SENTIERO, di Antonia Pozzi, analisi di Elvio Bombonato

Author: Cristina Saracano

SENTIERO

E’ bello camminare lungo il torrente:  
non si sentono i passi, non sembra  
di andar via.  
Dall’alto del sentiero si vede la valle  
e cime lontane ai margini  
della pianura, come pallidi scogli  
in riva a una rada – si pensa  
com’è bella, com’è dolce la terra  
quando s’attarda a sognare  
il tuo tramonto,  
con lunghe ombre azzurre di monti  
a lato – si cammina lungo il torrente:  
c’è un gran canto che assorda  
la malinconia –  

ANTONIA POZZI, Breil, 9 agosto 1934

Strofa unica di 14 versi; ho contato: 3 doppi senari; 2 endecasillabi; 2 quinari; 1 doppio settenario; 3 novenari; 1 ottonario; 1 settenario; 1 senario.
La poesia, ambientata in montagna, descrive il sentiero lungo le sponde del torrente. Alla poetessa piace ‘camminare lungo il torrente’, non sente i propri passi, non le ‘sembra di andar via’. Ci sono la valle e le cime dei monti; la terra, bella e dolce, sogna il tramonto, quando l’azzurro scende dai monti; il rumore del torrente sembra un ‘canto che assorda la malinconia.

Momenti di poesia: Rimpianti di Caterina Alagna

Momenti di poesia: Rimpianti di Caterina Alagna

Author: caterinaalagna

Su nudi sprazzi di chiarore

ho affisso i miei giorni.

Appaiono gli attimi

in cui dagli occhi sgorgano

rivoli di acume, comprensioni che

tardi giungono a colmare

gli spazi vuoti della vita

che vergini invocano gli sguardi

e i rimpianti pregni d’ira.

Tratta dal mio blog https://ilmiocantopoetico.altervista.org/

https://alessandria.today

RSA Livia e Luigi Ferraris Mombaruzzo (AT)

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Leggi oltre 75.00 post su: https://alessandria.today

Ci conosciamo solo via social, quindi mi sembra corretto, come premessa, dare qualche informazione in più sul mio conto. Io sono Graziella Stivilla, sono un’assistente sociale e direttore di comunità socio sanitaria.

Da qualche mese sono alla direzione della RSA Livia e Luigi Ferraris di Mombaruzzo (AT).

La struttura è stata Acquisita ed è gestita dalla Coopservizi Group Fvg.

All’interno della Casa, vivono  due validissime collaboratrici, le suore della congregazione Maria della neve, dalle quali la struttura è stata acquistata.

Oggi ho pensato di iniziare a mostrare ad i nostri anziani ed agli operatori, uno spiraglio di luce dopo la stretta chiusura Covid.

approfittando del fine percorso di catechesi, che i bimbi svolgono nella chiesa della Struttura, ho pensato di offrire loro una merenda con possibilità di saluto a distanza ai nostri anziani.

Abbiamo scelto l’incontro tra generazioni per aprire le porte alla speranza, alla gioia, alla partecipazione comunitaria. La presa di Cura con gioia e serenità è possibile, mantenendo un’elevata professionalità e senso di responsabilità per il benessere di tutti.

Allego qualche foto dell’evento e della struttura.

grazie ancora se potrai aiutarmi a presentare questa bella realtà. È una piccola struttura, Mombaruzzo è nota soprattutto per gli amaretti ma un gioiellino di casa di riposo, immersa nel verde e nella quiete merita di essere valorizzata.

Graziella.



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Il poeta ” Il cui nome fu scritto sull’acqua”

“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.

NAPOLI

“All’Autunno” di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.
E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo  Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.

Il poeta ” Il cui nome fu scritto sull’acqua”

“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.

“All’Autunno” di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.
E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo  Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.

Howard Shore con poesie di Dario Jaramillo Agudelo

grande voce poetica sudamericana

Avatar di almerighialmerighi

Dario Jaramillo Agudelo, poeta colombiano, 1947

Nessuno tocchi questo amore.
Ignorino tutti la cautela del nostro cielo notturno
e che il segreto sia l’aria gioiosa dei nostri placidi sospiri.
Nessun estraneo venga a contaminare
il tuo e il mio sonno:qualsiasi visitatore
viene a invadere il tiepido ambito da noi abitato;
qui il tempo è acqua fresca in movimento,
quasi sottile volo,e tutte le persone vivono
molto lontano dal nostro giardino allucinato,
fuori dal nostro paradiso segreto.

*

Elogio della mia notte bianca,
soppressione degli abissi del mio cuore,
annientatrice dei miei momenti atroci.
Benedette la tua carezza e la tua parola, Signora della Placida Ronda,
ragazza mia che detesta piangere al mattino,
ragazza che parla da sola nella casa e ride.
Onda fragile, sotto il mio corpo ardente il tuo corpo mio si calcina in un delirio di luce
e allora siamo una sola sostanza.
Fiore del mio ansimare e…

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Giorni dispari con le mani tra i capelli, di Iris G. DM

Giorni dispari con le mani tra i capelli,

due note,

due tasti,

noi perdiamo la vita che scorre,

lisci come porfidi,

cadono foglie di nuvole,

aspettiamo figli che non verranno,

ancora due note,

Due lacrime forse?

Due baci, ancora due baci?

E’ buio, la notte è nera.

Due stelle,

due note,

due, perchè due?

Siamo due, due fogli di carta,

due figli,

siamo due,

per amare?

Bisogna cominciare da due,

giorni pari,

giorni dispari con le mani tra i capelli,

due mani,

noi due,

due note,

due arie,

due per amare. Iris G. DM

GIOCHI D’ ESTATE, di Mirella Ester Pennone Masi

GIOCHI D’ ESTATE

… sì, l’ho sentito posarsi

quel vento gaudente di sole,

e tutto pulsò in un sospiro

di menta di mirto e di viole.

Mi colma di cose segrete

quest’anima invasa d’amore

da quando saltasti la siepe,

tra quella notturna rugiada.

Ma un tuono turbò quella fiaba

e sulla baia gettò il grigiore,

adesso che tutto rabbuia

il vento non sfoglia quel fiore.

Il prato ridesta quell’eco

di un’estate rovente di mare,

e l’onda già raspa, mancante

al gioco fugace assordante.

Mirella Ester Pennone Masi@ /27 maggio 2019

photo web

Settembre si stropiccia gli occhi, lentamente

Settembre si stropiccia gli occhi, lentamente. Guarda piano davanti a sé, non ha pretese, né le aspettative dell’estate.

Settembre arriva senza affanni, senza rimpianti. In silenzio, nascosto dietro una nostalgia salata che si asciuga al riparo di una foglia, inizia a respirare.

È una rosa che indossa un nuovo abito.

Alba che non teme il tramonto.

Sole che non brucia ma lenisce.

Timido sguardo che riconosce.

Settembre è una lettera inviata da ignoto mittente con un messaggio che desta curiosità e desiderio di scoperta in chi la riceve.

È profumo di terra umida, di passeggiate nell’aria frizzante del mattino, di miele e di castagne, di torta di mele e cannella, di lunghe chiacchierate sorseggiando un buon tè e di pagine di libri lette lasciando la fantasia libera di volteggiare tra le emozioni.

Nella testa, intanto, sfrigolano pensieri caldi e nuovi progetti. La voglia di (ri)cominciare è lì che scalpita.

(Federica Sanguigni)

NOI SCONOSCIUTI, di Rosalba Di Giacomo

NOI SCONOSCIUTI

Quanto di sconosciuto c’è in noi tutti

io mi chiedo, talvolta, quando intorno

mi guardo e penso che celiamo i frutti

meno belli per dare a chi sta attorno

il meglio di noi. Che nulla ci imbrutti!

Per evitare, poi, qualunque scorno,

noi ci sveliamo simpatici e dutti

perché vogliamo sempre un buon ritorno

di immagine ma, in verità, chi siamo

lo custodiamo in noi, gelosamente,

di certo per pudore o ritrosia.

Forse nemmeno noi, in vero, sappiamo

se poi sinceri siamo realmente.

Posto lasciamo all’altrui fantasia.

Rosalba Di Giacomo

ABAB/ABAB/ CDE/CDE

SETTEMBRE, di Roberto Busembai

Ho atteso sulle pagine

di un libro

il verde del presente

e un raggio di sole,

ho atteso sulla panchina scarna

quel senso lieve di carezza

purezza e pace tutto intorno,

ho atteso di nuovo

il tuo ritorno,

Settembre che porti via le foglie

e apri a caso un libro,

ti ho atteso e

ora ti vengo incontro

come il tramonto, piano,

sento a me vicino,

l’estate è stata un sogno.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web

INFINITI INQUIETI, di Silvia De Angelis

Ho messo da parte quella transazione d’amore
sfumandola su pianali di vento uniforme
Salvaguardo ora l’inclinazione dell’anima
dedita a cadute irriguardose
in quel tuo altalenante esigere 
oggettività discordi dal mio encomio passionale
Pone distanza a una dolce visione
da assaporare in un assolo coinvolgente
Se vorrai vivermi nella dimensione
d’uno struggente autunno
sarò foglia sublime che si piega al vento delle tue lusinghe
vacanti nello spazio d’ascolto aperto a infiniti inquieti…
@Silvia De Angelis

Intervista alla scrittrice alessandrina Liliana Angeleri

Intervista alla scrittrice alessandrina Liliana Angeleri

A cura di: Pier Carlo Lava – Social Media Manager

Sono lieto di pubblicare un interessante intervista alla scrittrice alessandrini Liliana Angeleri:

Liliana Angeleri – Autrice

Ci vuoi raccontare chi sei, cosa fai nella vita e qualcosa della città

dove vivi? 

Io amo leggere un po’ di tutto, specialmente le biografie.

Sono in pensione, dopo aver lavorato come impiegata nelle Poste centrali di piazza della Libertà, al primo piano in Alessandria che è un capoluogo di provincia.

Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo? 

Ho iniziato a scrivere sceneggiature per film lungometraggio in seguito a una forte improvvisa intuizione che ho descritto nel mio penultimo libro: CHI ERA? LA VOCE DEL SILENZIO EDIZIONI WE la cui sceneggiatura è all’attenzione del regista ALFREDO MARIANI.

Chi è per te uno scrittore?

Chi descrive le proprie emozioni è un sempre un cronista del proprio tempo che assorbe e trasmette, fissando nel tempo, l’humus dell’epoca in cui vive.

Una panchina per gli ANGELI di Liliana Angeleri

Ci vuoi parlare del tuo libro “UNA PANCHINA PER GLI ANGELI?”

Questa nuova pubblicazione è uscita a cura dell’editore ROSSINI.

A pandemia appena terminata, in centro commerciale alcune donne si siedono, in tempi diversi, su una panchina, sole o con i loro partner o con una amica e si narrano. Una di loro ricorda il regime alimentare che le ha permesso di dimagrire senza perdere la freschezza del viso, e vi sono molti altri argomenti. La panchina è il testimone inconsapevole di aver traghettato emozioni. Le persone che si alzano e si allontanano si sentono più leggere, come le piume degli angeli.

Quali sono i tuoi autori preferiti e chi ti ha ispirato?

Nessun autore in particolare, ma le emozioni che descrivo sono la somma di tutte le letture e di tutte le vicende vere che ho vissuto e che ho sentito narrare.

Ci vuoi parlare degli altri libri che hai scritto? 

I libri che ho scritto sono stati ispirate dalle sceneggiature che sono in attesa di essere trasformate in film:

IL ROMANZO DI ALERAMO: romantico/cavalleresco/fantasy. Il primo marchese del Monferrato

IL BRIGANTE GIUSEPPE MAYNO: un brigante che rubava ai ricchi per donare ai poveri, con una deliziosa storia d’amore.

BOLLE DI SAPONE: (GAGLIAUDO e gli UMILIATI) formato da due romanzi brevi ambientati nell’alto medioevo. Ora in ripubblicazione con due romanzi separati.

VIAGGIO NEL MONFERRATO SULLE ORME DELLA CAVALCATA ALERAMICA– Illustrato con molte immagini su Amazon: composto da un viaggio sulle orme della cavalcata aleramica e un itinerario romantico nelle Langhe.

CHI ERA? LA VOCE DEL SILENZIO: una vicenda vera di una donna che ha vissuto fenomeni inspiegabili

Secondo te cosa pensa la gente degli scrittori?

Sono ammirati da chi ama leggere e dimenticati dai non lettori.

Ci vuoi parlare delle sceneggiature? 

C’è, recentemente. un po’ di interesse da parte di alcuni produttori. Speriamo!

Quanto tempo dedichi al giorno alla scrittura e solitamente a che ora

preferisci scrivere?

Scrivo nel pomeriggio dalle due alle quattro o anche di più ore.

Cosa consigli a chi vuole iniziare a scrivere? 

Di conoscere bene la grammatica e la sintassi oltre all’ortografia.
Stai già scrivendo il prossimo libro e nel caso ce ne vuoi parlare?

Si ho un progetto ma è ancora molto da definire.

Progetti e sogni nel cassetto?

Il mio sogno che almeno una delle mie sceneggiature sia trasformato

 in film.

Racconti: Ero in auto, guidavo e pensavo ai fatti miei, di Lorenzo Rossomandi – scritti

Ero in auto, guidavo e pensavo ai fatti miei.

D’un tratto vedo un gatto nero che, dal marciapiede della strada, decide di attraversare. E lo fa proprio davanti all’Opel Corsa che mi precede. Uno schizzo rapidissimo e, con due balzi, arriva al marciapiede opposto, fortunatamente sano e salvo.

Il tipo con la Corsa, nonostante il gatto fosse ormai passato, frena di scatto e si sposta sulla destra fermandosi. Non mi aspettavo questa manovra, ma avevo abbastanza distanza di sicurezza da permettermi di rallentare e scansarlo. Mentre lo sorpasso do un’occhiata al guidatore, senza un motivo valido, così d’istinto. Lo vedo guardarmi con un sorriso beffardo. In un attimo capisco: mi ha fatto passare perché, la presunta sfiga del gatto nero che attraversa la strada, me la becchi io…

Mi chiedo fino a quanto possa essere idiota la gente superstiziosa.

Finito il sorpasso guardo lo specchietto retrovisore. Vedo la Corsa rientrare nella carreggiata e…SPAM!

…andare a sbattere con la fiancata al furgoncino che la stava sorpassando e non si aspettava di certo quella manovra.

“Ma non doveva essere passata a me la sfiga?” Mi chiedo sorridendo, questa volta io, beffardo scuotendo la testa.

E se, a portare sfiga, sia il fatto di essere superstiziosi?

FIGLIO DELLA NOTTE, di Paola Varotto

FIGLIO DELLA NOTTE

Non sarò mai

il tuo sogno proibito

in un policromatico esercito

bruno, fulvo, mesciato.

In un espandersi di parole

che lasciano il vuoto

ma necessarie

al tuo Ego.

La notte

sciorina dubbi

e regala cicatrici

che tatuano le mie giornate

con colori scuri

e tenebrosi.

Vorrei attraversare

uno spazio temporale

che divide i nostri occhi

e i nostri corpi

che allontana emozioni

e regala delusioni.

Sei figlio della notte che

non sa spiegarti

i percorsi del cuore

le vie tortuose da seguire

e… fra mille comparse

scegliere il tuo faro!

© copyright L.633/1941

Paola Varotto

Dalla Silloge “IL VARCO DEI SOGNI” GLI STRAPPI DEL CUORE, di Santina Gullotto

Dalla Silloge “IL VARCO DEI SOGNI”

GLI STRAPPI DEL CUORE

Un pezzo alla volta gli strappi del cuore,

parole mai dette e azioni si fatte…

Un giorno e un altro passa inerte,

ferite nel cuore che vengono inferte…

Insana coscienza di amara disfatta,

non fa della vita contesa già assolta…

Gli strappi del cuore dolore indecente,

di offese subite lontane nel tempo,

riportano ad oggi per nuove ferite,

tra le pieghe del cuore si van riscoprendo…

Gli strappi del cuore che insedian la vita

e non perdonano errori alla nuova partita…

Partita truccata d’insana onestà,

che gli strappi nel cuore non sanano ormai,

nella vita di oggi di malsana fiducia,

che non fa sconti ne può avere pietà…

@Santina Gullotto

Ritratto a matita

Sarai, di Giuseppe Pippo Guaragna

Sarai

Sai? Ho rinchiuso

in un piccolo scrigno,

d’ametista e di giada,

il desiderio di te

che mi sconvolge e avvolge,

diafana rete,

tessuta di bisso

e di amari rimpianti,

fine trama ed ordito

che m’avviluppa e tiene.

Tu, che vestita

di nuvole e vento,

boccioli di rosa

nei biondi capelli,

sarai la mia amante

tra dubbi e tormenti,

la mia ultima Thule,

la follia di un momento

un attimo d’estasi.

Sarai il desiderio

d’esserci ancora,

struggente tristezza

cupa melanconia,

un riflesso di luna

tra gli ulivi sul colle.

Sarai quel lembo

di notte stellata,

spenta dall’alba

che la porta via.

GPG

Una sera come tante, di Giovanni Giudici

“Una sera come tante” di Giovanni Giudici

Pubblicato il 1 settembre 2022 da culturaoltre14

Pubblichiamo una poesia di Giovanni Giudici, una delle voci più originali del Novecento, rimasto uno degli ultimi grandi intellettuali del secolo scorso, in quanto parte di quella tradizione poetica legata a un rapporto più diretto con le cose e a una lingua più tradizionale. La poesia di Giovanni Giudici  ha attraversato tutta la letteratura italiana del secondo dopoguerra, arrivando fino alle soglie dell’era postmoderna. I temi cruciali della poesia del secondo Novecento, primo fra tutti lo sfaldamento del soggetto e il suo smarrimento entro una realtà molteplice e dai significati oscuri, sono affrontati dai maggiori poeti con strumenti formali e modalità espressive elaborate attraverso un continuo dialogo con i più cospicui riferimenti della tradizione lirica moderna. È il caso di un poeta come Giovanni Giudici, che il motivo dell’angosciosa e insieme grottesca insufficienza dell’Io, strangolato tra maschere sociali, sensi di colpa e perdite di identità, prima teatralizza con una lingua umile poi trasforma in una vicenda assoluta innalzandone a poco a poco il tono, attraverso l’incrocio di lingua letteraria e lingua umile, e l’uso di schemi tradizionali come il sonetto variato però e fatto esplodere dall’interno.

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

Giovanni Giudici

da La vita in versi (1965)

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Giovanni Giùdici,  (Le Grazie, La Spezia, 1924 – La Spezia 2011); della sua formazione cattolica e del suo lavoro nell’industria ha fatto i poli di una tensione che lo trascende e caratterizza il suo impegno civile. All’oscillazione tra il comico e il tragico delle prime raccolte importanti (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O beatrice, 1972) è succeduta l’individuazione di un tono dal più ampio spettro, irrispettoso delle convenzioni e prossimo a un forzato monostilismo (Il male dei creditori, 1977; Il ristorante dei morti, 1981; Lume dei tuoi misteri, 1984; Salutz. 1984-1986, 1986; Fortezza, 1990). Collaboratore di giornali e riviste, G. è autore di alcune raccolte di saggi (La letteratura verso Hiroshima, 1976; La dama non cercata, 1985), e di molte traduzioni (da E. Pound, R. Frost, J. C. Ransom, S. Plath, A. Puškin, ecc.) che rappresentano un momento centrale nel suo stesso esercizio poetico; una scelta è apparsa nel volume Addio, proibito piangere e altri versi tradotti (1955-1980) (1982). Dopo la raccolta complessiva Poesie (1953-1990)(2 voll., 1991), ha pubblicato un originale libretto di riflessioni sulla poesia dal titolo Andare in Cina a piedi (1992). L’interrogazione metafisica si è fatta più acuta nella trilogia: Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). Le sue poesie complete sono edite in I versi della vita (2000), ai quali sono da aggiungere Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002 (2004).

Quando il giorno al crepuscolo si svuota, di Nelly Sachs

“Quando il giorno al crepuscolo si svuota” di Nelly Sachs

Pubblicato il 31 agosto 2022 da culturaoltre14

Quando il giorno al crepuscolo si svuota

e il tempo non ha più immagini

e si uniscono le voci solitarie –

gli animali altro non sono

che cacciatori o cacciati –

solo profumo i fiori –

quando ogni cosa diventa innominata

come all’inizio –

scendi nelle catacombe del tempo,

che si aprono a chi è prossimo alla fine –

là dove crescono i germogli del cuore –

cali

nell’interiorità oscura –

sfiorando la morte

che è solo un passaggio turbinoso –

e nell’uscire

apri rabbrividendo gli occhi

gli occhi dove una nuova stella

ha lasciato il suo riflesso –

Nelly Sachs

( da Le stelle si oscurano, 1944/46 – trad. Ida Porena)

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ph Eleonora Mello

Nelly Sachs è una poetessa tedesca (Berlino 1891 – Stoccolma 1970). Figlia di un facoltoso commerciante ebreo, esordì con poesie e racconti, in seguito ripudiati, di tendenza neoromantica. Nel 1940, con l’aiuto della scrittrice S. Lagerlöf (cui aveva dedicato le sue Legenden und Erzählungen, 1921), si rifugiò con la madre in Svezia, dove poi prese la cittadinanza. Il trauma delle persecuzioni e della fuga provocò una rottura netta con le precedenti esperienze e l’avvio di una produzione lirica e lirico-drammatica nuova, in cui si fondono il destino personale e quello del popolo di Israele, ossessivamente evocati tramite un linguaggio immaginifico che si fonda su tradizioni antiche personalmente recuperate. La prima raccolta delle liriche della nuova maniera, In den Wohnungen des Todes, è del 1947. Seguirono: Sternverdunkelung (1949), Und niemand weiss weiter(1957), Flucht und Verwandlung (1959) e Fahrt ins Staublose (1961; trad. it. 1966), raccolta di tutta la lirica dal 1946, integrata dalle poesie più recenti. Non si discostano dall’opera lirica le “poesie sceniche” raccolte nel volume Zeichen im Sand (1962), fra cui il “mistero dei dolori d’Israele” Eli (pubblicato già nel 1951) e Simson fällt durch die Jahrtausende (1959). Postumo è uscito il volume di liriche Teile dich Nacht (1971). Nel 1966 le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura insieme a S. Y. Agnon.

I prediletti del suolo e il loro significato: I Floghi, di Maria Rosaria Perrone

“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO: I FLOGHI” di Maria Rosaria Perrone

Pubblicato il 30 agosto 2022 da culturaoltre14

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Il nome botanico è Phlox, la pianta appartiene alla famiglia delle Polemoniaceae, ed è originaria dell’America. I fiori sono in gruppi dai colori brillanti che variano dal viola ai vari toni del rosa, crema e rosso, alcuni sono bianchi screziati di rosa ed emanano un profumo piacevole. La fragranza di questo fiore e la bellezza erano particolarmente gradite alle Dame del medioevo, tanto che i cavalieri adornavano i loro vestiti con i flox durante le feste ed i ricevimenti. I menestrelli medievali raccontavano che il cavaliere usava lasciare il suo fiore, il flox appunto, alla dama con la quale aveva ballato e festeggiato durante la serata e per tale motivo il Flox nel linguaggio dei fiori è simbolo di complicità e intesa.

Un mio Haiku…

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Raccolgo fiori
rossi come passione
dolce l’intesa

 -Maria Rosaria Perrone-

Il colore della poesia: IRIS G. DM

Giorni dispari con le mani tra i capelli,

due note,

due tasti,

noi perdiamo la vita che scorre,

lisci come porfidi,

cadono foglie di nuvole,

aspettiamo figli che non verranno,

ancora due note,

Due lacrime forse?

Due baci, ancora due baci?

E’ buio, la notte è nera.

Due stelle,

due note,

due, perchè due?

Siamo due, due fogli di carta,

due figli,

siamo due,

per amare?

Bisogna cominciare da due,

giorni pari,

giorni dispari con le mani tra i capelli,

due mani,

noi due,

due note,

due arie,

due per amare. Iris G. DM

Potrebbe essere un contenuto artistico

Omniscient : Filippo Papa e Joan Josep Barcelo

Filippo Papa e Joan Josep Barcelo in OMNISCIENT

OMNISCIENT
Mostra di fotografia e poesia
Filippo Papa e Joan Josep Barcelo
CATANIA  ART GALLERY
a cura di Salvo Daniele Torrisi
dal 24 Settembre al 5 Ottobre 2022
… un messaggio d’amore, connessioni tra arte visiva, luce e sensibilità poetica.

“Rosso blu, blu, rosso, giallo, ma blu
come una montagna che sostiene la luce divina…
Rosso, blu, giallo, rosso, blu, ma blu…
Otto giardini, con otto porte, il numero perfetto… “

Omniscient : Filippo Papa e Joan Josep Barcelo

NON CHIEDERE, Mirella Ester Pennone Masi

NON CHIEDERE

Se in un giorno di sole

vedi l’ombra dell’albero

muovere i suoi rami sul muro

non puoi ignorare che sia verità,

è come la luna e le stelle

quando di notte

si specchiano dentro il fiume

Alle parole che pronunciamo

bisogna dare un senso;

ripetile e riascoltale di nuovo

non aver timore,

a volte fanno ridere

e spesso piangere

Che pesantezza

nel cuor mio scende

in questo affanno della mia sera,

non fa rumore

… ma tu mia realtà

non chiedere

perché mi chiudo a riccio

nell’alba che nasce tra la nebbia

ad un pretesto di sole!

@ester@mirella MP 29/09/2018

foto web

Una breve poesia di Yana Yazova

Intellettuale bulgara praticamente sconosciuta in Italia

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Poetessa e autrice di romanzi, Yana Yazova (1912 – 1974) studiò  a Sofia, e cominciò la sua carriera di scrittrice mentre frequentava ancora la scuola.  All’età di venti anni, la Yazova pubblicò nel 1931 il suo primo volume di poesie. Trascorse lunghi periodi viaggiando attraverso l’Europa e l’Asia per arricchire la sua cultura.  Dopo l’ascesa del regime comunista (1944) è stata costretta a sopravvivere vendendo  pezzi d’antiquariato che aveva acquisito nel corso dei decenni precedenti. 
Morì assassinata nel 1974 . La maggior parte delle sue carte private scomparvero.

Cuore, le mie canzoni, rotola
le mie rocce taglienti.
La mia gente è piccola, sono
sul campo, non li sento!
E ho la peste in loro,
vampiri, lama…
Ma le mie canzoni non possono, non
moriranno così invano!…

*

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