“Teresa” di Daniela Piu

Attraverso una narrazione solida e articolata magistralmente, si svolge la storia di Teresa, risalendo a circa trent’anni di distanza, e descrivendo un rapporto speciale  con questa donna singolare e piena di umanità. Nel racconto di una donna, che all’epoca aveva nove anni, si percepisce un affetto e una sintonia che rimarcano effettivamente la mia idea che, pur se non esistono legami di sangue, l’affetto si può costruire su basi quali la fiducia, l’attenzione e la sincerità, ma soprattutto la cura con cui si creano rapporti tra esseri umani. E’ un racconto vivido,che  irradia una luminosità poetica e rende tangibili attimi di vita indimenticabili. Un applauso all’autrice per l’uso di uno stile narrativo accurato ed elegante. [ Maria Rosaria Teni]

“Oh, mamma mia, è tempo da torte!”
Truman Capote

Immagina una luminosa mattina di giugno, più di trent’anni fa. Il sole entra dritto dritto nell’interminabile corridoio di graniglia dell’appartamento di Teresa. Il portone è spalancato perché ha passato lo straccio e sta lasciando asciugare il suolo lavato con un detersivo che profuma di lavanda.

Lei non si vede perché è nel bagno dove sta svuotando il secchio, eppure la si sente cantare a voce spiegata una canzone di Sergio Endrigo. Teresa è convinta di poter partecipare al Festival di Sanremo essendo così intonata e possedendo una voce tanto singolare: “Un figurone farei – mi ripete ogni volta che descrive il suo debutto sognato – mi vestirei con il mio vestito di seta rosa”, il suo preferito, che indossa solo per la messa della vigilia di Natale, quella di mezzanotte.

Appena il pavimento si asciuga la raggiungo di corsa, percorrendo quel lunghissimo corridoio a elle che nasconde, nell’ultimo tratto appena girato l’angolo, le porte del bagno e della cucina. Lei sta ancora cantando: “Tereeesa, quando mi hai dato il primo bacio sulla bocca…”, e si accinge a stirare.

Io ho appena compiuto nove anni e adoro questa donna alta e magra, con i capelli a caschetto tinti di biondo cenere. Teresa non è mia madre, eppure le voglio bene come se lo fosse e glielo dimostro correndo da lei ogni volta che posso. Passo quasi tutto il mio tempo con lei, i miei genitori non ci sono mai e quando ci sono urlano e mi maledicono tanto che scappo in fretta in fretta nella porta accanto, quella di Teresa. “Sembri mia figlia, SEI mia figlia. Siamo uguali io e te”, me lo ripete da molti anni e io ci credo, anche se so che siamo solo cugine e molto alla lontana per giunta.

Mi ha tagliato i capelli come i suoi, con la frangetta a metà fronte, e appena sarà tempo di mare anche a me diventeranno biondi. Aspetto il sole d’estate per tutto l’anno apposta per diventare bionda come lei. Oggi è lunedì e vado con Teresa dalla lattaia per fare la spesa. C’è in quel piccolo negozio talmente tanta roba buona stipata da non credersi. Il bancone di acciaio è ornato di grandi vasi di vetro pieni zeppi di caramelle, cioccolatini, liquirizie, arrotolate o farcite, poi c’è la frutta candita… ma a me piacciono i moretti, vado matta per i moretti!, così Teresa me ne compra uno tutte le volte che entriamo. La lattaia invece mi regala i boeri, che Teresa mi sequestra appena uscite dal negozio per mangiarseli lei. “Hanno il liquore, per carità! Fanno male al pancino”. Tanto io sono troppo occupata ad addentare il mio moretto senza perdere neanche una goccia di quella panna dolce e compatta che il cioccolato nasconde.

Appena arrivate a casa so già cosa faremo. “Tereeesa, quando ti ho dato quella rosa, rosa rossa…”, lei canta contenta mentre riempie la terrina con i rossi d’uovo, gli albumi vanno nell’altra. Facciamo la più buona torta del mondo, quella di Teresa. Una volta che ha finito di amalgamare le uova e lo zucchero, la teglia imburrata e infarinata, versataci dentro la miscela, finalmente arriva il mio turno di lavoro: ripulire bene la terrina con un cucchiaino e, se voglio, anche con la lingua. Che delizia! Nella cucina si spande il profumo della torta che cuoce, si mischia a quello del limone grattugiato per la crema e dell’alchermes. Anche il corridoio sa di buono, di vanillina e burro.

A una certa ora arriveranno i suoi amici, come tutte le sere, e io rimarrò in cucina buona buona a guardare la televisione, mentre lei starà con loro per un po’, nella stanza vicino all’ingresso. È una bella cameretta con la tappezzeria a strisce fatte di tante piccole rose intrecciate che vengono giù dal soffitto; si affaccia sullo scalone che scende verso il cortile. C’è un grande divano bianco come la neve che la sera diventa un lettone dalle lenzuola candide nel quale mi è capitato di dormire a volte, accanto a Teresa. Troppo poche rispetto a quelle che mi sarebbe piaciuto, i miei mi vogliono a casa la sera.

Teresa ha delle camicie da notte di morbido chiffon che sono un vero schianto, tutte pizzo e nastri. Ha promesso che me ne regalerà una quando mi verranno le mie cose. Gli amici di Teresa sono tutti gentili con me, dei signori con le tasche sempre piene di monetine da regalare. Sono tanti, talmente tanti che non li riconosco uno dall’altro. Capisco che tolgono il disturbo quando Teresa si mette a cantare sotto la doccia: “Amaaare come sai tu non sa nessuna…”. Spengo la tele e vado ad aiutarla, le passo il guanto di crine sulla schiena e le porto gli asciugamani puliti dall’armadio a muro del corridoio. Quel lunghissimo corridoio tirato sempre a lucido, scintillante, e con i vasi colmi di rose che le portano i suoi amici. Rose rosse.

La toilette di Teresa dura a lungo e io ne faccio parte, sono la sua cameriera tuttofare. Le porto gli attrezzi del mestiere mentre lei sta seduta davanti alla specchiera: le spazzole cilindriche sottili come un aspide per la frangetta, quelle larghe come un’anaconda per il resto dei capelli, fon, pettini, forcine, forbicine, la lima, lo smalto è rosso come il sangue, pinzette, ceretta, pennelli e make-up… eccola ritornare splendida e in ordine come al solito.

Anche se lei dice di essere una delle più belle donne della città, Teresa non è bella. È magrolina, quasi non ha seno, non raggiunge il metro e settanta. Le cosce sono troppo grosse rispetto al resto del corpo, con i segni della cellulite di cui si lamenta mentre si strofina con un unguento che dovrebbe ridurla, fatica sprecata. Il viso è sottile, pallido, e per questo si tinge i capelli di biondo, perché se li lasciasse castani scuri come li ha al naturale, sembrerebbe una morta, così dice lei.

Ha un nasino alla francese che sembra finto, tanto è bello. Ma gli occhi sono piccoli, verde smeraldo, e lo sguardo è scaltro e superficiale. Le labbra le tinge di rosso fuoco, forzando il contorno con una matita, altrimenti ricorderebbe l’imboccatura di un salvadanaio. Eppure quando si alza dal tavolo della toilette, ancora in accappatoio, a me pare una stella del cinema pronta per il tappeto rosso. Non ho dubbi che sia una delle più belle donne della città, quando me lo ripete.

Ha già ricevuto mille proposte di matrimonio a cui risponde sempre di no. Perché dice no? Glielo chiedo spesso, e lei mi sorride furbetta quando mi spiega che per lei quel no è la libertà. Non potrebbe avere un marito, perché i mariti sono bravi solo a dare ordini e lei non sa obbedire. Sono malmostosi e lei ama l’allegria. A Teresa piace ridere e cantare, le piace stare serena. Mi ricorda il clima teso e di rappresaglia che si respira a casa mia. “Non si sta meglio da Teresa, eh, chicca?”, mi domanda mentre io annuisco con candore sbattendo le ciglia.

Entra in scena mia madre, quella vera intendo. È piuttosto agitata e rivolge sottovoce a Teresa delle accuse che non riesco a sentire. Sibila come un serpente piccole frasi smozzicate e intanto la strattona con forza. Riesco a percepire un: “se scopro che è…” e poi “me la paghi!”, mi avvicino alla porta della cucina dove le due stanno litigando, cerco di non far scricchiolare le scarpe sul pavimento di graniglia. Teresa sta piangendo quando mia madre lascia la stanza come una furia. Non piangere, cara, ti si gonfia la faccia come una zampogna e le macchie rosse non se ne vanno più via. Mi sente sgranocchiare una caramella fuori dalla porta e singhiozza un: ”Chicca, sei lì?”, così entro e mi siedo vicino vicino, le stringo la mano come per dirle: ti voglio bene. Aspetto che si calmi.

Andiamo a raccogliere frutta per fare le marmellate. Prendiamo l’autobus che ci traghetta alle porte della città, dove il fratello di Teresa ha una casetta circondata da susini e peschi. Dobbiamo fare un pezzo di strada a piedi per arrivare al frutteto, si trova in una valle alle pendici del colle sul quale ci lascia l’autobus. Il sentiero che prendiamo, una scorciatoia che conosce Teresa, è immerso nei lecci. A ogni passo che facciamo è tutto un crocchiare di foglie secche e ramoscelli. Sul ciglio del sentiero, proprio sulla radice di una quercia, sta un uccellino dal petto arancione che ci guarda passare, fiero e tranquillo. Ricambio il suo sguardo spavaldo, lui muove a scatti la piccola coda mentre Teresa passa dritta senza notarlo. Gli sono davanti, è così colorato e tenero, mi fermo stregata a contemplarlo. Teresa si volta non sentendo più i miei passi scricchiolare e: “Oh, un pettirosso!”, dice facendolo scappare preoccupato per tanta attenzione.

Continuiamo la discesa verso la frutta che calda e succosa ci aspetta sugli alberi. Il frutteto è deserto, facciamo un giro di ricognizione per accertarci che il fratello non sia in casa. Nessuno risponde alla porta, quindi svelte svelte ci dividiamo le buste – ne abbiamo prese tre a testa – e cominciamo a riempirle. Le susine più grosse e scure sono già cadute, ne prendo qualcuna dal suolo anche se è già bucherellata dai passerotti. La terza busta è per le pesche che arriveranno a casa già una marmellata. “Non riempirle troppo, chicca, c’è la salita da fare”.

Il pettirosso stava mettendoci in guardia: è la nostra ultima avventura insieme. Cambio casa, vado a vivere in un’altra parte della città, solo con la mamma. Cambio scuola e compagni, dopo qualche anno cambio anche città. Ripenso spesso a Teresa, alla quale spedisco una cartolina carica di baci da ogni posto nuovo che visito – gliel’ho promesso anni fa e non ho mai mancato di parola. Nonostante sia morta da un pezzo continuo a mandarle le cartoline, in quella casa che considero la mia vera casa anche se non ci ho più messo piede.

Ho saputo che è morta proprio in quel lettone dalle lenzuola candide come neve nel quale sognavo ogni notte di poter dormire accanto a lei. In questa particolare giornata di giugno scrivo l’ennesima cartolina da una località marittima famosa per l’isola che le sta di fronte, un tempo proprietà di un industriale dedito alla cocaina. Sono qua per montare un documentario che inizia con una bionda che canta Teresa di Sergio Endrigo, non certo per caso. È la stessa luminosa mattina di giugno, con l’identica gradazione di luce che fa fluire la mente avanti e indietro negli anni, come una moviola. E che mi riporta Teresa qua, accanto a me, più viva e canterina che mai.

Daniela Piu è scrittrice e traduttrice. Nel 2019 ha pubblicato, dopo vari racconti, il suo romanzo d’esordio “Esse di seta”. Nel 2020 è uscito il secondo romanzo dal titolo “Tre ritratti”. Ha firmato alcuni documentari, tra cui “P.I.S.Q.” (2006) e “Magna Istria” (2010), e ha tradotto i primi due romanzi di Isabel Suppé, “Una notte troppo bella per morire” e “Viaggi con Ronzinante”. Il suo ultimo documentario è “Fertilia istriana” (2021).

Una bellezza che è mito : a 60 anni dalla morte Marilyn Monroe resta la diva per eccellenza.Gabriella Paci

Indubbiamente una delle donne più belle e affascinanti di sempre Marilyn Monroe con la sua morte,avvolta tuttora nel mistero,avvenuta il 4 agosto 1962 a soli 36 anni a Los Angeles,dove era nata, è entrata nel mito.

Una morte che ha incrementato gli scoop su questa bionda,dalla bellezza fragile e conturbante in quanto la causa oscilla tra il suicidio attraverso barbiturici e l’omicidio con una supposta velenosa.

Marylin era da tempo depressa e il suo amore impossibile con l’allora presidente degli Usa John Kennedy non l’aiutava ed è stata proprio questa relazione il possibile movente sia del suicidio che dell’omicidio,attuato forse per screditare irrimediabilmente la figura del presidente.

Il suo  vero nome  era Norma Jane che la madre le impone in onore di due attrici che ammirava.

La madre soffre di disturbi psichici e Norma ,senza padre, cresce tra affidi temporanei e orfanatrofi finchè viene presa in custodia da Grace Mc Kee archivista di pellicole alla Columbia Picture nonché amica della madre,alla quale viene diagnosticata la schizofrenia.

Grace appassiona la ragazzina al cinema. Iscritta da lei al liceo vi conoscerà James Dougherty che diventerà suo marito a soli 16 anni  ma il matrimonio durerà solo 4 anni. Durante questo tempo Norma posa per un fotografo e  i suoi scatti arrivano alla più importante agenzia pubblicitaria di Hollywood.

La direttrice dell’agenzia la convince a farsi bionda e nel 1964 ottiene un contratto dalla Fox:cambierà allora il suo nome assumendo quello di Marylin Monroe(il cognome da nubile della madre) e inizierà a recitare in “The shocking Miss Pilgrim “ con un ruolo canoro come anche in “Orchidea Bionda “ dove canta due canzoni.

Non ha fortuna finchè non recita in “Una notte sui tetti “ che la metterà in contatto ,attraverso un talent scout con Jhon Huston che la farà recitare in “Giungla d’asfalto”.

Ma è sopratutto il suo corpo nudo apparso sulla rivista “Play boy “che le dà grande visibilità.Agli inizi degli anni 50 Marylin tenta il suicidio e non ha grandi successi finchè con “Niagara” inizia la sua carriera di femme fatale  e il suo mito che vengono esaltati in film come “Gli uomini preferiscono le bionde “e “Come sposare un milionario”e “la magnifica preda”e  lei recita, canta e balla.

La lavorazione di quest’ultimo film le fa conoscere e sposare il campione di baseball Joe di Maggio.

Unione che dura solo 9 mesi e che si conclude con il film “Quando la moglie è in vacanza” con la scena mitica dell’abito sollevato  dal vento della metro.

Trasferitasi a New York, frequenta l’Actor’s studio  e conosce lo scrittore Arthur Millere che sposa nel 1956. Con il film “Fermata d’autobus “Marylin riceve la nomination al Golden Globe:è il periodo più felice della sua vita.

Produce il film “Il principe e la ballerina “ con Laurence Oliver ma la critica la stronca e la deprime: comincia la crisi del suo matrimonio e l’uso di barbiturici e alcool   e neanche la vincita del Golden globe con “A qualcuno piace caldo” sembra risollevarla da crisi depressive .

Ha conosciuto tuttavia il presidente degli stati Uniti John Fitzgerald  Kennedy con cui inizia una love story che però è per lui solo un’avventura.

Così tra il 1960 e il 1962 Marylin peggiora e viene addirittura allontanata dal set di “Something Gotta “.

A poco giova l’affetto di Robert Kennedy con il quale intreccia una relazione .

Tra il 4 e il 5 agosto viene trovata nuda morta e la sua morte costituisce,come detto un caso irrisolto di Hollywood.

Donna quanto mai bella e fragile ,Marylin ha sofferto da sempre della mancanza di amore e di solitudine e,nonostante l’ammirazione e il desiderio  di milioni di spettatori,non ha forse mai avuto il conforto di essere amata per se stessa e non ha saputo affrontare lo stress di un successo troppo grande che la fagocitava.

Tom Ewell e Marilyn Monroe

.

UN BACIO

I baci, da sempre cantati dai poeti, celebrati, dipinti, vagheggiati, i baci…dati, ricevuti, sognati…eppure il momento più intenso, il rullo di tamburo è quello che precede l’atto, in cui sono gli occhi a baciarsi già pregustando quello che si consumerà con le bocche.

Un bacio
ed un altro
un altro ancora…
Caldi, morbidi,
insistenti, estenuanti,
baci…che iniziano
da uno sguardo,
dal baciarsi
con gli occhi,
già pregustando
la bocca e le
labbra umide,
turgide, invitanti…
Un bacio
ed un altro
e un altro ancora…
Un morire lento
in quell’intenso istante,
dove più niente esiste
solo il battere, furioso,
dei cuori e l’ansìto dei respiri.

Imma Paradiso
Immagine: Dipinto di Ron

SOLENNE MALINCONIA, di Roberto Busembai

SOLENNE MALINCONIA

Saranno i passi dell’inverno

perchè io sento il freddo

che gela sulla pelle

in questa estate strana

dove la noia prevale

anche se non uguale,

il malincuore sovrasta

nelle notti di luna piena

e culla la malinconia

sull’ultima onda leggera

di un mare caldo

che non è naturale,

saranno i passi scalzi

sulle rene e le sabbie

di alghe morte e granchi perduti

i freddi di un inverno

che avremo da vedere.

E sono fermo

come una statua bianca

conforme alla mia natura

di gelido pensiero

che offusca il ridere e scherzare

e spesso lo ripeto

e lo sottolineo:

“ sono stanco”,

e comprendo quando e quanto.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: by Antonio Soares dos Resi

Il male dentro, di Roberto Negro. Una nuova indagine del Commissario Schilone

Una cosca di ’ndrangheta ed un gruppo malavitoso albanese si contendono il traffico di droga sul territorio di Ventimiglia. Il rapimento del nipote del boss calabrese Salvatore Cannizzaro detto “il vecchio” sposta gli equilibri della contesa. Il commissario Scichilone verrà risucchiato da un’indagine dai contorni cupi che lo condurranno su un territorio in cui i compromessi lo costringeranno a scelte difficili.

Roberto Negro è nato ad Asti il 13.10.1960 e risiede a Perinaldo (IM). È un criminologo che ha prestato servizio per trent’anni nella Polizia di Stato con la qualifica di Sostituto Commissario. Nella sua carriera ha avuto incarichi di polizia giudiziaria anche presso le sedi diplomatiche italiane di Istanbul (Turchia), Karachi (Pakistan) e Colombo (Sri Lanka). Successivamente è stato il Responsabile della Sicurezza e della Tutela del Patrimonio Aziendale del Casinò di Sanremo. Attualmente è titolare dell’enoteca DiVino e… di Perinaldo. Ha collaborato con A.I.FO. (Amici Raoul Follereau – ONG aiuti umanitari) in Brasile – Ceres (Goias) nel progetto Pro – Han per la cura ed il recupero dei malati di lebbra. Con Fratelli Frilli Editori ha pubblicato Il tesoro di Perinaldo (2005), Omicidio ai Balzi Rossi (2006), Bagiue le streghe di Triora (2007), I fuochi fatui (2008), Sinfonia per un delitto (2008), Bocca di rosa (2010), Rien ne va plus (2011), Oltre la giustizia (2012), Anime alla deriva (2013), Il mistero del cadavere senza nome (2016), La solitudine di Adamo (2018)

Alla piccola Diana,Gabriella Paci

(bimba di 18 mesi morta di stenti per l’abbandono della madre)

Aprivi gli occhi sullo stupore del mondo

passerotto senz’ali  disadatto al  volo

senza nido di braccia a difesa  dal male

il  tuo sorriso di latte sbiadito nel vento

e i gorgheggi di bimba negati dal fato.

Ti affacciavi alla vita senza domande

con il tuo sguardo già serio e da grande

come a declinare una storia senza

inizio e già finita nella tua esile vita.

Forse capivi di essere senza futuro

frutto nato su terra infeconda d’amore

tu solo peso da un pugno di mesi 

appeso sul filo dell’abbandono.

Sola nella stanza troppo angusta per

essere vita e troppo ampia per

non aver timore nel buio senza stelle

né ninna nanne a cullarti nel sonno.

Abbracciata a solitudini adulte senza

difesa da ogni offesa del tempo

del rifiuto hai reclinato la  testolina

come una pratolina nel prato arido

della  disaffezione e della crudeltà

prima ancora di poter dire “mamma”

a chi ti ha generato ma non amato.

la piccola Dina Pifferi

I poeti e il cibo, a tavola con Ungaretti

Il poeta dice di amare il vino ed il cibo semplice. Il suo pasto preferito prevedeva gli spaghetti burro e formaggio e una bistecca alla fiorentina accompagnata dalla salsina “Allegria”.
Ungaretti, nato nel pittoresco brulicare di Alessandria d’Egitto, profumata d’aglio e di particolarissimi aromi vegetali, passato poi alle raffinatezze della cucina francese, alla popolaresca sapidità di quelle regionali italiane, ed ai piccanti sapori di quella brasiliana, sa evocare colori e gusti, con una magica evidenza, sa liricizzare il ricordo di ogni vivanda, anche la più semplice. Ungaretti è di gusti semplici: predilige gli spaghetti al burro e formaggio, lo stoccafisso alla livornese e la bistecca alla fiorentina. Poco vino, ma buono. Non ha preferenze. Il vino è come la poesia, riassume paesaggi morali ed è anche il frutto delle sostanze che compongono il terreno di cui si nutrono i vitigni, qualcosa del cielo e della terra, del lavoro umano e del sole. Mosto che si fa vino, la poesia della natura in una alchimia ineffabile.
Nel 1963, Marin San Sile incontrò il grande poeta regalando ai lettori un magnifico articolo.
contenente anche le ricette preferite dell’Ermetico Sommo Poeta.

Spaghetti alla Ungaretti
Dose per 4 persone

Spaghetti piuttosto fini – 400 gr
Parmigiano grattugiato – 40 gr
Burro – 80 gr
Un pizzico di cumino
Un pizzico di noce moscata
Un cucchiaio di pan grattato finissimo
Sale

Lessare gli spaghetti in acqua bollente e salata. Far dorare il burro. Mescolare il pan grattato con il cumino, la noce moscata e il formaggio. Scolare gli spaghetti, versarli in una terrina ed unire il formaggio con altri ingredienti. Rimescolare, aggiungere il burro e mescolare ancora. Servire subito gli spaghetti ben caldi.

Salsina Allegria
Per bistecca alla fiorentina

Olio di Lucca – 10 ml
Gherigli di noce tritatissimi – 20 gr
Rapatura di un limone
Succo di mezzo limone
Mollica di pane raffermo
Aceto
Foglioline di erbe aromatiche (raccolte personalmente durante una passeggiata) cioè:
Mentuccia
Nepitella
Bacche di Ginepro o Barbe di finocchietto selvatico
Un pizzico di pepe

Ammorbidire la mollica di pane nell’aceto cotto, ed aggiungervi le foglioline delle erbe aromatiche battute finemente. Mescolare a questo composto tutti gli altri ingredienti e conservare al fresco in una terrina di coccio.

*Anche l’ermetico Ungaretti amava stare ai fornelli…che dire provate le sue ricette e buon appetito

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PER ”TI SPACCIO L’INTERVISTA” HO IL PIACERE DI PRESENTARE MACCHIAGODENA, IL SINDACO FELICE CICCONE E IL PROGETTO GENIUS LOCI

PER ”TI SPACCIO L’INTERVISTA” HO IL PIACERE DI PRESENTARE MACCHIAGODENA, IL SINDACO FELICE CICCONE E IL PROGETTO GENIUS LOCI.

Date: 30 luglio 2022Author: irisgdm0 Commenti— Modifica

MACCHIAGODENA, ANTONIO DE ROSSI E LAURA MASCINO PRESENTANO IL LIBRO  “RIABITARE L’ITALIA: LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E  RICONQUISTE" - Molise Web giornale online molisano
Macchiagodena: attesa per il risultato di 153 tamponi dopo il caso di  positività in paese. Il sindaco Ciccone: “Abbiamo lavorato in sinergia con  l'Asrem”. - News Della Valle
Felice Ciccone

Art. di Marina Donnarumma Iris G. DM

Io amo, imbattermi per caso, nel ” per caso” fai le più felici scoperte, ed ecco sbucare un paese incantato, un poco remoto, tra balle di fieno, monti e aria antica, un paese di circa 1600 abitanti, si trova a metà strada tra Isernia e Campobasso, questo paese magico dove le panchine sono libri, e gli uomini raccontano storie, e conosciuto come ” la terrazza sul Matese”, è anche sede nazionale di un network nazionale ” Borghi della lettura”. Aderiscono a questo network, 70 -80 comuni di regioni italiane. Essi promuovono il loro territorio attraverso il libro, come dice il sindaco Felice Cecconi – il libro è l’arma di resilienza.- Un termine che mi ha fatto sobbalzare per l’intensità del suo significato. Il motto di questo progetto è ”portami un libro e ti regalo l’anima”.

Macchiagodena

Se potessi definire Macchiagodena, direi che sta diventando il DNA della cultura, i libri altro non sono che le informazioni di millenni di storia. Sono le informazioni genetiche della terra scritte. Il libro è promotore del territorio e attore principale. A promuovere l’iniziatica è stato il primo cittadino il sindaco Felice Ciccone, il progetto ” Genius Loci”,

Nato nel 2021 ha portato, in estate, oltre 200 persone a soggiornare gratis in questo paese sul massiccio montuoso molisano, senza contare tantissime, altre persone, che sono andate attirate dalle proposte culturali. Il sindaco, Felice Cecconi, ideatore del progetto, per salvare il paese dalla solitudine e spopolamento. Un paese dove i giovani sono andati via, quindi il libro la loro arma di resilienza per attirare e parlare del territorio. Parlando di Macchiagodena, Felice Ciccone dice che a differenza degli altri, lui non ha mai desiderato andarsene, i suoi concittadini gli hanno dato tanto, e lui cerca di tenere costante la fiducia e affetto nei loro confronti.
Ha fatto e fa il contabile da tutta una vita, il suo studio, i suoi rapporti umani, radicati a Macchiagodena, è un modo di ringraziare ed essere riconoscente verso i suoi concittadini.


Chi vuole partecipare al progetto, vacanze gratis, deve portare in cambio un libro, firmato, con dedica e di specificare , perchè quel libro. https://travel.thewom.it/destinazioni/news-lowcost/macchiagodena-vacanze-gratis-libri.html L’intento è di riabilitare i territori, interni, borghi bellissimi, che hanno abbandonato a favore di metropoli disincantate, dispersive e pressanti. Magari chi sceglierà il lavoro in smart working, potrà riacquistare la sua identità abitando in paese suggestivi ed accoglienti, dove i rapporti umani sono prioritari.

Il sindaco Felice Cccone dice ” crediamo nella cultura e nelle iniziative ad ampio respiro ” nasce cosi l’iniziativa del 2021, ” la divina commedia in 100 borghi”. l’attore Matteo Fratarcangeli portò in un viaggio itinerante le terzine di Dante Alighieri, recitando nelle varie piazzette di Macchiagodena e in seguito in altri borghi. ” I borghi della lettura” , in associazione con ”Borghi autentici”.

la divina commedia


Dal 29 luglio 2022 a Macchiagodena un viaggio suggestivo e affascinante da Piero Della Francesca a Pier Paolo Pasolini. Un viaggio di circa 500 anni di storia dell’arte e del cinema. Il regista Perrella nato a Macchiagodena racconterà il suo lavoro tra docufilm e mostre, il tutto interpretato dall’attrice Dafne Rapuano.


Le iniziative sono molteplici si arriva anche a due eventi a settimana e numerosi scrittori a Macchiagodena presentano il loro libro.
Rinascere dai libri, dalla cultura, saziare la mente insaziabile, sorgono cosi le panchine letterarie, sono sette. Due panchine dedicate all’art. 1 e 3 della costituzione italiana, due dedicate a Dante, per celebrare i 700 anni della sua morte, un’ altra dedicata a Gianni Rodari, Un altra ancora con una celebre frase di Daniel Pennac e l’ultima dedicata al poeta molisano Amerigo Iannaccone.

panchine letterarie

In questo ambito, si possono leggere libri, prenderli in prestito, scambiarli, oppure aggiungere dei propri, condivisione e rispetto.
Felice Ciccone sta a Macchiagodena, come Macchiagodena sta a Felice Ciccone, una proporzione perfetta, perchè lui è la sua anima. Lui è un sognatore, in questo caso una figura mitologica, perchè pensi,- ma davvero esiste? – ” Quelli che sognano ad occhi aperti, sono a conoscenza di molte cose che sfuggono, a chi sogna addormentato. Edgar Allan Poe”.

meravigliose panchine letterarie


Il motto di Felice Ciccone è ” custodire e costruire” , non solo il patrimonio culturale, ma soprattutto le qualità umane, un paese migliore attento a ogni esigenza, più giusto, dove i giovani possono restare, costruirsi un futuro, quindi crescere e gli anziani raccontare.
Nel 2021, Felice Ciccone, questo sindaco molisano è stato eletto tra i primi cinque, il sindaco più virtuoso d’ Italia, è stato selezionato per partecipare a ” il gioco del sindaco”, prevede 11 finalisti e lui tra i primi. Macchiagodena, paese modello , sotto innumerevoli punti di vista.
Ulteriore fiore all’occhiello di questa rara persona, sul sito dei comuni virtuosi si legge ”ha saputo valorizzare il proprio territorio, attraverso la promozione del turismo lento e della cultura del libro ”.
Macchiagodena sede nazionale dei ” borghi della lettura ” un pozzo di eventi, mostre, concerti, presentazione di libri, libri scambiati, in prestito, donati, rilancio delle tradizioni, un vero scambio culturale, nel vero senso della parola.
A Macchiagodena non solo si respira aria fina e fresca, soprattutto aria di pregi antichi. E stata restaurata la Torretta medioevale, che contiene la bellezza di seimila libri, tanto per cominciare, perchè siamo agli inizi!

Torretta medievale
Torretta medioevale, particolare interno. Naufragare in un mare di libri


La chiacchierata con il sindaco mi ha fatto sperare in un mondo nuovo, lui ha sempre creduto nelle potenzialità del suo paese, i suoi coetanei invece hanno preferito andarsene e lavorare in grandi città. Felice Ciccone sono quarant’anni che lavora attivamente e non lascerebbe Macchiagodena per nessun motivo, ama enormemente il suo paese e direi che è ricambiato.
Alla fine Macchiagodena è un paese fantastisco, ci sono draghi, principesse, streghe, maghi, cavalieri, elfi, gnomi, tante storie da raccontare, da vedere, da leggere, e noi cosa possiamo fare? Semplice! Dobbiamo andare a Macchiagodena e leggere, leggere!
Ringrazio la persona del sindaco Felice Ciccone, di avermi raccontato e fatto conoscere questa splendida realtà.
Vorrei aggiungere che Macchiagodena ha anche tradizioni gastronomiche che ha la sua identità nella polenta, è possibile degustare due varianti : rossa con salsiccia e peperoni, bianca con baccalà e cipolle, quest’ultima ha avuto un prestigioso riconoscimento con il deposito della ricetta presso la camera di commercio di Isernia.

Altro prodotto di eccellenza il tartufo, lo scorzone nero, e formaggi di antica tradizione pastorale.

Macchiagodena nutre la mente, l’anima e anche altro.

Macchiagodena e la sua meravigliosa Torretta Medioevale, traboccante di libri.

articolo di Marina Donnarumma Iris G. DM