Il cane : il più antico e fidato compagno dell’uomo celebrato il 26 agosto di ogni anno, Gabriella Paci

(Arezzo)

 IL 26 agosto,a partire dal 2004, è stata decretata “giornata mondiale del cane “ e in Italia sono oltre il 30% degli abitanti che possiedono un animale domestico e,in particolare un cane.Si calcola infatti che siano registrati all’anagrafe Animali d’affezione ben 13,6milioni di cani con presenza stabile nelle famiglie.

Molti italiani, (si calcola 8,5milioni) grazie alla crescente disponibilità di spiagge  e hotels appartenenti alla cosiddetta “pet friendly” hanno portato con loro in vacanza il cane ,mentre l’8% ha rinunciato a causa di mancanza di strutture, il 60% lo ha affidato a parenti , amici o strutture d’accoglienza .

Tuttavia il fenomeno dell’abbandono esiste tuttora e addirittura il 70% dei cani presenti sul territorio è randagio .

I benefici derivanti dall’aver un cane.

Proprio in occasione della Giornata Mondiale del Cane, la dott.ssa Chiara Bonfà, addestratrice Ente Nazionale Cinofilia Italiana ha stilato l’elenco dei benefici chela presenza di un cane può dare: 
1) Si ride di più: secondo uno studio pubblicato da Society & Animals, i proprietari di un cane hanno maggiori possibilità di ridere durante la giornata.Il loro atteggiamento,i movimenti ,l’espressione spesso suscitano divertimento e,dunque,la risata.

2) Fa bene alla salute: chi ha un cane rischia in misura minore di soffrire di depressione e solitudine Addirittura uno studio dell’American Heart Association ha rilevato che le persone con una ipertensione al limite, hanno visto i valori scendere dopo 5 mesi dall’adozione di un cane.

3) I cani aiutano nella socialità: uno studio delle Università di Liverpool e Bristol sostiene che avere un cane migliora la socialità e aiuta a fare nuove amicizie.Il cane socializza con gli altri cani e spinge i padroni a fare conoscenza tra di loro.

4) I cani sono un motivo per essere più attivi: come è normale che sia, un cane obbliga una persona a muoversi di più, anche solo per la necessità di essere portato fuori qualche volta al giorno.

5) I cani migliorano l’autostima: diversi studi hanno dimostrato come l’interazione con un cane aiuti le persone a sviluppare maggiore autostima.  I motivi sono da ritrovare nel rilascio di ossitocina, ormone che favorisce l’affettività e l’empatia, ma anche nella produzione di serotonina, l’ormone del buonumore e nella riduzione del cortisolo, che provoca lo stress. 

6) I cani possono darti sicurezza perché difendono la casa e il padrone dai malintenzionati e possono costituire una specie di guardia del corpo.

Il cane  capisce e interagisce

Sembrano capirti al primo sguardo e che non ci sia bisogno di parole per comunicare anche se un cane può arrivare  a comprendere dalle 180 alle 250 tra parole e gesti specifici, ha la stessa capacità di apprendimento di un bambino di due anni. Inoltre sono in grado di comprendere dall’odore lo stato d’animo del padrone e reagire di conseguenza. A seconda delle emozioni provate, infatti, il corpo produce particolari secrezioni che gli uomini non avvertono ma i cani sì. Riescono a capire le varie fasi della giornata e sono estremamente regolari con i propri orari, pur non avendo la percezione reale del tempo».

 Anche a olfatto sono evoluti perché possiedono tra i 125 e i 300 milioni di ghiandole olfattive, contro i 5 milioni dell’uomo, e l’area del cervello dedicata all’olfatto è quattro volte più grande del resto.

Vengono infatti utilizzati anche per ritrovare persone sepolte o scomparse o per salvarle.

Un amico per sempre

Il 26 agosto è la Giornata Mondiale del Cane: nata nel 2004 negli Stati Uniti, la celebrazione si è poi diffusa in tutto il mondo.

Un amore quello per gli amici a quattro zampe che non fa eccezione nemmeno in Italia dove, secondo gli ultimi dati, sono oltre 14 milioni i cani domestici. “Sempre più italiani scelgono di avere un animale domestico e se ne prendono cura come un vero e proprio membro della famiglia.

Lui era un cuore d’oro
su quattro zampe
la tua ombra muta,
ma con gli occhioni
saggi e comprensivi.
Tu ti fissavi
in quegli occhi innocenti
nudo e senza difese,
finalmente libero
di poter amare.

Imma Paradiso

Giornata mondiale del cane: articolo di Flavia Sironi, prefazione di Marina Donnarumma Iris G. DM

Giornata mondiale del cane: articolo di Flavia Sironi, prefazione di Marina Donnarumma Iris G. DM

Date: 26 agosto 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

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due dei cani di Flavia Sironi

Una bellissima frase che mi colpì quando la lessi fu – Quando Dio finì le ali, iniziò a distribuire le code- Io amo molto gli animali, in particolare i cani, ma amo anche tutto il resto, i bambini, gli anziani, e tutto ciò che fa parte della fragilità umana. Il nostro cuore è talmente grande che possiamo amare ad iosa qualsiasi cosa e per ognuno avere un amore unico, diverso, enorme. In questo caso parlo di cani, il mio primo cane si chiamava York, apriva le porte e usciva, si mangiava tutti i pupazzi di peluche e quando è morto ha lasciato un grande vuoto. Poi ho avuto altri cani e li ho amati come se fossero di famiglia, come non farlo? Ti amano incondizionatamente, fedeli, consolano. Quante volte mi sono abbracciata ai miei cani, quando non avevo nessuno per farlo.
Loro non ti abbandonano mai. Fedeli fino alla morte. Per molti solo un giocattolo da cui liberarsi, vengono abbandonati sulle autostrade, legati a catena, sotto il sole, le intemperie, bastonati solo per il gusto di farlo, affamati, presi a calci, eppure ogni volta scodinzolano. Cani di grossa taglia vengono addestrati ai combattimenti, feroci e crudeli. Elencare quello di cui è capace l’uomo sarebbe troppo lungo e veramente raccapricciante. Per fortuna molti amano gli animali – Il cane ha un solo scopo nella vita, donare il suo cuore ( J. R. Ackerley).Konrad Lorenz, famoso etologo e zoologo diceva dei cani – La fedeltà di un cane è un bene prezioso che impone obbighi morali, non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano-
CAREZZA AL CANE
di Paolo Buzzi (1874-1956)

Cane, bontà degli uomini perduta,
o fedeltà di tanti falsi amici,
il mio cuore ti pensa e ti saluta!

Questa vita di tedï e malefici
te la dirò dentr’un’orecchia, o cane,
che i miei segreti ascolti e non li dici.

Le pupille tue fonde e più che umane,
san la mia dolce illusïon caduta.
E la tua testa è calda come un pane…

(Da “Bel canto”, Studio Editoriale Lombardo, Milano 1916)

Chi ha un cane sa bene che rapporto profondo ci sia tra” uomo e cane. ”
Neruda nella sua ode al cane ha cercato di definire questo legame.
Ode al cane
Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda
senza parlare
e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.
In campo aperto andiamo
uomo e cane.
Brillano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l’acqua trepida,
ascolta lontanissimi
latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
È la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perché è giorno, perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E così m’interroga
il cane
e io non rispondo.
Andiamo
uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall’incitante solitudine
vuota nella quale solo noi
esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perché non esiste l’uccello nascosto,
né il fiore segreto,
ma solo trilli e profumi
per i due compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi
un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità
d’essere cane e d’essere uomo
trasformata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
con rugiada. Pablo Neruda

Flavia Sironi esperte di canicross


Quando sento parlare di cani mi commuovo, le loro storie, il loro modo di essere, sono stati girati migliaia di films con loro protagonisti e io non sono mai riuscita ad arrivare a fondo, come Hachico, con Richard Gere, Oppure ” io e Marley, Belle e Sebastien, Balto e io piango anche con storie di cani a cartoni animati.
La mia prefazione vuole essere breve per dare spazio alla mia splendida amica che ha scritto un articolo sul cane, credetemi è una vera esperta ed io ovviamente, mi sono commossa.
«Il cane possiede la bellezza senza la vanità.
La forza senza l’insolenza.
Il coraggio senza la ferocia.
E tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi».
Lord Byron

Flavia Sironi con il suo cane

𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲.

𝗜𝗻 𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗱𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗰𝗮𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝘀𝗼 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗺𝗲.

Mi ritengo molto fortunata sono nata in una famiglia di amanti dei cani.

Il mio primo cane era un piccolo meticcio di nome 𝗣𝗶𝗻𝗸𝘆.

Ho un ricordo vago di lui perché avevo tre anni. Il secondo era una magnifica cagnolona razza pastore tedesco che chiamai 𝗟𝗲𝘀𝘀𝗶.

Con lei sono cresciuta raccontandole gioie e dolori della vita mia. Era molto paziente e, sono sicura, ascoltava molto attentamente i miei discorsi. Sono diventata sana, forte e robusta come? Il mio gelato una leccatina a me e una a lei, quante difese immunitarie. Nel frattempo nacque mio fratello col quale condivisi l’amore di Lessi. Arrivò 𝗕𝗲𝗻𝗶𝗮𝗺𝗶𝗻𝗼, un piccolo cocker tutto nero che condivideva la vita con Lessi e quando lei era troppo vecchia per salire le scale le portava i biscotti al piano di sotto, faceva così uno a lui uno a lei.

Il terzo era un boxer trovato morente in un campo nella bassa pianura, gli mancava un dente canino ed era totalmente disidratato oltre che scheletrico. Penso che fu lì che iniziai il mio percorso di volontaria. Divenne una meraviglia di boxer tigre stazza gigante. Narro un episodio divertente che mi successe con lui: mi trovavo a Novara per motivi di lavoro ed ero a bordo della mia Fiat 126 dalla quale avevo tolto il sedile posteriore per farlo stare comodo. Mi fermai a chiedere ad un passante un’informazione. Lui mi rispose che stava andando proprio da quelle parti per cui gli diedi un passaggio. Ad un certo punto 𝗦𝗮𝗻𝘀𝗼𝗻𝗲, così lo avevo chiamato, tirò un peto rumorosissimo e dannatamente puzzolente, il passeggero pensando fossi stata io, allora fighettina ventiquattrenne tutta imbellettata e profumata, mi guardò inorridito. Scoppiai a ridere e gli indicai il cane che lui non aveva ancora visto. Scoppiò in una fragorosa risata.

Arrivò poi un piccolo meticcio che trovò mia mamma fuori dalla porta del mio studio fotografico stremato dalla stanchezza e dalla fame. Al momento di portarlo al canile cambiai rotta e lo portai a casa. Lo chiamai 𝗟𝗶𝗹𝗹𝗼.

Dopo alcuni mesi, visto che mia mamma non c’era per accudirlo, lo affidai a mio papà e a sua moglie Anna, non lo vidi più, praticamente me lo rubò. Non rispondeva più al telefono, non mi apriva la porta, insomma era diventato irrintracciabile. Alcuni giorni dopo ricevetti una telefonata da mio fratello che diceva che non riusciva a capire perché non volessi lasciare il cane a papà visto il terribile momento che stava attraversando. Mio papà stava facendo la chemioterapia e tra l’altro il suo miglior amico era morto da poco. Decisi di lasciargli Lillo che accanto a lui visse da Pascià insieme ad un altro meticcio sfortunato che mio papà raccattò per far compagnia a Lillo.

Disperata corsi al canile con la mia cara amica Angela, moglie del mio ex marito gattofilo incallito, e la sua figliola Simona e presi un meticciotto simil volpino che chiamai 𝗢𝗿𝗲𝘀𝘁𝗲.

Oreste mi resterà per sempre nel cuore perché alla morte prematura e tragica della mia mamma che adorava si lascò morire di crepacuore. La sua vita finì il giorno del compleanno di mia mamma, iniziò ad avere una serie di crisi cardiache che anche se usavo ogni tipo di farmaco adatto alla malattia erano inarrestabili. Decisi di accontentarlo e di fargli raggiungere la sua adorata due zampe visto che dalla sua morte, dopo averla vista, aveva perso la voglia di vivere. Ancora oggi mi pento di non averlo accompagnato sul ponte dell’arcobaleno prima e di averlo fatto soffrire stupidamente. Non ero pronta avevo perso la mia mamma così tragicamente. Accanto ad Oreste arrivò 𝗡𝗲𝗯𝗯𝗶𝗮, una splendida cagnolona razza pastore bergamasco. Nebbia era stata per due anni legata ad una catena in un campo nel bel mezzo del nulla. Me la segnalò mio papà che disperato le portava da mangiare. Stefano, mio marito, se ne innamorò e le diede il nome Nebbia. La riscattai. Era così debilitata che non riusciva neppure a salire le scale. Io essendo un’atleta insieme ad Ezio piano piano, poco per volta la portai a correre. Si trasformò in un magnifico esemplare. Quando correva era il ritratto della felicità, sprizzava gioia dallo sguardo e ogni tanto ci saltava addosso leccandoci il viso per poi ricominciare a correre felice. Con Nebbia arrivò 𝗣𝗲𝘁𝗿𝘂𝘀, uno splendido pastore tedesco che avevano gettato nel giardino del nostro giardiniere. Nel frattempo avevamo acquistato casa col giardino. Petrus crebbe accanto a Nebbia e divenne magnifico. Era un tontolone dal candore disarmante. Amava rincorrere gli aerei quando decollavano. Era talmente bello che un giorno ferma al distributore due uomini iniziarono a guardare dentro la mia jeep facendo sorrisini e sguardi languidi. Io, allora bella giovane donna pensai che i loro sguardi di ammirazione fossero rivolti a me. I due si avvicinarono al finestrino ed io tutta impettita con un sorriso a trentasei denti dissi siiii e loro di rimando che bello il suo cane è un novello? Non dico la mia autostima dove finì.

Con Oreste, Nebbia, Petrus arrivò 𝗚𝗶𝗻𝗲𝘁𝘁𝗼.

Me lo portò in studio la mia amica Priscilla. Era di una magrezza impressionante, lo raccolse dietro il locale immondizia del suo condominio mentre rovistava tra il pattume alla ricerca di qualcosa da mangiare. Era un incrocio setter dalmata. Con lui compresi quanto corrono i cani da caccia. Io fondista agonista portavo sempre i miei cani abili con me. Vedere Ginetto scorrazzare per i campi infiniti, risalire i pendii, saltare i fossi era uno spettacolo fantastico.

Alla morte di Nebbia la mia amica Marina guardia zoofila mi portò 𝗚𝗶𝗹𝗱𝗮, un incrocio di vari pastori che i contadini tenevano in una stalla. Sarebbe servita come fattrice per l’anno dopo. Ogni anno queste persone, se così si possono chiamare, tenevano una cucciola per gli animali da pascolo e uccidevano il resto della cucciolata. Gilda è stata il cane più intelligente che ho avuto in vita mia. Ubbidiente, capobranco indiscusso, generosa, fiera. Non mi ha mai creato problemi ed era bellissima.

Dopo Petrus arrivò 𝗥𝗲𝗳𝗼𝘀𝗰𝗼 un incrocio schnauzer barbone gigante. Tutto nero dolcissimo. Lo scelse mio marito Stefano da dietro le sbarre, se ne innamorò. Fu sicuramente il cane più dolce che abbia mai avuto. Aveva uno sguardo “umano”. Un giorno recandomi al canile con due amici per far scegliere loro un cane incontrai lo sguardo di Beck’s. Era piccolo, bruttino, timoroso, vecchio. Mi guardava con due occhi imploranti. Ovunque io mi girassi seguiva i miei movimenti. Chiesi di lui e mi risposero che era stato da poco accalappiato che aveva la filaria. Lui mi guardava, mi guardava, mi guardava……lo portai a casa con me. Imparò tutte le regole della famiglia al volo, mai successo, mi guardava con sguardo adorante, mi seguiva ovunque. Nessuno mi ha mai amata così, con la stessa intensità, con la stessa devozione. Nove mesi dopo la malattia, complice l’età avanzata e gli anni di privazioni e maltrattamenti mi lasciò. Lui la in quel box aveva compreso che io ero la sua unica, ultima opportunità per vivere almeno gli ultimi tempi della sua vita in una amorevole famiglia.

𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗶𝗻𝗼 crollò sfinito contro il cancello di casa. Lo trovò Ezio che aprì una scatoletta di carne per gatti e lui la sbranò. Arrivata a casa lo trovai in cortile. Era denutrito, disidratato, pieno di cacche sul corpo di ferite e aveva la coda spezzata in più parti. Era ferito anche nell’anima e nonostante il nostro amore era rimasto un cagnolino timoroso e diffidente. Era molto dolce, paziente, docile, chiedeva le coccole solo quando si trovava solo senza il resto del branco. Era indifeso e per lui tutti noi abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo.

Mi restavano Gilda e Giuseppino ed era iniziata la disciplina del canicross. Io atleta running cinofila fino al midollo volevo un cane che mi accompagnasse in questa disciplina. La volontaria Stefania di Catania mi propose una cucciola 𝗛𝗮𝘃𝗮𝗻𝗮 incrocio cirneco dell’Etna Labrador. Arrivò da me a tre mesi di vita insieme a 𝗟𝘂𝗰𝗲.

Una meticcia bionda come Havana cieca. Luce aveva tre anni ed era in canile. Era terrorizzata ci abbiamo messo sei mesi a conquistarla lasciandole i suoi spazi e la sua autonomia. Dopo di che è diventata un vero amore di cane. Con l’aiuto di Havana ha mappato tutto il suo territorio 1000 metri quadrati di bosco recintato sconnesso e in salita. Vedendola aggirarsi per casa sua nessuno mai si era accorto della sua cecità. Havana appena uscita dall’aeroporto mi balzò addosso. Ancora oggi mi abbraccia, dorme appiccicata a me. Con lei ho un fortissimo legame, quasi l’avessi partorita io. Con la sua voglia di vivere, la sua energia, il suo amore per la corsa mi ha fatto vincere due campionati italiani, partecipare a due campionati europei, vestire, io la maglia della Nazionale Italiana, lei la pettorina azzurra. Amo profondamente questa cagnolina.

Una sera, ero a letto, arrivò Ezio quatto quatto con aria dimessa e tono di scusa disse: sai……, compresi, mi alzai lo seguii. Nel baule della mia auto c’era un cagnolino tutto tremante, visibilmente denutrito, sporco. Era un cane di un cacciatore che lo deteneva con un rottweiler che dopo aver mangiato tutto il suo pasto pretendeva il suo.

𝗥𝗼𝘀𝘀𝗼 era un incrocio cocker breton perché, secondo il cacciatore, incrociando queste due razze sarebbe stato il cane da caccia perfetto. Questo cagnolino era cieco e aveva il terrore degli spari per cui non feci alcuna fatica a farmelo lasciare. Rosso ha fatto canicross con Ezio fino al lockdown. Io lo porto a correre e dove conosce molto bene il territorio lo lascio libero di scorrazzare è un cagnolino felice di esistere.

Da poco più di un anno Stefania dopo la dipartita in poco tempo di Giuseppino, Gilda e Luce mi ha mandato 𝗦𝘁𝗮𝗺𝗽𝗲𝗹𝗹𝗮, una cagnolona razza pastore tedesco investita e lasciata morente a lato della strada. Stampella ha la colonna spezzata e una zampa deforme ma con l’aiuto di Stefania che ha provveduto col carrellino e la fisioterapia si è rimessa in piedi o meglio sulle zampe. In autonomia corre su e giù per il giardino e in poco più di un anno al nostro fianco, mio e di Ezio ex atleti della famiglia, ha iniziato a fare lunghissime passeggiate anche sui monti, ovviamente sempre legata e spesso per lasciarle l’illusione della libertà con la lunghina. E’ felice, equilibrata, nessuno direbbe mai che viene dal disagio, è la gioia di vivere fatta cane. Ora, sempre dalla mitica Stefania è arrivato 𝗦𝗮𝗻𝗱𝗼𝗸𝗮𝗻, pastore incrocio maremmano golden retriever tutto bianco con le orecchie pennellate d’oro. E’ un cane pacato, riflessivo e molto dolce. Sopporta pazientemente tutte le angherie dell’esuberante Stampella. Ama correre a perdifiato e rotolarsi nell’erba fresca. E’ un incredibile ladrone, l’abbiamo battezzato il ladro gentil cane, inoltre è davvero molto bello.

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Flavia Sironi da piccola, con la nonna e il suo primo cane Pinky

Il testamento di un cane

1. I miei beni materiali sono pochi e li lascio tutti a te.

2. Ti lascio il mio collare rosicchiato su una delle punte, un letto disordinato e un contenitore d’acqua che ha il bordo rotto.

3. Ti lascio metà della palla di gomma (l’altra metà l’ho mangiata e digerita), una bambola rotta che troverai sotto il frigorifero, un topo di gomma dietro la credenza, in cucina e molte ossa sepolte nel vaso di rose nel giardino e vicino alla mia cuccia.

4. Inoltre, ti lascio i miei ricordi, che sono molti e molto belli.

5. Ti lascio un piccolo promemoria: i miei enormi e amorevoli occhi marroni, una coda corta e appuntita e un debole guaito dietro la porta, quando andavi al lavoro.

6. Ti lascio anche una macchia sul tappeto nel soggiorno, vicino alla finestra.

L’ho fatta quando, nelle sere d’inverno, mi sono appropriato di quel posto, come se fosse il mio. D’estate, invece, mi piaceva rotolarmi lì come una palla per prendere un po’ di sole. Ti lascio anche quel raggio di sole.

7. Ti lascio un tappetino goffo di fronte alla tua poltrona preferita… l’ho masticato io quando avevo 5 mesi di età, ti ricordi?

8. Ti lascio solo per te, il rumore che facevo correndo sulle foglie dell’autunno quando camminavamo in mezzo ai boschi.

9. Ti lascio anche, il ricordo dei bei momenti al mattino, quando uscivamo insieme a passeggiare sulla sponda del fiume e mi davi i biscotti alla vaniglia.

10. Ti lascio il ricordo delle tue risate quando non riuscivo a raggiungere quel gatto impertinente.

11. Ti lascio in eredità la mia lealtà, la mia simpatia, il mio sostegno quando le cose non andavano bene e il mio abbaiare quando sentivo strani rumori…

12. Non sono mai andato in chiesa e non ho mai sentito un sermone. Tuttavia, anche se non ho mai detto una parola in tutta la mia vita, ti lascio il mio esempio di amore, pazienza e comprensione.

13. Non posso, però, lasciarti la cosa che per me era la più preziosa di tutte… non posso lasciartela perché eri proprio TU !!! Ma sono sicuro che capirai

14. Ti lascio i miei grazie e spero che la tua vita sia stata più felice… con me al tuo fianco🏃🐕‍🦺💖#sguardoanimale#sguardoanimaledisironiflavia#sironiflavia#canile#canifelici#canifelici❤️#caniche#canicross#sportcinofili#camminacolcane#cani#canidiinstagram

Autore sconosciuto

Flavia Sironi con uno dei suoi cani

Articolo di Flavia Sironi, Prefazione mia di Marina Donnarumma e grazie di questa splendida opportunità.

Amate i cani, loro vi ameranno di più. Iris G. DM

Il cibo e i poeti, a tavola al tempo del “Gattopardo”

Prima del 1870 e dell’Unità d’Italia in Sicilia regnava il maggiorasco, un diritto ereditario che prevedeva come il patrimonio familiare rimanesse indivisibile e venisse ereditato solo dal primogenito. Per i fratelli minori si prospettavano dunque la povertà, anche se provenivano da famiglie ricche e aristocratiche.
Il pensiero di guadagnarsi dei soldi lavorando, non gli balenava certo per la mente. E dunque ai nobili di secondo grado non rimaneva che la carriera ecclesiastica. Per alleggerire la durezza del loro destino i figli e le figlie di principi, baroni, e conti cercavano di condurre una vita adeguata al loro stile di vita dentro le mura dei monasteri.
Questo in qualche modo spiega come mai la cucina feudale siciliana dell’Ottocento disponga di due stili differenti, che però in molti punti si assomigliano in maniera sorprendente. Da un lato c’è l’ostentazione tecnico culinaria del lusso dei grandi palazzi, dall’altro la generosa cucina dei monasteri, che si concedevano volentieri un monzu, sorta di cuoco a tre stelle dell’epoca:
“I monaci facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatasi la mattina, scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nelle chiese, spesso a porte chiuse, per non essere disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera a prendere qualcosa, in attesa del pranzo a cui lavoravano nelle cucine spaziose come una caverna, non meno di otto cuochi, oltre agli sguatteri. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse come un melone, le olive imbottite, i crespelli melati, erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e poi gelati, per lo spumone, per la cassata gelata…”. Giuseppe Tomasi di Lampedusa cresciuto con i nonni materni a Santa Maria Belice, aveva grande familiarità con la cucina del castello di Palma di Montechiaro, e perciò la descrizione del banchetto del Gattopardo va letta come una summa storica dell’epoca precedente all’unità d’Italia, dove sono protagoniste le abitudini gastronomiche delle classi nobili siciliane.
Nel Gattopardo, in cui l’opulenza connota la classe nobile e la differenzia dalle altre classi sociali. Dalle parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa emerge che non solo il sapore dei cibi ha la sua importanza, ma anche il loro aspetto e la loro presentazione: basti pensare al «torreggiante timballo di maccheroni» servito a Donnafugata la sera in cui Angelica viene presentata in casa Salina, quando l’involucro di pasta dorata che racchiude un ricchissimo ripieno sembra il trionfante prodotto di venticinque secoli di gastronomia siciliana, il cibo diventa un’esperienza estetica non solo per il gusto.
Giuseppe Tomasi da Lampedusa scrive il bel romanzo Il Gattopardo, opera pubblicata solo nel 1958, un anno dopo la morte.
E’ una storia che racconta i fasti di una nobile famiglia siciliana, una vicenda che diventa un film firmato da Luchino Visconti e interpretato da Claudia Cardinale e Alain Delon. Il romanzo ripercorre le vicende della storia d’amore tra la bella Angelica e Tancredi. L’imponente palazzo coi suoi sette balconi, attiguo alla Chiesa Madre e la villa a Donnafugata sono i luoghi della vicenda. Molte scene del romanzo e del film si raccontano attorno al sontuoso tavolo da pranzo, sotto il pregiato lampadario di Murano. Tutti a tavola, senza esclusione, quattordici commensali, tra figli, precettori e governanti.
Un piatto su tutti, il Timballo di maccheroni.
Un piatto offerto in occasione della cena di fidanzamento di Angelica e Tancredi.

Napoli

Timballo di Maccheroni

“Quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, tutti manifestarono il loro sollievo in modi diversi. Buone creanze a parte, l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionbava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scrgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le filettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”
G. Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”

*Un capolavoro, meraviglioso spaccato della società siciliana al tempo del Risorgimento tra il rimpianto del passato, di una nobiltà rappresentata dal principe Salina che stenta ad adattarsi ai cambiamenti inevitabili portati dalla rivoluzione. Emerge il pensiero dell’autore che vede nell’apatia e nella diffidenza del popolo siciliano il risultato di secoli di dominazione straniera.

UN GIORNO ALL’IMPROVVISO…E INTANTO IL FIUME SCORRE – di Maria Rosaria Teni

Oggi è il compleanno di mio padre. Affido a uno scritto il mio pensiero e lo ricordo così: “Come succedeva ormai da una settimana, anche quella mattina di febbraio mi avviai verso l’ospedale. Sola, mentre la luce del sole illividita da nuvole minacciose mi accompagnava nel doloroso tragitto in macchina, ero in preda a mille pensieri. Le ruote consumavano l’asfalto viscido, altre vetture bucavano il travaglio della mia solitudine richiamandomi ad un’attenzione svogliata, doverosa ma ingombrante. Avevo dormito male ma non ci facevo più caso… Avevo fretta e l’ansia mi faceva desiderare che tutto passasse, che rimanesse solo un brutto momento da vivere pazientemente e da ricordare tra le esperienze da dimenticare.

Una voce “dentro” mi infastidiva, mi suggeriva eventualità oscure che si vogliono ignorare. Un presentimento si insinuava mellifluo ma non volevo, non dovevo pensare.

Da lontano, finalmente, la sagoma imponente dell’ospedale, issato tra nuvoloni grigi, freddo gigante di inquietudine. Un tuffo al cuore. “In una di quelle stanze c’è mio padre – mi son detta tra me e me – la persona che mi ha dato la vita…Papà, non è possibile che io stia vivendo tutto questo, forse sto sognando”. Mi vengono in mente le parole di Calderòn de la Barca, date quasi per scontate in citazioni più o meno banali, ma mai come in quel momento assertrici di verità. “La vida es sueño”, un sogno che è anche un’illusione, una metafora dell’essere che non si concretizza perché si dilegua. Dov’era il mio passato, dove il mio futuro se non ritrovavo più una direzione? Il timone della mia vita, colui che mi aveva insegnato a crescere, mi aveva educato all’onestà, al vivere corretto, che aveva contribuito alla formazione del mio bagaglio umano, era lì, steso in un letto, inerme di fronte alla sofferenza, annientato da un ineluttabile  percorso obbligato che ognuno deve compiere.

Dalla tangenziale, finalmente, ho imboccato l’uscita per l’ospedale. Avevo fretta di riabbracciare mio padre ma, nello stesso tempo, avrei voluto ritardare quel momento per continuare a pensare e nel pensiero costruire una realtà che non fosse la vera realtà. Due giorni  prima avevo provato l’angoscia di un risveglio impietoso. L’infermiere che assisteva papà durante la notte mi aveva telefonato all’alba per dirmi che, proprio durante quella nottata, mio padre aveva avuto un’emorragia interna abbastanza grave. Mi faceva male ricordare quegli interminabili momenti di attesa fuori dalla sua stanza, mentre il suo corpo sfibrato era tra le mani dei medici. Sentivo ancora nelle orecchie le loro voci concitate: “Bisogna fare una trasfusione…”. L’infermiera su e giù dalla stanza ed io che, ad ogni movimento, tentavo di penetrare con lo sguardo attraverso lo spiraglio che si creava tra la porta ed il muro ma vedevo solo il letto attorniato dai sanitari e dalle macchine. “Il battito sta calando…Proviamo con il defibrillatore” – e giù scariche…su mio padre. Una vertigine improvvisa… Nella sala d’attesa ho guardato mio fratello che tentava di nascondere le lacrime ma i suoi  occhi arrossati non mentivano. Un silenzio forte, presente, cupo. Uno sguardo, tra di noi, carico di frasi non dette, di speranze disperate, di temute conferme. Un camice bianco e l’invito silenzioso ad entrare uno per volta e per brevi attimi nella stanza dove ancora una volta si era combattuta una battaglia. “Può entrare in camera…solo per un momento, non lo affatichi”. In punta di piedi, timorosa di non reggere ma ansiosa, ho visto finalmente papà, circondato da macchine insondabili, il volto catturato in una maschera  collegata ad un respiratore e che, nonostante tutto, aveva conservato la dolcezza inconfondibile dei lineamenti. Un’idea di respiro si intravedeva attraverso la trasparenza dei tubi. Avevo le gambe piantate sul pavimento, non riuscivo a muovere un passo eppure avrei voluto abbracciarlo, correre da lui in uno slancio d’affetto, accarezzargli la fronte diafana. Un misto di indefinibili sensazioni durate un’eternità. “Papà, sono qui – stentava la voce a venir fuori – è passato tutto, cerca di stare tranquillo”. Lentamente aprì gli occhi. Sembra un atteggiamento normale ma quando vedi e ti accorgi che una persona non apre gli occhi capisci che non c’è più. Mio padre c’era ancora, mi guardava implorandomi silenziosamente, forse di smettere di soffrire. Cosa aveva provato durante quelle ore interminabili tra le mani dei medici? Cercava le mie parole che in quel momento non avevano la forza di essere dette. Scrutava sul mio volto segni di rassicurazione e manifestava mute domande: “Ce la farò? E’ arrivato il mio tempo? Cosa accadrà quando i miei occhi non avranno la forza di riaprirsi al mondo?” Tutto questo mi chiedeva mentre io mi disperavo e illogicamente tentavo una recita pietosa.

 La vita è una beffa.

Ti inganna, ti stordisce illudendoti con sprazzi di felicità e poi ti pugnala con l’inesorabile sentenza.

 Chi avrebbe potuto riconoscere in quell’uomo prostrato, attraversato da tubicini con flebo sospese come doni su un albero della cuccagna, devastato da  edemi ed ematomi, il mio papà, il mio grande e generoso papà, solido come una quercia, limpido come una sorgente di montagna,  prodigo come un campo di grano.

Supplicavano i suoi occhi  risposte vane.

Quante volte si era affidato alle mie cure, durante il percorso della sua malattia, e riponeva grande fiducia in me, rassicurato, a volte, quando aveva malesseri inusitati e preoccupanti. Allo stesso modo, in quel momento, dopo aver “ripreso” a vivere cercava parole confortanti con uno sguardo che scolpiva sempre più il mio dispiacere.

A tutto ciò ripensavo mentre salivo le scale dell’ospedale e mi sentivo il cuore pulsare in gola. Ad ogni rampa  sostavo per permettere al battito di rallentare e anche per un bisogno ulteriore di prepararmi a rivedere papà. Avevo un’oscura percezione che probabilmente scaturiva dall’angoscia provata  giorni prima. L’odore nauseabondo del disinfettante si mescolava al respiro corto che avevo una volta arrivata nella vasta sala d’attesa del sesto piano. Il solito tram-tram  del personale di servizio mentre entravo nella stanza dove mio padre mi aspettava. Era sveglio, quella mattina, e mostrava i segni della lunga nottata passata in compagnia della solita maschera d’ossigeno tenacemente avvinghiata al suo viso sofferente.
La mia voce, lontana da me stessa tanto da non sembrare mi appartenesse, risuonò forzatamente vivace: “Papà, sono qui…Allora, che mi dici? Come sei stato questa notte?”- inutile chiederglielo.
Sapevo già quanto fosse difficile riposare in quella posizione supina, con quella maschera sigillata che insufflava aria ma toglieva respiro. Aveva il viso gonfio ed erano evidenti i segni lasciati sulle guance dalle cinghie strette accuratamente attorno al capo per non permettere la fuoriuscita di alcun refolo d’aria. Ho voltato lo sguardo verso la finestra. Benché fossero ancora le sette del mattino, in realtà l’attività del personale ospedaliero era già fervida. Rumori di carrelli, via vai di gente per i cambi di turno, fermento tangibile di operosità. Dall’alto di quel sesto piano si poteva vedere bene il cielo che, prima completamente minacciato da nuvole sinistre, man mano si andava schiudendo a balbettanti lembi d’azzurro pallido frastagliato da antenne e cime di palazzoni scuri. Fuori da quella stanza, verso un orizzonte irraggiungibile…era lì che avrei voluto dirigere il mio corpo… Avere le ali e  fuggire via dall’oppressione che mi sprofondava nel dirupo.

“Papà, proviamo a bere un sorso d’orzo?” – mi avvicinai sperando di convincerlo a fare colazione – senza aspettarmi nessun risultato. Infatti, scosse lentamente la testa in segno di diniego e accennando alla tortura di quelle cinghie che gli immobilizzavano il capo. Sul monitor al suo fianco, i suoni erano regolari ed i valori che si illuminavano ad intermittenza sembravano contenuti. “Guarda, papà, se mi prometti di bere un po’ d’orzo, chiamo il medico e gli chiedo di togliere quella brutta maschera. Vuoi?”. Lo vidi all’improvviso rasserenato. Voleva respirare da solo, voleva sentirsi liberato, affrancato dalla stretta di quell’aggeggio infernale che lo allontanava dal respiro del mondo. Arrivò, frattanto, il medico che, prima di togliere il “ragno”, ( come era definita in gergo sanitario quella maschera), prese il valore della saturazione e, dopo una verifica, concesse finalmente a mio padre il permesso di sciogliere quelle cinghie. Non so quali sentimenti si stessero accavallando in quei momenti dentro di me…Osservavo ogni movimento ma non vedevo perché il mio pensiero, tumultuoso, navigava su un mare gravido di onde. Una soverchiante tempesta di impressioni mi scuoteva eppure ero lì, costretta a parlare, a recitare, a compiere gesti quotidiani…prendere il tovagliolo, adagiarlo sul suo petto, imboccare papà con cucchiaini d’orzo annacquato, far festa per ogni piccolo centellino trangugiato, proprio come con i bambini nelle loro prime pappe. Istanti preziosi avviluppati in un turbinio di attese che non si fanno scrupolo di fiaccare le ultime briciole di speranza. Dopo la mia “piccola” vittoria ho lasciato che, tranquillamente, si adagiasse sul cuscino ed io sono rimasta in piedi, accanto a lui, a carezzare la sua fronte, la cui pelle sottile si riscaldava sotto le mie dita. Avrei voluto quei momenti solo per me ma l’infermiera di turno, violando quella preziosa intimità, mi richiamava all’ordine, invitandomi perentoriamente ad uscire dalla stanza. Che assurdità!

Quale fastidio potesse arrecare la mia presenza al capezzale di mio padre non lo saprò mai, né mi perdonerò di aver ubbidito a quell’invito. Non avrei dovuto eseguire educatamente quanto richiestomi. Ma la buona educazione mi imponeva di essere ligia e, mentre prendevo la mia roba, un’altra carezza… “Torno fra poco, papà…aspetto fuori, in sala d’attesa.” Lo sguardo di sconforto di mio padre… non lo potrò dimenticare mai. Finché avrò vita.

Fino all’ultimo dei miei giorni ed oltre.

Se ci sarà.

Mi ha trafitto con i suoi occhi, sperando che io reagissi a quell’imposizione ma in quel momento, così particolare e così carico di tensione, la solita infermiera mi raggiunse invitandomi più bruscamente ad uscire. Abbozzai un cenno di saluto con la mano. “Sono qui fuori… ci vediamo fra poco”.

Non ti avrei più rivisto!

No, non potevo credere al medico che, dopo appena mezz’ora trascorsa in quella sconfinata sala d’attesa, mi fece cenno di avvicinarmi. “Signora…venga” – “Che succede?” – in un balzo fui da lui, sulla soglia della grande porta metallica a vetri opachi che divideva il reparto dalla sala d’attesa dove avevo stazionato frastornata, senza alcuna voglia di fare conversazione né tanto meno di leggere. Neanche l’ immancabile libro che, solitamente mi accompagna ovunque, ha avuto il potere di distrarmi da pensieri pesanti come macigni, da presentimenti insinuanti e devastanti che sfilavano in quei minuti vissuti in attesa. Avevo tentato di leggere qualche pagina ma, in quei momenti, anche “Le Confessioni” di Sant’Agostino non erano servite a far cambiare direzione alla mia angoscia. Mi accorgevo di scorrere con lo sguardo sulla stessa frase senza afferrarne il senso.

La mia solitudine e la solitudine di mio padre.

 Due solitudini, due diversi mondi che hanno visto il loro orizzonte velarsi di un tempo intangibile. “Il tempo è un’invenzione dell’anima” mi ritornava in mente la frase di Sant’Agostino, ma il tempo è dunque un’illusione peregrina che fluttua assecondando le situazioni. Non so quanto sia trascorso del mio tempo ma quando il medico ha poggiato la sua mano sulla mia spalla e mi ha detto: “Si è addormentato sereno…Non ha sofferto”- non ho capito allora se stessi vivendo o sognando di vivere, non ho concretizzato se quelle parole fossero effettivamente dette o immaginate, se io, sola, in quella stanza, fossi ancora io o l’immagine di me vista attraverso uno specchio.

Non ho parlato.

A che servono le parole quando c’è una folla disordinata di riflessioni che si accalcano, che ti invadono e ti lasciano senza voce? Mi sono rannicchiata su me stessa, quasi a parare un colpo forte allo stomaco. “Signora, si faccia coraggio. Ha smesso di soffrire.” – mi giungevano ovattate le frasi che sentivo sincere ma mio padre, dov’era? In quella stanza dove l’avevo lasciato salutandolo oppure nel mio cuore che era braccato da quel dolore violento, insopportabile? “Non posso entrare lì dentro…”- continuavo a ripetere tra me e me – “mio padre rimane accanto a me, qui, tra le mie mani che hanno ancora le sue carezza tra le dita…Te ne sei andato così, senza dirmi una parola…Se n’è andata una parte di me”.

Raggomitolata sempre più su me stessa, lacrime cristallizzate, pietrificate dalla fredda consapevolezza che non avrei più ritrovato mio padre. In quel momento ho sentito le ruote della barella, ho guardato istintivamente  attraverso la porta e l’ ho visto, libero finalmente dalla stretta della maschera e dal travaglio di tubi, aghi e fili arrampicati sulle braccia tumefatte ed ho ripensato alle parole del medico…”era sereno…ha chiuso gli occhi dolcemente…”.

“Era una tua peculiarità la dolcezza e ti ha accompagnato fino alla fine. Il mio tempo si è fermato.

Il tempo della mia infanzia, delle corse verso le tue braccia tese che poi mi sollevavano in aria e mi riportavano giù. Il tempo della mia giovinezza, quando ti sedevi accanto a me sognando di ascoltare un pezzo al pianoforte suonato senza troppi errori, dovuti soprattutto all’emozione di averti vicino. Quanto interesse dimostravi per i miei studi quasi che fossi tu, privato da ragazzo dal poter studiare musica, a eseguire quelle melodie. Intonavi le romanze celebri ed io, che accompagnavo al pianoforte, mi sentivo importante, consapevole che la musica innalza l’animo, contribuisce a sentirsi parte di un mondo universale. Il tempo della maturità scandito dalla tua instancabile fede che ha sorretto le mie debolezze, ha creduto nella forza della vita che si è rinnovata nel miracolo della nascita di mia figlia. La tua euforia nel sentirti chiamare “Nonno” dalla nipotina desiderata sopra ogni cosa. La tua pazienza nel sopportare i suoi scompigliamenti tra i tuoi capelli candidi sottoposti alle tenere angherie dell’unica ed amatissima nipote, reginetta del tuo cuore. Il tuo sorriso … la tua voce … i tuoi occhi … chiusi per sempre.”

Si susseguivano immagini lontane e presenti, ore intense e felici, mescolate a rapidi e disperati sussulti inespressi mentre restavo immobile. Era come se la tua stessa immobilità avesse trasfuso in me rendendomi incapace di compiere qualunque gesto o azione.

Solitario il pensiero, in un furioso sovrapporsi di istanti, flashback e riecheggiamenti, incalza, si aggrappa, si adagia su riverberi di vita vissuta.

 Ora sono solo perle di memoria.

…. E INTANTO IL FIUME SCORRE …   A  mio padre Gerardo, indimenticato

Maria Rosaria Teni

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VORREI CHE FOSSE IERI, di Mirella Ester Pennone Masi

VORREI CHE FOSSE IERI
Un lieve bagliore
un soffio di vento
che smorza sul fiore:
sul verde dell’erba
ha disperso i colori
la pioggia di ieri.
E ora che imbruna
più breve è il giorno
più triste la sera;
quanto tempo è passato…
è rimasta solo l’edera
a ricordare
i miei giovani anni,
non so il perché…
ma pare ieri.
Credevo
non dovesse
finire mai
quel dì d’estate;
pensavo
che dimenticarti
fosse facile
invece vorrei
-che fosse ancora ieri-
@Mirella Ester Pennone Masi@ /24 agosto 2013
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Momenti di poesia: Voglio un eroe, di Giusy Del Vento

Momenti di poesia: Voglio un eroe, di Giusy Del Vento

Voglio un eroe 

di quelli veri senza corazza né spada 

un eroe che non cerca immortalità 

Non un semidio, furia distruttice 

ne voglio uno che legge poesie

Voglio un eroe, uno vero, che semina ortaggi pianta ulivi e sa fare il vino

Che non trafigge a morte Pentesilea 

e poi se ne innamora

Lo voglio senza slogan né simboli o colori 

un eroe di ossa carne e umanità 

Voglio mio padre, il suo essere uomo aperto 

e giusto, voglio mio nonno alto allegro innamorato della terra, della vita

Chiedo un eroe normale che non sputa offese ma che difende 

che pensa spera, accoglie 

Non scaraventa astianatte dalla rupe

non fa scempio dei corpi dei nemici

Un eroe vero con gli occhi fissi al mare innamorato di viaggio e conoscenza 

uno che divide con il coltello il suo pane e te lo offre 

uno che è rupe, rifugio per i bambini per le donne e i vecchi 

con le spalle così grandi che i macigni 

li sposta a furia di perseveranza

La guerra la fa ai bugiardi ai disonesti agli scansafatiche ai razzisti, ai muri e alle porte chiuse 

Eroe che ama i libri il vento e le barche

le nebbie mattutine e il sole di mezzogiorno 

Uno che se ti dice sì è sì per sempre

Voglio un eroe, un eroe vero, un uomo

che… di mostri è pieno il mondo

Giusy Del Vento

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ABBANDONO, di Vincenzo Cardarelli, recensione di Elvio Bombonato

ABBANDONO, di Vincenzo Cardarelli, recensione di Elvio Bombonato

ABBANDONO

Volata sei, fuggita

come una colomba

e ti sei persa, là, verso oriente.

Ma sono rimasti i luoghi che ti videro

e l’ore dei nostri incontri.

Ore deserte,

luoghi per me divenuti un sepolcro

a cui faccio la guardia.

VINCENZO CARDARELLI 1936

Poesia di 8 versi: 3 settenari, 3 endecasillabi, 1 quinario, 1 novenario. Il titolo è un indicatore semantico.

Questa lirica appartiene agli amori tormentati di Cardarelli, come: Amicizia, Amore, Distacco, Attesa, Passato, Crudele addio, Gabbiani, Aprile, Ritratto. 

Lei lo ha lasciato, scomparsa chissà dove; l’abbandono è definitivo, senza speranza. A lui è rimasta solo la rimembranza – leopardiana –, nello spazio e nel tempo, dei loro incontri. 

Adesso le ore del poeta sono deserte, i luoghi sono diventati un sepolcro, al quale fare un’inutile guardia. L’avversativa perentoria del v.4 sigilla la fine del loro amore, e il tu implicito sottolinea l’amarezza del poeta.

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Memoria, di Giuseppe Pippo Guaragna

Memoria, di Giuseppe Pippo Guaragna

Memoria 

Ne son passati d’anni e di stagioni,

sono tornato nella vecchia casa, 

e ho colto il tuo profumo di mughetto

sulle lenzuola stinte, 

di un tempo ormai lontano

su cui dipingevamo il nostro amore, 

al tramonto rubando il rosso e il rosa,

all’aurora l’argento e l’oro antico.

Era infinita la tua tenerezza,

le tue carezze, ali di pettirosso,

quando sopra il mio petto disegnavi

la verità dell’oltre, e la ragione, 

e la strada per arrivarmi al cuore.

E li ricordo i primi passi incerti

i dubbi che mordevan come lupi,

i cieli tersi all’improvviso cupi,

e poi mi sorridevi 

e ritornava il sole, il suo calore, 

tra le verbene e la magnolia in fiore. 

Però tutto finisce in questa vita,

le storie, le promesse, i giuramenti, 

ora di te mi resta solamente 

un sassolino rosa, una conchiglia,

una foto sbiadita in un cassetto,

un ricordo lontano ormai nel tempo, 

e quel profumo dolce di mughetto. 

GPG

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San Benedetto di Catania, storia di una rinascita, di Donatella Pezzino

Il 7 luglio del 1866, il nuovo Stato italiano decretava la soppressione di tutte le corporazioni religiose, con l’esproprio dei relativi beni. Nella popolazione monastica di ogni città, il provvedimento suscitò reazioni diverse: se per alcuni poteva significare la liberazione dopo secoli di monacazioni forzate, per altri rappresentò la perdita di un importante punto di riferimento. Ad esserne avvantaggiati erano i religiosi e le religiose senza vocazione che avevano “le spalle coperte” e una famiglia alla quale tornare; chi invece, per amore o per forza, fosse rimasto in convento avrebbe dovuto inevitabilmente subire i disagi dell’esproprio. Le conseguenze, per persone abituate a vivere al riparo dalla società e in condizioni di agiatezza, furono indigenza, umiliazioni e marginalismo. In alcune comunità, però, la situazione diede lo stimolo ad una maggiore vitalità spirituale: fra esse, vi fu sicuramente il monastero catanese di San Benedetto il quale, grazie all’eccezionale energia e all’autentico spirito vocazionale delle monache rimaste, diede prova di una formidabile voglia di continuare ad esistere al di là di qualsiasi disagio sociale ed economico.

Fondato nel 1334 dalla vedova Alemanna Lumello, il monastero fu sottoposto fin dall’inizio alla regola benedettina. Da sempre tra gli istituti conventuali più ricchi e prestigiosi, accoglieva solo le fanciulle provenienti da casate illustri, o comunque da famiglie facoltose che potevano permettersi una dote cospicua. Dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo la città, San Benedetto fu uno dei sei monasteri per i quali fu decretata la ricostruzione. Riedificato sullo stesso sito del precedente fabbricato, l’istituto ebbe un convento e una chiesa a dir poco spettacolari, per i quali non furono risparmiate risorse.

Rispetto alle altre monache di Catania, quelle di San Benedetto furono le prime ad iniziare i lavori (1702). L’intento era creare qualcosa di magnifico, che avrebbe primeggiato su tutte le altre comunità religiose. Il cenobio, quindi, volle innanzitutto rinascere su una porzione più ampia di spazio urbano, acquisendo allo scopo alcuni terreni adiacenti. Costruì poi – in una sola notte, secondo la leggenda – il caratteristico arco su via Crociferi per congiungere i diversi corpi di fabbrica.

La maestosa chiesa, affacciata su via Crociferi, richiese quasi un secolo di lavori: iniziata nel triennio dell’abbadessato Asmundo (1704 -1707) fu infatti terminata nel 1798. Per questo, al suo interno è possibile notare una sovrapposizione di stili differenti, dal barocco al neoclassico. Eretta sui progetti di Paolo e Antonino Battaglia, ebbe la volta completamente affrescata da Giovanni Tuccari; stucchi, dorature, marmi policromi, dipinti, reliquie e giogali la resero ancor più preziosa. Di grande eleganza il vestibolo, con la celebre “scala degli angeli” che fu realizzata interamente in marmo.

La ricchezza del monastero veniva da secoli di doti, lasciti e donazioni: San Benedetto, infatti, possedeva beni mobili e immobili in grande quantità. Le rendite, sia in denaro che in natura, ne rendevano la sopravvivenza quasi del tutto autosufficiente. Al suo interno, l’istituto poteva inoltre contare su un patrimonio di eccezionale valore in libri, opere d’arte e oggetti vari: si comprende bene, quindi, il danno che l’esproprio del 1866 dovette arrecare, non solo a questo, ma a tutti i monasteri che vantavano una simile floridezza.

Questa massiccia operazione non solo privò gli Ordini monastici di uno status sociale riconosciuto, ma diede il via ad un’opera di riconversione che trasformò i loro edifici in uffici governativi, caserme, scuole e ospedali. I religiosi e le religiose erano liberi di restare o tornare nel secolo. A chi restava, lo Stato riconosceva l’usufrutto di una piccolissima parte del convento; una esigua pensione, assegnata solo a chi avesse professato prima del 1864, avrebbe dovuto garantirne la sopravvivenza. Ciò significò per le monache – molte delle quali erano vecchie e inferme – una vita di stenti, resa ancor più scomoda dalle condizioni di trascuratezza dei fabbricati.

Mentre gli altri monasteri di Catania venivano occupati, San Benedetto si conservava miracolosamente intatto: le monache avevano fatto in modo che gli ispettori statali lo considerassero inadatto ad essere adibito a locale pubblico, conducendoli “per scale e scalette” ed evitando scaltramente di farli accedere ad alcune parti. Questa particolarità rese il monastero un vero e proprio rifugio per le religiose anche provenienti da altri istituti: vi trovarono ricovero, ad esempio, le benedettine della SS. Ma Trinità, cacciate dal loro convento poco dopo la soppressione per aver intralciato i lavori del Comune.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le conseguenze delle leggi eversive avevano completamente trasformato il volto di San Benedetto da convento di lusso a piccola comunità che sopportava con vero spirito evangelico tutti i disagi di una condizione di indigenza: vitto frugale e talvolta insufficiente, infermità, finestre e balconi con vetri a pezzi, arredi modesti, abiti vecchi e accomodati. Per questo, volendo realizzare un suo particolare  progetto eucaristico, il vescovo Francica Nava non ebbe esitazioni, e riconobbe in San Benedetto la comunità ideale per far rinascere la vita claustrale a Catania. Nel clima della riforma liturgica voluta da Pio X, e soprattutto nel fervore pastorale acceso dal Congresso Eucaristico del 1905, Francica Nava cominciò a concepire il desiderio di una comunità religiosa in cui il SS.Mo Sacramento fosse adorato in perpetuo. Ricomprate le fabbriche di San Benedetto per 30.000 lire, il vescovo riformò la comunità secondo il modello delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, congregazione femminile fondata dalla suora francese Mectilde de Bar nel XVII secolo e dedita all’adorazione eucaristica ininterrotta per riparare ed espiare i peccati del mondo.

Direttamente dalla sede di Ronco di Ghiffa (VB), furono inviate a San Benedetto di Catania due monache, Suor Scolastica Sala e suor Matilde Malinverno. Il loro compito non fu per niente facile, perchè si scontrò spesso con situazioni ormai cristallizzate: l’abitudine ad avere un confessore personale, quella di mandare in famiglia la biancheria sporca invece di farla lavare in convento, la possibilità di detenere oggetti e cibi propri (il necessaire per la colazione, ad esempio, come tazze, zucchero e cioccolata, che il convento non passava e che le monache più fortunate potevano procurarsi autonomamente). Oltre che degli aspetti pratici, le due monache di Ronco si occuparono della necessaria formazione (lezioni di canto gregoriano, conferenze sullo spirito di povertà, ecc.).

Nonostante le difficoltà iniziali, le benedettine catanesi recepirono con gioia le nuove direttive: le giovani postulanti furono in tal senso le più entusiaste. Il 10 agosto 1911 venne firmato ufficialmente il decreto che aggregava San Benedetto di Catania all’Istituto dell’Adorazione Perpetua; poco tempo dopo, la riapertura del noviziato portò a nuove vestizioni. Ancora una volta, questo monastero intraprendeva un nuovo percorso di rinascita, frutto dell’eccezionale resilienza che lo aveva distinto nei secoli e che permane ancor oggi.

*

Donatella Pezzino

Immagini:

Fonti:

  • Donatella Pezzino, Le murate vive. I monasteri femminili di clausura a Catania dopo il terremoto del 1693, Acireale, Bonanno, 2004.
  • Come pietre vive… Le benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento a Catania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2010.
  • Gaetano Zito, Le benedettine dell’Adorazione Perpetua in Italia (1880-1960) in Il monachesimo in Italia tra Vaticano I e Vaticano II, atti del III Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, a cura di B.Trolese, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena, 1995.
  • Emanuela Sansoni, La legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula, Milano, Codex Edizioni, 2009.
  • Maria Luisa Gangemi, San Benedetto di Catania. Il monastero e la città nel Medioevo, Messina, Sikania, 1994
  • http://www.benedettineghiffa.org/
  • Giuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania, Catania, Tringale Editore, 1984

Dal blog dell’autrice: https://donatellapezzinosicily.wordpress.com/2019/02/12/san-benedetto-di-catania-storia-di-una-rinascita/