
EPILOGO
Foglie d’erba. Il vento passeggia in voi
come in capelli di fanciulle, spesso suona
leggere sinfonie con un ritmo sibilante.
Dove abitate o minuscole formiche, che andate
passeggiando avanti e indietro
e sotto e sopra i fili d’erba del giardino?
E l’ape che ronza innamorata dei fiori
di lavanda, e la cicala che si stanca di cantare
e i grilli che saltano perpetuamente
e i figli di ogni genere di specie, abbracciati alle
loro madri, e i cespugli di erica arsi dal sole.
Io sono devoto alla terra aperta
alla vastità dei campi di grano, ai tramonti
affollati di oscena bellezza
alle falci appese al chiodo della cascina
all’aratro che si è piegato al volere della meccanica
quantistica
e piango dove ancora intatti seguono i sogni
della mia gente lacerata dai fertilizzanti osceni
dai pesticidi devastanti, dalle api che muoiono
di fiore in fiore, di veleno in veleno.
E mi sveglio in questa mia terra che mi è madre ostile
per tutto il male che le abbiamo fatto.
disperato e moribondo
prego una pioggia che non viene
con il condizionatore puntato negli occhi ad elemosinare
i miei venti gradi di sudore, il mio stupido desiderio
che avanza. E moltiplico il sacrificio dei figli mandandoli
a combattere il terrore
e li vedo tornare col cellulare appeso alla cintura
del fucile.
O terra divina e disincantata, vedi come gli uomini ti hanno
denudata e oltraggiata, hanno succhiato ogni genere
di minerale, avvelenato le vene dal Danubio all’ Eldorado
massacrato ogni specie che potesse
essere trasformata in profitto.
Oh come sono stati capaci di prostituirsi al Capitale
come ci si prostra davanti ad un dio divoratore
proclamando a piene mani un giuramento di morte eterna.
E che nessuno mai ne in cielo ne in terra possa vendere
o comprare alcuna semenza, alcun frutto, senza la sua
abbondante benedizione.
Che ne sa la piccola formica o il gregge di cavallette
O la cicala, il grillo, l’ape, il fiore
che ne sa il vento di cosa siamo ancora capaci
noi specie votata al declino.
Giuseppe Scolese