’altra parte ci sono anche molti lettori, che pensano che i libri di Dan Brown, Fabio Volo, Federico Moccia, Susanna Tamaro siano dei capolavori. Forse sbagliano entrambi. Forse oggi come non mai si può assistere al superamento di concezioni come quelle di cultura alta e di cultura bassa. D’altra parte non possiamo nemmeno affermare che la qualità di un’opera non coincide quasi mai con la quantità delle copie vendute perché oggi i critici letterari sono sempre più rari e i canoni estetici di un tempo si sono dissolti. Aveva ragione Arbasino: se dovessimo giudicare i ristoranti dal numero di clienti le grandi catene di paninoteche sarebbero considerate i migliori ristoranti. Bisognerebbe però, prima di acquistare un libro, chiedersi sempre se si cerca del puro divertimento oppure se si vuole un’opera che ci faccia riflettere e magari riesca ad aggiungere un tassello alla nostra ricerca del vero. Almeno questo….onde evitare delusioni. Personalmente tra un libro di nicchia e un bestseller io vi consiglierei di comprare un long seller (o classico).
Ernest Miller Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961) è stato uno scrittore e giornalista statunitense. È stato un autore di romanzi e di racconti. Nasce il 21 luglio 1899 a Oak Park (sobborgo di Chicago). Secondogenito di Clarence Edmonds, medico di famiglia benestante e di Grace Hall, ex aspirante cantante d’opera lirica, quando aveva appena un anno fu portato in una casa estiva nel Michigan vicino a un lago. Poté abituarsi quindi presto all’aria aperta e alla natura. Il padre lo conduceva spesso con sé quando andava a visitare nella riserva indiana i suoi pazienti (molti ricordi di questo periodo rientreranno nei suoi racconti) e da qui si rafforzò nel ragazzo l’amore per la natura, per la caccia, la pesca e l’avventura. Aveva solamente dieci anni quando gli fu regalato il suo primo fucile da caccia che imparò presto a usare con grande maestria suscitando l’invidia dei compagni, tanto che un giorno, a causa di un bottino di quaglie che stava portando a casa, venne assalito da un gruppetto di ragazzi che lo picchiarono e fu probabilmente questo episodio che gli fece nascere il desiderio di imparare la boxe. E’ il 1917 quando comincia a maneggiare carta e penna, dopo essersi diplomato, lavorando come cronista al “Kansas City Star”. L’anno dopo, non potendo, a causa di un difetto all’occhio sinistro, arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti appena scesi in guerra, diventa autista di autoambulanze della Croce Rossa e viene spedito in Italia sul fronte del Piave. Ferito gravemente dal fuoco di un mortaio l’8 luglio del 1918 a Fossalta di Piave, mentre sta salvando un soldato colpito a morte, viene ricoverato in ospedale a Milano, dove s’innamora dell’infermiera Agnes Von Kurowsky, che però non mantenne la promessa di sposarlo, perché considerava il rapporto con lui una relazione giovanile, fugace e platonica. La vicenda ispirò qualche anno dopo (1929) A Farewell to Arms (Addio alle armi). Dopo essere stato decorato al valor militare, nel 1919 torna a casa. Dopo il rientro a casa, Hemingway ricominciò a scrivere, ad andare a pesca e a dare conferenze nelle quali raccontava i giorni drammatici trascorsi sul fronte italiano. Si dedica alla stesura di racconti, del tutto ignorati da editori e dall’ambiente culturale. Scacciato di casa dalla madre che l’accusa d’essere uno scapestrato, si trasferisce a Chicago dove scrive articoli per il “Toronto Star” e “Star Weekly”. Ad una festa conosce Elizabeth Hadley Richardson, di sei anni più grande di lui, alta e graziosa. I due s’innamorano e nel 1920 si sposano, contando sulla rendita annua di tremila dollari di lei e progettando di andare a vivere in Italia.Quell’autunno decise di trasferirsi a Parigi, su suggerimento di Sherwood Anderson, che gli fornì alcune lettere di presentazione per la scrittrice statunitense espatriata Gertrude Stein affinché lo presentasse a James Joyce e a Ezra Pound, un incontro fondamentale per lui, nell’ambiente degli espatriati statunitensi e della “generazione perduta”, che considerò fin dall’inizio un maestro e grazie al quale cominciò a pubblicare alcuni racconti e poesie su riviste letterarie.Nel 1926 escono libri importanti come “Torrenti di primavera” e “Fiesta”, tutti grandi successi di pubblico e di critica. Nel 1928 eccolo di nuovo ai piedi dell’altare per impalmare la bella Pauline Pfeiffer, ex redattrice di moda di “Vogue”. I due fanno poi ritorno in America, mettono su casa a Key West, Florida e danno alla luce Patrick, il secondo figlio di Ernest. Nello stesso anno però un evento tragico,il padre, Clarence Hemingway, in preda a problemi finanziari, si suicidò con la sua Smith & Wesson. Nel 1930 ha un incidente automobilistico e si frattura il braccio destro in più punti. E’ uno dei molti incidenti in cui incappa in questo periodo di viaggi e di avventure: il fisico muscoloso, il carattere da attaccabrighe, la predilezione per le grandi mangiate e le formidabili bevute lo rendono un personaggio unico dell’alta società internazionale. E’ bello, duro, scontroso e, nonostante sia poco più che trentenne, è considerato un patriarca della letteratura, tanto che cominciano a chiamarlo “Papa”. Partecipa al suo primo safari in Africa, un altro terreno per saggiare la propria forza e il proprio coraggio. Nel 1935 esce “Verdi colline d’Africa”, romanzo senza trama, con personaggi reali e lo scrittore protagonista. Nel 1937 pubblica “Avere e non avere”, il suo unico romanzo d’ambientazione americana. Si reca in Spagna, da dove manda un reportage sulla Guerra civile. “Breve la vita felice di Francis Macomber” e “Le nevi del Chilimangiaro”, ispirati al safari africano, sono due testi che entrano a far parte della raccolta “I quarantanove racconti”, pubblicata nel 1938, che resta tra le opere più straordinarie dello scrittore. E’ il 1940 quando divorzia da Pauline e sposa la scrittrice Martha Gellhorn, anche lei corrispondente di guerra. Alla fine dell’anno esce “Per chi suona la campana” sulla guerra civile spagnola ed è un successo travolgente. Nel 1941 marito e moglie vanno in Estremo Oriente come corrispondenti della guerra cino-giapponese. Quando gli Stati Uniti scendono in campo nella seconda Guerra, partecipa davvero alla guerra per iniziativa della bellicosa Martha, inviata speciale in Europa della rivista Collier’s, che gli procura l’incarico della RAF, l’aeronautica militare inglese, di descrivere le sue gesta. Il 6 giugno è il D-day, il grande sbarco alleato in Normandia. Sbarca anche Hemingway e Martha prima di lui, costituisce una sua sezione del servizio segreto e una unità partigiana con la quale partecipa alla liberazione di Parigi, viene decorato con la ‘Bronze Star’. Divorzia da Martha e nel 1946 sposa Mary, quarta e ultima moglie. Nel 1952 pubblica “Il vecchio e il mare”, un romanzo breve, che commuove la gente e convince la critica,vende cinque milioni di copie in 48 ore. Vince il Premio Pulitzer. I numerosi incidenti occorsigli nella sua vita in buona misura sono conseguenti al suo voler vivere sempre esperienze al limite, come quelle della guerra o di altre situazioni estreme nelle quali “mettersi alla prova”. D’altra parte vi sono almeno tre aspetti del suo carattere emersi sin dall’adolescenza e sottolineati dagli studiosi. Essi sono il narcisismo, l’amore per le situazioni di pericolo e il senso della morte. Il 21 gennaio 1954 partì con Mary dall’aeroporto di Nairobi, ma la “sfortuna” lo stava perseguitando. Il pilota dell’aereo sul quale viaggiava, per evitare uno stormo di ibis, colpì un filo del telegrafo e, con l’elica e la fusoliera danneggiata, tentò un atterraggio di fortuna in Uganda dove, con una spalla rotta, Hemingway e la moglie furono costretti a trascorrere la notte all’aperto e al freddo. Il mattino, avvistati da una grande barca e fatti salire a bordo, furono trasportati a Butiaba dove Reggie Cartwright si offrì di portarli fino a Entebbe col suo piccolo aereo, ma l’aereo prese fuoco e lo scrittore, nel tentativo di sfondare un portello con la testa, subì danni fisici molto gravi dai quali non si riprese mai più. Solo alla fine di marzo, dimagrito di dieci chili, poté raggiungere Venezia dove il conte Federico Kechler lo raggiunse e lo accompagnò in varie cliniche per esami radiografici e visite più complete. Il 28 ottobre del 1954 Hemingway ricevette per telefono la notizia che gli era stato assegnato il premio Nobel per The Old Man and the Sea (Il vecchio e il mare), ma non fu in grado di viaggiare fino a Stoccolma per la cerimonia del 10 dicembre, così il premio fu ritirato dall’ambasciatore John Cabot. Si dice che quando gli portarono il premio lo scrittore commentò «Troppo tardi». Nel gennaio 1960, accompagnato da Valerie, Hemingway andò a Miami e continuò a scrivere la storia delle corride, che ormai era un manoscritto di 688 pagine. Ossessionato dal lavoro, in giugno lo scrittore chiese all’amico Aaron Edward Hotchner di raggiungerlo alla Finca per aiutarlo a sfrondare il testo che sarebbe poi diventato The Dangerous Summer (Un’estate pericolosa). Scrive “Festa mobile”, un libro di ricordi degli anni parigini, che uscirà postumo (1964). Un altro libro postumo è “Isole nella corrente” (1970). Intanto i segni di squilibrio mentale si facevano sempre più evidenti:gli fu diagnosticata una emocromatosi, fu sottoposto a numerosi elettroshock e venne colpito da afasia. Debole, invecchiato, malato si ricovera in una clinica del Minnesota. Profondamente depresso perché pensa che non riuscirà più a scrivere, la mattina di domenica 2 luglio 1961 si alza di buon’ora, prende il suo fucile a canna doppia, va nell’anticamera sul davanti della casa, appoggia la doppia canna alla fronte e si spara. Lo stile narrativo di Ernest Hemingway si basa sulla semplicità e su una prosa essenziale caratterizzata da frasi brevi, semplici e concise, prive di parole superflue, i suoi romanzi e racconti sono ricchi di dialoghi che egli preferiva a uno stile descrittivo. Infatti, Hemingway limitò affermazioni esplicite, introspezione, descrizioni di stati d’animo e sentimenti, preferiva che i lettori, piuttosto che ricevere la descrizione di un’emozione, vedessero le cose e i fatti che producevano le emozioni stesse.
NAPOLI:
“Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare.”
“L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto”
*Davvero nel leggere la biografia di questo grande “personaggio” molto più di uno scrittore sono rimasta allibita. La vita stessa, da lui consumata fino allo spasimo, è un romanzo di avventure, incredibile coinvolgente. Guerra, sfide, viaggi, amori, successi letterari, di tutto e di più. Un uomo forte, appassionato, assetato. Ha vissuto i più grandi momenti della storia a cavallo delle due guerre, lo sbarco in Normandia, rivoluzioni. Tutto sul filo del pericolo come una continua sfida alla morte e alla fine ha vinto lui. Quando si è reso conto di essere troppo malato e di poter impazzire ha fatto quello che riteneva opportuno, niente lo aveva terrorizzato che perdere la lucidità, il suo patrimonio, il cervello. .
Ti dirò che quest’ombrellone su una spiaggia immensa di un’isola in mezzo al mare che qualcuno chiama meraviglia è solo un punto minuscolo e invisibile da lontano. E lontano è come una mancanza indicibile di sogni o meglio come un sogno non mio che qualcun altro doveva sognare. Certo ti mando foto da questo luogo lontano paesaggi, tramonti, albe e amori ma non è la stessa cosa. Comunque qui va tutto bene.
Tra il 21 e il 22 agosto 1911 l’italiano Vincenzo Peruggia rubò la Gioconda di Leonardo da Vinci mettendo a segno il furto d’arte più famoso della storia.
Tra il 1502 e il 1503, Leonardo si trovava a Firenze e accettò di buon grado l’offerta del mercante Francesco del Giocondo che, nel tentativo di ostentare la propria ascesa sociale, gli commissionò il ritratto della moglie, Lisa Gherardini. Il mercante, però, non aveva fatto bene i conti con la risaputa mania di perfezione del maestro che lavorò al dipinto per ben quattro anni; nel 1507 lo portò con sé a Milano e continuò a ritoccarlo ancora fino al 1513. Morale della storia: il ritratto non fu mai consegnato ai due coniugi del Giocondo, anzi nel 1517 prese addirittura la via della Francia. Leonardo lo portò con sé ad Amboise quando fu chiamato a lavorare come pittore di corte presso il re Francesco I e dopo la sua morte la Gioconda entrò a far parte delle collezioni reali francesi fino ad approdare nel museo simbolo della rivoluzione, il Louvre, senza destare particolare attenzione.
Il furto
La fama del dipinto è cresciuta a dismisura in seguito a questa singolare vicenda: la mattina del 22 agosto 1911 il pittore francese Louis Béroud si era recato di buon’ora al Louvre, chiuso al pubblico come ogni lunedì, per svolgere il suo lavoro da copista. Aveva intenzione di ritrarre proprio la Gioconda. Ma giunto davanti alla parete si accorse che il quadro non c’era. Davanti a lui il muro era vuoto e il dipinto sparito.
Si trattava del primo grande furto di un’opera d’arte da un museo: il colpo del secolo. Immediatamente la polizia francese iniziò ad interrogare tutti coloro che erano stati al Louvre durante alcuni lavori di manutenzione, ma senza alcun risultato. Alcuni sospetti caddero su un gruppo di operai che il giorno precedente, il lunedì (già allora giorno di chiusura al pubblico), era stato visto davanti alla Gioconda, ma risultò che erano puliti.Furono poi sospettati Apollinaire e Picasso (il primo anche arrestato) per aver sempre palesato la voglia di svuotare i musei e di riempirli con le loro opere. Ovviamente si trattava di megalomanie da artisti. Le autorità francesi pensavano addirittura ad un colpo di Stato dei tedeschi, che non solo stavano tentando di rubargli le colonie in Africa, ma tentavano anche di depredarli dei loro capolavori. Insomma, le pagine dei giornali parlarono a lungo della vicenda e il Louvre rimase per ben due anni sconvolto e senza la sua Monna Lisa, fino al 1913, quando il quadro comparve a Firenze.
Firenze
A raccontarne le circostanze fu, qualche tempo dopo, la Cronaca delle Belle Arti. Il 24 novembre, un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, ricevette una lettera, firmata “Leonardo V.”, in cui gli veniva proposto di acquistare proprio la Gioconda. “Ne saremo molto grati se per opera vostra o di qualche vostro collega, questo tesoro d’arte ritornasse in patria e specialmente a Firenze dove Monna Lisa ebbe i suoi natali, e che saressimo in ispecial modo lieti se un giorno futuro e forse non lontano fosse esposta alla Galleria degli Uffizi al posto d’onore e per sempre. Sarebbe una bella rivincita al primo impero francese, che, scalando in Italia, fece man bassa su una grande quantità di opere d’arte per crearsi al Louvre un grande museo”: questo era quanto il fantomatico “Leonardo V.” scriveva a Geri nella lettera. L’antiquario la segnalò al direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi (Firenze, 1880 – 1961): insieme si accordarono per incontrarsi con “Leonardo V.”: l’incontro fu fissato per l’11 dicembre presso il negozio di Geri. Di lì poi si sarebbero spostati all’hotel dove lo strano personaggio alloggiava e dove aveva nascosto il quadro. Al loro cospetto si presentò dunque l’impavido Lupin, che altri non era che un imbianchino italiano, Vincenzo Peruggia (Dumenza, 1881 – Saint-Maur-des-Fossés, 1925). Il nostro compatriota, ignaro della vicenda collezionistica dell’opera, aveva avuto la nobile quanto assurda idea di restituire all’Italia quel capolavoro che pensava ci fosse stato rubato da Napoleone.
Il direttore degli Uffizi, accertatosi del fatto che quella era la vera Gioconda, diede comunicazione alle autorità, e il prefetto fece arrestare il ladro. Durante il suo interrogatorio, Peruggia raccontò di aver lavorato al Louvre: era stato lui stesso a montare la teca che custodiva il dipinto. Quando decise di architettare il furto gli fu facile entrare nel museo perché sapeva come eludere la sorveglianza. Passò tutta la notte rintanato nello sgabuzzino, poi di buon’ora, smontò la teca, prese il dipinto, lo avvolse nel suo cappotto e uscì indisturbato. Prese perfino un taxi per tornare nella pensione parigina in cui alloggiava, chiuse il dipinto in una valigia che nascose sotto il letto, e lì restò confinato senza destare alcun sospetto per ben 28 mesi.
Il processo si svolse nel giugno del 1914 a Firenze (nel frattempo, la Gioconda era già tornata al Louvre). Peruggia, al quale fu peraltro riconosciuta l’attenuante dell’infermità mentale e di conseguenza la sua mancanza di pericolosità per la società, fu condannato ad un anno e mezzo di prigione, ma la sua ingenuità destò simpatia nel pubblico che avrebbe voluto per lui una pena più indulgente.