Per non dimenticare…Anna Frank

Annelies Marie Frank, detta Anne chiamata Anna Frank in italiano (Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, febbraio o marzo), è stata una giovane ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario, scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti, e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Visse gran parte della sua vita ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, dove la famiglia si era rifugiata dopo l’ascesa al potere dei nazisti in Germania. Fu privata della cittadinanza tedesca nel 1935, divenendo così apolide, e nel proprio diario scrisse che ormai si sentiva olandese e che dopo la guerra avrebbe voluto ottenere la cittadinanza dei Paesi Bassi, Paese nel quale era cresciuta

Anna Frank nacque nel 1929 a Francoforte da una famiglia delle borghesia ebraica. La famiglia Frank viveva in una comunità mista e i figli crebbero insieme con bambini di fede cattolica, protestante ed ebraica. I Frank erano ebrei riformati: molte tradizioni ebraiche erano conservate, ma solo alcune venivano praticate. Suo padre Otto era un imprenditore che, con il sollevarsi dell’antisemitismo in Germania, decise di emigrare in Olanda con la moglie, con Anna e sua sorella maggiore, Margot. Ad Amsterdam Otto Frank avviò una azienda.  Anche in esilio i genitori si occuparono dell’educazione delle due figlie: Margot frequentò una scuola pubblica, mentre Anna venne iscritta alla scuola pubblica montessoriana nº 6 nella vicina Niersstraat. Mentre Margot eccelleva soprattutto in matematica, Anna si mostrava portata nel leggere e nello scrivere. Spesso Anna scriveva di nascosto e non rivelava a nessuno quello che scriveva.Con l’attacco alla Polonia nel settembre 1939, scoppiò la Seconda guerra mondiale e nel maggio 1940 l’Olanda venne occupata dai nazisti e cominciarono anche lì le persecuzioni razziali. La famiglia tenta allora di emigrare negli Stati Uniti, ma non riuscendovi decide di nascondersi, nel luglio del 1942 in un alloggio segreto in Prinsengracht 263, insieme con altri quattro fuggiaschi. L’iniziale speranza di Otto di poter tornare tutti in libertà dopo qualche settimana si rivelò vana: furono costretti a restare nascosti per più di due anni: non potevano uscire né fare nulla che potesse attirare l’attenzione (ad esempio facendo rumore). Il clima di tensione nel retrocasa, dove i rifugiati vivevano costantemente nella paura e nell’incertezza, portava ripetutamente a tensioni e conflitti. La vita è disagevole e costretta nel poco spazio, ma Anna, che ha 13 anni e un carattere vivace e fantasioso, comincia a scrivere in quelle stanze un diario. Vi racconterà la sua interiorità di adolescente, gli screzi con i compagni di prigionia, i suoi sogni e le sue speranze di diventare una scrittrice. Il 4 agosto 1944 le SS fanno irruzione nell’alloggio segreto e ne deportano gli abitanti. Anna e la sorella Margot vengono deportate a Auschwitz e poi nel campo di Bergen-Belsen, dove entrambe moriranno di tifo esantematico nel febbraio 1945. L’unico sopravvissuto è il padre Otto, che farà ritorno a Amsterdam al termine della guerra e verrà in possesso del diario di Anna, trovato nel rifugio segreto e consegnatogli da degli amici. Decide di pubblicarlo per la prima volta in 3.000 copie nel 1947 e per il suo impatto umano e spirituale il Diario ha conosciuto una immensa diffusione. Tradotto e ristampato in centinaia di migliaia di copie, è forse il più famoso dei testi che raccontano la tragedia degli ebrei.

Anna Frank è stata una delle testimoni “chiave” del periodo della Shoah, grazie al suo diario, alle sue lettere, arrivate fino a noi. Attraverso le sue parole, anche in questa poesia, possiamo capire quello che era l’animo e lo spirito di una bambina che viveva in quell’orrore. Questa poesia datata 1943, ci parla di quel senso di sicurezza, calore, amore che spesso noi diamo per scontato e che, lei, in quel momento non poteva avere. Il ritratto che ne esce fuori è il ritratto di una bambina piena di speranze, che vorrebbe vedere nel mondo qualcosa di bello. È così, nell’orrore, è riuscita a scriverci e tramandarci questo messaggio: quando siamo soli, tristi, infelici, possiamo sempre guardare fuori dalla finestra e sentirci completi. Possiamo sempre avere una possibilità di una nuova felicità. Perché il nostro cielo è sicuro, è “senza timori”.

Aprile

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Non le case o i tetti, ma il cielo.
Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere Felice.

*Finché avrai la libertà di guardare il cielo sii felice. Che meraviglioso messaggio!! Quanta speranza e voglia di vivere in questa ragazzina, che nel pieno dell’esuberanza giovanile si vede privata della libertà, delle sue abitudini, della scuola, delle amicizie e reclusa in una soffitta, al buio, a causa della guerra, dell’odio razziale, cose così lontane dal suo mondo…e che le priveranno del futuro, dei sogni, della vita.

IN MONFERRATO E’ TEMPO DI RACCOGLIERE LE MORE SELVATICHE DI ROVO, di Silvia Gario

IN MONFERRATO E’ TEMPO DI RACCOGLIERE LE MORE SELVATICHE DI ROVO di Silvia Gario

Date: 4 agosto 2022Author: Silvia Gario

Ad Agosto e Settembre maturano le more, i neri e dolcissimi frutti del rubus fruticosus, il comune rovo che cresce spontaneo sulle nostre colline, nei luoghi selvatici ed abbandonati, ai lati dei sentieri di campagna in un inestricabile groviglio di rami, abbarbicandosi alle altre piante.

Immagine di Silvia Gario

Mi sovvengono le estati passate in cascina a raccogliere more, una consuetudine attesa e scandita nei gesti quasi come un rito: si partiva in bicicletta, con ceste e cestini sistemati un po’ ovunque, destinazione un sentiero nascosto ai margini di un boschetto selvatico, un edificio diroccato, un terreno abbandonato.

Era una gioia raccogliere i piccoli e succosi frutti per poi portarli, esultante del ricco bottino, alla nonna che provvedeva a trasformarli in marmellate e succhi.

Questi deliziosi frutti sono conosciuti da secoli come alleati preziosi della salute: hanno grandi qualità antiossidanti, perché contengono moltissime antocianine e flavonoidi ed inoltre sono diuretiche, dissetanti e depurative, sono ricchissime di vitamina C e vitamina A, contengono acido folico ed aiutano a regolare i livelli di omocisteina, due sostanze importantissime soprattutto durante la gravidanza, ma utilissime anche ai bambini ed agli anziani.

Un tempo della pianta si utilizzavano anche radici e foglie, per le loro qualità antiemorragiche, antibatteriche ed antivirali, ancora adesso molto usate in erboristeria.

Foto di ♡♡ Julita ♡♡ da Pixabay

La pianta della mora, il rovo selvatico, è inoltre una risorsa per le api in tempo di fioritura, ed una fonte di cibo per gli animali selvatici durante la fruttificazione.

Anticamente i rovi di spine venivano usati per delimitare i confini delle proprietà, creando delle barriere naturali invalicabili.

Poiché le more sono difficili da trovare in commercio perché facilmente deperibili e piuttosto costose, dato che la raccolta viene fatta a mano, il mio suggerimento è di programmare una bella gita (muniti di cestino) in Monferrato, per venire a raccoglierle direttamente e gustarle ancora fresche o portarle a casa ed utilizzarle per una confettura o per degli ottimi centrifugati: unendo al piacere di un trekking sulle splendide colline Monferrine, immergendovi nella natura, il sapore del frugare fra i cespugli alla scoperta, lungo il cammino, di gustose prelibatezze, prezioso regalo, buone da consumare sul posto con sapienza così come natura le ha fatte o da conservare in barattolo.

Mi raccomando: raccoglietele quando sono nere e morbide, quando sprigionano il massimo del loro sapore.

Silvia Gario

PERCY BYSSHE SHELLE : UN RIBELLE DI  200 ANNI FA,Gabriella Paci

Il 4 agosto 1792 nasce nel  Sussex  (Inghilterra)PERCY BYSSHE SHELLEY che con Jhon Keats e Lord Byron è annoverato tra i più grandi poeti del romanticismo.
Ribelle e visionario ,è ispirato dall’ideale della libertà .Lascia opere memorabili come “Ozymandias “ Ode al vento occidentale “ A un ‘allodola” “la maschera dell’anarchia”. Sono però i poemi “Prometeo liberato “ e Adonais” i capolavori che ispirano le generazioni di poeti successivi.

Innamorato dell’Italia, rimane ispirato dalla Liguria e da Porto Venere .Muore affogato a soli 30 anni nel 1822  durante una gita in barca a Lerici e il suo corpo rinvenuto nei pressi di Viareggio.

Di nobile discendenza, fin da ragazzo mostra un’anima inquieta e ribelle che lo porta ad essere espulso dall’università di Oxford per aver scritto senza voler ritrattare  un opuscolo sull’ateismo e a sposarsi giovanissimo .Crede in una specie di pantesimoe misticismo  ed avverte forze segrete e vitali nella natura : sostenitore della libertà anche in amore, non fa del matrimonio un vincolo,neppure quando si sposa in seconde nozze con  Mary, figlia del filosofo William Godwin sostenitore del socialismo utopistico ed dal  quale apprende idee radicali e conoscenza approfondita di testi filosofici.

Mary autrice del romanzo “FranKenstein”, lo segue in Svizzera e poi in Italia dove Shelley cerca un clima più congeniale alla tisi. Qui vaga tra i colli Euganei,Venezia ,Roma, Livorno fino a stabilirsi nei pressi di Lerici a villa Magni.

Secondo Shelley  il poeta ha una sacralità quasi religiosa in quanto ha il compito di svelare le verità profonde celate sotto l’apparenza sensibile. Nei suoi testi questa verità viene suggerita attraverso sensazioni indefinite e risonanze fantastiche dove la voce lirica della natura si fonde con l’io lirico .

Il suo linguaggio possiede straordinaria forza evocativa e onirica ,come accade nella personificazione del vento (“Ode al vento occidentale”) che esaltano sia la parola che la sacralità della natura e delle forze misteriose che la governano.

Shelley

Per non dimenticare: l’ultima pagina del diario di Anna Frank

IL DIARIO DI IL DIARIO DI ANNA FRANK è la raccolta in volume degli scritti, in forma di diario e in lingua olandese, di Anna Frank (1929-1945), una ragazza ebrea nata a Francoforte e rifugiata con la famiglia ad Amsterdam, costretta nel 1942 a entrare nella clandestinità insieme alla famiglia per sfuggire alle persecuzioni e ai campi di sterminio nazisti. Il 12 giugno 1942, giorno del suo tredicesimo compleanno, Anna Frank riceve in regalo un quaderno a quadretti dalla copertina rossa – Kitty – al quale la ragazzina decide di raccontare, come a una persona reale, le sue riflessioni e i suoi pensieri.

A Kitty racconterà la sua interiorità di adolescente, gli screzi con i compagni di prigionia, i suoi sogni e le sue speranze di diventare una scrittrice.
“Spero che ti potrò confidare tutto – scriveva – come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno”

Per due anni i Frank vivranno nascosti in questo nascondiglio di Amsterdam, due anni che sono minuziosamente raccontati da Anna nel suo diario. 
Il Diario rappresenta la prima, e a volte unica, testimonianza diretta dell’Olocausto. Scritto meticolosamnete durante i due anni vissuti in clandestinità, il diario rimane una delle opere più lette al mondo. Nel diario la piccola Anna Frank racconta una storia di reclusione forzata: la necessità di rimanere in silenzio, l’impossibilità di uscire, la paura di essere scoperti da un momento all’altro e catturati. Anna racconta anche l’amicizia, che va nel tempo trasformandosi in amore, per Peter, figlio dei Van Pels. La ragazza scrive nel suo diario quello che succede, annota pensieri e sensazioni e progetta di farne un romanzo quando la guerra sarà finita. Ma le cose andranno diversamente perché il 4 agosto 1944 l’alloggio segreto viene scoperto e tutti coloro che vi erano nascosti vengono arrestati e deportati dalle autorità naziste verso i campi di sterminio. L’unico a uscirne vivo sarà il padre di Anna, Otto; tutti gli altri, compresa Anna, moriranno. Il Diario di Anna Frank si interrompe quindi bruscamente a causa dell’arresto e della deportazione della famiglia Frank, e l’ultima annotazione che riporta risale al 1 agosto 1944.   
Il 1° agosto del 1944 la ragazzina scrive il suo ultimo appunto; poi verrà catturata dai nazisti e portata via.
Anna e la sorella Margot vengono selezionate per i lavori forzati e trasferite pochi mesi dopo a Bergen-Belsen dove contraggono il tifo esantematico. Moriranno entrambe nel febbraio del 1945.
Anna è diventata il simbolo delle promesse perdute con la morte di oltre un milione di bambini ebrei  durante l’Olocausto.

Martedì, 1 agosto 1944

Cara Kitty,
“un fastello di contraddizioni” è l’ultima frase della mia lettera precedente e la prima di quella di oggi. Un “fastello di contraddizioni”, mi puoi spiegare con precisione cos’è? Che cosa significa contraddizione? Come tante altre parole ha due significati, contraddizione esteriore e contraddizione interiore.
Il primo significato corrisponde al solito “non adattarsi all’opinione altrui, saperla più lunga degli altri, avere sempre l’ultima parola”, insomma, a tutte quelle sgradevoli qualità per le quali io sono ben nota. Il secondo… per questo, no, non sono nota, è il mio segreto. Ti ho già più volte spiegato che la mia anima è, per così dire, divisa in due. Una delle due metà accoglie la mia esuberante allegria, la mia gioia di vivere, la mia tendenza a scherzare su tutto e a prendere tutto alla leggera. Con ciò intendo pure il non scandalizzarsi per un flirt, un bacio, un abbraccio, uno scherzo poco pulito. Questa metà è quasi sempre in agguato e scaccia l’altra, che è più bella, più pura e più profonda.
La parte migliore di Anna non è conosciuta da nessuno, vero? E perciò sono così pochi quelli che mi possono sopportare. Certo, sono un pagliaccio abbastanza divertente per un pomeriggio, poi ognuno ne ha abbastanza di me per un mese. Esattamente la stessa cosa che un film d’amore per le persone serie: una semplice distrazione, uno svago per una volta, da dimenticare presto, niente di cattivo, ma neppure niente di buono. È brutto per me doverti dire questo, ma perché non dovrei dirlo, quando so che è la verità? La mia parte leggera e superficiale si libererà sempre troppo presto dalla parte più profonda, e quindi prevarrà sempre. Non ti puoi immaginare quanto spesso ho cercato di spingere via quest’Anna, che è soltanto la metà dell’Anna completa, di prenderla a pugni, di nasconderla; non ci riesco, e so anche perché non ci riesco.
Ho molta paura che tutti coloro che mi conoscono come sono sempre, debbano scoprire che ho anche un altro lato, un lato più bello e migliore. Ho paura che mi beffino, che mi trovino ridicola e sentimentale, che non mi prendano sul serio. Sono abituata a non essere presa sul serio, ma soltanto l’Anna “leggera” v’è abituata e lo può sopportare, l’Anna “più grave” è troppo debole e non ci resisterebbe.
Quando riesco a mettere alla ribalta per un quarto d’ora Anna la buona, essa, non appena ha da parlare, si ritrae come una mimosa, lascia la parola all’Anna n. 1 e, prima che io me ne accorga, sparisce. La cara Anna non è dunque ancora mai comparsa in società, nemmeno una volta, ma in solitudine ha quasi sempre il primato. Io so precisamente come vorrei essere, come sono dentro, ma, ahimè, lo sono soltanto per me. E questa è forse, anzi, sicuramente la ragione per cui io chiamo me stessa un felice temperamento interiore e gli altri mi giudicano un felice temperamento esteriore. Di dentro la pura Anna mi indica la via, di fuori non sono che una capretta staccatasi dal gregge per troppa esuberanza. Come ho già detto, sento ogni cosa diversamente da come la esprimo, e perciò mi qualificano civetta, saccente, lettrice di romanzetti, smaniosa di correre dietro ai ragazzi. L’Anna allegra ne ride, dà risposte insolenti, si stringe indifferente nelle spalle, fa come se non le importasse di nulla, ma, ahimè, l’Anna quieta reagisce in maniera esattamente contraria. Se ho da essere sincera, debbo confessarti che ciò mi spiace molto, che faccio enormi sforzi per diventare diversa, ma che ogni volta mi trovo a combattere contro un nemico più forte di me.
Una voce singhiozza dentro di me: “Vedi a che ti sei ridotta: cattive opinioni, visi beffardi e costernati, gente che ti trova antipatica, e tutto perché non hai dato ascolto ai buoni consigli della tua buona metà”. Ahimè, vorrei ben ascoltarla, ma non va; se sto tranquilla e seria, tutti pensano che è una commedia, e allora bisogna pur che mi salvi con uno scherzetto; per tacere della mia famiglia che subito pensa che io sia ammalata, mi fa ingoiare pillole per il mal di testa e tavolette per i nervi, mi tasta il collo e la fronte per sentire se ho la febbre, si informa delle mie evacuazioni e critica il mio cattivo umore.
Non lo sopporto; quando si occupano di me in questo modo, divento prima impertinente, poi triste e infine rovescio un’altra volta il mio cuore, volgendo in fuori il lato cattivo, in dentro il lato buono, e cerco un mezzo per diventare come vorrei essere e come potrei essere se… non ci fossero altri uomini al mondo.

La tua Anna M. Frank

*Chi non ha mai scritto un diario, da adolescente riversandovi tutti i malumori, i dubbi, le paure, i sogni. Ancora più tragico leggere le riflessioni così profonde e confuse di una ragazzina piena di talento e con una spiccata personalità in crescita. Quella che poteva diventare una bellissima persona e vedere realizzato il suo sogno di scrittrice ha visto la fine prematura e ingiusta nel modo più atroce. Questa è la guerra.

Viaggio nella poesia francese: Jacques Prevert, il poeta dell’amore

Jacques Prevert, come  è noto, è il poeta più amato dalle giovani generazioni. Quando nel 1946 viene pubblicata la sua prima raccolta poetica, “Paroles”, ottiene un successo di pubblico straordinario. La critica, invece, si divide in due schieramenti: da una parte quelli che lo ammirano e vedono in lui il poeta che darà nuovo lustro alla poesia francese e dall’ altra quelli che lo denigrano, accusandolo di ricorrere a uno stile troppo banale.

Prevert nasce il 4 febbraio 1900 nella piccola città di Neuilly-sur-Seine in una famiglia piccolo borghese. Non avrà un’infanzia facile giacchè il padre si troverà più volte ad affrontare problemi economici. Da piccolo, spesso accompagna il padre a far visita alle famiglie povere che vivono nei quartieri più degradati della città e ne rimane profondamente colpito. Nasce in lui una sorta di simpatia per le classi meno abbienti. Una simpatia  che lo porterà a schierarsi sempre dalla parte degli ultimi e dei più deboli, mentre maturerà una profonda rabbia nei confronti delle ingiustizie sociali. Fin da bambino mostra un grande interesse per la lettura e per lo spettacolo. Il padre è un appassionato del teatro e, nonostante le ristrettezze economiche,  si avvale di alcune amicizie per ottenere biglietti gratuiti per assistere, insieme ai suoi figli, a numerosi spettacoli teatrali. Viceversa, Prevert, non proverà alcun trasporto per la scuola e abbandonerà gli studi dopo il diploma di terza media. Ribelle, anticonformista, estremamente libero, si schiera contro le istituzioni, come la scuola, che impongono al bambino una serie di regole e che formano la persona basandosi su canoni stabiliti dalla società. Dirà: “La scuola è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo”. Dopo la prima guerra mondiale svolge il servizio militare. Un’ esperienza che lo segnerà profondamente e che lo porterà a sviluppare idee antimilitariste. Successivamente si avvicina al movimento surrealista, grazie all’incontro con Marcel Duhamel. L’ esperienza surrealista, però, dura poco. Da lì a breve, Prevert lascerà il movimento e nel 1929, in un articolo intitolato “Mort d’un monsieur”, accusa il fondantore del Surrealismo, Breton, di essere eccessivamente autoritario. Nel 1932 entra a far parte della compagnia teatrale “Groupe Octobre”, dove metterà in scena spettacoli in cui affronta importanti temi sociali e di attualità politica. Mostra, allo stesso tempo, un’inclinazione per l’arte del cinema. Bisogna ricordare Prevert, infatti, anche per la sua opera di sceneggiatore e di scenografo.

La sua poetica ruota intorno a due tematiche principali: l’amore e la libertà. In un mondo pieno di meschinità e ingiustizie sociali, dove i più deboli vengono continuamente sfruttati dai potenti, l’unica salvezza è rappresentata dall’amore. L’amore salva gli uomini. Ma l’amore di cui parla Prevert non corrisponde a quell’ ideale idilliaco e perfetto a cui tendono le classi borghesi. L’amore di Prevert è un amore che non manca di sofferenze, di delusioni, di ostacoli e di tradimenti ma è sempre ricercato perchè è l’unica cosa che fa sentire vivi e, che nonostante il dolore,  dà gioia.  L’amore è prepotentemente libero. Non vuole essere incatenato e intrappolato da regole. L’amore vero è spontaneo. Quando si ama veramente, si accetta l’ amore per quello che è. Non lo si modifica a proprio piacimento, non lo si ingabbia nei canoni stabiliti dalla società e dettati dal senso comune. Tuttora sulla poesia di Prevert aleggia un pregiudizio che vuole ritenere il suo stile banale, caratterizzato dall’ uso di un linguaggio semplice e troppo comune. Prevert viene accusato di banalità perchè parla di amore. Ma se si leggono attetantamente i suoi versi, ci si accorge di quanto siano sensate le sue parole. L’ amore di cui parla Prevert è un sentimento autentico, dotato di una forza generatrice che esorta l’uomo a superare il dolore suscitato dal modus vivendi imposto dalla società, e che esorta i poveri e gli emarginati a provare la felicità in una società che li schiaccia e che li inchioda al muro della sofferenza. L’amore vince sulla sofferenza.

Tra le sue poesie più belle si annovera “I ragazzi che si amano”. La poesia parla del primo amore. I ragazzi che si amano, che si innamorano per la prima volta, provano un sentimento di enorme gioia e di profonda passione che li porta a distaccarsi dal mondo che li circonda. Rapiti dall’estasi della passione, vengono trasportati in  dimensioni lontane dalla terra. Sono altrove, completamente avulsi dal mondo e dal tempo. “I ragazzi che si amano  non ci sono per nessuno”, ” essi sono altrove, molto più lontano della notte, molto più in alto  del giorno “.  Dei ragazzi resta solo la loro ombra che viene additata dai passanti, invidiosi di quel sentimento profondo che anche loro hanno provato e che vorrebbero provare ancora.

I Ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano 

Non ci sono per nessuno 

Ed è la loro ombra soltanto

Che trema nella notte 

Stimolando la rabbia dei passanti 

La loro rabbia e il loro disprezzo le risa la loro invidia

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno 

Essi sono altrove molto più lontano della notte

Molto più in alto del giorno

Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Dal mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/2021/04/jacques-prevert-il-poeta-dellamore.html

Il cibo in poesia, elogio al vino con Neruda

Nella sua raccolta Odi Elementari, del 1954, Neruda dedica un bellissimo elogio al vino.

Di cosa è capace il vino? Il vino unisce, ci spinge a socializzare e a stare insieme. Il vino riporta l’allegria nei momenti di tristezza, fa cantare. Il vino fa innamorare e fa venir voglia di amare. Il vino è uno dei prodotti per cui si dovrebbe essere più grati alla terra, frutto del lavoro dell’uomo e del tempo.

Ode al vino

Vino color del giorno,

vino color della notte,
vino con piedi di porpora
o sangue di topazio,
vino,
stellato figlio
della terra,
vino, liscio
come una spada d’oro,
morbido
come un disordinato velluto,
vino inchiocciolato
e sospeso,
amoroso,
marino,
non sei mai presente in una sola coppa,
in un canto, in un uomo,
sei corale, gregario,
e, quanto meno, scambievole.

A volte
ti nutri di ricordi
mortali,
sulla tua onda
andiamo di tomba in tomba,
tagliapietre del sepolcro gelato,
e piangiamo
lacrime passeggere,
ma
il tuo bel
vestito di primavera
è diverso,
il cuore monta ai rami,
il vento muove il giorno,
nulla rimane
nella tua anima immobile.
Il vino
muove la primavera,
cresce come una pianta di allegria,
cadono muri,
rocce,
si chiudono gli abissi,
nasce il canto.
Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto
con la bella che amo,
disse il vecchio poeta.
Che la brocca di vino
al bacio dell’amore aggiunga il suo bacio

Amor mio, d’ improvviso
il tuo fianco
è la curva colma
della coppa
il tuo petto è il grappolo,
la luce dell’alcol la tua chioma,
le uve i tuoi capezzoli,
il tuo ombelico sigillo puro
impresso sul tuo ventre di anfora,
e il tuo amore la cascata
di vino inestinguibile,
la chiarità che cade sui miei sensi,
lo splendore terrestre della vita.

Ma non soltanto amore,
bacio bruciante
e cuore bruciato,
tu sei, vino di vita
ma
amicizia degli esseri, trasparenza,
coro di disciplina,
abbondanza di fiori.
Amo sulla tavola,
quando si conversa,
la luce di una bottiglia
di intelligente vino.
Lo bevano;
ricordino in ogni
goccia d’oro
o coppa di topazio
o cucchiaio di porpora
che l’autunno lavorò
fino a riempire di vino le anfore,
e impari l’uomo oscuro,
nel cerimoniale del suo lavoro,
e ricordare la terra e i suoi doveri,
a diffondere il cantico del frutto.

*Un canto intenso, caliente come un buon calice di vino, Neruda lo traduce nella celebrazione del corpo della donna e la convivialità fra amici, in entrambi i casi il vino aiuta e inebria.

lucia triolo: volli te

Volli te
come si vuole
il mal di testa
per un ospite molesto.

Volli te
come si vuole
il veleno per i topi.

Volli te
come si vuole
la buccia di banana
per lo scippatore
o uno sgambetto d’autore.

Volli te
come in graduatoria
si vuol che si ritiri
chi ci sta davanti.

E poi volli te
come si vuole,
dopo la battaglia,
la bandiera garrire
sulla punta
della lancia

Ma tu,
tu volevi solo
essere baciato.
E io
non avrei fatto male
ad una mosca