Cultura

Ezio Bosso: sixth breath the last breath

Date: 4 settembre 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

Roma: articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM

Ezio Bosso

” Sono un uomo con una disabilità evidente, in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono” Ezio Bosso.
Vorrei parlare di lui, iniziando cosi. Amo immensamente questo musicista, le note ti entrano dentro, fanno i percorsi del tuo sangue, ogni vena, ogni pulsazione, esplode nel cuore, nella mente. Non fuochi di artificio, ma passione, fuoco, amore, dolore, tristezza, gioia, colore cangianti, chiaroscuri, e morte. Nella fine di ogni nota, una fine, che ti innalza, ti sublima, ti percorre in ogni atomo, ogni neurone, una pallina che rimbalza come in un flipper.
Le sue mani affaticate, sul pianoforte, un emozione cosi forte, che ti capita di stare piegata in due, raccolta, le mani in preghiera, una musica irresistibile, eccelsa, già non di questo mondo, ma proiettata, si nella morte, ma nell’ infinito, nella sua immortalità, che già, sentivi , nella sua vita. Ezio Bosso, immortale nella sua vita mortale, nella sua musica che sa di Dio e di vera creazione, genialità.

https://youtube.com/watch?v=1VlIXQH4xV4&feature=share
Ezio Bosso, l’immortale seduto tra gli uomini. Compositore, pianista, contrabbassista, direttore d’orchestra. La sua bacchetta non era come le altre, sollevava magie, teorie di universi, viaggi dentro oceani sconfinati, dentro l’acqua nei suoi misteri di abissi, di vette innevate, dove potevi salire come in un sogno, prati verdi, pure energie d’amore, di emozioni intense, drammatiche. Un uomo che stava scomodo con il suo corpo, ma con note che gli disegnavano contorni indelebili, netti, incancellabili, decisi, immensi, eterni. La sua grandezza nella direzione dell’orchestra, con il suo stilo, una direzione con un tutt’uno, tra lui e i musicisti, dalla sua bacchetta dipartivano note che si univano ad una sensazione fisica, come se avesse il dono di toccarti fisicamente. La sua musica una musica fisica, metafisica, emozionale, brilla di luce propria.


15 maggio 2020, a soli 48 anni il suo sesto respiro, l ha portato via, a soli 48 anni. Dal 2011 un cancro, il tutto aggravato da una malattia neurodegenerativa, non si era mai arreso, aveva raccolto sfide sempre più grandi, a sfidare l’impossibile. Lui ha sfidato l’impossibile, ed eccolo comunque tra noi, indelebile, eterno, immortale.

Ezio Bosso

” la musica è una necessità, è come respirare” Ezio Bosso.
Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. Ezio Bosso

Ezio Bosso era una persona molto speciale. Intelligentissima, sensibile, sapeva trasmettere la passione per la musica e per la vita. Se n’è andato a 48 anni, e lascia un grande vuoto. “La musica ci cambia la vita e ci salva. Le persone che vengono ospiti da me, entrano da personaggi e escono da persone. La bacchetta mi aiuta a mascherare il dolore e non è una cosa da poco”
Ezio Bosso, il saluto della sua orchestra: “Sei in ogni nota suonata”

La sera di Natale Bosso era tornato su Rai 3 con Cajkovskij e Mozart. Il Teatro dell’Unione di Viterbo aveva ospitato il maestro con l’Orchestra Filarmonica, da lui fondata, arricchita per l’occasione dai giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento e il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro. “Ascoltate a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l’Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la televisione, ma non in casa, deve uscire dalle case. L’arte e la bellezza sono contagiose: così cambieremo il mondo”.

Ezio Bosso: “Ascoltate Cajkovskij ad alto volume: l’arte e la bellezza sono contagiose”

Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì Following a bird, composizione contenuta nell’album The 12th Room, che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. “Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”.

Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi “perché guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l’operaio, così è stato detto a mio padre”. Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. “Ho avuto paura anche delle ‘mazzate’ che mi sono preso, ho preso schiaffoni perché sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistano. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà, riconosci la grandezza dell’altro e diventi grande insieme a lui”. Tratto dal giornale ”la repubblica”

Ezio Bosso

Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì Following a bird, composizione contenuta nell’album The 12th Room, che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. “Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”. Repubblica

Ezio Bosso

Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi “perché guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l’operaio, così è stato detto a mio padre”. Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. “Ho avuto paura anche delle ‘mazzate’ che mi sono preso, ho preso schiaffoni perché sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistano. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà, riconosci la grandezza dell’altro e diventi grande insieme a lui”.

Sergio Mattarella gli rende omaggio. Libero.ti

Si dice che la vita sia composta da 12 stanze. 12 stanze in cui lasceremo qualcosa di noi che ci ricorderanno. 12 le stanze che ricorderemo quando saremo arrivati all’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza dove è stato, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. Stanza, significa fermarsi, ma significa anche affermarsi. Ho dovuto percorre stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica detto sinceramente. È una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, piccolissima eppure immensa e impossibile da percorrere. Nei periodi in cui sono lì ho dei momenti dove mi sembra che non ne uscirò mai. Ma anche lei mi ha regalato qualcosa, mi ha incuriosito, mi ha ricordato la mia fortuna. Mi ha fatto giocare con lei. Sì, perché la stanza è anche una poesia. Ezio Bosso.

Umano, straordinariamente sensibile, cuore generoso.

Ezio Bosso

Tratto da ”lampi di poesia,
Innamorati dell’umano, alla ricerca di #lampidipoesia tra le pieghe dell’esistenza quotidiana”su google.

In quest’opera vengono presi in esame vari tipi di respiro, in particolare ce ne sono sei particolarmente significativi per la nostra esistenza. Ogni respiro viene introdotto attraverso un tema centrale che ne rappresenta il pensiero, il modo attraverso cui l’idea relativa ad esso sia stata concepita dall’autore. Tale tema è eseguito al pianoforte, per poi svilupparsi in seguito con l’aggiunta di sei violoncelli che, a gruppi di tre per lato, rappresentano idealmente due polmoni, grazie ai quali il respiro vero e proprio si compie. Vediamo allora quali sono questi sei respiri in cui possiamo ricorrere nel corso della nostra vita: probabilmente, ad eccezione del sesto, avremo già avuto modo di sperimentarli e dunque ci verrà facile riconoscerli.

Potete ascoltare Six Breaths cercando l’album omonimo in un qualsiasi servizio di streaming (dura circa 40 minuti in tutto), oppure dal link video che vi lascio in fondo alla pagina dell’esecuzione dal vivo del 13 luglio 2013 all’interno del festival “I suoni delle Dolomiti”, comprensiva dei suoni della natura e della spiegazione di ogni respiro direttamente dalla voce dell’autore (nel corso del concerto ci sono anche alcune sorprese!)

Primo respiro: Draw Breath (Il respiro disegna)

Il primo respiro è quello di quando si viene al mondo e rappresenta una sorta di shock, uno stravolgimento totale di quella che era stata la vita fino a quel momento, nel grembo materno. I polmoni si dilatano per la prima volta riempiendosi d’aria, e ciò richiede un certo sforzo. Il primo respiro di cui ci si rende conto deve essere molto profondo e intenso ed è quello che insegna a respirare per poi farlo tutta la vita. C’è un’espressione in inglese in cui si usa dire che “il respiro disegna”, nel senso che questo primo respiro dà la forma a tutti i respiri successivi.

Iniziare a respirare autonomamente è un atto indispensabile alla sopravvivenza, ma implica anche il trauma del distacco dalla madre. Succede molte volte, nel corso della vita, di non riuscire ad accettare un cambiamento o qualsiasi cosa si renda necessaria per il nostro bene ma che allo stesso tempo ci fa paura. Eppure si tratta solo di trovare nuove vie per continuare a stare in ciò che è vitale per noi senza però esserne dipendenti, esattamente come avviene quando un neonato vive il suo effettivo distacco dalla mamma, ma non per questo la perde. Lei sarà sempre accanto a lui, in modo diverso da prima, ma non meno efficace e presente.

Secondo Ezio Bosso anche le note sono respiri, e il primo respiro di una musica, l’idea che sta alla base di tutto il suo successivo sviluppo, sta proprio in una nota. Tale nota è riconoscibile fin dalle prime battute del brano che descrive appunto il primo respiro, si sussegue nei primissimi secondi dettando il tono e l’intensità di tutta la composizione, esattamente come il primo respiro dà inizio e prosecuzione alla nostra vita subito dopo la nascita. Il clima è solenne e grave, c’è spaesamento, tutto sembra sospeso, in attesa, ma si ha la percezione netta di come quel momento sia soltanto il preludio a qualcosa di grande che sta per iniziare.

Secondo respiro: Out of Breath (Senza respiro)

Capita a tutti di ritrovarsi senza fiato, ad esempio dopo una corsa, uno sforzo fisico intenso, un’emozione troppo forte… La frequenza respiratoria aumenta, come anche quella cardiaca, e gli scambi di gas a livello dei polmoni si fanno più veloci per sopperire alla maggiore richiesta di ossigeno da parte dell’organismo. Tutto questo è fisiologico e basta fermarsi ad aspettare per tornare alla normalità. Ci sono però anche altre situazioni in cui si può rimanere senza fiato: un semplice sorso d’acqua che va di traverso, una crisi d’asma, di tosse, di affanno, oppure un attacco di panico o qualche altra problematica. In tutti questi casi, rimanere senza respiro per qualche istante o comunque essere in seria difficoltà ci porta ad accorgerci del fatto che stiamo respirando proprio perché non riusciamo a farlo liberamente!

Andare “fuori dal respiro” (traducendo letteralmente) è sentirsi mancare la terra sotto i piedi, è perdere il controllo, è fare un salto lì dove non è consentito farlo, ed è qualcosa che ci paralizza dalla paura. Si può però riuscire a dare una connotazione positiva anche a un’esperienza così spaventosa se ci soffermiamo a riflettere sull’andare fuori dal respiro come possibilità di uscire da se stessi, di andare oltre il proprio vissuto e i propri problemi, senza assolutizzarli. È chiaro che senza respiro non si può vivere, e d’altronde non ci viene richiesto questo, ma ogni esperienza negativa che viviamo, ogni oppressione che sembra toglierci l’aria, può essere trasformata in un’occasione a nostro favore (“e se fosse una grazia?” è la domanda che gli amici del blog 5pani2pesci mi hanno messo nella testa). La sfida è quella di trovare un modo, una via dove sembra non esserci, un’ispirazione che produca in-spirazione, ricordando che “non si crea nulla se non si spera” e che “è veramente vivo chi abbraccia tutta la sua verità e la vive come compito”.

Il ritmo di questo secondo respiro è impetuoso e concitato, proprio a descrivere un respiro veloce e in affanno, ma alla fine del brano tutto sembra tornare, seppur con fatica, alla normalità.

Terzo respiro: Crying Breath (Il respiro piangente)

Un altro tipo di respiro è quello che provoca il blocco del respiro stesso ed è il singhiozzo del pianto. Quando piangiamo il respiro diventa a scatti e di tanto in tanto si blocca perché si accorcia ed è scosso dai sobbalzi. La contrazione che ne deriva impedisce al diaframma di rilassarsi e aprirsi, così il respiro rimane come rinchiuso all’interno del torace. Il pianto stesso non è altro che il tentativo di portare fuori un dolore, perché non rimanga chiuso dentro noi stessi ma possa trovare uno sfogo grazie alla condivisione con qualcuno che, per amore, sia disposto a portarne il peso insieme a noi. Ed ecco che il pianto diventa liberatorio.

Mentre si piange si ha difficoltà a parlare, potrebbe sembrare quindi che in quel momento la comunicazione subisca un’interruzione ma è tutto il contrario. Quello delle lacrime è infatti un linguaggio molto più eloquente rispetto alla parola, ed è incapace di mentire. Piangere rivela se stessi e ciò che si sta vivendo dentro di sé senza possibilità di finzione, è un momento di autenticità fortemente in contrasto con l’abitudine che abbiamo di nascondere ciò che riteniamo non debba essere mostrato perché rischierebbe di mettere in luce tutta la nostra fragilità. Eppure questo siamo: esseri fragili che hanno bisogno di non vergognarsi di esserlo e che una volta scoperto questo iniziano ad accorgersi di come la fragilità stessa sia in realtà una forza e una risorsa.

Il ritmo sobbalzante del respiro piangente è reso dal pulsare di una nota che percorre la durata dell’intero brano. L’atmosfera richiama quella del primo respiro (d’altronde anche quando si nasce si piange), ma si differenzia per qualcosa che si dispiega nella sua drammaticità e intensità.

Quarto respiro: In the same Breath (Nello stesso respiro)

Fare pace con il proprio limite e con la propria debolezza, lasciarsi toccare nella parte più intima e fragile di se stessi, apre uno scenario nuovo e inaspettato, dando un respiro nuovo a tutte le cose. È quello che succede quando si inizia ad essere “nello stesso respiro”, cioè a respirare insieme a qualcuno, ad essere così in sintonia con quella persona che il respiro diventa lo stesso. È una cosa bellissima ma che bisogna imparare: la fiducia, l’intesa, la confidenza, il lasciarsi andare, il capirsi a volo sono tutte cose che si instaurano con il tempo ma soprattutto con l’attenzione, la presenza e la cura. E così si giunge in quel posto che non c’è di una canzone dei Negramaro, quello dove “per magia tu respiri dalla stessa pancia mia”.

Essere nello stesso respiro è anche una responsabilità, perché se da una parte hai la fortuna di avere un valido appoggio su cui poter contare, allo stesso tempo non puoi soltanto attingere dal respiro dell’altro senza metterci del tuo o facendo finta di niente quando sei tu a doverti fare carico delle sue difficoltà (“in quel posto che non c’è hai mandato solo me”). Se si respira insieme, insieme anche si soffre, si gioisce, si cammina e si condivide la vita. Amare una persona (che sia lo sposo, la sposa, il padre, la madre, la sorella, il fratello, il figlio, l’amico ecc… ) è essere disposti a tutto per lei, è amare tutto di lei, anche ciò che non ci piace, perché altrimenti non sarebbe amore ma soltanto un surrogato dell’amore vero, che per sua natura fa invece a gara per donarsi per primo e di più.

Secondo Ezio Bosso, anche per suonare insieme bisogna essere nello stesso respiro, perché la musica è dentro di noi e non fuori. Questo quarto respiro è il più difficile da eseguire tecnicamente ed è da lui immaginato attraverso l’atmosfera di una festa che però si rivela dalla tensione, a rimarcare come il respirare insieme abbia questa doppia valenza di consolazione e gioia, ma anche di impegno e accompagnamento.

Quinto respiro: Under one’s Breath (Sotto il respiro)

E siamo arrivati ad un altro respiro bellissimo: il sussurro. Parlare sottovoce è parlare “sotto il respiro”, ed è il gesto per eccellenza della notte e dell’intimità. Il sussurro è il respiro degli innamorati, e potrebbe essere definito come “il suono dell’amore”. L’amore, infatti, non parla nel rumore, nella folla, nel clamore, ma nel sussurro di una brezza leggera, e si esprime nei piccoli gesti, nel silenzio, nei dettagli, nelle cose che nessun altro nota fuorché colui che ama. Per parlare al cuore di qualcuno non puoi urlare, puoi soltanto sussurrare, perché ogni cuore, ogni anima, va accostata con delicatezza e gentilezza.

La melodia del quinto respiro è delicata e avvolgente, il sussurrare è reso con le note pizzicate dei violoncelli e non manca una certa enfasi perché l’amore è vita, slancio e passione.

Sesto respiro: The last Breath (L’ultimo respiro)

L’ultimo respiro, come facilmente intuibile, è quello con cui concluderemo il nostro cammino terreno: è l’e-spiro. Non dobbiamo pensare, però, soltanto a qualcosa di triste e angosciante. Nell’ultimo respiro c’è tutta la vita di una persona ed è quindi il respiro più importante perché è quello che lasceremo al mondo, la nostra eredità, il segno che avremo impresso nella storia con la nostra esistenza. Pensare al nostro ultimo respiro non deve rattristarci: noi non sappiamo come sarà, ma crediamo che non sarà la fine di tutto ma l’inizio. Anche il nostro primo respiro, infatti, è stato difficoltoso e spaventoso, ma tutto è cominciato da lì, dalla nostra nascita, e anche in quell’occasione era stato necessario superare il trauma del distacco per poi trovare nuove vie non solo di sopravvivenza, ma di vita vera. Ed allo stesso modo la vita piena, la vita eterna, la vita senza fine comincia con l’ultimo respiro. Tutto si compie e tutto rinasce per non morire più.

E siamo arrivati all’ultimo ascolto ed è interessante osservare come anche nella musica tutto torna, come la chiusura di un cerchio. La prima nota, infatti, quella da cui tutto era partito, la ritroviamo qui ed è proprio adesso che si realizza. Nel primo respiro era stata soltanto accennata, come un’inspirazione, mentre adesso, espirando, la melodia finalmente si svela nella sua completezza, interezza e pienezza, ed è travolgente e bellissima. Fino all’ultima nota, in tonalità maggiore, che imprime all’intero brano un finale aperto e in divenire, dove tutto è ancora da scoprire.

Six Breath ( The Last Breath).
Il respiro fa parte del nostre esistere, esistiamo perchè respiriamo. Il respiro della nascita, il respiro di partenza, dell’esistenza, nelle sue molteplici vicissitudini, nelle sfumature del respirare. Il respiro sta alla vita come la vita sta al respiro. Poi il sesto, l’ultimo, in cui cerchi di riempirti i polmoni d’aria, ma non ci riesci, e lì che tutto finisce, in quell’ultimo respiro, in quel richiamo d’aria che non ti arriva, che tu brameresti avere. Chiunque abbia assistito a una morte lo sa, cerchi aria e tutto si interrompe, forse il momento più drammatico .
Allora respiriamo, fino a che possiamo, respiriamo di ogni cosa, ma viviamo apprezzando ogni attimo, senza ipocrisie,” siamo composti di finito e infinito, ed è pericolo di morte che chi è composto da entrambi. Soren Kierkegaard ”. Diventiamo immortali nel nostro ultimo respiro. Ezio Bosso sarà sempre immortale, io dico grazie maestro immortale, grazie per la tua musica, che mi fa respirare, grazie perchè sulla tua musica, io scrivo.

Liberamente ispirata a Six Breath, per te Maestro Bosso.

Sei respiri nella mia pelle,
sei nella mia vita,
il primo per nascere, l’ultimo per morire.
Il primo respiro,
sulla bocca di umida rosa,
rugiada di latte, luna di bambagia,
riposo di gigli, giacigli di angeli.
Corro troppo, sono senza respiro,
oltre i cancelli vedo il sole,
bloccata nell’emozione di vedere il cielo.
Amore e dolore mi bloccano la sete,
non ho fame, non so che fare,
nelle lacrime il mio terzo respiro,
rumore sordo di pioggia, mi mancano le parole.
Nello stesso respiro la suite dell’amore,
l’armonia della mia musica,
il suono blu dell’anima,
nel mio quarto per amore.
Sotto il respiro parlo piano,
un sussurro di note, per cui vale la pena amare,
ti tengo stretto nel mio quinto respiro,
il mio violoncello suona fonemi di viola.
Il mio ultimo respiro? 6 è 6,
sconosciuto perchè forse la melodia si svela,
la mia vita si chiude e si apre!
Un fiore bianco come la morte che ottenebra l’aria,
un posto dove non è necessario un vestito,
ma solo la tua anima,
anima blu di cielo e di mare,
eternità del tuo essere,
dentro di me un alito, come un verde giardino. Iris G. DM

dal web

Six breath

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