Merana (AL) venerdì 19 agosto 2022 debutta RETE TEATRI con lo spettacolo
LASCIA CHE SIA FIORITO… Fabrizio De Andrè e Luigi Tenco tra le ombre di Spoon Riverregia di Paolo La Farina
19 agosto 2022 – Merana (AL) – ore 21.15 – Torre di San Fermo
Se Fabrizio De Andrè e Luigi Tenco, incontrandosi di nuovo, facessero una passeggiata a Spoon River… quali “gocce di splendore” ci potrebbero regalare? Questo spettacolo di teatro e musica mette in scena alcuni dei personaggi delle poesie di Edgar Lee Masters raccolte nel meraviglioso volume “Antologia di Spoon River”, e alcuni brani delle canzoni di Fabrizio De Andrè della raccolta “Non al denaro, non all’amore né al cielo” insieme a brani di alcune canzoni di Luigi Tenco che potrebbero essere veramente ispirate ad alcuni dei personaggi dell’antologia. La musica, la scenografia, le interpretazioni attoriali e le canzoni ci trasportano in un mondo straordinario tanto affascinante quanto reale, in cui le storie sono di grandissima e sorprendente attualità. In scena Paolo La Farina e Monica Massone interpretano la storia dei personaggi, mentre il M.o Benedetto Spingardi interpreta con tastiere e voce alcune delle indimenticabili canzoni di F. De Andrè e di L. Tenco.
Ci sono queste persone e poi ci sono tutte le persone speciali, che non sono citate in questo racconto, ma che sono in piazza ogni giorno a manifestare e non mollano. Persone che non devono essere solo ringraziate per quello che hanno fatto. Ma devono essere incoraggiate, incitate e aiutate per quello che stanno facendo e continueranno a fare per loro stessi, ed, in modo forse inconsapevole, per tutti noi. Gli operai Whirlpool di Napoli che stanno resistendo sono il simbolo di coloro che in questo paese non vogliono arrendersi all’egoismo, all’incapacità e all’arroganza di chi si crede più forte. Ce la faremo!Non molliamo.Ce la faremo!.
Lorenzo Rossomandi – Scritti
L’alba stava arrivando. Non sembrava essere un’alba molto diversa da quella del giorno prima e, probabilmente, neanche da quella successiva. Un’alba comunque un po’ particolare per Napoli. Faceva freddo. Anche se era ancora novembre e anche se la settimana prima il termometro segnava 20 gradi all’ombra.
Eppure quell’alba sarebbe stata per Nico l’inizio di un giorno importante. Avrebbe guadagnato le sue prime diecimila lire. Non erano tantissime, ma erano importantissime per lui. Sapeva che a casa sarebbero state accolte come qualcosa di preziosissimo. Già si immaginava i volti inizialmente sorpresi, poi via via sempre più felici e gioiosi di sua madre e suo padre. Avrebbe detto loro di averli guadagnati scaricando mattoni per dei muratori. Pensò che forse erano troppe diecimila lire, allora si disse che qualcosa si sarebbe inventato. Sapeva che la cosa era pericolosa. Sapeva che i suoi genitori non avrebbero approvato. Che per loro saperlo pagato da “quelli” sarebbe stata una vera e propria vergogna. Ma alla fine aveva deciso di farlo, di seguire Carmine in quel tipo di lavoro. Carmine glielo aveva detto tante volte che con “quelli” si guadagnava bene e il lavoro non mancava. Alla fine aveva ceduto. Voleva dare la svolta alla propria condizione e a quella della sua famiglia. Lo faceva anche per rabbia. La rabbia per aver visto suo padre ammazzarsi di lavoro e ricevere in cambio una vita di rinunce.
Con il vento freddo che pareva volesse distruggergli le orecchie, si incamminò verso il porto. L’appuntamento era lì. Doveva essere puntuale. Carmine si era raccomandato. Né prima né dopo. Alle sette.
Mancavano ancora venticinque minuti all’ora prevista ed era praticamente arrivato.
Si fermò, girò l’angolo e si allontanò dal punto previsto per l’incontro. Poi si fermò di nuovo, c’era un bar lì vicino. Entrò dentro per riscaldarsi un po’. Resistette alla tentazione di un caffè. Ancora i soldi non li aveva. Sarebbero arrivati. Ma ora non ne aveva da spendere.
Si guardò intorno. Una ragazza e un ragazzo erano seduti ad un tavolino parlando sottovoce. Tre uomini stavano mangiando brioche e bevendo i loro cappuccini al banco. Il barista preparava un caffè con l’espressione del volto seccata, probabilmente per il quarto uomo che continuava a parlargli di calcio. Nico si pentì di essere entrato sapendo di non poter consumare, ma il piacere che gli provocò il calore dell’ambiente gli ricordò il motivo della scelta. Finse di sostare aspettando qualcuno guardando fuori, poi si avvicinò ad un tavolino. Sfogliò distrattamente il giornale mentre il suo cuore cominciava a dargli qualche segnale di disagio riguardo ciò che stava facendo. Cominciò a pensare a ciò che gli avrebbero potuto chiedere in cambio di quelle diecimila lire. Pensò a suo padre, alla tenacia con cui aveva portato avanti la propria famiglia nonostante tutte le difficoltà. Ma in modo onesto. “Devi sempre poter guardare negli occhi chiunque senza vergognarti” gli diceva spesso.
Guardò di nuovo il suo orologio che sua zia gli aveva regalato per la prima comunione. Mancavano quindici minuti. Forse era il momento di avviarsi? No! Ancora cinque minuti.
Guardò di nuovo fuori dalla vetrina. Il tipo che parlava di calcio si era zittito. Ma solo per un momento. Aspirò una boccata dalla sigaretta che teneva tra pollice e indice. Poi, spegnendo la cicca nel portacenere e soffiando via il fumo dai polmoni, esclamò: «beh, io vado al colloquio, fatemi gli auguri.»
Uno dei tre uomini al banco si girò verso di lui e gli disse: «Non mi dire che alla fine dovrai lavorare.»
«Lo spero!» rispose l’uomo, trascurando l’ironia neanche tanto velata della frase. «Quel posto in fabbrica mi serve come il pane.»
«Ma quanti ne assumono?» chiese il barista, che nel frattempo aveva cambiato espressione.
«Settanta, e senza bisogno di esperienza. Per questo ci spero».
Si abbottonò il giubbotto preparandosi ad uscire.
Si stava avvicinando a Nico.
Nico pensò di fermarlo.
Adesso gli era accanto.
Nico rimase immobile.
L’altro lo oltrepassò.
Stava per afferrare la maniglia.
Nico prese fiato e gli chiese:
«Dove assumono?»
Il tipo si voltò, lo guardò e poi rispose: «Alla Ignis… che non li senti i giornali radio?»
Nico iniziò a riflettere.
Velocemente.
C’era un lavoro da prendere.
Era giovane, aveva possibilità.
Ma non c’era alcuna certezza che le cose sarebbero andate bene.
Il “lavoro” di Carmine era sicuro.
Il lavoro alla Ignis sarebbe stato onesto.
Ma non era sicuro.
Guardò l’orologio. Mancavano otto minuti.
Doveva prendere una decisione velocemente.
Fino a un minuto prima era sicuro di ciò che voleva.
Adesso no.
Doveva pensare. Doveva scegliere.
Sicurezza ma malavita, o sorte ma onestà.
Pensò a Carmine, alla sua moto, al suo orologio.
Poi pensò agli occhi di suo padre.
Li immaginò pieni di lacrime per quello che suo figlio sarebbe diventato.
Gli autori nella storia dell’ umanità hanno sempre preso spunto dalle emozioni, più l’ emozione è forte e più riescono a elaborare un romanzo di alto livello. Alcuni autori dopo un periodo di depressione sono riusciti a rialzarsi e ad arrivare al successo ispirandosi a quel periodo, altri meno. Molti dei nostri poeti più famosi soffrivano di depressione. Emily Dickinson, Edgar Allen Poe, Tennessee Williams ed Ernest Hemingway, per citarne alcuni, sono tutti famosi quasi tanto per le loro lotte con la depressione quanto per il loro dono della poesia. La poesia ha il potere di mostrare una significativa profondità di emozioni mentre porta alla luce l’oscurità interiore. I greci consideravano le biblioteche luoghi curativi per l’anima. Letteratura e poesia, infatti, possono essere ottimi strumenti terapeutici per superare una forma depressiva, perché un libro è più di un semplice rifugio. La depressione colpisce almeno 300 milioni di persone in tutto il mondo. Ciò include persone di tutte le età e provenienti da ogni regione del mondo. La buona notizia è che sono emerse opzioni di trattamento efficaci a causa di questo problema diffuso. La poesia ha un modo unico di esprimere pensieri e sentimenti legati alla depressione. Può essere accattivante, stimolante e straziante quando il lavoro ti consente di relazionarti con il dolore, il dolore o la disperazione. Molti hanno trovato leggere o scrivere poesie come un modo per aiutarli a far fronte. Inoltre, opzioni come lavorare con un professionista autorizzato alla salute mentale, farmaci antidepressivi e apportare cambiamenti positivi allo stile di vita sono metodi efficaci per vivere una vita sana e libera dalla depressione. Esistono diversi tipi di depressione e diversi livelli. Una certa depressione è attribuita a uno squilibrio chimico nel cervello. Può anche essere ormonale, ereditario o il risultato di un trauma. Il bipolarismo è un disturbo dell’umore in cui la depressione è uno dei sintomi significativi. Le persone che sono bipolari sperimentano alti e bassi estremi nei loro comportamenti d’umore. Virginia Woolf e Sylvia Plath ne soffrivano come testimoniano le loro poesie. Giovanni Pascoli uno dei migliori autori della storia italiana, ha vissuto una vita molto complicata, oltre alla morte dei propri genitori e dei fratelli, da ragazzo durante gli studi universitari venne arrestato per le idee politiche. Durante la prigionia durata due mesi cadde in depressione. Edgard Allan Poe, uno degli scrittori più famosi dell’ 800′, famoso per aver creato il genere Horror; Poliziesco e Giallo. Ha vissuto una vita complicatissima, influenzando i propri romanzi, tanto che i suoi racconti si ispiravano proprio alle sue vicende. Ha sofferto così tanto che Baudelaire disse che Poe fosse nato sotto il segno della sfortuna, tutti questi avvenimenti drastici, oltre che a portarlo alla depressione lo fecero cadere anche nell’ alcolismo, andando a vagabondare per la città, si abbandonò totalmente a se stesso.
Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) è stata una poetessa e scrittrice statunitense. Conosciuta per le sue poesie, scrisse il romanzo semi autobiografico La campana di vetro (The Bell Jar) sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas. Sempre sospesa tra luci ed ombre. Tra entusiasmo e depressione. Tra voglia di vivere e desiderio di morire. Così trascorse la sua breve esistenza. La poesia di Sylvia Plath parte da un ricordo. Ariel era infatti il cavallo che aveva quando era bambina e con la quale riusciva a sentire concretamente una serenità coinvolgente. L’incipit della poesia racconta proprio una corsa sfrenata e liberatoria, dove persona e natura si fondono e finalmente Plath riprende fiato dopo l’estenuante pesantezza della vita durante il giorno.
“Ariel” Stasi nel buio. Poi l’insostanziale azzurro riversarsi di altura e lontananze. Leonessa di Dio, come ci compenetriamo, perno di talloni e ginocchia!-il solco si fende e passa, fratello all’arco bruno del collo che non posso afferrare, bacche occhi-di-negro gettano scuri uncini- nere boccate dolci di sangue, ombre. Qualcos’altro mi solleva per l’aria- Cosce, criniera; scaglie dai miei talloni. Bianca Godiva, mi spoglio- morte mani, morte costrizioni. E ora io schiumo in grano, un luccichio di mari. Il grido del bambino si dissolve nel muro. E io sono la freccia, la rugiada che vola suicida, fatta una con lo slancio dentro l’occhio scarlatto, il crogiolo del mattino.
*Versi forti, molto intensi, un grido d’aiuto inascoltato, la voglia di vivere, guarire che non trova spazio o risposta. Per il tempo di una corsa lei sente l’ardore dell’animale quasi compenetrarla, risvegliandola alla vita, alla speranza di liberarsi di quel vuoto, del gelo che la soffoca e diventa tutt’uno con l’infinito a cui aspira. Purtroppo la depressione è una malattia seria, molto diffusa che rovina la vita ma con l’aiuto di medici, familiari e amici nessuno deve sentirsi un grido inascoltato.
Insaziabile il fluente moto groviglio di divini accenti si scompone e s’aggrega. Funambolica metamorfosi in dinamica variabile trasforma il vuoto in quintessenza nobile, affascinante nemesi che afferma e nega ipotesi di accadimenti. Compresi in cosmica bolla divorati divoriamo il tempo.
Un passato che non torna; magre gambine corrono frettolosamente nei pomeriggi caldi di estati lontani. Piedini piccoli ma snelli. Le cicale assordano freneticamente al punto di non sentirle.
C’è l’immenso; di verdi e ondeggianti pianure e terre aride d’un oro che brucia con solo guardarle, le piane non sono sole; a dare un pò di rinfresco con la loro ombra, afferrati saldi al suolo qualche quebracho blanco e tanti spinillos, spuntati ovunque. Le mucche ruminando svogliatamente al mio sguardo curioso.
Per fortuna, la mia terra, dà un soffio di armonia che si sente attraverso il finestrino spalancato della macchina, che colpisce in volto, assorbendo ogni profumo di campo.
Da piccola non ho avuto il piacere di conoscere quell’immensa vastità azzurra che affascina con il danzare delle onde e rompono fila perdendo forza verso la spiaggia o talvolta furiose ed arrabbiate contro un dirupo.
Mare ispiratore di poemi, sin da tempi remoti, che fa sognare, fa divertire, soffrire e fa commuovere.
Non ho il mare vicino; in compenso ci sono infiniti fiumi, infinite cascate, ruscelli mistici dove trascorrere i giorni più caldi e tuffarsi nelle tiepide e dolci acque.
Minuta, magrolina, son cresciuta, nella sabbia in riva a tanti fiumi quando estate e il ricordo, torna diverso, il mare manca; i fiumi e i profumi; di più.
L’etimologia del termine Ferragosto deriva dall’antico Feriae Augusti, una festività che si celebrava nell’antica Roma. La festa era in onore di Augusto e il nome, che significa il riposo di Augusto, dà il nome anche al mese. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti, istituito dall’imperatore stesso nel 18 a. C. , che aveva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso, che, per i Romani, era il dio della terra e della fertilità. Anticamente, come festa pagana, era celebrata il 1° agosto. Ma i giorni di riposo (e di festa) erano in effetti molti di più. La ricorrenza fu assimilata dalla Chiesa Cattolica attorno al VII secolo, quando si iniziò a celebrare l’Assunzione di Maria, festività che fu poi fissata il 15 agosto. Il dogma dell’Assunzione (riconosciuto come tale solo nel 1950) stabilisce che la Vergine Maria sia stata assunta, cioè accolta, in cielo sia con l’anima sia con il corpo. La festa di Ferragosto è quindi divenuta festa nazionale in virtù dei Concordati tra Stato Italiano e Vaticano (firmati l’11 febbraio 1929). La scelta della Chiesa Cattolica di fissare il giorno dell’Assunzione in cielo di Maria il 15 agosto e i pregressi accordi tra Stato e Chiesa hanno reso possibile la fusione in un unico giorno della festa di ferragosto originata dall’antichità con quella religiosa.
Gianni Rodari decide di dedicare la sua filastrocca di Ferragosto ai bambini reclusi in città, che non potranno godere dei divertimenti offerti da mare e montagna. Il pensiero del grande maestro è sempre andato ai più poveri, agli indifesi e ai bisognosi facendone un tema cardine della sua pedagogia che educava innanzitutto al rispetto e alla comprensione dell’altro. Quanto può essere noioso e desolante il mese di agosto per un bambino confinato in città? Tutti, afferma Rodari, avrebbero diritto alle vacanze e, nella conclusione, propone di emanare un decreto legge per sostenere questa causa.
Ferragosto, di Gianni Rodari
Filastrocca vola e va dal bambino rimasto in città. Chi va al mare ha vita serena e fa i castelli con la rena, chi va ai monti fa le scalate e prende la doccia alle cascate… E chi quattrini non ne ha? Solo, solo resta in città: si sdrai al sole sul marciapide, se non c’è un vigile che lo vede, e i suoi battelli sottomarini fanno vela nei tombini. Quando divento Presidente faccio un decreto a tutta la gente; “Ordinanza numero uno: in città non resta nessuno; ordinanza che viene poi, tutti al mare, paghiamo noi, inoltre le Alpi e gli Appennini sono donati a tutti i bambini. Chi non rispetta il decretato va in prigione difilato”.
*Grande sensibilità, il poeta dei bambini che in ogni sua apparente semplice filastrocca diceva grandi verità. Uno sguardo ampio sempre al di là del suo piccolo orticello individuale. Ed è un invito aperto a tutti forse il mondo come diceva diceva Eduardo sarebbe un po’ meno tondo.
Certe volte ho bisogno di spegnere le mie paure, salire quella china che mi fa stare bene, la brezza marina che accarezza la schiena, mirto, rosmarino selvaggio, elicriso, io su quella cresta dove l’onde batte forte.Ti arrivano schiaffi salini che ti mozzano il respiro, intensi, pieni. Cosi rimuovi, i ricordi che ti fanno male, elimini dalla memoria il passato, per guardare avanti e avere la forza giorno dopo giorno. Che stranezza la vita!non fa altro che rimuovere sogni,che rimpiazzi con altri o gli stessi! Una sfida aperta, necessaria per dire oggi ce la farò.Se quel giorno non ce la fai, domani sarà diverso, puoi sempre provare, soccombere e provare.Poi preghi, perché ci provi sempre, in qualche modo credi, poi capisci che Dio non ti dà, ma tu ne trai forza per continuare. Non è mai semplice, non è mai come vorresti, però ogni volta il coraggio di portarti in salvo da sola, puoi contare solo sulle tue braccia, sulla tua forza di amare, sulla tua capacità di contenere il dolore e di non spargerne a tua volta. Superare la nostalgia di ciò che non è stato, altrimenti diventa malinconia, tristezza e non possiamo permettercelo. La vita è un insieme di attimi, in cui muori e risorgi, dobbiamo avere la forma della vita, dell’acqua che ci avvolge, del vento nitido sui nostri contorni.
Cercare le cose nel fondo del nostro cuore, tirarle fuori per consolarci, donarle, essere felice
con le piccole cose, le grandi cose crollano, le piccole si conservano, come un fiore in un libro, una poesia in un quaderno, un cuore piccolo può essere grande e fare grande ogni cosa intorno. Iris G. DM
Nello sconfinato panorama della storia poetica italiana, furono pochi gli autori che riuscirono a raggiungere le vette liriche di Giovanni Pascoli (1855-1912), considerato ancora oggi uno dei poeti più preziosi ed emblematici della storia italiana ed europea. Tra le sue grandi passioni spicca un particolare interesse per il mondo del vino e della vite. È noto che ci tenesse molto ad avere una cantina ben fornita e che avesse un gusto particolare per la tavola e per i prodotti di alta qualità, qualsiasi essi fossero. Addirittura, durante le sue trasferte in veste di insegnante e accademico, raramente mancava di procurarsi bottiglie particolarmente pregiate tramite i numerosi contatti in tutto il Paese. ll rapporto di Pascoli con il vino fu sempre complicato, in precario equilibrio tra la passione, coltivata sin dalla gioventù a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli), e una vera e propria dipendenza dall’alcool, aggravatasi negli anni del ritiro a Castelvecchio e tra le cause principali della sua morte a Bologna nel 1912. Forse proprio per un inconscio pudore o per vera e propria vergogna dei propri eccessi, Pascoli non menzionò quasi mai il vino direttamente nelle sue opere, fatta eccezione per qualche accenno in liriche come “Germoglio”, contenuta nella grande raccolta Myricae (1891-1903). Anche nella celebre I Tre Grappoli, poesia contenuta nella stessa raccolta, i riferimenti al vino sono sempre vaghi e ambigui. Chissà che il poeta non volesse, in qualche modo, parlare della sua stessa sofferenza – mettendo in versi il lento declino dovuto alla sua dipendenza – e invitare, sé stesso e noi, a fermarci al primo grappolo. I primi bicchieri sono un grande piacere, i successivi ti sollevano dai dispiaceri, poi, però, non bere più. Se vai oltre, cadrai ubriaco e da ubriaco ritorneranno nella tua mente quei dolori antichi, per cui hai già pianto. L’invito a bere con misura, diventa l’amara constatazione che l’uomo non ha rimedi contro le proprie sofferenze.
I TRE GRAPPOLI
di Giovanni Pascoli
Ha tre, Giacinto, grappoli la vite. Bevi del primo il limpido piacere; bevi dell’altro l’oblio breve e mite; e… più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto nel nero sonno vigila, da un canto, sappi, il dolore; e alto grida un muto pianto già pianto.
*Purtroppo nonostante questi versi, il poeta morì a 57 anni per cirrosi epatica proprio a causa dell’eccessivo uso dell’alcol. Probabilmente trovava nel vino rifugio al peso della depressione, del suo animo fragile come molti talenti dilaniati tra dolore e genio.
(IT) Antonio Machado fu un poeta di Siviglia (Spagna), nato nel 1875. Lascia un’importante eredità nel Modernismo spagnolo. Formó parte della denominata Generazione del ’98, scelto anche como membro della Real Academia Española. Tra i suoi libri si distaccano: “Soledades” (1907), “Campos de Castilla” (1912) y “La Guerra” (1937).
(ES) Antonio Machado fue un poeta sevillano nacido en 1875 que dejó un gran legado dentro del Modernismo español. Formó parte de la denominada Generación del 98, y fue escogido miembro de la Real Academia Española. Entres sus libros publicados destacan algunos como “Soledades” (1907), “Campos de Castilla” (1912) y “La Guerra” (1937).
Notte d’estate (IT)
È una bella notte d’estate Le alte case tengono aperti i balconi del vecchio paese sulla vasta piazza Nell’ampio rettangolo deserto, panchine di pietra, evonimi ed acacie simmetrici disegnano le nere ombre sulla bianca arena. Allo zenit la luna, e sulla torre la sfera dell’orologio illuminata. Io in questo vecchio paese a passeggio solo, come un fantasma.
Noche de verano (ES)
Es una hermosa noche de verano. Tienen las altas casas abiertos los balcones del viejo pueblo a la anchurosa plaza. En el amplio rectángulo desierto, bancos de piedra, evónimos y acacias simétricos dibujan sus negras sombras en la arena blanca. En el cénit, la luna, y en la torre, la esfera del reloj iluminada. Yo en este viejo pueblo paseando solo, como un fantasma.
La saeta (ES)
¡Oh, la saeta, el cantar al Cristo de los gitanos, siempre con sangre en las manos, siempre por desenclavar! ¡Cantar del pueblo andaluz, que todas las primaveras anda pidiendo escaleras para subir a la cruz! ¡Cantar de la tierra mía, que echa flores al Jesús de la agonía, y es la fe de mis mayores! ¡Oh, no eres tú mi cantar! ¡No puedo cantar, ni quiero a ese Jesús del madero, sino al que anduvo en el mar!
La saetta (IT)
¡Oh, la saetta, il cantar al Cristo degli erranti, sempre con sangue in mano, sempre per schiodar! Canto del popolo andaluzo, che ogni primavera va chiedendo una scala per salir alla croce! ¡Cantar della terra mia, Che getta fiori al Gesù dell'agonia, ed è la fede dei miei vecchi! ¡Oh, non sei tu il mio canto! ¡Non posso cantar, ne voglio, a quel Gesù del legno, bensì a quello che andò per mare!
Piero Angela è morto. Il giornalista e divulgatore scientifico noto per i suoi programmi sulla Rai aveva 93 anni. Ad annunciarlo con un breve post su Facebook il figlio Alberto: «Buon viaggio, papà». Era nato a Torino il 22 dicembre 1928. La serie Quark a cui ha legato il suo nome è cominciata nel 1981. È stato anche inviato e conduttore del telegiornale della Rai. Angela era anche un musicista (suonava il pianoforte) e un estimatore del jazz. Piero Angela aveva 93 anni ma è stato attivo fino alla fine: «Il mio corpo è come una macchina: il motore avrà anche 80mila chilometri, ma il guidatore ha solo 45 anni», diceva di lui e della sua veneranda età. È stato fondamentale per la televisione italiana: divulgatore scientifico, conduttore, saggista, scrittore, giornalista. Le sue trasmissioni in stile anglosassone hanno rivoluzionato il modo di raccontare la scienza, la storia e hanno rafforzato il genere documentaristico, arricchendo il bagaglio culturale italiano e regalando inestimabile valore alle teche Rai.
*Addio ad un grande uomo di cultura, discreto, cordiale, riusciva a fare amare la scienza e il mondo circostante anche alle persone più semplici. Quark è uno dei pochi programmi che appartengono ai miei ricordi fin da piccola…ha lasciato il figlio, degno erede del padre.
SE DIVENTEREMO ciechi io e te crederemo di non aver visto abbastanza di non averci visti a sufficienza come se si potesse invecchiare oltre la sufficienza, invecchiare ancora dopo la morte, per coccolare questa grazia infinita del finire. . . SI ENS TORNÉSSIM cecs jo i tu creuríem que no haver vist prou no haver-nos vist bastant com si es pogués envellir més enllà de la suficiència, envellir encara després de la mort, per a acariciar aquesta gràcia infinita del final. . . Eleonora Rimolo
Traduzione dall’idioma italiano all’idioma catalano a cura di Joan Josep Barcelo
Le maschere sociali, secondo la psicologia junghiana, sono i ruoli che interpretiamo, gli status nei quali ci identifichiamo, gli abiti di circostanza che indossiamo a seconda del contesto in cui ci troviamo, delle persone e delle situazioni che ci stanno intorno: lavoro, famiglia, amici. Nell’antichità, presso molte popolazioni, le maschere venivano indossate solo in determinate “occasioni rituali” che marcavano importanti fasi di trasformazione per la comunità di appartenenza (iniziazioni o riti di passaggio). Nelle società moderne le cose stanno diversamente a causa della comparsa del concetto di identità personale. L’essere umano ha sempre avuto l’esigenza psicologica di adottare delle maschere di fronte agli altri, come messo in luce dal sociologo Erving Goffman nel libro “La vita quotidiana come rappresentazione”. Per Goffman la libertà individuale è un’utopia e la vita quotidiana dell’essere umano è scandita come una performance teatrale dove ognuno di noi non può fare a meno di interpretare una parte, complementare a quella di tutti gli altri individui con cui interagiamo. Il compito di insegnare agli individui a non indossare le maschere sociali proposte dal mercato è affidato alla scuola che, per questo motivo, deve essere pubblica per essere indipendente dal mercato e insegnare il pensiero critico. In Occidente, ma la globalizzazione sta esportando il modello ovunque, l’individuo vive nella società del guadagno, dell’egoismo, dell’informazione, della manipolazione, della pubblicità, della moda e delle apparenze, che danneggiano la costruzione dell’identità di ognuno.
“Chissà se un giorno butteremo le maschere” è una poesia di Eugenio Montale contenuta nella raccolta “Quaderno di quattro anni” del 1977. Eugenio Montale, in “Chissà se un giorno butteremo le maschere” vuole farci riflettere sull’autenticità delle persone che ci circondano. Spesso, infatti, ci capita di incontrare persone che all’apparenza sembrano perfette, ma spesso nascondono una triste verità. Si conoscono davvero le persone intorno? Quanto è raro incontrare chi ha volto e maschera che coincidono, ma è probabile che egli stesso non sappia il suo privilegio. E chi l’ha saputo, chi ha scoperto che il suo volto era pari alla sua maschera, pagò il suo dono con balbuzie.
“Chissà se un giorno butteremo le maschere”
Chissà se un giorno butteremo le maschere che portiamo sul volto senza saperlo. Per questo è tanto difficile identificare gli uomini che incontriamo. Forse fra i tanti, fra i milioni c’è quello in cui viso e maschera coincidono e lui solo potrebbe dirci la parola che attendiamo da sempre. Ma è probabile che egli stesso non sappia il suo privilegio. Chi l’ha saputo, se uno ne fu mai, pagò il suo dono con balbuzie o peggio. Non valeva la pena di trovarlo. Il suo nome fu sempre impronunciabile per cause non solo di fonetica. La scienza ha ben altro da fare o da non fare.
*Oggi più che mai questa poesia bellissima e profonda del Montale è attuale. Tutti indossiamo maschere e mascherine e siamo talmente abituati a mostrare un falso volto di circostanza che diventa un’abitudine. E se qualcuno si mostra più autentico e sincero viene considerato pazzo.
Tra le pieghe di quel vociare penetra un ricordo, riverbero di dolcezza, eco di radice, richiamo di sangue. I suoni si consumano dissipandosi come granelli di sabbia rovente tra le dita. Lentamente tra le crepe defluisce l’amore che scardina ogni ragione, ogni orizzonte indefinito e scalza incubi e inquietudini. Tutto si trasfigura in un nugolo di vivide gemme, un manto d’intenso che avvolge l’anima al suo smarrirsi nelle ore oscure. E rimangono le stelle, arzille sorelle, a inondar la notte di nitore e di sogni a profusione. @MariaPellino
Il silenzio entra freddo in questa stanza come se fosse vuota, priva di vita senza amore ma neppure odio… Ti senti vuoto nessun suono emana il tuo cuore vie vuote dentro il tuo animo freddo come il primo gelo d’inverno. L’indifferenza è dentro te come se si fosse impadronita del tuo animo incatenandolo ad una fredda porta… Ma un giorno il sole dentro di te riappare l’indifferenza all’improvviso scompare dentro di te l’animo freddo si scalderà e l’amore tornera’.
Ad accompagnare l’immagine della pioggia che inumidisce le zolle c’è un solo odore (o profumo, a seconda dei gusti). Questo odore emanato dal suolo quando piove dopo un lungo periodo di secca ha un nome preciso, che pochi conoscono: si chiama petricore. Quel misto di dolce e acre insieme, quasi un respiro della terra, deriva da alcuni elementi che si incontrano con la pioggia. Tra questi ozono, geosmina e oli prodotti dalle piante e rilasciati nell’atmosfera grazie all’acqua piovana. Il termine ha origine neoclassica e nasce in inglese (petrichor, da cui la forma italiana petricore), coniato negli Anni Sessanta da due scienziati australiani. Furono, infatti, I. J. Bear e R. G. Thomas i primi a studiare il fenomeno, rilevando il mix di sostanze prodotte. Il nome deriva a sua volta dall’unione dei sostantivi greci πέτρα (pietra) e ἰχώρ (icore / linfa, ovvero il fluido che secondo la mitologia scorre nelle vene degli dei). Con l’arrivo della pioggia – a patto che sia leggera intensità e di breve durata – il miscuglio prodotto si solleva da terra regalandoci quel caratteristico odore che sa di estate.
E la sottile cortina liquida umida e calda mi avvolse improvvisa. Accolsi grata offrendo il viso e la terra assetata e stanca l’assorbì come una manna. E il PETRICORE intenso si sollevò come un sospiro riempì l’aria ed ogni angolo dopo che l’acqua aveva con orgasmatico piacere inondato la dura zolla Imma Paradiso
C’è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio vissuta. come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, aggiustarmi il cappello sul volto, sorridere alle unghie dipinte, offrire una rosa alla ruga dei miei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio interrogava: “tu, dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata una vita in un attimo, uno sguardo profondo ma anche di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio. e lì sa tutto di sé.
“Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-: una vita? Ah, come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempo e c’è ancora, quel tempo ieri, domani
6 Agosto 1945 tragedia di Hiroshima e poi 9 agosto 1945, a tre giorni dello spietato accaduto, viene sganciata una seconda bomba atomica, l’obiettivo era la città di Kokura, ma per scarsa visibilità fu deciso Nagasaki. Della serie, non ha importanza il posto, ma fare più danni possibili. Morirono settantaquattromila persone, senza contare le conseguenze devastanti, a causa delle radiazioni.
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Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno Quando il fratello disse all’altro fratello: «Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue Salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore. Salvatore Quasimodo.
Mi piace ricordare questa poesia ” uomini del mio tempo”. Quando l
a lessi la prima volta, ero molto giovane, ne rimasi spaventata e piansi, nulla è cambiato, nulla cambia. Affinchè gli Stati Uniti ottenessero una resa rapida, fu deciso il lancio, a vista di due bombe atomiche, mai testate prima. L’eplosione della bomba atomica avvenne a meno di 600 metri dal suolo, per fare in modo che fosse più distruttiva possibile. Nel giro di pochi secondi il 90% degli edifici furono cancellati e morte circa 140.000 persone. Spazzate via, bruciate, polverizzate. Altri furono avvelenati dal fumo, dalle radiazioni, colpiti da necrosi, ed altre terribili malattie che portarono alla morte, tra atroci sofferenze. Il 9 agosto dopo le 11, si ripete a Nagasaki, una nuvola mortale a forma di fungo, una pioggia nera, una morte crudele, spazzati istantaneamente, circa 80.000 persone.
immagini devastanti, Dal web
Numeri, siamo numeri? Per chi sopravvisse le ferite non furono solo fisiche, ma anche psichiche, gli ”hibakusha ” i ”sopravvissuti”. A Hiroshima la temperatura di 3.870 gradi, carbonizzò, ustionò, sfigurò, mutilò, torturò, migliaia e migliaia di corpi. Le persone perdevano brandelli di carne, terrore e dolore immenso. La mattina del 6 agosto 1945 alle 8, 16 , l’aereonautica degli Stati Uniti, sganciò la bomba atomica ” little boy” sulla città di Hiroshima, tre giorni dopo su Nagasaki fu la volta di ”fat man”, in entrambi i casi nomi ironici per degli ordigni di distruzione per niente divertenti! Forse qualcuno, in entrambi i casi trovò il lato ridanciano.
dal web. Questa foto fece il giro del mondo ipocrita. Questo bambino ha sulle spalle il fratellino morto.
L’aereo che sganciò la bomba su Hiroshima, aveva il nome di ” Enola Gay” come la madre del comandante che pilotò l’aereo in quel famoso 6 agosto 1945. Il nome del comandante Paul Tibbets, ma ha importanza?
immagini storiche dal web
potrei raccontare del pilota dell’aereo, e tante altre cose, ma non hanno importanza. Quello che accadde fu importante e devastante, qualsiasi popolo dovrebbero viverlo con forte imbarazzo? non c’è una parola per definire ciò, basta la vergogna? bastano scuse? Disonore, ignominia, onta, infamia, ma nessuna parola colma questo disastro e nella seconda gurerra mondiali ci furono anche sei milioni di ebrei uccisi da Hitler, 15 milioni di vittime dell’ololcausto. La verità che gli uomini continuano ad uccidersi, a scannarsi, a coltivare forti interessi personali di potere. Continuiamo a buttare bombe, distruggere popoli, ci sono tantissimi conflitti in corso. I deboli soccombono, quelli che non c’entrano continuano ad essere ammazzati, per ideologia, religione, un pezzo di terra. tutti a dare prova di machismo, a distruggere, distruggere! foreste, uomini, i più deboli. Le lezioni non sono servite, abbiamo la guerra a un tiro di schioppo da casa, anzi la minaccia di una guerra atomica. Tutti a giocare con le atomiche, io la tiro, tu la tiri, io sono più forte, la mia bomba è più grande, la mia più potente. Che bello tutti alla fine, i potenti, quelli che non soccombono, che non vanno al fronte, a vivere, nei rifugi atomici da cui non usciranno mai più. La soddisfazione di una terra che non ci sarà più, ma alla fine che grande soddisfazione! Intanto abbiamo cominciato a lavorarci bene con i disastri, deforestazione, incendi, sfruttamento delle risorse, impoverimento culturale, impoverimento economico, malattie a livello globale, fame, sete, scioglimento dei ghiacciai, stavolgimenti meteorologici. Insomma siamo bravi, poi a parlarne tutti bravi! Di speranza ne abbiamo? quanta ne è rimasta ora che il mondo comincia a bruciare e noi ad accapigliarci? Siamo gli animali più pericolosi e più feroci di tutta la terra, su questo non c’è dubbio. Coltiviamo rabbia, odio, amore smodato per il potere, ucciadiamo solo per il gusto di farlo. Ora vorrei chiedere a tutti questi individui che smaniano per il potere, la corruzione, quando moriranno dove si portano tutte le cose che hanno voluto con la forza, tutta la loro smania dove va a finire? Vorrei aggiungere che alla fine si muore tutti.
Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola a mezzogiorno. Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per non sentire. Ci sono cose da non fare mai, né di giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio, la guerra. Gianni Rodari
Immagini dal web, effetto devastante delle radiazioniLa sagoma di una vittima bruciata sui gradini di una banca. Il calore e la luce generati dalla bomba furono così intensi da cambiare le tonalità delle strade e degli edifici, lasciando le aree “protette” dai corpi umani, più simili alle loro sfumature originali.
Come di consueto nella notte delle stelle cadenti molti scelgono di organizzare i tradizionali falò notturni sulle spiagge per trascorre la notte più romantica dell’anno in riva al mare a guardare le stelle cadenti.
Giovani e meno giovani bivaccano intorno ad un fuoco acceso, cantando sulle note di qualche chitarra canzoni romantiche rivolgendo lo sguardo al cielo nelle speranza di vedere la stella cadente alla quale poter urlare il proprio nome e segretamente pensare il proprio desiderio.
Peccato che questa magia sia stata infranta dall’inciviltà: la mattina successiva gli arenili sono stati trovati deturpati dai residui del passaggio di questi sognatori.
Il magnifico ed onirico spettacolo delle stelle cadenti viene di colpo risvegliato dallo scenario indecoroso che si presenta sulle spiagge la mattina successiva: rifiuti di ogni genere abbandonati ovunque, bottiglie in vetro e plastica, cartoni della pizza, scarti di cibo e di frutta, tovaglioli, buste ed addirittura non solo legna bruciata e cenere, ma anche fuochi ancora vivi.
Tali irresponsabili comportamenti hanno ancora una volta messo in luce quanto ancora scarso sia il rispetto verso l’ambiente e quanto assente sia il senso civico.
Tutto ciò non può che ledere all’immagine turistica dell’intero territorio italiano e sconvolgere ulteriormente il delicato equilibrio ambientale.
Questa mattina un’emozione inaspettata.
Una bambina- avrà avuto 2 anni circa- cappellino in testa, si avventurava, teneramente abbracciata al suo papà, verso il mare blu mentre un leggero vento di tramontana dondolava la visiera del suo cappellino a fiori.
Aveva fremito nelle manine che cingevano il collo del padre, ma lo guardava negli occhi: cercava sicurezza, un’ancora cui appigliarsi di fronte a qualcosa di nuovo. In lei ho rivisto me, bambina, felice di stare tra le braccia forti del mio eroe buono, del mio papà che io chiamavo roccia e di cui andavo fiera. Mi bastava quella sua mano forte per proteggermi da ogni raffica che lentamente si sprigionava dai venti bizzarri dell’esistenza umana. Ho pensato a quanto sia strana la vita!
Momenti, stagioni, bimbi, poi adulti… e poi vecchi! Dapprima il bambino si tiene ancorato al padre, ma in un volgere di lune è il padre che cerca le braccia del bambino ormai uomo e ridiventa fragile, teneramente fragile… Maria Rosaria Teni
Immola il paso, lasciati volare, quando le labbra irromperanno, la puntura ringrazierà il rogo, non sarà il sale a farti riemergere dal mare, ma un accenno, la pelle che cerca ispirazione. . . Immola el pas, deixa’t volar, quan es trencaran els llavis, la punxada agrairà la foguera, no serà la sal a fer-te sortir del mar, sinó un senyal, la pell que busca inspiració. . . Simone Sanseverinati
è irrilevante… se non chiedo di accarezzarti come l’aria che penetra in ciascuno dei pori della tua pelle è stupido… perché l’aria non chiede permesso
joan josep barcelo
IL GREMBO DI AFRODITE The Greek Myth Collection No. 5 joan josep barceló i bauçà pittura tecnica mista su legno di pino: acrilico, inchiostro, terra, pietra e silicone. 36x17cm
Agnolo (Angelo) Ambrogini, detto Poliziano, dal nome latino del paese d’origine, Mons Politianus (Montepulciano, 14 luglio 1454 – Firenze, 29 settembre 1494), è stato un poeta, umanista e filologo italiano. Generalmente considerato il maggiore tra i poeti italiani del XV secolo, membro e fulcro del circolo di intellettuali radunatosi attorno al signore di Firenze, Lorenzo il Magnifico, fu autore di opere in latino, in greco e in volgare, e raggiunse un’ampia competenza filologica e un’ammirevole perfezione formale dello stile. Angelo Ambrogini nacque nel 1454 a Montepulciano, oggi situato in provincia di Siena; dal nome latino della sua città natale, Mons Politianus, avrebbe ricevuto l’appellativo umanistico di Poliziano, con il quale è conosciuto. Suo padre, Benedetto, giurista legato all’importante famiglia fiorentina dei Medici, morì, quando Poliziano aveva solo dieci anni, assassinato dai parenti di un uomo che era stato condannato a causa della sua azione. Poiché, dopo la morte del padre, la madre incontrò serie difficoltà nel garantire la sopravvivenza alla famiglia, Poliziano fu costretto a trasferirsi a Firenze, dove giunse entro il 1469,presso la casa di alcuni parenti. Egli riuscì egualmente a intraprendere gli studi universitari: nell’intento di dimostrare le proprie abilità, nel 1470, all’età di sedici anni, iniziò la traduzione dell’Iliade di Omero dal greco al latino: svolgendo tale opera rivelò già il rigore filologico e l’uso raffinatissimo della parola. Nel 1473, ultimata la traduzione dei primi due libri del poema, Poliziano li dedicò a Lorenzo de’ Medici, da poco divenuto signore di Firenze (1469) assieme al fratello Giuliano: il Magnifico, dunque, prese il giovane scrittore sotto la sua protezione, e, senza considerare affatto la sua modesta origine sociale, gli consentì di accedere all’ampia biblioteca medicea e di frequentare gli intellettuali che erano a lui legati. Nel 1475, divenne segretario di Lorenzo e precettore del suo primogenito Piero. Nel 1480, ricevette la prestigiosa nomina di professore di poetica e retorica allo Studium fiorentino e attese alla stesura di impegnativi commenti ai classici greci e latini. In questo periodo scrisse numerose altre poesie in latino e anche in greco, pur senza abbandonare la composizione di versi di vario genere in volgare. Nel 1484 fu ambasciatore a Roma in occasione dell’elezione di papa Innocenzo VIII e due anni dopo prese i voti e divenne canonico della cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore. Poliziano morì improvvisamente a Firenze, in circostanze non chiare, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1494, due anni dopo aver assistito alla morte di Lorenzo il Magnifico. Finissimo poeta e filologo, Poliziano fu il più brillante esponente della cultura umanistica fiorentina.
Angelo Poliziano è autore de “La ballata delle rose”, una delle sue opere più famose e amate con cui il poeta celebra l’amore e invita il lettore a godere delle piccole gioie quotidiane, una sorta di Carpe diem, ed è una bellissima testimonianza della letteratura italiana del XV secolo. La protagonista del componimento è una fanciulla, che nelle prime strofe racconta di esser stata in un giardino ricco di fiori e piante in primavera. Il giardino è una vera e propria rappresentazione del locus amoenus, tanto caro alla tradizione classica. Profumi, consistenze, colori si mescolano nella descrizione del giardino, per poi concludersi con la metafora delle rose, da cui infatti il componimento prende il nome. Tutto nella vita ha la caducità del tempo, anche le cose più belle sfioriscono, quindi meglio coglierle quando si ha la possibilità.
La ballata delle rose
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli fra l’erba verde, e vaghi fior novelli azzurri gialli candidi e vermigli: ond’io porsi la mano a còr di quelli per adornar e’ mie’ biondi capelli e cinger di grillanda el vago crino.
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo, vidi le rose, e non pur d’un colore; io corsi allor per empir tutto el grembo, perch’era sì soave il loro odore che tutto mi senti’ destar el core di dolce voglia e d’un piacer divino.
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
I’ posi mente: quelle rose allora mai non vi potre’ dir quant’ eran belle: quale scoppiava della boccia ancora; qual’ erano un po’ passe e qual novelle. Amor mi disse allor: -Va’, cò’ di quelle che più vedi fiorite in sullo spino.-
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
Quando la rosa ogni suo’ foglia spande, quando è più bella, quando è più gradita, allora è buona a mettere in ghirlande, prima che sua bellezza sia fuggita: sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita, cogliàn la bella rosa del giardino.
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
I’ posi mente: quelle rose allora mai non vi potre’ dir quant’ eran belle: quale scoppiava della boccia ancora; qual’ erano un po’ passe e qual novelle. Amor mi disse allor: -Va’, cò’ di quelle che più vedi fiorite in sullo spino.-
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
Quando la rosa ogni suo’ foglia spande, quando è più bella, quando è più gradita, allora è buona a mettere in ghirlande, prima che sua bellezza sia fuggita: sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita, cogliàn la bella rosa del giardino.
I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino.
*Ed eccoci alla corte di Lorenzo il Magnifico, il grande mecenate, protettore di poeti, pittori ed artisti.Quando la cultura e l’arte erano sinonimo di orgoglio di un casato e Firenze la culla del Rinascimento. E uno degli esponenti di spicco di questo periodo è certamente Poliziano che nel suo stile di aulico volgare descrive con elegante metafora la fugacità della bellezza ed esorta a goderne qui e ora prima che tutto svanisca.
La magia delle stelle, noi, come stelle cadenti, mentre ci vengono dati 3 minuti di tempo che diventa eterno per essere indimenticabili,
consumato nel passaggio come di una stella cometa…
Elisa Mascia 10-8-2022
La luna non è cadente.
Nel cielo ha preso posto la luna, regna indisturbata tra le stelle non cadenti neanche le più belle eppure accanto al chiarore ce n’è una,
prende la rincorsa per scendere, è decisa ad alimentare il sogno di chi non cede perché ne ha bisogno, non lo abbandona perché deve vivere.
Insieme Luna e stelle fanno un patto di non lasciare mai soli a chi s’affida al loro intervento, non vuole duello o sfida e non portar cicatrici e graffi di gatto.
Guardo il cielo stellato stasera sembra che abbia avuto il suo effetto della cometa e da sciame cade un pezzetto evviva è un sogno sublime che s’avvera.
Tutti i diritti riservati @ copyright Autrice Elisa Mascia 10-8-2022
La luna no está cayendo.
La luna ha tomado su lugar en el cielo, reina imperturbable entre las estrellas no caer ni la mas bella sin embargo, al lado de la luz hay uno,
echa a correr para bajarse, ella está decidida a alimentar el sueño de los que no se dan por vencidos porque lo necesitan, no lo abandona porque tiene que vivir.
Juntas la Luna y las estrellas hacen un pacto nunca dejar solo a los que confían ante su intervención no quiere duelo ni reto y no use cicatrices y rasguños de gato.
Miro el cielo estrellado esta noche parece haber tenido su efecto del cometa y del enjambre cae un trozo Saludos es un sueño sublime hecho realidad.
Il dieci agosto si festeggia San Lorenzo Martire, morto a Roma ma ricordato con grande fervore in tutta Italia. Visse nel III secolo e fu ucciso a 33 anni, il 10 agosto del 258 dopo Cristo, perché sorpreso a celebrare l’eucarestia. Sarebbe stato bruciato sui carboni ardenti e secondo la leggenda le stelle cadenti sarebbero il richiamo dei lapilli del fuoco che bruciarono il Martire. X Agosto è anche uno dei componimenti più emozionanti e strazianti mai scritti dall’autore Giovanni Pascoli, inclusa in Myricae. In questa poesia, ripercorre la notte di San Lorenzo del 1867, data in cui suo padre venne assassinato senza una vera e propria spiegazione. Due storie, due delitti.
Ruggero Pascoli (Ravenna, 24 marzo 1815 – Savignano di Romagna, 10 agosto 1867) è stato il padre del poeta Giovanni Pascoli, amministratore della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, assassinato, ufficialmente da ignoti, nel 1867. L’omicidio, che fu opera probabilmente di criminali ed estremisti politici, influì pesantemente sulla psicologia del futuro poeta. La sera in cui venne assassinato, il 10 agosto 1867, Ruggero stava tornando a casa da Cesena quando, all’altezza di San Giovanni in Compito, presso Savignano, venne ucciso con una fucilata sparata da due sicari ignoti, appostati lungo la strada; morì sul colpo e il carretto, con la spaventata cavalla, proseguì ancora da solo per un tratto, trasportando il corpo di Ruggero; la Romagna era allora una terra difficile e in alcune zone imperversava il brigantaggio. Il magistrato che diresse l’inchiesta indagò due agitatori politici di Cesena, in realtà due criminali comuni gravitanti intorno ai movimenti di sinistra per interesse, Luigi Pagliarani detto Pajarèn e soprannominato Bigeca o Bigecca e Michele Della Rocca, che furono però prosciolti. Il delitto, che Pascoli rievocò in molte altre liriche, tra cui X agosto, rimase impunito per una diffusa omertà e venne archiviato dalla magistratura, dopo ben tre processi, come “commesso da ignoti”. L’infanzia segnata del giovane Pascoli fu resa ancor più traumatica dalla perdita della madre Caterina, venuta a mancare l’anno seguente (1868) di crepacuore.
San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh!, d’un pianto di stelle lo innondi quest’atomo opaco del Male!
*Lirica drammaticamente struggente. Le stelle cadenti di S.Lorenzo sembrano piangere in eterno sul male che inonda il mondo. In tutti i tempi, in qualunque luogo si consumano ancora delitti, ingiustizie, guerre, piccole e grandi cattiverie a cui le stelle assistono impotenti commiserandoci.