Personaggi illustri calabresi, di Vito Sorrenti

Personaggi illustri calabresi, di Vito Sorrenti 

(Italiano) Copertina flessibile – 13 giugno 2020

di Vito Sorrenti (Autore)

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La Calabria, una regione poco nota e poco frequentata e ai più sconosciuta. Sconosciuta ai suoi stessi figli, molti dei quali sono sparsi e dispersi nel mondo e non hanno mai avuto modo di vedere e di godere la natura selvaggia della Sila e dell’Aspromonte, il verde lussureggiante delle Serre, i fondali dei suoi mari cristallini, la chiesa di Santa Maria dell’Isola a Tropea, eretta sull’omonimo scoglio, il Battistero, il Castello e la Cattedrale di Santa Severina, la fortezza aragonese di Le Castella, il Belvedere di Piazza San Rocco a Scilla, il Paese arroccato di Pentidattilo, la scogliera di Copanello, il castello Murat e dintorni a Pizzo Calabro, il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, con i suoi tesori di inestimabile valore come i Bronzi di Riace e la Testa del filosofo; 

il Lungomare di Reggio, definito da Gabriele D’Annunzio il più bel chilometro d’Italia, la Cattolica di Stilo, un capolavoro assoluto dell’arte bizantina; il Codice purpureo di Rossano (Evangeliario greco miniato del VI secolo), le Muraglie di Annibale a Pietrapaola ecc. ecc.. Insomma tutte le testimonianze di un passato glorioso lasciato in eredità dalle sue fiere popolazioni. La Calabria, culla della civiltà della Magna Grecia, culla del pensiero filosofico, ove Pitagora*, matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico, fondò una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, che prese da lui stesso il nome: la Scuola pitagorica; 

la Calabria luogo natio di giganti come Milone di Crotone, Ibico di Reggio Calabria, Nosside di Locri, San Francesco di Paola, Gioacchino da Fiore, Cassiodoro di Squillace, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, Mattia Preti, Pasquale Galuppi, Guglielmo Pepe, Francesco Jerace, Renato Dulbecco, Corrado Alvaro, Francesco Cilea, Leonida Repaci, Gianni Versace e molti altri ancora. 

Li passeremo tutti in rassegna e avremo modo di conoscere il contributo che hanno dato all’umanità e in pari tempo, scopriremo i motivi per cui andare orgogliosi dei nostri eroi, del nostro passato e delle nostre radici: tutti fattori che stanno alla base della nostra identità. Ciò premesso e, in considerazione del grande amore che nutro per la poesia, principale nutrimento spirituale dell’anima, ritengo doveroso iniziare questa rassegna con un Poeta.

“Pompei, l’incubo e il risveglio” di Angelo Petrella, edizione Rizzoli, recensione

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Salve lettori oggi consiglio:

 “Pompei, l’incubo e il risveglio” di Angelo Petrella. 

La sua copertina, con il titolo a caratteri cubitali che spiccano su uno scenario di distruzione, ha catturato il mio interesse riportandomi al Aprile del 2019 quando calpestavo la medesima  zona archeologica guidata da uno storico. 

Sotto la supervisione dello scrittore le mure diroccate, come oggi le conosciamo, prendono forma e vita.

L’autore immerge il lettore nel regno di Quintiliano e del prefetto Quinto Terenzio Massimo, e di altri personaggi illustri del 79 d.C. Si ammira la grandezza dell’impero Romano e la sua espansione, si entra nel vivo della guerra dei Romani contro gli Ordovici e le sue fatali conseguenze. 

Un romanzo che non dà possibilità al lettore di rimanere un anonimo osservatore ma lo esorta a far parte in modo attivo del racconto attraverso l’emozionante lettura. 

Tra intrighi, vendette, amori e complotti ci muoviamo tra le vie di Pompei con il gladio in mano e l’elmo in testa, oppure nelle palestre o meglio nelle Spa dove ci assicuriamo di creare nuove alleanze e conoscenze per la nostra attività, discorrendo tra i templi e le schiave dei lupanari. Non mancano i colpi di scena, ogni azione ha un obiettivo ben preciso all’interno del romanzo, nulla viene lasciato al caso. 

L’autore, Angelo Petrella, giornalista e sceneggiatore è riuscito a far risorgere attraverso la sua scrittura la città di Pompei, un viaggio da fare sicuramente fisicamente, se ne avete la possibilità.

Nelle note conclusive vi è un elenco dei libri che l’autore ha  consultato per scrivere quest’opera  narrativa, svelando la parte romanzata.

Se siete interessati alla parte del risveglio del Vesuvio, vi invito a  leggere le lettere di Plinio a Tacito, come è stato anche a me consigliato dalla guida, sono la prova tangibile della disperazione durante la tragedia e di come la quotidianità può essere stravolta in un attimo. 

I romani pensavano che fosse solo una montagna fertile da sfruttare, invece di un vulcano, fino alla sua eruzione

Un vulcano alto trentamila piedi, tale fu la sua potenza che le ceneri arrivarono fino ad Alessandria d’Egitto.

Il segnale viene trasmesso a  Roma, l’imperatore Tito organizza il soccorso, e arriverà a Pompei  5 ore dopo la tragedia.

Il mare trasformato in lastre di pietre, rende difficile avvicinarsi con le imbarcazioni, nuotano fino a riva e vedono la gente disperata. Il capo dei soccorsi organizza un tavolo con della frutta, così la gente vedendo che un uomo di potere, del suo rango, riesce a stare calmo per gli altri sarà più facile tranquillizzarsi e seguire in ordine il salvataggio.

Pompei in un mare di cenere verrà dimenticata fino al 1500 circa. (cit guida)

Un viaggio davvero straordinario!!

Semini letterari

Novità letterarie: “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” di Rosa Maria Corti (Montedit)

(by I.T.Kostka)  Izabella Teresa Kostka

Con piacere segnaliamo una nuova pubblicazione di spessore edita dalla prestigiosa casa editrice Montedit: “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” di Rosa Maria Corti, poetessa e scrittrice comasca di talento già  affermato e penna sublime. La prefazione del critico letterario e poeta Prof. Luigi Picchi e le note critiche a cura del traduttore, critico letterario e poeta Prof. Vincenzo Guarracino.

• Note critiche a cura del poeta, traduttore e critico letterario Prof. Vincenzo Guarracino

“Il mio modo di viaggiare talvolta mi regala incontri meravigliosi”, dice Rosa Maria Corti in un momento topico del libro, nella nota al testo dedicato a Segantini, rivelando la chiave stessa di tutto il suo “favoloso” peregrinare che l’ha portata a inseguire e incontrare la “promessa di un sogno” attraverso luoghi di impervia e sconosciuta bellezza, in cui solo a pochi è dato riconoscerla nella sua ruvida amabilità…
Nel titolo è certo scritto che ciò che le interessa è la “casa” intesa come il luogo entro cui hanno trovato ospitalità e consistenza interiore ed esteriore,virgiliani simulacra luce carentum, simulacri e fantasmi di una vita bisognosi di luce, sogni, trasferiti in colori e parole nelle forme dell’arte e della poesia.
Ma in realtà, il libro inclina soprattutto ad evidenziare che sono le “anime” quel che maggiormente balza fuori dai testi: la teoria di personaggi, “scrittori-pensatori- artisti”, tutti di straordinaria rilevanza, colti, nella cinquantina di epilli che compongono la silloge, in situazioni paradigmatiche di fascino…”.

• Dalla prefazione in forma di lettera a cura del poeta e critico letterario:
Prof. Luigi Picchi

“…raccogliere in una silloge (anche fotografica) poesie ispirate a visite presso case di poeti, scrittori e artisti è stata un’idea molto suggestiva e particolare, come pure quella d’accompagnare ogni poesia con una didascalia esplicativa di carattere storico-turistico rendendo questo “prosimetro” una sorta di beadeker. Ne è uscito un romanzo lirico di un pellegrinaggio letterario sulle tracce di personaggi illustri, delle loro visioni e delle loro ossessioni; un percorso tra Francia, Svizzera ed Italia…”.

Architettura familiare I (pag.30)

La casa di sassi,
a ridosso del monte,
ha stanze che ascoltano
il respiro del bosco
e stanze che scrutano
il fiume più a valle.
La casa di sassi
ha muri assai spessi e legni
invecchiati che son quasi neri.
La casa di sassi mi riporta echi,
risuona ancora la lingua morta:
“Vendül *1, ghislòn *2, cadòlca *3, cràp *4, ta vengi al Gabinàt *5…”.
La casa di sassi,
un mondo di preghiera e fatica,
nella cantina profumo di vigna,
presso il fienile la cusinascia,
verze e gabüs6 là sotto il tetto.
Chissà se le piace il mio idioletto…

~

Ricordo della casa della nonna materna nata nel 1884 a Castello dell’Acqua (So). Note: *1. Slavina *2. Mirtillo *3.Vino e latte *4. Roccia *5. Ti vinco il Gabinàt. Il giorno dell’Epifania chi riusciva per primo a pronunciare la parola Gabinàt, dal tedesco “Gaben nacht”, notte dei doni, aveva diritto a ricevere un dono dall’altro. 6. Cuore del cavolo.

La casa di Bruno Gandola (pag.79)

T’accoglie una croce campestre,
segno sacro che riconduce alla radice,
simbolo di scelta e riflessione,
d’energia creativa
che accende lo sguardo,
guida il pennello,
incide la materia.
Ti colpisce la pacatezza del gesto,
l’azzurro della pupilla,
nella luce s’infutura la ricerca
di bellezza e verità.
La sua casa è isola di pace
e insieme fucina, crogiolo,
semenzaio dove si coltivano
amicizie, luogo dove
si tiene scola de umanità.

~

Bruno Gandola è pittore, scultore, incisore, ceramista e scagliolista. Occhi azzurri e barba bianca, schietto e modesto, degno erede dei Magistri Comacini, Bruno nasce a Milano nel 1940 e in quella città insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera per molti anni, ma è in Valle Intelvi, la terra dei Gandola, che ritorna ogni anno e nel “cascinotto” nascono le fontane zampillanti in marmo e pietra, i bronzi raffiguranti sacro e profano, l’omaggio agli Alpini del Battaglione Valle Intelvi e tante iniziative artistico-culturali che ruotano intorno al suo Museo dello Stucco e della Scagliola che cura con la moglie Floriana Spalla. Il Museo, sito a Cerano Intelvi, è visitabile.
Di Bruno e Floriana, in particolare, è l’idea della ricostruzione dell’antichissima chiesetta alpestre di San Zeno che la tradizione vuole edificata quale voto da alcuni Magistri di ritorno da Verona e sorpresi sul Lario da una tempesta. In questa chiesa furono rinvenute due lesene decorate nelle quali la Professoressa Spalla individua le figure della regina Teodolinda e del re Autari. Si veda in proposito il mio libretto intitolato: “Teodolinda e il mistero della Venere Ceraunia”, Montedit editore 2020.

Breve nota biografica

Rosa Maria Corti, nata a Oggiono (Lc), oggi vive in Tremezzina sul lago di Como. Scrittrice eclettica, già collaboratrice della rivista Como & dintorni e del Quaderno Scientifico di APPACUVI, ha parte attiva nel settore cultura di The Milaner rivista giornalistica on-line. Presente nell’“Enciclopedia degli Autori Italiani”, è inserita in prestigiose antologie e ha ottenuto molti riconoscimenti in importanti concorsi letterari tra i quali il Premio Antonio Fogazzaro, il Premio Internazionale Europa in versi, il Premio Internazionale P. Martin – A. Testore e il Premio Alda Merini. Tra le sue opere, in prosa e in versi, si vogliono qui ricordare “Storie della Valle Intelvi. Artisti, eroi, maghi e vicende popolane dal Medioevo ai giorni nostri” Ed. Edlin 1999; la trilogia medioevale “Mistero all’abbazia”; “La Colombera”; “Né angeli né demoni” Ed. Montedit; la trilogia poetica “Il mio Lario”, “La mia valle” e “La mia Provenza” Ed. LietoColle; “Il Generoso. La montagna dei racconti, delle fiabe e della poesia” Ed. Macchione; “Valle Intelvi. Paesaggio Storia Curiosità” Ed. Pifferi; “Teodolinda e il mistero della Venere Ceraunia” Ed. Montedit 2020; “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” Ed. Montedit marzo 2021.

Info editoriali

– Autore: Rosa Maria Corti

– Titolo: “VIAGGIO POETICO tra case e anime
di scrittori, pensatori e artisti”

– Collana I gigli (poesia), Editore Montedit, Marzo 2021 pag. 92, Euro 10.00.

– Acquistabile presso l’editore e tutti i canali tradizionali.

Segnalazione anche su VERSO – spazio letterario indipendente:

“Duecento giorni di tempesta”, di Simona Moraci. mrg

https://www.librarte.eu/post/duecento-giorni-di-tempesta-di-simona-moraci?fbclid=IwAR15YsWqJrsiGmuPcTr4JUrzgpCUCjZhTl800wB-HmmzYSPchl8qFUVmZ48

“Duecento giorni di tempesta”, di Simona Moraci

Recensione a cura di Antonella Giuffrida

“Avevo sognato a lungo quel momento, sotto l’ombrellone, in riva ai miei pensieri: avevo immaginato grandi sorrisi nel proporre le mille idee che mi baluginavano in mente. Da precaria ero sempre riuscita a realizzare sogni, incantare i ragazzi, piacere ai colleghi. Non mi ero resa conto di essere sulla frontiera alla ricerca del Santo Graal o, comunque, di un santo che mi prendesse in considerazione”.

Spesso la realtà è totalmente diversa da come si possa immaginare e la quotidianità che Sonia, docente precaria in una scuola di periferia, si trova ad affrontare, è tutta da scoprire.

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo e credo sia vero ma a volte succede che il lavoro ti annienta, ti stressa, ti distrugge lo spirito e a volte mette a repentaglio la tua stessa persona.

Questo è ciò che succede a Sonia, la protagonista del romanzo “Duecento giorni di tempesta”, classificatosi al terzo posto nella sezione Narrativa al premio L’Iguana, scritto da Simona Moraci, giornalista professionista e docente di lettere dalla penna abile, dalla scrittura fluida , concisa ma incisiva. Dopo aver pubblicato “I confini dell’anima” e “Giornalisti, e vissero sempre precari e contenti”, entrambi con Armando Siciliano editore, Simona Moraci ci accompagna nei suoi duecento giorni di tempesta, perché duecento sono i giorni di scuola che la protagonista trascorrerà con i suoi alunni, e non solo con loro. Un romanzo di luci e ombre, duecento giorni vissuti in Sicilia, nella città di mare acquisita, lontana dalla natia città di mare. Entrambi i centri abitati diventeranno le “sue città di mare” che come un leitmotiv faranno da sfondo alle pagine del libro. E fra queste due città si contende la vita della protagonista.

“ I grandi amori sono fatti d’inferno e paradiso. I miei bambini erano il dono più grande che la scuola potesse farmi. L’amore che mi hanno insegnato va oltre la comprensione. Era come se fosse impossibile salvarli dalle dinamiche di un quartiere che li aveva resi duri, aggressivi già a dieci anni.”

Il romanzo, è ambientato ai nostri giorni, in una realtà degradata , dove la scuola è solo un ripiego alla “vita di strada”, dove il “modus vivendi” della strada si riflette sulla quotidianità, dove l’infanzia è negata, dove la violenza impera, dove la voglia di apprendere è pari a zero e dove il docente deve escogitare strategie e motivazioni per interessare alunni che tutto vogliono fare tranne studiare. Sonia è una donna appassionata, solare e creativa: “dove compare lei compare il sole”, le dice una collaboratrice scolastica e lei desidera portare il sole nel cuore dei suoi ragazzi. Ragazzi abbandonati, “ragazzi esplosivi”, che passano la vita in strada, che non giocano con i videogame, che non hanno genitori alla spalle che li motivano; ragazzi emarginati, alcuni sono figli di delinquenti, sono gli “ultimi” della società. Tuttavia Sonia, forse per riscattare il suo passato problematico , si mette in gioco e si scontra con una realtà difficile ma lentamente cerca di interagire con i ragazzi e l’unico modo per farlo è mettersi al loro livello. E si inventa di tutto: dalle feste, al teatro, ai giochi . E cosi, la Locandiera di Goldoni ma anche la spiegazione di Dante o Petrarca diventano storie da narrare quasi per gioco. E Sonia si trova a interpretare ora il Sommo poeta, ora il poeta “solo e pensoso” innamorato di Laura; non è certo una lezione normale quella di Sonia! Tuttavia il suo interloquire fa breccia sui ragazzi; e gli alunni si esprimono con il loro dialetto perché solo così riescono a dialogare; ma iniziano a conoscere e riflettere sui poeti e ciò diventa motivo di consolazione per la docente.

-“Pozzu ripetere?” Damy era un ragazzo timido e riflessivo, che non riusciva a dosare forza ed emozioni, finendo per far sempre male a qualcuno. Tuttavia era capace di profondità insperate ed era uno dei pochi in grado di rielaborare e fare suo un pensiero. – “Dante ‘a fimmina ‘a taliava, ‘i luntanu, forsi ‘a salutava, non si sapi bonu. Prof, secunnu mia era puppu. Petrarca, invece, non sulu a fimmina a taliava ma ci vulia fari pure i cosi lordi. Era omo, sicuro.”

Un romanzo che alterna momenti crudi, veri, dove la protagonista mette a rischio anche la propria salute, a momenti dove a parlare è il sentimento. In una “realtà a rischio” non è facile insegnare; quando ci si trova coinvolti in episodi incresciosi, è difficile avere il polso della situazione; si cerca un supporto, un conforto, uno sguardo che possa farti sentire meno sola! Ma questo supporto non arriva, anzi tutt’altro: ci si trova soli in mezzo a chi preferisce farsi da parte pur di non parlare. Eppure nel romanzo c’è spazio anche per una storia d’amore complicata; una storia di sopravvivenza, di affetto, di gratitudine, di amicizia, di gelosia. E il mondo sembra correre più veloce di Sonia ma lei non demorde e affronta la vita senza delineare i confini fra le due cose: sentimento e dovere. E le diverse emozioni e il turbinio della sua anima stridono con la quiete del mondo della strada della “sua città di mare”; c’è chi ferisce con le parole, c’è chi invece ferisce con i fatti. Stefano e Andrea, anche loro protagonisti del romanzo, colleghi di Sonia , entrano nella sua vita; per loro Sonia è “la straniera”. Uno è come il vento: riesce a far volare via i pensieri tristi dalla mente della collega e per questo le prende l’anima e il corpo; l’altro è la forza, è il mistero, è la passione. Entrambi con un passato da dimenticare, entrambi racconteranno la propria anima. Tutti i personaggi non sono statici: il loro carattere si evolve; in positivo o in negativo sarà il lettore a giudicare; l’abilità della scrittrice è quella di crearli e metterli a nudo con sentimenti diversi, ogni personaggio ha una sua catarsi interiore. Ed è questo movimento di sentimenti che tiene il lettore legato al libro, lo trascina, lo travolge, lo incuriosisce, spingendolo ad allearsi con uno o con l’altro personaggio. In alcune pagine il lettore vorrebbe istintivamente fermare lo scorrere degli eventi e magari modificare il copione ma la vita continua inesorabile. Interessante è il ruolo di Altea: attraverso questa amica, Sonia estrinseca il proprio io, le paure, le ansie, le sofferenze; spesso è il suo “alter ego”.

In un romanzo dal ritmo incessante, ambientato al Sud, non possono mancare le prelibate ricette culinarie che Simona Moraci descrive con dovizia di particolari, così come non mancano le descrizioni dei luoghi delle “sue città di mare”.

Un romanzo dove tutti i sensi vengono messi in moto: una storia da toccare con mano, da ascoltare; una storia che profuma di granite, di pasta; pagine che permettono al lettore di intraprendere un viaggio nella “terra dove il sole non tramonta mai”, e se il sole tramonta lo si ha nel cuore, sempre.

“Quando scese la sera lo portai dove ero cresciuta io, tra mura di salsedine e voci di Scirocco. C’era ancora, nel vicolo del piccolo villaggio di pescatori, la casa che non era mia, assieme ai ricordi di un’altra vita e di un altro amore.”

E la scrittrice , con un linguaggio leggero , a volte ironico, con frasi dialettali, svela il senso di appartenenza alla propria terra: ed è proprio questo modo di scrivere della Moraci che rende la protagonista una donna per niente estranea a noi. L’io narrante che da Sonia si trasferisce ad altri personaggi , trascina il lettore in mondi tanto eterogenei quanto affascinanti. La suspense è sempre viva, la trama avvince e la vita dei protagonisti si intreccia e prende strade che spesso si incontrano ma a volte si dividono. Un romanzo che si addentra in una realtà che ognuno di noi può vivere, una realtà dove giornalmente si spera in un domani migliore. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” lo ha scritto De André nella ballata “Via del campo”. Anche Leopardi nella lirica “La ginestra” lascia trapelare un barlume di speranza affermando che da una roccia può nascere un fiore dal colore del sole. E se lo hanno affermato personaggi illustri…perché non sperare anche noi?

Riuscirà Sonia a superare i suoi duecento giorni di tempesta fisica e psicologica? Riuscirà a salvare i suoi ragazzi dalla strada nella quale li ha trovati? Dovrà fare i conti con il passato , con il presente e con i moti del suo cuore!

“Mi domandai se quella strada che stavo percorrendo sarebbe stata sempre in salita, se si può davvero salvare qualcuno senza farsi male o farne ad altri.”

E “Duecento giorni di tempesta” è un romanzo nel quale ognuno di noi si può rispecchiare.

Buona lettura!

Antonella Giuffrida

Il Naviglio Pavese

Il Naviglio Pavese

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La storia di questa opera d’ingegneria idraulica è quasi una saga, ricca di difficoltà, personaggi illustri e qualche colpo di scena.

Quasi cinque secoli sono stati necessari per realizzare il Naviglio Pavese, il canale che dalla Darsena di Porta Ticinese avrebbe portato a Pavia e che avrebbe dovuto sostituire lo scomodo Naviglio Bereguardo.

Alla scoperta del Naviglio Pavese

Anche il Naviglio Pavese era uno dei canali facenti parte della via dell’acqua di Milano, tuttavia la sua costruzione è stata la più difficoltosa e lunga di tutti.

Una tratta fortemente voluta (tranne che da Pavia), anche se all’inizio non era stata pensata per diventare navigabile ma solamente come rete idrica per irrigare il verde rigoglioso del Castello di Pavia, amata meta di svago del suo ideatore: Galeazzo II Visconti.

Solamente a lavori inoltrati si decise di ampliare la sua portata in modo che potessero transitare le imbarcazioni e trasformarlo in un canale mercantile da sostituire al Naviglio Bereguardo che, non avendo uno sbocco utile, costringeva i mercanti a trasportare le merci a dorso di mulo fino al Ticino incidendo su costi, tempi e sforzi.

1. Descrizione generale

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Il Naviglio Pavese ha una lunghezza di 33,10 km e copre un dislivello di ben 56,60 metri. Una difficoltà che ha messo a dura prova gli ingegneri delle diverse epoche e che alla fine è stata superata grazie alla costruzione di dodici conche.

Il suo incile è proprio alla Darsena di Milano, da cui si dirama verso sud-sud ovest attraversando la periferia milanese fino ad arrivare a Pavia, dove sbocca nel Ticino.

  • Il forte dislivello e le dodici conche

Dal punto di vista idraulico realizzare il canale non è stato come bere un bicchier d’acqua, anzi.

Il forte dislivello ha costretto gli ingegneri a progettare dei sistemi di riempimento che fossero in grado di colmare il salto e permettere la navigazione in modo pratico ma anche sicuro.

Le conche erano proprio questo, un sistema a gradini che all’occorrenza veniva chiuso e riempito facendo salire il livello dell’acqua e quindi portando la barca a livello della sponda superiore. Un po’ come un montacarichi ma fatto d’acqua.

Alla fine di conche conche ne furono realizzate dodici:

  1. Conchetta (1,85 metri di dislivello)
  2. Conca Fallata (4,65 metri di dislivello)
  3. Conca di Rozzano (3,6 metri di dislivello)
  4. Conca di Moirago (1,7 metri di dislivello)
  5. Conca di Casarile (4,8 metri di dislivello)
  6. Conca di Nivolto (3,5 metri di dislivello)
  7. Conca di Certosa di Pavia (4,4 metri di dislivello)
  8. Conca del Cassinino (4,8 metri di dislivello)
  9. Conca di Porta Cairoli (4,4 metri di dislivello)
  10. Biconca della Botanica (due conche da 3,8 metri di dislivello per un totale di 7,6 metri)
  11. Biconca di Porta Garibaldi (due conche da 3,8 metri di dislivello per un totale di 7,6 metri)
  12. Conca del Confluente (3,3 metri di dislivello)

L’ultima conca era particolarmente profonda perché doveva funzionare sia quando in regime di piena che nel periodo in cui il Ticino era in magra.

Una volta superata l’ultima conca si giungeva a una lunghissima Darsena lunga 120 metri  e larga 60 che permetteva l’attracco anche alle imbarcazioni più grandi giunte dal Po e rendeva possibili le ingombranti manovre dei barconi, oltre che il carico-scarico dei grandi carichi merci.

  • Lungo la strada postale

Il canale pavese scorre lungo la strada postale per Pavia e Genova. La scelta fu presa in parte perché sul Naviglio erano presenti dei ponti con alzaie su ambo le sponde che permettevano al Naviglio di continuare a mantenere la navigabilità e che agevolavano al contempo manutenzione ed eventuali interventi di riparazione, e in parte perché era molto comodo far coincidere i numerosi corsi d’acqua trasversali con quelli già costruiti per la strada.

In questo modo fu necessario solo l’ampliamento delle opere esistenti, senza il bisogno di costruire da zero opere ad hoc, facendo risparmiare in termini di costi e tempo.

2. La storia

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  • Il Navigliaccio e il Naviglio di Bereguardo

L’idea di collegare Milano a Pavia nasce nel 1359 quando i Visconti ordinarlo lo scavo di un canale d’irrigazione per portare acqua al Parco di Verolanuova ma fu solamente a metà del XVI secolo che si diede reale avvio ai lavori per costruire un corso d’acqua navigabile da integrare nella rete dei Navigli di Milano.

La decisione fu dettata soprattutto dalla scomodità del Naviglio Bereguardo che, non avendo uno sbocco idrico, costringeva a spostare le merci via terra fino al Ticino.

Il canale di Galeazzo II Visconti (il Navigliaccio) fu scavato fra Pavia e Binasco ma non riuscì ad arrivare a Milano proprio per le difficoltà tecniche che ponevano i dislivelli.

Ma se all’epoca di Galeazzo non esistevano ancora le conche, diverso fu per Francesco Sforza che nel 1457 ordinò di costruire un canale navigabile fra Milano e Pavia (Naviglio Bereguardo).

Questa via dell’acqua fu importantissima per Milano poiché era l’unico collegamento fra la città e il mare, determinante soprattutto per il trasporto del sale.

  • Il prematuro trofeo

Nel 1579 si iniziò a cercare un’alternativa al Naviglio di Bereguardo, lavori che però iniziarono solamente vent’anni dopo grazie all’arrivo a Milano del conte di Fuentes.

I lavori procedono talmente rapidamente che il conte di Fuentes si fa erigere un monumento per celebrare il completamento dell’opera e la riuscita nel realizzare un canale di collegamento fra i Lago Maggiore e il Lago di Como via Po.

Ma il Trofeo Fuentes fu un pessimo presagio dato che l’opera non fu mai terminata sotto la sua presenza e alla sua morte, nel 1610, il governo di Milano spagnolo sospende completamente il lavori.

Nonostante altri due tentativi da parte degli spagnoli di portare a termine i lavori, il canale restò ancora incompiuto.

  • Da Maria Teresa a Napoleone

Nel 1706 a Milano subentrano gli austriaci e nel 1773 l’imperatrice Maria Teresa ordina la ripresa dei lavori sui Navigli di Milano, in particolare:

“formare il canale navigabile da Milano a Pavia e intraprendere quanto sarà necessario per rendere navigabile l’Adda da Lecco al Naviglio della Martesana

Così scrisse proprio Maria Teresa al viceré arciduca Ferdinando.

Impossibilitato ad affrontare entrambi gli oneri, il governo austriaco scelse la seconda poiché più conveniente dal punto di vista strategico.

Nel 1797 Napoleone conquista Milano e, con la costruzione della strada del Sempione, inizia a valutare la convenienza di un collegamento fra il Po e il mare attraverso il Naviglio Pavese, e ne ordina la costruzione.

I lavori partirono nel 1807, si interruppero fra il 1813 e il 1817 a causa della caduta di Napoleone, e vennero conclusi a metà del 1819.

  • I conti a lavori conclusi

A opera ultimata i milanesi iniziano a fare i conti con il bilancio.

I costi previsti per la realizzazione del Naviglio da Maria Teresa erano di 2.646.000 lire milanesi ma una volta terminati i lavori i costi totali ammontavano a 9.500.000 di lire milanesi, a cui si andavano a sommare 33.000 lire italiane per la manutenzione ordinaria durante le due asciutte annuali, in primavera e in autunno.

A questi costi si sommano i custodi che erano responsabili della navigazione del tratto di naviglio attiguo, ognuno dei quali era alloggiato in un’apposita casa. Quattordici persone stipendiate che gravavano sullo stato per 10.000 lire all’anno.

3. La navigazione

navigazione-del-Naviglio-Pavese

Le merci che transitavano sul Naviglio Pavese erano soprattutto:

(verso Pavia)

  • carbone
  • calce
  • beole
  • granito
  • concime

(da Pavia)

  • legname
  • sale
  • laterizi
  • granaglie

Sul Naviglio Pavese si effettuava anche il trasporto dei passeggeri che avveniva in ambo i sensi di navigazione e che avveniva solamente nei giorni feriali della settimana, 5 ore e mezza per scendere verso Pavia e 6 ore per risalire.

  • Barche più grandi

La realizzazione del Naviglio Pavese permise il transito di imbarcazioni notevolmente più grandi rispetto al Bereguardo, navi che prima potevano transitare solamente nel basso Ticino.

Il magano (o barca pavese) aveva uno scafo lungo 26 metri e largo 5,6, con una portata fino a 100 tonnellate.

Il burchiello (o saranno) poteva portare fino a 55 tonnellate, stessa cosa per la corriera pavese, derivata dalle barche della laguna veneta e caratterizzata da una parte superiore che fungeva da copertura per le merci e i passeggeri (la cosiddetta tuga).

  • I piroscafi sul Naviglio

Anche se le informazioni che abbiamo sono incerte e talvolta contraddittorie, è certo che nel 1820 fu fondata una società per la navigazione a vapore fra Venezia e Milano che avveniva tramite il piroscafo Eridano e che, secondo alcune note scritte, la rotta incluse anche il tratto dei Navigli.

Altre testimonianze scritte parlano di un secondo piroscafo, l’Arciduchessa, presente nella Darsena e di un battello a vapore chiamato Elisabetta che portava da Milano ad Abbiategrasso.

Inoltre alcune fotografie della Darsena di Pavia mostrano il piroscafo Contessa Clementina che trasportava merci tra Milano, Pavia, Mantova e Venezia.

Tuttavia il governo austriaco decide di riportare nelle sue mani l’iniziativa e in seguito crea una linea regolare che collega Trieste a Locarno che – fra gli altri – passerà anche dal Naviglio Pavese.

4. Un territorio un tempo considerato insalubre

A differenza degli altri Navigli di Milano che attraversavano centri urbani fiorenti o costeggiavano ricche ville nobiliari, lungo il Naviglio Pavese non scorre altro che campagna(ad eccezione del polo di Rozzano).

Queste zone sono sempre state considerate aree malsane dove il clima umido della pianura e l’aria appesantita dall’odore del concime per fertilizzare i terreni coltivabili rendevano difficile lo sviluppo.

Ancor oggi questa zona è caratterizzata da agricoltura e piccoli centri abitati, frazioni, con poco fermento edilizio e poca attitudine al progresso.

5. La Conca Fallata e la sua centrale idroelettrica

Arrivando al bacino della Conca Fallata è impossibile non notare la complessa costruzione metallica che la sovrasta.

Si tratta della centrale idroelettrica che è stata costruita per sfruttare il salto dell’acqua, progetto rimasto a lungo nel cassetto fino a che l’allora Azienda Energetica Municipale (oggi a2a) non si fece avanti per realizzarlo.

6. Pavia e l’avversione al Naviglio

Pavia non è mai stata d’accordo alla costruzione del canale, già felice e soddisfatta della presenza del Bereguardo. Il suo disappunto era tale da spingere i cittadini della città a protestare contro la decisione di Maria Teresa di realizzare la tratta, anche se niente poterono fare contro la risolutezza di Napoleone.

In realtà la costruzione del Naviglio fu proficua per la città che vide uno sviluppo industriale portato dai progressi dell’idraulica che permettevano di usare l’energia prodotta dall’acqua per alimentare mulini, tessiture e portare canali laterali ad alimentare campi.

CURIOSITÀ

Nel 1894 il padre di Albert Einstein fondò a Pavia le officine elettrotecniche nazionali Einstein-Garrone.

Neppure l’arrivo della ferrovia a Pavia nel 1862 portò la fine della navigazione sul Naviglio, anche se ridotta. Pavia si era rivelata un nodo strategico importantissimo per i trasporti, anche se per alcuni la navigazione del Naviglio Pavese era ancora un ostacolo, in particolare per lo sviluppo abitativo.

Ma nonostante tutto a mettere fine all’epoca d’oro di Pavia e del suo Naviglio fu proprio la stessa Pavia, forse a causa di quell’avversione che ha sempre provato verso di lui sin dai tempi della sua progettazione.

Infatti nel 1964 fu la città a chiedere il declassamento a sole funzioni irrigue.

L’odio verso il canale si percepisce anche dallo stato di degrado in cui versano le conche, che al tempo della loro costruzione furono concepite come veri gioielli estetici e che ancor oggi sarebbero di pregio storico-culturale. Invece la città le ha lasciate all’incuria, con interventi di recupero solo vagheggiati ma mai portati a compimento.

Tuttavia, lungo le sponde del Naviglio Pavese si estende una rete di piste ciclabili particolarmente belle da percorrere nella bella stagione e che ogni anno attirano non solo milanesi alla ricerca di un po’ di campagna ma anche ciclisti di tutta Europa.

https://www.naviglilive.it/il-naviglio-pavese/

“DESTINO”, il romanzo di Raffaella Romagnolo, di Lia Tommi

“Destino” (Rizzoli) è il romanzo della scrittrice Raffaella Romagnolo, che con la sua nuova pubblicazione conferma le attese di chi ha letto e apprezzato i suoi romanzi, fra i quali “La figlia sbagliata” che è stato, due anni fa, candidato al Premio Strega.
L’autrice, come già in altri suoi libri, pone particolare attenzione alle figure femminili: personaggi principali di “Destino” sono infatti, Anita e Giulia, amiche, quasi sorelle gemelle poiché Anita è nata lo stesso giorno di Giulia, a meno di un’ora di distanza.

Le protagoniste condividono molta della loro infanzia e gioventù in una cittadina del Basso Piemonte: la loro storia abbraccia ben più di mezzo secolo e gli eventi narrati sono quelli delle due giovani, ma anche di più famiglie: le vicende s’intrecciano, s’intersecano e seppur, a primo avviso, poco significative perché narrano di gente comune, povera, senza grande rilievo sociale, stanno proprio a dimostrare che la storia non è soltanto quella che si legge nei libri, bensì è fatta di tante piccole pietre o mattoni che creano quell’edificio imponente che è il corso degli eventi umani.
Tra Cascina Leone e il quartiere Borgo di Dentro crescono le due amiche, unite eppur così differenti una dall’altra: Anita è assai riflessiva, Giulia, invece, più pratica così da destreggiarsi fra i conti di poche lire e centesimi. Lei era stata sempre così brava in matematica tanto da meritare dieci in pagella. Certo la vita a Borgo di Dentro non è così piacevole; meglio l’infanzia di Anita, a Cascina Leone con il pollaio, la conigliera, la cantina, la stalla, il portico, l’altalena, i sacchi di juta, le bigonce per l’uva, il torchio, le zappe…l’odore di stalla e persino del letamaio è diverso dal puzzo di fogna di Borgo di Dentro.

Eppure, nonostante provenienze diverse, le protagoniste, all’inizio del Novecento giovani donne, sono impegnate nello stesso lavoro con identica paga: trascorrono le giornate alla filanda Salvi dove, però, tante sono le difficoltà. Ecco, proprio nella cittadina che fa da sfondo a molte delle vicende, il primo impeto femminile, ben precedente le reazioni femministe più conosciute: si tratta dello sciopero di tante donne della filanda perché il lavoro scarseggia e loro accampano diritti. Quanta modernità anche se si va a ritroso di oltre cent’anni! Ma, in mezzo a tanti conti, a tante difficoltà, c’è posto anche per i sogni e per l’amore : non tutto va come previsto, anzi la sorte si ci mette davvero di mezzo quasi a dividere le due amiche e ad imporre per una di loro una scelta dolorosa. Sarà Giulia, la più impavida ma anche la più in difficoltà fra le due a prendere una decisione drastica, dando così un taglio netto al passato.

Con quel biglietto, su quel piroscafo dal nome casualmente così significativo : ” Destino”, s’imbarca Giulia verso una terra lontana di cui non conosce nulla ma in cui cerca riparo perché ora, più che mai, ha bisogno di una protezione per sé insieme a una nuova vita.

La narrazione procede pari pari nel tempo ma l’autrice la vede attraverso gli occhi ancor vivi ma un po’ segnati di Mrs Giulia Masca che, dopo la Seconda Guerra Mondiale fa un fugace ritorno a Borgo di Dentro. Perché? È quasi il nome del luogo a dirlo: per addentrarsi nella storia di tanti di cui nulla lei sa più. Che fine hanno fatto i componenti della famiglia Ferro, da Pietro ai suoi figli, che ne è di coloro che avevano preso nome da personaggi illustri quali Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio? Cosa è successo a sua madre, Assunta Masca, che non ha mai risposto alle sue missive? E Anita?

A queste domande dà risposta l’intero romanzo in cui l’autrice regala ai lettori pagine di vera Storia miste a vicende affettive inventate ma appropriate, efficaci e assai ben congegnate. In esse non manca nulla: dalla sofferenze della povertà a quelle della Guerra, dai palpiti della passione all’amore e al sacrificio per i figli e per i propri ideali.
Mrs Giulia torna a Borgo di Dentro nel 1946, poco dopo il termine del secondo dissidio mondiale che ha seminato tanto dolore ma non ha comunque piegato chi è ancora vivo e in ogni modo cerca di ricominciare e ricostruire.
Quel ritorno in tempo di pace sarà l’occasione per ricucire ferite dell’anima, sopite dal tempo ma non rimarginate del tutto. Quanto tempo, quanti trascorsi, quanta vita…

La vita non è andare. La vita è resistere

La vita è di certo tutto questo ma, per ognuno di noi, la vita è anche Destino così come per Giulia che in America trova la sua strada e la sua fortuna, ma dove…? In Mulberry Street , Via del Gelso: nessun nome sarebbe stato più adatto per indicare la dimora di colei che anni prima, in una terra così lontana, aveva lavorato con i bachi da seta. Questo non è che l’ultimo tassello che va render perfetto un romanzo in cui il Destino è fatto di piccole e grandi cose che ci riconducono sempre e comunque alle nostre radici.

Raffaella Romagnolo, con il suo nuovo libro, pienamente conferma le sue capacità e la sua sensibilità di scrittrice, unendo ad esse l’approfondita conoscenza di alcune vicende drammatiche, pietre miliari nella Storia del Basso Piemonte.
“Destino” si rivela un’appassionante narrazione, un gran bel romanzo.

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Dieci poesie di Giannina Milli, di Donatella Pezzino

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

*

A Milano
Nel giugno 1859

E fia pur ver che l’aborrito estrano,
Percosso il sen da subita paura,
Volse le spalle alle tue sacre mura
Novellamente, o mia gentil Milano?

E fia pur vero che al leal Sovrano
Che il gran riscatto in suo valor matura,
Spoglia d’ogni rival discorde cura,
Recasti il fren delle tue sorti in mano?

Benedetta sii tu, che generosa
Prima ripudii le gare meschine
Che diviser la patria dolorosa!

Benedetta sii tu, che dài primiera
Il grande esempio alle Città latine
Di quel che Italia, in lor mirando, spera!

*

Da “Ciò che amo”

Amo l’albe serene e i tramonti,
E le notti dall’umido velo,
Amo i monti coperti di gelo,
E le valli olezzanti di fior.

Amo i boschi dall’ombra conserta,
Caro asil di quiete profonda;
Amo il mare, o flagelli la sponda,
O sia specchio all’azzurro del ciel.

Amo il rio, che qual striscia d’argento
Lambe, appena scorrendo, la ripa;
Amo il fiume, che gonfio traripa,
Come popol che il freno spezzò.

Amo i fiori, gli augelli, le stelle,
E gli amici, e i parenti, e un cortese
Angiol mesto, che forma sol prese
dai fantasmi dell’ansio pensier.

*

Da “L’iride”

Per ogni cosa vaga e gentile
Ha un suono il verso che diemmi il Ciel:
Io canto l’aura del nuovo aprile,
E i fior’ dischiusi in su lo stel.

Canto del mare l’onda tranquilla,
Ed il sospiro d’un vergin cor;
Canto la sacra devota squilla,
E la preghiera del viator.

E fino allora che più su l’alma
Del duolo il pondo sento aggravar,
Canto: succedere dovrà la calma
De la tempesta al furiar.

E a te, leggiadro arco celeste,
che l’etra abbelli co’ tuoi color’,
ora a te volgo le rime meste
Ne l’improviso de l’estro ardor:

A te, che simile a un invocato
Riso, che al pianto succeder suol,
Fra rotte nubi nel ciel turbato
Nunzio apparisci che torna il sol.

Di spirti eterei stuolo infinito
Lungo la tua curva talor
Mostrasi al mio sguardo, rapito
Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.

*

Da “Raffaello e Bellini”

A te men fausto, Cigno Sicano,
Ne l’ore estreme parve il destin;
Fra stranie genti, in suolo estrano
fornisti il breve mortal cammin.

Plaudiva il mondo del Pesarese
Al novatore vasto pensier,
Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese
Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.

Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni,
Spento de i Marzii ludi il fragor,
Sorgesti interpetre di dolci affanni,
De le nascose pene del cor.

E Amina, e Norma, e la Straniera
Per te sì care note snodar,
Che la più bella e splendid’Era
De la melodica arte segnar.

Oh! catanese cigno divino,
Certo ne l’ora del tuo morir,
Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino
Vedesti in rosea nube venir;

Aperti i labbri a un riso pio,
Vieni, ti disse, vieni o fratel;
Vieni e armonizza l’Osanna a Dio,
Le tue melodi insegna al Ciel.

*

Romanza

Quando i silenzii e l’ombra
De l’alta notte bruna
Sorge la bianca luna
Pietosa ad allegrar,
D’ogni creata cosa
Ne la solenne calma
Mesto conforto l’alma
Ritrova al suo penar.

Una gentil la stringe
Necessità di pianto
Rapita ne l’incanto
D’indefinito amor.
E, il ciel mirando, parle
Che da ogni vaga stella
Un’anima sorella
Risponda al suo dolor.

*

Ad una giovinetta – sonetto

Quando sul dolce tuo pensoso aspetto
talor s’affisa la pupilla mia,
Un senso arcano di fraterno affetto
M’infonde al cor la tua melanconia.

Degli anni in sul mattin limpido e schietto,
Quando tutto il creato è un’armonia,
E in fantastiche forme l’intelletto
Un incognito ben sogna e desia;

Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola
Svela qual s’ha necessità di amore
L’alma tua pellegrina al mondo e sola.

O giovinetta. Bada!… A te che tanto
Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core,
Forse l’amor non frutterà che pianto!

*

Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.

Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.

Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.

La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.

Però, come fanciul che piange i fiori
Che il verno inaridì, piango ancor io
Le gioie dei vissuti anni migliori.

La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.

Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.

Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.

Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo  romantico.

*

Donatella Pezzino

Immagine da: http://www.abruzzoinmostra.it

Fonti:

– Wikipedia
– Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862.
– Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863.
– Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.

Una duchessa contro un mondo di uomini. Recensione Romanzo Storico “Teresa Filangieri” di Carla Marcone – Edito da Scrittura&Scritture

Recensione Romanzo Storico “Teresa Filangieri” di Carla Marcone – Edito da Scrittura&Scritture

Una duchessa contro un mondo di uomini

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A cura di Manuela Moschin del Blog LibrArte 

Leggere un romanzo storico è sempre affascinante perché è paragonabile a un viaggio nel tempo.

Le biografie romanzate, inoltre, rappresentano un’ottima occasione per comprendere nei minimi particolari i personaggi del passato.

Il libro narra le vicende della duchessa di Napoli Teresa Filangieri che è vissuta nel periodo dell’Unità d’Italia e del colera. Si tratta di un personaggio poco conosciuto, ma che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia.

Lei fu una donna di talento e coraggio che, a seguito di alcuni avvenimenti dolorosi, decise di fondare un ospedale pediatrico per malattie infettive: “E si sentì guidata da una mano invisibile, come le stelle in un cielo coperto di nuvole, paziente come quella di una santa, forte come quella di un pirata, coraggiosa come quella di un soldato. Ma in quale modo? Dove cercare, trovare il denaro necessario?”

L’autrice si è addentrata nella vita della protagonista, cercando di percepire i suoi malesseri, i timori e le angosce: “Ogni piccolo viso smunto, ogni mesto sorriso insidiato dalla sofferenza, la precipitarono in un luogo della memoria che si chiamava Lina. Il ricordo acuto, straziante, le centrò il petto, lo dilaniò, e il suo cuore esplose cancellandole intorno il tempo e lo spazio”.

La scrittrice ha dipinto una Napoli sofferente, ma forte e valorosa. Il periodo trattato si sviluppa tra il 1826 e il 1880, quando l’edificio di Sant’Orsola alla Cupa divenne un luogo di soccorso per i più deboli e ammalati: “Napoli, addì 4 novembre dell’anno 1880. Oggi sarà inaugurato l’ospedale di Lina. Il mio sogno è compiuto.” 

Alcuni passaggi sono arricchiti da forme dialettali napoletane che si leggono in modo piacevole.

Carla Marcone ha scritto questo racconto con grande passione. Le sue parole creano sensibili atmosfere di lirismo e di speranza, tanto da intuire che si è talmente immedesimata nel personaggio principale da riuscire a “indossare i suoi panni”.

Concludo porgendole i complimenti per aver creato una narrazione viva e colma di sentimento.

Sinossi:

All’indomani dell’Unità d’Italia, in una Napoli preda della miseria, dove i bambini poveri sono abbandonati al proprio destino e le orfane spesso diventano spose raccattate, puttane o suore senza vocazione, una duchessa attraversa i vicoli lerci, bussa alle porte dei bassi, interroga la gente, il popolo, per capire, per aiutare e non per sedurre con promesse irrealizzabili.In questa Napoli lazzara di Michele ’o Belzebù, dove l’azzurro degli occhi di Raffaele si sporca col nero della superstizione della schiena ingobbita del buon Alfonso, Teresa Filangieri concepisce un progetto ambizioso: far costruire il primo ospedale pediatrico per malattie infettive. Per riuscirci deve scontrarsi con il mondo degli uomini, quegli stessi, padri e mariti, a cui le donne ancora appartengono di diritto. Sfida le convenzioni, sottomette l’orgoglio, raccoglie dalla strada gli scugnizzi, ferite purulente che bisogna cominciare a disinfettare.Carla Marcone mette in scena una Napoli in cui la storia viaggia per conto proprio, separata nei tempi e nei modi dal resto d’Italia, dove vivere è una ricompensa e morire spesso è un privilegio, e ridona luce a una donna dai natali illustri, animata dalla passione civile, dall’amore verso i più deboli, ma troppo in fretta dimenticata dalla Storia.“L’uomo nobile non si perde mai d’animo e vince il timore”. Quelle parole le erano bastate a porle nell’anima l’ebbrezza che emerge dal pericolo e ne trae una forza più grande. Non si sarebbe arresa mai!”

Carla Marcone è nata a Napoli in una calda notte di luglio, mentre nel mondo echeggiava la rivolta e le streghe tornavano bruciando il reggiseno in piazza. Crescere in una famiglia di stampo patriarcale, dove, però, erano le donne a portare i pantaloni, ha sviluppato in lei un estremo senso di ribellione contro ogni sopruso, contro ogni ingiustizia. I suoi personaggi, di cui l’autrice racconta in uno stile fatto spesso di parole sussurrate che nascondono segreti, affrontano nella maggior parte dei casi il proprio destino spinti dalla molla del “adessovifacciovedereiodicosasonocapace”, talvolta uscendone vittoriosi, altre delusi e sconfitti; ma è la vita, sì la vita, quella vera, quella della gente comune che Carla Marcone trasporta, riveduta e corretta dalla fantasia, nei suoi romanzi. Ha pubblicato il racconto Favola d’Aprile (2004), e i romanzi Fiori di carta (Scrittura&Scritture 2005) e Teresa e la luna (Scrittura&Scritture, 2008).

Titolo: Teresa Filangieri – Una duchessa contro un mondo di uomini

Autore: Carla Marcone

Editore: Scrittura&Scritture

Pagine:156

Anno pubblicazione: ottobre 2017

Il morso, di Simona Lo Iacono

Anita Bianchi

PROSSIMAMENTE 2017

Palermo, 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione difficile da ignorare: nella sua città, Siracusa, viene considerata una «babba», ossia una pazza. La nomea le è stata attribuita a causa del «fatto», ovvero il ricorrere di improvvise e violente crisi convulsive, con conseguente perdita della coscienza. 

Il «fatto» aleggia sulla vita di Lucia come un’imminenza sempre prossima a manifestarsi, un’ombra che la precede e di cui nessun medico ha saputo formulare una diagnosi, a parte un tale John Hughlings Jackson che al «fatto» ha dato un nome balordo: epilessia. Un nome che le illustri eminenze mediche siciliane hanno liquidato con una mezza alzata di spalle.

Per volontà della madre, speranzosa di risanare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo a servizio presso la casa dei conti Ramacca. Un compito che la «babba» accetta a malincuore, sapendo che il Conte figlio si è fatto esigente in tema di servitù femminile. Da quando, infatti, in lui prorompe la vita di un uomo, l’intera famiglia si è dovuta scomodare a trovargli serve adatte alla fatica, ma anche, e soprattutto, agli esercizi d’amore. Stufo delle arrendevoli ragazze che si avvicendano nel suo letto, il Conte figlio è alla ricerca di una donna che per una volta gli sfugga, dandogli l’impressione che la caccia sia vera e che il trofeo abbia capitolato solo per desiderio. O, meglio, per amore.

Quando il nano Minnalò, suo fedele consigliere, gli conduce Lucia, il Conte figlio le si accosta perciò con consumata e indifferente esperienza, certo che la bella siracusana non gli opporrà alcuna resistenza. La ragazza, però, gli sferra un morso da furetto. Un morso veloce, stizzito, che lo fa sanguinare e ridere stupefatto. Un gesto di inaspettata ribellione che segnerà per sempre la vita di Lucia, rendendola, suo malgrado, un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’ondata di insurrezioni popolari che sconvolse l’Europa in quel fatidico anno.

Con un linguaggio incisivo ed efficace e una prosa impeccabile, Simona Lo Iacono tratteggia una storia di struggente bellezza su un personaggio storico realmente esistito: Lucia Salvo, detta «la babba». Un personaggio femminile unico, fragile e determinato, animato da una vibrante e tesa vitalità.

Donne medievali di Chiara Frugoni. Editore il Mulino

A cura di Manuela Moschin https://www.librarte.eu/

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Recensione 

La storica e accademica Chiara Frugoni, che è stata insegnante di Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi, con il saggio uscito il 23 settembre 2021 intitolato “Donne medievali. Sole, indomite, avventurose” il Mulino Editore, consegna ai lettori un’analisi approfondita inerente alla condizione della donna nel periodo medievale. Dotato di una ricchezza lessicale straordinaria, uno stile narrativo gradevole e una quantità notevole di illustrazioni documentarie, come miniature, mosaici, tavole, affreschi, disegni, che testimoniano la situazione della donna del tempo, risulta essere un sorprendente compendio di qualità rilevante. Nella società medievale, in cui predominava il valore della forza fisica, le donne erano messe da parte, soprattutto se la classe sociale risultava alta. Le alleanze matrimoniali contribuivano a rendere le donne meri strumenti di procreazione, alle quali era proibito insegnare. Dovevano vivere in condizioni di assoluto analfabetismo, a meno che non intraprendessero la vita monastica, allora, in quel caso, potevano imparare a leggere per recitare le preghiere. Come afferma la scrittrice “Solo le monache e le vedove che rinunciavano ad avere un uomo accanto a sé avevano la possibilità di esprimere la loro personalità”. Ma all’interno di questo ignobile scenario, l’autrice Frugoni ha scelto di parlare di alcune figure femminili eccezionali, che hanno saputo fuggire da quel terribile destino, contrassegnato da sottomissioni e abusi. Sono dunque donne speciali quelle trattate nel saggio, monache e regine di grande talento. Seguendo le fonti derivanti dai racconti del poeta Venanzio Fortunato e della monaca Baudonivia, Chiara Frugoni inizia narrando la vita di Radegonda di Poitiers, la regina moglie di Clotario I, che divenne poi monaca. 

Un’altra protagonista del libro è Matilde di Canossa, una donna coraggiosa e devota alla chiesa. La papessa Giovanna, invece, è una donna che in realtà non è mai vissuta, ma che per secoli si credette alla sua esistenza. Tra il 1250 al 1550 rappresentò uno scandalo, in quanto gli uomini di Chiesa erano terrorizzati dal fatto che Giovanna, travestendosi da uomo assunse il ruolo di papa. Christine de Pizan è il personaggio che ho preferito perché rimasta vedova e povera, riuscì attraverso la scrittura a produrre libri di successo, salvandosi così dalla miseria, difendendo finanche le donne umiliate “Continua a leggere e a istruirsi accanitamente, lavora senza tregua, scopre quanto autentica e profonda sia la sua passione di studiosa. Ma è anche estremamente abile nel farsi conoscere e nel conquistare uno spazio proprio, in quello affollato di soli autori maschi” (Donne Medievali, Chiara Frugoni). 

È la storia di Margherita Datini a concludere questa encomiabile descrizione, che affronta le vicissitudini di cinque donne singolari. Margherita, che un tempo fu analfabeta, imparò a leggere e a scrivere per poter comunicare con il marito Prato Francesco Datini, un ricco mercante, al quale inviò centocinquanta lettere. 

Christine de Pizan illustra i suoi “Proverbes moraulx”, London, British Library
Per pregare Radegonda interrompe il pranzo e poi abbandona il letto coniugale, ms 250, f. 24r.
Enrico IV chiede aiuto a Ugo di Cluny e a Matilde di Canossa, Città del Vaticano, 1111-15.
La papessa Giovanna convoca il futuro amante.

ANTONIO TABUCCHI – IL PICCOLO NAVIGLIO

Si sente spesso parlare di poesia, di fantasia, di leggero esprimere e gioviale incantare con le parole, ma spesso e difficilmente si raggiungono queste mete, o se non altro difficilmente le si ha tutte insieme, ma poche volte, anzi pochissime, si verificano e soltanto in pochi possono permetterselo di raggiungere tale capacità. Uno di questi è Antonio Tabucchi, che in questo libro che oggi voglio nominare, ha raggiunto a parer mio tutto ciò che possibile tramutare in scritto, dal reale alla fantasia pura, dalla semplicità alla cruda realtà, dai desideri umani ai sogni irraggiungibili, “Il Piccolo Naviglio” è tutto questo, e viene spontaneo da sentire l’influenza dei grandi e illustri autori suoi discepoli come Pessoa o Garcia Marquez.
Il racconto si svolge in una toscana del XIX secolo, ancora granducato, nelle vicinanze di Carrara ai margini di una cava di marmo, quel marmo che è costato e costa fatica, sudore e sangue a una famiglia, Sesto, ed è proprio Capitano Sesto, l’ultimo della generazione che con un interiore ricerca di se stesso, in un ipotetico e fantastico naviglio, navigherà nel passato ripartendo dalla sua infanzia e ripercorrerà momenti felici e meno in un groviglio di fantastici personaggi e situazioni che irroreranno la voglia di leggere e andare avanti. Si incontrerà il cane giallo a guardia di quella casa fatta di sassi a ridosso della montagna marmorea, una vecchia tromba per auto, un temperino con sopra scritto il nome di un Hotel, dove due identiche gemelle diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, un viaggio che Sesto fa alla ricerca di se stesso e in questo collettivo rigenerare dei tempi e dei personaggi la realtà che lo circonda e che ha sempre circondato le generazioni si evolve e Tabucchi sa essere fantastico ma anche terreno e reale facendoci “navigare” in questo viaggio, attraverso l’unità nazionale, il socialismo, l’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale, le elezioni del 1948, fino alle lotte comuniste dei primi anni settanta, il tutto solo come contesto storico da menzionare per capire le vicissitudini di questa povera famiglia Sesto, vicissitudini chiaramente legata proprio all’evoluzione dei fatti storici. Ma i Sesto vanno oltre, superano anche questi fatti reali storici e sociali, loro, come Capitano Sesto, hanno per natura il dono del sogno, un sogno che li ha tenuti sempre al di fuori di una realtà così come la intendiamo noi.
Navigate con questo libro, e lasciatevi cullare dalle onde che non saranno mai tempesta, ma talvolta leggermente mosse.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Copertina del libro

IL BORGHESE PELLEGRINO, di MALVALDI MARCO

IL BORGHESE PELLEGRINO, di MALVALDI MARCO

DETTAGLI

Genere:Libro

Lingua: Italiano

Editore: Sellerio

Pubblicazione: 06/2020

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TRAMA

A cinque anni di distanza dal suo primo, fortuito, caso criminale, Pellegrino Artusi è ospite di un antico castello che un agrario capitalista ha acquisito con tutta la servitù, trasformando il podere in una azienda agricola d’avanguardia. È stato invitato perché è un florido mercante, nonché famoso autore della Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. 

Oltre al proprietario, Secondo Gazzolo, con la moglie, completano il gruppo altri illustri signori. Il professor Mantegazza, amico di Artusi, fisiologo di fama internazionale; il banchiere Viterbo, tanto ricco quanto ingenuo divoratore di vivande; il dottor D’Ancona, delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia; Reza Kemal Aliyan, giovane turco, funzionario dello stesso consiglio; il ragionier Bonci, assicuratore con le mani in pasta; sua figlia Delia che cerca marito ma ancor più avventure. 

Riunisce tutti non solo il fine conviviale, ma anche un affare in fieri. Sono infatti gli anni d’inizio secolo in cui la finanza europea si andava impadronendo del commercio internazionale del decadente Impero Ottomano. 

Accade che, tra un pranzo, un felpato attrito di opinioni e interessi, un colloquio discreto, viene trovato morto un ospite; è chiuso a chiave in camera da letto ma il professor Mantegazza è sicuro: è stato soffocato da mani umane. 

Circostanze che non collimano, passaggi segreti, colombi viaggiatori, tresche clandestine, fanno entrare ed uscire dalla scena, o agire coralmente, i personaggi, con la vivacità di un teatro brillante. 

E si adatta al luogo una sfumatura di gotico, in ironico contrasto con l’atteggiamento scientista all’epoca di gran voga. Marco Malvaldi, l’autore, si sente a proprio agio nell’ambiente fiduciosamente positivistico dell’epoca, rappresentato con allusiva esattezza (nell’epilogo del romanzo si spiega come tutto il contorno è storicamente vero). 

D’accordo con il suo eroe Pellegrino Artusi considera la buona cucina una branca della chimica, una scienza complessa, rigorosa e stuzzicante quanto la sublime arte dell’investigazione.

IL BORGHESE PELLEGRINO

Arezzo: c’era una volta…, di Gabriella Paci

Arezzo: c’era una volta…,di Gabriella Paci

Photo by Rakicevic Nenad on Pexels.com

C’erano  e ci sono nella zona vecchia della città di Arezzo,chiamata più elegantemente “Centro storico “un intersecarsi di vie dal selciato consunto e dalle facciate stinte delle case,alcune delle quali ostentano un aspetto signorile,fregiandosi di decori di pietra o di portoni di foggia elegante,con battenti in ferro battuto che rappresentano fiori ,zampe ungulate o teste  di leoni e di sfingi.

Ma forse quello che più caratterizzava il centro storico,almeno dal punto di vista della vita cittadina , era la presenza negli anni 60/70 di due personaggi ,chiamati, rispettivamente “Sputaci” e “Uomo d’oro “.

Il primo o meglio, la prima era una povera donna ormai molto anziana che viveva ai margini della società, derisa e sbeffeggiata da tutti,o quasi ,i ragazzacci della città.La incontravi in piazza San Michele o sotto i portici dove sostava in cerca di riparo.

Il suo nome ? Credo che nessuno o quasi sapesse ormai più quale fosse,ma credo dovesse essere: Angiolina. Tale Angiolina,piccola minuta, infagottata in stracci sovrapposti sempre sudici e strappati portava gonne lunghissime che coprivano gambe malferme sulle quali si dondolava come  una matrioska che non avesse una base stabile. E questo nonostante si appoggiasse ad un vecchio bastone. I capelli ,palesemente tinti in mal modo di un colore  scuro con la vernice da scarpe ,rivelavano vistose ricrescite bianche,o meglio,giallo sporco,che visto la trascuratezza del personaggio non erano meno sporchi di tutto il resto.

Le dita,scheletrite e con unghie listate di nero,erano gialle di nicotina .Già,perché Angiolina fumava molto ,praticamente quasi sempre. Raccoglieva infatti cicche e mozziconi di sigarette da terra che  poi,con cura meticolosa, cercava di ricomporre in qualcosa che assomigliasse ad una sigaretta, adoperando anche carta raccolta da terra che potesse servire all’uso. Talvolta arrivava perfino a cercare di vendere quelle sue sigarette “artigianali “

Ma perché veniva chiamata “Sputaci “,con questo nome così infamante ? Sempre i giovinastri o comunque quei ragazzi la cui cattiveria era forse pari alla loro pocaggine, si incitavano a vicenda a…sputare sulla povera donna, da cui tale soprannome con cui tutti o quasi,l’appellavano.

Le gettavano a terra,dopo averla beffeggiata ed offesa 5 o 10 lire,moneta equivalenti ai 5 o 10 centesimi attuali. Perchè tanto disprezzo  e derisione? Perché si diceva che Angiolina fosse stata,a dispetto del nome,una prostituta di grande disponibilità anche con chi aveva davvero poco da offrire ed  era magari un barbone o poco più. Oramai fatta anziana e malferma,sola e senza dimora,La “sputaci” dormiva talora in un ospizio per poveri o talora all’aperto,dove capitava che potesse rintanarsi ,come fanno le bestie braccate .

Di tanto in tanto andava a trovare le “amiche” che esercitavano ancora la professione ma nessuno seppe mai dire perché fosse stata sfrattata dal Bordello,anch’esso situato nel centro antico.

Angiolina si difendeva dagli assalti dei ragazzi con parolacce che suscitavano gli sghignazzi e gesti offensivi dei ragazzi stessi che fingevano di avere timore del bastone che lei faceva roteare per allontanarli ed intimorirli.

Negli anni 70 la Sputaci morì e c’era chi le attribuiva un’età e chi un’altra: fatto è che la città perse per sempre un personaggio la cui fama è tuttora ricordata,tanto che una coppia di imprenditori ha voluto farle fare un piccolo monumento in resina e coccio ,posto in una zona limitrofa di Arezzo e si vocifera che ne sarà realizzata un’altra addirittura ricoperta di lamina d’oro in un posto più centrale,uno di quelli insomma,che lei frequentava abitualmente.

Tutto d’oro era invece “l’uomo d’oro” che arrivava in città con la sua bicicletta tinta di porpora dorata come pure gli abiti ,il cappello e le scarpe.Anche il volto e le mani erano tinte d’oro. Non parlava con nessuno e non chiedeva la carità ma si fermava di tanto in tanto nelle piazze e osservava i passanti.

Si diceva che il dolore per la perdita in guerra del figlio tanto amato gli avesse fatto perdere il senno e che lui si vestisse  così proprio per aspettare ed essere dunque riconosciuto dal figlio. Infatti qualche volta si colorava tutto di verde intenso e si metteva sotto i semafori.

Tuttavia il suo posto privilegiato era la stazione o gli incroci delle strade.

Si diceva che era un calzolaio ,prima di essere” l’omino d’oro”

Ricordo che avevo (ero davvero molto piccola) timore che quel personaggio fuori di testa finisse poi per commettere qualche azione riprovevole o che cominciasse a urlare…

Invece era un uomo disperato e solo:nessuno mai lo aveva visto in compagnia di qualcuno e nessuno ,credo, sapesse di preciso da dove veniva e dove andava quando si faceva sera.

Anche a lui Arezzo ha dedicato una statua,più o meno nella zona di quella della Sputaci perché se è vero che ogni città ricorda i suoi uomini illustri,deve serbare la memoria anche degli umili,di coloro che si sono comunque distinti e che hanno fatto il folclore della città.

L’ultimo personaggio che voglio ricordare è la “Maria “: una donnina di mezza età piccola e svelta come una faina.

Arrivava nella Piazza Guido Monaco,o al “Prato”due parchi pubblici frequentati da ragazzi di varia età ,con un carrettino artigianale che ,forse era stato una volta una credenza,poi rimaneggiata, verniciata e fornita di ruote per il suo spostamento.

Il carrettino era per i ragazzi, una meta ambita poiché conteneva “chicchi “ che solleticavano gli occhi e il palato come “Boni-duri “; orribile caramelle bicolori tipo gesso infilate su uno stecco per essere leccate a poco a poco; le “mele di Pippo”; mele di seconda scelta ma rivestite di uno spesso strato di zucchero color rosso intenso e infilzate su un lungo stecco; rotelle di liquerizia; animaletti di pasta gommosa o di liquerizia posti in un barattolo da scegliere a soggetto; e poi: bustine di semi salati,noccioline, ceci  arrostiti e….magnesia.

Acquistare 10 lire di magnesia significava avere il bicchierino di plastica con un cucchiaino di riccioli di magnesia da far sciogliere in acqua per gustare poi una bevanda effervescente e biancastra.

E che dire delle Pèsche ? Bustine bianche chiuse con la spillatrice che contenevano una sorpresa che poteva variare dall’automobilina al tegamino in plastica. Una specie di sorpresa dell’ovino Kinder ma… la consolazione del cioccolato che ,invece,semi-sfatto nella sua carta metallizzata, acquistavi a parte, sempre con 10 o 20 lire al pezzo a seconda della dimensione.

La “Maria “era inflessibile con tutti : niente sconti nè merce data a credito.

Eppure,quelle “leccornie” da pochi spiccioli aprivano ai ragazzi le porte del gusto e nulla ha più avuto il gusto dell’acqua con la magnesia e delle rotelle di liquerizia,che si snodavano piano piano,lasciando bocca e lingua nere di colorante e avvolte da una parziale anestesia….

Un tempo magico,che ha fatto di Arezzo un piccolo teatro dove certi personaggi potrebbero essere anche oggi i protagonisti di una commedia….                          Gabriella Paci

Vittorio Moccagatta, Capitano di Fregata e scrittore

vittorio 1a via Moccagatta

Alessandria: Prosegue il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una via o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Vittorio Moccagatta, Alessandria gli ha dedicato una strada che da via Boves arriva a via Don Giovine nel cuore del villaggio Borsalino ai confini sud della città, poco prima del fiume Bormida. 

Una strada a quattro corsie con grandi marciapiedi alberati e le piste ciclabili da ambo i lati, dove tra l’altro c’è Pianeta Sport un complesso con palestra e piscina, il campo scuola di atletica e la nuova clinica Città di Alessandria.

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Vittorio Moccagatta, nacque a Bologna l’11 novembre 1903 e cadde in battaglia sul suo MAS nell’azione di Malta il 26 luglio 1941, medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria, fu un Comandante di gruppo di forze d’assalto della Regia Marina, ma anche uno scrittore brillante con al suo attivo numerosi studi e pubblicazioni, tra cui una sintesi storica su La Marina italiana dal 1815 alla formazione del Regno d’Italia, che ebbe grande successo. Ma qual’è la sua storia?, a questo proposito ecco che cosa si evince da una ricerca su internet  specificatamente nel sito della marina militare.

Vittorio Moccagatta consacrava con ardente passione e purissima fede la sua instancabile opera nell’approntamento di speciali mezzi di offesa e nella preparazione dei suoi uomini a sempre più ardui cimenti.

Rinnovando con più vasto disegno le gesta eroiche di una sua precedente impresa, organizzava ed eseguiva il forzamento di una munitissima Base Navale nemica, scagliando con impeto irresistibile i suoi mezzi d’assalto contro le unità alla fonda nel porto, espugnato ad onta dell’incombente violentissima reazione di fuoco. Sulla via del ritorno, attaccato da numerosi aerei nemici, cadeva falciato da raffiche di mitragliera, mentre sui mari della Patria vibrava ancora l’eco della vittoria e assurgeva ai fastigi dell’epopea la gloriosa impresa, alla quale aveva donato

in olocausto la vita.

Malta, alba del 26 luglio 1941.

Nacque a Bologna l’11 novembre 1903. Allievo all’Accademia Navale di Livorno non ancora tredicenne, nel 1922 conseguì la nomina a Guardiamarina e nel 1923 la promozione a Sottotenente di Vascello. Imbarcò subito sui MAS e nel 1926, promosso Tenente di Vascello, imbarcò prima sul cacciatorpediniere  Insidioso e poi sul sommergibile Ciro Menotti, assumendone in seguito il comando a partecipando ad alcune missioni speciali durante la guerra di Spagna.

Dall’aprile 1937 ebbe il comando del Battaglione “San Marco” di stanza a Tientsin (Cina) e, rimpatriato nel 1938, ebbe il comando del cacciatorpediniere Saetta e poi, nel giugno dello stesso anno fu destinato al Ministero della Marina. Promosso Capitano di Fregata il 1° luglio 1939, all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale ebbe il comando della 1a Flottiglia MAS di La Spezia e la responsabilità dei Mezzi speciali d’assalto, dei quali fu convinto assertore e valente pianificatore delle missioni.

Nell’azione di Malta, condotta all’alba del 26 luglio 1941, ripetendo un suo precedente tentativo di forzamento della munitissima base navale inglese, dopo aver atteso invano ed oltre il tempo precedentemente stabilito il rientro dei suoi operatori,cadeva sul suo MAS falciato da mitraglia di aereo inglese.

Altre decorazioni:

Medaglia d’Argento al Valore Militare (Acque di Malaga, gennaio 1937).

da: http://www.marina.difesa.it

Galimberti Tancredi (Duccio) chi fu questo personaggio

di Pier Carlo Lava

Alessandria: Continua il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una via o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Galimberti Tancredi (Duccio), patriota, Alessandria gli ha dedicato una lunga e importante strada, in gran parte è un viale alberato che da via Luciano Scassi arriva sino alla rotonda via Boves.

Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti, detto Duccio, naque a Cuneo il 30 aprile 1906 e morì a Centallo il 4 dicembre 1944, è stato un avvocato, anrifascista e partigiano italiano. Medaglia d’Oro al Valor militare e Medaglia d’oro della Resistenza, fu proclamato Eroe nazionale dal CNL piemontese.

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A Cuneo in piazza Galimberti 6, Palazzo Osasco si trova il Museo Galimberti. La biblioteca appartenuta alla famiglia Galimberti che visse a Cuneo a partire dalla seconda metà dell’800 fu donata insieme alla Casa Museo nel 1974, all’atto della morte dell’ultimo erede Carlo Enrico Galimberti, figlio primogenito di Tancredi senior e Alice Schanzer. Le volontà testamentarie di Carlo Enrico recitano: “A fini di cultura ed istruzione il Comune di Cuneo dovrà curare il riordino dei libri in modo che la biblioteca risulti schedata. I manoscritti di mio padre, di mia madre e di mio fratello Duccio dovranno essere conservati e ne raccomando la pubblicazione”. La biblioteca contiene una vasta rassegna di volumi, riviste ed opuscoli prevalentemente appartenenti all’800 e primi ‘900 d’argomento giuridico, letterario, scientifico ed artistico, racconti in più di un secolo di vita familiare in relazione agli interessi culturali della famiglia.

Patrimonio della biblioteca

17.500 libri e opuscoli a stampa, 430 periodici

1.000 opere anteriori al 1.830

59 film

4.800 documenti digitali

Testi in francese, inglese

CD, DVD

Fondi storici: Storia dell’arte italiana, Adolfo Venturi, Scritti di G. Mazzini, i libri di Carlo Enrico 

da: http://www.regione.piemonte.it ehttp://www.comune.cuneo.gov.it

La storia 

Galimberti Tancredi (Duccio): Fu la figura più importante della Resistenza in Piemonte. Figlio di Tancredi (che era stato ministro delle Poste con Giuseppe Zanardelli e poi Senatore fascista a di Alice Schanzer, studiosa e poetessa di origini austriache, gli vennero imposti i nomi di Tancredi, Achille, Giuseppe, Olimpio, ma per tutta la vita sarebbe stato, appunto, Duccio. 

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza a Torino, esercitò l’attività di avvocato e continuò a svolgere studi inerenti a problemi giuridici. Divenne un valente penalista già in giovane età e, nonostante la posizione del padre, non venne mai a compromessi con il fascismo. 

Quando giunse il momento della chiamata obbligatoria alle armi, decise di svolgere il servizio di leva come soldato semplice, perché per poter frequentare il corso di allievo ufficiale avrebbe dovuto iscriversi al partito

fascista. da Wikipedia

da Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 51 (1998) di Giuseppe Sircana

GALIMBERTI, Tancredi (Duccio). – Nacque a Cuneo il 30 apr. 1906 da Lorenzo Tancredi, avvocato, politico, parlamentare e ministro, e da Alice Schanzer, studiosa di letteratura inglese, poligrafa e sorella di Carlo, anch’egli deputato e ministro. L’ambiente familiare ebbe grande influenza nella formazione culturale del G., che ereditò dal padre la predilezione per gli studi giuridici e dalla madre la passione per la letteratura e le simpatie mazziniane

Dopo aver conseguito, a soli sedici anni, la maturità presso il liceo S. Pellico, iniziò a collaborare al giornale paterno La Sentinella delle Alpi e nel 1924 scrisse il saggio Mazzini politico (pubblicato postumo a Milano nel 1963, con introduzione di O. Zuccarini e una nota biografica di V. Parmentola). In esso il G. analizzava i valori fondamentali della dottrina politica mazziniana, non mancando di cogliere elementi di incertezza e di utopia nella concezione che il Mazzini aveva dello Stato. Il 17 luglio 1926 si laureò in giurisprudenza a Torino discutendo con E. Florian una tesi su La pericolosità come base della sanzione penale. Nello stesso anno prestò servizio militare come soldato semplice e fu poi richiamato nel 1935 e nel 1939 con il grado di caporalmaggiore presso il battaglione “Dronero” del 2° alpini. Nel 1934 effettuò un viaggio in Russia e al ritorno tenne diverse conferenze sulla situazione di quel paese.

Il G. fece pratica presso lo studio paterno, dedicandosi particolarmente alle cause penali, ma non trascurò l’attività scientifica, sviluppando i suoi studi sul tema della pericolosità. Scrisse diversi saggi, tra cui Funzione e disciplina della pericolosità (in Studi teorico-pratici sulla nuova legislazione italiana, Bologna 1932) e fu incaricato di redigere la voce Pericolosità sociale e criminale dell’Enciclopedia giuridica italiana (XIII, 1937), mentre la raccolta dei suoi scritti di diritto e di procedura penale diede corpo ai Quesiti d’udienza (I-II, Milano 1943). Nel 1939, alla morte del padre, il G. decise di impegnarsi senza remore nella lotta al fascismo.

Fino ad allora, pur avendo rifiutato l’iscrizione al partito fascista, egli si era infatti astenuto da ogni iniziativa che sarebbe apparsa come una clamorosa contestazione nei confronti del padre, sostenitore del regime. Verso la fine del 1940 il G. compì alcuni viaggi a Roma, dove incontrò Meuccio Ruini e altri esponenti della politica prefascista, a Genova e a Torino. Al G. premeva soprattutto stabilire uno stretto rapporto con gli ambienti antifascisti torinesi e ritrovarsi con quelle persone che, a prescindere dal credo politico, fossero decise a combattere il regime. Non aveva compiuto ancora una precisa scelta politica, ma anche dopo aver aderito nel 1942 al movimento Giustizia e libertà, restò convinto che la pregiudiziale antifascista dovesse prevalere sulle divisioni ideologiche.

Una volta inseritosi nell’organizzazione giellista, il G. ritenne di possedere finalmente l’investitura per iniziare l’opera di proselitismo tra gli antifascisti di Cuneo. Prima convocò presso la propria abitazione una serie di riunioni serali, alle quali invitava gli amici più fidati, poi ampliò il raggio d’azione dell’attività cospirativa, rivolgendosi a professionisti, impiegati, insegnanti, studenti e anche militari. Agli inizi del 1943 si era così raccolto intorno al G. il primo nucleo cuneese del Partito d’azione. Egli si riconosceva appieno nella pregiudiziale repubblicana e nel progetto di una democrazia avanzata sul piano civile ed economico, affermati dal Partito d’azione, sebbene la sua collocazione in questo partito non fosse riconducibile ad alcuna delle correnti politico-ideali che vi erano confluite. L’originalità dell’azionismo del G. risultò evidente nel Progetto di costituzione confederale europea ed interna da lui elaborato insieme con Antonino Repaci tra l’autunno del 1942 e il luglio 1943 (ma pubbl. Torino-Cuneo 1946).

Questo progetto, caratterizzato da una forte carica europeistica, si rivelava in molti passaggi qualificanti “assai remoto dalle posizioni del Partito d’azione, sia dei “sette” e sia dei “sedici punti”, ovvero da entrambe le sue “anime”: quella liberistica o al più dirigistica di La Malfa, Parri, Paggi e la socialista di Lussu, De Martino, Codignola” (Mola, p. 283). Si trattava, inoltre, di un progetto gravido di ingenuità e utopia (contemplava, tra l’altro, la creazione di una lingua internazionale da insegnare nelle scuole e il divieto di costituire eserciti nazionali) e ispirato a una rigida concezione corporativa e sociale dello Stato.

Nel marzo 1943 il G. diffuse, dattiloscritto, un Appello agli Italiani, redatto in collaborazione con Lino Marchisio, nel quale si stigmatizzavano le tendenze particolaristiche dei partiti e si insisteva sulla necessità di unire tutte le forze dell’antifascismo. Il 26 luglio, parlando alla folla radunata sotto la finestra del suo studio in piazza Vittorio Emanuele al termine di una manifestazione di esultanza per la caduta di Mussolini, il G. affermò che bisognava subito rompere l’alleanza con la Germania e prepararsi all’insurrezione armata contro i Tedeschi.

Poche ore dopo ribadì le stesse cose nel corso di un comizio in piazza Castello a Torino e per queste due sortite l’autorità militare spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura, che venne revocato tre settimane più tardi. In agosto il G. prese contatto con il comandante del reggimento alpino di stanza a Cuneo e all’indomani dell’8 settembre intensificò gli sforzi per coinvolgere reparti dell’esercito nell’organizzazione di resistenza. Più che a dar vita a un movimento partigiano il G. pensava infatti a tenere in piedi l’esercito, che avrebbe dovuto arruolare volontari civili disposti a prendere le armi contro i Tedeschi. Dopo aver invano richiesto per due volte, il 9 e il 10 settembre, al generale comandante della zona di Cuneo di procedere all’arruolamento volontario del gruppo azionista nei reparti alpini, il G. e i suoi amici “decisero di attuare il progetto sino allora perseguito solo in via eventuale, della creazione delle bande e della resistenza armata “irregolare”. Scelta questa soluzione, essi tornarono alla carica presso i comandi militari e gli ufficiali di grado elevato per sollecitarne la collaborazione nella raccolta delle armi e l’assunzione del comando del gruppo che si apprestava a raggiungere la montagna” (Giovana, 1964, p. 26). Risultati vani anche questi tentativi, gli antifascisti cuneesi decisero di abbandonare le città per dirigersi sulle montagne circostanti.

La notte del 12 settembre il G., Dante Livio Bianco e altri dieci suoi compagni raggiunsero la cappella di Madonna del Colletto, tra la Valle del Gesso e quella della Stura, dove costituirono la prima banda partigiana, denominata “Italia libera” (il medesimo nome venne assunto dall’altra formazione che si costituì contemporaneamente a Frise in Valle Grana).

Venne subito affrontato il problema dell’efficienza bellica, che riguardava sia l’utilizzazione migliore di armi e munizioni, in gran parte sottratte alle caserme, sia la necessità di una disciplina militare. I partigiani di “Italia libera” furono concordi nel rifiutare quelle forme coercitive e gerarchiche invalse negli eserciti e preferirono rifarsi alle esperienze del volontariato risorgimentale mazziniano e garibaldino, “delineando così nei suoi contorni quel costume partigiano dei giellisti cuneesi […] peculiare delle formazioni sorte in quel tratto di arco alpino per volontà della pattuglia di “azionisti” capeggiata da Galimberti” (Giovana, 1964, p. 31).

Dopo essersi trasferito con il suo gruppo a San Matteo di Valle Grana il G. si impegnò nell’opera di collegamento e di unificazione tra le varie bande che portò alla nascita delle brigate di Giustizia e libertà nel Cuneese.

“La guerra partigiana, per Galimberti e i suoi compagni, aveva il duplice compito di scompaginare con azioni aggressive i depositi nemici in pianura, demoralizzarne le truppe, creare un permanente stato d’allarme fra di esse, e impegnare quante più forze dell’avversario fosse possibile nella zona, distraendole dai fronti di guerra. Perciò doveva far perno su organismi agili, capaci di proiettare in pianura punte d’attacco ardite e fulminanti, ma anche di articolare nelle valli forze che apparissero come minaccia costante alla sicurezza dei centri della provincia occupati dai nazifascisti e fossero in grado, se attaccate, di sviluppare un discreto volume di fuoco per un tempo relativamente lungo, così da infliggere al nemico il massimo di perdite e di logorio” (ibid., p. 37).

Il 13 genn. 1944, nel corso di un attacco dei Tedeschi alla posizione di San Matteo, il G. rimase ferito alla caviglia, ma non volle abbandonare i compagni prima della fine degli scontri. Fu poi trasportato su una rozza barella in pianura e accompagnato per vie sicure in casa di un agricoltore a Canale d’Alba. Qui trascorse un periodo di convalescenza, durante il quale elaborò il Progetto di riforma agraria (apparso in Il Ponte, XV [1959], 12, pp. 1549-1556, e ristampato in Mazzini politico, pp. 67-81).

In questo suo scritto il G. sosteneva l’opportunità di limitare la proprietà privata a beneficio di forme di proprietà pubblica nell’ambito di una programmazione agricola gestita da organismi comunali.

Appena guarito il G., di cui erano ormai conosciute le doti di coraggio e l’autorevolezza, fu chiamato ad assumere il comando di tutte le formazioni gielliste del Piemonte e a far parte del Comitato militare regionale. Il 5 aprile – dopo la cattura e la fucilazione del generale G. Perotti e di quasi tutti gli altri membri del Comitato – toccò al G. assumere provvisoriamente la carica di comandante per la Valle d’Aosta, il Canavese e il Cuneese orientale. Rimasto nel Comitato in rappresentanza del Partito d’azione, il 22 maggio guidò la delegazione del Comitato di liberazione nazionale piemontese che si incontrò a Barcellonette con quella dei maquisards francesi per stabilire un’intesa tra i due movimenti di resistenza.

Animato da spirito europeista, il G. desiderava riallacciare fraterni rapporti con la Francia per cancellare l’onta dell’aggressione fascista, ma fu molto fermo nel far presente ai suoi interlocutori che le responsabilità del regime di Mussolini non potevano essere estese all’intero popolo italiano. Preoccupato di “salvare la dignità dell’Italia senza cadere nel patriottardismo” (Ruata, p. 1889), riuscì a evitare che si creassero attriti sulla questione della Valle d’Aosta e a far affermare negli accordi finali l’identità d’intenti nella lotta al nazismo e per l’avvento delle libertà democratiche.

Rientrato in Italia, il G. fu di nuovo preso dai suoi compiti di comando e proseguì nell’instancabile opera di collegamento, viaggiando con ogni mezzo. Benché usasse molte precauzioni, cambiando abitazione e assumendo diversi nomi di copertura (Garnero, Ferrero, Dario, Leone), si trovò esposto a sempre maggiori rischi e gli venne pertanto consigliato di allontanarsi dal Piemonte per andare a ricoprire un incarico di responsabilità a livello nazionale.

Il G. non aderì all’invito e il 28 novembre a Torino cadde nelle mani della polizia e fu rinchiuso nelle carceri Nuove, prima di essere trasferito, il 2 dicembre, a Cuneo. Qui venne preso in consegna dalle Brigate nere, che lo sottoposero a tortura, mentre ogni tentativo di ottenere la sua liberazione attraverso lo scambio di prigionieri fu respinto dai fascisti.

All’alba del 3 dic. 1944 il G. venne prelevato per essere condotto nei pressi della frazione Tetti Croce di Centallo, in località San Benigno, dove venne ucciso a raffiche di mitra, e la sua salma abbandonata.

Alla memoria del G. fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare quale “altissimo esempio di virtù militari, politiche e civili”. Nel 1948 gli venne conferita la Legion d’onore per il contributo dato all’intesa tra i movimenti di liberazione francese e italiano.

Fonti e Bibl.: Le carte del G. sono conservate presso l’Archivio della casa-museo Galimberti di Cuneo, il cui inventario è stato curato da E. Mana e pubbl. in Archivio Galimberti, Roma 1992; altri documenti e testimonianze sull’attività del G. nell’antifascismo e nella Resistenza sono depositati a Cuneo presso l’Istituto per la storia della Resistenza in Cuneo e provincia. Si vedano inoltre: In memoria della medaglia d’oro D. G. da Cuneo, partigiano alpino, sentinella delle Alpi, Roma 1945; G. Bocca, Partigiani della montagna. Vita delle divisioni “Giustizia e Libertà” del Cuneese, Borgo San Dalmazzo 1945, pp. 11 s., 15, 22, 25-27, 35, 63, 94; numero speciale di Giustizia e libertà del 2 sett. 1945; Il processo ai torturatori di Cuneo, ibid., 17 ott. 1945; A. Ruata, Ricordi di D. G., in Il Ponte, X (1954), pp. 1883-1894; D.L. Bianco, Guerra partigiana, Torino 1954, ad ind.; D. G. eroe nazionale del secondo Risorgimento, Cuneo 1959; M. Giovana, La Resistenza in Piemonte. Storia del CLN regionale, Milano 1962, ad ind.; R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino 1964, ad ind.; M. Giovana, Resistenza nel Cuneese. Storia di una formazione partigiana, Torino 1964, ad ind.; G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Bari 1966, ad ind.; E. Lussu, Partito d’azione e gli altri, Milano 1968, ad ind.; A. Repaci, D. G. e la Resistenza italiana, Torino 1971 (con ampia bibliogr. sul e del G.); L. Valiani – G. Bianchi – E. Ragionieri, Azionisti, cattolici, comunisti nella Resistenza, Roma 1971, ad ind.; A.A. Mola, Trent’anni fa l’assassinio di D. G., in Gazzetta del popolo, 3 dic. 1974; M. Salvadori, Breve storia della Resistenza ital., Firenze 1974, ad ind.; M. Giovana, Un uomo nella Resistenza. Detto Dalmastro, Cuneo 1977, pp. 10, 12-17, 19-24, 42, 44, 52; P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza, Roma-Bari 1977, pp. 243 s., 348; G. De Luna, Storia del Partito d’azione. La rivoluzione democratica 1942-1947, Milano 1982, ad ind.; D. Giacosa, Ricordo di D. G. e D.L. Bianco, Cuneo 1986; F. Franchi, Caro nemico: la costituzione scomoda di D. G., eroe nazionale della Resistenza, Roma 1990; A.A. Mola, T. G. jr. (Duccio), in Il Parlamento italiano, Storia parlamentare e politica, XII, 2, pp. 283-285, 601; Enc. dell’antifascismo e della Resistenza, II, ad vocem; Enc. Italiana, App. II, ad vocem.

16 NOVEMBRE. DA UN DIARIO DI POLVERE, di Rebecca Lena

16 NOVEMBRE. DA UN DIARIO DI POLVERE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

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Ti guardavo stelo nudo nella nebbia. Credo sia stato il quadro più mite che i miei occhi abbiano mai dipinto. Come ci ho nuotato dentro ai torridi miraggi estivi! Mi abbandonavo, a bagno, per sciogliermi tutte le vene e tutti i grovigli. Tendini usurati.

Eppure tu, come ti scioglievi, là con me, fra le guance bianche di quella nuvola, con la pelle tiepida di legno, di statua antica, custode semidio e semibestia di un enigma meraviglioso del tempo. E quel segreto lo tenevi incastonato, forse, nella gora che ti scorre in mezzo agli occhi.

Quanto ti celebro adesso, nel mio respiro impollinato.

Buonanotte corpo da adorare, da assaggiare a piccoli morsi, da respirare dentro al cuore cavo, da smaterializzare come un profumo fra i pensieri, da immaginare sulle punte ossute di tutti i rami, da scavare come una pozza calda in cui morire.

Dal libro Racconti della Controra.

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https://raccontidellacontrora.com/2018/01/03/16-novembre-da-un-diario-di-polvere/

IL RUMORE DELL’INVERNO, ESTRATTO, di Rebecca Lena

IL RUMORE DELL’INVERNO, ESTRATTO
dicembre 11, 2017 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·
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[…]

https://raccontidellacontrora.com

Nel pomeriggio il buio giunse con alcuni fiocchi. Altea osservava i fiati granulosi soffiati dalla porta che si apriva e si chiudeva. Alcuni chicchi di neve si lanciavano dentro casa e subito morivano liquefatti sul coccio.

Loro morivano al contrario, pensava, col calore. Prese il cappotto e uscì all’improvviso. Non andò lontano, trovò un angolo scuro del giardino e lì rimase ritta qualche minuto.

Chiuse gli occhi, sollevò il naso fino al cielo. La neve ingoiava tutti i suoni del mondo. Nessun rumore dal cielo o dalla terra, se non lievi fruscii (forse erano le grida dei fiocchi che precipitavano). E poi c’era un boato, sordo, forse era l’eco del cosmo. Il cielo si era compresso come un tappeto rovesciato, fra i suoi filamenti cadevano ritmicamente piccoli oggetti di suono, come i residui delle scarpe di chi aveva camminato là sopra. Picchiettio di ossicini dal cielo, ad un tratto, tremuli schizzi ovattati d’arancio cominciarono a filtrare dal tappeto di nubi. E il boato, sooooordo, oscillatorio, tornava sempre, regolare. Altea spalancò i suoi timpani come un diaframma fotografico. La neve era composizione. Tocchi scrinzi e sussefugi, e piccoli critti a grattare il boato, e l’imbrainarsi dei turbini di fiolivelli inverditi. E ancora lisme acute di rimbalzo, sul velluto del silenzio, strissi filunghi in picchiata fra scie frattate di ralgido. Che baci aguzzi morivano sulla sua pelle. E ad ogni brivido gli occhi, le orecchie e le narici regredivano, non sentiva niente, davvero, tutta quella mescolanza di suono, non era suono, e non colpiva davvero i timpani ai lati della sua testa, era senso, forse di coscienza, o forse d’immaginazione, era un senso nostalgico dell’ovunque vuoto, e zeppo di nulla.

Era un finissimo forasma di polvere nitrata d’argento. Aprì gli occhi. La neve. Tornò in casa.

“Sonetti” di Sor Juana Inés De la Cruz

“Sonetti” di Sor Juana Inés De la Cruz

Pubblicato il 28 giugno 2022 da culturaoltre14

Contenere una fantasia soddisfatta con amore decente

Fermati, ombra del mio elusivo bene,                

immagine dell’incantesimo che amo di più,                

bella illusione per la quale muoio felicemente,               

dolce finzione per cui vivo. 

Sì alla calamita dei tuoi attraenti ringraziamenti                      

servi il mio petto d’acciaio obbediente,                   

Perché mi fai innamorare lusingando                     

se poi mi devi prendere in giro latitante?  

Più blasone non può, soddisfatto,               

che la tua tirannia trionfa su di me:    

che anche se lasci rubato lo stretto legame   

che la tua forma fantastica allacciava,                

non importa deridere braccia e petto                   

se scolpisci la prigione la mia fantasia

dai Sonetti di Sor Juana Inés De la Cruz

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Poetessa messicana, nata a San Miguel de Nepantla il 12 novembre 1651, morta a Messico il 17 aprile 1695. Si chiamava al secolo Juana Inés de Asbaje y Ramírez de Santillana. A 13 anni fu assunta come dama d’onore della viceregina; e tre anni dopo entrò nel convento di San Giuseppe delle carmelitane scalze, donde uscì, tre mesi dopo, inferma, per ritornare al palazzo vicereale. Ma presto entrò nel convento di San Gerolamo, dove visse 27 anni fino alla sua morte, e dove ebbe l’incarico di curare l’archivio e l’amministrazione. Eletta due volte badessa, rifiutò per umiltà l’alta carica.

Al vescovo di Puebla, Manuel Fernández de Santa Cruz, che, ammirandola senza comprenderla, la esortava a leggere “qualche volta la vita di Gesù”, la suora scrisse il 1° marzo 1691 una lettera importantissima per il carattere autobiografico e per la forte umanità con cui si rivelano la sua fede e la sua vita interiore: il grande spirito religioso che l’animava, l’amore per la scienza, le sue profonde letture – specie del Vecchio e Nuovo Testamento, delle opere di S. Gerolamo e delle pagine etiche di Seneca – la schietta umiltà del suo animo, vi si riflettono con incisiva verità. Nel 1694 confermò i suoi voti: inviò poi all’arcivescovo di Messico i 4000 volumi che formavano la sua biblioteca, i suoi strumenti scientifici e quelli musicali, con la preghiera di venderli e dividerne il provento tra i poveri. Durante l’epidemia che nei primi del 1695 si sviluppò nel suo convento, si dedicò all’assistenza delle inferme, con tanta abnegazione che rimase vittima del contagio.

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Fu l’espressione più genuina della vita letteraria della sua epoca; a lei si chiedevano composizioni di tutti i generi: dalle commedie, rappresentate nei collegi e a Palazzo, agli autos, destinati a rappresentarsi nelle cattedrali; dalle poesie occasionali ed encomiastiche ai poemetti amorosi e classicheggianti. Formatasi in mezzo al dilagante gusto secentista, ne risentiva la maniera; ma spesso se ne sapeva liberare per una più semplice e più vera umanità. La lirica spirituale dell’autoEl divino Narciso, molti romances d’indole sentimentale, le redondillas di carattere psicologico e didattico, qualche strofa di villancico, rivelano una schiettezza stilistica che contrasta con il gongorismo del Sueño e del Neptuno alegórico. Nelle commedie di “cappa e spada” d’ispirazione calderoniana, alterna la semplicità de Los empeños de una casa e di Amor es mas laberinto con l’artificiosa ricchezza di San Hermenegildo e di El cerco de José. Ma in questa varietà di atteggiamenti la suora ha riecheggiato le migliori note dell’arte contemporanea e vi ha espresso potentemente la sua personalità.
Edizioni: Il 1° volume d’una raccolta completa apparve dopo alcune ediz. parziali: Inundación Castálida de la única poetisaMusa décimaSor J. I. de la C., Madrid 1689, a cui seguì una ristampa: Poemas de J. Ide la C., Madrid 1690; il 2° vol.: Segundo tomo de las obras de Sor JIde la C., Siviglia 1691, Barcellona 1693; il 3° vol. postumo: Fama y obras posthumas del Fénix de MéjicoSor J. I. de la C. (Madrid 1700) con un’importante biografia dl D. Calleja.
Bibl.: M. Serrano y Sanz, Apuntes para una bibl. de escritoras españolas, Madrid 1905; P. Henríquez Ureña, Bibl. de Sor J. I. de la C., in Revue Hispanique, XL (1907), pp. 161-214; M. Menéndez y Pelayo, Historia de la poesía hispano-americana, I, Madrid 1911, pp. 73-82; A. Nervo, J. de Asbaje, Madrid 1912; González Blanco, S. J. I. de la C., in Nuestro Tiempo, XIII (1913), pp. 2-310. [ Enciclopedia Treccani]

IL LIBRO DEL MESE: “ Il mio mondo finirà con te” di Carmelo Aliberti – luglio 2022

IL LIBRO DEL MESE: “ Il mio mondo finirà con te” di Carmelo Aliberti – luglio 2022

Pubblicato il 29 giugno 2022 da culturaoltre14

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Ospitiamo con vero piacere, per la rubrica “Il libro del mese”, l’ultimo romanzo “IL MIO MONDO FINIRA’ CON TE” di Carmelo Aliberti,  scrittore, ricercatore, autore di circa un centinaio di volumi di poesia critica letteraria e narrativa e di un saggio su La questione meridionale in Letteratura, nonché fondatore e direttore della Rivista Edizioni TERZO MILLENNIO.

       Carmelo Aliberti

      “Il mio mondo finirà con te”
(gennaio 2022)

Carmelo Aliberti, critico letterario, saggista e poeta ci propone una seconda opera narrativa: “Il mio mondo finirà con te” mantenendo il piano propositivo e strutturale di “Briciole di un sogno” con cui voleva dare una scossa al mondo letterario attuale, appiattito da una narrativa usa e getta che sforna libri a gogo con la durata di un rasoio monouso. Narrativa, storia, saggistica, poesia e denuncia qui si fondono in un tessuto nuovo che incide per intensità etica e possibilità di approccio. La trama è semplice: Carlo, uomo del Sud, letterato, cresciuto in una famiglia che gli ha trasmesso ideali fondanti, con un gruppo di amici della stessa tempra morale, dà vita a un giornale, importante, pur nelle sue modeste proporzioni, a cercare di diffondere cultura e speranza in un futuro migliore. Si innamora di Anna che lo ricambia con uguale sentimento, ma il loro amore svanisce all’improvviso per la morte inaspettata della ragazza. Lo sconforto sembra trascinare il giovane in un gorgo senza fine, quando casualmente conosce Rosa che riesce a risollevargli il morale e ridargli nuova speranza di vita. Anche questa volta il destino sembra accanirsi contro di lui. Dopo un periodo di giorni felici, improvvisamente Rosa si allontana, sparisce e nulla si sa più di lei. Il mondo di Carlo sembra finire (il motivo del titolo), ma l’incontro con un pastore lo scuote e nasce la riflessione sulla vita che può divenire missione di aiuto al prossimo. Così Carlo si riprende e vivrà per diffondere fraternità intorno a sé. Sfondo di questa trama, ma anche parte essenziale del libro, è la denuncia sociale. Il nostro è un mondo in cui il capitale depaupera sempre più i popoli, siano essi dediti all’agricoltura, come i tanti contadini della zona messinese (nativa dell’autore) e della Sicilia in genere o degli operai costretti alle catene di montaggio nelle fabbriche del Nord. C’è la fame di milioni di esseri che, con esodo da terre aride, cercano scampo verso paesi che diano loro un pane e sono respinti come animali infestanti; c’è il caporalato del Sud (e non) che costringe a turni inumani di lavoro i raccoglitori di ortofrutticoli, con paghe da miseria e angherie e violenze di ogni specie. In più non vi è zona della terra dove non alligni la guerra, perché i grandi blocchi nazionali reggono le fila delle lotte, apparentemente tese a raggiungere esiti di giustizia, progresso e civiltà, invece realmente intesa a conquiste territoriali e impadronimento di materie prime per interesse economico. Aliberti in una visione universale ci mostra i mali del mondo dalla prima guerra (mondiale) ai giorni nostri. Non nega il progresso tecnico che ha portato migliori condizioni di vita e alleggerito la fatica, ma che contemporaneamente ha snaturato il rapporto uomo-terra-dio. Rileva quante atrocità l’umanità ha dovuto vedere, come i campi di sterminio, la persecuzione delle razze, il mancato rispetto del pensiero individuale, la caduta dell’eticità, il femminicidio… Ecco, la figura della donna in Aliberti è particolare, sia essa madre, sposa o figlia. È l’amore che l’autore ha provato e prova per le donne della sua vita (la madre e la sposa). In “Briciole di un sogno” va ricordata la meravigliosa dedica alla compagna della sua vita, di una liricità straordinaria. Fra i protagonisti del romanzo, figura minore, ma rilevante, c’è Pino, reduce dalla missione in Afghanistan che racconta le atrocità colà avvenute, non tutte per colpa del talebani e delle varie etnie del territorio. A causa di queste traumatiche esperienze, in cui si era trovato, nel desiderio di essere di aiuto al prossimo in una missione umanitaria, era ritornato affranto e deluso dagli esiti raggiunti. Non si pensi a questo punto che l’opera sia solo ciò (già non è poco); c’è un mondo descritto e vibrato in pagine partecipate e partecipanti. Vi è il mare con i pescatori di pescispada, con la visione della coppia ittica legata da un amore profondo, in cui lascia un segno la sofferenza reale del pesce che vede strapparsi l’amata dall’arpione… C’è la Valle di Templi, simbolo del mondo classico, gloria dell’arte, dell’ingegno e creatività, della storia e dei miti. Non manca il richiamo all’età d’oro di Pericle che diede ad Atene il suo contributo per una democrazia reale, in cui tutti, anche i più poveri, avessero diritto di voto. Anche qui, si evince chiaramente come nell’epoca attuale la libertà di idee, espressione e volontà individuale siano spesso più apparenti che reali. “Il mio mondo finirà con te” ha pagine descrittive che avvincono. Si sente la profonda conoscenza della terra in cui l’autore è nato, ha vissuto, ha compiuto i suoi studi e ricorda con l’affetto di un figlio. A ogni passo il lettore troverà qualcosa di nuovo, una notizia, un arricchimento… Numerose le citazioni, l’uso del dialetto, i richiami poetici, con versi di Dante, Quasimodo, Levi, dell’autore…Dire che il libro è interessante è superfluo e banale. È il mondo nella sua totalità, con la meraviglia della natura  che dovrebbe essere tutelata, perché reca l’impronta del creatore e non martoriata per speculazione. È la terra che l’autore vorrebbe in pace, democratica, umana, in cui ognuno possa esplicare se stesso dignitosamente, con la propria identità, nel cammino terreno verso la foce divina.
       Lucio Zaniboni      

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                                        PREFAZIONE  FRANCESCA  ROMEO

Una nuova storia, un nuovo viaggio, una nuova sapiente, appassionante regia del professor Carmelo Aliberti, poeta e saggista. “Il mio mondo finirà con te” è un esempio di quella grande letteratura densa di stili e atmosfere tali da far assaporare a ciascun lettore quell’antico sapore perduto di cose buone. Proprio come accade in “Briciole di un sogno”, primo romanzo dello scrittore, in cui tutto si concatena in un’eterna miscellanea tra la grande storia e le piccole storie di tutti i suoi protagonisti. Esiste una continuità di spirito e di stile tra i due romanzi, una continuità in cui convergono, insieme alle colte citazioni storico-letterarie, tutti gli elementi tipici della sua narrazione: l’amore, le meschinità, la fatica quotidiana, le difficoltà, gli ideali, gli affetti familiari, i sogni. Protagonista è l’amore. Un amore puro, vero, delicato come i petali di una rosa. Un amore senza lieto fine e, proprio per questo, imperituro. A viverlo è il giovane Carlo, un ragazzo pulito, buono, sognatore, che ha ereditato dalla famiglia quei valori essenziali intrisi di “sacrificio” e “abnegazione”, e Anna una ragazza bella, candida, genuina, saggia. “Anche dopo sposati dovremo camminare insieme, condividere il bene e combattere il male, comprenderci nei nostri errori e saperci ritrovare nel perdono reciproco, nelle scelte condivise di operare, accettandoci e correggendoci umilmente a vicenda” sono le parole rassicuranti di Carlo di fronte alle paure di Anna, parole che dipingono lo straordinario affresco di un sacro voto pronunziato innanzi alla promessa di una vita da vivere insieme. Ma Anna è qualcosa in più di una donna. Anna è una creatura indefinita, una musa, un angelo: Anna è Beatrice. E, proprio come Beatrice, Anna non è fatta per vivere su questa terra. Aliberti riesce così a incastonare nella cultura contemporanea una storia che segue i canoni di un amore cortese, rendendolo profondamente attuale e vero, senza tuttavia perdere il legame con il sublime empireo dell’amore irraggiungibile.      Al filone principale dell’amore puro tra Carlo e Anna, Aliberti annoda altre microstorie, crude, schiette e spesso violente dei personaggi secondari. Come quella tragica tra “Micu u suddu” e la moglie: storia di tradimenti, di vendetta, di delitto d’onore.  Come quella tra Pippo e Gina. Storie laceranti di amori malati e convulsi, incapaci di elevarsi. Descritte con carezzevoli pennellate pregne di grumi nostalgici sono invece le figure materne. Madri capaci di annullarsi del tutto per vivere in funzione del figlio. Madri protettrici, forti e fragili allo stesso tempo. Simbolo della famiglia, di quel nido cui sempre ritornare. Madri di un tempo, struggenti e belle, commoventi come la madre di Cecilia dei Promessi Sposi. Improvvisamente nella vita di Carlo appare Rosa, una “ragazza confidenziale e simpatica, spontanea e spensierata, uno sguardo limpido e saettante” come egli stesso la descrive. Ed inizia un nuovo amore, idilliaco e anch’esso, purtroppo, dal tragico epilogo: Rosa scompare inghiottita dal nulla. Emblematico il viaggio di Carlo: come Ulisse si spinge oltre simboliche colonne d’Ercole. Come Ulisse scende nell’Ade. Affronta i suoi demoni. E risorge. Significativo è l’incontro con il pastore. Carlo imprime allora una nuova direzione alla sua vita. Orienta la sua bussola sulle rotte dell’umanità, cercando di rispondere al più bello dei comandamenti cristiani: ama il prossimo tuo come te stesso.  Il tessuto del romanzo è intriso di molteplici trame secondarie, di racconti di vita, di personaggi le cui vite sembrano dipanarsi sui fili tessuti dalle Moire. Pagina dopo pagina Aliberti si lascia andare a profonde riflessioni, pensieri, ricordi che si rincorrono avvinghiandosi alle vicende vissute dai protagonisti. Un carosello di personaggi noti, macrostoria, fatti di cronaca e attualità sfila sotto lo sguardo attento del lettore. Da Pericle, alla seconda guerra mondiale, all’Afghanistan, all’11 settembre, ai drammi di una Sicilia vessata dal caporalato, ai tesori d’arte di un Isola che possiamo a ragion veduta definire patrimonio dell’umanità. Caravaggio, Guttuso, Migneco, Quasimodo, i miti di Colapesce e della fata Morgana, e molto altro ancora, brillano tra le pagine come perle preziose custodite in uno scrigno. Aliberti getta uno sguardo profondo anche alla fuga dall’isola dei tanti giovani in cerca di lavoro e affermazione, al dolore della lontananza. E la fede, coprotagonista insieme all’amore, muove ogni cosa. Una fede di manzoniana memoria, radicata nella famiglia, ricca di speranza e fiducia in quel Dio che “provvede” alle sue creature. Ecco che ogni incontro narrato diventa testimonianza umana capace di infondere refrigerio all’arsura delle sofferenze. Ancora una volta tutto si svolge in quella Sicilia bella nei suoli colori e calori, terra natia dell’autore, narrata tra passato e presente, colta nelle sue molteplici fascinazioni, depurata dagli stereotipi, tradita da quelle classi politiche impegnate solo a procacciare i propri interessi, dilaniata da quella cruda contraddittoria sicilianità, avvolta da un fin troppo longevo torpore metafisico. Carmelo Aliberti, con il suo stile colto, eppur straordinariamente comprensibile a tutti, ci regala così un altro capolavoro, intriso di un forte realismo verghiano, capace di descrivere minuziosamente dall’interno ogni suo personaggio o fatto narrato. Un romanzo che rinchiude dentro sé mille altri piccoli romanzi, tutti perfettamente uniti dal filo rosso di ciò che è realmente la vita.
Dott.ssa Francesca Romeo, giornalista e scrittrice ( Francesca Romeo, da sempre appassionata lettrice di libri, si laurea in filosofia all’Università di Messina con una tesi sullo sbarco dello anglo americano in Sicilia avvenuto il 10 luglio 1943. Specializzata nello studio dei Vangeli Apocrifi ha tenuto diverse lezioni presso l’Università della Età di Barcellona. Giornalista, collabora con la Gazzetta del Sud, occupandosi di cultura e spettacoli. In passato ha collaborato anche per Simùn Terre del Longano, Comunità, Mingrantes online, La Scintilla periodico curato dell’arcidiocesi di Messina, Migrantes online, La Voce del Longano. Ha pubblicato il poemetto “Il giardino senz’anima”, con prefazione del giornalista Rai Melo Freni, vincitore del primo premio “Alessandro Manganaro”. Per il suo impegno di divulgazione giornalistica ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui menzioniamo: “Impronta d’autore” Museo Epicentro, 2016; Mattonella Genius Loci, 2019; Donne che hanno dato lustro a Barcellona, 2020 ricevuto da Catena Fiorello; Terzo Millennio, 2021.)

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CARMELO ALIBERTI  

È nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina). Laureatosi in Lettere, ha insegnato nei licei di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Dopo un soggiorno a Trieste, ha definitivamente deciso di risiedere nella città giuliana, dove continua a svolgere la sua attività letteraria. È cultore della materia in letteratura italiana presso l’Università di Messina. È stato insignito dell’onorificenza di Benemerito della Scuola, della cultura e dell’Arte da parte del Presidente della Repubblica. A Trieste, da 10 anni, ha fondato e dirige la Rivista Letteraria e di Cultura Varia NO PROFIT TERZO MILLENNIO, a cui collaborano insigni docenti di Università italiane e straniere. Ha scritto circa 100 volumi, di critica letteraria, di saggistica, di poesia, di tradizioni popolari e ha curato per 35 anni, nella piazza del suo paese, il dramma sacro: Vita, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù in 37 scene variabili ad ogni edizione. Con i suoi allievi del Liceo Scientifico di Barcellona Pozzo di Gotto ha fondato la Rivista Scolastica IL LEONARDO e realizzato un ponderoso volume di circa 456 pp., intitolato AUTORI DI BARCELLONA E DINTORNI, vincitore del Premio Letterario per le Scuola Superiori IL CONVIVIO (2005), pubblicato dalla Bastogi. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Particolarmente il suo poemetto ITACA è stato tradotto in 18 lingue. In Francia nella circostanza della traduzione della sua poesia nella collana universitaria CELIS della Blaise Pascal, è stato organizzato un convegno sull’opera di Aliberti e nella circostanza del recente Convegno sulla gravità delle frontiere, il suo intervento su la frontiera in Fulvio Tomizza, è stato pubblicato recentemente, in francese e in italiano, negli Atti, pubblicati dalla Università organizzatrice. È stato invitato anche al Convegno sull’opera di Carlo Sgorlon, organizzato dall’Università di Udine e la sua relazione “Poetica e Filosofia” sullo scrittore friulano è stata pubblicata nei relativi atti.  Ora il poeta, scrittore e giornalista Gabriel Impaglione, fondatore e direttore della rivista ISLA NIGRA, organo ufficia le dei poeti internazionali dell’UNESCO, ha tradotto in spagnolo, con prefazione dello stesso traduttore e postazione del prof. Nino Grillo (Università di Messina) e del docente Jean Igor Ghidina, maitre de conference Università Blaise Pascal. Da qualche settimana la Bastogi-Libri di Roma ha pubblicato un saggio di Aliberti sul grande scrittore Andrea Camilleri, presente nelle  migliori librerie italiane o sui più importanti siti di vendita one line, tra cui la Feltrinelli, che ha inserito nel suo catalogo 18 volumi, la libreria Universitaria, La Mondadori, Amazon ed altri, riscuotendo molto successo. 

OPERE/POESIE: Una spirale d’amore (1967), Padova-Una topografia (1968), Padova[1]Il giusto senso (1970), Firenze. C’è una terra (1972), Milano. Teorema di poesia (1974), Milano. Il limbo la vertigine (1980-1981), Castroreale (ME). Caro dolce poeta1981-1991 Bastogi Editrice Italiana-Poesie d’amore (1984), Castroreale Marchesana (1985), Castroreale. Aiamotomea (1986), Castroreale Nei luoghi del tempo (1987), Castroreale-Elena suavis filia (1988), Castroreale-Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992), Rhegium Julii, Reggio Calabria. Le tue soavi sillabe 1999, Castroreale Il pianto del poeta,2 002 Foggia – La ferita del tempo (2005), Bastogi Foggia “Itaca” (poemetto, dramma lirico per voce sola, tradotto in varie lingue), MGgraph, Terme Vigliatore. Il Convivio 2006. Tra il bene e il male (con introduzione di Cristina Saja e G. Barberi Squarotti,  prefazione e traduzione in francese di Jean Igor Ghidina.

CRITICA LETTERARIA: Come leggere Fontamara di Ignazio Silone, Mursia editore (edizioni 1977, 1989, 1998); Guida alla lettura di Lucio Mastronardi (1986), Bastogi, Foggia; Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988) – Ignazio Silone (1990, Bastogi, Foggia; Michele Prisco (1993), Bastogi Foggia; MICHELE PRISCO -un uomo e uno scrittore nel buio della coscienza. (ed. Terzo Millennio (2017), Aracne Editrice,2020, Roma. Testi, traduzioni e interviste a poeti e scrittori contemporanei (1995), Bastogi Foggia; La questione meridionale e altre questioni in letteratura, (1997), Barcellona P.G. Messina – Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000, 2001, 2014), Bastogi, Foggia; Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima (2001, Bastogi, Foggia (tradotto in croato nel 2006 a cura dell’Università Popolare, Patrocinio M.P.I. – Umago-Croazia); Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima, Edizioni Terzo Millennio La narrativa di Carlo Sgorlon (2003), Bastogi, Foggia; Carlo Sgorlon, “Cantore delle minoranze 566 emarginate”, ed. Terzo Millennio, 2017 Poeti siciliani e non del Secondo Novecento, (2 volumi, 2003 e 2004), Bastogi, Foggia; Poeti Siciliani e non del Terzo Millennio (2005), Bastogi, Foggia; Letteratura siciliana contemporanea e post-contemporanea. Da Capuana a Verga, a Quasimodo, a Camilleri, Luigi Pellegrini Editore (2008). 50 anni d’amore per la letteratura, ed. Terzo Millennio, 2014. Ha curato l’edizione scolastica di “Stalag 307, diario di prigionia di Carmelo Santalco”, Bastogi editore, Foggia 1998 100 Poeti per L’Europa del Terzo Millennio. Ha fondato ed è direttore editoriale della Rivista Internazionale di Letteratura e Cultura Varia TERZO MILLENNIO, 2009. Ha pubblicato su Terzo Millennio, Monografia su G. Verga, I. Silone. V. Consolo, S. Quasimodo, Stefano D’Arrigo, Leonardo. Sciascia, Claudio .Magris, Sebastiano  Saglimbeni, Lucio Zinna, Nino Pino, Ignazio Silone, eroe dei cafoni della Marsica, Matteo Collura, Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati, Beniamino Joppolo, Guglielmo Jannelli, Turi Vasile, Lucio Piccolo. Giovanni Occhipinti, Bartolo Cattafi, Lucio Mastronardi 1983-2008, e molti altri. L’altra letteratura Siciliana Contemporanea, La Medusa (2013, per le Scuole Superiori e per le Università. Ha organizzato in piazza, trasformata in Teatro, annualmente e con continui aggiornamenti, i testi sacri della Vita, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. A scuola con i suoi allievi ha realizzato il volume: Poeti di Barcellona e dintorni , al Liceo scientifico di Barcellona P.G (pubblicato da Bastogi e vincitore del Premio Nazionale per le Scuole Superiori e I miti dello Stretto, 2008. Da poco è uscita Letteratura e società Italiana dal II Ottocento ai nostri giorno, in 6 volumi di circa 4000 pp. e le monografie DACIA MARAINI, BARTOLO CATTAFI, il poeta che cercò disperatamente Dio e lo trovò nell’Arcipelago del cuore: LUCIO MASTRONARDI, scrittore scomodo e dimenticato.

NARRATIVA: BRICIOLE DI UN SOGNO,romanzo,Bastogilibri,Roma 2021;

IL MIO MONDO FINIRA’ CON TE-romanzo.Ed Terzo Millennio,gennaio2022.

PREMI: Premio “Rhegium Julii. Una vita per la cultura” (Reggio Calabria, 1999)- Premio Mediterraneo, 2001, Premio alla Carriera.-Premio Inter. nazionale “Il Convivio 2004” per la saggistica (per La narrativa di Carlo Sgorlon (Catania)Premio alla carriera “Messana”, Messina 2005-Premio letterario nazionale per la critica letteraria “Giorgio La Pira” (Milazzo,ME, 2008)  Premio AGENDA “2019” AQUILA D’ORO per l’intera opera. Premio alla Cultura Terzo Millennio-24live,2021, per il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO”, Bastogilibri, Roma.

SAGGI SULL’OPERA DI CARMELO ALIBERTI: Orazio Tanelli: Carmelo Aliberti, poeta cosmonauta; Placido Conti: Carmelo Aliberti un uomo, un poeta, un cittadino – Paola Bianco: Da Quasimodo, a Cattafi, ad Aliberti; Francesco Puccio: Carmelo Aliberti, poeta della dialettica esistenziale (2004); Giuseppe Manitta: Carmelo Aliberti archeologo dell’anima, in G. Manitta, Stefano Pirandello e altri contemporanei, Il Convivio, 2007, Giorgio Barberi Squarotti: Carmelo Aliberti: poeta civile sul sentiero metafisico.

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Paolo Cacciari 24 Giugno 2022

Avviare processi di decarbonizzazione non piace alle imprese e quindi neanche ai governi. Non c’è scampo: per spezzare il circolo vizioso più crescita, più disastri ambientali, più povertà, bisognerebbe riuscire a immaginare in basso un nuovo sistema sociale fondato su valori non economici, su relazioni internazionali non egemoniche, demilitarizzando gli stati, e su stili di vita non consumistici

A ben pensarci, chi ha stabilito che un barile di petrolio vale oggi 114,89 dollari e una tonnellata di C02 emessa in atmosfera 83,08 euro?

Il mercato, direte voi, secondo la regola della domanda e dell’offerta, più le “tasse” che per un motivo o un altro vengono imposte dai decisori pubblici. E se invece stabilissimo, molto semplicemente, un tetto netto annuo (Cap senza possibilità di Trade) in diminuzione delle emissioni (modulato come meglio si crede, tra i settori e le attività) oltre il quale si spengono le ciminiere, si tappano i tubi di scarico, si azzerano le emissioni dagli allevamenti, si chiudono i condizionatori e così via? Niente da fare, mi direste subito. Si provocherebbe una fuga di imprese in paesi più tolleranti, ovvero diminuirebbe l’occupazione, quindi i redditi, quindi… si verificherebbe quel “bagno di sangue” che il nostro ministro contro la transizione ecologica continua a paventare. Meglio rischiare una siccità ogni estate e una alluvione ogni cambio di stagione. Tanto più che il caldo fa aumentare gli acquisti di bibite gasate e le alluvioni fanno crescere la spesa pubblica per riparare i danni. Il Pil aumenta anche grazie ai disastri. E alle guerre.

Ma – ipotizzo io, da economista con le scarpe grosse del contadino – stabilire una tabella di marcia rigorosa alla decarbonizzazione dell’economia farebbe salirebbe di molto il valore dei beni e dei servizi alternativi (utili ad aumentare l’efficienza degli impianti esistenti, necessari per ricavare energie da fonti rinnovabili, per spostare i consumi e così via), poiché – secondo le leggi del mercato – salirebbe la loro richiesta. Quindi il bilancio complessivo del monte valore economico perduto sul versante dei fossili verrebbe rimpiazzato da quello creato sul versante della sostenibilità. Così come il bilancio statale che potrebbe liberare parte delle spese oggi impegnate per riparazioni, risarcimenti, incentivi.

Troppo semplice, direte ancora voi. Le merci che incorporano un alto contenuto di carbonio (a causa del loro processo produttivo e di trasporto) potrebbero rientrare dalla finestra con le importazioni. 

Dal collasso climatico non ci si salva da soli. Cina, India, Brasile, Turchia… chi li ferma?

Potremmo farlo noi, paesi ricchi, imponendo una tassa sul carbonio a quei prodotti importati che non soddisfano determinati standard climatici nella produzione. Ma nemmeno questa ragionevole proposta della Commissione europea (Carbon Border Adjustment Mechanism, si chiama) è stata approvata dal parlamento di Bruxelles. Il rischio è che i prodotti di importazione, notoriamente più economici (e sappiamo perché) possano subire forti aumenti di prezzo e sarebbero proprio i consumatori più poveri a subirne le conseguenze in termini di minore capacità di acquisto.

Non c’è scampo: per spezzare il circolo vizioso: più crescita, più disastri ambientali, più povertà, bisognerebbe riuscire a immaginare un nuovo sistema sociale fondato su valori non economici, su sistemi di scambio non finanziarizzati (evitando l’emissione di moneta creata come debito), su relazioni internazionali non egemoniche (demilitarizzando gli stati) e competitive, sulla diffusione gratuita dei ritrovati tecnologici (limitando diritti d’autore e brevetti), su modi di produzione cooperativi e democratici (liberando il reddito dalla prestazione di lavoro salariato), su stili di vita non consumistici (mettendo al bando l’obsolescenza programmata e la pubblicità ingannevole).

Insomma, dovemmo riuscire a immaginare un modello di società postcapitalista. Questione tanto epocale, quanto urgente.