LIFE, di Silvia De Angelis

 

Una smisurata pagina nel bagliore della vita.

Pulsa di riti immaginosi

nei rintocchi lievi o nefasti

d’una memoria che scivoli a perdifiato

spogliando sfumature di comete

celate sul bordo d’un’apnea illimitata.

S’ammansisce al crepuscolo

sullo scialle mobile di fioca luce

lasciando cadere asperità e contrasti

sul bordo esiguo d’una foglia accartocciata.

@Silvia De Angelis

L’essere nulla, di Stefano polo

L’essere nulla

Ti senti perso dentro quella buia stanza
vedi solo un muro, tristezza,
sensazione di vuoto dentro il cuore
di un arido gelido, come un campo incolto
e un buio tetro dentro il tuo animo
e gli occhi spenti come una sigaretta
nel portacenere appena posata…
Ma un giorno nel tuo cuore
il sole tornerà a splendere di nuovo
la vita in te tornerà a galla
e l’essere nulla, quella gelida sensazione
mai più tornerà
un sorriso largo come il cielo stellato
spunterà dal tuo viso
e vedrai nel tuo specchio riflesso
il tuo essere rinato… 

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UN’IMPREVEDIBILE CROCIERA, di Silvia De Angelis

Sono amici da molto tempo, ma col passare del tempo si sono perduti di vista.
E’ una comitiva di vecchia data, che nei tempi del liceo e dell’università ha avuto una assidua frequentazione, che ha portato all’avvento di  storie sentimentali, litigi, abbandoni, ritorni…insomma come succede nelle migliori famiglie.
Ora del gruppo sono rimasti loro Luciana e Pino, Paola e Franco, amorevolmente accoppiati e con tanta voglia di vivere. Decidono di incontrarsi a una cena , per ricordare i tempi andati e  intrattenere insieme momenti spensierati.
Durante il ritrovo Luciana che è sempre la più intrigante, propone di intraprendere un viaggio ,visto che s’avvicina il periodo estivo ed una bella vacanza non può che riaffermare  empatie di vecchia data.
E non c’è niente di meglio che una splendida crociera nel Mediterraneo, visto  che la nave offre tantissime distrazioni ed anche l’opportunità di soffermarsi in località diverse.
Sono tutti d’accordo, e per le metà di giugno, salpano dal porto di Genova con una meganave attrezzatissima per l’occasione.
Luciana e Pino sono una coppia sfiziosa, che ama sempre l’originalità, abbinata ad una dose  di narcisismo personale, e pensano già, di sfoggiare il loro fare estroso, indossando abiti particolarmente vistosi. Lei è una donna molto affascinante ed affabile, di carattere estroverso…il compagno invece è taciturno.
Paola e Franco sono due individui litigiosi, maniacali dell’ordine e della pulizia. Si notano per la sobrietà nell’abbigliamento e l’eleganza.
Pieni d’entusiasmo iniziano la loro vita sulla nave, cercando di conoscere i vari punti di ritrovo e interessandosi di tutte le iniziative che questo tipo di vacanza riserva agli ospiti.
La sera stessa il Capitano offre il coctail  di benvenuto, a cui partecipa anche una parte dell’equipaggio, e Luciana già è al centro dell’attenzione per il suo splendido fascino, causando le gelosie di Paola che fin dai tempi adolescenziali  rimaneva in ombra.
Dopo qualche giorno, i quattro amici, si sono ambientati perfettamente sulla nave e ne conoscono a menadito la struttura, frequentando il cinema, la sala da ballo, la piscina ed i ristoranti, variegati.
Di sera la brezza marina è molto invitante e spesso si soffermano, sul ponte, ricordando attimi del passato e particolari episodi che hanno coinvolto le loro vite.
Paola è sempre la più romantica e sembra quasi commuoversi in quel tornare indietro nel tempo, tanto che una sera, particolarmente emozionata, si scusa e si ritira nella sua stanza, mentre gli altri rimangono a chiacchierare .
Si è fatto tardi  ed i tre amici si salutano per la buonanotte.
Quando Franco rientra nella cabina ha una terribile sorpresa Paola è riversa sul pavimento in una pozza di sangue, ormai priva di vita. Avverte il capitano, viene dato l’allarme e subito avvertita la Polizia.
L’ispettore di Polizia fa i rilevamenti in loco e non trova particolari tracce, o armi, che possano in qualche modo far risalire a degli indizi specifici.
La situazione è complessa ed il tempo trascorre senza che si giunga ad una risolutiva conclusione.
L’ispettore di polizia ha notato, durante gli accertamenti, che un mozzo della nave(si chiama Mario) ha un fare sospettoso.Decide di tenerlo sott’occhio. Infatti  si introduce nel suo alloggio personale e vi trova il portafoglio di Paola ed i suoi preziosi.
Decide a questo punto di  interrogarlo, per poterlo inchiodare, ed arrivare alla sua colpevolezza di omicidio.
Il colloquio fra i due è drammatico, e Mario ad un certo punto, ha un malore ed è costretto ad interrompere la requisitoria. Sarà ripresa il giorno successivo…ma Mario, che era sotto custodia cautelare, viene trovato soffocato , col volto chiuso in un sacchetto di plastica….
Le indagini ,a questo punto, si complicano notevolmente e l’ispettore cerca di riassumere con criterio tutto l’avvenuto, analizzando gli indizi in suo possesso, che inevitabilmente riconducono a Franco, che corrotto il mozzo Mario, lo aveva costretto ad uccidere sua moglie Paola…
Ma Franco durante la notte è fuggito su una scialuppa, per altre rotte,e  sarà quasi impossibile raggiungere il suo percorso fuggitivo….

@Silvia De Angelis

MUTILAZIONI, di Rebecca Lena

MUTILAZIONI

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·


Dev’essere la calma piatta che si addice a chi non è mosso, ma sa muovere; che non si scompone ma osserva chi si increspa di conseguenza, con dramma ed esibizione. Potremmo descrivere gli estranei alla calma piatta come esseri dotati di un groviglio di arti e lembi inutili che scuotono con passione di bestia sottomarina. 

A volte la calma piatta vorrebbe potersi scrollare anche da sé stessa, forse presa da noia, per tremare con quelli che amano tremando, urlando, o che urlano dicendo di amare; ma non sa. E se lo fa è una menzogna che compiace. Perché la calma piatta è un corpo unico che si riduce, ridimensionando il proprio confine ad un profilo essenziale, quello di un solo arto. Come in un processo di labor limae dell’essere che perseguita maniacalmente la sua riduzione, ed esiste davvero vivo nella forma più indispensabile, quella che raggiunge senza grida di piacere o scompenso, senza decorativismi delle emozioni o desideri socialmente utili.

Può apparire crudele quella calma piatta che trova libertà nel minimalismo estremo delle espressioni, ma è solo un nome la crudeltà, coniato da chi non sa dare nome all’atarassia irraggiungibile, che sconvolge, e non può che essere immorale ai suoi estranei.

Quegli arti che per incomprensione si agitano (overplay) sono fatti di fotoromanzi, tagliuzzati e incollati come decoupage, con l’illusione putrescente (di essere importanti) che ne è collante.

La calma piatta invece pare capace di ridimensionarsi anche dentro la verità che turba, attraverso la vanità di essere vana. Con l’orgoglio di essere priva di spigoli e solidità, con sembianze desaturate dal desiderio di unicità e dai sentimenti ostentatori. È una celebrazione la sua forma ripulita, non è mutilata, né priva di qualcosa, è solo sintesi, sintesi di sé stessa.


 

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LO SPARO, di Rebecca Lena

LO SPARO

 · di Rebecca Lena · in lettere. ·

Caro G, perché continuo a scriverti? 

Adesso non ricordo più nemmeno il tuo viso, chissà se l’hai conservato da qualche parte, prima di spogliarti anche di quello. Rammenti? 

Lo immagino infilato in modo frettoloso dentro una fessura del buio, forse a tappare quel buco che ti permetterebbe di sbirciare aldiquà, dove sguazzano le persone che ti hanno dimenticato. 

Il buio dev’essere confortevole, senza spigoli o incrostazioni sonore; è assenza purissima, priva di grumi del sentire. Probabilmente non vorresti trovarlo mai più quel maledetto buco.

Non so, ho un sogno impossibile che mi prende ogni tanto ed è come una biscia innamorata sulla bocca del mio stomaco. La sento crogiolarsi adesso nel suo veleno dolciastro che non fa male a nessuno, tranne che al mio stomaco. Adoro essere avvelenata ogni volta che, per sbaglio, sopra uno schermo bianco, incontro una G e poco dopo una U, che incorniciano una L e una A inermi, per morire infine in CO. Non so perché ma nel tuo nome vedo la G e la U prima di tutto il resto, ed è proprio in questa follia che nasce il mio sogno.

Se tu, in un momento eterno qualsiasi, dopo esserti destato in modo fastidioso, ti fossi accorto all’istante di uno spiffero maleodorante proveniente proprio da quel buco antico che avevi dimenticato e dal tuo viso appallottolato lì dentro nel tentativo vano di tapparlo, e se appunto tu, che non sei più davvero qualcosa, in un gesto curioso, un po’ folle che non mi spiego, lo avessi rimosso, quel viso di tela, aperto e poi indossato, ti fossi poi affacciato per un millisecondo soltanto a sbirciare il nuovo lembo di luce odiosa che porta il puzzo di cose vive (specialmente di biancheria); e se il caso mi avesse spinta a passare proprio in quel momento, ortogonale alla traiettoria del buco nel muro grande quanto uno sparo, lungo la parete del corridoio rumoroso in cui transitano i vivi, in cui transito anch’io, proprio adiacente al tuo, e se tu, forse un po’ animato da ricordi scordati, da voci stonate, ti fossi spinto con l’occhio nuovo proprio all’estremo di quella traiettoria, allora forse, ma non dico davvero forse, mentre un battito si fa più forte dietro al mio sterno, forse, proprio in quel momento, che è adesso: spareresti un colpo. Uno involontario, proprio dal foro della tua iride nera, come un fulmine buio – sconvolto e sconvolgente – dritto nel mio occhio transitante che, distratto, non so come era stato colto dalla smania improvvisa di guardare dove non guarda mai nessuno, dentro l’unica piccola crepa di una parete limpidissima.

a G:
https://raccontidellacontrora.com/2019/07/08/lettera-a-g/


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Equivoco

Equivoco

Postato il  di Giovanni Mainato

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore …

Oriana Fallaci

Scusi signora, mi trovo costretto ad interromperla subito per chiarire uno spiacevole equivoco: io sono Mainato con la maiuscola e non sono un bambino. Cordiali saluti,

G.M.

lettera
oriana

Quinto Fabio Massimo

Quinto Fabio Massimo

Postato il  di Giovanni Mainato

Ho deciso di inaugurare una nuova rubrica dedicata alla storia. Devo solo scegliere se intitolarla ‘Pillole di storia’, ‘Voci dal passato’ o ‘Barbero, a noi due’. Vedremo…

Comunque la puntata di oggi è dedicata ad un grande personaggio di Roma antica: Quinto Fabio Massimo. Come è noto egli fu soprannominato cunctatorper la strategia attendista da lui messa in atto nella guerra contro Annibale. C’è da dire che non tutti all’epoca la condivisero. Ad esempio il magister equitumMarco Minucio Rufo la criticò, ma Fabio non ci fece molto caso: non aveva molta stima di uno che insegnava le tabelline ai cavalli. 

Il problema fu che Fabio volle sperimentare questa strategia anche nella vita quotidiana. Alle volte capitava che si bloccasse nel bel mezzo della strada, con i carri che si dovevano fermare. “Ehi, cosa fai lì fermo? Vuoi che ti mettiamo sotto?” gli gridavano. E quello rispondeva: “Lasciatemi cunctare”, manco fosse un Toto Cutugno qualsiasi. 

In casa poi era anche peggio. La moglie, la signora Massimo (ovviamente era il cognome da sposata) era disperata. Alle volte capitava che chiedesse al marito se preferisse carne o pesce per cena e che la risposta arrivasse dopo due settimane. Non parliamo poi della vita sessuale, un vero disastro: ella si augurava invano che almeno una volta gli capitasse di soffrire di eiaculatio precox (in latino allora si diceva così), ma niente.

Un giorno sbottò: “Non hai nessun rispetto per me! Ti comporti come un dittatore! E poi sono stanca delle tue attese! Chi ha tempo non aspetti tempo! Perché continui a cunctare? Non capisci che se ti ostini ad aspettare senza fare nulla non solo Sesto Pompeo, ma addirittura Decimo Giunio Bruto ti supereranno in classifica?”

E Fabio: “Sei ingiusta con me! Non mi permetti di cunctare, e questo posso anche accettarlo, ma almeno permettimi di temporeggiare! Comunque forse hai ragione, cercherò di cambiare. Il punto è che io…”

“Tu cosa?”

Niente da fare. Aveva ripreso a cunctare. Ormai era più forte di lui.