Carlo Sorgia presenta il suo ultimo libro

Carlo Sorgia : Il profumo della libertà
ed. Della Torre

CURRICULUM
Carlo Sorgia nasce a Cagliari, classe 1949. Dirigente, pensionato, presso una banca
estera scrive e pubblica poesie(quattro raccolte negli anni dal 2012 al 2018, ediz. Urso) e
narrativa. A Cavallo della Vita ed Booksprint- romanzo autobiografico, Il Sangue è solo
un Liquido? Storia di una famiglia ritrovata ed. La Riflessione (2014), Delitto a Bosa ed.
LFA Publisher (2016), Tutta colpa della luna ed. LFA Publisher(2018), Il maialetto
rapito e altre storie ed. LFA Publisher (2019), Il Fiore del Cappero (2020) ed. LFA,
Storia di una vita d’amore (2020) ed. LFA , La Danza della Vita (2020) ed. Pluriversum.

SINOSSI: SINOSSI
IL PROFUMO DELLA LIBERTA’
Cagliari, in una giornata minacciosa di pioggia Carlo, professore universitario e ricercatore di fama internazionale, sta camminando nell’antico e suggestivo orto botanico che sorge nella valle di Palabanda. Quei luoghi sono stati teatro, due secoli prima, di eventi celebri nella storia della città e dell’intera Sardegna, perché là si riuniva un gruppo di cittadini di diverso ceto sociale e culturale – intellettuali, borghesi e umili lavoratori – accomunati da un unico sogno: liberare l’isola dall’oppressivo governo dei Savoia, i “piemontesi”, e restituire dignità al popolo, stremato dalle tasse, dalla fame e dalle più disagevoli condizioni di vita. Progetti cospiratori che sfociarono in quella che è
passata alla storia come la congiura di Palabanda del 1812.
In quel mattino che a poco a poco vira verso un tiepido sole, Carlo si trova lì per un intento scientifico. Ha un appuntamento con un omologo professore spagnolo per verificare le proprietà straordinarie di una bacca che pare cresca in quel giardino, usata dai primitivi abitanti della Sardegna per i loro riti sacri. E quando crede di aver trovato la pianta e per un maldestro errore ingerisce il succo delle sue bacche, scivola in un sonno profondissimo ma tutt’altro che vuoto. Ispirato anche da una targa in cui si è imbattuto poco prima, posta a ricordo degli artefici della congiura, si ritroverà infatti a ripercorrere quei fatti esaltanti e drammatici, eroici e indimenticati che videro protagonista, tra gli altri, un suo antenato, Raimondo Sorgia, conciatore di professione, ma soprattutto spirito libero animato da un insopprimibile sogno di libertà.
E così, nel flusso onirico di Carlo, ecco riemergere la personalità generosa e coraggiosa di Raimondo, sempre pronto a mettersi in gioco e in pericolo, si tratti di una delle sue mille avventure galanti o di organizzare una rivoluzione, di mettersi in viaggio per la Corsica, per sollevare alla ribellione anche gli abitanti di quell’isola sorella, o di giurare eterno amore alla sua donna. Con lui i sodali nell’impresa disperata: adepti convinti o coinvolti loro malgrado. Nobili, contadini, pastori, duchesse e giovani donne del popolo, ecclesiastici e soldati, chiamati a giocare un ruolo primario o secondario, ma comunque rilevante, nel volgere degli eventi, nella cui soluzione non potranno che recitare una parte di rilievo, come sempre, la vendetta e il tradimento.
E poi, più che semplice sfondo, c’è la protagonista “alla
pari” della storia, se non la principale: la Sardegna, con i suoi luoghi ora infidi ora accoglienti, i riti ancestrali, le tradizioni antiche come le genti che la abitano, e la città di Cagliari, con le strade e i quartieri poveri e malsani dell’epoca. Ma non è un quadro proiettato nel passato, né tanto meno immobile, quello che viene ritratto nel romanzo. Tutt’altro. Che la rivoluzione riesca o fallisca, che raggiunga il suo fine o venga sventata, a soffiare su tutto, inarginabile, c’è lo spirito della modernità e della libertà. Potrà essere soffocata nel sangue, la rivolta, ma non nell’oblio. Il finale sorprendente, allorché Carlo farà la sua vera scoperta di quel giorno, e in cui non è estraneo quel pizzico di magia che sembra avere il compito di richiamare più forte la realtà, ce ne dà conferma.

Prefazione

Racconto, Favola, Fiaba, Storia, Romanzo… Fantasia, Realtà, Mistero…  Ieri, Oggi… un po’ tutto questo; e ancora: Antropologia, Economia, Politica… e ancora: Natura, Usanze, Tradizioni, Cultura, l’Isola… e ancora: Pensieri, Sogni, Vita, Valori… e ancora, e soprattutto, in una serie di molteplici, intriganti attraversamenti, l’Uomo!
Carlo Sorgia ha voluto cimentarsi in un’altra “fatica” letteraria, dopo aver navigato, da buon timoniere, nelle variabili correnti della tenera Poesia, del Giallo intrigante, del Racconto breve, della emozionante Pagina esistenziale… passando da una tipologia di scrittura all’altra con molta naturalezza e concreta capacità di creare un patto immediato con il Lettore, lasciandolo ora emozionato, ora sospeso. ora partecipe protagonista, ora profondamente commosso…
Questo suo ultimo scritto potrei considerarlo una sorta di Romanzo Storico, un genere letterario non semplice ma con il quale l’Autore ha voluto accogliere la sfida. Una sfida particolare, perché coinvolto intimamente nella storia, in quanto discendente ‘secolare’ del Protagonista Raimondo Sorgia. Una sensibile e sentita appartenenza che si espande anche a quella della “Sardità”, un valore isolano di cui tutti i Sardi sono da millenni endemicamente caratterizzati.
Per questo specifico motivo ho ragione di pensare che un libro come questo possa trovare innata simpatia ed interesse variamente sfaccettati nei Lettori che gli si avvicineranno: ho sempre trovato il Sardo legatissimo alla propria Storia che conosce a fondo e gli piace raccontarla, discuterne con estrema consapevolezza.
Ed è lo stesso atteggiamento genetico, ancestrale, anche di Carlo Sorgia che prima di raccontare, innanzitutto a sé stesso, ha voluto documentarsi con la dovuta serietà e severità di uno studioso, cui ha aggiunto quella naturale ‘sanguigna’ simpatia scattata immediatamente per un suo antenato, protagonista di un progetto coraggioso in difesa della libertà del suo Popolo.
Il libro si apre con l’Oggi e attraverso un racconto intrigante, ritorna all’Oggi con una accattivante sfumatura di mistero.
Il tempo di Ieri, insieme ai suoi spazi, scorre ricco di preparativi, tensioni, speranze.
Il primo personaggio che incontriamo si chiama, significativamente, Carlo ed è un noto Professore di Botanica dell’Università di Cagliari, simpaticamente descritto, in ogni dettaglio, alla ricerca, nell’Orto Botanico, di una piantina selvatica di antichissima origine protosarda, le cui bacche hanno poteri ed effetti straordinari. Inavvertitamente ne ingerisce del succo e…
Una prima dissolvenza dell’Autore-Regista che ci trasporta indietro nel tempo ma non nello spazio.
Ed ecco la Storia di un momento cruciale per la Sardegna, i cui quadri e inquadrature vengono incorniciati e scanditi dai capitoli che ne sintetizzano eventi, persone, insomma, tutti i vari, vividi elementi.
Il nucleo da cui parte la Storia porta il nome di una dinastia famosa, i Savoia: un aggettivo che i Sardi sanno ben declinare in tutte le sue accezioni.
Al loro fianco la Guardia Reale e, di fronte, contro di loro il Popolo “suddito”.
L’Autore racconta con dovizia di particolari ogni personaggio e situazione, grazie ad un lavoro di documentazione meticoloso e particolarmente intrigante.
Perché intrigante? Perché il Protagonista di tale pagina della Storia Sarda è un suo antenato: Raimondo Sorgia, un particolare che, però, non lascia spazio  ad una, pur naturale vicinanza affettiva, ma gioca un ruolo oggettivo, realistico, a cui segue, meritatamente, un’immediata simpatia del Lettore per un eroe della opposizione isolana contro i soprusi; un giovane bello, affascinante, elegante, risoluto, intelligente… Un novello Amsicora, il capo della rivolta dei Sardi contro i Romani, in piena II guerra punica (fine III sec. A. C.), come ci raccontano suggestivamente gli Storiografi Polibio e Tito Livio.
Una figura cospicua che aveva modernamente sviluppato una economia agropastorale in attività artigianale, imprenditoriale, cioè la lavorazione della pelle animale e il suo commercio a largo raggio, anche via mare.
Il canovaccio della Storia si dipana velocemente, con una scrittura molto articolata e, per così dire, emotivamente consona nel seguire tutti gli eventi e i personaggi coinvolti, dei quali Carlo Sorgia coglie ogni respiro.
Questa ribellione, organizzata in ogni piega da Raimondo Sorgia, vive di una vita intensa, vibrante, palpitante, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni situazione, in ogni angolo dell’Isola, con una concreta partecipazione dell’Isola “gemella”. Mi viene in mente, non a caso, che il cognome COSSU, da CORSU della Corsica è molto diffuso in Sardegna… palpitante altresì, fatalmente, in un terreno che non poteva mancare nel genere del Romanzo Storico, e cioè l’Amore, che avrà un ruolo importantissimo nella soluzione dell’impresa (che ovviamente qui non dico, per lasciar sospeso il Lettore), con quegli intrecci che l’Autore ha efficacemente e con sagace sensibilità cucito nella sua narrazione.
Ed ecco una seconda, ultima dissolvenza, con una sapiente costruzione “ad anello”, una vera e propria Ringkomposition: si torna, col Prof. Carlo ed il suo atteso collega spagnolo, scesi dall’Orto Botanico, nella Cagliari di oggi, in un ristorante tipico, con le sue specialità profumate e gustose, non lontano dai luoghi della Storia, il sito di Palabanda. 
Frugando nella tasca della giacca, per cercare il sigaro toscano da gustare dopo il pranzo, Carlo trova, casualmente (ma proprio casualmente?), un piccolo oggetto misterioso. Esso racchiude… un sogno ed un profumo: sì, un sogno di Libertà, un profumo di Libertà.
Renzo Scasseddu
Professore di latino e greco
Liceo classico Frosinone
Critico letterario

Il libro è in corso di distribuzione fisica presso le diverse librerie anche fuori della Sardegna

“La condizione umana” di Blaise Pascal” – a cura di Maria Rosaria Teni

L’orgogliosa sicurezza dell’uomo rinascimentale, padrone e signore di un universo che ruota attorno alla sua volontò creatrice, entra in crisi nel Seicento soprattutto per le nuove scoperte scientifiche che allargano immensamente le prospettive anguste del placido naturalismo cinquecentesco. Il rovesciamento di mentalità si avverte chiaramente nei Pensieri di Pascal, percorsi da una sottile e angosciosa inquietudine interiore, che non trova appagamento in una facile religiositò formalistica, ma anzi spinge ad un approfondimento rigoristico del cristianesimo. In questo approfondimento, che si inserisce in questo spazio nella categoria della Letteratura, prevale una

riflessione profondissima che è alla base delle moderne concezioni esistenzialistiche. Dinanzi alla precarietà della condizione umana,  dinanzi all’infinito spazio -temporale scaturisce il confronto con la spiritualità romantica di Leopardi nell’Infinito o all’angoscia pascoliana dell’uomo pendulo nella Vertigine.

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella che la segue («memoria hospitis unius diei praetereuntis»), il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è motivo che sia qui piuttosto che là, ora piuttosto che un tempo. Chi mi ci ha messo? Per ordine e volontà di chi questo luogo e questo tempo sono stati destinati a me?

Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta.
È una cosa orribile il sentir scorrere via tutto ciò che fa parte di noi.

L’uomo non è che un giunco, il più debole nella natura; ma un giunco che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre piú nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla.
Tutta la nostra dignità consiste , dunque, nel pensiero. In esso dobbiamo cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non sapremmo riempire. Diamo opera dunque pensare rettamente: ecco il principio della morale.

L’uomo non è né un angelo né una bestia e disgrazia vuole che chi vorrebbe far l’angelo fa la bestia.
Blaise Pascal

dai Pensieri, tr. di V.B.Alfieri, ed. Rizzoli

Blaise Pascal
                     Blaise Pascal (1623 – 1662)

Blaise Pascal, nato a Clermont nel 1623, fin dalla più tenera età si dimostra essere un genio della matematica, tant’è che a soli 16 anni compone il Saggio sulle sezioni coniche, in cui espone uno dei fondamentali teoremi della geometria proiettiva che è tuttora noto come ‘Teorema di Pascal’. A 18 anni inventa la primissima calcolatrice, conosciuta come ‘Pascalina‘. Nel 1648 dimostra sperimentalmente che il livello della colonna di mercurio in un barometro è determinato dalla crescita o dalla diminuzione della pressione atmosferica circostante, confermando l’ipotesi dello scienziato italiano Evangelista Torricelli sugli effetti esercitati dalla pressione atmosferica sull’equilibrio dei fluidi; l’unità di misura della pressione, in fisica, si chiama Pascal in suo onore.  Sei anni dopo elabora anche la teoria delle probabilità, che diverrà fondamentale in campi come la statistica e nella fisica teorica moderna. Fra gli altri importanti contributi che Pascal porta alle scienze vi sono la cosiddetta ‘legge di Pascal‘, in base alla quale i fluidi esercitano la stessa pressione in tutte le direzioni, e le ricerche sul calcolo infinitesimale. Nella ricerca scientifica di Pascal la sperimentazione empirica diventa fondamentale e la concezione che emerge nelle scienze è di carattere evolutivo. Nel 1656 Pascal compone le diciotto celebri Lettere provinciali, in cui difende le dottrine gianseniste e critica la morale dei gesuiti, esponendo anche una sua interpretazione della concezione della predestinazione divina. Nel 1670 vengono pubblicati postumi i Pensieri, che sarebbero dovuti essere gli appunti preparatori per una grande opera filosofica intitolata Apologia del cristianesimo. L’apologetica pascaliana del cristianesimo si fonda su una ripresa della spiritualità di san Paolo e di sant’Agostino, ma anche su un abbandono delle procedure razionali e dei metodi dimostrativi nell’ambito della fede religiosa. Per Pascal, l’Uomo si trova in una condizione in cui si trova a essere sospeso tra due infiniti: l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo; entrambi questi limiti, come in matematica, sono impossibili da raggiungere con la conoscenza. Ciò che occorre fare, quindi, è lasciare da parte il dogmatismo della ragione, che risulta essere inutile nei confronti dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. Non bisogna neanche però cadere nello scetticismo.  La condizione umana è un’intreccio di bassezza e grandezza: l’uomo è sospeso tra il rango di “angelo” e quello di “bestia”. È continuamente ingannato dai sensi e dalla ragione; i principi politici sono relativi, così come quelli culturali e i costumi. L’uomo, per Pascal, è sempre impegnato in qualcosa per evitare di essere oppresso dalla noia e dall’impotenza, per non essere schiacciato dal nulla e dal vuoto: è sempre in movimento. Cerca di dimenticarsi della sua condizione di sospensione con il divertissement, la distrazione, il divertimento e l’oblio di sé; ma prima o poi la disperazione torna ad assalirlo. Muore a Parigi nel 1662.

Il colore della poesia: Iris G. DM

Affondo il viso nel velluto notturno della notte, scende verticale il suo drappeggio di stelle e la luna appesa alle note della ninna nanna. Danzano i rami in odore di limonaie, posa la madre il bimbo nella culla. Le onde blu e sonnolenti, sciabordano lievi, la spiaggia è stesa di seta e di conchiglie.

I cuori che amano dormono e sognano, i cuori che non amano sono insonni, leggono libri dentro le loro storie.Iris G. DM

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Il colore della poesia: Iris G, DM

Nuda sull’alba immortale,

l’esistenza stesa sull’orizzonte con i profumi del bosco,

le labbra bagnate di copiosa rugiada,

tu il fiume e il sangue,

il vento e poi morire d’amore, non si può.

Ho vissuto invano,

tra il sacro e profano,

riempire vuoti mai colmati,

inghiottire l’ultima goccia di veleno,

cadere e farsi male,

un tacco rotto, le calze smagliate.

Delle parole ricordo il suono,

non la verità,

cadono, e tu fiume e sangue. Iris G. DM

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Apologia del piatto, di Marina Donnarumma Iris G, DM

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Un apologia del piatto o meglio dei piatti ispirata dalla mia amica Imma Paradiso. Un rapporto molto vissuto, intrinseco ed estrinseco con i piatti.

Certe volte le amicizie ti colgono all’improvviso, alcune magari sono dei mattoni tosti sul collo, altre invece danno alla tua vita un senso di ilarità e di complicità. Una di queste mie amiche conosciuta in modo inaspettato mi ha ispirato ” l’ apologia del piatto ” Non ci avevo mai pensato ma la vita di noi donne è dominata dalle stoviglie 😂😂😂. Magari ci pensiamo ma è un pensiero talmente indecente che non vorresti averlo. Riflettiamo donne a quanti piatti abbiamo lavato o laveremo😱. Intanto avete fatto caso che i piatti hanno una vita propria? Quando la sera vai a dormire, dai una sbirciata al lavello, molto malevola e decidi di farti una doccia ed andare a dormire. La mattina dopo, i piatti sono cresciuti. Eh si crescono! Nel mio lavello crescono tutti i momenti, una gemmazione continua di piatti, bicchieri, pentole, posate! Ogni tanto compri piatti e bicchieri di plastica ma, poi ti senti un assassina del pianeta Terra e quindi non li compri più, perché, hai anche notato che, la tua famiglia adopera di tutto e i piatti crescono crescono. Quando diciamo che abbiamo una vita piatta, si ben capisce cosa intendiamo! Io direi una vita di una piattitudine immensa😱. Comunque devo ammettere che, durante la mia vita ne ho rotti di piatti! Tante volte i piatti mi sono serviti per sfogare la mia rabbia. Avete presente quando ti sale il sangue al cervello e per non commettere un omicidio, prendi i piatti e uno per uno li lanci per terra? E quel rumore di cocci una soddisfazione immensa! L’unico inconveniente che devi raccoglierli, buttarli e… pesano! E comunque ti ritroverai per casa, anche per più di qualche mese frammenti di cocci, volati nei posti più impensati. Ritornando alla mia amica, per lei i piatti sono il suo incubo. In ogni momento della sua giornata ancora non ha finito di fare i piatti. Lei non ha un appuntamento con la vita ma, con i piatti😱. Due sono le cose o il problema è lei o sono i piatti che ce l hanno con lei. Sentirsi perseguitate dalle stoviglie è un vero incubo, noi donne non diciamo me so rotta le…ma mi sono rotta i piatti😂😂😂I piatti possono essere anche un motivo serio di separazione quando la scusa è…. Caro, ma devo fare i piatti … 😂😂😂. In poche parole la nostra vita è devastata dai piatti , dominata da montagne di stoviglie, da mancati appuntamenti a causa dei piatti. Quante volte abbiamo detto nella nostra vita, -non posso, ho tanti piatti da fare! 😩. Insomma è vita questa o un insieme di vicissitudini di piatti? Sinceramente non so, ora vado, devo finire di fare i piatti😱😂😂😂Iris G.DM

Racconti: UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

Ma chi è quell’uomo nel mio giardino, pensa la donna. Sembra un Poeta,fa qualche passo verso di lui e si accorge che il viso dell’uomo è rivolto verso la capanna costruita da Lei con foglie sempre verdi. Ehi ,alza il tono di voce guardando l’uomo.

Girato di spalle a Lei, sussurra un’amara filastrocca x le sue orecchie:” oh dolce fanciulla ti stavo aspettando,la mia vita senza te non ha nessun significato!.

La donna infastidita,toglie lo sguardo dall’uomo e si accorge,che nel suo angolo paradisiaco,ci sono tanti ,presunti Poeti….che poi la poesia per la donna nn è come la fanno loro.La poesia descrive un’emozione provata, un’istante lo fa diventare eterno,il soggetto lo racconta con dolcezza,delicatezza fantasia personale e non una serie di parole con linguaggio forbito,che alla lettura risulta arrogante, il contenuto  inventato e sforzato  nel sentimento , con indice accusatorio, il dolore viene raccontato come frustrazione pesante e nn come un dolce canto liberatorio…mah, sussurra tra sè si sono presi la licenza poetica da soli pensando di poterla ottenere grazie a quel foglio di carta,rilasciato dagli Atenei …

Immersa nel suo pensiero la donna continua,nn mi spiego, pensa, mi cercano mi perseguitano l’anima e nei sogni,mi studiano in questi contesti per trovarmi in carne nella realtà…Sono due cose diverse,la realtà ha altri ingredienti,il saper arrangiarsi x discutere col potere,la facciata esteriore,molto importante e lì si combatte con  l’inganno e la cattiveria,il padrone denaro,la forza,il coraggio….che c’entra con la poesia….che confusione fanno?Eppure gliel’ho detto tante volte,…si,si abbiamo capito,hai ragione anche noi siamo così…ed invece non hanno capito un tubo e si sentono presi in giro….e via, con un giro di poesie fatte di insulti…

Contenta,scaldo i motori della fantasia,del sogno,pensa la donna  descrivendoli in poesia….e guarda che disastro…devo spegnere tutto? No , mi piace,cibo  per l’anima.

Quel viso conosciuto nella realtà,  ha regalato alla donna un luminoso e spontaneo sorriso,piaciuto molto,però,solo rincorsa nella poesia ,con l’anima ,ma si lamenta di non vederla nella realtà partecipe nello stesso modo.. Quando si chiede tempo all’anima,se  lo dona,è questo l’affetto che dimostra,per sempre ti include nei sogni nell’immenso, nel cuore,ma non si può trasformare in realtà se non ci sono presenti gli ingredienti di essa….

La donna si avvicina al presunto Poeta….svanito,così anche gli altri,di fronte si trova l’uomo dal maglione blu a girocollo le sfiora le labbra…Si dirigono verso la loro capanna di foglie verdi. Con sè luomo ha una valigetta,una volta entrati,in capanna,la apre, l’aria  si riempie di profumo d’amore,dolcezza tenerezza protezione…e mentre respira queste dolcezze….un trillo assordante…la fa sobbalzare,…è il telefono….ciao Giulia,….è? come? quando? per quanto tempo?….un’assistenza impegnativa direi…

Daniela Patrian 

Dipinto acrilici, acquarelli

Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

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Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

Come luna all’alba

Quando dissolverò

sbiancando,

come luna all’alba,

rannicchiandomi

nel tempo amico,

antico,

nascondendomi

nella memoria

di un sasso amato,

perché amore,

non avremo più tempo

alla sera,

quando le lucciole

scorteranno la notte

con le vive lucertole,

assise,

nel paradiso dei sassi,

per scrivere i giorni

raccoglierne il senso,

strapparci il cuore

e correre oltre i limiti

di un paesaggio d’amore,

perché siamo ammalati :

Ammalati di un futuro

con le metastasi in cuore .

Ritafrascaodorizzi

LUGLIO, di Roberto Busembai

LUGLIO, di Roberto Busembai

LUGLIO

Ti sveglierò cadendo

come le nuvole dal cielo

e soffierò sul tuo viso

come quel vento

leggero che sente il tuo lamento,

sarò sostentamento e sospiro

nei caldi sogni diurni

e mite brillio delle notti

fatte di stelle e lucciole vivaci,

sarò sulle spiagge e sulle valli

come sabbie calde e fieni asciutti,

e ti sveglierò di nuovo

perchè possa amare il silenzio

di un calmo mare azzurro,

perchè io sono Luglio,

il tuo faro perenne 

e non voglio di te 

nessun tormento che t’abbia a rapire,

e ti sveglierò per sempre

che non abbia a dormire

per perderti tutto questo.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web

Racconti: “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

Racconti, “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “

C’era una volta in un prato un bruco di nome PICANTO molto bravo a dipingere, passava le sue giornate a colorare e a cantare.

Aveva come amici AMELLIA la farfalla che ammaliava tutti con le sue ali colorate, che ad ogni battito lasciava cadere una polverina di tanti colori e ogni cosa diventava più bella.

E poi c’era anche COCCICI’, una bella coccinella che era molto fiera di avere le sue ali di colore rosso e a pois neri.

Erano sempre insieme a svolazzare e guardavano dipingere il loro amico PICANTO, lodandolo per la sua bravura.

Quel pomeriggio c’era il sole che splendeva e tutto era più bello, ad un tratto videro arrivare con molta lentezza la loro amica chiocciola, si avvidero che aveva l’aria molto triste e le domandarono in coro: perché sei triste comare CHIOCCI!

Lei rispose che si sentiva brutta di fronte ai suoi numerosi amici quasi tutti colorati.

Restarono in silenzio per qualche tempo, e poi la farfalla AMELLIA, parlò all’orecchio di PICANTO e di COCCICI’.

Gli chiese se poteva colorare la casa di CHIOCCI’.

Allora PICANTO esclamò: avvicinati dipingerò la tua casa con i colori dell’arcobaleno e sarai la più bella chiocciola mai esistita!

Detto questo, presto fatto.

In men che non si dica la casa di CHIOCCI’ si trasformò in una miriade di colori e felice e contenta sfilava su e giù per il prato sfoggiando la sua bella e colorata casa.

Continuò a girovagare per tanto tempo, alla fine sfinita ringraziando salutò i suoi amici, rientrò nella sua bella casa e si addormentò tutta felice.

UN GIORNO SENZA COLORE, di Dario Menicucci “Le mie poesie”

UN GIORNO SENZA COLORE, di Dario Menicucci “Le mie poesie”

UN GIORNO SENZA COLORE

Non manca molto

al tramonto.

Dalla finestra assisto

al silenzio dei cortili.

Al languido tremolio

delle foglie accecate.

Nemmeno un’ombra

sulle piazze.

Eppure il declino

trasuda dai colori.

Echeggiano soltanto 

smanie soffuse.

I gemiti di un giorno

senza parole.

Dario Menicucci

Non mi dire mai la verità, di Giuseppe Cataldi

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Non mi dire mai la verità, di Giuseppe Cataldi

Non mi dire mai la verità

la verità è una cosa fredda cerebrale

non ha figli non può far figli

non ha amici, non è sensuale

non dice barzellette non ride e non sorride

non strappa le lacrime quando il cielo s’oscura

la verità non vuol far vivere

vuole fulminare un momento

dimenticandosi di tutti gli altri

non vuole accorciare le distanze da TE

puoi praticarla nella scienza nelle materie esatte

nello scorrere del tempo ma forse manco in quello

io ti dirò la mia verità quella

che rubo ai cespugli spinosi

quella che vivo sulla pelle

screpolata e disattesa di umidità

nella musica delle mie parole

ma anche in quella che rotola nel rock

è una verità senza misura possibile

assoluta e dissoluta nelle intenzioni

fatta di sesso di tenerezza

di urla che il corpo trasforma

ed ancora sempre di Te