1 PREMIO LETTERARIO

CITTA’ DI MESAGNE X1X ED 22

LA STREGA SEGRETA (MARTA)

                                                 LA STREGA SEGRETA

Un segreto nascosto per anni, custodito, blindato dal resto del mondo. Tra i ricordi legati alla mia infanzia uno in particolare, irreale sotto alcuni aspetti, è un’esperienza di vita che mi è stata cara ed è ancora lì, nel mio cuore. È un ricordo singolare: basta un nonnulla per riattivare la memoria, perché noi siamo i ricordi e per questo ho cura di loro.

Un giorno qualunque, come di consueto, mi allontanai da casa per avviarmi in prossimità del bosco che era circondato da alte montagne: un posto che inseguito divenne il mio habitat.  Una volta arrivata non persi tempo a iniziare il mio gioco preferito, quello di imitare il canto degli uccelli che a loro volta si mostravano lusingati per il mio tentativo di aprirmi a una relazione con l’ambiente circostante. Insieme a loro, in un’armonia festosa, avvertivo una suggestione. Un incanto alimentava quello strano concerto, quando a un tratto il silenzio fece da padrone. Udii un ritornello, cantato da una voce di donna, innalzarsi sopra di noi: una melodia che arrivava dalla collina. Incuriosita, m’inoltrai in direzione della voce, così acuta da zittire tutti gli animali abitanti della selva. La cantante era vestita con noncuranza, trasandata, disordinata, con un cappellino in testa, messo all’indietro come per dire: «È così!»

Quando ebbi il piacere d’incontrarla, lei generosamente mi sorrise, protese la sua mano e, presentandosi, mi disse il suo nome: «Marta».

Da quel giorno m’insegnò la sua musica, capace di trasportarmi in un mondo fantastico che, ancora, non ho capito cosa fosse di preciso. Il nostro canto sincronizzato, all’unisono, s’innalzava fino a toccare il cielo.

A Marta piaceva perdersi nei suoi monologhi, con il suo modo di parlare, gesticolando. Immaginava di scambiare parole con persone, oppure vedeva personaggi fantasiosi che, pontile si affacciavano nella testa. Quando Marta camminava in paese, i bambini, in compagnia degli adulti, la prendevano in giro e si divertivano schernendola.

Nell’osservarli, soffrivo molto, anche perché inevitabilmente al suo passaggio si sussurravano credenze erronee o cupe fantasie. Marta, incurante, per tutta risposta li guardava e passava. Devo confessare che, in sua compagnia, mi sentivo una principessa e lei diventava la mia regina, e come per magia la sua voce, mentre bevevo ogni sua parola, mi dava la sensazione di assaporare uno squisito gelato. Assaporavo tutto quello che lei diceva.

Estasiata, non volevo perdermi nulla.

Il tempo scorreva, come sempre, e al tramonto ci salutavamo per rientrare nelle nostre rispettive dimore.

Ricordo che, una sera, mia madre a tavola, in presenza della famiglia, mi riprese con queste testuali parole: “Tu con quella pazza non devi avere nulla a che fare, capisti

Annuii con la testa osservando mio fratello, di fronte soddisfatto, mentre mi faceva la linguaccia, contento per il rimprovero. Con mio dispiacere, anche gli altri presenti si unirono a dare ragione alla mamma. Solo mio padre prese le mie difese: «Lasciala stare! Non fanno niente di male, cantano e basta! Cosa vuoi che sia un canto? Male non fa! “Mia madre non si diede per vinta e disse: «Tutto il paese considera Marta strana per non dire pazza… Non vorrai che su tua figlia cada la stessa insinuazione?!»

Papà si alzò di scatto con voce autorevole, per farsi sentire anche dai sordi: “Hai detto bene: insinuazioni! Questi sono solo pettegolezzi di persone che sono sempre lì a giudicare il prossimo! Noi dobbiamo essere lontani da questo bisbiglio continuo: un sussurrare che non ci appartiene. Eva non commette alcun errore a frequentarla. Le ho osservate nel bosco e non hanno fatto altro che cantare e ridere; questo non mi sembra affatto strano! Non voglio più sentirti riprendere la bambina per queste stupidaggini. Lasciala libera, non è scema!» Detto questo si ritirò nella sua camera, non prima di avermi strizzato l’occhio in segno di approvazione.

Mamma rimase a bocca aperta, non fece nessun commento all’omelia del marito e, nel guardarmi, alzò le spalle come per dire: veditela tu!

Da quel giorno spesso andai a trovare Marta nel bosco. Il silenzio mi aiutava a carpire la sua presenza. La seduzione del posto dove ci s’incontrava si sentiva a pelle e, nonostante la mia tenera età, captavo quell’attrattiva ogni volta che mi trovavo in sua compagnia. Marta, una donna con mille risorse, grazie alla sua ricchezza interiore affascinava tutti quelli che riuscivano a conoscerla per davvero. Non a caso si avvicinò a lei, prima come amico e poi come marito, un giovane del posto molto sensibile, e Marta non rifiutò le sue attenzioni. Un giovane geologo che, appieno titolo, conquistò il cuore di Marta, fino a farla diventare sua sposa e madre dei suoi figli.

Tutto il paese fu incuriosito dall’evento del matrimonio di Marta.

In chiesa accorsero numerosi per guardare la sposa che non disdegnò l’attenzione dei presenti regalando loro sorrisi luminosi. Il mormorio, alle spalle della coppia, sembrava non avere fine, tanto è vero che il parroco fu costretto più volte a invitare i fedeli al silenzio. Persino la mia famiglia, nonostante fosse a conoscenza della nostra amicizia, non risparmiò i commenti senza curarsi della mia presenza. Per mio conto continuai a guardare felice la coppia, strizzando l’occhio come faceva mio padre, che era assente, quel giorno, per ragioni di lavoro.

In seguito, nonostante Marta avesse impegni di moglie e madre, non smise di venirmi a cercare nel nostro spazio, lì nel bosco, per parlare e ridere anche di cose banali che, però, a noi bastavano.

Una volta arrivò in compagnia del suo gatto dallo sguardo umano. Avvertivo un certo disagio e facevo fatica a osservarlo, ma Marta mi rassicurò nel dirmi che il suo gatto, in un’altra vita, era stato una persona e che ora la sua anima era prigioniera nel corpo di un animale. Mi disse che anche lei in passato era stata una volpe furba e intelligente. A questo punto mi chiesi io chi fossi stata, e non feci in tempo a formulare il pensiero che Marta mi anticipò rispondendomi: «Tu eri uno scoiattolo rosso, vivevi nella foresta, eri disseminatore all’interno del bosco, grazie all’abitudine tipica degli scoiattoli di sotterrare e nascondere scorte alimentari, proprio come fai adesso che mi porti avanzi di pranzo e altro per consumarli nei nostri incontri!»

Replicai: «Bello essere stato uno scoiattolo carino con i dentini sporgenti, un roditore autonomo, libero di muoversi nel suo spazio, non come noi che abbiamo dei limiti circoscritti: questo si può fare, quest’altro no! Ci sono delle regole da osservare per il bene di tutti, non è vero?»

   «I codici di comportamento a volte sono validi, altri sono stati attuati per tenerci buoni e trattenerci dal fare tutto quello che si vuole; se così non fosse vivremmo in un mondo per sbranarci a vicenda!  Ti chiami Eva come la prima donna, almeno per quello che dice la Bibbia sei stata la prima figura femminile nella storia dell’umanità. Chi può negare il contrario? Chi può averne la certezza? Chi può fare da garante a tutto questo?»

   «Ma allora… siamo in un mondo d’incertezze pronte a dispensare confusione!»

   «Ebbene sì! Però la forza del pensiero supera i confini: possiamo pensare liberamente quello che vogliamo. Eva, parliamoci chiaro: quando tu pensi c’è qualcuno che ti mette le catene o ti proibisce di pensare?»

«No!»

   «Allora noi siamo gente libera nell’immaginazione, nell’osservazione, nell’intelligenza; questo spirito non può essere chiuso, imprigionato…Nessuno ha questo potere! Tu, ragazzina, non farti mettere i piedi in testa dalla prepotenza altrui. Io sono quello che sono, nonostante alle mie spalle si continui a schernire il mio essere, ovvero una donna fuori dagli schemi fissati dai protocolli di comportamento. Io sono libera perché sono diversa da tutti gli altri e mi accetto per quello che sono!»  

Mi precipitai a rispondere: «Tu mi sei piaciuta così come sei e nessuno mi ha impedito di avvicinarti per conoscerti ed esserti amica. Sei bella! Non ti serve altro! Ho capito che il giudicarti da parte nostra non è corretto. Io voglio essere come te che: anche da sposata, trovi ugualmente spazio per continuare a essere te stessa e spesso vieni in questo posto con i bambini a insegnare loro l’amore per la natura! Felice di essere parte di questo gruppo e che tu, in questa esperienza, sia stata anche la mia insegnante!»

   «Sono lusingata per le cose belle che pensi di me. Quest’altopiano mi chiama come un’attrattiva che nessuno riuscirebbe a comprendere, perché da questi alberi emana un’atmosfera magica che la mia fantasia non può fare a meno di trascurare; intravedo figure storiche del passato che hanno dato lustro alla nostra letteratura in tutto il mondo. Per questa ragione cammino a qualsiasi ora per venire in questo posto, perché alcune voci mi chiamano per salutarmi prima di partire!»

Ascoltavo con la bocca aperta: «Davvero… tu vedi personaggi importanti?!»

   «Certo! Attenta, ti farò vedere il rito…La prima cosa è quella di accendere un piccolo fuocherello per poi gettarvi sopra una polvere magica custodita sempre nelle mie tasche; una spolverata capace di formare una nube di fumo che si dissolverà con la comparsa di gente che passeggia.»

   E così fu! Un rito magico accompagnato da formule e invocazioni con alcuni nomi complicati mai sentiti. Ma non ebbi paura nemmeno quando lo sguardo penetrante di Marta si posò su di me.

«Si! Tu mi devi credere se ora ti confermo di vedere un letterato sotto braccio al suo maestro Virgilio passeggiare in questa selva. Si avviano per soffermarsi di fronte alla fiamma, sorridenti mi cercano per scambiarci i pensieri, per poi salutarmi e proseguire il cammino fino a scomparire. Sono una visione operata da un potere soprannaturale.»

Impaziente, per l’eccitazione dello scenario, chiesi: «Ma che cosa dovrei fare per vederli?»

   «Ci vuole pazienza, il tempo ti dirà come fare.»

   «Sono i soli, ospiti di questa collina? “Domandai ancora, ansiosa di sapere.

   «No. Ci sono altre persone. Ancora adesso, nel nostro tempo, si parla di loro: un certo filosofo con un suo seguito di discepoli che si ferma a tratti per spiegare loro il Demiurgo, l’artefice dell’universo; un musicista sordo, che se ne va in giro con una bacchetta in mano e continua a fare il direttore d’orchestra senza sentire musica, perché lui nel suo silenzio è già uno strumento musicale; l’imperatore Nerone, che è stato il più amato e allo stesso tempo il più odiato imperatore dei romani, per aver causato l’incendio di Roma, fugge inseguito da sua madre Agrippina che con la scopa in mano rincorre il figlio incendiario per continuare a colpirlo; infine c’è Petrarca che cerca ancora la sua Laura con le trecce morbide sull’affannoso petto.»

Esclamai: «Mamma mia! Cosa mi dici!  Per questo vieni qui! Tu non sei sola come tutti credono, ma in compagnia di personaggi incredibili. Dimmi… anche i tuoi figli riescono a vedere qualcosa?»

«No! Non credo. Questo è un dono, che appartiene ad alcune persone sensibili, la cui anima che va oltre la sensibilità comune.»

Impaziente di capire chiesi: «Ma come si fa ad avere questa sensibilità rara?»

«Si nasce! Poi a un certo momento della vita senti dentro un richiamo che t’invita ad allontanarti da tutti per cercare te stessa. Solo raggiunto questo traguardo cominci ad avvertire dei suoni, scorgi immagini che si accavallano e che piano piano si focalizzeranno nella memoria con la volontà di vederci chiaro.»

Quel giorno particolare vive dentro di me, limpido e incollato nel ricordo di aver conosciuto una persona che, oltre l’immaginario, è stata per la mia fanciullezza una persona speciale che mi ha spinta a non smettere di sognare, perché attraverso i sogni si raggiunge l’impossibile, il desiderio e la speranza si riaccendono per darci la forza di andare avanti fino alla fine del mondo. Io non sono mai riuscita a vedere le cose e i personaggi da lei descritti, però è come se lo avessi fatto: attraverso i suoi occhi ho visto quello che lei vedeva.

Il suo amore verso la natura ancora oggi mi commuove, quando ricordo quel periodo ricco di fantasia che solo una mente speciale come Marta è riuscita a darmi; quella purificazione necessaria a proseguire questo viaggio da sola senza di lei.

Per mesi rimanemmo tranquille a improvvisare e sognare l’impossibile, ma tutto questo a un certo punto finì: per qualche oscura ragione, di Marta non si seppe più nulla. A giorni alterni mi assentavo da casa per recarmi al solito posto, ma lei non veniva per consolare il mio pianto, che non dava segno di fermarsi. Uno di quei giorni, a oscurità inoltrata, ritornai dalla mia famiglia che era lì in pensiero per la mia assenza prolungata oltre l’orario prestabilito.

Mamma e papà, con gli occhi spalancati, mi chiesero la ragione delle mie lacrime. Risposi di essere triste per la mia amica Marta che sembrava essere svanita: «Qualcuno sa dirmi cosa è successo?» domandai.

«Certo! Sappiamo che Marta con la sua famiglia si è trasferita in un’altra città lontana. Suo marito ha accettato una proposta di lavoro importante per tutti loro. Tu non ti devi preoccupare per Marta: lei, con il suo temperamento e la sua particolare genialità, si farà apprezzare in qualsiasi luogo.»

   «Ma… come, è andata via senza salutarmi, lei che mi ha sempre detto di volermi bene? … Perché mi ha fatto questo?!»

Mia madre, stranamente, si avvicinò e, nel baciarmi per consolarmi, mi disse: “Bambina mia, le sorprese non finiscono mai… Non disperare, un giorno si farà rivedere o sentire, e tornerete a essere amiche.»

Sono passati molti anni dalla sua scomparsa…  Ma non dal mio cuore che continua ad amarla per la sua stranezza peculiare. So bene di non aver incontrato mai più una persona che mi ricordasse il suo sorriso. Non sentii più la sua voce inconfondibile danzare nell’aria, la sua melodia preziosa rimuovere le foglie per echeggiare e diffondersi, per attaccarsi nella memoria di chi, come me, non riesce a scordarla.

Confesso che, nonostante Marta non venisse più nel bosco, più volte tornai per sentirla vicina in qualche modo, come accadde quel pomeriggio con il sole amico che filtrava tra la siepe e gli alberi ondeggianti. Mi sembrò di vederla in compagnia di poeti e sofisti intenti a raccontarle leggende legate a eventi che hanno lasciato il segno. La meraviglia mi regalò pochi attimi di gioia, e devo ammettere che in quel momento io mi sentii Marta.

Ho imparato che la diversità è un valore aggiunto, che le cose strane fanno parte della nostra esistenza e anche oltre. Nulla è sbagliato, e tutto può entrare a far parte della logica se accettato dalla ragione che, illuminata dal cuore, non risparmia di suggerirci la via del bene

Momenti letterari: Claudia Filippini: “La dritta schiena”, a cura di Vincenzo Calò

Claudia Filippini…

Nata a Roma nel 1951. Autrice profonda e a volte spigolosa, ma sempre fedele a se stessa. Imprenditrice in diverse realtà, compresa la fondazione di un giornale. Pittrice per decenni e artista eclettica, in poche parole: una donna vera. Nel 2018 è cofondatrice della PlaceBook Publishing insieme a Fabio Pedrazzi. Ha pubblicato:
Un gazebo pieno di nuvole, 2018
La dritta schiena, 2021
L’area grigia, Città in Giallo, 2021
I segreti nel cassetto, Città in Giallo, 2021
L’uomo e il cane, Città in Giallo, 2021
La donna perfetta, Città in Giallo, 2021
Sotto l’asfalto, Città in Giallo, 2021
Tra le pieghe dell’anima, Città in Giallo, 2022
Il sole non sorgerà, Città in Giallo, 2022.

  • Dimmi un po’ Claudia, ma non ci si stanca mai di mettersi in discussione?
  • Se una persona vuole fare un percorso di crescita, non può stancarsi di mettersi in discussione. Ognuno di noi non è la stessa persona rispetto a ieri o a domani, quindi il mettersi in discussione è accettarsi per quello che si è in un dato momento, magari constatando che è diverso rispetto al passato.
  • Come raffigureresti l’onestà intellettuale? Ciò richiede sia l’istinto che il raziocinio, e se sì in che percentuali?
  • Ciò non richiede nessuno di tutti e due. Si tratta di rispetto verso il Prossimo nel non distorcere le parole o i vissuti per sostenere la propria versione o la propria opinione. Vuol dire rispettare, anche in un momento di disaccordo, i punti fragili dell’altro. E questo, francamente, non fa parte di me.
  • C’è ancora qualcosa per cui non ci può essere alcun tipo di giustificazione (con buona pace dei giallisti?)?
  • Da una causa scaturisce un effetto. Più che giustificare direi capire la ragione per cui una persona possa aver agito in un determinato modo. Da qui ad assolvere un individuo per quello che ha fatto, ce ne passa. L’opinione dello scrittore può essere differente da quella del lettore. A volte il cattivo non è così cattivo come il buono può essere visto come figura negativa.
  • In quale fase compositiva un giallista si diverte maggiormente, a differenza di altri generi di scrittura qui conta di più o di meno il fare ordine tra le idee?
  • Il giallista è uno scrittore che deve prevedere ogni cosa e non può dare troppo spazio alla fantasia se non nella fase descrittiva delle scene dove si parla per esempio del tempo atmosferico, o nella descrizione fisica del personaggio… basta che corrispondano a veridicità. Nessuna cosa deve essere messa lì a caso, altrimenti si rischia di scrivere delle castronerie. Dove il giallista si diverte di più? Quando architetta il crimine, sempre con veridicità e competenza.
  • Claudia Filippini è Miriam Ricciardi in buona sostanza?
  • In ogni romanzo lo scrittore mette una parte del proprio vissuto. Anche inconsapevolmente. D’altronde non potrebbe essere altrimenti.
  • Un affetto per conquistarlo va smarrito?
  • Se parliamo della sfera dei sentimenti, questa è un caleidoscopio di sensazioni dove una può essere il contrario dell’altra. Non c’è una regola fissa.
  • La costituzione di una saga attrae inevitabilmente il lettore?
  • Dipende dall’abilità dello scrittore. Se il lettore si affeziona ai personaggi, allora vuol dire che lo scrittore è stato bravo.
  • Gestire una casa editrice si sta rivelando sempre più una missione impossibile?
  • Lo è stato fin dall’inizio come per ogni attività che qualcuno intraprende. Quando si ha a che fare con il materiale umano, e nel nostro caso mettiamo mano a qualcosa che scaturisce dal profondo dell’anima di uno scrittore, ci vuole molto equilibrio, lungimiranza e attenzione specialmente nel valutare le opere che ti arrivano. Per non parlare dei rapporti umani.

… La dritta schiena
Grazie all’autrice vibrano narrativamente un patrimonio indesiderato per chi lo poteva possedere per discendenza; una raccolta sigillata d’intime confessioni consumata dal passare del tempo ma che non si darà per persa; e una dimora extraurbana, col territorio toscano a contornarla.
Ma soprattutto all’orizzonte persevera un arcano pressoché sibillino, vago; che, adagio adagio, si accentuerà.
Trattasi di un giallo dalla non univoca chiave interpretativa, per accedere alle esperienze che prova il personaggio cardine, ossia Miriam Ricciardi.
Già, lei e la sua dedizione nell’informare sull’agone criminale, fedele professionalmente a uno dei più seguiti quotidiani australiani; presa dalle pagine del diario di un caro affetto non vissuto, dovendo sottostare volenti o nolenti al destino.
La Filippini contorce fili amorevoli (perché capita di fissare pur inconsciamente degli appuntamenti con la vita), conducendo tutti coloro che apriranno il libro dentro un canale passionale di volta in volta con rapida scioltezza, verso la fine… ma attenzione, è solo il primo atto dei tre di questa storia che non può fare assolutamente a meno della figura di Miriam Ricciardi. A CURA DI VINCENZO CALO’

Di rosso e di luce, di Valeria Corciolani

Titolo: Di rosso e di luce

Autore: Valeria Corciolani

Editore: Rizzoli

 ROBERTO IOVACCHINI

Autore: Valeria Corciolani

Editore: Rizzoli

Una preziosa statuetta scompare dalla residenza di un ricco collezionista, insieme ad alcuni preziosi manoscritti medioevali. La scoperta del furto avviene durante una serata in cui era presente come invitata Edna Silvera, storica dell’arte e restauratrice in pensione.

Edna non può tirarsi indietro e per indagare forma una squadra variegata con una sua ex alunna in cui non era molto in sintonia, un vicino di casa esperto di informatica, il derubato stesso ed il fratello. Le indagini saranno lunghe e dispendiose, per arrivare ad una conclusione imprevedibile.

Il romanzo mescola la trama gialla e le indagini con le vicende della vita privata dei protagonisti, che si mostrano in tutti i loro limiti e difetti, descritti con humor gentile e raffinato. L’ambientazione in Liguria ci regala il mare stupendo, i paesaggi dell’entroterra, i vini e la cucina locale. I gialli italiani ci hanno abituato ad investigatori improvvisati provenienti dalle professioni più varie, Edna Silvera, esperta d’arte dal carattere difficile, offre la possibilità di trattare di arte in modo informale ma non per questo poco interessante. Come i riferimenti alla ricerca del Santo Graal, ossia il Sangue Reale, la discendenza diretta da Gesù dei figli di Maria Maddalena, sbarcata in Provenza fuggendo dalla Palestina o come il riferimento all’opera di Jacopo da Varazze, Vescovo di Genova, autore della “Legenda Aurea” che ancora oggi è un riferimento fondamentale per interpretare l’iconografia di opere pittoriche di arte sacra e gli spunti di tecnica alchemica per la produzione dei colori nell’antichità. Tanti dotti riferimenti inseriti con misura che non appesantiscono la lettura ma possono suscitare una benefica curiosità per dare inizio a letture meno brillanti ma di indubbio interesse. Un libro interessante per i riferimenti culturali, accattivante per l’ambientazione e la trama, divertente per i personaggi fuori dagli schemi.

https://robertoiovacchini.wordpress.com

La rete Ksenofont

La rete Ksenofont

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Titolo: La rete Ksenofont
Autore: Piernicola Silvis
Editore: SEM
 

Questo libro è stato pubblicato nel 2019 da SEM in ebook, ma la prima edizione risale al 2010, con il titolo “Gli anni nascosti”. Un romanzo di fantapolitica, con protagonisti personaggi nei quali non sarà difficile riconoscere alcuni degli uomini politici che hanno fatto la storia d’Italia, ambientato tra il dopo guerra e gli anni 90. E’ la storia recente d’Italia, riscritta svelando il dietro le quinte di tanti eventi che ancora oggi destano dubbi ed interrogativi, come Il referendum tra Repubblica e Monarchia, il sequestro della nave da crociera Achille Lauro, il quasi scontro armato tra esercito USA e Carabinieri a Sigonella, l’indagine di Mani Pulite, l’aereo precipitato ad Ustica, le azioni delle brigate rosse e molto altro. I vertici dello stato sono occupati da personaggi ambigui, c’è una organizzazione con politici, imprenditori e militari che vorrebbe organizzare un colpo di stato, poteri occulti e malavitosi trattano con i vertici politici per orientare a loro favore l’azione di governo. I golpisti si affidano ad un appartenente alla Gladio, la famigerata organizzazione clandestina paramilitare, promossa dalla Cia per contrastare la possibile invasione in Occidente da parte dell’Unione Sovietica, per organizzare il colpo di stato nei minimi dettagli. Ma c’è qualcuno nei Servizi Segreti che vuole che l’Italia resti un paese libero.

Una storia avvincente, verosimile, che richiama molti dei sospetti che da sempre accompagnano le versioni ufficiali di molti dei fatti raccontati. Piernicola Silvis conferma le sue doti di scrittore con un thriller fantapolitico di grande interesse ed attualità. L’autore è un ex dirigente della polizia, ex questore, di sicuro ha conoscenza diretta di tante verità che non possono essere raccontate, ci ha voluto svelare una parte di verità oppure ci ha regalato sono una storia immaginaria? Il libro lascia irrisolto questo interrogativo.

“Fiabe del niente e del mondo”: l’esordio poetico del giovane torinese Francesco Prioli con l’encomio di Alessandro Quasimodo

“Fiabe del niente e del mondo”: l’esordio poetico del giovane torinese Francesco Prioli con l’encomio di Alessandro Quasimodo

Il giovane poeta frequenta il primo anno della Scuola Holden

Incoraggiante esordio per il giovanissimo autore torinese Francesco Prioli (classe 2001), che si affaccia al mondo poetico con il libro d’esordio “Fiabe del niente e del mondo”, editato dalla Aletti nella collana “Le Perle”, con prefazione del maestro Alessandro Quasimodo, figlio del poeta Premio Nobel Salvatore Quasimodo.

Prioli ha passato buona parte della sua vita con carta e penna tra le mani e il fido zaino in spalla, si legge nel testo riportato nel retro di copertina. Da quando ha imparato a scrivere non ha più smesso. Ha coltivato in particolare la passione per la poesia durante gli studi classici presso il Liceo Classico Bodoni di Saluzzo ed attualmente continua la sua formazione, nel campo della scrittura, frequentando il primo anno della Scuola Holden di Torino. 

Ma qual è il mondo rappresentato da Francesco nei propri versi? Quale realtà emerge dai testi, da queste «canzoni mormorate sul pullman verso scuola o al tavolo di un bar»? 

«Le “Fiabe del niente e del mondo” sono i racconti di un menestrello che si trova a far fronte al moderno nichilismo, col quale combatte e instaura una buffa storia d’amore – confida il giovane nell’introduzione scritta per i lettori, soffermandosi anche sul significato del titolo -. Le “Fiabe del niente e del mondo” sono mondo perché innamorate di un lancinante impressionismo dell’animo e sono niente perché si rivolgono alla filosofia, al fumo, alla silenziosa e crudele volta celeste: sono mondo perché sono dettagli irrilevanti e bellissimi, sono dei quadri fini a sé stessi e struggentemente romantici; sono niente perché sono le parole inventate delle stelle lontane».

Lo spessore intellettuale di Prioli è lampante già da queste brevi frasi, così come la sua consistenza poetica, che gli ha fatto maturare importanti riconoscimenti, qualificandosi tra i vincitori dei concorsi di poesia “Imbookiamoci”, indetto dal Sistema Bibliotecario di Fossano, Saluzzo e Savigliano, e “Engel Von Bergeiche”, indetto dall’omonima associazione culturale di Castelfranco Emilia. 

L’universo di Prioli è “uno sfondo vibrante di suggestioni e vaghe presenze”, secondo il critico letterario e regista teatrale Alessandro Quasimodo, che è stato conquistato dalla profondità della poetica del giovane. «L’opera di Francesco Prioli nasce dal desiderio di conoscere eventi, emozioni, magari marginali, osservando il mondo circostante, anche se “gli astri sono immobili”». 

Ed è proprio quel sano affanno di conoscenza, tipico della gioventù, che dovremmo imparare a conservare col passare degli anni e che emerge con forza dalla raccolta poetica. Una peculiarità che fa, di questo libro, una speciale lettura per ogni fascia d’età.

L’artista Alessia Pignatelli prende in carico un’intera collana editoriale di medicina

Milano:L’artista Alessia Pignatelli prende in carico un’intera collana editoriale di medicina

Si tratta di pregiati libri universitari caratterizzati da una dettagliata e curata contenutistica scientifica e medica e mediante la prima dispensa realizzata con il quadro “L’incontro” di Alessia Pignatelli, i laureandi della Bocconi di Milano ne apprendono un percorso di crescita intellettiva e formativa sulle attività prescelte.

Attraverso un tracciato sensoriale realizzato accuratamente dall’artista Alessia Pignatelli, è stata attribuita ad ogni copertina una sua opera d’arte, creando una colleganza analitica e filosofica che, ben descritta dalla pittrice all’interno di ogni volume, crea una completezza pluriconcettuale sulle analisi delle materie trattate.

Inoltre, vi è riportata all’interno di ogni libro anche la sua personale biografia. I sette volumi, sono editi dall’editoria BookTribu per la piattaforma del settore education technology di TeachCorner e l’artista Alessia Pignatelli in qualità di curatrice grafica editoriale, pittrice e scrittrice, ha elaborato le grafiche delle copertine con l’inserimento dei suoi quadri: “L’incontro, L’unione, Il flusso della cultura, Il germoglio della consapevolezza, Sorgente di luce, Il bagliore della speranza e Voglia d’evoluzione” infondendo al progetto delle costruzioni insolite che coinvolgono l’arte pittorica su cognizioni ottiche davvero interessanti e originali.

PERCEZIONE, di Silvia De Angelis (Roma)

Focale percezione

dentro le mura astratte delle mie ciglia.

Accentua inaspettate forme nel pensiero

ribaltando un azzurro sotterfugio

in una profetizzante incandescenza

sui cardini della pelle.

Sembra quasi mirare

a un doloroso flagello.

Traverserà

il torace fiaccato

da un disavanzo della soglia

impreparata a spianare

le piaghe di un’ombra d’amore

che discosti la mano alla luna…

@Silvia De Angelis 2021

“Una questione di matematica”, di Salvatore Scalisi

Parker si sveglia di soprassalto. Il detective, disteso supino sul letto, non impiega molto a capire che si è trattato di un incubo, molto simile a quelli avuti in passato, con la sola differenza che questa volta il mostruoso insetto ha un nome e un volto: la sua ex professoressa di matematica. Il destino non è benevolo nei suoi confronti, mettendogli sulla strada una figura tanto lontana nel tempo e alquanto deleteria nella sua metamorfosi. Il detective pensa che al momento non è il caso, visto l’ora, di soffermarsi troppo sull’argomento e così, dopo aver guardato Norah al suo fianco che dorme beatamente, socchiude gli occhi provando a riaddormentarsi.

***

Alla fine è riuscito con fatica a riprendere il sonno, ma il risveglio non è tra i più felici; affrontare la giornata lavorativa dopo una notte da incubo non è il massimo che ci si può aspettare, quindi è opportuno rimboccarsi le maniche e tuffarsi nella quotidianità. Il lavoro è lavoro, ma darsi un appuntamento fuori dal centro abitato e in un posto isolato, all’interno di un piccolo casolare, è quanto meno insolito.

– Mi scusi per il luogo … – dice l’uomo, un distinto cinquantenne, con un’aria frastornata.

– Be’, non fa nulla – risponde Parker.

– Spero che non mi abbiano seguito. –

Parker l’osserva attonito.

– Di chi parla? –

– Dei miei nemici, i mostri. –

L’espressione del detective si fa sempre più perplessa.

– Mi faccia capire, chi sarebbero i nemici, i mostri come li chiama lei? –

– Sono dei mostri, che lei ci creda o no. –

Parker ha un gesto di incredulità.

– Non metto in dubbio la sua buona fede, ma io su questo argomento ho già i miei problemi … –

– Anche lei è perseguitato dai mostri? –

– In qualche modo, sì … mi dica piuttosto in cosa posso aiutarla. –

– Ad allontanarli e abbatterli se necessario. –

– Di chi sta parlando? –

– Dei mostri, naturalmente. È questo l’aiuto di cui ho bisogno, liberarmi da essi. Non so quanti siano, uno, due, forse tre o magari molti di più. –

– Ci risiamo … – si lascia sfuggire Parker.

– Cosa? – replica l’uomo.

– No, nulla, solo pensieri … senta, credo che lei abbia sbagliato persona, glielo dico con sincerità, io non posso darle nessun aiuto, sono un investigatore privato e non uno sterminatore di mostri. –

– La pagherò profumatamente. –

– Non è questione di denaro, ma di competenze, ed io ne ho abbastanza di mostri, alieni e quant’altro; perché è di questo che stiamo parlando, giusto? –

– Non lo so … –

– Ecco, tutto ritorna, io non sono adatto per questo tipo di lavoro e non posso darle nessun consiglio in merito se non di non perdere tempo inutilmente con me. Le auguro buona fortuna – dice Parker in procinto di porre fine alla conversazione.

– Lei non è tipo di tirarsi indietro, almeno da quello che ne so, perché dovrebbe farlo proprio con me? –

– Da qualche parte bisogna pur iniziare, ed è toccato a lei, mi dispiace. –

– Potrebbe pentirsene … la mia vita è in pericolo. –

– No, non ci casco, questo è un ricatto vero e proprio. Nulla di personale, mettiamola così, diciamo che sono strapieno di impegni e di conseguenza non sarei per lei un buon investimento. La ringrazio per la fiducia, augurandole nuovamente buona fortuna. –

L’ABBANDONO (vernacolo), di Silvia De Angelis

Quanno devi da subì ‘n‘abbandono d’amore

cerchi de penzà che è solo ‘n sogno

e che dopo tutta qua fagottata de bene

vissuta core a core

nun è possibile  esse lasciati soli

drento ‘na via che nun cià più colori.

L’anima cià ‘no strappo

che te leva quasi er respiro

‘ntorno te gira tutto

e nun riesci a racapezzatte

su quer momento gnobile che stai a vive.

Giri e rigiri senza riuscì a raggionà

ricordanno quell’attimi segreti

cor sentimento genuino

che t’hanno fatto cresce

e diventà  ‘na donna vera.

Te pare de vedè quer viso perzo

dapertutto, ma è solo ‘n’illusione menzognera

‘n preda a un male che te logora

e  un te fa campà

t’empari a nun volè più bene e

e a rallegratte solo co’ te….

@Silvia De Angelis

L’ABBANDONO (traduzione)

Quando subisci un abbandono d’amore

cerchi di pensare che sia solo un sogno

e che dopo tutto quel mondo di bene

vissuto cuore a cuore

non è possibile essere lasciati soli

dentro una via che non ha più colori.

L’anima subisce uno strappo

che toglie quasi il respiro

intorno ti gira tutto

e non riesci a orientarti

su quel momento ignobile che stai vivendo.

Giri e rigiri senza riuscire a ragionare

ricordando quegli attimi segreti

col sentimento genuino

che ti hanno fatto crescere

e diventare una donna vera.

Ti sembra di vedere quel volto perso

dappertutto ma è solo un’illusione menzognera

in preda a un male che ti logora

e non ti fa vivere

impari a non voler più bene

e a rallegrarti solo con te stessa…

8^ Ragunanza di poesia, narrativa e pittura, Rita Stanzione

Nell’Antica Vaccheria di Villa Pamphilj ritornano i raduni ispirati a Cristina di Svezia

Torna finalmente in presenza la cerimonia di premiazione dell’ottava Ragunanza di poesia, narrativa e pittura ideata e promossa dall’associazione Le Ragunanze con i patrocini morali del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Golem Informazione, Associazione culturale Euterpe, Leggere Tutti, WikiPoesia. I vincitori saranno premiati domenica 2 ottobre dalle ore 10 nell’Antica Vaccheria di via Vitellia 102, a Villa Pamphilj, Roma.

La Giuria presieduta da Roberto Ormanni (Direttore di Golem Informazione, scrittore), Michela Zanarella (Presidente del Premio, giornalista, scrittrice), Giuseppe Lorin (attore, scrittore, Vice Presidente Le Ragunanze), Elisabetta Bagli (scrittrice, Presidente di Latium), Fiorella Cappelli (giornalista, scrittrice, responsabile della promozione della rivista Leggere Tutti), Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, Presidente di Euterpe) e Serena Maffia (scrittrice, giornalista, Centro Poesia Roma) ha lavorato con impegno nella valutazione delle opere ritenendo meritevoli per la sezione poesia a tema natura al primo posto “I fiori delle dune” di Alessandro Izzi (Gaeta, Latina), secondo posto “Pura crisalide” di Manuela Magi (Tolentino, Macerata), terzo posto “Nobiltà calpestata” di Rossana Bonadonna (Roma).

Menzioni d’onore per “Dall’Argentino al Dolcedorme” di Mario De Rosa (Castrovillari, Cosenza), “Il pettirosso e la speranza” di Giovanni Battista Quinto (Pisticci, Matera), “Mediterraneo” di Giulia Maria Sidoti (Barcellona P.G., Messina), “Nello specchio dei desideri” di Lucia Izzo (Roma), “Lungo il confine” di Laura Tommarello (Roma).

Per la sezione libro edito poesia primo posto “Del nostro stare al mondo” di Laura Pezzola (Roma), secondo posto “Genesi della memoria” di Raed Anis Al-Jishi (Arabia Saudita); le traduzioni in italiano delle poesie sono a cura di Claudia Piccinno, terzo posto parimerito: “Controfobie” di Antonio Corona (Torino) e “Da quassù (La terra è bellissima)” di Rita Stanzione (Roccapiemonte, Salerno).

Menzioni d’onore per “La geometria dei girasoli” di Pietro Catalano (Roma), “Borghes (Voci)” di Stefano Baldinu (Bologna), “Epimeleia” di Guido Tracanna (Roma), “Clic” di Johanna Finocchiaro (Torino), “Dove i clown sono tristi” di Sara Comuzzo (Udine), “Canto del vuoto cavo” di Francesca Innocenzi (Cingoli, Macerata), “Preghiera in gennaio” di Rosaria Di Donato (Roma).

Per la sezione libro edito narrativa primo posto “La donna del pittore” di Anna Hurkmans (Roma), secondo posto “Anima, sii come la montagna” di Paolo Borsoni (Ancona), terzo posto “Per le vie di Monteverde” di Giada Carboni (Roma).

Menzioni d’onore per “Amori complicati” di Paride De Paola (Pozzilli, Isernia), “Maracaibo” di Flavio Dall’Amico (Marano Vicentino, Vicenza), “Fiore d’ombra” di Hilde Nobile (Roma), “Dove dormono le fate” di Cristina Biolcati (Ponte San Nicolò, Padova), “Il tuo libro filosofico” di Carmen Trigiante (Valenzano, Bari), “Human 1-2” di Alberto Umbrella (Roma).

Per la sezione pittura primo posto “Enigma foresta” di Alex Barbanti (Modena), secondo posto “Scegli adesso” di Angelo Franco (Torino), terzo posto “Polvere di stelle” di Bruna Milani (Roma). Menzioni d’onore “Gea” di Barbara Bartolomei (Firenze) e “Guardami” di Iolanda Morante (Avellino).

Targa Euterpe dell’omonima associazione per “Arabeschi di luce” di Maria Morganti Privitera (Barcellona P.G, Messina), Targa Presidente del Premio per “La luna sulle case popolari” di Gabriele Galloni (Roma), Targa Anastasia Sciuto 2022 a Valeria Almerighi, diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”.

Tra gli ospiti l’attrice Athina Cenci, madrina dell’evento, l’attrice Chiara Pavoni, l’attore Corrado Solari, il cantautore Alessandro Salvioli e il gruppo musicale Le Onde, composto da Robert James Hanrahan, Alessandro Pignoloni, Andrès Arce Maldonado, e la giovane Eleonora.

Roma, 23/09/2022 (informazione.it – comunicati stampa – arte e cultura)

https://www.informazione.it/c/342B5762-F7EB-45B4-B4B5-0E175A35C657/8-Ragunanza-di-poesia-narrativa-e-pittura?fbclid=IwAR3KaCiUMUfKKt51A9PSYnToxEPS2bJb9sGuduokB7apNAlErBfy6kO1jM0

Verlaine, il poeta Maledetto.

Paul-Marie Verlaine ( Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) è stato un poeta francese. Figura del poeta maledetto, Verlaine viene riconosciuto come il maestro dei giovani poeti del suo tempo.  È stato un esponente del Simbolismo francese e del Decadentismo europeo. Poeti come Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé e, appunto, Verlaine, indagavano l’ignoto scrutando nell’intima essenza delle cose, riuscendo a scoprire realtà nascoste agli uomini comuni. Erano dunque rappresentanti privilegiati dell’umanità che allo stesso tempo, però, non venivano compresi finendo per incarnare la figura dei poeti maledetti. È Rimbaud a parlare del poeta come un vero e proprio veggente capace di vedere oltre la realtà, al fine di comprendere l’abisso dell’ignoto, l’artista doveva infatti perseguire in prima persona lo sregolamento dei sensi, passando attraverso ogni forma d’amore, di eccesso, di sofferenza, di follia. Compì gli studi al liceo Bonaparte di Parigi; impiegatosi al Comune di Parigi, cominciò a frequentare gli ambienti letterari e pubblicò i Poèmes saturniens, dov’è sensibile l’influsso parnassiano, le Fêtes galantes (1869), più libere e fantasiose, e La bonne chanson (1870), raccolta di rime d’amore, rivolte alla fidanzata, Mathilde Manté, che sposò nel 1870, e da cui ebbe un figlio. Ebbe una relazione con A. Rimbaud, col quale fuggì da Parigi e dalla Francia, in completa rottura con la moglie; ma presto cominciarono i dissapori tra i due poeti, e Verlaine., ubriaco, sparò due colpi di rivoltella contro l’amico, riportandone (1873) una condanna, scontata in Belgio, a due anni di prigione durante i quali convertì alla religione. Nonostante una seconda avventura (con un giovane, L. Létinois), proseguì nella sua lirica, venata di pentimenti religiosi, turbata da morbosità decadentistiche, in uno stile che esprime le più segrete e remote vibrazioni dell’anima: Parallèlement (1889), Bonheur (1891), Liturgies intimes (1892). Dopo un periodo di vagabondaggi e di miserie, si stabilì definitivamente a Parigi, godendo solo negli ultimi due anni di un generale riconoscimento come principe dei poeti. Dei suoi scritti in prosa, Les poètes maudits (1884) ebbero una grande eco nella critica militante;

Noi saremo  è una delle poesie più celebri del poeta francese Paul Verlaine, contenuta nella raccolta La Bonne Chanson (1870). Verlaine,  è oggi riconosciuto come uno dei maggiori poeti della letteratura francese. Lo stile crepuscolare delle sue poesie ha fatto sì che la sua opera venisse spesso accostata a quella dei pittori impressionisti. Fu Verlaine stesso a coniare l’espressione di Poètes maudits (poeti maledetti, Ndr) per descrivere se stesso e la sua cerchia di amici artisti che, come lui, respingevano le regole della società e conducevano uno stile di vita provocatorio. Nous serons è una profonda dichiarazione d’amore che il poeta scrisse per la moglie Mathilde Mauté, sua fresca sposa. L’autore in questi versi descrive un amore duraturo capace di resistere alle intemperie della vita e sembra voler consolare la propria sposa, giurandole eterna fedeltà.
Verlaine pare legittimare l’esistenza del suo amore, opponendo la forza di un sentimento puro a un mondo che sempre più spesso respinge, giudica e invidia senza alcuna nobiltà d’animo. La lirica è densa di immagini metaforiche che evocano sensazioni rasserenanti e consolatorie: l’amore avvolge gli amanti come un bosco dalle ampie fronde, i loro cuori cinguettano all’unisono e la loro reciproca fedeltà ricopre i loro corpi come una dura corazza.
Alla crudezza del mondo esterno i due amanti oppongono il sorriso; nulla sembra poter scalfire la sintonia quasi paradisiaca tra due anime. Erroneamente tuttavia spesso i lettori associano questa poesia ad Arthur Rimbaud, grande e folle amore di Verlaine.

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

  • Vero? Anafora che si ripete quasi a autoconvincersi dei suoi stessi pensieri. Versi d’amore gioiosi e idealizzati, in quanto il poeta aveva un’idea molto libera dell’amore. Infatti  scappò poi con Rimbaud, vivendo varie passioni in una continua, costante ricerca di emozioni nello stile eccessivo e sregolato dei poeti maledetti ma scrivendo versi meravigliosi.

OTTO Luce e ombra: Jean Christophe Casalini, il sound dello scrittore. Terza parte

OTTO Luce e ombra: Jean Christophe Casalini, il sound dello scrittore. Terza parte

Date: 24 settembre 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

Inferno

Canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. Dante Alighieri

Art. di Marina Donnarumma Iris G. DM

OTTO Luce e ombra

Io sono una cacciatrice di interviste, individuo il bersaglio e gli sparo un intervista.
Vado curiosando, leggendo per scovare qualcuno che soddisfi la mia vena di impicciona della parola. Con Jean Christophe Casalini non è andata proprio cosi, mi ha scovata lui per leggere le mie poesie. In un primo momento sono rimasta interdetta, sorpresa che qualcuno le avesse notate e poi leggerle. Credo che abbia dato una bel colpo alla mia autostima, perchè lui le poesie non solo le legge, le viviseziona per poi commentarle. I suoi commenti scandagliati, profondi, una sorta di psicoanalisi del pensiero poetico, per cercare quell’essenza, quell’io profondo che fa di noi persone uniche ed originali. Jean Chistophe, non scrive di poesia, lui scrive libri surreali a sfondo violento e psicologico, libri distopici, ma ama la poesia, la declama, la commenta.
Lui è uno spirito poliedrico, dire solo che scrive libri è estremamente riduttivo, già a 16 anni compone il primo jingle pubblicitario, suona la chitarra, fa l’attore e diventa il primo sound designer italiano. Il primo che intuisce la rivoluzione digitale acustica, portando il cinema italiano agli stessi livelli già sperimentati all’estero. Mi piace ricordare che nel 1997, inventa il suono del morso del Magnum, avete presente il gelato e il famoso ” croc” ? Ebbene l’ha ideato Casalini, ancora oggi viene usato nelle pubblicità. Ma io non sono qui per parlare della sua biografia, già molto esauriente, in questa pagina, ma di Jean Christophe come persona. Dietro ogni cosa nella vita, c’è una persona unica ed ineguagliabile, come dire ogni volta si rompe lo stampo. Dietro i libri che scrive c’è una persona e allora domandiamoci chi sia!
Casalini ama tutto ciò che fa, tutto ciò che fa, lo fa con grande entusiasmo, dedicando tutto se stesso. Lui sceglie quello che vuole fare e lo fa bene, ieri come sound designer, oggi come scrittore. I suoi libri, in qualche modo, sono” ciò che pensa”, Nel suo ultimo libro Hypnos, Adam il personaggio, anche nel nome, ha un significato spirituale. Adam ” Adamo ” il primo uomo della terra, e anche in Hypnos il primo uomo che prende coscienza e per la salvezza del resto del genere umano, sacrifica se stesso fino alla morte, una morte che lo immortala, più che fosse vivo. Un libro da leggere, una scrittura fluida e percettibile, lo leggi di un fiato, scorrevole come una fonte d’acqua. Studioso appassionato tra un immutabile eterno e misterioso e l’universo mortale e finito. Alla ricerca dell’anima, appassionato di poesia perchè alcuni l’anima ce l hanno dentro e poi riescono a scriverlo. Un ricercatore del dentro, dell’interiorità. Casalini razionale, sognatore, ambientalista, perfezionista, precisino, una personalità eclettica, dotato di grande sensibilità e umanità. Lui stesso è un ”sound” la sua vita molto articolata, segnata in qualche modo, dalla morte della madre, donna bellissima e di grande talento come pittrice.. Nel 2000 realizza il suo primo libro”CA43” sulla sua splendida madre, che non ha mai voluto esporre le sue opere, quadri bellissimi dove tutto è interpretativo e sentito, una pittura che è poesia.
Poi accade qualcosa nella sua vita, che lo cambia e gli fa un ulteriore salto, che lo porta ad indagare quell’anima di cui diventa fortemente appassionato, e a quel creatore che ci ha generato. Qualche anno fa ebbe un incidente gravissimo, decise di non lavorare più come sound designer, ma dedicarsi e dare priorità a cose che prima aveva sottovaluto.
Allora nasce la sua attività di scrittore a corpo pieno, in lui c’è un pò di” Adam”personaggio tormentato del suo libro, ma dalla grande consapevolezza e determinazione e soprattutto di grande coraggio. Leggetelo Jean Christophe Casalini, sorprendente, scorrevole, la musica comunque non l’abbandona, lui dirige l’orchestra della sua vita, un motivo appassionato in cui si butta. In Casalini sono condensate due vite, forse anche una in più, per quest’uomo che dorme poco e coltiva senza tempo le sue passioni, mettendo tutto se stesso.
L’intervista è limitativa, la sua vita è un concentrato di vite, di esperienze che fanno di lui una persona tutta da scoprire. Casalini potrei definirlo una sinfonia, dove tutti gli strumenti suonano, e fanno di lui un artista a tutto tondo.
Veramente un piacere conoscerlo.

OTTO Luce e Ombra. Jean Christophe Casalini Nuova edizione

OTTO. Luce e Ombra di J.C. Casalini (nuova edizione)
Sinossi
.OTTO, un illusionista deluso dai suoi continui fallimenti,
stringe un patto con la propria immagine riflessa nello
specchio animata di vita propria.
Tornato sulle scene, riuscirà a domare la luce e a coinvolgere
gli spettatori perché dietro al compromesso per giungere al
successo planetario, si nasconde l’intento perverso del suo
alter ego.
Il lato oscuro dell’illusionista verrà smascherato da Anna, la
sua compagna, e dall’intuito di un investigatore che indaga su
alcuni crimini, all’apparenza, impossibili e surreali di un
assassino invisibile.
Un romanzo soprannaturale dal ritmo incalzante e frenetico,
tra omicidi, show ed eventi demoniaci, dove la ragione è
sopraffatta dall’incertezza che ruota attorno alla nuova vita di OTTO

OTTO. Luce e Ombra di J.C. Casalini (nuova edizione)
Incipit
OTTO
«Tu…» esclama con astio Otto, «Tu… non hai alcun diritto di
dirmi questo! Lo sai che sto facendo il possibile!».
Rimane immobile davanti alla specchiera del bagno a mirare il
suo riflesso, attraverso il vapore del proprio respiro condensato
nel freddo pungente in casa.
È pieno di rabbia contenuta e compressa dentro al suo fisico
atletico. Contrae i muscoli mimici della mascella, punta l’indice
contro la superficie argentea e aggrotta la fronte per apparire
più aggressivo nel pronunciare una risposta a un ipotetico
commento sul suo conto.
Insoddisfatto della sua interpretazione, ripete il passaggio
enfatizzando ogni sillaba, agitando pure le braccia per dare
risalto alla sua battuta:
«Tu non hai alcun diritto di dirmi questo! Lo sai che…».
J.C. Casalini
3
«È tutto okay, Otto?» la voce allarmata di Anna giunge attutita
oltre la porta.
Otto si ridesta dal suo drammatico futuro immaginario,
fingendo ora di sembrare il più normale possibile:
«Sì, Anna… Dammi il tempo di farmi la barba!».
«Sbrigati che siamo già in ritardo!».
Dimentico del suo turbamento, si spalma la crema da barba e
procede con la rasatura, alternando il risciacquo del rasoio usa
e getta, con automatica gestualità sotto al rubinetto aperto. Si
ferma a un certo punto come ipnotizzato, non tanto per la
schiuma raccolta all’interno del lavandino che sembra una
cometa di ghiaccio che turbina e gravita dentro al vortice
originato dal risucchio della piletta, quanto per il neo sul collo
che esige la sua concentrazione finale; la massa epidermica
attorniata dai peli della barba è un denso e singolare punto nero
che, oltre a compromettere la simmetria perfetta del suo viso
ovale e calvo, ha la forza di attirare e trattenere il suo sguardo.
Materia oscura, visibile.
Ogni mattina, Otto deve prestare attenzione a quella
presuntuosa macchia per non reciderla. Con una smorfia
laterale, mette in evidenza il neo per focalizzarlo nello specchio,
poi impugna il rasoio per prepararlo al suo volo radente e
rasente.
Le sue pupille si dilatano.
Trattiene il fiato e ricerca il dettaglio infinitesimale per
calcolare la pressione ottimale in base a una ipotetica angolatura
della lama sul punto di impatto. Coglie con stupore il suo
riflesso abbozzare un’espressione di spavento diversa dalla sua
per una frazione di secondo, ma è quanto basta per aggiungere
una piccola esitazione temporale e vanificare la precisione del
taglio.
«Ahi! Dannazione!» esclama, lasciando cadere il rasoio a terra.
Un rivolo di sangue scorre dal neo ferito e aggiunge colore rosso alla pelle chiara, al lavello, all’acqua, alla schiuma cometa.

OTTO Luce e Ombra sta per uscire in nuova

edizione con Kindle Publishing (Amazon) dopo il mio recesso dal contratto con il primo editore. Veste nuova, quindi nuova copertina. Uscita prevista a fine settembre in versione italiana e inglese. Entro fine anno in francese.

OTTO Luce e Ombra è un romanzo surreale, oscuro, violento, psicologico dove l’ego individuale esprime la sua massima potenza…

  • So che stai progettando un sequel di ” OTTO”

“ci sarà un sequel?” Sì, ci sto lavorando. Uscita prevista in versione italiana per la fine del 2023, inizio 2024 salvo imprevisti e impegni.

di HYPNOS no, poiché essendo una storia conclusa dopo vari anelli temporali, rischierebbe di diventare una storia eterna. Il finale non a caso è nudo, crudo, un pugno in faccia… un risveglio alle nostre credenze a cui non serve aggiungere altro.

  • Che dire? Aspettiamo curiosi il sequel e ovviamente per chi non lo avesse letto ”OTTO” direi di rimediare, leggerlo immediatamente. Lo stile di Casalini, fluido, scorrevole, incisivo ci porterà in un solo respiro fino alla fine.
Jean Christophe Casalini

https://www.jccasalini.com/

https://vimeo.com/jeanchristophecasalini

Intervista prima parte: Jean- Christophe Casalini: Il sound dello scrittore. https://alessandria.today/2022/09/21/jean-christophe-casalini-il-sound-dello-scrittore/

Seconda Parte:

L’intervista, Jean Christophe Casalini. Seconda parte: il sound dello scrittore https://alessandria.today/2022/09/23/lintervista-jean-christophe-casalini-seconda-parte-il-sound-dello-scrittore/

Art. di Marina Donnarumma Iris G. DM

Arco, 5 marzo 1932 di Scipione Gino Bonichi

Genio italiano, più conosciuto come pittore.

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Gino Bonichi, in arte Scipione, pittore e poeta, è nato nel 1904 e morto nel 1933.

Tutto sta saldo, attaccato forte. Tutte queste piante vivono, diventano grandi.

I rami crescono a caso nel tronco eppure obbediscono a voleri precisi, perché si allargheranno così e non di più, tanto per dare a quell’albero la fisionomia che lo farà conoscere. Ognuno ha un suo ritmo come tutte le creature del mondo. Bisogna essere quel ritmo, quella creatura e non diventare un’altra cosa.

C’è una parte dell’albero che non prenderà mai il sole e in quel posto crescono i licheni e certe piantine di velluto che ne ammorbidiscono la consistenza. Lo sguardo del sole indurisce.

Credo che i tronchi degli alberi sono rotondi perché l’aria li tocca da tutte le parti.

Quando si taglia un albero grande avviene questo: che il nutrimento che veniva dalla terra non verrà più e l’albero morirà…

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UN GIORNO QUALSIASI, di Silvia De Angelis

E’ tardissimo e, come sempre debbo recarmi in ufficio al centro della città, sempre caotica e difficilissima da gestire in tutte le ore della giornata.

Infilo velocemente un abito e finisco di truccarmi, per non sembrare “una mummia imbalsamata”, visto che ancora sonnecchio in piedi, e mi reco, al parcheggio dell’auto, per iniziare con la prima tappa del nuovo dì.

La macchina fa un po’ di capricci, prima di mettersi in moto, ma poi conoscendomi, sa che non posso permettermi di restare a terra e quindi, timidamente dà i primi segni di vita….

Il traffico è pazzesco, ma non amo correre, e tanto meno fare scorrettezze alla guida, quindi rassegnata, e con i pensieri un po’ dappertutto, proseguo il tragitto.

Giunta quasi a destinazione, mi rendo conto, che nella notte, è stata completamente cambiata la segnaletica stradale, e come se non bastasse sono stati eliminati tantissimi parcheggi adibiti ai dipendenti del Comune.

Mi sento quasi svenire, di fronte a quella inaspettata visione…..ma come sempre, quando mi trovo in difficoltà, cerco di rimanere calma, elaborando una probabile soluzione del momento.

In questo caso non sembra arrivare e inizio a girare dappertutto, con la speranza di trovare posticino per la mia modesta utilitaria….ma purtroppo non intravedo il ben che minimo parcheggio.

Improvvisamente vedo un’autovettura fare retromarcia, e davvero incredula, mi precipito in quei pressi, aspettando che “il mio angelo custode” esca e liberi il posto per me.

Finalmente sistemo il mio veicolo e, guardando l’ora, mi rendo conto di essere appena in tempo per prendere possesso della mia scrivania. Non faccio in tempo a incamminarmi quando vedo d’un tratto, precipitare la mia auto in una voragine senza fine…talmente profonda che la mia

utilitaria è diventata quasi un puntino per quanto è lontana……

Telefono subito alla mia metà, che in realtà è vicinissimo a me e mi dice che, nel sonno, mi sono particolarmente agitata……

Tiro un respiro di sollievo ,e mi rendo conto, di quanto la fantasia possa coinvolgerci in assurdi scenari, che al momento sono davvero privi di soluzione!

@Silvia De Angelis

La cena

Cosa c’è di meglio per festeggiare l’equinozio d’autunno di una bella cena romantica in giardino? 🍁🍂🍄💓🍁🍂💓🍄

Ho preparato un tavolo,
nell’angolo più bello
del mio giardino.
Al centro, un candelabro
rischiarerà le prime
ombre della sera e i
colori dell’autunno
faranno da cornice
alla nostra cena.
E guardandoci
negli occhi e
bevendo vino,
ruberemo un bacio.
E mentre lasci la
forchetta per
accarezzarmi la mano
tremanti già
pensiamo alla
notte che ci aspetta.

Imma Paradiso


Sergey Sviridov – gardens

“I colori dell’autunno” di Maria Rosaria Teni

Belli i colori dell’autunno
infiammati dall’ultimo sole

Malinconiche note
nelle foglie ramate
e un’estate che muore
tra vapori di nebbie
nei tramonti di fuoco

Dei ricordi sospiri
canti lievi al mio andare
tramutate in poesia
nostalgie di fanciulla
offuscate dal tempo

Belli i colori dell’autunno
negli anfratti cupi vellutati.

Maria Rosaria Teni

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Illusionista e visionario, Fabio Viale si inserisce tra i più noti  artisti contemporanei  coniugando nel marmo sacro e profano,Gabriella Paci

(Arezzo)

Fabio Viale è un artista che nasce nel 1975 a Cuneo e che studia all’Accademia delle Belle Arti di Torino dove dice di aver scoperto la sua vocazione scolpendo un blocco di marmo da cui era partita una scheggia: ovvero la scintilla di questa passione  nata, appunto, quando era un adolescente.

La sua carriera di scultore risale al 2009 ,anno in cui allestisce la sua prima mostra e che passa in città quali  San Pietroburgo, Mosca, New York, Monaco,Torino, Venezia, (58°biennale) Le Havre, Firenze,Pietrasanta e ultima ad Arezzo, nel 2022, dove durerà fino al 30 settembre.

Proprio la mostra con opere appositamente realizzate per la biennale di Venezia dal titolo High tide ovvero “Acqua alta” ha rischiato di veder danneggiate le sue sculture ,a causa dell’acqua alta entrata negli ambienti dell’esposizione,anche se poi sono state trasportate sane e salve a Firenze.

 Il titolo dato alla mostra di Venezia allude ai dannosi cambiamenti climatici che rischiano di stravolgere la geografia e gli ecosistemi di zone bellissime e uniche come,appunto,Venezia stessa e,ironia della sorte, si è verificato proprio durante la sua mostra un pericoloso innalzamento delle acque.

A Firenze  ha esposto le opere precisamente in Via della scala e in via Benedetta,sedi di Palazzo Poggiali . In quest’ultima sede Viali ha rovesciato 18 tonnellate di pietrisco e frammenti di sculture di marmo nella quasi totalità dei 15 metri della galleria,occupandone quasi tutta l’altezza . Azione questa chiamata root’la realizzata alle Cave di Gioia Colonnata a febbraio scorso.

A Pietrasanta ,la patria del marmo Truly, Davvero o Veramente lesculture occupano gli spazi cittadini quali piazza Duomo  e chiostro della chiesa di Sant’Agostino:opera appositamente realizzate e manufatti più datati a indicare un “percorso storico “ della sua arte. Anche qui si tratta spesso di sculture classiche come il David o la Venere di Milo le cui parti corporee sono  in parte ricoperte da tatuaggi e di oggetti comuni ,per decodificare la banalità del quotidiano e d indicarne una nuova dimensione suggestiva

L’operazione Root’la  di Firenzeè stata ripetuta nella chiesa sconsacrata di sant’Ignazio dove è stata  allestita una parte della mostra ad Arezzo che conta 40 opere dislocate tra la fortezza medicea,Sant’Ignazio ,la galleria comunale d’arte moderna e contemporanea oltre alle piazze antistanti la chiesa di San Francesco,il Duomo, san Domenico. L’arte,dunque,esce dalle sale ed invade la città. Ad Arezzo la sua esposizione si chiama “Aurum” e le opere contengono 1 grammo d’oro a simboleggiare la luce ma anche la tradizione della lavorazione dell’oro che ha caratterizzato l’economia aretina.

Un’arte che colpisce  stupisce perché la riproduzione di opere della classicità come la Venere di Milo ,il Lacoonte, o di Canova, come Amore e Psiche,vengono reinventate dai tatuaggi che le rivestono in parte e il colore nero ne altera la visione di alcune porzioni. Non basta : si tratta spesso di tatuaggi della mafia russa e,dunque, se il tatuaggio è già di per sé un atto di rottura,di dissacrazione della tradizione ,farlo con simboli della mafia russa diventa un atto di piena dissacrazione. Viale alterna  figure tipiche della tradizione tra cui anche busti e parti del corpo come mani che indicano, a pugni (segno del comando) a oggetti comuni come pneumatici, sacchi di carta, guantoni da pugile, barchette di carta o..pali come quelli fatti per la biennale che rende con una verosomiglianza al materiale  d’origine che sorprende davvero e che ci spinge ..a toccare gli oggetti per sincerarci del materiale di cui sono fatti.

Addirittura in alcune opere si imita perfettamente il polistirolo,accentuando in modo diverso, la rottura dell’uso di un materiale classico e  della contemporaneità.

Colpiscono anche “Le grazie “ gruppo scultoreo di 3 donne marocchine con il loro abito tradizionale che ne copre perfino il volto come fossero fantasmi che,ferme alla  fermata di un autobus,indicano la varietà del mondo o,forse, il viaggio che tutti compiamo verso una destinazione che,a prescindere dalla diversità,ci accomuna.

NECESSITA’ DI PRECE, Silvia De Angelis

NECESSITA’ DI PRECE00

Una postura primordiale

nella modalità d’impronte spirituali

concretizza l’urgenza

d’impaginare preci.

Nel preludio di mancati alfabeti

su falsariga d’un cantico emotivo

traboccano istanze

stimolate da un travaglio

oltre il rantolo d’universo

nel rituale effetto logico d’un’illusione

galleggiante nel vuoto

@Silvia De Angelis

https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico, di Antonino Salsone

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico.

Il mito sul “pomo della discordia” è davvero affascinante: alle nozze di Teti e Peleo non venne invitata Eris, la dea della discordia, che per vendicarsi dell’offesa subita si presentò comunque al banchetto e gettò in mezzo agli invitati una mela d’oro da destinarsi alla più bella delle convitate.

Atena, Era e Afrodite, che litigarono fra loro ciascuna vantando la superiorità della propria bellezza, finalmente si accordarono affinché la dorata meraviglia fosse assegnata da un giudice imparziale, il principe troiano Paride. Il giovane scelse Afrodite e da quel momento in poi una profonda discordia divise le tre dee e portò alla rovina di Troia.

Il mito greco tratta la discordia, cioè il comportamento di chi, con subdola consapevolezza e unicamente per soddisfare i propri fini egoistici o della propria ristretta cerchia, o, peggio ancora, per saziare la famelica invidia che è innaturalmente provata da chi vive nell’odio verso chi vive nell’amore e nell’armonia, vuole dividere, disunire, smembrare, insomma vuole portare il contrasto.

La storia è maestra nel descrivere i tanti volti della discordia: nei tempi passati i regnanti usavano portare la divisione tra i nobili promettendo ai più poveri di spirito tra essi, diamanti, oro e argento, feudi sempre più vasti e titoli sempre più altisonanti. Filippo il Macedone e Luigi XI di Francia, ad esempio, facevano largo uso della discordia (quest’ultimo amava dire “diviser pour règner”). E i nobili non arguti e non illuminati ci cascavano, si dividevano e si combattevano. Così il regnante poteva continuare a regnare.

Persino la Chiesa e gli ordini cavallereschi facevano largo uso di porpore, tuniche, medaglie, grembiali e altri ammennicoli attrattivi per concupire l’ego del malcapitato e acquistarne docilmente l’accondiscendenza e la fedeltà.

La discordia, purtroppo, continua a serpeggiare tra gli uomini e conserva la sua forza corruttrice pure nel nostro tempo. Miete le sue vittime anche nelle famiglie, travolgendo i legami di sangue, di amicizia e di idee, dividendo i figli dai genitori e i fratelli dai fratelli, ingannando gli amici e facendoli divenire nemici.

Chi la porta lo fa con subdola consapevolezza per continuare a regnare, mentre chi la subisce non si accorge che si tratta solo di un misero pomo e di nient’altro.

Ma gli dei furono magnanimi e assieme al veleno crearono anche l’antidoto.

L’amore e la saggezza di Zeus donarono ad Ares e Afrodite una figlia, Harmonìa, la dea della concordia e dell’armonia. E di questo dono – antidoto l’Uomo, se vuole, può berne a sazietà. Così facendo può giovarsi dell’energia feconda che la dea effonde, può lavorare e plasmare la propria coscienza, può rendere il proprio animo insensibile al richiamo delle mortifere sirene, può difendere la propria dignità rifiutando il dono velenoso e, sopra a tutto, può restare unito ai propri compagni di viaggio (genitori, fratelli, amici, compagni di ideali) con i quali, sino all’arrivo della discordia, ha vissuto in pace, unità e amore.

Di fronte a una falange di Uomini legati tra loro da sentimenti granitici di unità e armonia la discordia nulla può ed Eris è destinata alla sconfitta.

FOGLIE, Augusta Del Corso

FOGLIE, Augusta Del Corso

FOGLIE

L’estate al mio paese

li ritrovavo tutti

a rotolarci 

nel granturco sgranato

a correre nel viola

odoroso di trifoglio…

sotto la luna a spannocchiare

al suono vagabondo di un’armonica.

Ma il vento bussa a cancellare

voci, sembianze, colori.

E’ il vento che porta

lontano le foglie…

non sa giocare

ma striscia

lungo i muri la notte,

senza lasciar traccia

se non lo schiaffo

gelido, sorpreso

che non dà scampo

un mulinello,

un soffio più freddo

che reca lo schiocco

di porte sbattute

nello scippo

d’un ora inattesa.

Foglie schiacciate

sui vetri appannati

ma solo per poco

che lasciano il dubbio

d’averle mai viste.

Soffio di foglie

nell’ultimo volo

che le disperde…

frantumi, ricordi,

fantasmi, ostaggi del vento…

Foglie…

Soltanto foglie…

Augusta Elena Del Corso

22 Settembre 2022

Diritti Riservati

Basterebbe di Adriana Lisboa

Scrittrice, poetessa, cantante dal Brasile

Avatar di almerighialmerighi

Adriana Lisboa (1970) è una scrittrice brasiliana. È autrice di sette romanzi e ha anche pubblicato poesie, racconti e libri per bambini. Scritti originariamente in portoghese, i suoi libri sono stati tradotti in più di una dozzina di lingue.

Basterebbe
un tempo senza scadenza
aperto come ali
senza sorrisi utili 
o documenti da approvare. 
Un divario tra due congratulazioni
e compromessi – per esempio
(pensando a) al confine con
Buenos Aires: poeti
Borneo: primati
che entrano nell’idea di queste cose.
Basterebbe un tempio,
il cielo cobalto che mi ignora
radici che penetrano muri
meno che residui.
Basterebbe sottrarre
eventi moventi: come abbiamo sempre saputo,
basterebbe.

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L’IMPREVEDIBILE, di Silvia De Angelis

L’imprevedibilità della vita, è il verificarsi di situazioni “speciali”, a cui, molto spesso non eravamo preparati e quindi, nel viverle, abbiamo avuto un forte disagio interiore o solo della di meraviglia.

Ognuno di noi affronta gli imprevisti in modo totalmente diverso; naturalmente i fattori che influiscono ai vari tipi di atteggiamento sono svariati (tipo di personalità, esperienze precedenti, cultura, educazione e via dicendo), in ogni caso si mettono in gioco fattori molteplici, come la positività e la negatività individuale, che daranno corso a un iter mentale davvero esclusivo.

Credo che la persone sempre ben disposte a trovare dei lati buoni, o eventualmente risolvibili, in ogni situazione, vivano meglio, e risolvano favorevolmente i problemi, per quella carica e forza interiori che dànno la possibilità di proseguire il percorso su un tracciato mentale più lineare, anche se qualche folata d’ansia farà capolino, di tanto in tanto, in quel momento difficile.

Le persone che, contrariamente, “sono catastrofiche” e avvertono un malessere, in qualsiasi evento, in cui la vita li sceglierà, come protagonisti, secondo me,  “si faranno del male da soli”. Infatti sono abilissimi a cercare il lato peggiore d’ogni fatto, definendo, con il loro cuore, il lato più tragico che l’esistenza abbia messo in serbo per loro.

Credo, o forse sbaglio, che oltre a far vivere in equilibrio, il pensiero positivo faccia  avvicinare di più alla realtà episodi buoni, mentre, al contrario un pensiero malevolo faccia piroettare, verso di noi, come un boomerang di ritorno di cose spiacevoli….

Del resto, c’è di mezzo anche il fato, che credo, in parte, abbia in serbo per noi un certo tracciato, dal quale, a parte i nostri sforzi più profondi, per la buona sorte, non possiamo allontanarci di molto….e quindi accettarlo in ogni caso!

@Silvia De Angelis

Lucia Triolo: vibrazione

conta le pecore in fila
no, smetti,
è solo declino!

i tuoi zigomi non sono pecore al pascolo
abitudini ereditate a mille e a mille,
espressioni del volto a giocattoli rotti

svezzato il tuo nome dalla
tua leggenda 

non serve ritrovare un filo
per cassetti disordinati
scompagnate distanze
già affondate nel cuore

lascia l’ultima vibrazione:
ogni giorno é
un commercio di sussurri tra
le fibre di una fune

L’intervista, Jean Christophe Casalini. Seconda parte: il sound dello scrittore

L’intervista, Jean Christophe Casalini. Seconda parte: il sound dello scrittore

Date: 23 settembre 2022 Author: irisgdm

articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Jean Christophe Casalini

Presentazione:

Io sono una cacciatrice di interviste, individuo il bersaglio e gli sparo un intervista.
Vado curiosando, leggendo per scovare qualcuno che soddisfi la mia vena di impicciona della parola. Con Jean Christophe Casalini non è andata proprio cosi, mi ha scovata lui per leggere le mie poesie. In un primo momento sono rimasta interdetta, sorpresa che qualcuno le avesse notate e poi leggerle. Credo che abbia dato una bel colpo alla mia autostima, perchè lui le poesie non solo le legge, le viviseziona per poi commentarle. I suoi commenti scandagliati, profondi, una sorta di psicoanalisi del pensiero poetico, per cercare quell’essenza, quell’io profondo che fa di noi persone uniche ed originali. Jean Chistophe, non scrive di poesia, lui scrive libri surreali a sfondo violento e psicologico, libri distopici, ma ama la poesia, la declama, la commenta.
Lui è uno spirito poliedrico, dire solo che scrive libri è estremamente riduttivo, già a 16 anni compone il primo jingle pubblicitario, suona la chitarra, fa l’attore e diventa il primo sound designer italiano. Il primo che intuisce la rivoluzione digitale acustica, portando il cinema italiano agli stessi livelli già sperimentati all’estero. Mi piace ricordare che nel 1997, inventa il suono del morso del Magnum, avete presente il gelato e il famoso ” croc” ? Ebbene l’ha ideato Casalini, ancora oggi viene usato nelle pubblicità. Ma io non sono qui per parlare della sua biografia, già molto esauriente, in questa pagina, ma di Jean Christophe come persona. Dietro ogni cosa nella vita, c’è una persona unica ed ineguagliabile, come dire ogni volta si rompe lo stampo. Dietro i libri che scrive c’è una persona e allora domandiamoci chi sia!
Casalini ama tutto ciò che fa, tutto ciò che fa, lo fa con grande entusiasmo, dedicando tutto se stesso. Lui sceglie quello che vuole fare e lo fa bene, ieri come sound designer, oggi come scrittore. I suoi libri, in qualche modo, sono” ciò che pensa”, Nel suo ultimo libro Hypnos, Adam il personaggio, anche nel nome, ha un significato spirituale. Adam ” Adamo ” il primo uomo della terra, e anche in Hypnos il primo uomo che prende coscienza e per la salvezza del resto del genere umano, sacrifica se stesso fino alla morte, una morte che lo immortala, più che fosse vivo. Un libro da leggere, una scrittura fluida e percettibile, lo leggi di un fiato, scorrevole come una fonte d’acqua. Studioso appassionato tra un immutabile eterno e misterioso e l’universo mortale e finito.

Alla ricerca dell’anima, appassionato di poesia perchè alcuni l’anima ce l hanno dentro e poi riescono a scriverlo. Un ricercatore del dentro, dell’interiorità. Casalini razionale, sognatore, ambientalista, perfezionista, precisino, una personalità eclettica, dotato di grande sensibilità e umanità. Lui stesso è un ”sound” la sua vita molto articolata, segnata in qualche modo, dalla morte della madre, donna bellissima e di grande talento come pittrice.. Nel 2000 realizza il suo primo libro”CA43” sulla sua splendida madre, che non ha mai voluto esporre le sue opere, quadri bellissimi dove tutto è interpretativo e sentito, una pittura che è poesia.
Poi accade qualcosa nella sua vita, che lo cambia e gli fa un ulteriore salto, che lo porta ad indagare quell’anima di cui diventa fortemente appassionato, e a quel creatore che ci ha generato. Qualche anno fa ebbe un incidente gravissimo, decise di non lavorare più come sound designer, ma dedicarsi e dare priorità a cose che prima aveva sottovaluto.
Allora nasce la sua attività di scrittore a corpo pieno, in lui c’è un pò di” Adam”personaggio tormentato del suo libro, ma dalla grande consapevolezza e determinazione e soprattutto di grande coraggio. Leggetelo Jean Christophe Casalini, sorprendente, scorrevole, la musica comunque non l’abbandona, lui dirige l’orchestra della sua vita, un motivo appassionato in cui si butta. In Casalini sono condensate due vite, forse anche una in più, per quest’uomo che dorme poco e coltiva senza tempo le sue passioni, mettendo tutto se stesso.
L’intervista è limitativa, la sua vita è un concentrato di vite, di esperienze che fanno di lui una persona tutta da scoprire. Casalini potrei definirlo una sinfonia, dove tutti gli strumenti suonano, e fanno di lui un artista a tutto tondo.
Veramente un piacere conoscerlo.

Jean Crhistophe Casalini

L’Intervista:

  • Sei nato in una casa di artisti, tua madre pittrice, tuo padre regista, tu stesso sei stato precoce, dal mondo della recitazione, nel mondo del sound designer. Hai dimostrato molto talento in questa cosa che poi hai lasciato, mi domando il perché!

Ho sempre lasciato ogni esperienza artistica quando ho ritenuto di aver raggiunto il potenziale della mia offerta, o della domanda del mercato. Erano tutte esperienze partite per hobby che poi ho coltivato e assecondato seguendo l’interesse e le richieste dei clienti. Quando notavo che la mia propositività veniva messa in secondo piano per soddisfare solo gli aspetti tecnici o, peggio, economici, ho sentito spegnere ogni volta la mia passione. Questa trappola, in cui cadono molti, non è facile da superare perché devi rimetterti in gioco ogni volta, rinunciando alla zona di confort di una posizione di mercato consolidata e guadagni certi, che non sono mai facili quando si parla di lavoro come artista.

Ricominciare da capo, significa lottare per emergere sopra il rumore bianco dei desideri di tutti di poter lavorare avendo il piacere di soddisfare una propria creatività. Il mercato pubblicitario mi piaceva perché spietato da questo punto di vista. Escludeva il qualunquismo e cercava talenti capaci di accompagnare con freschezza le idee creative. Era sempre un gioco di squadra multimediale tra creativi, regista, produttori, troupe, post produzione dove ognuno dava sempre il massimo di sé, sperimentando tecniche sempre nuove. Era l’apoteosi della perfezione raggiungibile da parte di ogni professionista coinvolto con la tecnologia disponibile in quel momento

È stato così fintanto che il marketing e gli uffici acquisti non hanno prevalso sull’arte, sbilanciando di fatto un equilibrio creativo. Le logiche dei numeri (prezzi, sconti) hanno soffocato ogni mia motivazione, poiché per chi lavorava come me oltre 12 ore al giorno sempre in urgenza per le messe in onda, riteneva che la mancanza di libertà dovesse essere adeguatamente ricompensata. Ho pertanto seguito il mio bisogno di liberarmi per non restare imprigionato nel degrado creativo e del mio tempo non più apprezzato, seguendo le indicazioni degli eventi che si susseguivano offrendomi ogni volta una via di fuga e che ho saputo interpretare anche soffrendo.

  • Quale è stato l’episodio che ha segnato profondamente la tua vita e segnato un cambiamento?

Sarebbero tanti e tutti legati ad ogni mio cambiamento

È stato come se gli episodi mi suggerivano una porta che si apriva oppure una porta che stava per richiudersi. Ho però notato come questi eventi avessero sempre maggiore impatto. È un po’ come se ogni episodio fosse sempre stato commisurato alla forza necessaria per scuotermi, e quindi sempre maggiore ad ogni mio momento della vita sempre più piena. Non per ultimo l’incidente in moto quattro anni fa; sono stato tamponato e vivo – a detta di tutti – per miracolo. È stato un evento drammatico che mi ha segnato decisamente fino a coinvolgere e stravolgere i miei affetti, il mio impegno professionale, le mie passioni, i miei ritmi. L’impatto in questo caso mi ha fermato il tempo necessario per comprendere il senso della sofferenza come necessaria per un cambiamento radicale e di buttarmi pienamente nella scrittura che chiedeva con sempre maggiore forza la sua attenzione.

  • Ogni scrittore sceglie il proprio genere di scrittura e tu certamente non sei uno scrittore mieloso, quando c’è di te nei tuoi libri?

Ho sempre agito controcorrente perché seguo l’ispirazione che mi giunge senza badare se sia quello che richiede il mercato. Mi ritengo uno scrittore surrealista. Mi divertono le esasperazioni per rivelare la parte oscura in ognuno di noi o nei livelli strutturati della nostra società attuale. Questa mia qualità mi permette di cimentarmi anche in generi diversi, dal noir alla fantascienza, intesi come sottogeneri del surrealismo. Non è detto che in futuro io non proponga qualcosa di mieloso se utile a comunicare qualcosa! Ora che me lo hai suggerito… C’è molto da rivelare al lettore perché possa essere sollecitato a sua volta nello scoprire che la vita non va vissuta in una continua zona di confort; non c’è sviluppo se si asseconda sempre e soltanto il proprio desiderio di ricevere ciò che è comodo percepire. Ecco perché i libri che scrivo, così come i miei racconti che ho sempre scritto, sin da ragazzo a oggi, e che sto raccogliendo per la mia prossima uscita, scuotono le fondamenta della realtà illusoria in cui viviamo.

  • Cosa pensi di te?

Uh!? Interessante. Cosa penso di me? Nella terza domanda mi chiedevi quanto c’è di me nei miei libri. Ebbene sì! C’è tutta la mia esperienza dei continui cambiamenti che mi hanno portato a essere la persona che sono stato, che sono e che sarò. Sono il continuo risultato delle mie stesse provocazioni, dei miei errori e dei continui discernimenti sul divenire perché io possa procedere in contatto con la parte più profonda del mio ‘io’, inteso come il potenziale della mia frazione di anima dell’unità persa, dispersa nel Grande Mare dove tutti nuotiamo. Per questo sento di avere grande senso di responsabilità verso la collettività. Se guardo invece alla mia persona nella sua individualità terrena, mi fa sorridere perché ne colgo le sue vulnerabilità e le sue qualità. Mi diverto perché ho sempre qualcosa da correggere dentro di me. Mi sento come il cubo di Rubik con i colori che vanno rimessi in ordine in ogni lato. A volte sento di esserci vicino, ma poi basta una reazione impulsiva per mettere in discussione la centratura. E allora riparte un gran lavoro sul perché, come, quando e dove per evitare che riaccada. È già buona cosa che io me ne accorga e che ci rida ogni volta sopra. Come dire… non mi annoio mai con me stesso!

  • In ogni cosa che fai metti il tuo massimo, per fare così non trascuri nulla?

Beh… Qualcosa va sacrificato. A volte è il tempo necessario, a volte gli affetti. Tendo a organizzarmi per priorità cercando di accontentare tutti, me compreso. Non sempre ci riesco, ma chi mi capisce sa perdonarmi. Sono i miei parenti stretti, gli amici, gli affetti. Chi sa del mio costante impegno, comprende la mia generosità. Quello che perdo nel tempo, ho scoperto essere le relazioni pretenziose che rubano energia e attenzione agli altri, ritenendosi più importanti.

  • ritornando sui tuoi libri, scrivi storie particolari, distopiche, penso anche proiettate in un futuro non molto lontano. Secondo te siamo già in questo futuro dove l’uomo è inebetito , globalizzato, spersonalizzato?

HYPNOS è un romanzo distopico. È una metafora del nostro presente dove i socials attuali vengono sostituiti da un’unica applicazione onirica chiamata appunto HYPNOS, dentro cui gli utenti condividono i propri sogni. È il controllo delle menti di chi ha interesse a uniformare il consumatore per diventare consenziente e accomodante. Cosa c’è di diverso dalla nostra realtà attuale? Nulla! Viviamo già nella finzione perché siamo tutti condizionati dal nostro bisogno di condividere le nostre illusioni o apparenze di una vita migliore di quella che viviamo.

È la trappola del nostro software mentale che ci spinge a cercare il piacere e a fuggire dal dolore, riducendo il nostro libero arbitrio a metà delle possibilità e quindi a cogliere la realtà non nella sua totalità. Ecco perché la nostra esperienza di vita terrena è illusoria quando non comprendiamo come avvengono le scelte! Il romanzo esaspera la situazione attuale dove la bramosia del piacere agisce sempre e soltanto nel proprio interesse. Per i grandi gruppi economici, e quindi dei soci azionari, il piacere deriva dal profitto e, quindi, dai dividendi che permesso tacitamente perché in tanti investono sui titoli, piccoli e grandi risparmiatori. Siamo complici del nostro sfacelo. I socials, oggi, limitano le informazioni attraverso l’oscuramento di post anti conformisti per indirizzare il nostro pensiero in una unica opinione di massa assecondante e soprattutto non critica.

Attenzione, il pensiero unico di un ordine nuovo globale non significa intento comune. C’è una grande differenza! L’intento può essere benevolo anche se i pensieri sono diversi, mentre il pensiero unico limita ogni intenzione nel ristretto raggio di azione, dove i poteri economici hanno interesse a indirizzare il consumatore. È la logica del gregge di pecore e capre rinchiuse nei recinti del mercato, dove la ‘mano invisibile’ suggerita da Adam Smith di un controllore automatico (o divino per chi crede) dei prezzi e della qualità dell’offerta è diventata l’estensione del lungo braccio della speculazione finanziaria, non di certo altruistica. Quale è il rischio descritto in HYPNOS? La tecnologia odierna è già in grado di riconoscere le aree del cervello attivate in base a una parola o una immaginazione attraverso il flusso di sangue rilevato dalla risonanza magnetica. Gli esperimenti hanno dimostrato che anche alcuni pazienti in coma vivono le stesse sollecitazioni di esseri attivi. Inoltre si è riusciti a immettere segnali visivi, al momento ancora alonati, a chi ha limitazioni visive.

Siamo agli inizi della nuova rivoluzione connettiva biofisica esterna-interna che passerà dagli stimoli alle sollecitazioni del cervello, una volta compreso pienamente come avviene a livello infinitesimale il flusso visivo e acustico (i due sensi principali). Non ci vorrà molto perché si possano cogliere le prime immagini dei sogni. In HYPNOS descrivo il grande flusso di denaro riversato nella prossima frontiera comunicativa perché asseconderà il desiderio di poter cogliere ogni scelta, addirittura nel subconscio, quando ancora deve diventare conscio, anticipando il volere del consumatore e, da lì, potendo condizionarne il desiderio con il giusto innesto di immagini subliminali.

  • Quale è la parte oscura di te e che ti fa paura?

La mia parte oscura è l’ego che ognuno di noi ha dentro di sé. Riconoscerlo è fondamentale per liberarsi dai condizionamenti delle nostre pulsioni o attitudine distruttive che non ci consentono una disponibilità amorevole verso l’altro e una corretta interazione con la natura benevola e circolare. È un processo molto difficile poiché quando cerchiamo la nostra parte oscura lo facciamo, appunto, con la nostra ragione controllata dal nostro ego; esso non ammetterà mai i propri difetti ma solo quelli degli altri. Si confonde con il tuo ‘io’ soggiogato dal suo potere.

Scoprire che l’ira, l’avarizia, la superbia (presunzione, arroganza), invidia (gelosia), l’accidia, la lussuria e la gola sono i suoi piaceri che alimentano la sua forza, comprendi il disastro di ogni esistenza terrena piombata nell’oscurità sotto la sua manipolazione. Non ne ho più avuto paura dopo averlo riconosciuto dentro di me, ho lavorato molto sulla sua attitudine e oggi so domarlo abbastanza bene. Non abbasso mai la guardia e mi pongo sempre nel dubbio poiché il mio ego esterna ancora qualche stupida reazione, ricordandomi che non ho raggiunto la perfezione. In questi casi, cerco di comprendere quale sia stato lo stimolo a scatenare la sua reazione per evitare che possa accadere di nuovo. Oggi mi è pure simpatico e ci rido sopra.

  • Stai bruciando tantissime tappe, sempre con il tuo incredibile entusiasmo e vivacità, sei una fonte inesauribile che zampilla dovunque, il tuo fine? I tuoi desideri, i tuoi sogni veri

Il mio fine? Ne ho fatto la mia missione verso gli altri e questo mi da grande motivazione. Scrivo per comunicare ciò che mi giunge per ispirazione. Lo faccio con le mie qualità narrative con il fare di un canale ricevente e trasmittente allo stesso tempo. Non mi considero un sognatore. Sono più un visionario, se devo trovare un termine che mi si addice: sono più che certo che l’umanità arriverà alla perfezione. Utopia e anarchia, oggi guardate con sospetto, verranno raggiunte ad un livello umano evolutivo altissimo nei prossimi secoli.

Abbiamo due vie per riuscirci: attraverso la consapevolezza dell’amore e la responsabilità verso l’altro ed evitare ogni disastro, oppure subire il continuo dramma delle proprie illusioni, dei propri insuccessi con i conseguenti contraccolpi fino ad obbligarci al conseguimento, ma con continua sofferenza. Io agisco nell’ambito della prima soluzione perché eternamente più piacevole…

Jean Crhistophe Casalini. La Felicità
  • Vorrei conoscere il tuo concetto di felicità.

Siamo talmente immersi in noi stessi, che limitiamo il concetto solo nelle cose terrene. Ero così anche io, intrappolato nel mio desiderio del piacere, convinto che fosse la chiave della felicità, poiché entrambi il ‘piacere’ e la ‘felicità’ sono appaganti. Ma hanno una terribile e temibile differenza. Mentre la felicità è un’onda lunga di gioia, il piacere ha un decadimento molto veloce, una volta soddisfatto. Si finisce per cercarlo di nuovo credendo che la somma dei picchi emotivi del piacere ripetuto possa emulare la felicità, ma ogni volta si rimane con la delusione nel sentire la mancanza riaffiorare nuovamente.

Sono per esempio: la trappola dell’alcol, delle droghe, del sesso, del lavoro eccessivo, del guadagno! Sono tutte assuefazioni che portano alla distruzione di sé stessi e del tuo mondo attorno. Il mio concetto? È quello che molti insegnamenti spirituali suggeriscono: la felicità è nella connessione con gli altri, quando ti prodighi per esaltare le qualità degli altri. È un livello di elevazione dove non esiste la competizione, questa così osannata nelle economie legate al denaro. In termini economici potremmo parlare di circolarità, di eguaglianza di forma e rispetto con la natura che ha cicli circolari, dove ogni elemento si contribuisce per sostenere l’altro in un reciproco equilibrio. La felicità si percepisce nella collaborazione, nella mutua responsabilità fino all’intento comune benevolo per arrivare all’unità dove il grado di felicità più elevato sfocia alla gioia eterna.

Sublime concetto di felicità, in cui io aggiungerei, io inguaribile romantica la frase di Hermann Hesse” Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto dell’anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita: Felice è dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è il desiderio divenuto saggezza; l’amore non vuole possedere, vuole soltanto amare”

www.jccasalini.com

https://vimeo.com/jeanchristophecasalini

Prima parte:

Jean- Christophe Casalini: Il sound dello scrittore. https://alessandria.today/2022/09/21/jean-christophe-casalini-il-sound-dello-scrittore/

Articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Benvenuto autunno

Il 23 settembre, alle tre di notte, l’estate cederà il posto all’autunno, stagione che ci terrà compagnia per i mesi di ottobre, novembre e dicembre, quando meno fino al solstizio d’inverno atteso per il 21 dicembre. Se tradizionalmente l’equinozio d’autunno – il momento del passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale – cade il 21 settembre, quest’anno la fatidica data si sposta più in là: sarà il 23 settembre alle 3.03 ora italiana, per una serie di concause astronomiche e anche perché l’anno solare non coincide perfettamente con quello del calendario. Mentre la Terra percorre la sua orbita intorno al Sole, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre il nostro Pianeta si rivolge al Sole in modi diversi nel corso dell’anno, determinando il passaggio da una stagione all’altra. Il termine equinozio, in particolare, viene dal latino e significa “notte uguale”: questo perché, durante gli equinozi, la durata del giorno e della notte è la stessa (12 ore ciascuno) in tutto il mondo, visto che i raggi solari incidono perpendicolarmente all’asse terrestre. È quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore. Accade due volte l’anno, a sei mesi di distanza, a marzo e settembre del calendario civile. Di solito si fa coincidere l’inizio dell’autunno con il 21 settembre, ma l’equinozio d’autunno, per una serie di concause astronomiche, è previsto per il 23 settembre. Si tratta innanzitutto di una questione di giorni: anche se il nostro anno è composto da 365 giorni, la Terra ci mette 365,256 giorni a compiere un’orbita intorno al sole (365 giorni e 6 ore circa). Questo ritardo viene compensato dall’anno bisestile, che cade ogni quattro anni e che, aggiungendo un giorno al calendario, fa recuperare le 24 ore perse in precedenza. Ma l’equinozio d’autunno c’è tutti gli anni e, su di lui, questo ritardo “pesa”, provocando una variazione dei giorni (nel 2021, ad esempio, è caduto il 22 settembre). Nel corso del mese di settembre le ore di luce diminuiranno quindi progressivamente, fino a dicembre, in concomitanza con il solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno, previsto nel 2022 per il 21 dicembre. L’Equinozio è dunque davvero un momento particolare della natura che consente la vita sul nostro Pianeta.
Le foglie degli alberi cominciano a ingiallire, la natura si prepara ad andare a riposo, le giornate si accorciano e i progetti personali fervono. Nella tradizione druidica l’Equinozio d’Autunno viene chiamato Alban Elfed (Autunno, o «Elued», Luce dell’Acqua).
Esso rappresenta la seconda festività del raccolto, segnando per parte sua la fine della mietitura, così come Lughnasad ne aveva segnato l’inizio.Nella memoria di queste antiche popolazioni l’Equinozio autunnale veniva festeggiato col nome di Mabon: il giovane dio della vegetazione e dei raccolti. E’ il tempo di raccogliere dagli ultimi frutti ben maturi i semi che serviranno l’anno successivo a darci da mangiare.
E’ il tempo di essiccarli all’aria e all’ombra, di conservarli al buio e all’asciutto in sacchetti di carta con scritto il nome, aspettando la primavera per piantarli.
Per queste valenze simboliche in molte culture del passato l’equinozio assumeva valenze esoteriche e venivano celebrati al suo arrivo riti “misterici” di cui ben poco si sa proprio per il loro carattere di segretezza. La coscienza – conoscenza che se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto (Giovanni, 12, 24) estende il concetto di fertilità al ciclo eterno di Vita – Morte – Vita e alla consapevolezza che solo dalla morte può nascere una nuova esistenza, solo dalla decomposizione può risorgere il nuovo, il cambiamento. Per la tradizione cristiana il simbolo dell’equinozio è invece San Michele Arcangelo che separa l’estate dall’autunno, il bene dal male, purificando la natura ed eliminando le scorie negative accumulatesi nel tempo.

NAPOLI

Mattino d’autunno, Federico García Lorca

Che dolcezza infantile
nella mattinata tranquilla!
C’è il sole tra le foglie gialle
e i ragni tendono fra i rami
le loro strade di seta.

*Un’immagine molto serena come le giornate di questa stagione così particolare. Tempi di transizione, di trasformazione dove tutto rallenta per prepararsi al lungo inverno. Tempi in cui è più facile fermarsi in una riflessiva contemplazione della propria interiorità, magari raccogliendo quello che abbiamo seminato lungo il cammino.

Lucia Triolo; la custodia del cuore e quella cosa strana che è la fede

Lucia Triolo

Lucia Triolo legge Gitanjali di Rabindranath Tagore.

Introduzione

Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. 

La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore” (da: “Le più belle frasi e poesie di Rabindranath Tagore” di Fabrizio Caramagna, 14/2/2017 in Aforisticamente, aforismi, frasi e scritture brevi del XX secolo).


Lancio in aria la domanda del bambino, la getto in mezzo a una ridda di questioni nella e della nostra vita che la lacerano, riducendola a brandelli. Impunemente, avanzo solo una suggestione improponibile a noi consumatori del XXI secolo: e se noi, anche noi, tutti noi, fossimo, restassimo esito di un desiderio dentro un cuore? 

Forse quel desiderio che ciascuno di noi è, vive infinitamente nel cuore di un altro: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace. Ripetutamente vuoti questo fragile vaso, e sempre lo riempi di nuova vita” (Gitanjali p. 15: così alla domanda del bambino fa eco e insieme risponde l’inizio del primo dei canti di Gitanjali.                                                

Un piccolo libro?

Gitanjali (Offerta di canti) di Rabindranath Tagore, non è un piccolo libro a dispetto dell’esiguità delle pagine che lo compongono: “Pubblicata nel 1912 con un’introduzione del poeta irlandese William Butler Yeats(…), questa piccola antologia valse a Tagore il premio Nobel per la letteratura nel 1913”[dall’Introduzione italiana di Shantena (Augusto Sabbadini)].

Già la firma dell’Introduzione al testo inglese ci mette sulla strada dell’importanza di Gitanjali. E non si tratta nemmeno di un libro antico in base all’anno in cui fu pubblicato, all’argomento trattato o allo spirito che lo anima. Anche oggi, nell’alba grigia del nuovo millennio, sebbene con un linguaggio per certi aspetti diverso, il rapporto di questo mondo in disfacimento con un’ alterità (qualcuno o qualcosa) situata in un altrove, è avvertito con una sua bruciante attualità. Si tratta però di una attualità ferita, qualcosa come una piaga in cancrena per l’assenza di una medicamentosa risposta; è rimasta la domanda, se ne è perso l’ orizzonte. “Dove mi hai raccolto?” Il luogo dell’origine è altrove, ma si cerca un “altrove generante”, come un utero materno che ci trattenga quanto occorre dentro di sé. 

E, tuttavia, deve restare il luogo di un dislivello, di una differenza di piani incommensurabile, di un sopra (il generante) e un sotto (il generato). Qui torna a delinearsi la trascendenza. E poiché il pensiero laico dei nostri giorni (che ancora, per fortuna -e non so per quanto-, resta il nostro orizzonte), non può però accettare come generante un altrove situato in un dislivello ontologico, ecco che si ritrova, suo malgrado, insieme protagonista e vittima di un voltafaccia di cui è esso stesso autore: l’alterità generante in cui si incastra come in un chiodo la domanda sull’origine deve cercarsi e trovarsi in una sfera che resta comunque a disposizione dell’ indagine (scientifica, filosofica, socio-politica etc.) umana.

Ma dato che i canoni della ricerca vogliono che non si vada mai in pareggio e che rimanga sempre almeno una domanda senza risposta, in quel voltafaccia l’indagine sull’origine continuerà sempre ad insistere rimanendo inevasa.

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Cos’è la fede? Cosa significa credere, cosa comporta? In chi, perché, come, quando si crede? Queste alcune delle domande umane intorno all’altrove generante (“da dove sono venuto”) di cui prima dicevo.

Val la pena di notare che:

pesa con immutata forza, nel pensiero secolarizzato dell’occidente cristiano, il desiderio trattenuto che sta dentro questa sventagliata di interrogativi irrisolti; bisogna cercare di sapere e poi anche di capire trovando termini accettabili al nostro apparato mentale e emotivo: (“da dove sono venuto”);

quel che appare ostico, difficile da tollerare, è quel che ha costituito per millenni la fede in, e l’attrattiva per, una religione in cui il trascendente si fa immanente (la trascendenza immanente del cristianesimo, ad es.).

Nulla di tutto ciò in Gitanjali. A costituirne ancora l’attualità è proprio il fatto che in quella cosa strana che è la fede Tagore ci si trova dentro senza esservi mai entrato, così come ci si trova nell’aria o nel tempo. Non c’è un prima, non c’è un dopo per il suo credo: nella fede a la Tagore ci si muove come, appunto, ci si muove dentro l’aria. 

Questo perché il suo Dio non viene al mondo, non viene ad aggiungersi a noi nel nostro mondo: vi è già da sempre, insieme e non indipendentemente da noi. Ad andare a gambe levate è subito il rapporto classico tra trascendenza e immanenza: “eri un desiderio dentro al cuore”, gli abbiamo visto mettere in bocca alla madre. Nulla di mentale però che accompagni questo modo di stare-nell’ altro. E non perché non ne sia possibile una articolazione formale, ma perché è nell’esuberanza del cuore che se ne trova il senso e il gusto.

Sì, il senso e il gusto dell’unione: Dio è il compagno di giochi fin dalla nascita, un lui quasi nato con te, quasi nemmeno in Dio vi fosse un prima di te: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace” (p. 15), quasi la misura di Dio fosse e giacesse nella persona che ha nome Tagore.

“Quando giocavo con te non mi sono mai chiesto chi

 tu fossi. Ignoravo la timidezza e la paura e la mia vita

era esuberante.

All’alba come un compagno di giochi venivi a svegliarmi

e correvamo insieme di radura in radura” (p. 58).

Ma Dio è anche l’amato/amante in cui il vincolo di intimità produce reciprocità di aspettative e di comportamenti: Tagore sguazza in Dio come Dio sguazza in Tagore:

“Scendesti dal tuo trono e ti fermasti alla porta della mia

casetta.

Io cantavo in un angolo tutto solo, e la melodia colpì

il tuo orecchio. Scendesti e ti fermasti alla porta della

mia casetta” (p.35).

“…O signore di tutti i cieli, dove sarebbe il tuo

amore se io non ci fossi?

… Nel mio cuore è il gioco infinito della tua delizia. Nella mia

vita la tua volontà continua a prendere forma.

Per questo tu, che sei il Re dei re, ti sei ornato di

bellezza per catturare il mio cuore.

E per questo il tuo amore

si perde nell’amore del tuo amante,

dove tu ti manifesti nella perfetta unione dei due” (p. 40).

C’è un testo rivelatore, uno dei più concettualmente densi, nel quale Gitanjali celebra l’amore del suo amico per lui: l’amore vive anzitutto la spoliazione del sé e la rinuncia al proprio io. Lo riporto nei suoi tratti salienti:

“Che io debba tenere in gran conto il mio io e

volgermi da ogni parte, gettando ombre colorate sulla tua

radiosità – questo è il tuo maya.

Innalzi una barriera nel tuo proprio essere e poi

chiami a te il tuo sé diviso con una miriade di note:

questa separazione da te stesso si è incarnata in me.

In me vive la sconfitta del tuo io.

Il grande spettacolo di te e di me ha ricoperto

il cielo. Tutta l’aria vibra della nostra melodia e le ere

trascorrono nel nostro nasconderci e cercarci” (p.47).

“In me vive la sconfitta del tuo io.” 

Che più, quando l’io di cui si parla è quello di un Dio?

Qui, il rapporto d’amore, che ha molto di “a portata di mano”, di terreno, fatto di attese, nascondimenti e incontri, incontra bruscamente il proprio svettare intimo. Qualunque sia la natura di chi ama (sia quella di un dio o di un uomo), l’amore implica l’abbandono del proprio io, meglio la sua rottura. In questo quadro, non meraviglia che Tagore a tratti, non disdegni nemmeno di incarnare la figura femminile come quando ripropone, a modo suo, il ricordo della Samaritana. Ed è uno di quei testi in cui il riferimento è esplicitamente al Gesù di Nazareth ( cfr. p. 39).

Ciò non significa però un estraniarsi dal mondo, un vivere degli amanti in modo egocentrico l’esclusiva l’uno dell’altro. Tutt’altro, il compagno di giochi di Tagore non ama il mondo-astrazione, ama piuttosto, e molto, lo stare in mezzo agli uomini: tra i più poveri ed umili di essi; quelli che maggiormente hanno la concretezza della difficoltà del viaggio. È solo lì che lo si trova:

“Qui è il tuo sgabello e qui poggiano i tuoi piedi, dove

vivono i più poveri, gli infimi e i perduti.

Quando cerco di prostrarmi davanti a te, non riesco a scendere alla profondità dove i tuoi piedi riposano fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

L’ orgoglio non riuscirà mai ad avvicinarsi al luogo

dove cammini nei panni degli umili fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

Il mio cuore non sa trovare la via per raggiungere il

luogo dove ti accompagni ai negletti fra i più poveri,

gli infimi e i perduti.” (p. 19).

Come si vede, si tratta di un modo inedito e personalissimo di ricreare il senso della distanza tra l’ “essere nel mondo” e il “non essere del mondo”. 

Il mondo, nell’ottica di Gitanjali,  resta il luogo in cui noi siamo e non vi siamo estranei. Piuttosto, questo s^, vi siamo di passaggio. Ma il passaggio è il senso del nostro stesso modo di restare al mondo:

“ …nella morte lo stesso sconosciuto mi apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa vita,

so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro, per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro” (p. 58).

La morte non si gioca che nel cambiare il seno di allattamento.

Il problema al riguardo non è quello di prendere le distanze da ciò che ci circonda ma, piuttosto, lo si è visto, quello di prendere le distanze da noi stessi. Il viaggio che l’avventura terrena sempre implica è un viaggio per guardare con occhi che non sono i nostri, ma quelli dell’amico/amante, ciò che ci circondaE gli occhi dell’amico/amante ci sottraggono alle lusinghe da cui altrimenti potremmo essere attratti. La nostra resistenza a questo distacco ci allontana da lui. Gitanjali in proposito è drastico ed eloquente  

“Nel piacere e nel dolore non sono vicino agli

 uomini e perciò vicino a te. Mi ritraggo dal sacrificio

della mia vita e così evito di tuffarmi nelle grandi acque

della vita” (p.50)

Tanto più arriviamo direttamente a centrare il bersaglio amato quanto più riusciamo a fare a meno di tutte le liturgie: “Non lasciare che io costringa il mio spirito vacillante /a poveri preparativi per il tuo culto” ( p. 25).

La strada che così si imbocca ha un nome bello e sensuale; si chiama custodia del cuore. Il suo significato è immediatamente evidente.

“Non più parole rumorose, non più schiamazzi: così

vuole il mio Signore. D’ ora innanzi commercio solo in sussurri.

Il discorso del mio cuore si manifesterà nel mormorio

di una canzone.

Gli uomini si affrettano al mercato del re: tutti i

venditori e i compratori sono presenti. Solo io mi prendo

la mia intera tempestiva vacanza nel mezzo della giornata,

nel pieno dell’attività” (p. 55).

L’immagine del mercato è frequente ed eloquente in Gitanjali; è la metafora del luogo in cui deve avvenire l’incontro con l’amante: dentro la sua confusione, dentro la sua capacità di distrazione bisogna trovare lo spazio per l’amore: “No, non chiuderò mai le porte dei miei sensi. Le gioie della vista, dell’udito e del tatto saranno la tua gioia” (p. 48). 

Come dire che a Dio ci si arriva così come siamo e abitando i luoghi in cui abitiamo. Ma, dentro questi luoghi, il cammino da percorrere è insieme invisibile e infinito: “Il viaggio più lontano è quello che ti avvicina a sé stesso” (p.20) e il mezzo per giungervi, assai poco consono certo alla ingordigia esperienziale dei nostri giorni, è quello spogliamento dagli sguardi inutili e dagli orizzonti superflui in cui consiste la custodia del cuore

E, del resto, la riproposizione dell’ev-angelo, della buona notizia del re che si innamora della pastorella e per farla sua, la innalza al suo livello, è il messaggio precipuo della religiosità che è espressa magistralmente da Tagore nei canti di Gitanjali.

CANTI di GITANJALI

                             8

“Il fanciullo ornato di abiti principeschi e di collane

preziose perde ogni piacere nel gioco: l’abito lo ostacola

a  ogni passo.

Per timore di strappare o di impolverare il vestito,

si tiene lontano dal mondo e ha paura anche solo di

muoversi.

Madre, la tua prigione di gioielli non è un beneficio,

se ci separa dalla sana polvere della terra, se ci

priva del diritto di entrare nella grande fiera della

comune vita umana” (p. 18).

                            11

“Lascia perdere queste cantilene questi rosari!

Chi veneri in questo solitario angolo scuro di un tempio le

cui porte sono tutte chiuse? Apri gli occhi e guarda: il

tuo Dio non è davanti a te!

È dove il contadino zappa la dura terra e dove lo

spaccapietre lavora sulla strada. E’ con loro sotto il

sole sotto la pioggia e il suo abito è coperto di polvere.

Togliti il sacro manto e con lui e come lui scendi sulla terra

polverosa!

Liberazione? Dove pensi di trovare questa liberazione?

Il nostro signore stesso si è già gioiosamente

addossato i vincoli della creazione e si è legato a noi

per sempre.

Esci dalle tue meditazioni e lascia perdere i fiori e

l’incenso! Che male c’è se i tuoi abiti si strappano e si

macchiano? Vai incontro a lui e restagli accanto nella

fatica e nel sudore della fronte” (p.19).

                            95

“Non ero cosciente nel momento in cui varcai la soglia

di questa vita.

Quale potere mi fece aprire in questo vasto

mistero come una gemma si schiude nella foresta a

mezzanotte?

Quando il mattino guardai la luce sentii in un

attimo che non era uno straniero in questo mondo, che

l’imperscrutabile senza nome né forma mi aveva accolto

fra le braccia nelle sembianze di mia madre.

Così pure nella morte lo stesso sconosciuto mi

apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa

vita, so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro”(p. 57-58).

Poesia e cibo, quando i versi cantati durante i convivi elevavano lo spirito.

La più antica tradizione ellenica raffigura il poeta come un essere soprannaturale, in stretto rapporto con la divinità che lo ispira. Tra le genti antiche la poesia fu ricchezza d’immaginazione e canto, e ritmo, e attraeva, e affascinava, e commuoveva, poiché eccitava nello stesso momento la fantasia ed il sentimento. Ed i poeti apparivano circonfusi di un’aureola di sacralità. Per gli antichi la poesia era dono divino ed il vate era profeta-poeta. Egli parlava perché riceveva l’ispirazione, come se una potenza sovrumana lo insufflasse, secondo l’opinione, anzi la convinzione, diffusa di quei tempi. Pertanto, questo termine di uso corrente, “ispirazione” , richiama alla memoria quelle epoche remote in cui si credeva che il poeta ottenesse la sua facoltà poetica da una divinità che gliela infondeva. La poesia antica nasceva dal medesimo stupito fantasticare di un pensiero primitivo e ingenuo, che si lasciava avvincere dalla meraviglia davanti ad una natura incomprensibile e a tutti quei fenomeni, apparentemente inspiegabili, che potevano atterrire o riempire di estatica ammirazione. Così anche per Democrito la poesia è essenzialmente ispirazione. Dice infatti: “tutto ciò che il poeta scrive con entusiasmo e divina ispirazione è certamente molto bello”. Parlando di Omero dice che “ egli poté comporre poemi così magnifici e vari, perché aveva sortito una natura ispirata”.
In latino poesia si dice “Carmen” proprio perché veniva cantata accompagnandosi con degli strumenti nelle funzioni religiose o durante i banchetti.
Questi dieci versi dell’Odissea ci presentano un banchetto. In questo momento è Ulisse che si rivolge ad Alcinoo, re dei Feaci, e gli dice che questo è per lui il momento più bello, il momento in cui gli sembra di raggiungere la felicità: cioè ora che si è riuniti in un convito mentre il popolo è in pace e con il vino e con il canto di un aedo ci si ricrea lo spirito che, non più legato alla preoccupazione del sostentamento del corpo, può dedicarsi ad altro. Il vino e la musica dell’aedo hanno qui un significato quasi simbolico, di elevazione spirituale, appunto, dell’uomo. La poesia cantata dall’aedo assume una connotazione quasi soprannaturale attraverso le parole di Ulisse: “simile nella voce agl’immortali”

NAPOLI

A lui rispose il paziente Ulisse:
“Possente Alcinoo, fra i mortali insigne,
cosa bella è ascoltare un gran cantore,
simile, nella voce, agl’immortali;
non v’è, per me, più amabile diletto
d’allor che tutto il popolo s’allieta
e i convitati, nella sala assisi
un presso all’altro, ascoltano l’aedo
e le mense si stendono dinanzi
ben ricolme di pani e di vivande
e il coppiere dall’urne attinge il vino
e lo viene mescendo entro le coppe:
non v’è, per me, più amabile diletto”.

*Ecco che nell’antica Grecia tutto assume un altro significato rispetto ai tempi medioevali. La poesia accompagnava il cibo mettendo pace e gioia negli animi. La ricchezza del banchetto e la melodia dei versi erano un mezzo per elevare lo spirito, non certo un peccato da condannare.

La Vergine, la Cerva, il Lebbroso di Marya Zaturenska

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Marya Zaturenska (1902- 1982) è stata una poetessa ucraina naturalizzata statunitense.

Sono sempre lì:
la vergine spaventata presso la fontana che arde,
il lebbroso che ascende per la scala fatale,
la cerva bianca come il latte perduta tra i monti ferini.

Non li senti piangere?
Disperazione e vergogna, estremo senso
di sventura, che discende dall’innocenza,
reietti allo sguardo gentile della pietà.

Plano sull’ombra del loro dolore;
invoco i frontalieri del destino
angeli del tuono e della pioggia
fate in modo che pietà malata non mi corrompa.

La Terra li rinnega;
io respingo e supplico, la terra spinge, supplica:
“O miserabile, non orlare di macchie la mia veste
cela la silente ferita che sanguina”.

Ma non siamo perduti pure noi?
Naufraghi nel diluvio vivente del tempo?
Spesso, dal blu ingannevole del cielo
non piove altro che sangue.

Quando il rifugio ci è apparso prossimo e l’amore possibile,
quando si sono spalancate…

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