Dieci poesie di Antonia Pozzi, di Donatella Pezzino

Desiderio di cose leggere

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –
*
Benedizione

Tempia contro tempia
si trasfondono
le nostre febbri.
Fuori, tremoli lunghi di stelle
e l’edera, con le sue palme protese,
a trattenere un luccicore mite.
Nella mia casa che riscalda,
tu mi parli delle grandi cose
che nessun altro sa.
Lontano,
una gran voce d’acqua
scroscia a parole incomprese
e forse a te benedice,
dolce sorella,
nel nome del mio amore e della tua tristezza,
a te,
ala bianca
della mia esistenza.
*
Prati

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.
*
Tramonto

Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascano le primule –
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i colori del cielo –
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.
*
Notturno

Curva tu suoni
ed il tuo canto è un albero d’argento
nel silenzio oscuro –

Limpido nasce
dal tuo labbro – il profilo
delle vette – nel buio –

Muoiono le tue note
come gocce assorbite dalla terra –

Le nebbie sopra gli abissi
percorse dal vento
sollevano il suono spento
nel cielo –
*
Nebbia

Se c’incontrassimo questa sera
pel viale oppresso di nebbia
si asciugherebbero le pozzanghere
intorno al nostro scoglio caldo di terra:
e la mia guancia sopra le tue vesti
sarebbe dolce salvezza della vita.
Ma fronti lisce di fanciulle
a me rimproverano gli anni: un albero
solo ho compagno nella tenebra piovosa
e lumi lenti di carri mi fanno temere,
temere e chiamare la morte.
*
Bellezza

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –
*
Convegno

Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto.
*
Voli

Pioggia pesante di uccelli
su l’albero nudo:
così leggermente vibrando
di foglie vive
si veste.

Ma scatta in un frullo
lo stormo,
l’azzurro Febbraio
con la sera
sta sui rami.

È gracile il mio corpo,
spoglio ai voli
dell’ombra.
*
Radici

Gronda di neve disciolta
la casa. Trasale
l’anima al tonfo delle gocce fitte.

Così sfacendosi
dolorano le cose.

Ma lontano,
oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi,
oltre il trascolorare delle ore,
vive un esiguo mondo
d’erba e di terra.

Radici
profonde nel grembo di un monte
a Primavera votate
si celano.

E conosco
io sola
il nome d’ogni fiore
che fiorirà,
la luce ed il pezzo di zolla
in cui prima riappaia la tenera
esistenza delle foglie.

Radici
profonde nel grembo di un monte
conservano un sepolto segreto
di origini –
e quello per cui mi riapro
stelo
di pallide certezze.

*

Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938) cresce in un ambiente familiare raffinato e ricco di stimoli nel quale da generazioni si coltiva l’amore per le arti e per le lettere (uno dei suoi antenati è Tommaso Grossi). In questo clima favorevole, le sue doti maturano precocemente: Antonia, infatti, è appena adolescente quando scrive i suoi primi versi. Dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Statale di Milano, dove stringe amicizia con alcuni degli intellettuali più in vista del tempo. I suoi molteplici interessi spaziano dalla poesia alla fotografia, dalla storia patria alle lingue straniere. Anima fragile, sensibilissima e tormentata, è consumata da un male interiore che la porta a togliersi la vita a soli ventisei anni. Le sue opere, tutte pubblicate postume, comprendono lettere, prose, diari, poesie e fotografie, oltre alla tesi di laurea su Gustave Flaubert. L’apprezzamento del grande pubblico va soprattutto alle sue raccolte poetiche. “Parole”, una delle più celebri, è uscita per la prima volta nel 1939 ed ha avuto diverse edizioni. Partita dal crepuscolarismo, la sua poesia si lascia poi permeare dall’ermetismo e dall’espressionismo tedesco, che l’aiutano a dar voce alla sua inquietudine senza scampo.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • wikipedia
  • Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, ed. Ancora, 2015)
  • Antonia Pozzi, A cuore scalzo. Poesie scelte, a cura di G. Bernabò e O. Dino, Milano, Ed. Ancora, 2019.

(Foto da https://nuovabrianza.it/)

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