Accogliere un cane in casa non sempre è facile, ma è anche meno difficile di quanto possa sembrare. Dipende dalla volontà e dalla pazienza che ci si mette, dal tempo che si ha a disposizione, dall’età del cane e per ultimo e non da ultimo dalla razza. Spesso le mode dettate dalla pubblicità, dai film, dai documentari ecc. condizionano la scelta del cane. Però non sempre le esigenze di questo nuovo arrivato corrispondono a quelle di chi lo sceglie.
Ad esempio un cane da caccia ha bisogno di correre, di notevoli spazi, di vita all’aria aperta; un cane di questo genere non potrà mai andar bene a una persona che fa una vita sedentaria. I cani da caccia sono perfetti per atleti, alpinisti, sportivi in generale. Per quanto possa sembrare incredibile, viste le notevoli dimensioni, un alano ama stare sul divano.
Un cucciolo per una persona anziana non è proprio l’ideale. Il cucciolo vuole attenzioni, è un distruttore, rosicchia scarpe, oggetti. Personalmente ritengo che un cucciolo sia adattissimo ai bambini. Le razze sono innumerevoli e sarebbe bene informarsi sul carattere dell’animale prima di portarlo con sé. È proprio per questo che molti 4 zampe e una coda rassomigliano anche fisicamente al proprio 2 zampe, non lo avete mai notato? Invece una scelta sbagliata la si nota subito, o è il cane che porta in giro il proprio umano trascinandolo come un pupazzo; oppure è l’umano che trascina il povero cane non collaborante. Una scelta consapevole renderà felici, per cui simili, i due amici.
Dopo lo stop forzato a causa della pandemia, i deltaplani tornano a volare nel cielo del Monte Cucco, sito considerato la culla per volare con questo mezzo senza motore inventato dagli australiani Bill Moyes e Bill Bennet nei lontani anni ‘60. Pioniere in Europa è stato Alfio Caronti che il 4 novembre del 1971 spiccò per primo il volo dal monte Murelli per atterrare nelle acque del lago di Como.
I mezzi che utilizzeranno i piloti della ventina di squadre nazionali d’Europa per conquistare il titolo continentale ovviamente sono ben diversi dal prototipo utilizzato da Caronti. Quello era una specie di aquilone più che un deltaplano, efficienza quasi inesistente contro la possibilità di reggersi in aria per centinaia di chilometri dei deltaplani di oggi a velocità che in picchiata possono sfiorare i 200 km/h. Il tutto sfruttando le masse d’aria ascensionali, dette termiche, prodotte dall’irraggiamento solare del suolo, il “motore” più ecologico che si possa immaginare.
Il sito del Monte Cucco, sopra Sigillo (Perugia), è per questa disciplina tra i più generosi in un paese come l’Italia che conta dorsali montuose dove si generano condizioni ottimali per il volo libero come da nessun’altra parte. Infatti ha già ospitato quattro edizioni dei campionati europei e tre dei mondiali.
Quest’anno dal 10 al 23 luglio la competizione ufficiale riconosciuta dalla FAI(Federazione Aeronautica Internazionale) si dipanerà in un ampio territorio che dall’Umbria lambirà anche Toscana e Marche. Le giornate di gara saranno dieci con altrettanti percorsi che i piloti dovranno chiudere nel minor tempo possibile. La somma dei risultati dei singoli voli, o di quelli che la meteo consentirà di eseguire, daranno le classifiche finali a squadre e individuali. La nazionale italiana si presenta come detentrice in contemporanea dei titoli europeo e mondiale che ha vinto rispettivamente quattro e dieci volte.
Un ricco programma di eventi e spettacoli, dal titolo “Notti in Volo”, accompagnerà per l’intera durata la manifestazione alla quale si legano.
A due passi dal cielo Novella di Luciana Benotto Seconda parte
E’ di nuovo mattino. Ci mettiamo in marcia presto, dobbiamo salire da 2.800 metri a quota 3.600, fino al lago Phoksumdo.
Butto giù una tazza di caffè liofilizzato che mi sono portato dall’Italia, controllo l’allacciatura delle stringhe come se controllassi la pressione dei pneumatici prima di un rally e comincio l’arrampicata.
Mano a mano che si sale il paesaggio diventa povero di vegetazione e l’aria gradatamente si rarefà, se ne accorgono i miei polmoni.
Attraversiamo un villaggio chiamato Rahagaon, toponimo che significa sopracciglia e poi, altri sperduti paesi. La gente pare intimidita e al tempo stesso attratta dalla nostra presenza. In effetti, il territorio che stiamo attraversando non è stato molto visitato da occidentali; noi siamo qui senza il permesso delle autorità, anche perché, nell’ultimo gruppo che ci ha preceduto c’è scappato il morto a causa di una frana.
Ci fermiamo a riposare in un borgo che troviamo lungo il percorso. Cerco di sedermi un po’ all’ombra e un po’ al sole. All’ombra l’aria è troppo fredda, ma fermi sotto il sole ci si scotta. Mentre mi rifocillo con una ciotola di riso bollito, ceci e non so che altro, osservo delle donne impegnate ad eliminare la pula dal miglio e dall’orzo, facendone ripetutamente saltare i chicchi nei setacci, mentre il vento, loro invisibile aiutante, soffia via le nubi di pulviscolo vegetale.
Sugli stentati campi ci sono degli uomini che dissodano la terra col kodali, una rudimentale zappa dal manico corto. Penso ai nostri avanzati macchinari agricoli e a quanto sia duro per questa gente guadagnarsi, in senso letterale, la pagnotta. Quanta fatica…
I bambini non resistono, si avvicinano curiosi e ci sorridono; uno scricciolo sui sei anni mi prende per mano e mi porta a fare un giretto tra le abitazioni. Guardo sorpreso degli uomini che filano la lana (Kvac mi dirà poi che lo fanno per passare un po’ il tempo), mentre le loro donne intrecciano fili che si stanno trasformando in coperte a bande colorate.
Da una tasca che ho sul giubbino, inaspettatamente mi cade una biro; il mio piccolo accompagnatore la raccoglie e la guarda sorridente, allora, estraggo dalla tracolla uno dei taccuini che mi sono portato appresso e gli faccio un disegno. Il bimbo rimane affascinato, capisco che desidera quegli oggetti per lui inconsueti. Altro che videogiochi!
Devo ammetterlo, ho avuto la fortuna di essere bambino quando le automobili in circolazione erano pochissime, che sono riuscito a giocare per strada come un monello della via Paal, con fionde, archi e frecce costruite alla belle e meglio da me, e che ho pure pedalato e pattinato per il parco Sempione, oggi pieno di cartacce e siringhe, quando ancora giravano i vigili in bicicletta e controllavano che nessuno calpestasse le aiuole, così come c’era scritto sui piccoli cartelli piantati nei prati. Era davvero un altro mondo.
Quando arriviamo ad Ankhe, un altro villaggio il cui nome significa -occhio- (che stranezza, sembra quasi che la montagna possegga il dono della vista), entriamo nel parco nazionale Shey Phoksumdo. Siamo tutti stanchi, lo vedo dalle facce, ma per poter alzare le tende dobbiamo marciare ancora per un’ora buona prima di raggiungere il ruscello più vicino.
Dopo cena mi faccio scaldare dell’acqua da mettere in una bottiglia di plastica che infilo nel sacco a pelo per scaldarmi i piedi. La notte è fredda. E di notte tornano a galla i cattivi pensieri. Purtroppo, non riesco a non ricordare quello che è successo sei mesi fa, quel pomeriggio che, liberatomi da un impegno, sono corso nello studio dentistico di Laura con un mazzo di roselline e gipsofile, fiori che a me ricordano il giorno delle nostre nozze, dieci anni fa.
Quando li ho visti, avrei voluto cestinare quei fiori, ma poi mi sono detto che loro, i fiori, non se lo meritavano, che erano degni di essere rispettati, loro. E così li ho portati al cimitero Monumentale, a Ippolito, il mio amico d’infanzia che un mattino di primavera di due anni fa, si è lasciato cascare nel vuoto: sette piani con un biglietto di sola andata.
Li ho dati a lui quei fiori, a lui che mi guardava dalla fotografia con occhi beffardi, a lui che credeva nell’aldilà e che forse, in quel momento, ombra di se stesso, era seduto su quella lastra ad ascoltare il mio silenzioso lamento.
Il sonno deve avermi afferrato, me ne rendo conto durante la notte quando mi sveglio angosciato e col viso rigato di lacrime. Gli uomini non piangono, mi dico, ma sono un uomo io?
Stavo sognando. Sì, sognavo Ippolito che se stava accovacciato lì, in fondo alla tenda e mi parlava…ma cosa mi diceva? Cerco di rientrare nell’atmosfera del sogno, e dopo pochi istanti ricordo le sue parole.
– Lo sai benissimo perché è successo- mi aveva detto – non riesci ad avere figli, ma questo caro Lucio, non significa che tu non sia un uomo come gli altri, ricorda che hai una dignità e che meriti il rispetto di tua moglie. Hai fatto la scelta giusta venendo qui a due passi dal cielo. Prendi pure le distanze dal tuo quotidiano e riorganizzati il futuro, tu che ne hai uno. In quanto a me, ben lo vedi, che me lo sono giocato-.
“Perché non mi hai cercato? Perché?” gli avevo gridato mentre lo vedevo svanire con stampato sul volto quel suo solito sorriso canzonatorio.
“…non avevo più illusioni, tu sai a cosa mi riferisco.” mi parvero le sue ultime parole.
Qualcuno nella tenda accanto tossisce. Mi giro sul fianco.
Ippolito sembrava proprio qui penso, ma è la notte che inganna materializzando i sogni e rendendoli reali; è il sonno che fa sembrare vivi quelli che non ci sono più e rende i dormienti simili a morti, ed è il sonno che sta di nuovo prendendo il sopravvento su di me.
Cento anni fa nasceva Maria Luisa Spaziani in un’agiata famiglia borghese di Torino, dove il padre era proprietario di un’azienda produttrice di macchinari per industrie chimiche e dolciarie.
Giovanissima ,collaborò con una rivista letteraria”Il girasole” e ebbe modo di conoscere e pubblicare autori come Sandro penna Leonardo Sinisgalli,Umberto Quasimodo e Vasco Pratolini
Si laureò nell’università di Torino con una tesi su Marcel Proust:amante della letteratura francese consegue nel 1953 un borsa di studio e soggiorna a periodi Parigi.
Qualche anno prima ha conosciuto Eugenio Montale, al quale si lega con un’affettuosa amicizia e un sodalizio intellettuale. Lui la celebrerà con lo pseudonimo di “Volpe”
Inizia così la sua produzione poetica che invia alla casa editrice Mondadori che la pubblica nella collana “lo specchio” con il titolo di “Le acque del sabato”.
Di ritorno dagli Stati Uniti dove si era recata per un viaggio premio,è costretta per il tracollo della fabbrica del padre a trovarsi un lavoro stabile e va ad insegnare francese in un collegio di Torino.
L’insegnamento le piace e le fa scrivere l’originale raccolta di poesie ”Luna lombarda”.Passa poi ad insegnare lingua e letteratura francese a Treviglio nel liceo scientifico e vince nel 1958 io premio Lerici con la poesia “Suite per A”.
Si sposa nel 1958 con Elemire Zolla e Alfonso Gatto le fa da testimone ma il matrimonio si scoglie dopo solo due anni.
Passa a insegnare all’università di Messina lingua e letteratura tedesca per poi tornare alla
Cattedra di francese . Traduce vari autori inglesi,francesi e tedeschi ed ha modo di conoscere EzraPound Thomas Eliot ,Jean Paul Sartre.
Ispirata ala Sicilia è al raccolta “L’occhio del ciclone”a cui seguono raccolte più intimistiche come “Transito con catene “e “Geometria del disordine” che vince il premio Viareggio
Autrice di un poema”Giovanna D’Arco” ,scrive numerosi articoli ,saggi e uan raccolta di racconti.
Tre volte candidata al Nobel ,è stata presidente in vari prestigiosi premi letterari.
Muore nel 2014 a 91 anni di età.
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Alcune delle sue poesie più belle per comprendere la sua grandezza:
Scorreva un vento caldo sugli abeti tenebrosi da secoli, e portava da fondali africani un grido lungo come un corno da caccia. Solo il tonfo delle pigne ritmava il suo ruggito lontano, quasi musica, e rasente il disco della luna, rari uccelli notturni sciabolati sul confine d’ombra e di luce qui da te giungevano a portare messaggi che ora il tempo mi esalta e mi confonde. Fu una notte di aspettazione, e lento San Lorenzo si annunciava con pianti di comete, gigli che si sfogliavano nel buio senza mani a raccoglierli. Passavano lungo il tratturo i cani dei pastori, neri dentro la tenebra dei pini, i cani, occhi provvidi del giorno e ora anime perse, inquieti lemuri dell’estate che scavano entro zone precluse il loro grido di rivolta, e da millenni lo affidano al canto delle sorgenti in corsa verso il mare.
L’occhio del ciclone (Mondadori, 1970)
La cometa
Quel mio amore per lui aveva ali di cera lunghe le ali sembravano eterne battevano il cielo sicure, sfioravano picchi, puntavano al sole con nervature nervine.
Fuse le ali ormai mi ricrescono dentro, soltanto ora perdute mi diventano vere, e ai cuori incauti grido: la passione è un fantasma troppo importante, uomini, per potersi incarnare.
Chiomate vaganti comete di Halley, presagi disastri prodigi che infiammano e gelano il sangue, nessuno osi fissarvi, si arrischi a sfiorare coaguli di pura lontananza – morgane.
Realtà e metafora
Tu, realtà e metafora, luminoso corpo dal doppio segno. Tu moneta d’inscindibile faccia, bianco cigno che ingloba il suo riflesso.
Penso all’abbraccio, e all’improvviso scende in acque buie il mio vascello ebbro. Confluiscono oceani. L’energia, duraturo arabesco di fulmine.
L’indifferenza
L’indifferenza è inferno senza fiamme, ricordalo scegliendo fra mille tinte il tuo fatale grigio.
Se il mondo è senza senso tua solo è la colpa: aspetta la tua impronta questa palla di cera.
Presentiamo oggi, all’interno della rubrica dedicata alla musica, un lavoro assai interessante proposto da Paola Liquori, apprezzata musicista, compositrice e ricercatrice. Nel saggio allegato, l’autrice prende spunto da alcuni oggetti teorico-pratici musicali del compositore Ivan Fedele, da lui espressi con simboli e terminologia musicali e li trasfigura, generando una originale affinità ma non coincidenza tra il campo d’indagine musicale e il campo logico/matematico.
L’intento del presente elaborato non è quello di formalizzare tramite una matematica consolidata i processi musicali, bensì quello di trasfigurarli per formalizzarli, creando ex novo una terminologia ed una schematizzazione attraverso un approccio e un linguaggio tipici della logica aristotelico-fregeana, così come accade in matematica, pur non trattandosi di matematica. La matematica non c’è ma si percepisce, ossia non c’è la matematica intesa come corpus di conoscenze, bensì la matematica come approccio, come forma mentis.
Dopo la Maturità Scientifica- indirizzo PNI conseguita con il massimo dei voti presso il Liceo Scientifico “De Giorgi” di Lecce, consegue i titoli Accademici di Secondo Livello presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, prima in Pianoforte Classico, poi in Composizione, entrambi con il massimo dei voti. Dopo gli studi in Conservatorio viene ammessa al Corso di Alto Perfezionamento in Composizione del M° Ivan Fedele presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e consegue il Diploma di Alto Perfezionamento. Tra i suoi cavalli di battaglia pianistici dell’adolescenza, la Seconda Leggenda “St. Francois de Paule marchant sur les flots” e “Funérailles” di Liszt, la Sonata op. 81a “Les Adieux” di Beethoven, il Bach-Liszt Preludio e Fuga in La minore, le Variazioni e Fuga su un tema di Haendel24 di Brahms, con i quali si è aggiudicata primi e secondi premi in numerosi concorsi nazionali ed internazionali. All’età di dodici anni esegue la propria composizione per pianoforte “Suite nr.1” allo Yamaha Junior Original Concert.
Alcune sue composizioni sono state eseguite in occasione del Festival del XVIII secolo a Brindisi, al Chiostro dell’ex Seminario di Nardò, all’Auditorium La Vallisa di Bari col patrocinio dell’Università di Bari, al Teatro Paisiello di Lecce, a Riano (RM), all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Nell’ambito musicale si occupa principalmente di Teoria della Composizione. Coltiva l’interesse per la scrittura letteraria.
Quando ero giovane e avevo molto tempo davanti a me, credendomi un filosofo, mi divertivo ad osservare la vita e il modo di comportarsi delle persone che incontravo lungo la mia esistenza, cercavo di studiare i loro gesti, i loro modi di fare, la loro stessa esistenza, credendo che in qualche modo non assomigliasse alla mia. Pensavo che le loro esperienze a me fossero precluse, senza immaginare che, sebbene siamo tutti diversi, alla fin fine siamo tutti uguali: proviamo lo stesso tipo di dolore se ci diamo una martellata sul dito, oppure sorridiamo quando qualcuno ci racconta qualche barzelletta, certo con sfumature diverse, ma sostanzialmente abbiamo la stessa gioia e gli stessi dolori. Per fare un esempio quando vediamo un film abbiamo tutti la sensazione di essere un po’ protagonisti, immaginando di essere solo noi a provare quelle sensazioni, per poi scoprire che anche il nostro vicino di poltrona fantastica le nostre stesse cose. Tutti si identificano nelle avventure del protagonista pensando di averne l’esclusiva, perché tutti vogliamo essere, nel nostro inconscio, quello che non siamo e non saremo mai. Per questo motivo, i sentimenti degli altri, come l’amore, la gioia, il benessere, il dolore o la disperazione, mi hanno sempre attratto, perché ho la convinzione che le loro emozioni siano pari alle mie. In queste mie elucubrazioni mentali mi sono sentito come le foglie appese ai rami più alti degli alberi che, sicuro di non essere visto, spiavo l’incedere del viandante, ed ero costretto ad una immobilità obbligata per non essere visto. E quando percepivo che qualcuno si accorgeva del fatto che lo stessi “osservando” mi sentivo scosso da un brivido emozionale, come fanno le foglie quando son sbatacchiate dal vento. E allora cercavo di “far finta di nulla” e, come le foglie che temono di essere strappate dal ramo dalla forza del vento, così io, con illusoria indifferenza cercavo di star fermo, per non fare trasparire il mio imbarazzo. Ho imparato che la vita di molti miei simili è spesso paragonabile alla corrente impetuosa dei ruscelli che trasporta a valle tutto quello che incontra nel suo vorticoso cammino, portandoli a vivere verso luoghi prima inimmaginabili e a volte li intrappola in un insidioso mulinello, costringendoli in un perenne vortice e a vivere una vita di “inutili fatiche” come quella di Sisifo costretto a spingere un masso per l’eternità. Tutto questo “osservare” gli altri mi ha portato a considerare la mia di esistenza e mi sono accorto di quanto io non sia affatto uno spettatore, ma un protagonista assoluto della mia vita, sia quando sono immobile, appeso come le foglie al ramo della mia vita, sia quando vortico turbinoso nel mio ruscello e vedo gli altri felici cavalcare le onde della loro tempestosa corrente. Penso che sia solo questione di “prospettiva” per come ci poniamo nel vivere la nostra vita perché e in questa postazione che le cose avvengono per tutti, sia che siano buone o cattive, per poi scoprire che arriva sempre il momento in cui bisogna fermarsi. L’importante è che quando questo avviene, si sia pronti e lasciarsi andare alla corrente, al cambiamento, alla scoperta di ciò che non sappiamo ancora di essere.
Ma anche aver paura è una scelta; anche restare aggrappati a un ramo, anche lasciarsi avvitare in eterno a un mulinello piuttosto che abbandonarsi alla corrente impetuosa è una scelta. L’importante, l’essenziale, è che sia una scelta nostra, libera, determinata, responsabile e consapevole. Forse, l’unica scelta stupida che possiamo fare, tra la pericolosa libertà e la rassicurante sicurezza della prigionia, è il rimpianto. O, peggio, l’irresistibile tentazione di dare agli altri la colpa di tutto ciò che non ci piace della nostra esistenza. Capita di sentirmi simile al sasso che riposa sul greto del mio fiume, fermo, immobile, liscio e immagino di prenderlo in mano e stringerlo forte, vagheggiando che sia il mio cuore. Questo sasso, questo mio cuore è impaziente di tornare a rotolare lungo il letto del torrente perché sa che in fondo al suo cammino c’è il mare che lo attende, perché ha capito che la meta è il mare e non il semplice rotolare lungo la discesa della vita, sa questo mio cuore che deve tornare da dove era partito. Ecco, finalmente ho compreso che la vita degli altri non è altro che la mia vita, finalmente ho capito che la vita che batte in questo cuore, in tutti i cuori del mondo è semplicemente un’avventura straordinaria che parte dai monti e finisce nel mare, per poi tornare ai monti sotto un’altra forma: quella dei nostri figli. Ecco cos’è la vita, qualcosa di illogico, di incomprensibile, ma nello stesso tempo qualcosa di incommensurabile.
A volte rimangono giorni sotto il tetto del silenzio dove attendo che si affacciano alla finestra sul mare dei sentimenti le parole per poter cavalcare l’onda inesausta delle emozioni: sentire forte nel baluginìo del cielo lo schiaffo del vento la salsedine amara ma anche il brivido sonoro del dare voce alla tempesta dell’anima, per farla diventare filo per giorni scuciti del dissenso e trovare nella quiete inattesa epifanìa di insospettata serenità.
Racconti: A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi, di Gregorio Asero
A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi e ci spinge su un’onda di felicità. Ci si ferma e si comincia a guardarsi intorno. Capita di sorridere per nulla.
A cosa si pensa? A nulla in particolare, a un raggio di sole, al volo di un uccello, al corso lento e sonnacchioso del fiume, a un pezzo di azzurro di cielo. In altri momenti, al contrario, neanche gli avvenimenti che sembrerebbero più logici e straordinari, ci scrollano di dosso una certa predisposizione d’animo monotona e triste.
Si può stare tranquillamente indifferenti ed estranei ad una festa, perché il proprio intimo è per ognuno di noi, fonte di gioia e di tristezza del tutto personale.
Racconti, Pensavo fosse amore, invece era un caso umano, di Claudia Venuti Le sfumature dell’anima
Ho sempre creduto di sapere cosa significasse volersi bene perché pensavo al mio modo di voler bene agli altri, alla mia perenne disponibilità, al mio spaccarmi sempre in quattro pur di accontentare tutti, al mio giustificare assenze ingiustificabili e ingiustificate, assumendomi responsabilità non mie, pur di difendere e proteggere tutto il resto. Ero un «Sì» continuo, lo sono sempre stata. Per me dire un «No» è sempre stato difficile, credendo di ferire, deludere le aspettative o di perdere qualcosa. Ho sempre dato delle seconde possibilità, ho sempre saputo ascoltare e ho sempre saputo persino perdonare. E così, dopo tante piccole lezioni spalmate in maniera omogenea durante questi […] anni di vita, […] mi sono scrollata di dosso questo senso di dovere verso il mondo circostante e ho iniziato ad ascoltare solo me stessa e le mie sensazioni. E sapete cos’è successo con questa inversione di rotta? Una semplice e automatica «selezione naturale» di priorità, rapporti, esigenze, occasioni e possibilità che ho sempre creduto di aver perso per strada, che invece ho scoperto essere tutto mio.
Claudia Venuti * Pensavo fosse amore, invece era un caso umano
Racconti, Come si spiega il comportamento violento nell’uomo, di Gregorio Asero
Il comportamento violento nell’uomo si spiega con il fatto che la violenza che si esercita deriva dal bisogno degli umani di controllare e dominare gli altri. BIo dico che bisognerebbe studiare questo fenomeno prima di tutto da un punto di vista interiore, per poi confrontarlo con gli altri. In pratica dobbiamo trovare, individualmente, qual’è quel fattore che ci spinge a cercare di sopraffare il vicino. Qual’è quel meccanismo interno dell’essere umano che è all’origine del desiderio di esercitare un controllo sul prossimo. Quando un individuo si rivolge a un altro, ad esempio in una conversazione, possono esserci due risultati: gli interlocutori o si allontanano per repulsione o si attraggono per empatia. Purtroppo in qualsiasi tipo di discussione che ci apprestiamo a fare abbiamo sempre la necessità inconscia di avere il sopravvento. Anche se, inconsciamente, ognuno di noi cerca di avere il controllo della situazione e quando ciò avviene riceviamo una carica di autostima che ci fa sentire più sicuri nel contesto in cui ci muoviamo. In pratica cerchiamo sempre di sopraffarci in astuzia e competizione, non solo per ottenere un risultato, come dire, materiale, ma anche sotto l’aspetto dell’autostima. Questo è, a mio avviso , anche il motivo del perché si assiste a conflitti incruenti e dissennati sia tra individui che tra gruppi di individui.
Un pensiero mi è passato come foglia al vento, un granello di quella sabbia che il mare ha lasciato indifferente, come un petalo di fiore che sovente cade nel suo percorso di sfiorire, quel silenzio che mi rincorre tra le folle e i rumori della gente, un pensiero come un sasso colorato che si instaura dentro, peso come un masso ma caldo più del sole, quello che mi trova pur sempre tra il giorno e la notte e nel firmamento, di salutarvi anche se sono assente.
Sarà il grande caldo, saranno gli anni che attanagliano la mente tanto mi sostengono nel tempo, sarà forse la voglia di lasciarsi andare nel piacevole far nulla che faccia pensare e ragionare, sarà il desiderio della felicità che si basa sulle cose semplici del mondo e sul suo creato meraviglioso, ma l’assenza è diventata un bisogno di rilassamento nel cuore e nella mente con l’eccezionale e immensa certezza di ritornare ad abbracciarvi tutti, che poi siete davvero tanti.
Sassi colorati riposti o semplicemente posati casualmente come i fatti e i momenti della vita che ognuno ha sul suo ciglio di un mare aperto o sulla collina verde della speranza, sono sassi che ci indicano il passato e ci presentano un presente dai colori forse un poco sbiaditi, tenue colorazioni, ma pure sempre vivi e per questo da vivere in maniera uguale, con lo spirito aperto a ogni situazione e affrontarlo con il sorriso posto fisso nella mente e sul volto.
Sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questo momento di possibile vacanza del cuore, in questa nostra fuga mentale da tutto quello che ci potrebbe angosciare, intimorire e spesso colpire, sono sassi che non fanno alcun male ma ve li poso pian piano come un granello di sabbia e vi cumulo sopra i loro diversi colori e le forme più strane e particolari, sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questa estate che difficilmente noi persone anziane possiamo viverla nel pieno delle giornate, sia per il caldo soffocante e per la stanchezza e la spossatezza che facilmente ci prende e ci addormenta pure. Ma voglio che alla fine, prossimamente, alla vicina foglia che ingiallisce e a quel fiore che muore e svanisce possiamo ritrovarci da una valanga sommersi di sassi e colori che ognuno avrà da raccontare.
Sia la mente guida per il vostro cuore e il cuore sia per la mente il sentimento dell’amore a scolpire il giorno e sottolineare la notte, saranno sassi dipinti, colorati, scolpiti, levigati quelli che accumuleremo in ogni giorno estivo a passare e sarà pure sogno comune questo immenso monte che costruiremo.
Racconti: Il primo giorno che mio padre mi portò al mare, di Davide Scuotto
Il primo giorno che mio padre mi portò al mare era una domenica di luglio di più mezzo secolo fa.
Il primo impatto fu devastante per la mia già inquadrata e fragile personalità; scoppiai in un ininterrotto pianto a perdifiato.
Come s’erano permesse tutte quelle persone tutta quella folla di gente a farsi veder da me tutte quante insieme quasi del tutto nude??
Da me ,che nella mia piccola esistenza non avevo mai visto nudo, mai nessuno, neanche a mio padre e mia madre.
Gambe nude , braccia nude , correvano , salivano , scendevano, scalinate su quelle lunghe travi in legno scuro che portavano dalla spiaggia alle cabine in fila. Ricordo bene come se fosse adesso quei loro passi a piedi nudi su quelle lunghe travi in legno suonavano nella mia testa , nel mio inconscio, come se fossero stati tamburi pellerossa lontani e poi vicini, sempre più vicini.
Piangevo!! Sol perchè ero scosso, turbato , mi dispiaceva vedere tutte quelle donne, uomini , bambini senza vestiti.
Dentro a quell’anima da bambino di 2 anni e mezzo credevo fosse stata una punizione generale, improvvisa.
Ricordo mio padre che sorrideva mentre cercava un qualcosa in una borsa in paglia stile anni 60, ne tirò fuori 5-6 soldatini stile western da 55 mm e con la complicità di un bambino , forse un mio cugino , oppure solamente un vicino d’ombrellone , iniziò con quelle sue manine da sarto già abbronzate a costruirmi nella sabbia una stradina e poi con il secchiello fece una casa e tutto in un solo attimo dentro al mio cuore si calmò …
Sono ladra di figure, inseguita da immagini e parole, rubo anche l’errore -desolazione -rivelazione. Rubo infine i momenti alle parole lì dove il tempo acquista suono ed è poesia.