Va tutto bene, di Franco Bonvini

Va tutto bene

 franco bonvini  Pensieri  9 agosto 2022 

Ti dirò che quest’ombrellone
su una spiaggia immensa
di un’isola in mezzo al mare
che qualcuno chiama meraviglia
è solo un punto minuscolo e invisibile da lontano.
E lontano è come una mancanza indicibile di sogni
o meglio come un sogno non mio
che qualcun altro doveva sognare.
Certo ti mando foto da questo luogo lontano
paesaggi, tramonti, albe e amori
ma non è la stessa cosa.
Comunque qui va tutto bene.

Il furto della Gioconda: quando Vincenzo Perugia rubò il celebre dipinto di Leonardo

Il furto della Gioconda: quando Vincenzo Peruggia rubò il celebre dipinto di Leonardo

Tra il 21 e il 22 agosto 1911 l’italiano Vincenzo Peruggia rubò la Gioconda di Leonardo da Vinci mettendo a segno il furto d’arte più famoso della storia.

Tra il 1502 e il 1503, Leonardo si trovava a Firenze e accettò di buon grado l’offerta del mercante Francesco del Giocondo che, nel tentativo di ostentare la propria ascesa sociale, gli commissionò il ritratto della moglie, Lisa Gherardini. Il mercante, però, non aveva fatto bene i conti con la risaputa mania di perfezione del maestro che lavorò al dipinto per ben quattro anni; nel 1507 lo portò con sé a Milano e continuò a ritoccarlo ancora fino al 1513. Morale della storia: il ritratto non fu mai consegnato ai due coniugi del Giocondo, anzi nel 1517 prese addirittura la via della Francia. Leonardo lo portò con sé ad Amboise quando fu chiamato a lavorare come pittore di corte presso il re Francesco I e dopo la sua morte la Gioconda entrò a far parte delle collezioni reali francesi fino ad approdare nel museo simbolo della rivoluzione, il Louvre, senza destare particolare attenzione.

Il furto

La fama del dipinto è cresciuta a dismisura in seguito a questa singolare vicenda: la mattina del 22 agosto 1911 il pittore francese Louis Béroud si era recato di buon’ora al Louvre, chiuso al pubblico come ogni lunedì, per svolgere il suo lavoro da copista. Aveva intenzione di ritrarre proprio la Gioconda. Ma giunto davanti alla parete si accorse che il quadro non c’era. Davanti a lui il muro era vuoto e il dipinto sparito.

Si trattava del primo grande furto di un’opera d’arte da un museo: il colpo del secolo. Immediatamente la polizia francese iniziò ad interrogare tutti coloro che erano stati al Louvre durante alcuni lavori di manutenzione, ma senza alcun risultato. Alcuni sospetti caddero su un gruppo di operai che il giorno precedente, il lunedì (già allora giorno di chiusura al pubblico), era stato visto davanti alla Gioconda, ma risultò che erano puliti.Furono poi sospettati Apollinaire e Picasso (il primo anche arrestato) per aver sempre palesato la voglia di svuotare i musei e di riempirli con le loro opere. Ovviamente si trattava di megalomanie da artisti. Le autorità francesi pensavano addirittura ad un colpo di Stato dei tedeschi, che non solo stavano tentando di rubargli le colonie in Africa, ma tentavano anche di depredarli dei loro capolavori. Insomma, le pagine dei giornali parlarono a lungo della vicenda e il Louvre rimase per ben due anni sconvolto e senza la sua Monna Lisa, fino al 1913, quando il quadro comparve a Firenze.

Firenze

A raccontarne le circostanze fu, qualche tempo dopo, la Cronaca delle Belle Arti. Il 24 novembre, un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, ricevette una lettera, firmata “Leonardo V.”, in cui gli veniva proposto di acquistare proprio la Gioconda. “Ne saremo molto grati se per opera vostra o di qualche vostro collega, questo tesoro d’arte ritornasse in patria e specialmente a Firenze dove Monna Lisa ebbe i suoi natali, e che saressimo in ispecial modo lieti se un giorno futuro e forse non lontano fosse esposta alla Galleria degli Uffizi al posto d’onore e per sempre. Sarebbe una bella rivincita al primo impero francese, che, scalando in Italia, fece man bassa su una grande quantità di opere d’arte per crearsi al Louvre un grande museo”: questo era quanto il fantomatico “Leonardo V.” scriveva a Geri nella lettera. L’antiquario la segnalò al direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi (Firenze, 1880 – 1961): insieme si accordarono per incontrarsi con “Leonardo V.”: l’incontro fu fissato per l’11 dicembre presso il negozio di Geri. Di lì poi si sarebbero spostati all’hotel dove lo strano personaggio alloggiava e dove aveva nascosto il quadro. Al loro cospetto si presentò dunque l’impavido Lupin, che altri non era che un imbianchino italiano, Vincenzo Peruggia (Dumenza, 1881 – Saint-Maur-des-Fossés, 1925). Il nostro compatriota, ignaro della vicenda collezionistica dell’opera, aveva avuto la nobile quanto assurda idea di restituire all’Italia quel capolavoro che pensava ci fosse stato rubato da Napoleone.

Il direttore degli Uffizi, accertatosi del fatto che quella era la vera Gioconda, diede comunicazione alle autorità, e il prefetto fece arrestare il ladro. Durante il suo interrogatorio, Peruggia raccontò di aver lavorato al Louvre: era stato lui stesso a montare la teca che custodiva il dipinto. Quando decise di architettare il furto gli fu facile entrare nel museo perché sapeva come eludere la sorveglianza. Passò tutta la notte rintanato nello sgabuzzino, poi di buon’ora, smontò la teca, prese il dipinto, lo avvolse nel suo cappotto e uscì indisturbato. Prese perfino un taxi per tornare nella pensione parigina in cui alloggiava, chiuse il dipinto in una valigia che nascose sotto il letto, e lì restò confinato senza destare alcun sospetto per ben 28 mesi.

Il processo si svolse nel giugno del 1914 a Firenze (nel frattempo, la Gioconda era già tornata al Louvre). Peruggia, al quale fu peraltro riconosciuta l’attenuante dell’infermità mentale e di conseguenza la sua mancanza di pericolosità per la società, fu condannato ad un anno e mezzo di prigione, ma la sua ingenuità destò simpatia nel pubblico che avrebbe voluto per lui una pena più indulgente.

https://wordpress.com/read/blogs/176787982/posts/863

Il Pifferaio Magico: Il Macabro Mistero Medievale dietro una fiaba per bambini

Il Pifferaio Magico: il Macabro Mistero Medievale dietro una Fiaba per Bambini

Il “pifferaio magico” (o meglio “il pifferaio di Hamelin“) è una delle fiabe classiche più conosciute in tutto il mondo. Nonostante la sua grandissima diffusione sono in pochi ad aver approfondito la genesi di questa favola, probabilmente proprio per l’abitudine di considerarla innocua e priva di ogni riferimento alla realtà. La storia per bambini più recente (versione del 1857) ci racconta di un pifferaio che, giunto nella città di Hamelin, la liberò dalla piaga dei ratti con la promessa di una lauta ricompensa.

Quando la città fu liberata, gli abitanti si rifiutarono di pagare il pifferaio, che portò via tutti i bambini del paese, accompagnandoli in un luogo di gioia. 

La versione originale della fiaba del 1812 non prevedeva il lieto fine, e i bambini venivano portati in una caverna nella quale venivano chiusi per sempre. Solo un bambino, zoppo, riusciva a salvarsi dal rapimento, perché non in grado di tenere il passo degli altri.

Vari fatti

I fatti accaduti ad Hamelin il 26 giugno del 1284 sono la base per le classiche fiabe dei Fratelli Grimm descritte sopra, che sono tutt’altro frutto della semplice fantasia. L’iscrizione affissa nel muro di una casa della città di Hamelin, risalente al 1600 circa, recita:Anno 1284, nel giorno di San Giovanni e Paolo, il 26 giugno – un pifferaio con abiti variopinti adescò 130 bambini nati ad Hameln che furono persi al calvario del Koppen.

La targa racconta un fatto di cronaca che deve aver scosso la popolazione in modo devastante, la perdita di 130 figli della città a causa di un “pifferaio” che li portò a morire nel calvario del Koppen, sacrificati per una ragione sconosciuta. Particolarmente interessante notare come sia usato il termine “calvario” che sottintende sì al sacrificio ma anche alla sofferenza del percorso che ivi conduce.

La rilevanza e veridicità dell’episodio ci viene non tanto dall’iscrizione, realizzata oltre 300 anni più tardi, ma dalla vetrata di una chiesa, ubicata nella piazza del mercato, nella quale si nota la scena del pifferaio che spinge i bambini all’interno della montagna.

Terzo e ultimo riferimento all’episodio ancora presente nella città è il divieto assoluto di suonare musica nella via “Senzatamburi“, dove anche i cortei in festa che vi arrivano cessano immediatamente ogni suono.

Ma cosa è successo ai bambini di Hamelin?

Sono state fatte numerose ipotesi per spiegare l’episodio, da un’epidemia di peste sino a una migrazione di massa, ma sono poche quelle con un fondamento storiografico logico.Quale sia stato il destino dei 130 bambini di Hamelin risulta ancor oggi un mistero e, se non verranno trovati reperti archeologici come ad esempio le ossa dei bambini, è destinato a rimanere un segreto custodito dalle montagne tedesche.

https://wordpress.com/read/blogs/176787982/posts/892

L’aquilone

L’aquilone

Da bimbo andavo in cartoleria

mi piaceva l’odore, 

Un foglio di carta velina

due bacchette di balsa.

Poi a casa di fretta, una spoletta della mamma,

la colla del papà.

Poi volevi correre, 

ma il tuo aquilone si rompeva

allora camminavi svelto

fino al parchetto

dove il momento magico accade

lasci andare la tua creatura

e inizia a volare

hai in mano la spoletta di tua mamma

un sorriso da orecchio a orecchio

Felicità stampata per sempre nel cervello.

https://wordpress.com/read/blogs/185356570/posts/2122

Una giornata da dimenticare finita bellissima

Una giornata da dimenticare finita bellissima

6. 30 dl mattino

L’aria è fresca

saluto con un bacio la mia venere

dopo una notte di fuoco

la guardo, me ne vado

prima che si sveglino i figli.

Prendo lo skate 

nel silenzio mattutino

un’allegra brigata di signore

che si apprestano a una bella camminata

vedono un 57 enne sorridente

sopra uno skateboard,

oltrepasso, giro il capo,

e due di loro, a sua volta

si erano girate.

Lo skate è vietato

i sorrisi no

https://wordpress.com/read/blogs/185356570/posts/2130

Una storia italiana – Carlo Guastalla, Ciro Massimo Naddeo. disegni: Giampiero Wallnofer

Autori:

(disegni: Giampiero Wallnofer),
Carlo Guastalla,
Ciro Massimo Naddeo

Ripercorre la storia d’Italia dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, attraverso il racconto della vita del protagonista, Mauro, e del suo gruppo di amici. In un avvincente affresco storico, le vicende individuali e sentimentali dei personaggi si intrecciano con i fatti più importanti della storia dell’Italia contemporanea.

L’italiano con i fumetti è una collana di graphic novel graduate in vari livelli.

La serie, unica nel suo genere, permette di scoprire il piacere di leggere in italiano attraverso le storie a fumetti.

Grazie alla combinazione accattivante e coinvolgente di disegno e racconto, il lettore può leggere le storie con piacere e senza fatica. Infatti la natura particolare del fumetto, con il suo linguaggio semplice e diretto, cattura l’attenzione del lettore motivandolo e incoraggiandolo a leggere una storia in lingua straniera.

Ogni storia è accompagnata da un’ampia gamma di attività didattiche, che permettono di comprendere meglio la lingua usata nel racconto e di esercitare il lessico e la grammatica.

Per ogni racconto, oltre al libro, è disponibile una versione animata ON LINE con voci di attori professionisti, musiche ed effetti sonori!

Guarda il trailer di Una storia italiana!

https://www.almaedizioni.it/it/catalogo/scheda/una-storia-italiana/

Una storia semplice, di Leonardo Sciascia

Una storia semplice, di Leonardo Sciascia

Copertina flessibile – 29 gennaio 1990

di Leonardo Sciascia (Autore)

“Una storia semplice” è una storia complicatissima, un giallo siciliano, con sfondo di mafia e droga. Eppure mai – ed è un vero tour de force – l’autore si trova costretto a nominare sia l’una sia l’altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito, come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l’opportunità di riflettere. Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l’unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi – un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo. È forse questo l’estremo azzardo concesso a chi vuole “ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”.

Storia dell’ingegner Mario Tchou dell’Olivetti, che riuscì a battere sul tempo l’Ibm

L’ingegnere di origini cinesi progettò l’Elea 9003, il primo computer italiano totalmente a transistor, arrivato con alcuni mesi di anticipo rispetto a quello dell’Ibm.

Nel 2021 ricorre il 60esimo anniversario dalla morte di Mario Tchou, l’ingegnere della Olivetti che progettò Elea 9003, il primo computer italiano, prematuramente scomparso all’età di soli 36 anni.

Wired Italia

Nato a Roma il 26 giugno 1924, Mario Tchou era figlio di un diplomatico cinese che lavorava all’ambasciata della Cina imperiale presso il Vaticano. Tchou ebbe un’istruzione italiana prima di specializzarsi negli Stati Uniti. Diplomatosi al liceo classico Torquato Tasso di Roma, iniziò gli studi universitari alla Sapienza per poi continuarli oltre oceano, dove si laureò in ingegneria elettronica a Washington nel 1947.Dopo essersi spostato a New York, Tchou conseguì un master al Polytechnic Institute of Brooklyn con una tesi sulla diffrazione ultrasonica. Cominciò inoltre a insegnare, prima al Manhattan College e successivamente alla Columbia University.

L’incontro con Olivetti

Fu proprio a New York che nel 1954 Tchou incontrò Adriano Olivetti. Tchou era stato segnalato all’imprenditore di Ivrea da Enrico Fermi, che già da qualche anno stava cercando di convincere l’Olivetti a investire sull’elettronica. Tchou poteva quindi essere la persona giusta per ricoprire il ruolo di direttore per il nuovo Laboratorio di ricerche elettroniche della Olivetti. L’ingegnere si presentò per sostenere il colloquio presso la sede americana della Olivetti, ma le domande che gli fece l’industriale non riguardarono la tecnologia. Tchou raccontò che durante il colloquio, Olivetti sembrava più interessato a conoscere aspetti sociali e relazionalipiuttosto che quelli tecnici. Ciò lo colpì positivamente. Così Tchou decise di accettare l’offerta di lavoro e di far rientro in Italia, anche per ragioni familiari.

Il laboratorio fu aperto a Barbaricina, un sobborgo di Pisa, poiché l’Olivetti in quegli anni aveva instaurato una collaborazione con l’università toscana per la costruzione di un nuovo calcolatore scientifico denominato Calcolatrice elettronica pisana(Cep). Il laboratorio però aveva un suo progetto specifico, ovvero la progettazione della prima calcolatrice commerciale, l’Elea (Elaboratore elettronico aritmetico). L’acronimo si ispirava all’antica città della Magna Grecia sede di scuole di filosofia, scienza e matematica.

Tchou si occupò personalmente della selezione del personale, privilegiando candidati sotto i 30 anni e in possesso di requisiti come entusiasmo, spirito innovativo, immaginazione e capacità di lavorare in gruppo. Tra i primi assunti, figuravano pionieri dell’informatica come Franco Filippazzi e altri tecnici e scienziati che furono poi ricordati come i “ragazzi di Barbaricina”.

Il primo prototipo dell’Elea

Nel 1957 il gruppo realizzò il primo prototipo del nuovo elaboratore, l’Elea 9001 (o “Macchina Zero”), che era a valvole e quindi di grandi dimensioni. L’anno successivo seguì l’Elea 9002 (o “Macchina 1V”), più veloce della versione precedente e considerata il prototipo di una macchina commerciale. Tchou, tuttavia, ne sospese il lancio sul mercato poiché intuì che grazie all’emergente tecnologia dei transistor sarebbe stato possibile costruire una macchina senza valvole, più veloce e meno costosa.

Il laboratorio da Barbaricina fu poi spostato a Borgolombardo, in provincia di Milano, dove dopo poco tempo il team guidato da Tchou riuscì a portare a compimento il progetto. A novembre del 1959 Adriano Olivetti presentò al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi l’Elea 9003, il primo computer italiano totalmente a transistor. Chiamato anche “Macchina 1T”, era un prodotto d’avanguardia per l’epoca, arrivato alcuni mesi in anticipo rispetto al primo computer a transistor dell’Ibm, allora leader nell’elettronica.

Ad occuparsi del design era stato Ettore Sottsass, che aveva messo al centro l’uomo e non la macchina, realizzando una console dalla forma ergonomica e coi comandi facilmente alla portata dell’operatore. Grazie all’Elea 9003, nel 1959 Sottsass si aggiudicò il Compasso d’oro. Nello stesso anno l’Elea 9003 venne presentata alla Fiera campionaria di Milano e l’anno successivo venne consegnata al primo cliente, la Marzotto di Guadagno. In totale, furono venduti circa 40 esemplari a grandi aziende, banche e enti pubblici.

Lo sviluppo di Elea non si fermò lì. Nel 1960 fu realizzata l’Elea 6001, un calcolatore di minor costo e dimensioni orientato ad applicazioni di carattere scientifico e rivolto quindi per un’utenza media come istituti universitari, enti pubblici e media industria. Ebbe un forte successo, vendendo circa 100 esemplari.

L’eredità di Tchou

Tra il 1960 e il 1961 però la scomparsa prima di Adriano Olivetti, morto improvvisamente il 27 febbraio 1960, e poi quella di Mario Tchou in un tragico incidente stradale il 9 novembre 1961, incisero sulle sorti dell’azienda nel campo dell’elettronica. Prima di morire, Tchou stava lavorando a un nuovo calcolatore, per il quale aveva affidato al matematico Mauro Pacelli il compito di sviluppare una nuova architettura e un nuovo linguaggio.

Articoli più letti

La mattina del 9 novembre Tchou si stava recando da Milano a Ivrea proprio discutere con la direzione il nuovo progetto, ma sull’autostrada nei pressi di Santhià l’auto su cui viaggiava ebbe uno scontro frontale con un furgone, fatale per l’ingegnere e il suo autista. Negli anni seguenti, si sono fatte diverse congetture sull’incidente, tra cui quella di un complotto della Cia che avrebbe provocato la morte dell’ingegnere per via della minaccia che l’Olivetti di allora rappresentava per gli americani. La famiglia di Tchou però ha sempre sottolineato la mancanza di prove sul dolo nell’incidente.

È chiaro, tuttavia, che l’Olivetti e l’elettronica italiana nel suo complesso abbiano subito un colpo enorme con la perdita di due figure chiave dell’innovazione made in Italy dell’epoca. Poco dopo la divisione elettronica della Olivetti fu dismessa e nel 1964 fu ceduta all’americana General Electric.

A sessant’anni dalla sua scomparsa, l’eredità di Mario Tchou nel campo della tecnologia e anche in quello culturale, incarna l’eccellenza italiana e inoltre rappresenta una testimonianza d’integrazione fra culture diverse. Nel 2019 all’incontro organizzato a Milano per celebrare il 60esimo anniversario dell’Elea 9003, il nipote di Mario Tchou lo ha ricordato così: “Mio zio, come i geni, era dotato di una grande umanità. Era profondamente italiano e, allo stesso tempo, era profondamente e completamente cinese”. A tal proposito, è un segnale importante il fatto che all’inizio del 2020 il Consiglio comunale di Prato, città con una forte presenza di residenti di origine cinese, abbia approvato all’unanimità la mozione per intitolare una via (o una piazza) a Mario Tchou.

Da: https://www.wired.it/economia/business/2021/01/20/olivetti-mario-tchou-elea-ibm/

Watcher, l’indifferenza apre le porte alla violenza di genere

Il nuovo thriller psicologico Watcher, distribuito in Italia da Lucky Red e al cinema dal 7 settembre, riaccende l’attenzione su un tema tanto attuale quanto urgente, dai numeri impietosi. Qui su Wired la mini serie Watcher Podcast, con la voce di Filippo Nigro, per raccontare storie reali di donne scampate da situazioni pericolose

Wired Italia

A volte può capitare di provare una paura viscerale senza un apparente motivo concreto. In altri casi si ha una brutta sensazione difficile da spiegare. Magari ci si sente soli anche se in mezzo a tanta gente. Tutto questo può essere conseguenza di una violenza di genere, consapevolmente subita o magari perpetrata anche in modo inconsapevole, in cui in ogni caso la vittima finisce per sentirsi completamente incapace di gestire la situazione. Per generare una simile condizione – di fatto – non è necessario compiere materialmente alcun crimine, ma può essere sufficiente spaventare, incutere timore e fare sentire l’altra persona debole, insignificante o trasparente.

Un turbinio di emozioni spiacevoli e dolorose, spesso a cavallo tra incubo e realtà, che è anche il filo conduttore di Watcher, thriller-horror centrato anzitutto sugli aspetti psicologici della violenza sulle donne, scritto e diretto da Chloe Okuno e distribuito in Italia da Lucky Red. Nelle sale cinematografiche lo si potrà vedere da mercoledì 7 settembre. Ma andiamo con ordine… continua su: https://www.wired.it/branded/article/watcher-violenza-genere-film-podcast/

ADESSO (vernacolo) di Silvia De Angelis

ADESSO (vernacolo)

Se semo ‘ncrociati quanno ‘ a testa nostra

ciaveva ‘na gran forza

e ce sentivamo padroni de ‘sto monno

che stava a guardà er bello

de’ ‘ a vita nostra….

Quanti momenti de gran passione

e quarche sguaiata ‘ncazzatura

che ce ridava smarto e forza

pe’ annà avanti sempre ‘n salita.

Certo mo avemo perzo quo smarto

che accecava i giorni pe’quanto

ereno lucidi e nell’opacità

de ‘sto presente che cià cambiato

forze de fora, annamo avanti

a passi più lenti pe’ paura

de dovè ‘nciampà e facce male.

Certo erano mejo quee litigate

pe’ poi aripiasse abbraccigati

più de prima, mo semo sempre

soridenti e bboni ma a dì a verità

piu rincojoniti….

@Silvia De Angelis

ADESSO (traduzione)

Ci siamo incontrati quando la nostra testa

aveva una grande energia

e ci sentivamo padroni di questo mondo

che guardava il bello

della nostra vita..

Quanti momenti di gran passione

e qualche sguaiata arrabbiatura

che di ridava smalto e forza

per andare avanti sempre in salita.

Certo ora abbiamo perso quello smalto

che accecava i giorni per quanto

erano lucidi e nell’opacità

di questo presente che ci ha cambiato

forse al di fuori, andiamo avanti

a passi più lenti per paura

di dover inciampare e farci male.

Certo erano meglio quelle litigate

per poi ritrovarsi abbracciati

più di prima, ora siamo sempre

sorridenti e buoni, ma a dire la verità

più rincoglioniti….

https://ssilviadeangelis5.blogspot.com/

VENTRE D’AMORE, di Silvia De Angelis

Eppur assai mi duole

questa forzata lontananza da te

perché il rumore della tua diversità

insinua sensibili suggestioni

nelle mie debolezze quotidiane

alleggerendo  quel non so che

che s'impone  nella stretta in fondo…

togliendo quasi il respiro

e la voglia di andare.

Sono nei tuoi nodi intransigenti

per ammorbidirne il tiro

e rendere il giro della corda

fluttuante come  il tuo ansimare

quando scivola

sullo squarcio d’attesa

e ascolta con gli occhi

il ventre mio d’amore

@Silvia De Angelis  



 

Riflessioni: IL BISOGNO DI CONOSCENZA DELL’UOMO E LA FEDE: NEMICI O AMICI?, di Antonella Perrone – Autrice

IL BISOGNO DI CONOSCENZA DELL’UOMO E LA FEDE: NEMICI O AMICI?

Ulisse, eroe omerico protagonista dell’Odissea, è un personaggio moderno affamato di conoscenza e rappresenta l’aspirazione all’assoluto.

Ulisse può essere ritenuto exemplum dell’uomo dell’umanesimo, insofferente ai dogmi e ai limiti imposti dal divino, portatore di desiderio di sconfinare in nuove verità e raggiungere qualcosa di ignoto, certo che questo lo appagherà.

Ulisse si contrappone al modello dell’uomo medioevale, chiuso nelle sue certezze sul mondo e sulla divinità.

Lo stesso Dante, modello di uomo medioevale per eccellenza, mosso da un forte spirito religioso, interpreta la volontà di spingersi oltre i confini delle proprie possibilità, come un atteggiamento di follia, sfida ed arroganza. Nonostante ne riconosca le molte virtù, non esita perciò ad inserire Ulisse nella sua Divina Commedia, dove l’uomo viene punito nella bolgia dei consiglieri fraudolenti.

Nel canto XXVI dell’Inferno Ulisse si distingue nettamente dalle anime precedentemente incontrate nel cammino di Dante: a differenza di altri, non è esplicitamente consapevole del peccato commesso. L’evento tragico che lo caratterizza è il suo naufragio, episodio che il personaggio ritiene accidentale, ma che rappresenta invece il compiersi del volere divino di negare a un uomo la conoscenza che non ha il diritto di avvicinare del tutto.

L’episodio del naufragio ha quindi in Dante la funzione di monito verso tutti coloro che utilizzano l’ingegno per compiere grandi imprese senza essere appoggiati dalla fede. Lo stesso Dante ammette però che è proprio il desiderio di conoscere che caratterizza gli uomini: vivere privi di questo, porta l’uomo sullo stesso piano degli animali.

Anche lo stesso Dante compie un viaggio oltre i propri limiti: la differenza è che lui non è caduto nell’errore di seguire il suo desiderio senza affidarsi a una guida divina.

Racconti: TUTTO E’ RELATIVO, di Antonella Petrone – Autrice

TUTTO E’ RELATIVO

Come possiamo affermare che quello di cui siamo convinti è convinzione anche per gli altri?

Ciò che per una persona può risultare apprezzabile, per un’altra può non esserlo. Io posso apprezzare un libro che invece una mia amica potrebbe ritenere noioso. E si arriverebbe a divergenze sempre più forti se facessimo il confronto fra generazioni diverse che sono magari contraddistinte da esperienze, educazione e vissuti differenti che possono influenzare notevolmente una persona. Se per esempio un ragazzo ritiene

divertente passare la notte a ballare in mezzo al caos di una discoteca per ore intere, un anziano non lo tollererebbe mai e per di più potrebbe anche ritenerlo pericoloso e riprovevole.

Un altro esempio, forse il più significativo, ci è dato dalla classificazione fra ciò che è bello e ciò che non lo è. Infatti la bellezza è relativa e può variare a seconda di gusti, età, tradizione e anche nazionalità. Infatti capita spesso che ci siano divergenze sul valutare la bellezza di una persona, di un dipinto, di un edificio, di un abito.

Anche la felicità può variare a seconda di una situazione e dei sentimenti che prova la persona che la vive. Infatti se alcuni sono felici per una vittoria, altri saranno tristi perché quella vittoria è magari costata a loro una sconfitta.

Consideriamo quindi ogni aspetto che ci circonda nella vita di tutti i giorni relativo, in quanto non avremo mai un parere assoluto che ci accomuni su un argomento.

Ma se tutto è relativo, non è forse vero che anche la mia tesi lo è?

Racconti: IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.

Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.

Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”

Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.

Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!

Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:

“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.

Le favole di Settembre

È uno dei ricordi più cari della mia infanzia, le domeniche in famiglia e la nonna che raccontava favole. “Il principe Felice” ” La Bella Addormentata” uno stimolo meraviglioso per una bimba che già viaggiava sulle ali della fantasia. Raccontate favole ai bimbi, è un patrimonio di inestimabile valore che arricchirà il loro animo.

NAPOLI:

Che meraviglia il sole di
Settembre, ha una luminosità
che si tocca!! Se lo accarezzi
non fa male, se gli sorridi,
sorride con te…
È buono il sole di settembre
sa di uva, di mele cotte,
e case coperte di edera…
Fatti accogliere dal sole
di settembre, sa di favole antiche,
quelle che raccontava la nonna
davanti alla stufa, prima di pranzare.

Imma Paradiso

Il cibo e i poeti, a tavola con Hemingway

Sin dalla sacre scritture, per poi arrivare alla Divina Commedia e a risalire la storia tutta della letteratura italiana, il cibo ha negli scritti un valore simbolico sempre diverso e una grande valenza emotiva: dal frutto primigenio delle Sacre Scritture ai formaggi della grotta di Polifemo nell’Odissea; dalla simbologia boccaccesca, fino alla carestia dei Promessi Sposi, sempre la letteratura e la poesia italiane hanno incastonato il cibo al centro di ragionamenti ben più complessi di un semplice ingrediente quotidiano.

NAPOLI

«C’è della poesia nel cibo, mentre è scomparsa da qualsiasi altra cosa, e finché la digestione me lo permetterà io seguirò la poesia», assicurava Ernest Hemingway, che i sapori della vita li conosceva, li amava davvero e ne gustò tanti. E, certamente, il cibo e il bere sono sempre stati elementi centrali di questo forte connubio. Ristoranti e trattorie, bar e caffè hanno rappresentato luoghi di incontro, ispirazione e conoscenza determinanti nei romanzi di Ernest, grande anche come divoratore di vita. Hemingway era un mangiatore (e bevitore) formidabile. Esplorava i cibi con lo stesso appetito con cui si appassionava ai luoghi. Amava  la trota fritta che andava a pescare da ragazzo e poi cucinava sul fuoco da campo nelle foreste del Michigan, e il filetto di leone ucciso personalmente nei safari in Africa, ma ci sono anche piatti italiani, francesi, spagnoli (come il baccalà di Pamplona, che Hemingway definì uno dei suoi piatti preferiti).

Racconto di Ernest Hemingway

Le trote nel fiume

Al margine del prato scorreva il fiume. Nick fu contento d’esser arrivato al fiume.
Attraversò il prato dirigendosi verso monte, i calzoni gli s’inzuppavano di rugiada mentre camminava. Dopo la giornata calda la rugiada era venuta presto ed abbondante.
Il fiume non faceva rumore. Era troppo veloce e tranquillo. Al margine del prato, prima di salire su un rialzo di terreno per piantarvi la tenda, Nick guardò nel fiume le trote che affioravano.
Venivano alla superficie per gli insetti che al calar del sole giungevano dalla palude posta oltre il fiume. Le trote saltavano fuori dall’acqua per afferrarli. Mentre Nick percorreva la stretta striscia di prato lungo il fiume, alcune trote. erano saltate alte fuor d’acqua.
Ora, mentre guardava il fiume, gli insetti dovevevano essersi disposti su tutta la superficie, perché in tutta l’acqua le trote si muovevano alla conquista del cibo.
Fin dove egli poteva vedere c’erano trote che saltavano, formando circoli su tutta la superficie
dell’acqua, come se stesse per piovere…

*Uno scrittore formidabile, coinvolgente, sensibile, con uno stile asciutto, senza fronzoli.
Bellissima la descrizione di queste trote che saltano fuori dall’acqua come se piovesse…
 

Viaggio nella Storia: Canossa, di Luciana Benotto

Luoghi, personaggi, fatti e leggende

di Luciana Benotto

Viaggio nella Storia: Canossa

Correva il 27 gennaio 1077 quando, davanti all’imponente maniero della contessa Matilde di Canossa, che in quei giorni ospitava papa Gregorio VII, si presentò l’imperatore Enrico IV. Egli andava a chiedere venia al pontefice dopo quanto accaduto alla Dieta di Worms, durante la quale, assieme ai feudatari a lui fedeli e a dei vescovi, aveva dichiarato di non riconoscere la nomina di Gregorio, fautore di una monarchia basata sul potere del clero, e quindi lo deponeva. Siamo nel periodo della cosiddetta Lotta per le investiture tra Impero e Chiesa.

Ma come mai il sovrano del Sacro Romano Impero, era giunto a una tale grave e pericolosa presa di posizione?

Per saperlo dobbiamo andare  a ritroso di qualche anno, ovvero nel 1059, quando il papa, che allora era solo il monaco Ildebrando di Soana, in un Concilio in Laterano, riuscì ad ottenere che l’elezione del pontefice venisse sottratta all’imperatore e riservata ai soli cardinali; e questo andava a scontrarsi con l’idea di potere di Enrico che, rovesciando quell’ottica, sosteneva invece che il conferimento delle cariche ecclesiastiche competeva a lui, in quanto la sua autorità gli veniva direttamente da Dio.20

Quella scomunica, fatto gravissimo per un sovrano, scioglieva però i sudditi dal loro giuramento di fedeltà e questo causò lo scoppio di una guerra civile tra i feudatari che lo sostenevano e quelli ribelli che lo contestavano. Ecco il perché del viaggio in Italia. 

A Canossa egli riuscì ad ottenere il perdono grazie alla mediazione della contessa Matilde, che consigliò all’amico pontefice di revocare la scomunica, ma per ottenerlo Enrico IV dovette però stare tre giorni e tre notti inginocchiato davanti al portale d’ingresso col capo cosparso di cenere, mentre imperversava una bufera di neve. Questo raccontano le cronache. E da allora “andare a Canossa” significa sottomettersi e umiliarsi di fronte a un nemico. Cosa resta oggi del luogo dell’incontro di quei due importanti personaggi?

Di quel grande castello posto sopra un’aspra rupe di arenaria bianca, che nel 1502/3 accolse pure Ludovico Ariosto nelle vesti di capitano estense, rimangono solo delle suggestive rovine. Tra le strutture riconoscibili ci sono: la cisterna scavata nella roccia che riforniva il mastio, i resti di un palazzo cinquecentesco e la cripta della chiesa di Sant’Apollonio, che nel 1116 fu abbazia benedettina. Parte dei materiali rinvenuti nel corso di scavi, sono custoditi nel piccolo e interessante Museo Nazionale realizzato all’interno di un fabbricato adiacente le vecchie mura castellane: un fonte battesimale romanico, ceramiche, cimeli matildici, capitelli ed epigrafi.

Al maniero si accede tramite un sentiero che risale a tornanti il versante occidentale della rupe, e che inizia non lontano dal parcheggio. Dalla sommità della rocca, nelle giornate limpide, si gode di un vastissimo panorama: a nord le Alpi, a sud l’Appennino e ad ovest l’alta rupe di Rossena, su cui sorge un altro castello della contessa, attualmente trasformato in ostello, e accanto al quale sta il caratteristico borgo sorto nell’XI secolo, ma oggi d’aspetto cinquecentesco. 

E della proprietaria del maniero, la contessa Matilde cosa possiamo dire? Che fu una feudataria potente, una donna che grazie alla sua intelligenza, scaltrezza e forza d’animo, visto che sopportò dolori ed umiliazioni, riuscì a dominare una vasta estensione territoriale a nord dello Stato della Chiesa, nonostante le donne a quell’epoca erano considerate molto inferiori agli uomini. Ma per saperne di più, vi consiglio di leggere almeno uno di questi tre saggi: La gran contessa di Edgarda Ferri, Breve storia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli e Matilde di Canossa di Eugenio Riversi

Orari di visita del castello e del Museo Nazionale di Canossa: mart. 10.00 – 17.00 tutti gli altri giorni 9.00 – 17.00. Chiuso lun.

Come arrivare

in auto: A1 uscita Parma, poi S.S. 9 fino a S.Ilario d’Enza, indi S.P. 513

in treno: Stazione F.S.  a Ciano d’Enza; collegamenti di autobus

Le favole di Settembre

È uno dei ricordi più cari della mia infanzia, le domeniche in famiglia e la nonna che raccontava favole. “Il principe Felice” ” La Bella Addormentata” uno stimolo meraviglioso per una bimba che già viaggiava sulle ali della fantasia. Raccontate favole ai bimbi, è un patrimonio di inestimabile valore che arricchirà il loro animo.

NAPOLI:

Che meraviglia il sole di
Settembre, ha una luminosità
che si tocca!! Se lo accarezzi
non fa male, se gli sorridi,
sorride con te…
È buono il sole di settembre
sa di uva, di mele cotte,
e case coperte di edera…
Fatti accogliere dal sole
di settembre, sa di favole antiche,
quelle che raccontava la nonna
davanti alla stufa, prima di pranzare.

Imma Paradiso

Il cibo e i poeti, a tavola con Hemingway

Sin dalla sacre scritture, per poi arrivare alla Divina Commedia e a risalire la storia tutta della letteratura italiana, il cibo ha negli scritti un valore simbolico sempre diverso e una grande valenza emotiva: dal frutto primigenio delle Sacre Scritture ai formaggi della grotta di Polifemo nell’Odissea; dalla simbologia boccaccesca, fino alla carestia dei Promessi Sposi, sempre la letteratura e la poesia italiane hanno incastonato il cibo al centro di ragionamenti ben più complessi di un semplice ingrediente quotidiano.

NAPOLI

«C’è della poesia nel cibo, mentre è scomparsa da qualsiasi altra cosa, e finché la digestione me lo permetterà io seguirò la poesia», assicurava Ernest Hemingway, che i sapori della vita li conosceva, li amava davvero e ne gustò tanti. E, certamente, il cibo e il bere sono sempre stati elementi centrali di questo forte connubio. Ristoranti e trattorie, bar e caffè hanno rappresentato luoghi di incontro, ispirazione e conoscenza determinanti nei romanzi di Ernest, grande anche come divoratore di vita. Hemingway era un mangiatore (e bevitore) formidabile. Esplorava i cibi con lo stesso appetito con cui si appassionava ai luoghi. Amava  la trota fritta che andava a pescare da ragazzo e poi cucinava sul fuoco da campo nelle foreste del Michigan, e il filetto di leone ucciso personalmente nei safari in Africa, ma ci sono anche piatti italiani, francesi, spagnoli (come il baccalà di Pamplona, che Hemingway definì uno dei suoi piatti preferiti).

Racconto di Ernest Hemingway

Le trote nel fiume

Al margine del prato scorreva il fiume. Nick fu contento d’esser arrivato al fiume.
Attraversò il prato dirigendosi verso monte, i calzoni gli s’inzuppavano di rugiada mentre camminava. Dopo la giornata calda la rugiada era venuta presto ed abbondante.
Il fiume non faceva rumore. Era troppo veloce e tranquillo. Al margine del prato, prima di salire su un rialzo di terreno per piantarvi la tenda, Nick guardò nel fiume le trote che affioravano.
Venivano alla superficie per gli insetti che al calar del sole giungevano dalla palude posta oltre il fiume. Le trote saltavano fuori dall’acqua per afferrarli. Mentre Nick percorreva la stretta striscia di prato lungo il fiume, alcune trote. erano saltate alte fuor d’acqua.
Ora, mentre guardava il fiume, gli insetti dovevevano essersi disposti su tutta la superficie, perché in tutta l’acqua le trote si muovevano alla conquista del cibo.
Fin dove egli poteva vedere c’erano trote che saltavano, formando circoli su tutta la superficie
dell’acqua, come se stesse per piovere…

*Uno scrittore formidabile, coinvolgente, sensibile, con uno stile asciutto, senza fronzoli.
Bellissima la descrizione di queste trote che saltano fuori dall’acqua come se piovesse…
 

Cultura

Ezio Bosso: sixth breath the last breath

Date: 4 settembre 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

Roma: articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Ezio Bosso

” Sono un uomo con una disabilità evidente, in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono” Ezio Bosso.
Vorrei parlare di lui, iniziando cosi. Amo immensamente questo musicista, le note ti entrano dentro, fanno i percorsi del tuo sangue, ogni vena, ogni pulsazione, esplode nel cuore, nella mente. Non fuochi di artificio, ma passione, fuoco, amore, dolore, tristezza, gioia, colore cangianti, chiaroscuri, e morte. Nella fine di ogni nota, una fine, che ti innalza, ti sublima, ti percorre in ogni atomo, ogni neurone, una pallina che rimbalza come in un flipper.
Le sue mani affaticate, sul pianoforte, un emozione cosi forte, che ti capita di stare piegata in due, raccolta, le mani in preghiera, una musica irresistibile, eccelsa, già non di questo mondo, ma proiettata, si nella morte, ma nell’ infinito, nella sua immortalità, che già, sentivi , nella sua vita. Ezio Bosso, immortale nella sua vita mortale, nella sua musica che sa di Dio e di vera creazione, genialità.

https://youtube.com/watch?v=1VlIXQH4xV4&feature=share
Ezio Bosso, l’immortale seduto tra gli uomini. Compositore, pianista, contrabbassista, direttore d’orchestra. La sua bacchetta non era come le altre, sollevava magie, teorie di universi, viaggi dentro oceani sconfinati, dentro l’acqua nei suoi misteri di abissi, di vette innevate, dove potevi salire come in un sogno, prati verdi, pure energie d’amore, di emozioni intense, drammatiche. Un uomo che stava scomodo con il suo corpo, ma con note che gli disegnavano contorni indelebili, netti, incancellabili, decisi, immensi, eterni. La sua grandezza nella direzione dell’orchestra, con il suo stilo, una direzione con un tutt’uno, tra lui e i musicisti, dalla sua bacchetta dipartivano note che si univano ad una sensazione fisica, come se avesse il dono di toccarti fisicamente. La sua musica una musica fisica, metafisica, emozionale, brilla di luce propria.


15 maggio 2020, a soli 48 anni il suo sesto respiro, l ha portato via, a soli 48 anni. Dal 2011 un cancro, il tutto aggravato da una malattia neurodegenerativa, non si era mai arreso, aveva raccolto sfide sempre più grandi, a sfidare l’impossibile. Lui ha sfidato l’impossibile, ed eccolo comunque tra noi, indelebile, eterno, immortale.

Ezio Bosso

” la musica è una necessità, è come respirare” Ezio Bosso.
Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. Ezio Bosso

Ezio Bosso era una persona molto speciale. Intelligentissima, sensibile, sapeva trasmettere la passione per la musica e per la vita. Se n’è andato a 48 anni, e lascia un grande vuoto. “La musica ci cambia la vita e ci salva. Le persone che vengono ospiti da me, entrano da personaggi e escono da persone. La bacchetta mi aiuta a mascherare il dolore e non è una cosa da poco”
Ezio Bosso, il saluto della sua orchestra: “Sei in ogni nota suonata”

La sera di Natale Bosso era tornato su Rai 3 con Cajkovskij e Mozart. Il Teatro dell’Unione di Viterbo aveva ospitato il maestro con l’Orchestra Filarmonica, da lui fondata, arricchita per l’occasione dai giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento e il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro. “Ascoltate a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l’Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la televisione, ma non in casa, deve uscire dalle case. L’arte e la bellezza sono contagiose: così cambieremo il mondo”.

Ezio Bosso: “Ascoltate Cajkovskij ad alto volume: l’arte e la bellezza sono contagiose”

Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì Following a bird, composizione contenuta nell’album The 12th Room, che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. “Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”.

Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi “perché guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l’operaio, così è stato detto a mio padre”. Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. “Ho avuto paura anche delle ‘mazzate’ che mi sono preso, ho preso schiaffoni perché sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistano. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà, riconosci la grandezza dell’altro e diventi grande insieme a lui”. Tratto dal giornale ”la repubblica”

Ezio Bosso

Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì Following a bird, composizione contenuta nell’album The 12th Room, che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. “Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”. Repubblica

Ezio Bosso

Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi “perché guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l’operaio, così è stato detto a mio padre”. Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. “Ho avuto paura anche delle ‘mazzate’ che mi sono preso, ho preso schiaffoni perché sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistano. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà, riconosci la grandezza dell’altro e diventi grande insieme a lui”.

Sergio Mattarella gli rende omaggio. Libero.ti

Si dice che la vita sia composta da 12 stanze. 12 stanze in cui lasceremo qualcosa di noi che ci ricorderanno. 12 le stanze che ricorderemo quando saremo arrivati all’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza dove è stato, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. Stanza, significa fermarsi, ma significa anche affermarsi. Ho dovuto percorre stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica detto sinceramente. È una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, piccolissima eppure immensa e impossibile da percorrere. Nei periodi in cui sono lì ho dei momenti dove mi sembra che non ne uscirò mai. Ma anche lei mi ha regalato qualcosa, mi ha incuriosito, mi ha ricordato la mia fortuna. Mi ha fatto giocare con lei. Sì, perché la stanza è anche una poesia. Ezio Bosso.

Umano, straordinariamente sensibile, cuore generoso.

Ezio Bosso

Tratto da ”lampi di poesia,
Innamorati dell’umano, alla ricerca di #lampidipoesia tra le pieghe dell’esistenza quotidiana”su google.

In quest’opera vengono presi in esame vari tipi di respiro, in particolare ce ne sono sei particolarmente significativi per la nostra esistenza. Ogni respiro viene introdotto attraverso un tema centrale che ne rappresenta il pensiero, il modo attraverso cui l’idea relativa ad esso sia stata concepita dall’autore. Tale tema è eseguito al pianoforte, per poi svilupparsi in seguito con l’aggiunta di sei violoncelli che, a gruppi di tre per lato, rappresentano idealmente due polmoni, grazie ai quali il respiro vero e proprio si compie. Vediamo allora quali sono questi sei respiri in cui possiamo ricorrere nel corso della nostra vita: probabilmente, ad eccezione del sesto, avremo già avuto modo di sperimentarli e dunque ci verrà facile riconoscerli.

Potete ascoltare Six Breaths cercando l’album omonimo in un qualsiasi servizio di streaming (dura circa 40 minuti in tutto), oppure dal link video che vi lascio in fondo alla pagina dell’esecuzione dal vivo del 13 luglio 2013 all’interno del festival “I suoni delle Dolomiti”, comprensiva dei suoni della natura e della spiegazione di ogni respiro direttamente dalla voce dell’autore (nel corso del concerto ci sono anche alcune sorprese!)

Primo respiro: Draw Breath (Il respiro disegna)

Il primo respiro è quello di quando si viene al mondo e rappresenta una sorta di shock, uno stravolgimento totale di quella che era stata la vita fino a quel momento, nel grembo materno. I polmoni si dilatano per la prima volta riempiendosi d’aria, e ciò richiede un certo sforzo. Il primo respiro di cui ci si rende conto deve essere molto profondo e intenso ed è quello che insegna a respirare per poi farlo tutta la vita. C’è un’espressione in inglese in cui si usa dire che “il respiro disegna”, nel senso che questo primo respiro dà la forma a tutti i respiri successivi.

Iniziare a respirare autonomamente è un atto indispensabile alla sopravvivenza, ma implica anche il trauma del distacco dalla madre. Succede molte volte, nel corso della vita, di non riuscire ad accettare un cambiamento o qualsiasi cosa si renda necessaria per il nostro bene ma che allo stesso tempo ci fa paura. Eppure si tratta solo di trovare nuove vie per continuare a stare in ciò che è vitale per noi senza però esserne dipendenti, esattamente come avviene quando un neonato vive il suo effettivo distacco dalla mamma, ma non per questo la perde. Lei sarà sempre accanto a lui, in modo diverso da prima, ma non meno efficace e presente.

Secondo Ezio Bosso anche le note sono respiri, e il primo respiro di una musica, l’idea che sta alla base di tutto il suo successivo sviluppo, sta proprio in una nota. Tale nota è riconoscibile fin dalle prime battute del brano che descrive appunto il primo respiro, si sussegue nei primissimi secondi dettando il tono e l’intensità di tutta la composizione, esattamente come il primo respiro dà inizio e prosecuzione alla nostra vita subito dopo la nascita. Il clima è solenne e grave, c’è spaesamento, tutto sembra sospeso, in attesa, ma si ha la percezione netta di come quel momento sia soltanto il preludio a qualcosa di grande che sta per iniziare.

Secondo respiro: Out of Breath (Senza respiro)

Capita a tutti di ritrovarsi senza fiato, ad esempio dopo una corsa, uno sforzo fisico intenso, un’emozione troppo forte… La frequenza respiratoria aumenta, come anche quella cardiaca, e gli scambi di gas a livello dei polmoni si fanno più veloci per sopperire alla maggiore richiesta di ossigeno da parte dell’organismo. Tutto questo è fisiologico e basta fermarsi ad aspettare per tornare alla normalità. Ci sono però anche altre situazioni in cui si può rimanere senza fiato: un semplice sorso d’acqua che va di traverso, una crisi d’asma, di tosse, di affanno, oppure un attacco di panico o qualche altra problematica. In tutti questi casi, rimanere senza respiro per qualche istante o comunque essere in seria difficoltà ci porta ad accorgerci del fatto che stiamo respirando proprio perché non riusciamo a farlo liberamente!

Andare “fuori dal respiro” (traducendo letteralmente) è sentirsi mancare la terra sotto i piedi, è perdere il controllo, è fare un salto lì dove non è consentito farlo, ed è qualcosa che ci paralizza dalla paura. Si può però riuscire a dare una connotazione positiva anche a un’esperienza così spaventosa se ci soffermiamo a riflettere sull’andare fuori dal respiro come possibilità di uscire da se stessi, di andare oltre il proprio vissuto e i propri problemi, senza assolutizzarli. È chiaro che senza respiro non si può vivere, e d’altronde non ci viene richiesto questo, ma ogni esperienza negativa che viviamo, ogni oppressione che sembra toglierci l’aria, può essere trasformata in un’occasione a nostro favore (“e se fosse una grazia?” è la domanda che gli amici del blog 5pani2pesci mi hanno messo nella testa). La sfida è quella di trovare un modo, una via dove sembra non esserci, un’ispirazione che produca in-spirazione, ricordando che “non si crea nulla se non si spera” e che “è veramente vivo chi abbraccia tutta la sua verità e la vive come compito”.

Il ritmo di questo secondo respiro è impetuoso e concitato, proprio a descrivere un respiro veloce e in affanno, ma alla fine del brano tutto sembra tornare, seppur con fatica, alla normalità.

Terzo respiro: Crying Breath (Il respiro piangente)

Un altro tipo di respiro è quello che provoca il blocco del respiro stesso ed è il singhiozzo del pianto. Quando piangiamo il respiro diventa a scatti e di tanto in tanto si blocca perché si accorcia ed è scosso dai sobbalzi. La contrazione che ne deriva impedisce al diaframma di rilassarsi e aprirsi, così il respiro rimane come rinchiuso all’interno del torace. Il pianto stesso non è altro che il tentativo di portare fuori un dolore, perché non rimanga chiuso dentro noi stessi ma possa trovare uno sfogo grazie alla condivisione con qualcuno che, per amore, sia disposto a portarne il peso insieme a noi. Ed ecco che il pianto diventa liberatorio.

Mentre si piange si ha difficoltà a parlare, potrebbe sembrare quindi che in quel momento la comunicazione subisca un’interruzione ma è tutto il contrario. Quello delle lacrime è infatti un linguaggio molto più eloquente rispetto alla parola, ed è incapace di mentire. Piangere rivela se stessi e ciò che si sta vivendo dentro di sé senza possibilità di finzione, è un momento di autenticità fortemente in contrasto con l’abitudine che abbiamo di nascondere ciò che riteniamo non debba essere mostrato perché rischierebbe di mettere in luce tutta la nostra fragilità. Eppure questo siamo: esseri fragili che hanno bisogno di non vergognarsi di esserlo e che una volta scoperto questo iniziano ad accorgersi di come la fragilità stessa sia in realtà una forza e una risorsa.

Il ritmo sobbalzante del respiro piangente è reso dal pulsare di una nota che percorre la durata dell’intero brano. L’atmosfera richiama quella del primo respiro (d’altronde anche quando si nasce si piange), ma si differenzia per qualcosa che si dispiega nella sua drammaticità e intensità.

Quarto respiro: In the same Breath (Nello stesso respiro)

Fare pace con il proprio limite e con la propria debolezza, lasciarsi toccare nella parte più intima e fragile di se stessi, apre uno scenario nuovo e inaspettato, dando un respiro nuovo a tutte le cose. È quello che succede quando si inizia ad essere “nello stesso respiro”, cioè a respirare insieme a qualcuno, ad essere così in sintonia con quella persona che il respiro diventa lo stesso. È una cosa bellissima ma che bisogna imparare: la fiducia, l’intesa, la confidenza, il lasciarsi andare, il capirsi a volo sono tutte cose che si instaurano con il tempo ma soprattutto con l’attenzione, la presenza e la cura. E così si giunge in quel posto che non c’è di una canzone dei Negramaro, quello dove “per magia tu respiri dalla stessa pancia mia”.

Essere nello stesso respiro è anche una responsabilità, perché se da una parte hai la fortuna di avere un valido appoggio su cui poter contare, allo stesso tempo non puoi soltanto attingere dal respiro dell’altro senza metterci del tuo o facendo finta di niente quando sei tu a doverti fare carico delle sue difficoltà (“in quel posto che non c’è hai mandato solo me”). Se si respira insieme, insieme anche si soffre, si gioisce, si cammina e si condivide la vita. Amare una persona (che sia lo sposo, la sposa, il padre, la madre, la sorella, il fratello, il figlio, l’amico ecc… ) è essere disposti a tutto per lei, è amare tutto di lei, anche ciò che non ci piace, perché altrimenti non sarebbe amore ma soltanto un surrogato dell’amore vero, che per sua natura fa invece a gara per donarsi per primo e di più.

Secondo Ezio Bosso, anche per suonare insieme bisogna essere nello stesso respiro, perché la musica è dentro di noi e non fuori. Questo quarto respiro è il più difficile da eseguire tecnicamente ed è da lui immaginato attraverso l’atmosfera di una festa che però si rivela dalla tensione, a rimarcare come il respirare insieme abbia questa doppia valenza di consolazione e gioia, ma anche di impegno e accompagnamento.

Quinto respiro: Under one’s Breath (Sotto il respiro)

E siamo arrivati ad un altro respiro bellissimo: il sussurro. Parlare sottovoce è parlare “sotto il respiro”, ed è il gesto per eccellenza della notte e dell’intimità. Il sussurro è il respiro degli innamorati, e potrebbe essere definito come “il suono dell’amore”. L’amore, infatti, non parla nel rumore, nella folla, nel clamore, ma nel sussurro di una brezza leggera, e si esprime nei piccoli gesti, nel silenzio, nei dettagli, nelle cose che nessun altro nota fuorché colui che ama. Per parlare al cuore di qualcuno non puoi urlare, puoi soltanto sussurrare, perché ogni cuore, ogni anima, va accostata con delicatezza e gentilezza.

La melodia del quinto respiro è delicata e avvolgente, il sussurrare è reso con le note pizzicate dei violoncelli e non manca una certa enfasi perché l’amore è vita, slancio e passione.

Sesto respiro: The last Breath (L’ultimo respiro)

L’ultimo respiro, come facilmente intuibile, è quello con cui concluderemo il nostro cammino terreno: è l’e-spiro. Non dobbiamo pensare, però, soltanto a qualcosa di triste e angosciante. Nell’ultimo respiro c’è tutta la vita di una persona ed è quindi il respiro più importante perché è quello che lasceremo al mondo, la nostra eredità, il segno che avremo impresso nella storia con la nostra esistenza. Pensare al nostro ultimo respiro non deve rattristarci: noi non sappiamo come sarà, ma crediamo che non sarà la fine di tutto ma l’inizio. Anche il nostro primo respiro, infatti, è stato difficoltoso e spaventoso, ma tutto è cominciato da lì, dalla nostra nascita, e anche in quell’occasione era stato necessario superare il trauma del distacco per poi trovare nuove vie non solo di sopravvivenza, ma di vita vera. Ed allo stesso modo la vita piena, la vita eterna, la vita senza fine comincia con l’ultimo respiro. Tutto si compie e tutto rinasce per non morire più.

E siamo arrivati all’ultimo ascolto ed è interessante osservare come anche nella musica tutto torna, come la chiusura di un cerchio. La prima nota, infatti, quella da cui tutto era partito, la ritroviamo qui ed è proprio adesso che si realizza. Nel primo respiro era stata soltanto accennata, come un’inspirazione, mentre adesso, espirando, la melodia finalmente si svela nella sua completezza, interezza e pienezza, ed è travolgente e bellissima. Fino all’ultima nota, in tonalità maggiore, che imprime all’intero brano un finale aperto e in divenire, dove tutto è ancora da scoprire.

Six Breath ( The Last Breath).
Il respiro fa parte del nostre esistere, esistiamo perchè respiriamo. Il respiro della nascita, il respiro di partenza, dell’esistenza, nelle sue molteplici vicissitudini, nelle sfumature del respirare. Il respiro sta alla vita come la vita sta al respiro. Poi il sesto, l’ultimo, in cui cerchi di riempirti i polmoni d’aria, ma non ci riesci, e lì che tutto finisce, in quell’ultimo respiro, in quel richiamo d’aria che non ti arriva, che tu brameresti avere. Chiunque abbia assistito a una morte lo sa, cerchi aria e tutto si interrompe, forse il momento più drammatico .
Allora respiriamo, fino a che possiamo, respiriamo di ogni cosa, ma viviamo apprezzando ogni attimo, senza ipocrisie,” siamo composti di finito e infinito, ed è pericolo di morte che chi è composto da entrambi. Soren Kierkegaard ”. Diventiamo immortali nel nostro ultimo respiro. Ezio Bosso sarà sempre immortale, io dico grazie maestro immortale, grazie per la tua musica, che mi fa respirare, grazie perchè sulla tua musica, io scrivo.

Liberamente ispirata a Six Breath, per te Maestro Bosso.

Sei respiri nella mia pelle,
sei nella mia vita,
il primo per nascere, l’ultimo per morire.
Il primo respiro,
sulla bocca di umida rosa,
rugiada di latte, luna di bambagia,
riposo di gigli, giacigli di angeli.
Corro troppo, sono senza respiro,
oltre i cancelli vedo il sole,
bloccata nell’emozione di vedere il cielo.
Amore e dolore mi bloccano la sete,
non ho fame, non so che fare,
nelle lacrime il mio terzo respiro,
rumore sordo di pioggia, mi mancano le parole.
Nello stesso respiro la suite dell’amore,
l’armonia della mia musica,
il suono blu dell’anima,
nel mio quarto per amore.
Sotto il respiro parlo piano,
un sussurro di note, per cui vale la pena amare,
ti tengo stretto nel mio quinto respiro,
il mio violoncello suona fonemi di viola.
Il mio ultimo respiro? 6 è 6,
sconosciuto perchè forse la melodia si svela,
la mia vita si chiude e si apre!
Un fiore bianco come la morte che ottenebra l’aria,
un posto dove non è necessario un vestito,
ma solo la tua anima,
anima blu di cielo e di mare,
eternità del tuo essere,
dentro di me un alito, come un verde giardino. Iris G. DM

dal web

Six breath

Gioielli Rubati 212: Sebastiàn Felgueras – Yolanda – Lucia Triolo – Mariangela Ruggiu – Alessandra Carnaroli – Piergiorgio Zambolin – Biagina Danieli – Silvia De Angelis.

Avatar di silviadeangelis40dquandolamentesisveste

Ringrazio di cuore l’autore Flavio Almerighi, per avermi inserito in questo splendido bouquet poetico

still life in chiaroscuro: opened antique book, a swan feather and a red rose in a vase

Posted on settembre 4, 2022 [Sono rinato] [eco nel tempo] [la mia lotta] [le mie paure] [i miei sentimenti] [La vita passa e se non mi sveglio Sarò condannato a stare fermo] [resistere] [non fermare il tuo movimento] [non importa quanto sia dura la lotta] [il tuo abbraccio la tua risata si incontrernno] [non dimenticare che tutto il tuo amore lo cura] [le cose si stanno muovendo lentamente] [l’aria filtrava ciò che il vento portava] [la terra si muove in un unico ritmo] [sente] [a terra] [che siamo vivi] [si sente per terra] [che siamo vivi] [sente per terra che siamo vivi] [AHYRE] [tutti stanno cambiando] . di Sebastiàm Felgueras, qui: https://sfelguer.wordpress.com/2022/08/22/las-ideas/ . * . Verso la speranza …

View original post 571 altre parole