Il vecchio diario

RACCONTIRACCONTI & POESIE

Il vecchio diario

V.R.

11/11/18

Vai sereno, cuore di pietra. Vai e sgambetta pure liberamente di fiore in fiore, proprio come ti piace fare. Dopotutto, che importanza hanno avuto tutti i nostri lunghi anni insieme? Il tempo passato l’uno accanto all’altra, uniti a tutti quei soldi che mi avresti fatto risparmiare. Che poi, era necessaria quella attrezzatura per risistemare la tua barca? E di tutti gli strumenti per andare a fare le tue cose spericolate con i tuoi amichetti poco furbi, non potevi farne a meno?
I tuoi giochi ti hanno portato così lontano che non ti sei neanche preso la briga di avvisare che te ne andavi; anzi, preso dalla tua vita com’eri, ti sei pure dimenticato di salutare. E mentre tu socchiudevi la porta di casa per quella che non sapevi fosse l’ultima volta, all’ennesima crepa del mio cuore, ho buttato finalmente la chiave e ti ho lasciato fuori. Tanto, ero certa che non avrei ricevuto neanche un messaggio del tipo: “Non so se tu sia viva o no, e ancora sto cercando di capire quanto la cosa mi interessi, ma spero solo che la botta che ti ho inflitto nuovamente non ti abbia fatto molto male questa volta”. Eh, no, mica l’hai fatto; sennò non saresti il famoso Mr Narcisista, quale tu sei. 
Eppure sai che ti dico, mio caro? Un giorno io e te ci rincontreremo. 
Oh, sì che ci rincontreremo e puoi giurarci. E ti assicuro che io non sarò più la tua fragile “pupetta” con gli occhi chiari e il cuore spezzato. Eh no, quella versione lascerà il posto a una me fatta di cicatrici e un cuore di pietra, proprio come il tuo. 
E accadrà più o meno così: dopo tanti anni da quella porta chiusa alle tue spalle ormai lontane, noi ci rivedremo lì, in una triste sala comune di un ospizio per anziani. Tu sarai quello con la giacca blu e il tuo stupido solito fiore all’occhiello, manco fossimo nell’Ottocento. Io sarò quella ancora figa per i miei anni, che penserai non essere cambiata di una virgola. Allora ti avvicinerai a me, mentre io sarò girata a guardare un’altra anziana suonare una malinconica melodia al pianoforte. Finché mi busserai alla spalla, e dopo aver speso l’ennesimo secondo importante della mia vita per tornare a guardare indietro verso te, tu mi dirai: “Emma, dopotutto questo tempo… Il destino ci ha riuniti”. Dunque, soltanto in quel momento, io ti guarderò con i miei occhi grandi oceano-mare, poi accennerò un sorriso tenero che ti parrà di ricordare e infine ti risponderò delicatamente con: “E tu chi sei?”. 
E allora sarà lì che ti verrà quel principio di infarto che porrà fine alla tua misera vita, e sarà lì che finalmente avrai capito: che una persona non la perdi anche quando ti chiude la porta alle spalle e butta la chiave, che non la perdi nemmeno quando sono gli anni a dividervi. Ma, attento! Che il tempo stringe e poi ci pensa la vita, in questo caso l’alzheimer, a farti perdere l’unico tesoro puro e di valore che ancora rimaneva.
“Signora Emma, è il momento di tornare alla sua camera. Saluti il signor Benito, lui sta tornando al suo ospizio dall’altro lato della città”. Ed io: “Arrivederci signor Benito, è stato un piacere conoscerla.”

“Mamma cosa stai leggendo?”, mi chiese Isabel, mentre feceva capolino nel salotto dove stavo seduta a ripassare tutti i ricordi racchiusi nei miei vecchi diari. “Nulla, tesoro” dissi, prendendola in braccio e facendola sedere sulle mie gambe. “Che cosa sono tutti questi libriccini?”, mi domandò, indicando le copertine variopinte dei tanti blocchetti. “Vedi, c’è stato un tempo in cui la mamma era molto arrabbiata e allora scriveva”, le spiegai, sistemandomi meglio sulla poltroncina gialla. La bambina non capiva, prima guardò le pagine scritte fitte fitte e a tratti scarabocchiate e poi si voltò a indagare il mio viso: “Arrabbiata con chi? Con me?”. “Oh, no amore, non con te!”. 
Ma lei non si dava pace, il suo volto turbato era lo specchio del suo dubbio interiore: “E allora con papà, perché spesso fa le monellerie?”. Io la guardai; accidenti, come somigliava a suo padre. “È vero, papà fa le sue monellerie e la mamma lo sgrida, ma poi ci mettiamo sempre a ridere, non è così?”. La bambina ci pensò su un attimo e sorrise: “Sì, tu ridi e lui ti abbraccia e poi mi prende in braccio e mi fa fare l’aeroplano”. Io la strinsi, ma poi la mia piccola si fermò nuovamente: “E allora mamma, non eri arrabbiata con papà?”, tornò a fissarmi con occhi seri per un’ultima volta. “No tesoro, anzi, è stato proprio dal giorno in cui ho conosciuto il tuo papà che ho definitivamente smesso di essere arrabbiata”.
Dopo aver pronunciato quella frase, stetti in silenzio; era come se per la prima volta, il mio cuore si fosse quasi fermato a realizzare quelle parole, a mo’ di delicata e intima rivelazione. Semplicemente sorrisi, come un riflesso incondizionato o forse fin troppo condizionato da verità a lungo sotterrate nel mio inconscio. Di seguito, i miei occhi si poggiarono automaticamente nella foto di noi tre, posta sul tavolinetto di fianco a me. In un grande parco, c’ero io, in fondo, immortalata nel bel mezzo di una frase di ammonimento, tra il finto arrabbiato e il divertito, mentre davanti a me guardavo Isabel che faceva l’aeroplanino con suo padre.
Dunque, istintivamente chiusi il diario, e lanciai un’occhiata a tutte quelle pagine ingrigite dal tempo e ormai obsolete, sparpagliate sul tavolinetto. Allora feci un respiro profondo e mi alzai dalla poltrona, prendendo in braccio la piccola che guardava ancora incuriosita quella montagna di pensieri lontani in forma scritta: “Dai Isabel, aiuta la mamma a preparare la cena. Sai dov’è papà?”, le chiesi, intuendo già la risposta. Ma la bambina non disse nulla; semplicemente indicò con il suo ditino affusolato e roseo fuori dalla finestra. “Di nuovo tutto sporco di fango per giocare con Rudi! Ah, si salvi chi può!”.
E sorrisi nuovamente. E sorrisi davvero, finalmente.

Tradimento di Cesare Pavese

Il grande scrittore poeta piemontese

Avatar di almerighialmerighi

Stamattina non sono più solo una donna recente
sta distesa sul fondo e mi grava la prua
della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla
ancor gelida e torba del sonno notturno.
Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
dopo molti sussulti mi sono cacciato
nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.
Non c’è un’anima in giro e le rive son alte
e a monte più anguste, serrate di pioppi.

*

View original post

“Mio era il nome alla porta, ma il corpo non ero io”: Fernanda Romagnoli

Avatar di mariaconsigliaalvinoVersipelle

Lo spazio di Atena

di Maria Consiglia Alvino

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva.

La storia della letteratura italiana conta numerosi colpevoli silenzi. Tra questi, rientra quello sull’opera di Fernanda Romagnoli.

Entrare nella scrittura di Fernanda Romagnoli significa fare i conti con una storia dolorosa di silenzio e dimenticanza. “Una poetessa grandissima”, come l’ha definita Paolo Lagazzi, rimasta tuttavia a lungo negletta dalla critica e dalle antologie.

Nata a Roma il 5 novembre 1916, Fernanda Romagnoli si diploma in pianoforte a diciotto anni al Conservatorio di Santa Cecilia. A vent’anni consegue da privatista il diploma di maestra elementare. Nel ’43 esce la sua prima raccolta, Capriccio (Signorelli). Nel ‘46 sposa Vittorio Raganella, militare di carriera, a seguito del quale si sposterà in varie città italiane. Negli anni ‘60 collabora con alcune riviste e programmi radiofonici, come L’approdo, La Fiera Letteraria e Forum Italicum

View original post 1.035 altre parole

Il mio lagotto Argo…

Ora io per dimostrare di essere una persona intellettualmente seria e valida dovrei affrontare grandi tematiche, fare sottili distinguo, fare polemiche al vetriolo, cercare di usare parole difficili per far vedere quanto sono bravo e colto, etc etc. Invece il mio minimalismo esistenziale e non solo prende spesso il sopravvento e così oggi vi parlerò del mio cane. Qualche professore impegnato storcerà il naso e disapproverà fortemente queste righe, ma tant’è…d’altronde io scrivo anche per sputtanarmi e una dose di ironia ci vuole sempre per scrivere: mai assumere una posa, mai atteggiarsi troppo, mai prendersi troppo sul serio! Il mio lagotto si chiama Argo e ha dieci anni. Se tutto va bene ha ancora 5-7 anni di vita. Per ora gode di buona salute. Lo si nota dal fatto che è iperattivo e non sta mai fermo. Non lo porto a fare tartufi perché nei boschi di San Miniato c’è in corso una guerra tra trifolai e mettono delle polpette avvelenate. Io e mio padre lo portiamo a fare le scampagnate sullo scolmatore.  Allora insegue gabbiani, annusa per terra, segue delle tracce, corre a perdifiato.  Bisogna stare attenti perché alcune volte c’è il pastore con le sue pecore e con il suo cane, che potrebbe aggredire Argo. Così cerchiamo sempre di metterci molto lontani dal pastore (almeno tre km distanti) oppure ritorniamo a casa e desistiamo se quel giorno c’è troppa gente (ma è raro). Lui gradisce molto le scampagnate e lo si vede dal fatto che ogni volta che apriamo la bauliera, per qualsiasi motivo, lui salta sopra e sale in macchina perché crede di andare a zonzo. È molto impegnativo invece portarlo al guinzaglio in città perché tira molto; non sei tu a guidarlo, ma è lui a guidare te. Inoltre non si diverte e non ha la stessa libertà di azione di quando è in aperta campagna.  Così accade che sia molto difficile che lo porti a fare il giro del quartiere. Una volta, quando era piccolo, ha tirato talmente tanto il guinzaglio  che per un giorno ho avuto il dolore alla spalla. Il guinzaglio è il suo nemico. Appena lo vede vuole morderlo. Argo è intelligente. Capisce sempre tutto. Conosce tutto di noi, delle nostre abitudini e dell’ambiente circostante. Sa tutto quello che c’è da sapere. Impara in fretta. Si adatta presto.  In casa passa il suo tempo sdraiato oppure abbaia ai cani che passano coi padroni, alle ambulanze, ai vigili del fuoco, agli operatori ecologici. Un suo passatempo è cercare di prendere delle lucertole. A volte scava nel giardino perché è il suo istinto quello di essere uno scavatore. Quando era più piccolo, appena aprivamo il cancello, lui scappava e mi toccava rincorrerlo per acchiapparlo.  Oggi invece non lo fa più, anche se è sempre un giocherellone, un mattacchione. È molto sensibile e affettuoso;  anche con gli estranei si mette supino e si fa accarezzare. Diciamo che non ha paura degli estranei. Per lui gli esseri umani sono tutti amici e quindi non potrebbe fare il cane da guardia. Ha un indole buona come molti lagotti. Va benissimo come cane da compagnia. È buono e attaccato ai padroni,  al limite della ruffianeria.  Potrebbe ringhiare o mordere solo se qualcuno lo disturba mentre mangia. A onor del vero ruglia  anche quando è a riposarsi in casotto e io mi avvicino per vedere se sta bene. Una volta è stato operato all’occhio. Lo abbiamo portato a Firenze. Due ore di operazione  e tre veterinari per togliergli un pezzo di forasacco, che gli era andato in un occhio. Argo vuole sempre compagnia. Se qualcuno stende i panni lui va lì a strusciarsi. Se in soggiorno qualcuno guarda la televisione lui si mette sdraiato sopra il tappetino di un gradino dell’ingresso di casa e ascolta il rumore della TV, talvolta stiracchiandosi.  Ad Argo non togli mai l’appetito. Fa due pasti e poi quando noi mangiamo fa due spuntini, che consistono nel mangiare bucce di mele, di pesche o di pere. Argo d’estate soffre il caldo e allora fa il bagno ogni giorno nella tinozza in giardino, che gli prepariamo sempre. Argo deve essere tosato 3 o 4 volte l’anno per stare bene. Anche i suoi croccantini costano. Però nonostante queste spese ne vale la pena, dato che ci ripaga con tutto il suo amore. Argo ormai è un membro della famiglia e noi viviamo in simbiosi con lui. Dargli da mangiare, accarezzarlo, sincerarsi se sta bene, portarlo in campagna sono ormai dei rituali quotidiani che scandiscono la mia giornata. Parafrasando una celebre pubblicità degli anni scorsi un lagotto allunga la vita e di certo dispensa il buonumore, poiché è di una simpatia unica. 

Giorni, di Maria Rosaria Teni

Giorni

Posted on 

Giorni pervasi di malinconia, giorni che si frantumano su pensieri e immagini sfocate e che rivelano cocci di rimpianto…
A volte una pagina può rappresentare quel tappeto da cui si raccolgono questi piccoli residui di vita che restano dopo tanti attimi, dopo ore lunghe o brevi, dolorose o liete, vissute o sognate…
Giorni in cui vorresti che il tempo fosse rimasto cristallizzato a quell’istante, impresso in una retina virtuale da cui non si può cancellare nulla…
Giorni in cui il dolore è stato così forte da desiderare un vento impetuoso per spazzare via tutto, in un rapido balenare di follia, in un volteggiare imbizzarrito da cui non si esce che tramortiti…
Giorni che si avviluppano su scorci di momenti che sfumano e raggiungono un cielo che non ha confini…
Giorni che sono onde, sussurri e voci in un mare liquido di emozioni che non si toccano ma si vivono o forse si sognano, perché cosa altro è la vita se non un sogno?

Racconti: La stupidità e la Saggezza, di Antonino Salsone

La stupidità e la Saggezza.

Milan Kundera, celebre scrittore, poeta, drammaturgo e saggista, spiega che “La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda”.

Il poeta ci ricorda l’importanza di porci delle domande.

Spesso si crede erroneamente che l’uomo saggio sia colui che dispone di tutte le risposte.

In realtà la presunzione di avere già la soluzione a ogni quesito inibisce la curiosità che tiene vivo l’essere umano.

Al contrario, è l’umiltà dovuta alla consapevolezza di non conoscere la verità che motiva ognuno di noi a migliorarsi senza sosta e a percorrere incessantemente la propria via.

Ogni risposta genera a sua volta un’infinità di ulteriori domande e solo chi è davvero saggio ha il buonsenso per capire il dono che si riceve scavando nella profondità delle cose.

Quanto più si approfondisce e si scava, tanto più occorre approfondire ed estrarre.

Racconti: L’Uomo puó guardare oltre la siepe?, di Antonino Salsone

L’Uomo puó guardare oltre la siepe?

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

*

L’Infinito è un’avventura della mente.

Il poeta è sopra un colle e c’è una siepe che gli impedisce di vedere oltre. Ma è proprio questo ostacolo a permettergli di immaginare cosa c’è aldilà.

Verso dopo verso lo sgomento lascia spazio alla dolcezza e il limite visivo diventa un’opportunità per andare oltre usando l’immaginazione.

L’Infinito è una esperienza intima a cui il poeta di Recanati si abbandona, ben rappresentata nei versi “… tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

L’immaginazione, essendo un’attività dell’intelletto, non puó essere impedita da un limite fisico. Dunque, facendola divenire il proprio costume di vita, senza peró disancorarla dalla banchina delle virtù e della misura, l’Uomo, se è coraggioso, se ha la forza di nuotare tra i tumultuosi flutti delle avversità che agitano il mare della vita e se possiede i doni dell’intelletto, dell’intuito e dell’equilibrio, puó veramente andare oltre e portare nella realtà ció che ha visto al di là della siepe.

Racconti: La Dimora del Pensiero, di Antonino Salsone

La Dimora del Pensiero.

“Un’antica leggenda indiana narra che un Serpente senza scrupoli, individuata una Lucciola, iniziò a seguirla con l’intento di nutrirsene. La piccola creatura, in preda alla paura, cercò in tutti i modi di sfuggire alla cattura, finché, dopo tre giorni di persecuzione, allo stremo delle forze, decise di porre fine ad un’insostenibile agonia, affrontando il proprio destino. Fermatasi davanti al suo carnefice, prima che potesse avventarsi sul suo corpo, gli chiese di rispondere a 3 interrogativi.

– Non è mia abitudine dare risposte al mio “pasto”, tuttavia, con te, farò un’eccezione – esclamò la serpe affamata.

– Appartengo alla tua catena alimentare? – fu il primo quesito.

– No – la risposta secca.

– Ti ho fatto qualcosa di male? – il secondo.

– No, assolutamente no! – continuò a rispondere.

– Spiegami, allora, perché vuoi divorarmi? – incalzò, la Lucciola, con il terzo.

– Non posso sopportare il tuo brillare! – concluse la serpe, ponendo fine alla sua vita”.

La morale di questa leggenda orientale è chiara. Il serpente rappresenta l’invidia che avvolge l’uomo in una velenosa spirale allorchè, in relazione ad un bene o ad una qualità posseduta da un altro uomo (la luce, rappresentata dalla lucciola), si insinua nel suo animo il dispiacere, che può trasformarsi anche in astio, prima, e in odio, poi, di non possedere anche lui quel bene o quella qualità. Tanto da desiderare il male di colui che lo possiede e fare che ció accada.

Questa è l’Invidia, uno dei sette vizi capitali!

A ciascun uomo spetta liberamente scegliere se, nei rapporti con il proprio simile, vuole essere serpente o lucciola.

Io ho scelto: desidero essere la lucciola perchè non voglio che nella mia coscienza dimori il peso insostenibile di essere stato serpe verso un altro uomo.

Racconti: La piramide della mente, di Antonino Salsone

La piramide della mente.

Parlare, leggere, scrivere, pensare, sono quattro tappe in ascesa verso una vetta.

Parlare si è capaci presto e molti si fermano a quel punto, facendo spesso scadere la parola nella chiacchiera.

Segue un secondo impegno, il leggere, non praticato da molti ma utile per arricchire cuore e mente.

Puó poi subentrare in alcuni la scrittura di testi, atto importante per offrire ad altri il frutto della parola, della lettura e della conoscenza.

Decisiva è peró l’ultima tappa verso l’apice della piramide, il pensare: molti parlano, leggono e scrivono con un sostanziale vuoto di idee o contrabbandano solo dei luoghi comuni e delle banalità.

Il pensare autentico è, invece, elaborazione, esplorazione, introspezione, scavo in profondità per scoprire il mistero che è in noi e ci avvolge.

Le quattro operazioni della mente, tutte necessarie, sono dunque la parola, la lettura, la scrittura e il pensiero.

Ma, senza l’ultima, le altre si afflosciano, e i grandi maestri sono quelli che hanno messo in pratica il detto dei “Pensieri” di Pascal: “Impegnarsi a pensare bene è il principio della morale”.

Per essere uomini liberi, consapevoli e senzienti bisogna salire in cima alla piramide e pensare, perchè solo pensando e facendo della morale il proprio costume di vita si puó scegliere bene.

https://www.facebook.com/toninosalsone

Arte e poesia dalla Sardegna – Veronica Scano

Veronica Scano – artista e poetessa

Veronica Scano vive a Cagliari dal 1978, sua città natale.

Figlia d’arte, il padre Franco Scano poeta e pioniere del TAEKWONDO del
panorama Sardo nei primi anni Settanta. Pronipote d’arte, Francesco Atzeni
scrittore poeta e benefattore. A lui dedicata una piazza nella sua ador- ata Gon
nosfanadiga. Taekwondoka Maestra Illustratrice Poeta Pittrice Creativ Artist
Designer. Imprenditrice del brand di t-shirt Artmea nato e svilupattosi – in pan
demia avvenuto grazie a un risveglio interiore di luce e naturalità dell’essere.
Orfana di padre all’età di undici anni e vedova all’età di 42 anni, decide di
ricominciare una nuova vita creando dalle sue originarie passioni la pittura e
la scrittura una rinascita.
Con l’adorato figlio Filippo e un ritrovato Amore si dedica a ciò che la fa stare
bene, l’Arte. Il cambiamento è vita. L’autrice lo esprime attraverso le sue mani
e la sua creatività che utilizza come strumento di condivisione e come – prose
guo della propria anima. Frequenta assiduamente la Galleria d’arte Il Colore
di Ignazio Cabras, partecipando attivamente a varie collettive di pittura. Con
l’artista sardo Archimede Scarpa frequenta con curiosità e impegno un corso
di acquerello che le apre la porta nei primi anni del duemila per il suo – labora
torio d’arte a Cagliari.
Nel 2020 frequenta un corso di pittura botanica sarda della pittrice Maria
Cristina Zara. All’interno delle più diverse esperienze lavorative vince svariati
premi di pittura e poesia. Tra le ultime collettive di pittura la ritroviamo – impe
gnata nel Salotto Dell’Arte di Silvana Belvisi Cagliari, 2015.
Attraverso un percorso di consapevolezza e Naturopatia realizza la sua prima
Personale di Pittura nel settembre 2020, Cagliari, anno della Riconciliazione
e della Rinascita.

Artmea «la mia arte» in Sardo.
Inseritosi a pieno ritmo nel mercato locale Artmea vince numerosi riconoscimenti.
Partecipa attivamente con il Gruppo culturale eventi di Alessandra Sorcinelli
a progetti artistici e poetici.
Tra i più significativi citiamo il 1^premio come miglior Fashion brand design Sardo
organizzato dall’Atelier della stampa Milano Accademy 9luglio2022.
Menzione speciale Gianni Corda & Friends per la poliedricità Artistica.
Nono posto Regionale alla finale della Biennale Internazionale di Roma 2022 con
la pitto-scultura «L’Angelo», astratto materico emozionale.
Vincitrice popolare del concorso pittorico on-line La quasi estemporanea di agosto
con il figurativo pennarelli e matite colorate «Maria coglie l’uva».
Novembre 2022 Biennale Internazionale di Barcellona con «I quattro mori di Artmea»
«La Sardegna che soffre».
Con l’ agenzia di Moda Fashion Squad Agency partecipa ad una serie di spettacoli e sfilate
tra cui la finale di Miss Cinema Regione Sardegna 2022, per l’uscita casual
le ragazze indossano il Brand Artmea.

RICONOSCIMENTI
1997-21 – Dicembre (Cagliari): 3^ Edizione del Concorso Letterario “IO e
l’Amore” con la Poesia “Cuore”.
1999-8 – Dicembre (Cagliari): Primo premio con la poesia “Azzurro Cielo” 9^
manifestazione culturale CRAL Sanità Riunita Sardegna.
18 ottobre 2008 (Galerie Le Patio): 1^ Prix International Artiste – De Mont
martre Sezione “Ricerca Innovazione e Creatività”. La sua opera “L’angelo” è
un esempio di pittoscultura, dal tratto pittorico da lei creato, astratto materico
emozionale. Mandelieu La Napoule-Cannes (Francia).
2008-6 – Dicembre (Portovenere): primo premio CINQUE TERRE sezione
poesia “ Speciale Ricerca”, Artexpò Promotion.
2011-2 – Luglio (Palermo): Villa Malfitano Whitaker Arte in Passerella, – sezio
ne pittura Premiata per il Notevole “Valore stilistico e artistico”.

L’abbraccio

Se avessi la forza di bloccare l’istante
lo tratterrei nel mio respiro insieme al vento.

Eternamente cullarti e all’infinito
del mio cuore stringerti…

Avvicinare tra le mie labbra ogni tua lacrima
e con gesta leggere
asciugarne ogni incertezza.

Sei l’amore che solca ogni resa.

Rintocco di ali che si fondono
nell’assolo di un abbraccio.

Regalano al cielo petali senza fine
di instancabili carezze.

Con filamenti dorati e trame preziose tesserò
l’armonia del tuo viso
per ricordarmene ogni traccia
e giocherò con il tuo sorriso intrecciato dal sole.

Quell’abbraccio che mi accarezza l’anima
è immobile nel suo spazio
che diventa sicuro ad ogni tuo tocco.

Incuranti del tempo regaliamo alla vita
ogni imprudenza e noi che restiamo lì su
come cerchi sospesi di luce tonante
diventiamo emblemi dipinti
nel mare la sera!

Veronica Scano

Contatti:
Whatsapp : 3401789928
Instagram : Artmea_sardinia
Facebook : Veronica Scano
Artmea
E- mail : Murgia.scano@tiscali.it

Arte e poesia dalla Sardegna… Veronica Scano

Libri: “La balena alla fine del mondo”, di JOHN IRONMONGER

JOHN IRONMONGER

“La balena alla fine del mondo”

Se posso valutare con le stelline, le darò 5 su 5 Petra Van Dijk

Joe Haak, un trentenne lavora come analista finanziario nella grande città (Londra). Ha inventato un programma in cui si può prevedere l’andamento del mercato finanziario, il programma fallisce e fa crollare la sua banca. Non riesce a gestire lo stress e scappa. Arriva a St Piran, un piccolo paese dei pescatori in Cornovaglia. Li inizia la storia.. con la balena che arriva nella baia, con Polly in cui si innamora, e con un virus d’influenza che proviene dall’Asia. Sarà la fine del mondo? Però tutto è collegato.. come finirà?

Il libro è scritto nel 2015, ma racconta così in dettaglio se fosse il scrittore ha vissuto la pandemia appena passato, incredibile. Pure non è soltanto il racconto del virus, e di Joe e del suo programma inventato, ma è anche il racconto dei puntini, i puntini che vengono uniti e cosi, tutte le cose nel mondo sono collegati.

Il paese St. Piran mi fa ricordare al paese Polperro in Cornovaglia dove sono stata più di 30 anni fa, accessibile soltanto da 2 strade rapide scendendo giu verso il mare, il paese nascosta in una baia e non visibile dal lato mare. .. un salto nel tempo, ma anche un libro per farti fare tanti riflessioni.

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

VORREI SAPERE, di Tania Scavolini

VORREI SAPERE
Squarci di cielo – poesie di Tania Scavolini


Vorrei sapere cosa si prova
a non soffrire
fermando il tempo quando è felice
cogliendo il senso intenso della gioia
Ma il quadro della vita è in divenire,
colori, oltre che splendenti, spenti.
Oltre che viaggi, brusche frenate, attese infinite, dolori inattesi…
Vorrei sapere cosa si prova
a ripartire dalle paure, dai tormenti.
E resto qui con una valigia vuota,
le spalle pesanti di fatica
che troppo a lungo hanno pianto.

taniascavolini 29 ottobre 2022

Io sono uno straniero in questa terra, di Giuseppe Scolese

Photo by Plato Terentev on Pexels.com

Io sono uno straniero in questa terra
E pietre e confini moltiplicati, radure e ceppi e catene,
e uomini al confine, stanchi e cupi, uomini senza forma.
Ammassati come polli, inutili, mortificati, in balia dei capricci
del mare e dei giudizi degli ignoranti.
( Chi poteva sapere in quali terre sarebbero fuggiti,
dopo che le loro case sarebbero state un mucchio
di polvere).
Chi alza i muri di filo spinato, ha costruito prima il muro
del cuore.
Siedono in fila sulle loro comode poltrone, coi fogli di
protocollo, le sante scartoffie delle loro leggi. Oh come
parlano bene, nel lungo palazzo della solitudine,
sembrano tanti pinguini vestiti a festa.
” Io sono uno straniero in questa terra, dove l’aria
ha finito di parlare, i canti sono divenuti sangue, e
la mia patria una carneficina. Chi ascolterà la mia
nuda parola? Apro le mani inutili, le braccia inutili,
le gambe inutili, lo sguardo inutile, il mio grido
inutile! Chi di voi mi ascolterà? “
Giuseppe Scolese
30-04-2016

Racconti. “Istruzioni per l’uso”: umiltà, pazienza e coraggio, di Antonino Salsone

Photo by Max Dev on Pexels.com

Al termine “resilienza”, oggi abusato da tanti perché fa “trendy” ed è perciò omologato e omologante, voglio opporre un famoso proverbio siciliano: “Calati juncu, ca la china passa”.

Mi piace di più, lo sento mio, è pieno di immagini forti, rimanda alla mia infanzia trascorsa nei campi che trasudano di selvaggio, di natura, di Aspromonte. Perché il giunco, così umile, si piega ma non si spezza.

Il sapore del proverbio è “gattopardesco, ma trovo un rimando anche con la ginestra leopardiana, anch’essa umile e fragile, che però spande il suo profumo anche dove c’è distruzione.

Nei momenti bui della nostra vita, quelli in cui non siamo compresi o veniamo denigrati strumentalmente, oppure una cosa bella costruita con sacrificio e dedizione viene violentemente attaccata con azioni che portano divisione e distruzione, trasformiamoci in “giunco” e “ginestra”.

Se saremo umili e sapremo continuare ad effondere incessantemente il profumo che promana dalla nostra caverna interiore e dal nostro cuore, l’alba sorgerà inesorabile e per i demoni della notte non vi sarà scampo.

Si tratta solo di pazientare e di essere umili ma senza cedere, perchè la saggezza popolare che è insita nel proverbio insegna il coraggio, non la resa.

Racconti: La fontana della giovinezza

Me Piemont: La fontana della giovinezza

Tanti anni or sono, in un luogo imprecisato del nostro Piemonte, vi era una fontana che vantava una caratteristica eccezionale: posticipava la vecchiaia.

Se ci si immergeva in essa non si ringiovaniva, la sua peculiarità era quella di rallentare l’invecchiamento corporale bevendo la sua acqua.

Il segreto era conosciuto da Antonio che l’aveva scoperta in una grotta poco distante da casa sua e vi si recava nottetempo.

L’intuizione gli era venuta osservando alcuni animali che lì si abbeveravano ed erano più vispi rispetto agli altri esemplari della stessa specie.

E, sempre con l’osservazione, scoprì che quell’acqua speciale aveva un duplice effetto, rinvigorire il fisico e renderlo longevo in modo particolare.

L’acqua portentosa riduceva della metà gli effetti nefasti del tempo sull’organismo, passati vent’anni l’invecchiamento corporale era soltanto di dieci anni.

Antonio e la sua famiglia bevvero per tutta la loro lunga vita quell’acqua miracolosa in segreto, senza condividere il segreto con nessuno.

Antonio, che ben conosceva l’animo umano, comprendeva che la condivisione di tale scoperta avrebbe scatenato gravi conseguenze per l’accaparramento della fontana.

E così Antonio e la sua famiglia si godettero i benefici di quell’acqua portentosa; i compaesani credevano che fossero longevi di natura.

Se vi capita di vedere degli animali del bosco particolarmente vispi e sentite gorgogliare dell’acqua in una grotta vicina state ben accorti.

Potrebbe trattarsi della miracolosa fontana della giovinezza che vi garantirebbe una lunga vita; in ogni caso l’acqua di fonte male non fa.

Racconto inedito scritto da Ernesto Martinasso

“I racconti del giovedì”.

Racconti: Si critica ogni cosa, di Marina Donnaruma

Buongiorno ☀️🌻🍁🍂

Stamattina vorrei esprimere un mio parere, si critica ogni cosa, il peso di un attrice, le rughe sul viso, ogni imperfezione sottoposta al vaglio e critiche, anche aggressive, offensive ed in genere ad umiliare la persona. Vorrei annunciare, ad esempio, a quelli che criticano le rughe di una donna, forse non le avete? Vorrei dire a chi critica quelli che hanno qualche anno in più, forse la vecchiaia non è per tutti? Faccio un lieto annuncio, chi ha venti, trenta anni, anche loro ne avranno sessanta, settanta ecc.

Quindi da che pulpito viene la critica? Da chi è immortale? Chi critica un attrice con qualche chilo in più, forse non ha problemi di peso o cellulite? Forse voi tutti non avete cellulite, pellecchie, peso in eccesso e avete pelle tonica e soda? Non siamo perfetti, la perfezione non esiste, invecchiamo e può capitare che ingrassiamo, Bisogna farsene una ragione.

Chi combatte il tempo ha un viso plastificato, zigomi innaturali, tette finte, tutto ricostruito,e alla fine si muore tutti e si invecchia tutti. Fatevene una ragione😁

Libri: Fiore di Roccia di Ilaria Tuti

Ilaria Tuti

FIORE DI ROCCIA

La storia di Agata e di tante donne che la guerra, voluta da uomini, ha reso protagoniste nel dolore, nella fatica, nei sogni e nei desideri che si perdono tra quelle vette che dovranno raggiungere con gerle colme di qualche speranza e di tutto quello di cui la morte ha bisogno in quelle trincee.

Gli occhi scorrono su parole dolci che narrano la tragedia con l’amore di un sogno e con la certezza che la gioventù consumata non potrà più tornare.

Resteranno quegli odori, quegli occhi spenti, quelle lacrime che a volte si accompagnano a qualche sorriso per poi tornare in quella guerra che consuma anche l’amore. Non avevo ancora letto nulla di questa scrittrice ed ora ho scoperto la dolcezza e la capacità di far vedere attraverso le parole.

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Claudio Marchetti

BASSA MAREA, di Teresa Tropiano

BASSA MAREA
Come cambia il vento,
dall’oggi al domani
e come cambia l’umore
di noi esseri umani!
Basta poco, un istante
ed è già mutamento.
Io, che nell’anima mia,
ho il mare tutto intero,
irrequieta mi sento
nel mio inconscio profondo
sicché riemergo al senno
che a toccare il fondo
ci vuol coraggio davvero!
Invoco tempesta
perché il silenzio m’annoia,
cerco intense emozioni
che mi diano la gioia
per scacciar via l’ombre
dalla mia folle testa.
Ma quando l’onda tua
dolcemente m’avvolge
non so più cosa fare,
mare immenso e sincero
ché nell’ubbia apnea
potrei pure annegare.
Amore, mettimi in salvo,
nella bassa marea.
Rischierei d’affogare
sola qui, nell’immenso
dove ormai non si tocca.
Tu conducimi a riva
finché il vento mi baci,
e nel cuor mi respiri
poi mi taccia la bocca.
Teresa Tropiano

Curve, di Franco Bonvini

Photo by Gary Barnes on Pexels.com

Curve

 franco bonvini  Pensieri  29 ottobre 2022 1 Minute

Nella sua stanza lei s’è appena alzata
i fianchi belli e curvi come una chitarra
la gonna e l’intimo ancora sulla sedia
e ancor m’incanta una curva d’inguine
la camicetta non ancora allacciata
e ancor m’incanta la curva perfetta del suo seno.
Penso aspetta, ad allacciarla
e lei come sentisse si mette in posa
il seno spinge via la stoffa
penso sposta un po’ la mano dove la curva incanta
ma questo pensiero forse non l’ha sentito
ed è un peccato perchè s’è infilata già il vestito.

Sponsored Content

Così si fa, di Franco Bonvini

Photo by Heide-Marie Richardson on Pexels.com

Così si fa

 franco bonvini  Pensieri  31 ottobre 2022 

Così si fa
si va dove si è stati
saltando a piè pari sugli acciottolati
cercando un filo, una biglia, un segno, negli spazi vuoto
qualcosa che luccichi
uno spago che ricrei al presente il passato.
Così si fa
si trova quel che c’è
si lucida e si crea un ricordo nuovo
che faccia vero quel che non c’è.

Verrò con le margherite, di Franco Bonvini

Photo by Ilona Ivanova on Pexels.com

Verrò con le margherite

 franco bonvini  Pensieri  1 novembre 2022 1 Minute

Non è così che si fa in questi giorni?
Così verrò con l’erica e tre margherite
i tuoi fiori preferiti dopo babbo e i tuoi figli.
Verrò a trovarti una volta in più
perchè già ti trovo ogni giorno
nelle margherite selvatiche che crescono lungo gli argini pietrosi
o nello zampettare di un Merlo.
Lo so che preferiresti una fetta d’ anguria a fregamusun
ma l’è minga la stagiun.