L’etimologia della parola amore risale al sanscrito kama = desiderio, passione, attrazione (vedi kama-sutra, cioè aforismi, brevi discorsi sul desiderio, sulla passione fisica). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amare cioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale.Un’altra interpretazione etimologica della parola amore, fa risalire il termine al verbo greco mao = desidero, da cui il latino amor da amare che indica un’attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca da distinguere da un’attrazione mentale, razionale, spirituale per esprimere la quale era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione. Lesbo, un’isola greca che deve la sua fama all’aggettivo femminile: lesbica. Il termine suscitava scandalo poiché del tutto estraneo all’atmosfera del luogo. Lesbo è un’isola, abbastanza grande, a nord-est del mar Egeo, quasi vicina all’Asia Minore, e più precisamente alla Tròade, dove, secondo la leggenda, i guerrieri achei avevano combattuto per dieci anni per la bellezza di Elena.
Lesbo è la patria di Saffo, la poetessa senza bellezza, nata a Mitilene, la città più importante dell’isola, nell’ultimo terzo del VII sec. A.C..Al tempo di Saffo, Lesbo era un’isola ricca, che intratteneva rapporti con le città greche della costa dell’Asia Minore.Le donne godevano una condizione e un’indipendenza che non avrebbero più conosciuto in età classica tra il V e IV sec. a.C.. non che per loro non fosse un obbligo il matrimonio! La stessa Saffo dovette rispettarlo, diventando la moglie di un certo Cercilas o Cercolas, ma le numerose feste in onore delle divinità fornivano diverse occasioni d’incontro alle giovani donne e alle fanciulle che formavano i cori (i cori avevano attinenza con la danza non con il canto).Due erano le compagne di Saffo. Allieve (a cui insegnava la sua arte) o compagne di gioco e di piacere, non si sa. Le sue opere erano indirizzate a delle donne, quelle poesie ardenti, sensuali, erotiche che si è potuto ricostruire grazie a dei frammenti che ci sono pervenuti. Si è scritto molto sull’”amore greco”, sull’amore verso i ragazzi, la pederastia. In realtà l’uomo greco amava le donne al pari di qualunque altro uomo di qualunque altra civiltà. Ma all’interno dei gruppi aristocratici, nella Grecia arcaica (VII-VI sec. a.C.) si stabilivano fra i giovani e adulti relazioni amorose.
Occorre precisare, però, che queste pratiche erano naturali in un determinato ambiente, non lo erano in un altro. Nell’Atene del V e IV sec. a C. non lo erano più. In effetti le donne, a cui ella rivolge i suoi versi ardenti, sono ancora delle “ragazze” e molto spesso, è quando stanno per separarsi da lei per maritarsi, che Saffo compone i suoi commoventi addii.
Una breve, sensuale, stupenda poesia di Saffo: “Schiava d’amore”
Schiava d’amore Tremori inebrianti assalgono
Membra ossessionate.
Dall’inferno
Paradisiaci influssi
Ungono insaziabili orgasmi,
varando il talamo.
Taci ora!
Rovesciami inginocchiati
Oltraggiami.
*Versi di grande passione e sensualità in un mondo dove l’Amore e il piacere varcavano confini molto liberi ma anche in questo contesto tutto era influenzato dalla condizione sociale.
Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, chimico, partigiano e superstite dell’Olocausto italiano, autore di saggi, romanzi, racconti, memorie e poesie. Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 fu arrestato dai fascisti in Valle d’Aosta, venendo prima inviato in un campo di raccolta a Fossoli e, nel gennaio 1944, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò in Italia, dove si dedicò con impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite. Nato il 31 luglio del 1919 a Torino, da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al Liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica. Riesce a laurearsi nel 1941, a pieni voti e con lode, ma sul diploma di laurea figura la precisazione: “di razza ebraica”. Il 13 dicembre del 1943 viene catturato e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli (Modena) dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che deportano tutti i prigionieri in Polonia, nel lager di Auschwitz/Birkenau. Primo Levi, per il fatto di essere un chimico e di conoscere il tedesco, viene destinato a Monowitz, uno dei campi del grande comprensorio di Auschwitz/Birkenau, dove i prigionieri lavorano in una fabbrica di gomma (Buna). Si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e costretti a indossare la divisa a righe del campo. Primo Levi è tra i pochissimi a sopravvivere e far ritorno a casa sua, a Torino, dopo un lungo e avventuroso viaggio. Essendo stato testimone di tante atrocità, sente il dovere di raccontare: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore. Nel 1947 il manoscritto di Se questo è un uomo, rifiutato dalle più grandi case editrici, è pubblicato dalla De Silva. Soltanto nel 1958 con l’uscita presso Einaudi il libro diventerà una delle più conosciute e apprezzate testimonianze sull’industria della morte nazista. I suoi primi libri sono stati scritti prima di tutto per un bisogno di liberazione e come testimonianze perchè gli altri credessero a ciò che era accaduto e non dimenticassero. Nel 1963 pubblica il suo secondo libro “La tregua”, cronache del ritorno a casa dopo la liberazione (il seguito di Se questo è un uomo). Per questa opera gli viene assegnato il premio Campiello.Primo Levi muore suicida l’11 aprile 1987, nella sua Torino, probabilmente lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal quel sottile senso di colpa che talvolta, assurdamente, si ingenera negli ebrei scampati all’Olocausto: di essere cioè “colpevoli” di essere sopravvissuti.
Se questo è un uomo costituisce l’esordio letterario di Primo Levi. Scritto febbrilmente tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947, racconta la prigionia subita dallo scrittore nel campo di Auschwitz nel 1944. Il testo venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli, ma come testimonianza di un avvenimento storico e tragico. Questa poesia precede il romanzo e si apre sul modello di uno dei più importanti passi della Bibbia ebraica (Deut. 6,4ss.) nel quale Mosè esorta Israele a tenere sempre a mente, in ogni momento del giorno, che Dio è l’unico Signore di Israele. L’esortazione è preceduta da un comando: Ascolta Israele! (Shema Israel). Levi sembra quasi proclamare che i deportati sopravvissuti ad Auschwitz hanno il compito e l’autorità di proclamare un nuovo comandamento, relativo al ricordo e alla conservazione della memoria di quanto è accaduto.
Shemà (Primo Levi) Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.
*Meditate, non dimenticate, vi comando queste parole…ripetetele ai vostri figli perché vi siano di monito, perché ciò che è stato non si ripeta più! Versi forti, crudi, tragici, specchio della più terribile e vergognosa pagina della storia dell’umanità. Un uomo segnato che alla fine è stato sopraffatto dalle tante brutture vissute. Voi che vivete sicuri nelle vostre case, siate felici di questa pace, consapevoli di quale dono prezioso sia.
La violenza è un concetto complesso. È spesso intesa come l’uso o la minaccia della forza, che può provocare lesioni, danni, privazioni o persino la morte. Può essere fisica, verbale o psicologica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la violenza come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, rivolto contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che produca, o sia molto probabile che possa produrre, lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo o privazioni”. Ogni anno, oltre 1,6 milioni di persone in tutto il mondo perdono la loro vita a causa della violenza. Per ogni persona che muore come conseguenza della violenza, molte altre sono ferite e soffrono di una serie di problemi di salute fisica, sessuale, riproduttiva e mentale.
Le violazioni dei diritti umani di oggi sono le cause dei conflitti di domani. Mary Robinson
La poesia rielabora ed elenca spunti dell’osservazione quotidiana e della cronaca, dalle morti per droga agli attentati terroristici. È una denuncia di Primo Levi della violenza come stile di vita, lui che di una violenza inaudita – quella dei campi di concentramento nazisti – è stato vittima. Il lungo elenco di persone e di cose su cui imprimere il marchio del proprio passaggio distruttivo è una sorta di necrologio, di cimitero dei valori, fino a quel verbo finale, che come sempre lasciamo all’approfondimento personale del lettore: commiserateci.
Dateci di Primo Levi
Dateci qualche cosa da distruggere, Una corolla, un angolo di silenzio, Un compagno di fede, un magistrato, Una cabina telefonica, Un giornalista, un rinnegato, Un tifoso dell’altra squadra, Un lampione, un tombino, una panchina. Dateci qualche cosa da sfregiare, Un intonaco, la Gioconda, Un parafango, una pietra tombale. Dateci qualche cosa da stuprare, Una ragazza timida, Un’aiuola, noi stessi. Non disprezzateci: siamo araldi e profeti. Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi Che ci faccia sentire che esistiamo. Dateci un manganello o una Nagant, dateci una siringa o una Suzuki. Commiserateci.
*Forte, lapidaria, meravigliosa poesia…da un uomo segnato dalla violenza. Sembra che l’essere umano in questo caso non abbia niente di umano, riesca solo a sporcare e distruggere tutto quello che tocca… purtroppo è così.
“Se non esco dopo tre ore sappiate che sono stato rapito. Se dopo tre giorni non sapete nulla fate un comunicato pubblico”. Queste le ultime parole di Padre Paolo Dall’Oglio ai suoi amici e confratelli. Da allora, il 29 luglio 2013, non si è saputo più niente. Le sue tracce si sono perse a Raqqa, nel nord della Siria, nell’inferno della guerra e delle atrocità dell’ISIS. In realtà Padre Paolo non doveva nemmeno essere in Siria: un anno prima il governo siriano lo aveva espulso perché il suo attivismo e il suo messaggio di pace davano fastidio. E lui, a malincuore, aveva dovuto lasciare il monastero di Mar Musa, un posto unico al mondo. Chi non è stato a Mar Musa non lo può nemmeno immaginare: incastonato tra le rocce, in mezzo al deserto siriano tra sabbia, rocce, dirupi, alture, è un monastero mimetizzato nella montagna, raggiungibile solo dopo centinaia e centinaia di scalini, ripidi e stretti. Nel 1982 Padre Paolo Dall’Oglio aveva riscoperto questo antico luogo di preghiera in rovina e aveva deciso di ristrutturarlo per fondare una comunità spirituale cattolica, Al-Khalil, dedicata al dialogo interreligioso islamo-cristiano. Un luogo di pace e preghiera dove erano benvenuti tutti, di ogni religione: pellegrini, credenti, visitatori. E tutti rimanevano stupiti da questa comunità monastica di persone speciali che avevano scelto una vita religiosa austera, in un luogo isolato e difficile. Padre Paolo, anzi, Abuna Paolo come lo chiamano gli arabi, era amatissimo da cristiani e musulmani, e accoglieva tutti con il sorriso. Mangiando insieme una mujaddara (riso, lenticchie e cipolle), parlava con garbo e convinzione, raccontava la sua scelta del dialogo come imprescindibile strumento per la democrazia, allo stesso tempo metodo e obiettivo da conseguire. Gli ospiti potevano restare quanto volevano, purché si rendessero utili, lavando i piatti, aiutando a cucinare e a rimettere a posto. Nei due giorni trascorsi a Mar Musa nel lontano 2006 ho avuto consapevolezza della grandezza di Abuna Paolo, e ancora oggi mi sento privilegiata per aver avuto la fortuna di incontrarlo, di averlo visto celebrare una messa in arabo, di averlo sentito suonare il flauto al tramonto, di aver potuto parlare con lui. Nonostante l’espulsione, Padre Paolo era rientrato in Siria per stare vicino alla sua gente, per far sentire la sua vicinanza e provare a fare qualcosa. Voleva intercedere per un confratello sequestrato dall’ISIS, cercare di salvarlo. D’altronde, prima dell’espulsione era riuscito a salvare alcuni cristiani sequestrati da forze jihadiste. Per questo motivo la mattina del 29 luglio 2013 Padre Paolo era uscito per andare a un appuntamento con degli esponenti dell’ISIS. Sapeva di correre un rischio molto alto, ma non poteva fare altrimenti. Da allora è scomparso nel nulla, nonostante false notizie, depistaggi, speranze e disillusioni. Sono passati nove lunghi anni, ma non possiamo smettere di sperare in un suo ritorno e soprattutto non dobbiamo dimenticarlo, continuando a leggere i suoi libri, a raccontare le sue parole e portare avanti il suo messaggio di pace, dialogo e speranza. Di cui oggi, più di ieri, abbiamo un disperato bisogno. La farfalla della gentilezza
Padre Paolo Dall’Oglio ha scritto diversi libri, tra cui: “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana”, EMI, 2013 e “La sete di Ismaele. Siria, diario monastico islamo-cristiano”, Gabrielli editori, 2011. Su Padre Paolo, c’è un bel libro a cura di Riccardo Cristiano, “Paolo dall’Oglio. La profezia messa a tacere”, San Paolo, 2017. Art. di Valentina Donini
Da un pò di tempo seguo questa bravissima blogger, i suoi post mi piacciono tanto. Il blog di chiama ”La farfalla della gentilezza” , lei dice che la gentilezza salverà il mondo, e come darle torto? Se tutto fosse improntato alla gentilezza, amore cosa altro potremmo chiedere? Sto parlando di qualcosa di totalmente gratuito, eppure è impossibile e fenomenale nello stesso tempo. Poi incontri persone come Valentina Donini e pensi che se il mondo ha ancora queste persone, il mondo ha ancora speranza. Sono stata colpita da questo link, e mi sono ricordata di questa vicenda, le ho chiesto il permesso di fare copia e incolla, e permesso accordato.
Padre Paolo Dell’ Oglio
10 luglio 2013 Je reçois et je relance … avec conviction! Une centaine d’écrivains, de journalistes et d’artistes syriens ont publié mercredi 17 juillet 2013 une déclaration dans laquelle ils affirment leur « soutien aux forces vives de la révolution qui militent pour l’instauration d’un régime démocratique, garant des libertés individuelles et collectives et de l’égalité entre tous les citoyens sans aucune forme de discrimination ». Refusant l’engagement de la Syrie dans les conflits stratégiques et confessionnels entre les puissances régionales, ils considèrent qu’il n’est pas de salut pour la Syrie sans « le départ de Bachar al-Assad et des piliers de son régime, et la dévolution du pouvoir sous l’égide de l’ONU à un gouvernement de transition chargé de réunir les conditions nécessaires à l’élection d’une assemblée constituante ». Parmi les signataires, on relève les noms de plusieurs figures de l’opposition laïque, comme le philosophe Sadeq al-Azm qui préside l’association des écrivains syriens, la première présidente de la « Déclaration de Damas » Fidaa Haurani, les écrivains Yassine al-Hajj Saleh, Subhi Hadidi et Fayez Sara, les romanciers Rafik Schami, Fawwaz Haddad, Samar Yazbek et Rosa Yassine, les poètes Racha Omran, Hazem Azmeh, Nuri Jarrah et Hala Muhammad, les plasticiens Youssef Abdelké, Assem Al-Bacha et Mounir Chaarani, les cinéastes Haytham Haqqi, Hala Abdallah et Ali Atassi, les comédiens Mayy Skaf, Fares El-Hélou et Darina al-Joundi. Déclaration Fidèles aux sacrifices du peuple syrien, à sa longue épreuve, à son courage exemplaire dans la lutte contre la tyrannie et l’arbitraire, attentifs aux changements en cours sur les plans local, régional et international dont les conséquences seront déterminantes dans les semaines et les mois à venir, se référant au Pacte national signé au Caire le 3 juillet 2012 par toutes les forces de l’opposition, les signataires, écrivains, artistes, travailleurs dans les différents secteurs culturels, affirment: 1- Leur totale adhésion aux principes de la révolution populaire déclenchée en mars 2011 et que résument les mots d’ordre de liberté, dignité, justice sociale et unité nationale. 2- Leur soutien aux forces vives de la révolution qui militent pour l’instauration d’un régime démocratique pluraliste, garant de l’indépendance, de la sécurité et de l’intégrité territoriale du pays, ainsi que des libertés individuelles et collectives et de l’égalité entre tous les citoyens sans aucune forme de discrimination. 3- Leur attachement à l’autonomie de décision du peuple syrien et leur refus de toute politique qui engage la Syrie dans les conflits stratégiques et confessionnels entre les puissances régionales. 4- Leur conviction que le régime despotique et corrompu qui sévit en Syrie depuis plus de quarante ans porte l’entière responsabilité de la situation tragique dans laquelle se trouve le pays, et que le salut de la Syrie réside dans le renversement de ce régime. 5- Leur aspiration à une solution pacifique permettant d’arrêter le carnage et de préserver l’unité nationale et l’intégrité territoriale, ce qui implique le départ de Bachar al-Assad et des piliers de son régime, et la dévolution du pouvoir sous l’égide de l’ONU à un gouvernement de transition chargé de réunir les conditions nécessaires à l’élection d’une assemblée constituante dont la mission serait l’adoption d’une constitution démocratique et la supervision d’élections législatives libres et loyales.
Padre Dell’=glio
27 luglio 2013 I miei migliori amici Sono venuto a Raqqa city oggi e sono felice per due motivi Innanzitutto sono in Siria, la mia terra natale e in una città di Mahrara E il secondo motivo grande accoglienza di questa bellissima città Ho vissuto una serata di Ramadan, una delle cose migliori di sempre, e la gente è in strada in libertà e armonia. È una foto della patria che vogliamo per tutti i siriani. . . . Ovvio” non esiste la cosa perfetta Ma il lancio è buono Augurami buona fortuna per la missione per cui sono venuto. . . . La rivoluzione non è aspettativa ma impegno! La pace sia con te e il Ramadan Kareem a tutti noi. Questi link tratto pari pari dal suo profilo di fb, scritti di suo pugno, dopo pochissimi giorni il 29 luglio 2013 è stato rapito in Siria.
Padre Paolo Dell’Oglio
Paolo Dell’Oglio, un gesuita italiano, fortemente impegnato nel dialogo interreligioso con il mondo islamico, che gli provocarono molta ostilità dal governo siriano. Lo conobbe tutto il mondo quando fondò, negli anni ottanta, la comunità monastica cattolico- siriaca Mar Musa, erede di una tradizione risalente al IV secolo, di origine cenobitica ed eremitica, situata nel deserto a nord di Damasco.
Abuna padre Dell’Oglio
Nove anni dopo la sua scomparsa la sorella Francesca Dell’Oglio e il fratello Giovanni Dell’ Oglio hanno scritto alle massime autorità italiane per far istituire una commissione d’inchiesta che, finalmente, possa svelare cosa sia accaduto a padre Paolo Dell’Oglio. Dai siriani padre Dell’Oglio venne appellato con il nome di ” Abuna”, molte le voci sulla sua scomparsa, ma nulla di certo e provato. Non sta a me parlare delle diverse illazioni, inerenti alla sua scomparsa, ma è giusto che la veritàsia finalmente svelata e che in qualche modo, padre Dell’Oglio dovunque egli sia, riposi in pace, e che i suoi familiari abbiano giustizia per il tormento che li attanaglia da nove anni. Vorrei ricordare che padre Dell’Oglio, certo un gesuita,ma soprattutto un cittadino italiano, forse la sua scomparsa, riguardano verità profonde che coinvolgono grandi potenze. Non lo sappiamo, non si sa. Lui, per tutta la vita si è impegnato nel dialogo cristiano- islamico, ma al di là del credo religioso ciò che conta è il cuore, allora a cosa servono le barriere religiose, se quello che conta è semplice e gratuito dentro di noi? Padre Dell’Oglio, prima della scomparsa, andava a Raqqua, chiamato dai giovani siriani, per una mediazione, scriveva ”pregate per me” forse già intuiva la gravità e il pericolo della situazione. La notizia del suo sequestro fu annunciata, il 29 luglio 2013 da alcuni attivisti del posto. Dopo di ciò silenzio assoluto. Il dipartimento di stato americano, ha offerto nel 2019, una ricompensadi cinque milioni di dollari, a chiunque darà informazioni su di lui e altro 4 religiosi , scompqarsi in Siria, lo stesso periodo. Per i fratelli Dell’Oglio, una commissione parlamentare italiana, a cui si sono appellati, per far luce sulla scomparsa di padre dell’ Oglio. Dice Robert Inman ” quando tutto è perduto, tutto è possibile ”, i fratelli Dell’Oglio, vorrebbero il possibile, non vogliono seppellire la speranza, e come dargli torto? Tutti al loro posto, vorrebbero sapere, non arrendersi alimenta la speraza ma nello stesso tempo, la disperazione di non sapere. Padre Dell’Oglio, voleva dialogo e pace, per questo è stato messo a tacere, come tanti altri. La libertà e la verità tristemente, crudelmente imbavagliate. Per non dimenticare padre Paolo Dell’ Oglio, ”Abuna”, non dimentichiamo, non lo seppelliamo prima di sapere, teniamolo vivo, VIVO. Solo questione di libertà. LA VERITA’ CI RENDE LIBERI; MA CI TOGLIE LA LIBERTA’. Iris G. DM
Vorrei ringraziare Valentina Donini, tutte le foto prese dal web
articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM
Nove anni senza padre Paolo Dell’OglioPadre Dell’Oglio, uomo di fede e di pace
Annelies Marie Frank, detta Anne chiamata Anna Frank in italiano (Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, febbraio o marzo), è stata una giovane ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario, scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti, e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Visse gran parte della sua vita ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, dove la famiglia si era rifugiata dopo l’ascesa al potere dei nazisti in Germania. Fu privata della cittadinanza tedesca nel 1935, divenendo così apolide, e nel proprio diario scrisse che ormai si sentiva olandese e che dopo la guerra avrebbe voluto ottenere la cittadinanza dei Paesi Bassi, Paese nel quale era cresciuta
Anna Frank nacque nel 1929 a Francoforte da una famiglia delle borghesia ebraica. La famiglia Frank viveva in una comunità mista e i figli crebbero insieme con bambini di fede cattolica, protestante ed ebraica. I Frank erano ebrei riformati: molte tradizioni ebraiche erano conservate, ma solo alcune venivano praticate. Suo padre Otto era un imprenditore che, con il sollevarsi dell’antisemitismo in Germania, decise di emigrare in Olanda con la moglie, con Anna e sua sorella maggiore, Margot. Ad Amsterdam Otto Frank avviò una azienda. Anche in esilio i genitori si occuparono dell’educazione delle due figlie: Margot frequentò una scuola pubblica, mentre Anna venne iscritta alla scuola pubblica montessoriana nº 6 nella vicina Niersstraat. Mentre Margot eccelleva soprattutto in matematica, Anna si mostrava portata nel leggere e nello scrivere. Spesso Anna scriveva di nascosto e non rivelava a nessuno quello che scriveva.Con l’attacco alla Polonia nel settembre 1939, scoppiò la Seconda guerra mondiale e nel maggio 1940 l’Olanda venne occupata dai nazisti e cominciarono anche lì le persecuzioni razziali. La famiglia tenta allora di emigrare negli Stati Uniti, ma non riuscendovi decide di nascondersi, nel luglio del 1942 in un alloggio segreto in Prinsengracht 263, insieme con altri quattro fuggiaschi. L’iniziale speranza di Otto di poter tornare tutti in libertà dopo qualche settimana si rivelò vana: furono costretti a restare nascosti per più di due anni: non potevano uscire né fare nulla che potesse attirare l’attenzione (ad esempio facendo rumore). Il clima di tensione nel retrocasa, dove i rifugiati vivevano costantemente nella paura e nell’incertezza, portava ripetutamente a tensioni e conflitti. La vita è disagevole e costretta nel poco spazio, ma Anna, che ha 13 anni e un carattere vivace e fantasioso, comincia a scrivere in quelle stanze un diario. Vi racconterà la sua interiorità di adolescente, gli screzi con i compagni di prigionia, i suoi sogni e le sue speranze di diventare una scrittrice. Il 4 agosto 1944 le SS fanno irruzione nell’alloggio segreto e ne deportano gli abitanti. Anna e la sorella Margot vengono deportate a Auschwitz e poi nel campo di Bergen-Belsen, dove entrambe moriranno di tifo esantematico nel febbraio 1945. L’unico sopravvissuto è il padre Otto, che farà ritorno a Amsterdam al termine della guerra e verrà in possesso del diario di Anna, trovato nel rifugio segreto e consegnatogli da degli amici. Decide di pubblicarlo per la prima volta in 3.000 copie nel 1947 e per il suo impatto umano e spirituale il Diario ha conosciuto una immensa diffusione. Tradotto e ristampato in centinaia di migliaia di copie, è forse il più famoso dei testi che raccontano la tragedia degli ebrei.
Anna Frank è stata una delle testimoni “chiave” del periodo della Shoah, grazie al suo diario, alle sue lettere, arrivate fino a noi. Attraverso le sue parole, anche in questa poesia, possiamo capire quello che era l’animo e lo spirito di una bambina che viveva in quell’orrore. Questa poesia datata 1943, ci parla di quel senso di sicurezza, calore, amore che spesso noi diamo per scontato e che, lei, in quel momento non poteva avere. Il ritratto che ne esce fuori è il ritratto di una bambina piena di speranze, che vorrebbe vedere nel mondo qualcosa di bello. È così, nell’orrore, è riuscita a scriverci e tramandarci questo messaggio: quando siamo soli, tristi, infelici, possiamo sempre guardare fuori dalla finestra e sentirci completi. Possiamo sempre avere una possibilità di una nuova felicità. Perché il nostro cielo è sicuro, è “senza timori”.
Aprile
Prova anche tu, una volta che ti senti solo o infelice o triste, a guardare fuori dalla soffitta quando il tempo è così bello. Non le case o i tetti, ma il cielo. Finché potrai guardare il cielo senza timori, sarai sicuro di essere puro dentro e tornerai ad essere Felice.
*Finché avrai la libertà di guardare il cielo sii felice. Che meraviglioso messaggio!! Quanta speranza e voglia di vivere in questa ragazzina, che nel pieno dell’esuberanza giovanile si vede privata della libertà, delle sue abitudini, della scuola, delle amicizie e reclusa in una soffitta, al buio, a causa della guerra, dell’odio razziale, cose così lontane dal suo mondo…e che le priveranno del futuro, dei sogni, della vita.
Ad Agosto e Settembre maturano le more, i neri e dolcissimi frutti del rubus fruticosus, il comune rovo che cresce spontaneo sulle nostre colline, nei luoghi selvatici ed abbandonati, ai lati dei sentieri di campagna in un inestricabile groviglio di rami, abbarbicandosi alle altre piante.
Immagine di Silvia Gario
Mi sovvengono le estati passate in cascina a raccogliere more, una consuetudine attesa e scandita nei gesti quasi come un rito: si partiva in bicicletta, con ceste e cestini sistemati un po’ ovunque, destinazione un sentiero nascosto ai margini di un boschetto selvatico, un edificio diroccato, un terreno abbandonato.
Era una gioia raccogliere i piccoli e succosi frutti per poi portarli, esultante del ricco bottino, alla nonna che provvedeva a trasformarli in marmellate e succhi.
Questi deliziosi frutti sono conosciuti da secoli come alleati preziosi della salute: hanno grandi qualità antiossidanti, perché contengono moltissime antocianine e flavonoidi ed inoltre sono diuretiche, dissetanti e depurative, sono ricchissime di vitamina C e vitamina A, contengono acido folico ed aiutano a regolare i livelli di omocisteina, due sostanze importantissime soprattutto durante la gravidanza, ma utilissime anche ai bambini ed agli anziani.
Un tempo della pianta si utilizzavano anche radici e foglie, per le loro qualità antiemorragiche, antibatteriche ed antivirali, ancora adesso molto usate in erboristeria.
La pianta della mora, il rovo selvatico, è inoltre una risorsa per le api in tempo di fioritura, ed una fonte di cibo per gli animali selvatici durante la fruttificazione.
Anticamente i rovi di spine venivano usati per delimitare i confini delle proprietà, creando delle barriere naturali invalicabili.
Poiché le more sonodifficili da trovare in commercio perché facilmente deperibili e piuttosto costose, dato che la raccolta viene fatta a mano, il mio suggerimento è di programmare una bella gita (muniti di cestino) in Monferrato, per venire a raccoglierle direttamente e gustarle ancora fresche o portarle a casa ed utilizzarle per una confettura o per degli ottimi centrifugati: unendo al piacere di un trekking sulle splendide colline Monferrine, immergendovi nella natura, il sapore del frugare fra i cespugli alla scoperta, lungo il cammino, di gustose prelibatezze, prezioso regalo, buone da consumare sul posto con sapienza così come natura le ha fatte o da conservare in barattolo.
Mi raccomando: raccoglietele quando sono nere e morbide, quando sprigionano il massimo del loro sapore.
Il 4 agosto 1792 nasce nel Sussex (Inghilterra)PERCY BYSSHE SHELLEY che con Jhon Keats e Lord Byron è annoverato tra i più grandi poeti del romanticismo. Ribelle e visionario ,è ispirato dall’ideale della libertà .Lascia opere memorabili come “Ozymandias “ Ode al vento occidentale “ A un ‘allodola” “la maschera dell’anarchia”. Sono però i poemi “Prometeo liberato “ e Adonais” i capolavori che ispirano le generazioni di poeti successivi.
Innamorato dell’Italia, rimane ispirato dalla Liguria e da Porto Venere .Muore affogato a soli 30 anni nel 1822 durante una gita in barca a Lerici e il suo corpo rinvenuto nei pressi di Viareggio.
Di nobile discendenza, fin da ragazzo mostra un’anima inquieta e ribelle che lo porta ad essere espulso dall’università di Oxford per aver scritto senza voler ritrattare un opuscolo sull’ateismo e a sposarsi giovanissimo .Crede in una specie di pantesimoe misticismo ed avverte forze segrete e vitali nella natura : sostenitore della libertà anche in amore, non fa del matrimonio un vincolo,neppure quando si sposa in seconde nozze con Mary, figlia del filosofo William Godwin sostenitore del socialismo utopistico ed dal quale apprende idee radicali e conoscenza approfondita di testi filosofici.
Mary autrice del romanzo “FranKenstein”, lo segue in Svizzera e poi in Italia dove Shelley cerca un clima più congeniale alla tisi. Qui vaga tra i colli Euganei,Venezia ,Roma, Livorno fino a stabilirsi nei pressi di Lerici a villa Magni.
Secondo Shelley il poeta ha una sacralità quasi religiosa in quanto ha il compito di svelare le verità profonde celate sotto l’apparenza sensibile. Nei suoi testi questa verità viene suggerita attraverso sensazioni indefinite e risonanze fantastiche dove la voce lirica della natura si fonde con l’io lirico .
Il suo linguaggio possiede straordinaria forza evocativa e onirica ,come accade nella personificazione del vento (“Ode al vento occidentale”) che esaltano sia la parola che la sacralità della natura e delle forze misteriose che la governano.
IL DIARIO DI IL DIARIO DI ANNA FRANK è la raccolta in volume degli scritti, in forma di diario e in lingua olandese, di Anna Frank (1929-1945), una ragazza ebrea nata a Francoforte e rifugiata con la famiglia ad Amsterdam, costretta nel 1942 a entrare nella clandestinità insieme alla famiglia per sfuggire alle persecuzioni e ai campi di sterminio nazisti. Il 12 giugno 1942, giorno del suo tredicesimo compleanno, Anna Frank riceve in regalo un quaderno a quadretti dalla copertina rossa – Kitty – al quale la ragazzina decide di raccontare, come a una persona reale, le sue riflessioni e i suoi pensieri.
A Kitty racconterà la sua interiorità di adolescente, gli screzi con i compagni di prigionia, i suoi sogni e le sue speranze di diventare una scrittrice. “Spero che ti potrò confidare tutto – scriveva – come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno”
Per due anni i Frank vivranno nascosti in questo nascondiglio di Amsterdam, due anni che sono minuziosamente raccontati da Anna nel suo diario. Il Diario rappresenta la prima, e a volte unica, testimonianza diretta dell’Olocausto. Scritto meticolosamnete durante i due anni vissuti in clandestinità, il diario rimane una delle opere più lette al mondo. Nel diario la piccola Anna Frank racconta una storia di reclusione forzata: la necessità di rimanere in silenzio, l’impossibilità di uscire, la paura di essere scoperti da un momento all’altro e catturati. Anna racconta anche l’amicizia, che va nel tempo trasformandosi in amore, per Peter, figlio dei Van Pels. La ragazza scrive nel suo diario quello che succede, annota pensieri e sensazioni e progetta di farne un romanzo quando la guerra sarà finita. Ma le cose andranno diversamente perché il 4 agosto 1944 l’alloggio segreto viene scoperto e tutti coloro che vi erano nascosti vengono arrestati e deportati dalle autorità naziste verso i campi di sterminio. L’unico a uscirne vivo sarà il padre di Anna, Otto; tutti gli altri, compresa Anna, moriranno. Il Diario di Anna Frank si interrompe quindi bruscamente a causa dell’arresto e della deportazione della famiglia Frank, e l’ultima annotazione che riporta risale al 1 agosto 1944. Il 1° agosto del 1944 la ragazzina scrive il suo ultimo appunto; poi verrà catturata dai nazisti e portata via. Anna e la sorella Margot vengono selezionate per i lavori forzati e trasferite pochi mesi dopo a Bergen-Belsen dove contraggono il tifo esantematico. Moriranno entrambe nel febbraio del 1945. Anna è diventata il simbolo delle promesse perdute con la morte di oltre un milione di bambini ebrei durante l’Olocausto.
Martedì, 1 agosto 1944
Cara Kitty, “un fastello di contraddizioni” è l’ultima frase della mia lettera precedente e la prima di quella di oggi. Un “fastello di contraddizioni”, mi puoi spiegare con precisione cos’è? Che cosa significa contraddizione? Come tante altre parole ha due significati, contraddizione esteriore e contraddizione interiore. Il primo significato corrisponde al solito “non adattarsi all’opinione altrui, saperla più lunga degli altri, avere sempre l’ultima parola”, insomma, a tutte quelle sgradevoli qualità per le quali io sono ben nota. Il secondo… per questo, no, non sono nota, è il mio segreto. Ti ho già più volte spiegato che la mia anima è, per così dire, divisa in due. Una delle due metà accoglie la mia esuberante allegria, la mia gioia di vivere, la mia tendenza a scherzare su tutto e a prendere tutto alla leggera. Con ciò intendo pure il non scandalizzarsi per un flirt, un bacio, un abbraccio, uno scherzo poco pulito. Questa metà è quasi sempre in agguato e scaccia l’altra, che è più bella, più pura e più profonda. La parte migliore di Anna non è conosciuta da nessuno, vero? E perciò sono così pochi quelli che mi possono sopportare. Certo, sono un pagliaccio abbastanza divertente per un pomeriggio, poi ognuno ne ha abbastanza di me per un mese. Esattamente la stessa cosa che un film d’amore per le persone serie: una semplice distrazione, uno svago per una volta, da dimenticare presto, niente di cattivo, ma neppure niente di buono. È brutto per me doverti dire questo, ma perché non dovrei dirlo, quando so che è la verità? La mia parte leggera e superficiale si libererà sempre troppo presto dalla parte più profonda, e quindi prevarrà sempre. Non ti puoi immaginare quanto spesso ho cercato di spingere via quest’Anna, che è soltanto la metà dell’Anna completa, di prenderla a pugni, di nasconderla; non ci riesco, e so anche perché non ci riesco. Ho molta paura che tutti coloro che mi conoscono come sono sempre, debbano scoprire che ho anche un altro lato, un lato più bello e migliore. Ho paura che mi beffino, che mi trovino ridicola e sentimentale, che non mi prendano sul serio. Sono abituata a non essere presa sul serio, ma soltanto l’Anna “leggera” v’è abituata e lo può sopportare, l’Anna “più grave” è troppo debole e non ci resisterebbe. Quando riesco a mettere alla ribalta per un quarto d’ora Anna la buona, essa, non appena ha da parlare, si ritrae come una mimosa, lascia la parola all’Anna n. 1 e, prima che io me ne accorga, sparisce. La cara Anna non è dunque ancora mai comparsa in società, nemmeno una volta, ma in solitudine ha quasi sempre il primato. Io so precisamente come vorrei essere, come sono dentro, ma, ahimè, lo sono soltanto per me. E questa è forse, anzi, sicuramente la ragione per cui io chiamo me stessa un felice temperamento interiore e gli altri mi giudicano un felice temperamento esteriore. Di dentro la pura Anna mi indica la via, di fuori non sono che una capretta staccatasi dal gregge per troppa esuberanza. Come ho già detto, sento ogni cosa diversamente da come la esprimo, e perciò mi qualificano civetta, saccente, lettrice di romanzetti, smaniosa di correre dietro ai ragazzi. L’Anna allegra ne ride, dà risposte insolenti, si stringe indifferente nelle spalle, fa come se non le importasse di nulla, ma, ahimè, l’Anna quieta reagisce in maniera esattamente contraria. Se ho da essere sincera, debbo confessarti che ciò mi spiace molto, che faccio enormi sforzi per diventare diversa, ma che ogni volta mi trovo a combattere contro un nemico più forte di me. Una voce singhiozza dentro di me: “Vedi a che ti sei ridotta: cattive opinioni, visi beffardi e costernati, gente che ti trova antipatica, e tutto perché non hai dato ascolto ai buoni consigli della tua buona metà”. Ahimè, vorrei ben ascoltarla, ma non va; se sto tranquilla e seria, tutti pensano che è una commedia, e allora bisogna pur che mi salvi con uno scherzetto; per tacere della mia famiglia che subito pensa che io sia ammalata, mi fa ingoiare pillole per il mal di testa e tavolette per i nervi, mi tasta il collo e la fronte per sentire se ho la febbre, si informa delle mie evacuazioni e critica il mio cattivo umore. Non lo sopporto; quando si occupano di me in questo modo, divento prima impertinente, poi triste e infine rovescio un’altra volta il mio cuore, volgendo in fuori il lato cattivo, in dentro il lato buono, e cerco un mezzo per diventare come vorrei essere e come potrei essere se… non ci fossero altri uomini al mondo.
La tua Anna M. Frank
*Chi non ha mai scritto un diario, da adolescente riversandovi tutti i malumori, i dubbi, le paure, i sogni. Ancora più tragico leggere le riflessioni così profonde e confuse di una ragazzina piena di talento e con una spiccata personalità in crescita. Quella che poteva diventare una bellissima persona e vedere realizzato il suo sogno di scrittrice ha visto la fine prematura e ingiusta nel modo più atroce. Questa è la guerra.
Jacques Prevert, come è noto, è il poeta più amato dalle giovani generazioni. Quando nel 1946 viene pubblicata la sua prima raccolta poetica, “Paroles”, ottiene un successo di pubblico straordinario. La critica, invece, si divide in due schieramenti: da una parte quelli che lo ammirano e vedono in lui il poeta che darà nuovo lustro alla poesia francese e dall’ altra quelli che lo denigrano, accusandolo di ricorrere a uno stile troppo banale.
Prevert nasce il 4 febbraio 1900 nella piccola città di Neuilly-sur-Seine in una famiglia piccolo borghese. Non avrà un’infanzia facile giacchè il padre si troverà più volte ad affrontare problemi economici. Da piccolo, spesso accompagna il padre a far visita alle famiglie povere che vivono nei quartieri più degradati della città e ne rimane profondamente colpito. Nasce in lui una sorta di simpatia per le classi meno abbienti. Una simpatia che lo porterà a schierarsi sempre dalla parte degli ultimi e dei più deboli, mentre maturerà una profonda rabbia nei confronti delle ingiustizie sociali. Fin da bambino mostra un grande interesse per la lettura e per lo spettacolo. Il padre è un appassionato del teatro e, nonostante le ristrettezze economiche, si avvale di alcune amicizie per ottenere biglietti gratuiti per assistere, insieme ai suoi figli, a numerosi spettacoli teatrali. Viceversa, Prevert, non proverà alcun trasporto per la scuola e abbandonerà gli studi dopo il diploma di terza media. Ribelle, anticonformista, estremamente libero, si schiera contro le istituzioni, come la scuola, che impongono al bambino una serie di regole e che formano la persona basandosi su canoni stabiliti dalla società. Dirà: “La scuola è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo”. Dopo la prima guerra mondiale svolge il servizio militare. Un’ esperienza che lo segnerà profondamente e che lo porterà a sviluppare idee antimilitariste. Successivamente si avvicina al movimento surrealista, grazie all’incontro con Marcel Duhamel. L’ esperienza surrealista, però, dura poco. Da lì a breve, Prevert lascerà il movimento e nel 1929, in un articolo intitolato “Mort d’un monsieur”, accusa il fondantore del Surrealismo, Breton, di essere eccessivamente autoritario. Nel 1932 entra a far parte della compagnia teatrale “Groupe Octobre”, dove metterà in scena spettacoli in cui affronta importanti temi sociali e di attualità politica. Mostra, allo stesso tempo, un’inclinazione per l’arte del cinema. Bisogna ricordare Prevert, infatti, anche per la sua opera di sceneggiatore e di scenografo.
La sua poetica ruota intorno a due tematiche principali: l’amore e la libertà. In un mondo pieno di meschinità e ingiustizie sociali, dove i più deboli vengono continuamente sfruttati dai potenti, l’unica salvezza è rappresentata dall’amore. L’amore salva gli uomini. Ma l’amore di cui parla Prevert non corrisponde a quell’ ideale idilliaco e perfetto a cui tendono le classi borghesi. L’amore di Prevert è un amore che non manca di sofferenze, di delusioni, di ostacoli e di tradimenti ma è sempre ricercato perchè è l’unica cosa che fa sentire vivi e, che nonostante il dolore, dà gioia. L’amore è prepotentemente libero. Non vuole essere incatenato e intrappolato da regole. L’amore vero è spontaneo. Quando si ama veramente, si accetta l’ amore per quello che è. Non lo si modifica a proprio piacimento, non lo si ingabbia nei canoni stabiliti dalla società e dettati dal senso comune. Tuttora sulla poesia di Prevert aleggia un pregiudizio che vuole ritenere il suo stile banale, caratterizzato dall’ uso di un linguaggio semplice e troppo comune. Prevert viene accusato di banalità perchè parla di amore. Ma se si leggono attetantamente i suoi versi, ci si accorge di quanto siano sensate le sue parole. L’ amore di cui parla Prevert è un sentimento autentico, dotato di una forza generatrice che esorta l’uomo a superare il dolore suscitato dal modus vivendi imposto dalla società, e che esorta i poveri e gli emarginati a provare la felicità in una società che li schiaccia e che li inchioda al muro della sofferenza. L’amore vince sulla sofferenza.
Tra le sue poesie più belle si annovera “I ragazzi che si amano”. La poesia parla del primo amore. I ragazzi che si amano, che si innamorano per la prima volta, provano un sentimento di enorme gioia e di profonda passione che li porta a distaccarsi dal mondo che li circonda. Rapiti dall’estasi della passione, vengono trasportati in dimensioni lontane dalla terra. Sono altrove, completamente avulsi dal mondo e dal tempo. “I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno”, ” essi sono altrove, molto più lontano della notte, molto più in alto del giorno “. Dei ragazzi resta solo la loro ombra che viene additata dai passanti, invidiosi di quel sentimento profondo che anche loro hanno provato e che vorrebbero provare ancora.
I Ragazzi che si amano
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia e il loro disprezzo le risa la loro invidia
Nella sua raccolta Odi Elementari, del 1954, Neruda dedica un bellissimo elogio al vino.
Di cosa è capace il vino? Il vino unisce, ci spinge a socializzare e a stare insieme. Il vino riporta l’allegria nei momenti di tristezza, fa cantare. Il vino fa innamorare e fa venir voglia di amare. Il vino è uno dei prodotti per cui si dovrebbe essere più grati alla terra, frutto del lavoro dell’uomo e del tempo.
Ode al vino
Vino color del giorno,
vino color della notte, vino con piedi di porpora o sangue di topazio, vino, stellato figlio della terra, vino, liscio come una spada d’oro, morbido come un disordinato velluto, vino inchiocciolato e sospeso, amoroso, marino, non sei mai presente in una sola coppa, in un canto, in un uomo, sei corale, gregario, e, quanto meno, scambievole.
A volte ti nutri di ricordi mortali, sulla tua onda andiamo di tomba in tomba, tagliapietre del sepolcro gelato, e piangiamo lacrime passeggere, ma il tuo bel vestito di primavera è diverso, il cuore monta ai rami, il vento muove il giorno, nulla rimane nella tua anima immobile. Il vino muove la primavera, cresce come una pianta di allegria, cadono muri, rocce, si chiudono gli abissi, nasce il canto. Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto con la bella che amo, disse il vecchio poeta. Che la brocca di vino al bacio dell’amore aggiunga il suo bacio
Amor mio, d’ improvviso il tuo fianco è la curva colma della coppa il tuo petto è il grappolo, la luce dell’alcol la tua chioma, le uve i tuoi capezzoli, il tuo ombelico sigillo puro impresso sul tuo ventre di anfora, e il tuo amore la cascata di vino inestinguibile, la chiarità che cade sui miei sensi, lo splendore terrestre della vita.
Ma non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato, tu sei, vino di vita ma amicizia degli esseri, trasparenza, coro di disciplina, abbondanza di fiori. Amo sulla tavola, quando si conversa, la luce di una bottiglia di intelligente vino. Lo bevano; ricordino in ogni goccia d’oro o coppa di topazio o cucchiaio di porpora che l’autunno lavorò fino a riempire di vino le anfore, e impari l’uomo oscuro, nel cerimoniale del suo lavoro, e ricordare la terra e i suoi doveri, a diffondere il cantico del frutto.
*Un canto intenso, caliente come un buon calice di vino, Neruda lo traduce nella celebrazione del corpo della donna e la convivialità fra amici, in entrambi i casi il vino aiuta e inebria.
abbiamo cercato nell’assenza sogni impossibili in attesa di una utopia i venti tacquero e i mari si addormentarono ma noi siamo ancora qui ricercando nell’esistenza
Sentirsi anima nell’anima, in un senso totale di appartenenza, esistere finché tu respiri.
IO SONO
Io sono finché tu respiri. Ci sei dovunque sei. Lontano o vicino in questo universo, non conta dove sei ma dove riposa la tua anima. Io sono nel tuo respiro, io abito nella tua anima. Io sono se tu sei io sono finché respiri io sono nella tua anima.
Un cuore impossibile
si arrampica su strascichi
di vecchie paure,
in sordina danno vita a trame fosche
in cui restano impigliate
timide farfalle, soffi di desideri utopici.
Un cuore impossibile
s'inalbera su distese di nuove orme,
semi piantati in un flaccido
terreno si mutano in spighe....
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Ho indossato l’abito di un altro mi stava a pennello? forse no forse si.
fu Venerdì per mostrarmi a qualcuno perché mi si vedesse, a weekend finito non l’ho restituito: era macchiato.
ho indossato disinvolto le macchie di un altro. qualcuno ha detto che erano grandi! per me erano come il bene comune sempre così misteriose; quasi mai sai da dove vengono.
Altri vorrebbero indossare il mio non sanno che non ne ho sono nudo come quel re… non ho nemmeno il conforto delle macchie.
Certo che indosso abiti che non mi appartengono: come dire ad altri che sono uno specchio?
Charles Pierre Baudelaire ( Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario, critico d’arte, giornalista, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese. È considerato uno dei più importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del simbolismo, nonché anticipatore del decadentismo. I fiori del male, la sua opera maggiore, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale. Baudelaire fonda la sua visione antropologica sulla convinzione che tutti gli uomini vivono in uno stato d’angoscia, della quale sono più o meno coscienti, perché non riescono a realizzarsi.Questa angoscia, questo stato di malessere fisico e psicologico, inquietudine, scontento, viene definita Spleen, che si associa al termine francese Ennui, ovvero la noia. Allo Spleen ci si può arrendere, accettando il non senso della vita e il vuoto cosmico che ne consegue, oppure ci si può opporre, rifuggendo la realtà e cercando l’Idéal. L’Idéal è, per Baudelaire, l’assoluto verso il quale ogni uomo tende naturalmente: per raggiungerlo – e quindi per allontanarsi dallo Spleen – l’essere umano deve evadere dalla realtà, cioè cercare il Dandismo allontanandosi dal brutto e banale – la realtà -, andando a rifugiarsi nell’artificiale, in tutto ciò che non è naturale, e per fare questo esistono alcuni strumenti, come l’alcool e le droghe. I fiori del male, definiti da Emilio Praga “un’imprecazione, cesellata nel diamante”, esprimono dunque la vita secondo Baudelaire.
Dipinto Davide Pacini
La celebre poesia A una passante (À une passante, ), fu pubblicata per la prima volta sulla rivista L’Artiste nel 1855. La lirica fu in seguito inclusa nella raccolta I fiori del male (1857), massima espressione della poetica di Baudelaire. La passante di Baudelaire non è altro che una fugace visione che appare all’improvviso in una strada affollata e caotica. La strada viene definita, tramite una personificazione, “urlante” per rappresentare il vociare fastidioso della folla in movimento. Nel frastuono del viavai quotidiano il poeta coglie per un istante una donna misteriosa, che non ha mai visto e della quale non sa nulla. La sua visione tuttavia lo induce a sognare di conoscerla, di incontrarla. L’uomo è colpito da un suo gesto, minimo, rapido, quasi infinitesimale: la sconosciuta solleva l’orlo della gonna con “mano superba” mostrando le gambe. La donna sembra un abbaglio di luce: svanisce così com’è comparsa nel mezzo di una folla anonima. Nel poeta rimane tuttavia il rimpianto di lei, conficcato come una spina. È una poesia dedicata alla bellezza intravista che trova proprio nella sua fugacità il motivo del suo eterno splendore. La passante colpisce il poeta come un’ispirazione, diventa l’immagine stessa del Bello che tuttavia non è destinato a durare in un mondo che non sa coltivare la propria sensibilità e la vende a poco prezzo in cambio di quattrini.
A una passante di Charles Baudelaire
Attorno m’urlava la strada assordante. Alta, sottile, in lutto, nel dolor regale, una donna passò, alzando con superba mano e agitando, la balza e l’orlo della gonna; agile e nobile, con le gambe statuarie.
Ed io le bevevo, esaltato come un folle, nell’occhio, cielo livido presago d’uragano, dolcezza che incanta e piacere che dà morte.
Un lampo … poi la notte! Bellezza fugace, il cui sguardo m’ha ridato vita a un tratto, nell’eternità solamente potrò rivederti?
Altrove, lontano, troppo tardi, mai forse! Perché ignoro dove fuggi, e tu dove io vada, o te che avrei amato, o te che lo sapevi!
Un’immagine fugace, da film, lei triste, bellissima, altèra, in una strada affollata, eppure lo sguardo del poeta è tutto su di lei..un attimo, intenso come una vita, lei si ferma e alza un po’ l’orlo della gonna e lui ne rimane soggiogato..si scatena un uragano nel suo animo e il presagio che sia l’incontro della vita…ma lei scompare e l’attimo si perde come le mille occasioni che ci lasciamo sfuggire. Rimane quel senso di perdita, il rimpianto, …o te che avrei amato, o te che lo sapevi!
In Italia lo stipendio dei lavoratori è fra i più bassi in Europa, le pensioni di molti sono da fame, nel contempo negli ultimi 30 anni nonostante le crisi i ricchi sono diventati sempre più ricchi mentre la massa è diventata sempre più povera, per non parlare dell’evasione fiscale record, della corruzione, della criminalità organizzata, ecc.
Il mondo delle imprese e per quanto gli concerne anche lo Stato sono miopi e arroganti in quanto se venisse concesso uno stipendio adeguato ai lavoratori questi si troverebbero con più soldi in tasca che ovviamente aumenterebbero i consumi a vantaggio di imprese, commercianti, ristoranti, bar, alberghi, ecc. ecc. ecc.
Ma purtroppo l’Italia in particolare in questi ultimi 20/30 anni “Non è più un Paese giusto”
La classe politica nostrana è sempre peggio rispetto al passato, ora quasi tutti pensano più alla propria poltrona che al bene del Paese e degli italiani, in particolare nei riguardi dei ceti più deboli.
I politici fanno promesse elettorali pur sapendo che saranno irrealizzabili e quindi non le mantengono quasi mai e nonostante questo grazie alla memoria corta degli elettori vengono rieletti.
Occorre ricordare che in occasione delle elezioni le decisioni vengono prese nelle segrete stanze dei partiti che ovviamente non danno spazio ai giovani… forse l’unico movimento politico che in questi ultimi 10 anni lo ha dato anche se poi hanno commesso qualche errore per inesperienza, ma va sottolineato senza episodi di corruzione… e con l’obbligo di soli due mandati… è stato il M5S.
La vergogna delle multinazionali e l’impotenza dell’Europa.
Le multinazionali per evitare di pagare le tasse ricorrono alla manipolazione dei prezzi: se un’entità nella filiera gonfia i suoi prezzi, aumenta i costi per la fase successiva della produzione, riducendo il profitto e dunque la tassazione nella giurisdizione dello stabilimento successivo.
Come fanno le multinazionali ad eludere le tasse e a scampare alla morsa del fisco? Un report del Peterson Institute for International Economics ha illustrato con chiarezza il meccanismo utilizzato tramite cui queste grandi imprese riescono a non rispettare i propri obblighi fiscali. O meglio a rispettarli solo in parte. Le modalità sono essenzialmente due: la manipolazione dei prezzi e la vendita dei beni immateriali. La nuova proposta, nata in seno all’OECD, dovrebbe perlomeno limitare questo “mal costume”, ma nuovi espedienti potrebbero essere utilizzati dalle multinazionali per fuggire, ancora una volta, al fisco.
Citati è un incisore che s’incanta del lavoro del suo bulino, un gioielliere che incastona pietre preziose, un intarsiatore che conosce tutte le sfumature dei legni …, un mosaicista che trae da un testo…tessere luminose per combinarle in un modo sintetico, un miniaturista che inserisce colori sulla foglia d’oro della pagina. Ne risulta un’opera dedalea,rabescata,che richiama le miniature Moghul, i mosaici minuti, miracoli dei mosaicisti romani del primo ‘800:son colori assortiti a colori, pietruzze sapientemente selezionate” —Mario Praz #TuttoCitati
La verità, mi domando dove sia! Per me la verità è bianca o nera, senza sfumature. La vita è diversa è colorata è piena di colori, sfumature, luce. In Platone la verità è concordanza è la parola che la traduce la verità,, è svelatezza,, Platone dice.. Che l’essere vero di qualunque cosa è che esso, in ciò che dice, concorda con la cosa su cui dice qualcosa. In questo senso la verità risulta essere conformità con la cosa, concordanza con essa. In greco questa parola,, è svelatezza,,. Molti ostentano di sostenere la verità ma, purtroppo capita che anneghi in un mare di menzogna. Quello che fa male che quando incontri un amante della ricerca della verità ne rimani affascinata è a priori credi fiduciosamente a tutto ciò che dice, che legifera. La verità, una parola che spesso è solo mistificazione ma che sostieni con forza perché è l’unica alternativa alla vita. La verità è in punta a un fucile quando smetti di dirla parte un colpo è tutto viene massacrato. Quando credi in colui che la sostiene e ti chiede fiducia incondizionatamente pensi che la verità è la persona sono tutt’uno. Anche perché fidarsi è aprirsi, mettere le tue emozioni, i tuoi sentimenti, la tua intimità nelle mani di chi ha la tua fiducia a trecento sessantasei gradi. Che bello fidarsi! Lasciarsi cullare da parole che corrispondono, hanno concordanza con i fatti. Poi ti domandi quali fatti? Li hai visti? La verità è stata in azione? La concordanza? Quindi cerchi di giustificare il legiferatore di verità, mille scuse, un Odissea di promesse mai mantenute. Mille problemi, mille scuse, mille vittimismi, mille martiri, eppure la verità è sempre una sola, una sola. La verità è concordanza tra parole è azione. Allora ti domandi come è possibile aver creduto per tanto tempo a un mistificatore? Non lo so, non lo saprò mai, perché la menzogna è senza parole. La menzogna tace e si veste da tragedia greca per giustificare l’assenza di verità. Esatto l’assenza, senza giustificare nulla. La strada comoda della menzogna, rivestita di pietre che bruciano l’anima. La verità sarà sempre un punto interrogativo, non saprei mai dove inizia o finisce la verità o la menzogna. Qualcosa su cui meditare ma, senza risposte, perché la menzogna non ce l ha e la verità richiede coraggio, molto che, pochi possiedono. Ora mi domando perché accade tutto questo? Un quesito che mi dilaniera’l’anima tutta la vita. Spesso la menzogna viene accompagnata dal silenzio, menzogna e codardia tutto uno. Chi conosce la filosofia, sa che la ricerca della verità è importante ma, che soprattutto abbia concordanza, chi studia e conosce ciò, legge ma non capisce, non capisce il significato della verità. Allora, come direbbe il filosofo, non leggere ciò che non comprendi, non sostenere ciò che non capisci, magari leggi ,, Topolino, più a portata. Iris G. DM