E’ bello camminare lungo il torrente: non si sentono i passi, non sembra di andar via. Dall’alto del sentiero si vede la valle e cime lontane ai margini della pianura, come pallidi scogli in riva a una rada – si pensa com’è bella, com’è dolce la terra quando s’attarda a sognare il tuo tramonto, con lunghe ombre azzurre di monti a lato – si cammina lungo il torrente: c’è un gran canto che assorda la malinconia –
ANTONIA POZZI, Breil, 9 agosto 1934
Strofa unica di 14 versi; ho contato: 3 doppi senari; 2 endecasillabi; 2 quinari; 1 doppio settenario; 3 novenari; 1 ottonario; 1 settenario; 1 senario. La poesia, ambientata in montagna, descrive il sentiero lungo le sponde del torrente. Alla poetessa piace ‘camminare lungo il torrente’, non sente i propri passi, non le ‘sembra di andar via’. Ci sono la valle e le cime dei monti; la terra, bella e dolce, sogna il tramonto, quando l’azzurro scende dai monti; il rumore del torrente sembra un ‘canto che assorda la malinconia.
Ci conosciamo solo via social, quindi mi sembra corretto, come premessa, dare qualche informazione in più sul mio conto. Io sono Graziella Stivilla, sono un’assistente sociale e direttore di comunità socio sanitaria.
Da qualche mese sono alla direzione della RSA Livia e Luigi Ferraris di Mombaruzzo (AT).
La struttura è stata Acquisita ed è gestita dalla Coopservizi Group Fvg.
All’interno della Casa, vivono due validissime collaboratrici, le suore della congregazione Maria della neve, dalle quali la struttura è stata acquistata.
Oggi ho pensato di iniziare a mostrare ad i nostri anziani ed agli operatori, uno spiraglio di luce dopo la stretta chiusura Covid.
approfittando del fine percorso di catechesi, che i bimbi svolgono nella chiesa della Struttura, ho pensato di offrire loro una merenda con possibilità di saluto a distanza ai nostri anziani.
Abbiamo scelto l’incontro tra generazioni per aprire le porte alla speranza, alla gioia, alla partecipazione comunitaria. La presa di Cura con gioia e serenità è possibile, mantenendo un’elevata professionalità e senso di responsabilità per il benessere di tutti.
Allego qualche foto dell’evento e della struttura.
grazie ancora se potrai aiutarmi a presentare questa bella realtà. È una piccola struttura, Mombaruzzo è nota soprattutto per gli amaretti ma un gioiellino di casa di riposo, immersa nel verde e nella quiete merita di essere valorizzata.
“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.
NAPOLI
“All’Autunno” di John Keats
Stagione di nebbie e morbida abbondanza, Tu, intima amica del sole al suo culmine, Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti, Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare, E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto; Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare Fiori tardivi per le api, illudendole Che i giorni del caldo non finiranno mai Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:
Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza? Può trovarti, a volte, chi ti cerca, Seduta senza pensieri sull’aia Coi capelli sollevati dal vaglio del vento, O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto, Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati. A volte, come una spigolatrice, tieni ferma La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente, O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente, Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce. E i canti di primavera? Dove sono? Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai – Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore, E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia: Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati Dal vento lieve, o giù lasciati cadere, Piangono tra i salici del fiume, E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli, Le cavallette cantano, e con dolci acuti Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino: Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.
*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.
“All’Autunno” (To Autumn) è una delle poesie più celebri del poeta romantico John Keats, composta il 19 settembre del 1819 all’alba dei primi mutamenti della natura. Sono stati proprio quest’ultimi ad aver ispirato il poeta tanto da confidare pochi giorni dopo, in una lettera indirizzato al suo amico J. H. Reynolds, “Com’è bella la stagione adesso. Com’è bella l’aria, una temperata nitidezza…”. Il poema è un crescendo di percezioni e riflessioni sulla transizione dell’autunno dalla sua maturazione ai suoi ultimi giorni quando l’inverno è alle porte. L’autunno è un passaggio, un flusso continuo di mutazioni, un momento transitorio che con generosità ci regala colori, panorami e suoni unici. Il nuovo arriva solo attraverso la trasformazione ed è proprio questo che ci ricorda John Keats.
“All’Autunno” di John Keats
Stagione di nebbie e morbida abbondanza, Tu, intima amica del sole al suo culmine, Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti, Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare, E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto; Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare Fiori tardivi per le api, illudendole Che i giorni del caldo non finiranno mai Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:
Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza? Può trovarti, a volte, chi ti cerca, Seduta senza pensieri sull’aia Coi capelli sollevati dal vaglio del vento, O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto, Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati. A volte, come una spigolatrice, tieni ferma La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente, O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente, Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce. E i canti di primavera? Dove sono? Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai – Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore, E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia: Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati Dal vento lieve, o giù lasciati cadere, Piangono tra i salici del fiume, E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli, Le cavallette cantano, e con dolci acuti Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino: Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.
*Immagini e sensazioni e suoni e profumi. Eccolo Keats che con la singolare sensibilità del suo animo profondamente romantico, dipinge con i versi l’autunno. Non è meno generoso e ricco della primavera, ha i suoi colori, la sua abbondanza e la sua musica.
Nessuno tocchi questo amore. Ignorino tutti la cautela del nostro cielo notturno e che il segreto sia l’aria gioiosa dei nostri placidi sospiri. Nessun estraneo venga a contaminare il tuo e il mio sonno:qualsiasi visitatore viene a invadere il tiepido ambito da noi abitato; qui il tempo è acqua fresca in movimento, quasi sottile volo,e tutte le persone vivono molto lontano dal nostro giardino allucinato, fuori dal nostro paradiso segreto.
*
Elogio della mia notte bianca, soppressione degli abissi del mio cuore, annientatrice dei miei momenti atroci. Benedette la tua carezza e la tua parola, Signora della Placida Ronda, ragazza mia che detesta piangere al mattino, ragazza che parla da sola nella casa e ride. Onda fragile, sotto il mio corpo ardente il tuo corpo mio si calcina in un delirio di luce e allora siamo una sola sostanza. Fiore del mio ansimare e…
Settembre si stropiccia gli occhi, lentamente. Guarda piano davanti a sé, non ha pretese, né le aspettative dell’estate.
Settembre arriva senza affanni, senza rimpianti. In silenzio, nascosto dietro una nostalgia salata che si asciuga al riparo di una foglia, inizia a respirare.
È una rosa che indossa un nuovo abito.
Alba che non teme il tramonto.
Sole che non brucia ma lenisce.
Timido sguardo che riconosce.
Settembre è una lettera inviata da ignoto mittente con un messaggio che desta curiosità e desiderio di scoperta in chi la riceve.
È profumo di terra umida, di passeggiate nell’aria frizzante del mattino, di miele e di castagne, di torta di mele e cannella, di lunghe chiacchierate sorseggiando un buon tè e di pagine di libri lette lasciando la fantasia libera di volteggiare tra le emozioni.
Nella testa, intanto, sfrigolano pensieri caldi e nuovi progetti. La voglia di (ri)cominciare è lì che scalpita.
In un pezzo di carta straccia ho raccolto l’oblio inappagato respirava lì sotto la gonna a fiori di mia madre poi l’ho infilato in gola per non dimenticare
mi si aggrappa addosso il finimondo del dirimpettaio
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Ho messo da parte quella transazione d’amore
sfumandola su pianali di vento uniforme
Salvaguardo ora l’inclinazione dell’anima
dedita a cadute irriguardose
in quel tuo altalenante esigere
oggettività discordi dal mio encomio passionale
Pone distanza a una dolce visione
da assaporare in un assolo coinvolgente
Se vorrai vivermi nella dimensione
d’uno struggente autunno
sarò foglia sublime che si piega al vento delle tue lusinghe
vacanti nello spazio d’ascolto aperto a infiniti inquieti…
@Silvia De Angelis
Intervista alla scrittrice alessandrina Liliana Angeleri
A cura di: Pier Carlo Lava – Social Media Manager
Sono lieto di pubblicare un interessante intervista alla scrittrice alessandrini Liliana Angeleri:
Liliana Angeleri – Autrice
Ci vuoi raccontare chi sei, cosa fai nella vita e qualcosa della città
dove vivi?
Io amo leggere un po’ di tutto, specialmente le biografie.
Sono in pensione, dopo aver lavorato come impiegata nelle Poste centrali di piazza della Libertà, al primo piano in Alessandria che è un capoluogo di provincia.
Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?
Ho iniziato a scrivere sceneggiature per film lungometraggio in seguito a una forte improvvisa intuizione che ho descritto nel mio penultimo libro: CHI ERA? LA VOCE DEL SILENZIO EDIZIONI WE la cui sceneggiatura è all’attenzione del regista ALFREDO MARIANI.
Chi è per te uno scrittore?
Chi descrive le proprie emozioni è un sempre un cronista del proprio tempo che assorbe e trasmette, fissando nel tempo, l’humus dell’epoca in cui vive.
Una panchina per gli ANGELI di Liliana Angeleri
Ci vuoi parlare del tuo libro “UNA PANCHINA PER GLI ANGELI?”
Questa nuova pubblicazione è uscita a cura dell’editore ROSSINI.
A pandemia appena terminata, in centro commerciale alcune donne si siedono, in tempi diversi, su una panchina, sole o con i loro partner o con una amica e si narrano. Una di loro ricorda il regime alimentare che le ha permesso di dimagrire senza perdere la freschezza del viso, e vi sono molti altri argomenti. La panchina è il testimone inconsapevole di aver traghettato emozioni. Le persone che si alzano e si allontanano si sentono più leggere, come le piume degli angeli.
Quali sono i tuoi autori preferiti e chi ti ha ispirato?
Nessun autore in particolare, ma le emozioni che descrivo sono la somma di tutte le letture e di tutte le vicende vere che ho vissuto e che ho sentito narrare.
Ci vuoi parlare degli altri libri che hai scritto?
I libri che ho scritto sono stati ispirate dalle sceneggiature che sono in attesa di essere trasformate in film:
IL ROMANZO DI ALERAMO: romantico/cavalleresco/fantasy. Il primo marchese del Monferrato
IL BRIGANTE GIUSEPPE MAYNO: un brigante che rubava ai ricchi per donare ai poveri, con una deliziosa storia d’amore.
BOLLE DI SAPONE: (GAGLIAUDO e gli UMILIATI) formato da due romanzi brevi ambientati nell’alto medioevo. Ora in ripubblicazione con due romanzi separati.
VIAGGIO NEL MONFERRATO SULLE ORME DELLA CAVALCATA ALERAMICA– Illustrato con molte immagini su Amazon: composto da un viaggio sulle orme della cavalcata aleramica e un itinerario romantico nelle Langhe.
CHI ERA? LA VOCE DEL SILENZIO: una vicenda vera di una donna che ha vissuto fenomeni inspiegabili
Secondo te cosa pensa la gente degli scrittori?
Sono ammirati da chi ama leggere e dimenticati dai non lettori.
Ci vuoi parlare delle sceneggiature?
C’è, recentemente. un po’ di interesse da parte di alcuni produttori. Speriamo!
Quanto tempo dedichi al giorno alla scrittura e solitamente a che ora
preferisci scrivere?
Scrivo nel pomeriggio dalle due alle quattro o anche di più ore.
Cosa consigli a chi vuole iniziare a scrivere?
Di conoscere bene la grammatica e la sintassi oltre all’ortografia. Stai già scrivendo il prossimo libro e nel caso ce ne vuoi parlare?
Si ho un progetto ma è ancora molto da definire.
Progetti e sogni nel cassetto?
Il mio sogno che almeno una delle mie sceneggiature sia trasformato
D’un tratto vedo un gatto nero che, dal marciapiede della strada, decide di attraversare. E lo fa proprio davanti all’Opel Corsa che mi precede. Uno schizzo rapidissimo e, con due balzi, arriva al marciapiede opposto, fortunatamente sano e salvo.
Il tipo con la Corsa, nonostante il gatto fosse ormai passato, frena di scatto e si sposta sulla destra fermandosi. Non mi aspettavo questa manovra, ma avevo abbastanza distanza di sicurezza da permettermi di rallentare e scansarlo. Mentre lo sorpasso do un’occhiata al guidatore, senza un motivo valido, così d’istinto. Lo vedo guardarmi con un sorriso beffardo. In un attimo capisco: mi ha fatto passare perché, la presunta sfiga del gatto nero che attraversa la strada, me la becchi io…
Mi chiedo fino a quanto possa essere idiota la gente superstiziosa.
Finito il sorpasso guardo lo specchietto retrovisore. Vedo la Corsa rientrare nella carreggiata e…SPAM!
…andare a sbattere con la fiancata al furgoncino che la stava sorpassando e non si aspettava di certo quella manovra.
“Ma non doveva essere passata a me la sfiga?” Mi chiedo sorridendo, questa volta io, beffardo scuotendo la testa.
E se, a portare sfiga, sia il fatto di essere superstiziosi?
Pubblichiamo una poesia di Giovanni Giudici, una delle voci più originali del Novecento, rimasto uno degli ultimi grandi intellettuali del secolo scorso, in quanto parte di quella tradizione poetica legata a un rapporto più diretto con le cose e a una lingua più tradizionale. La poesia di Giovanni Giudici ha attraversato tutta la letteratura italiana del secondo dopoguerra, arrivando fino alle soglie dell’era postmoderna. I temi cruciali della poesia del secondo Novecento, primo fra tutti lo sfaldamento del soggetto e il suo smarrimento entro una realtà molteplice e dai significati oscuri, sono affrontati dai maggiori poeti con strumenti formali e modalità espressive elaborate attraverso un continuo dialogo con i più cospicui riferimenti della tradizione lirica moderna. È il caso di un poeta come Giovanni Giudici, che il motivo dell’angosciosa e insieme grottesca insufficienza dell’Io, strangolato tra maschere sociali, sensi di colpa e perdite di identità, prima teatralizza con una lingua umile poi trasforma in una vicenda assoluta innalzandone a poco a poco il tono, attraverso l’incrocio di lingua letteraria e lingua umile, e l’uso di schemi tradizionali come il sonetto variato però e fatto esplodere dall’interno.
Una sera come tante, e nuovamente noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro settimo piano, dopo i soliti urli i bambini si sono addormentati, e dorme anche il cucciolo i cui escrementi un’altra volta nello studio abbiamo trovati. Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti intatti, in apparenza, come anni or sono, anzi più chiari, più concreti: scrivere versi cristiani in cui si mostri che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti; due ore almeno ogni giorno per me; basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire di sere come questa?) e non tentato da nulla, dico dal sonno, dalla voglia di bere, o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle, né dalle mie impiegatizie frustrazioni: mi ridomando, vorrei sapere, se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza; o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente la sorte di ogni altro, non volgare letteratura ma vita che si piega nel suo vertice, senza né più virtù né giovinezza. Potremmo avere domani una vita più semplice? Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente, se private persone senza storia siamo, lettori di giornali, spettatori televisivi, utenti di servizi: dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, in compagnia di molti sommare i nostri vizi, non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene. È nostalgia di un futuro che mi estenua, ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse! Da quanti anni non vedo un fiume in piena? Da quanto in questa viltà ci assicura la nostra disciplina senza percosse? Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura che dice: domani, domani… pur sapendo che il nostro domani era già ieri da sempre. La verità chiedeva assai più semplici tempre. Ride il tranquillo despota che lo sa: mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo. C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.
Giovanni Giudici
da La vita in versi (1965)
GiovanniGiùdici, (Le Grazie, La Spezia, 1924 – La Spezia 2011); della sua formazione cattolica e del suo lavoro nell’industria ha fatto i poli di una tensione che lo trascende e caratterizza il suo impegno civile. All’oscillazione tra il comico e il tragico delle prime raccolte importanti (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O beatrice, 1972) è succeduta l’individuazione di un tono dal più ampio spettro, irrispettoso delle convenzioni e prossimo a un forzato monostilismo (Il male dei creditori, 1977; Il ristorante dei morti, 1981; Lume dei tuoi misteri, 1984; Salutz. 1984-1986, 1986; Fortezza, 1990). Collaboratore di giornali e riviste, G. è autore di alcune raccolte di saggi (La letteratura verso Hiroshima, 1976; La dama non cercata, 1985), e di molte traduzioni (da E. Pound, R. Frost, J. C. Ransom, S. Plath, A. Puškin, ecc.) che rappresentano un momento centrale nel suo stesso esercizio poetico; una scelta è apparsa nel volume Addio, proibito piangere e altri versi tradotti (1955-1980) (1982). Dopo la raccolta complessiva Poesie (1953-1990)(2 voll., 1991), ha pubblicato un originale libretto di riflessioni sulla poesia dal titolo Andare in Cina a piedi (1992). L’interrogazione metafisica si è fatta più acuta nella trilogia: Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). Le sue poesie complete sono edite in I versi della vita (2000), ai quali sono da aggiungere Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002 (2004).
( da Le stelle si oscurano, 1944/46 – trad. Ida Porena)
ph Eleonora Mello
Nelly Sachs è una poetessa tedesca (Berlino 1891 – Stoccolma 1970). Figlia di un facoltoso commerciante ebreo, esordì con poesie e racconti, in seguito ripudiati, di tendenza neoromantica. Nel 1940, con l’aiuto della scrittrice S. Lagerlöf (cui aveva dedicato le sue Legenden und Erzählungen, 1921), si rifugiò con la madre in Svezia, dove poi prese la cittadinanza. Il trauma delle persecuzioni e della fuga provocò una rottura netta con le precedenti esperienze e l’avvio di una produzione lirica e lirico-drammatica nuova, in cui si fondono il destino personale e quello del popolo di Israele, ossessivamente evocati tramite un linguaggio immaginifico che si fonda su tradizioni antiche personalmente recuperate. La prima raccolta delle liriche della nuova maniera, In den Wohnungen des Todes, è del 1947. Seguirono: Sternverdunkelung (1949), Und niemand weiss weiter(1957), Flucht und Verwandlung (1959) e Fahrt ins Staublose (1961; trad. it. 1966), raccolta di tutta la lirica dal 1946, integrata dalle poesie più recenti. Non si discostano dall’opera lirica le “poesie sceniche” raccolte nel volume Zeichen im Sand (1962), fra cui il “mistero dei dolori d’Israele” Eli (pubblicato già nel 1951) e Simson fällt durch die Jahrtausende (1959). Postumo è uscito il volume di liriche Teile dich Nacht (1971). Nel 1966 le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura insieme a S. Y. Agnon.
Il nome botanico è Phlox, la pianta appartiene alla famiglia delle Polemoniaceae, ed è originaria dell’America. I fiori sono in gruppi dai colori brillanti che variano dal viola ai vari toni del rosa, crema e rosso, alcuni sono bianchi screziati di rosa ed emanano un profumo piacevole. La fragranza di questo fiore e la bellezza erano particolarmente gradite alle Dame del medioevo, tanto che i cavalieri adornavano i loro vestiti con i flox durante le feste ed i ricevimenti. I menestrelli medievali raccontavano che il cavaliere usava lasciare il suo fiore, il flox appunto, alla dama con la quale aveva ballato e festeggiato durante la serata e per tale motivo il Flox nel linguaggio dei fiori è simbolo di complicità e intesa.
OMNISCIENT Mostra di fotografia e poesia Filippo Papa e Joan Josep Barcelo CATANIA ART GALLERY a cura di Salvo Daniele Torrisi dal 24 Settembre al 5 Ottobre 2022 … un messaggio d’amore, connessioni tra arte visiva, luce e sensibilità poetica.
“Rosso blu, blu, rosso, giallo, ma blu come una montagna che sostiene la luce divina… Rosso, blu, giallo, rosso, blu, ma blu… Otto giardini, con otto porte, il numero perfetto… “
Poetessa e autrice di romanzi, Yana Yazova (1912 – 1974) studiò a Sofia, e cominciò la sua carriera di scrittrice mentre frequentava ancora la scuola. All’età di venti anni, la Yazova pubblicò nel 1931 il suo primo volume di poesie. Trascorse lunghi periodi viaggiando attraverso l’Europa e l’Asia per arricchire la sua cultura. Dopo l’ascesa del regime comunista (1944) è stata costretta a sopravvivere vendendo pezzi d’antiquariato che aveva acquisito nel corso dei decenni precedenti. Morì assassinata nel 1974 . La maggior parte delle sue carte private scomparvero.
Cuore, le mie canzoni, rotola le mie rocce taglienti. La mia gente è piccola, sono sul campo, non li sento! E ho la peste in loro, vampiri, lama… Ma le mie canzoni non possono, non moriranno così invano!…