Eremo “Le Celle “a Cortona (Arezzo)  dove la storia si intreccia con l’arte e la spiritualità: un luogo da non perdere.Gabriella Paci

(Arezzo)

Il passato

  L’eremo cortonese “Le celle” prende nome da piccole grotte ricavate nella roccia e utilizzate da pastori per rifugiare se stessi e il gregge o usate da contadini locali.

La presenza di un ruscello sottostante,garantiva acqua e veniva sfruttata dai contadini  per alimentare i mulini ad acqua.

Ma la sua fama è dovuta a San Francesco di Assisi.

.San Francesco arrivò a Cortona nel 1211 insieme a frate Silvestro. Ma fu grazie all’aiuto di Guido Vagnotelli che conobbe questo luogo situato alle falde del Monte Sant’Egidio. Il fraticello ne ricavò subito alcune celle, tra cui quella in cui più volte abitò ,fino a poco tempo prima della morte e dove scrisse nel 1226 il suo testamento spirituale.

La sua presenza influenzò la gente del posto tra cui anche Margherita,donna che dopo essersi accompagnata ad  un ricco signore,dopo la violenta morte di questi,  diventerà la sua sostenitrice e continuatrice,insieme a santa Chiara, tanto da diventare una senta lei stessa. Dopo la morte di Francesco, l’Eremo Le Celle venne sistemato e ampliato da frate Elia.

Questo luogo attraversò un periodo di abbandono fino al 1537, quando venne ceduto dal vescovo di Cortona all’ordine dei frati cappuccini. Nei secoli seguenti questo luogo di preghiera conobbe alterni sviluppi.

Uno dei tratti distintivi dell’Eremo Le Celle sono i ponti, realizzati per oltrepassare il torrente. Il Ponte Barberini venne costruito in segno di devozione ,per volere dell’omonima famiglia che segnò qui la sua presenza con Antonio Barberini, fratello del futuro papa Urbano VII.

Il Ponte del Granduca, invece, fu voluto nel 1728 appunto dal Granduca di Toscana per sostituire un vecchio attraversamento divento inagibile

Il presente

Fino al 1988 l’Eremo Le Celle fu il luogo dove si formavano i i noviziati cappuccini, considerati il terzo ordine della famiglia francescana. Attualmente in questo luogo vive una manciata di frati che accoglie  i pellegrini e le persone desiderose di trascorrere del tempo in un luogo mistico, a stretto contatto con la natura. Attualmente la disponibilità per il pernottamento è di 40 posti ricavati in due casette e messi a disposizione di gruppi autogestiti.

Il luogo emana una grande spiritualità ,non solo per la sua struttura severa in pietra ma anche per la sua posizione a cavallo di una valle moltostretta che segue il corso del torrente. Fin dai primi ampliamenti di frate Elia, il complesso ha seguito l’andamento della vallata e le amenità del terreno,arroccandosi su di esso,

Colpisce i visitatori la Cella di San Francesco, ricavata nella roccia e votata alla massima austerità, com’era nello stile del santo assisiate. Nello spazio antistante la cella sorge l’Oratorio, di forma rettangolare e che era una volta il dormitorio comune  Nella parte superiore dell’Oratorio si può visitare la Cappellina della SantissimaTrinità, realizzata nel 1988 durante le opere di restauro del complesso.

L’ingresso all’Eremo Le Celle è contraddistinto dall’Oratorio di San Franceschino, costituito da un’unica navata e arricchito da dipinti che raffigurano San Francesco..

  Si arriva all’eremo a piedi,dopo aver visitato la cittadina etrusca e medievale di Cortona ,che affascina con i suoi scorci sul lago Trasimeno,i suoi vicoli,la piazza del Comune con il palazzo del podestà e il suo museo con i reperti etruschi. Cortona e il suo eremo sono davvero luoghi incantevoli dove ritrovare un passato denso di storia e spiritualità.

EREMO “LE CELLE” CORTONA (AR)

Incontro con gli artisti

Festival 2022 PIAF invita :

WITERS CAPITAL FONDAZIONE INTERNAZIONALE
Sessione di streaming internazionale in diretta del Panorama International Arts Festival 2022.

ITALIA – SPAGNA – IRAN – FRANCIA – VENEZUELA
21 agosto 2022 alle 18:00 (Italia)

Coordinazione
JOAN JOSEP BARCELO. Consigliere capo
FILIPPO PAPA. Capo Coordinatore Giovani
ELISA MASCIA. Comitato Organizzatore

Artisti ospiti
MICHELE BIGLIOLI (Italia)
STEFANO BIGLIOLI (Italia)
MARILYNE BERTONCINI (Francia)
ELHAM HAMEDI (Iran)
IRMA BACCI (Italia)
RICCARDO GAFFURI (Italia)
DARLINE JOSEFINA DE ACURERO (Venezuela)
MARIELA PORRAS SANTANA (Venezuela)
GINA BONASERA (Italia)
LETIZIA CAIAZZO (Italia)

PREETH NAMBIAR
Presidente Writers Capital International Foundation
IRENE DOURA-KAVADIA
Coordinatore capo del programma
JOHANNA DEVADAYAVU
Consigliere Gestore

WRITERS CAPITAL INTERNATIONAL FOUNDATION
Live International Streaming Session of Panorama International Arts Festival 2022.

ITALY – SPAIN – IRAN – FRANCE – VENEZUELA
21 August 2022 at 6:00pm (Italy)

Coordination
JOAN JOSEP BARCELO. Chief Advisor
FILIPPO PAPA. Chief Youth Coordinator
ELISA MASCIA. Organising Committee

Guest Artists
MICHELE BIGLIOLI (Italy)
STEFANO BIGLIOLI (Italy)
MARILYNE BERTONCINI (France)
ELHAM HAMEDI (Iran)
IRMA BACCI (Italy)
RICCARDO GAFFURI (Italy)
DARLINE JOSEFINA DE ACURERO (Venezuela)
MARIELA PORRAS SANTANA (Venezuela)
GINA BONASERA (Italy)
LETIZIA CAIAZZO (Italy)

PREETH NAMBIAR
President Writers Capital International Foundation
IRENE DOURA-KAVADIA
Chief Programme Coordinator
JOHANNA DEVADAYAVU
Manager Advisor

CULTURA

Il colore della poesia. Iris G. DM

Date: 20 agosto 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

Buongiorno, ti saluto ed è strano,

quante volte buongiorno!

Per quante volte inizi e muori nel giorno,

un attitudine come una virgola nella memoria,

che ha perso i punti e le parentesi sono vuote.

Buongiorno al celeste cielo,

buongiorno a me, che vedo trascorrere le nuvole,

le disegno con l’odore di arancio e cioccolato.

Buongiorno a me, oggi conto le mie rughe,

i passi che ho lasciato,

le orme che mi mettono paura.

Buongiorno a me, che non so cantare,

ma ho la musica nella testa,

e la danza nei miei piedi.

So di amare le bolle di sapone,

le verità fragili e quelle forti,

amo le persone lievi,

le anime lievi,

gli occhi trasparenti come vetri,

ma oggi sento l’odore acre della polvere da sparo,

eppure, buongiorno!

Le notti suonano come arpe vive,

grondano pioggia e sangue,

ma buongiorno!

Buongiorno a te, che vivi o muori,

a te che sei povero o ricco,

a te che sei bello o brutto,

a te che sei buono o cattivo,

a te che vivi o muori,

a te che ami o odi,

e non importa a nessuno!

Buongiorno a me,

che non sono nessuno. Iris G. DM

Sonò alto un nitrito

La cavalla storna è una poesia composta da Giovanni Pascoli in memoria del padre Ruggero, assassinato nel suo carro sulla strada di ritorno verso casa il 10 agosto 1867, quando il poeta aveva quasi dodici anni.

Gli autori di tale reato non vennero mai individuati, ma vennero fatte solo alcune supposizioni. L’evento lascerà un segno indelebile nell’animo del poeta, andando ad influenzare tutta la sua produzione.
La scena si svolge di notte, in un silenzio reso irreale dal fruscio dei pioppi mossi dal vento,e vede la madre di Pascoli, Caterina Vincenzi, parlare con l’unica testimone del delitto, la cavalla detta «storna» per il colore del mantello grigio-scuro, pezzato da macchie bianche.L’ambientazione è nella stalla della tenuta «La Torre», di cui il padre di Pascoli era amministratore, vicino al Rio Salto, un piccolo torrente che attraversa San Mauro di Romagna. La tematica di fondo della poesia è quella della morte, dell’ingiustizia e della sofferenza, comune ad altri componimenti del Pascoli, in particolare X agosto, incentrato analogamente sul doloroso ricordo dell’omicidio del padre per mano ignota. l’immagine della carrozza col cadavere del padre trainato dalla cavalla che fa ritorno a casa, al «nido» violato;uno struggimento evidenziato dal ripetersi ossessivo dei versi:

«O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna.»

Il tema del “nido” spazzato via dalla tragedia ricorre spesso nelle liriche pascoliane, come nella celeberrima X agosto, in cui si rievoca l’immagine della rondine uccisa, che cade tra gli spini, e non può fare ritorno al nido per nutrire i suoi rondinini condannati a pigolare nel buio sempre più piano. Se in X agosto la morte del padre Ruggero veniva rievocata attraverso il parallelismo – come la rondine uccisa è l’uomo che tornava al suo nido -, nella poesia La cavalla storna il delitto viene invece raccontato a posteriori, dal punto di vista del suo unico testimone: la cavallina dal manto pezzato che viene interrogata invano dalla disperata madre del poeta. La poesia La cavalla storna, che a lungo è stata ritenuta una delle più celebri di Pascoli, fu scritta nel 1903 ed è contenuta nella raccolta I Canti di Castelvecchio in cui ricorre con frequenza ossessiva il tema della tragedia familiare. Nella natura, Pascoli coglie un rifugio rassicurante che pare consolare – nella ripetizione costante dei cicli stagionali e negli elementi inalterati del paesaggio – l’uomo dall’angoscia insita nell’esistenza.

“Quest’anno per agosto stamperò una specie di narrazione fosca dei guai della mia famiglia. Io non voglio morire senza aver fatto un monumento al mio babbo e alla mia mamma.” G.Pascoli

Giovanni Pascoli – La cavalla storna
Poesie scelte: GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio (Bologna, Zanichelli 1903).

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbraccio’ su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito

*Una cantilena struggente ed intensa, un’immagine viva, un dialogo drammatico e ricco di pathos che il poeta riesce a trasmettere in pieno. Un atto d’accusa indiretto, nella chiusa, con quel nitrito forte a quel nome non pronunciato.