SAPORI E PROFUMI DI LIGURIA: PERCORSO TRA RICORDI DI FAMIGLIA E PIATTI TIPICI

di Ludovica Palì

Madeleine 

Il profumo di una madeleine inzuppata nel tè rievocava nello scrittore Marcel Proust piacevoli ricordi d’infanzia. Ed è proprio così che funziona per tutti. Ognuno di noi conserva in memoria delle fragranze legate a determinati momenti di vita; momenti che riaffiorano anche dopo molti anni se torniamo a contatto con quel particolare odore ad essi collegato.

L’odore del cibo è fra i più evocativi 

Giornalmente la nostra vita è scandita da pranzi e cene, grande varietà di alimenti, e ognuno di noi ha i propri piatti preferiti. Quando sentiamo il profumo di alcune pietanze ci appaiono immagini vivide di momenti vissuti e riproviamo alcune emozioni, anche risalenti all’infanzia. 

La fragranza della pizza appena sfornata

In giornate in cui siamo giù di morale, un consiglio è quello di preparare un piatto che sappiamo essere evocativo per noi e che riporta a galla un ricordo felice. Ricordate, ad esempio, quando nelle fredde sere invernali in prossimità del Natale la mamma ci preparava una cioccolata calda e poi si preparavano insieme i biscotti alla cannella? Al tempo non ci facevamo caso, ma oggi il profumo della cannella e il ricordo che gli associamo potrebbero corrispondere a una vera e propria pillola del buon umore.

Biscotti alla cannella

Tour gastronomico tra i miei ricordi

I piatti tipici della mia vita sono quelli presenti nel territorio ligure della Spezia e del territorio toscano con cui confina, luogo di incontro tra la città di origine di mio padre, Genova, e quella di mia madre, Livorno. A La Spezia ci sono molti ristoranti che offrono piatti della cucina tipica ma quelli tramandati in famiglia sono l’esaltazione di quei sapori antichi che tanto mi piacciono, ricchi di genuinità e autenticità. Ora molte ricette che prepariamo sono state rivisitate aggiungendo altri ingredienti che non fanno parte della tradizione, perciò alcuni piatti sono diversi da quelli preparati all’origine ma fanno parte della tradizione di famiglia

Sgabei

Una specialità locale sono gli sgabei, ovvero pasta lievitata fritta. In genere viene data loro una forma allungata perché dovrebbero essere tagliati a metà e farciti con salumi o formaggio, ma sono buoni anche da soli. Vengono preparati spesso nelle sagre mentre in città si possono gustare in alcune friggitorie o come antipasto in alcuni ristoranti. E il mio ricordo più divertente va all’odore pungente di olio fritto alle sagre di paese. Sgabei farciti di salame o caldi con Nutella erano le nostre cene estive quando ero più piccola, tra balli di gruppo e qualche calcio al pallone erano le sere più belle passate in campagna. 

Sgabei 

Focaccia

Ogni regione d’Italia ha una focaccia tipica e quella spezzina è abbastanza bassa e croccante. Viene preparata tonda, rettangolare oppure a triangolo. Gli ingredienti sono farina, acqua e sale ma quello che cambia è la cottura, l’importante è che sia unta con molto olio. Una delle colazioni preferite da mio padre, «il vero genovese la gusta così» afferma ogni volta che intinge una bella fetta unta nel caffellatte, ritrovandosi poi più olio che latte.  

Focaccia ligure 

La cima alla genovese

La cima ripiena è un piatto povero di ingredienti, ma non di sapore. La ricetta prevede un taglio di carne di vitello, tipicamente preso dalla pancia, piegato in modo tale che possa creare una sorta di tasca da farcire con diversi ingredienti come uova, piselli, animelle, mollica di pane e maggiorana. È sempre stato nella mia famiglia il piatto delle feste, cucinato obbligatoriamente il giorno di Capodanno. «Se l’anno funesto vuoi evitare, cima a Capodanno devi mangiare» cita ogni anno mio zio per sottolineare l’importanza di questo piatto, dunque che fai? Non ne mangi una porzione abbondante per scongiurare la sfortuna? 

Cima alla genovese

Il Pandolce 

La ricetta del Pandolce è semplice pur avendo molti ingredienti. Le varie ricette liguri lo vogliono tutte ricco di uvetta, canditi e pinoli e si prepara senza lievitazione. Ha una consistenza morbida, umida e leggermente sbriciolata. Tradizione vuole, nella mia famiglia, di prepararne due, uno per i “bimbi” di casa e uno per i più “grandi”. Non sono mai stata un’amante di uvetta e canditi, così come i miei cugini, quindi viene chiesto ogni anno, a mio padre, il “pasticcere di Pandolce” della famiglia, di prepararne uno speciale con gocce di cioccolato solo per noi piccoli golosi. 

Pandolce 

Panigacci e testaroli 

Sono due piatti tipici della cucina povera della Lunigiana che nascono da un impasto molto simile – fatto di acqua, farina e sale – ma differiscono quanto a preparazione e consumo. I testaroli vengono cotti su un testo di ghisa, ed una volta raffreddati vengono rapidamente bolliti in acqua e conditi con olio e parmigiano, pesto e sugo. I panigacci vengono invece cotti su testi di terracotta, prima arroventati nel camino o nel forno a legna. I testi vengono impilati uno sopra l’altro, in modo che la pastella rimanga schiacciata ed il calore accumulato dalla terracotta la faccia cuocere rapidamente. Vengono serviti insieme a salumi, affettati e formaggi spalmabili. Quando ero più piccola li preparavamo nel forno a legna nel giardino dei miei zii, non amavo particolarmente questo piatto però mi piaceva l’atmosfera che si creava quando venivano preparati. Tutta la famiglia insieme, nelle calde sere estive illuminati delle lucciole e in lontananza la musica di qualche sagra. 

Panigacci e testaroli

CAMPIONATO MONDIALE DEL PESTO, VINCE LA STUDENTESSA CAMILLA PIZZORNO

Sfidanti da ogni angolo del mondo, a trionfare è la genovese e più giovane della gara 

Camilla Pizzorno vince il Campionato

Frequentando il corso di giornalismo presso l’Università di Genova, ho avuto la possibilità di poter scrivere in prima persona articoli che trattano gli eventi più significativi della zona. Attrezzata di carta e penna, sono riuscita ad intervistare in esclusiva la vincitrice del Campionato Mondiale del Pesto. Con questo articolo voglio portarvi con me alla scoperta di tradizioni familiari e ricette segrete tra il profumo del basilico. 

Il pesto più buono del mondo lo prepara Camilla Pizzorno, 22 anni, studentessa universitaria di psicologia, residente a Pegli. È la terza donnae la ragazza più giovane nella storia a vincere il  Campionato Mondiale del Pesto Genovese, che è tornato dopo 2 anni di assenza, causa Covid. Camilla ha sbaragliato i cento concorrenti provenienti da tutto il mondo, sabato 4 giugno, sfidandosi a colpi di pestello nel Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Hanno partecipato adulti, bambini e addirittura un robot, grazie al contributo dell’Istituto Italiano di Tecnologia: Robo Twin, caratterizzato da un sistema di movimentazione composto da due braccia robotiche dotate di mani poliarticolate e muscoli artificiali che per la prima volta nella storia si è cimentato con la preparazione della storica salsa genovese. 

Robo Twin

Si sono sfidati concorrenti provenienti da  Cambogia, Camerun, Giappone, Guinea, Messico, Moldavia e Stati Uniti, alla presenza di trenta giudici selezionati per esperienza, competenza e attivismo nel mondo del food e della promozione territoriale, e tanti illustri ospiti, ma i veri protagonisti sono i sette ingredienti “magici” uguali per tutti, un mortaio e il pestello. 

La più giovane concorrente in gara vince con due ingredienti segreti “lo faccio con amore e divertendomi”, dedicando la vittoria alla nonna che le ha insegnato da bambina la passione per il pesto genovese “ricordo ancora quando mi veniva a prendere a scuola alle elementari, mi portava  a casa e nella sua cucina preparavamo il pesto con il suo  grosso mortaio. La guardavo affascinata, rappresentava un momento per stare insieme”. 

Una tradizione di famiglia, tanto che il padre aveva già partecipato ad altre edizioni del campionato, nel 2016 e nel 2018, arrivando due volte secondo. Lei lo ha superato: “Adesso il pesto a casa lo farò solo io – ha detto al termine della premiazione – Qual è il segreto del mio pesto? I segreti non vanno mai rivelati”. Inattesa la vittoria dato che il mondo delle cucina non le appartiene, ma da vera genovese è cresciuta tra basilico e mortaio

Il “trofeo”

Il pesto è la salsa più conosciuta al mondo dopo quella al pomodoro – commenta il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – non possiamo parlare di un semplice condimento ma di una bandiera non solo della Liguria ma del nostro Paese, perché all’interno dello scrigno del mortaio c’è il profumo e il sapore della nostra terra”. Il Campionato si svolge una volta ogni due anni e il vincitore viene selezionato tra i cento finalisti mondiali. Sarà dunque un compito importante per Camilla che diventa così la portavoce del pesto in tutto il mondo: “spero di adempiere questo ruolo al meglio” spiega emozionata, dovendo partecipare come giudice alle selezioni dei prossimi finalisti, una grande responsabilità rappresentando la Liguria e sopratutto Genova.

TUTTE LE STRADE PORTANO A VEZZANO LIGURE

Vezzano Ligure

Vezzano Ligure, collocato a cavallo tra il Golfo dei Poeti e la valle del Magra, lo si può notare per il suo antico borgo sul cocuzzolo della collina, per cui impossibile passare inosservato. E proprio per i buon intenditori di borghi e panorami mozzafiato, Vezzano Ligure fa a caso vostro e… del mio fidanzato. Originario della Puglia ha subito colto la bellezza e le particolari caratteristiche del borgo ligure, esprimendo da ben due anni il desiderio di visitarlo. Il tempo passava e ogni giorno lungo le strade incontrava indicazioni per Vezzano, sui social leggeva le pubblicità di sagre ed eventi in paese a Vezzano e in treno passava sempre alla stazione di Vezzano… sembrava che ogni strada portasse a VEZZANO! 

Indicazioni per Vezzano

Quale migliore occasione, quindi, se non portarlo alla tipica Sagra dell’Uvae del Vino? Nata nel 1962 per celebrare il più antico rito della vendemmia, era un momento di festa per mettere fine alle fatiche dei contadini che duramente lavorano la terra. Ogni anno la sagra presenta banchi gastronomici colmi di prodotti tipici, intrattenimenti musicali e l’esposizione di antichi attrezzi contadini tra i vicoletti del borgo.

Passeggiando tra i vicoli

All’interno del centro medievale, circondato da vigneti, si può passeggiare immersi nella tipica aria di festa tra artigiani, cibo e vini tipici di produttori locali, sfilate dei rioni, produttori di vino e tanta musica. La Sagra dell’uva per i paesani non è solo un giorno di festa ma è anche il Palio dei Rioni, per contendersi il famoso “strazo” (ossia il palio) attraverso numerose prove come gli addobbi dei rioni sul tema della vendemmia, la sfilata in costume, la disfida in dialetto e la finale Gara dei Vendemmiatori che vede i Rioni impegnati nella pigiatura dell’uva con i piedi. 

Uva pronta per la pigiatura

ISABELLA DE’ MEDICI: UNA STORIA SOSPESA TRA REALTÁ E FANTASIA

Per la notte più spaventosa dell’anno, voglio raccontarvi la storia della bellissima Isabella De’ Medici, una storia che racconta di fantasmi, tradimenti e assassini. Si narra del fantasma della donna, in veste cinquecentesca, avvistato sulle rive del lago di Bracciano, nel Castello Orsini-Odescalchi, durante le notti di tempesta. C’è chi sostiene di aver percepito la sua presenza aggirarsi proprio nella camera da letto, la cosiddetta Stanza Rossa. Non si è a conoscenza se questa fu davvero la camera della giovane, ma per secoli questo è stato il luogo in cui prese vita la sua leggenda. Il racconto inizia nel 1558 quando la quattordicenne Isabella De’ Medici viene costretta dal fratello maggiore a sposare l’insensibile e violento Paolo Giordano Orsini.

Castello Orsini-Odescalchi, lago di Bracciano

Nel 1576 Isabella muore molto giovane a causa di una grave malattia, ma attraverso bocche malevoli passa una terribile notizia: per vendicare i tradimenti di Isabella, Paolo Giordano la uccise. Nel castello la leggendaassume le tinte più torbide, a tal punto che il letto a baldacchino presente nella camera diventa il simbolo dei tradimenti della donna a dir poco spietata. Consumato l’atto invitava lo sventurato ad entrare in una porta che lo avrebbe condotto in un salottino, assicurandogli di raggiungerlo poco dopo, ma dietro la porta l’uomo, ignaro di tutto, sarebbe stato inghiottito da una botola aperta sul pavimento, precipitando in un pozzo pieno di calce viva.

La Stanza Rossa

Storia terrificante di un amore altrettanto spaventoso, ma se vi dicessi che in realtà si tratta di una storia di amore all’altezza dei magici film Disney? Furono infatti scoperte le oltre 700 lettere che Isabella e Paolo si scambiavano durante i periodi di lontananza. Non si era mai preso in considerazione che i due giovani sposi potessero volersi davvero bene, come attesta una dolce lettera in cui Paolo Giordano scrisse «Io ti adoro bella, credi che quando mi morirò né figli, né Stato, né amici, né dame, né niun’altra cosa si ricorderà di me, se non che io ti adoro». Quindi a cosa dobbiamo credere? Che Isabella fosse una donna spietata e depravata o una ragazza moderna capitata in un’epoca in cui non riusciva ad essere compresa?

Isabella De’ Medici

Qualunque sia la storia di Isabella, sembrerebbe che per il modo in cui le fu sottratta la vita, il fantasma della donna si vendichi contro chi si sposa nel castello, lanciando una maledizione. Che la maledizione sia reale, così come quale sia la vera storia di Isabella De’ Medici, non si sa, ma questi racconti danno sicuramente maggiore fascino ad un meraviglioso castello, nel quale ci si può ritrovare all’epoca di Isabella e Paolo Giordano passeggiando tra camere, saloni e scale a chiocciola, circondati da un’aria regale, colma di tradizioni e leggende

Giardini del Castello

“La Materia Oscura”, di Olga Karasso

“La Materia Oscura”, di Olga Karasso

La materia oscura

Recensione di Maria Cristina Flumiani

Olga Karasso ci appassiona di nuovo con “La Materia Oscura”, l’ultimo suo libro scritto con il noto stile fluido e raffinato, così attuale e profondo ma nello stesso tempo così sottilmente ironico; certo non è una lettura leggera poiché richiede una concentrazione particolare per poter cogliere appieno nei contenuti le sue personali allusioni sul mistero della Creazione e sul senso della nostra esistenza. 

Tra le tante riflessioni, mi è piaciuta molto quella sull’equilibrio naturale che l’incessante energia, identificata come Dio, realizza a ogni livello; così l’autrice scrive: “Tutto è intelligenza vibrante di energia che si esprime creando e distruggendo forme ma continuando a vivere oltre le stesse. 

Tutto è armonia, persino la disarmonia che potrebbe ai nostri occhi cancellare intere galassie è armonia”. 

Prima di addentrarci troppo nei misteri del Cosmo di cui non conosciamo tutte le leggi, si sanino i gravissimi problemi del piccolo pianeta Terra e dei suoi confusi abitanti. Un libro che consiglio vivamente di leggere.

Luca Ianiri scrive una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri nel Ventennale del sisma del 31-10-2002

Lettera di Luca Ianiri al Presidente del Consiglio dei Ministri

Foto : Luca Ianiri

Le riflessioni di Luca Ianiri sono l’espressione dei pensieri di un’anima sensibile, eredità di una donna – mamma – maestra – amica eccezionale ed unica, Carmela Ciniglio.

Ill.mo Presidente del Consiglio dei Ministri,
in occasione del ventennale del triste crollo della scuola Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia (CB) il 31 ottobre del 2002, mi permetto di scrivere a nome di coloro che non hanno potuto conoscere e costruire il proprio futuro, non hanno potuto crescere e maturare i propri sogni nel cassetto, non hanno potuto giocare, continuare a studiare, coltivare le passioni e le ambizioni che ogni bambino dalla tenera età porta con sé, conoscere il mondo, la sua essenza e l’ambiente che li circonda perché privati della propria vita, in ragione della negligenza dell’uomo nel vigilare e nel buon costruire.

A nome di quei ventisette Angeli, dell’Insegnante Carmela Ciniglio che, nell’adempiere il proprio dovere e spirito di servizio, da quell’occasione non ha più potuto veder crescere i propri figli, veder me e mio fratello affrontare le difficoltà della vita, supportarci e consigliarci, come solo una madre con il suo amore sa fare.

A nome di coloro che portano addosso i segni visibili e invisibili di quel triste evento, che ha pregiudicato e segnato tristemente non solo la comunità di San Giuliano di Puglia e il Molise, ma l’intero Paese incapace di saper proteggere il futuro della propria nazione. A nome delle tante vittime di eventi disastrosi che si sono susseguiti e che questo Paese purtroppo oggi conta. A nome dell’intera popolazione studentesca italiana, dei docenti, collaboratori e addetti ai lavori che oggi giorno si trovano ancora a dover operare in contesti di estrema fragilità.

Ricordare è un dovere affinché si possa riflettere e non rincorrere negli errori del passato. È proprio da qui che parte la mia riflessione, chiedendo come ancora oggi il nostro patrimonio scolastico ed universitario sia soggetto a grandi fragilità, vetusto e poco sostenibile, nonostante l’alto prezzo pagato in termini di vite umane, le innumerevoli promesse susseguitesi e il non poco tempo trascorso da quel 31 ottobre del 2002. A livello nazionale quasi un edificio su due non dispone ancora del certificato di collaudo statico, di agibilità e di prevenzione degli incendi. È presente a riguardo una forte disparità tra le diverse aree del Paese quali Nord, Sud ed Isole. Come se non bastasse, in più della metà degli edifici scolastici del territorio italiano non risulta ancora effettuato il controllo di vulnerabilità sismica. Ancora molto alta la percentuale di edifici che necessitano di interventi di manutenzione urgenti.

Mi domando se si possa discutere di progresso, sentir a distanza di vent’anni parlare di crolli di soffitti, di aule, di tragedie evitate come la più recente situazione dell’Università di Cagliari e rifletto se, San Giuliano di Puglia e le altre tragedie del nostro Paese non bastassero per ribadire un diritto, il diritto alla sicurezza e all’incolumità, il diritto alla vita. Dunque, quante altre persone, quante altre vite debbano essere sacrificate per porre definitivamente la parola fine e per non sentir più parlare di stragi d’innocenti?

Urge non solo concentrare gli sforzi nell’edilizia pubblica, nel “buon costruire” e nell’adeguare e migliorare secondo i criteri il patrimonio italiano, affinché tali eventi non si ripetano, ma anche e soprattutto garantire che i nuovi investimenti avvengano nel rispetto dell’ordinamento, che si vigili sulla corretta applicazione della normativa e si pervenga a controlli molto più severi per le opere pubbliche, a tutela dell’incolumità di tutti i fruitori. Necessario è rivedere l’ordinamento delle pene, non solo garantendo la certezza che ogni reato sia punito, che la pena irrogata sia poi effettivamente scontata, ma anche stabilire pene più dure per chi espone a questo rischio sconsiderato i fruitori della stessa opera pubblica. Necessario ancora, che non si ripeta quanto accaduto durante i tre gradi di giudizio della scuola F.Jovine e non si finisca per consolidare nelle famiglie di tutte le vittime delle stragi italiane il pensiero, che la legge non sia uguale per tutti.

Rifletto anche sugli innumerevoli passi che sono stati fatti in avanti, passi che però non possono far abbassare la guardia. C’è tanto da fare, allo scopo che si ribadisca e possa affermarsi in ogni dove, l’importanza della prevenzione e del rispetto delle norme. Passi che, come la “giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole” istituita dalla Legge n. 107 del 13 luglio 2015 e fissata per il 22 novembre di ogni anno dal decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, devono essere attuati e realmente estesi in ogni contesto, diventando consuetudine al fine di maturare e accrescere la contezza e consapevolezza del rischio a cui si è esposti nei luoghi ed edifici pubblici. Si sensibilizzi le nuove generazioni a riflettere su quanto accaduto nel nostro Paese e non si finisca per pensare, come spesso accade per queste immani tragedie, che siccome si è già verificato altrove, tali eventi non possano verificarsi di nuovo. Nessuno debba sentirsi escluso.

Comprendo lo stato e il periodo che il Nostro Paese sta affrontando, ma auspico che queste mie riflessioni possano essere ascoltate. Che questo Governo, nel pieno delle proprie facoltà, possa tradurre in un orizzonte non troppo lontano, le necessarie azioni volte in modo netto a porre la parola fine a tematiche che riecheggiano da troppo, tanto tempo. Possa porre come priorità della propria azione, la sicurezza scolastica e l’istruzione come base strategica del nostro Paese, investire in essa affinché questa società possa definirsi sana. Non lo si deve solo per rendere onore a coloro che hanno sacrificato la propria vita in questi eventi, ma per le nuove generazioni che verranno, per i nostri figli. Dalla scuola e dall’istruzione che passa il futuro del nostro Paese, attraverso essa deve essere tenuta viva la fiamma della memoria e del ricordo, perché non dimentichiamolo mai, un Paese senza memoria è un paese senza futuro.

San Giuliano di Puglia, 31/10/2022

F.to Luca Ianiri

“Possa essere di monito ed accrescere la prevenzione e la sicurezza in tutti i luoghi in cui si sviluppano attività e presenza umana.”
Antonio Bronzino

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VOTRE ÉPOUSE, di Manuela Floris

VOTRE ÉPOUSE

HO Tentato di forzare il mio destino
In una notte lunga ed insidiosa
Convinta che all’arrivo del mattino
Sarei stata nuovamente votre épouse!

Quante mai cose mutano nel tempo!
Però che il tempo degli imperituri anni
Da ogni tema può sciogliere il cuore
e suggerire alle mie labbra un canto,

Prima che il vivo oro di quel campo venga stretto in covoni polverosi
O che rosse foglie dell’autunno
calino sulle stoppie come uccelli

La mia gloria può essere conclusa
Conquistata la torcia ancora accesa
Dietro tutta l’esistenza si combatte con coerenza
Fra l’ingorgo e la paura dell’ignoto e la magnifica avventura!

Manuela Floris

L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA(Acrostico) di Manuela Floris

L’ALTRA FACCIA DELLA
LUNA(Acrostico)

Lucente vita e magica sorpresa
A te che il vento porta buone nuove
Lambisce il mare soffio dell’attesa
Tornando punto e
a capo vado altrove
Rovista l’anima e spesso la scompiglia
Amare l’altra faccia quella oscura

Falciano vite come fosse grano
Alcova del pensiero si fa oscuro
Commuove il pianto della bruna terra
Che avanza cresce e muore senza schema
Innalza un’ode alla luce pura
Alba che giunge tremola appaura

Dedico il verso al grido del perché
È solo attesa senza più parole
Luce del mondo, dimmi tu cos’è
Lacrime e pianti senza più speranze
Avversa appari sorte senza pace

Luna sognante dai un senso a questi giorni
Uguali tutti di timori e pianti
Nuotiamo in questo mare di rimpianti
Amiamo sempre essere accettati.

Manuela Floris

Risvegliarsi

RACCONTIRACCONTI & POESIE

Risvegliarsi

V.R.

Finalmente. 
Esatto, finalmente mi ritrovavo dentro un teatro. Guardavo incredula e con occhi lucidi ogni cosa intorno a me: dallo schermo che cambiava immagini a un ritmo vorticoso, ai sedili in pelle bordeaux ordinatamente in fila, fino a tutta quella gente che parlava entusiasta, quanto lo ero io. Sembrava che fossimo tutti lì per la prima volta e forse lo era per davvero.
Una marea semi composta di persone continuava a entrare, pronti a prendere posto in platea per l’evento. A quanto pare, quella era una serata speciale; infatti si festeggiavano i settant’anni di un film che ha segnato la storia del cinema, con Audrey Hepburn come protagonista.
Una volta raggiunto il mio posto, accanto ad altre persone allegre e agghindate a festa, ricordo che non riuscii a stare seduta per la frenesia del momento. 
Mi sentivo nuovamente una bambina, in attesa che Babbo Natale arrivasse con i doni; oppure ancora un’adolescente, trepidante, nel momento prima che si spegnessero le luci dell’anfiteatro per dare inizio al concerto della sua band preferita.
Ad ogni modo, mancava ancora tempo prima dell’inizio della pellicola. Dunque, una volta chiesto permesso alle tante gambe comodamente sedute perché si spostassero in modo da lasciarmi passare, riuscii infine a uscire dalla sala per raggiungere la hall: e fu solo in quel momento che mi accorsi di essere al MET di New York.

I luoghi dell’arte in funzione del cinema, il quale divulga la cultura come se si trattasse di una nuova primavera. Sembrava un altro mondo, una nuova era, e forse, magari, chissà che non lo fosse sul serio.
E mentre signore e signori inzuppati, con l’ombrello ancora aperto, si facevano strada verso l’interno del teatro, una volta varcate le grandi porte a vetro scorrevoli, io, incurante della pioggia torrenziale che imperava per la città, con il cellulare tra le mani, decisi di uscire fuori. Volevo immortalare quello spettacolo: un grande schermo posto sulla costruzione permetteva anche ai passanti non paganti di ammirare il ritorno di un capolavoro ancora tanto amato, mettendo il cinema a disposizione di tutti e portandolo tra le strade della Grande Mela.

Una volta inquadrato con il telefono lo schermo variopinto con la scritta MET come firma, sulle note languide di Henry Mancini, molte teste distratte subito alzarono il naso all’insù, richiamate dalla dolce melodia di Moon River. E tra quelle c’ero anche io, che con la pelle d’oca, soltanto allora realizzai come tutta New York stesse festeggiando proprio Breakfast at Tiffany
Presi a sorridere inconsapevolmente, mentre intanto continuavo a guardare il film da quella inedita postazione. Un croissant, un lungo tubino di raso nero Givenchy che tocca terra e una donna che si riflette sulle vetrate di un negozio ormai senza tempo. I miei occhi erano incantati dalla visione del mondo sentimentale di Blake Edwards, e mentre una parte di me veniva letteralmente rapita da quelle scene di una città sempre attuale, riuscendo perfino a dimenticare come la pioggia fosse riuscita ad inzupparmi ormai fino ai capelli, non potei fare a meno di pensare a quanto la realtà si avvicinasse al sogno. Un meraviglioso sincretismo artistico, questo il regalo di New York. L’abolizione dei confini, del ‘mio e tuo’, una libertà che va a braccetto con una rinnovata tolleranza: che siano stati questi alcuni degli effetti positivi di due lunghissimi anni di pandemia?
Finalmente la vita ci offriva uno spettacolo più democratico e l’arte era pronta ad aprire le sue porte per risollevare lo spirito umano dopo questa lunga guerra.
Cosa volere di più? “Beh, forse semplicemente un phon per asciugare i capelli, prima di beccarmi una semplice influenza”. Così, risposi tra me e me, mentre tornavo sui miei passi per varcare nuovamente e al contrario le porte scorrevoli del MET. Dopotutto, il mio posto a sedere in platea, finalmente, mi aspettava.

Dopo di ciò, mi svegliai.

Il vecchio diario

RACCONTIRACCONTI & POESIE

Il vecchio diario

V.R.

11/11/18

Vai sereno, cuore di pietra. Vai e sgambetta pure liberamente di fiore in fiore, proprio come ti piace fare. Dopotutto, che importanza hanno avuto tutti i nostri lunghi anni insieme? Il tempo passato l’uno accanto all’altra, uniti a tutti quei soldi che mi avresti fatto risparmiare. Che poi, era necessaria quella attrezzatura per risistemare la tua barca? E di tutti gli strumenti per andare a fare le tue cose spericolate con i tuoi amichetti poco furbi, non potevi farne a meno?
I tuoi giochi ti hanno portato così lontano che non ti sei neanche preso la briga di avvisare che te ne andavi; anzi, preso dalla tua vita com’eri, ti sei pure dimenticato di salutare. E mentre tu socchiudevi la porta di casa per quella che non sapevi fosse l’ultima volta, all’ennesima crepa del mio cuore, ho buttato finalmente la chiave e ti ho lasciato fuori. Tanto, ero certa che non avrei ricevuto neanche un messaggio del tipo: “Non so se tu sia viva o no, e ancora sto cercando di capire quanto la cosa mi interessi, ma spero solo che la botta che ti ho inflitto nuovamente non ti abbia fatto molto male questa volta”. Eh, no, mica l’hai fatto; sennò non saresti il famoso Mr Narcisista, quale tu sei. 
Eppure sai che ti dico, mio caro? Un giorno io e te ci rincontreremo. 
Oh, sì che ci rincontreremo e puoi giurarci. E ti assicuro che io non sarò più la tua fragile “pupetta” con gli occhi chiari e il cuore spezzato. Eh no, quella versione lascerà il posto a una me fatta di cicatrici e un cuore di pietra, proprio come il tuo. 
E accadrà più o meno così: dopo tanti anni da quella porta chiusa alle tue spalle ormai lontane, noi ci rivedremo lì, in una triste sala comune di un ospizio per anziani. Tu sarai quello con la giacca blu e il tuo stupido solito fiore all’occhiello, manco fossimo nell’Ottocento. Io sarò quella ancora figa per i miei anni, che penserai non essere cambiata di una virgola. Allora ti avvicinerai a me, mentre io sarò girata a guardare un’altra anziana suonare una malinconica melodia al pianoforte. Finché mi busserai alla spalla, e dopo aver speso l’ennesimo secondo importante della mia vita per tornare a guardare indietro verso te, tu mi dirai: “Emma, dopotutto questo tempo… Il destino ci ha riuniti”. Dunque, soltanto in quel momento, io ti guarderò con i miei occhi grandi oceano-mare, poi accennerò un sorriso tenero che ti parrà di ricordare e infine ti risponderò delicatamente con: “E tu chi sei?”. 
E allora sarà lì che ti verrà quel principio di infarto che porrà fine alla tua misera vita, e sarà lì che finalmente avrai capito: che una persona non la perdi anche quando ti chiude la porta alle spalle e butta la chiave, che non la perdi nemmeno quando sono gli anni a dividervi. Ma, attento! Che il tempo stringe e poi ci pensa la vita, in questo caso l’alzheimer, a farti perdere l’unico tesoro puro e di valore che ancora rimaneva.
“Signora Emma, è il momento di tornare alla sua camera. Saluti il signor Benito, lui sta tornando al suo ospizio dall’altro lato della città”. Ed io: “Arrivederci signor Benito, è stato un piacere conoscerla.”

“Mamma cosa stai leggendo?”, mi chiese Isabel, mentre feceva capolino nel salotto dove stavo seduta a ripassare tutti i ricordi racchiusi nei miei vecchi diari. “Nulla, tesoro” dissi, prendendola in braccio e facendola sedere sulle mie gambe. “Che cosa sono tutti questi libriccini?”, mi domandò, indicando le copertine variopinte dei tanti blocchetti. “Vedi, c’è stato un tempo in cui la mamma era molto arrabbiata e allora scriveva”, le spiegai, sistemandomi meglio sulla poltroncina gialla. La bambina non capiva, prima guardò le pagine scritte fitte fitte e a tratti scarabocchiate e poi si voltò a indagare il mio viso: “Arrabbiata con chi? Con me?”. “Oh, no amore, non con te!”. 
Ma lei non si dava pace, il suo volto turbato era lo specchio del suo dubbio interiore: “E allora con papà, perché spesso fa le monellerie?”. Io la guardai; accidenti, come somigliava a suo padre. “È vero, papà fa le sue monellerie e la mamma lo sgrida, ma poi ci mettiamo sempre a ridere, non è così?”. La bambina ci pensò su un attimo e sorrise: “Sì, tu ridi e lui ti abbraccia e poi mi prende in braccio e mi fa fare l’aeroplano”. Io la strinsi, ma poi la mia piccola si fermò nuovamente: “E allora mamma, non eri arrabbiata con papà?”, tornò a fissarmi con occhi seri per un’ultima volta. “No tesoro, anzi, è stato proprio dal giorno in cui ho conosciuto il tuo papà che ho definitivamente smesso di essere arrabbiata”.
Dopo aver pronunciato quella frase, stetti in silenzio; era come se per la prima volta, il mio cuore si fosse quasi fermato a realizzare quelle parole, a mo’ di delicata e intima rivelazione. Semplicemente sorrisi, come un riflesso incondizionato o forse fin troppo condizionato da verità a lungo sotterrate nel mio inconscio. Di seguito, i miei occhi si poggiarono automaticamente nella foto di noi tre, posta sul tavolinetto di fianco a me. In un grande parco, c’ero io, in fondo, immortalata nel bel mezzo di una frase di ammonimento, tra il finto arrabbiato e il divertito, mentre davanti a me guardavo Isabel che faceva l’aeroplanino con suo padre.
Dunque, istintivamente chiusi il diario, e lanciai un’occhiata a tutte quelle pagine ingrigite dal tempo e ormai obsolete, sparpagliate sul tavolinetto. Allora feci un respiro profondo e mi alzai dalla poltrona, prendendo in braccio la piccola che guardava ancora incuriosita quella montagna di pensieri lontani in forma scritta: “Dai Isabel, aiuta la mamma a preparare la cena. Sai dov’è papà?”, le chiesi, intuendo già la risposta. Ma la bambina non disse nulla; semplicemente indicò con il suo ditino affusolato e roseo fuori dalla finestra. “Di nuovo tutto sporco di fango per giocare con Rudi! Ah, si salvi chi può!”.
E sorrisi nuovamente. E sorrisi davvero, finalmente.

Tradimento di Cesare Pavese

Il grande scrittore poeta piemontese

almerighi

Stamattina non sono più solo una donna recente
sta distesa sul fondo e mi grava la prua
della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla
ancor gelida e torba del sonno notturno.
Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
dopo molti sussulti mi sono cacciato
nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.
Non c’è un’anima in giro e le rive son alte
e a monte più anguste, serrate di pioppi.

*

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“Mio era il nome alla porta, ma il corpo non ero io”: Fernanda Romagnoli

Versipelle

Lo spazio di Atena

di Maria Consiglia Alvino

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva.

La storia della letteratura italiana conta numerosi colpevoli silenzi. Tra questi, rientra quello sull’opera di Fernanda Romagnoli.

Entrare nella scrittura di Fernanda Romagnoli significa fare i conti con una storia dolorosa di silenzio e dimenticanza. “Una poetessa grandissima”, come l’ha definita Paolo Lagazzi, rimasta tuttavia a lungo negletta dalla critica e dalle antologie.

Nata a Roma il 5 novembre 1916, Fernanda Romagnoli si diploma in pianoforte a diciotto anni al Conservatorio di Santa Cecilia. A vent’anni consegue da privatista il diploma di maestra elementare. Nel ’43 esce la sua prima raccolta, Capriccio (Signorelli). Nel ‘46 sposa Vittorio Raganella, militare di carriera, a seguito del quale si sposterà in varie città italiane. Negli anni ‘60 collabora con alcune riviste e programmi radiofonici, come L’approdo, La Fiera Letteraria e Forum Italicum

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Il mio lagotto Argo…

Ora io per dimostrare di essere una persona intellettualmente seria e valida dovrei affrontare grandi tematiche, fare sottili distinguo, fare polemiche al vetriolo, cercare di usare parole difficili per far vedere quanto sono bravo e colto, etc etc. Invece il mio minimalismo esistenziale e non solo prende spesso il sopravvento e così oggi vi parlerò del mio cane. Qualche professore impegnato storcerà il naso e disapproverà fortemente queste righe, ma tant’è…d’altronde io scrivo anche per sputtanarmi e una dose di ironia ci vuole sempre per scrivere: mai assumere una posa, mai atteggiarsi troppo, mai prendersi troppo sul serio! Il mio lagotto si chiama Argo e ha dieci anni. Se tutto va bene ha ancora 5-7 anni di vita. Per ora gode di buona salute. Lo si nota dal fatto che è iperattivo e non sta mai fermo. Non lo porto a fare tartufi perché nei boschi di San Miniato c’è in corso una guerra tra trifolai e mettono delle polpette avvelenate. Io e mio padre lo portiamo a fare le scampagnate sullo scolmatore.  Allora insegue gabbiani, annusa per terra, segue delle tracce, corre a perdifiato.  Bisogna stare attenti perché alcune volte c’è il pastore con le sue pecore e con il suo cane, che potrebbe aggredire Argo. Così cerchiamo sempre di metterci molto lontani dal pastore (almeno tre km distanti) oppure ritorniamo a casa e desistiamo se quel giorno c’è troppa gente (ma è raro). Lui gradisce molto le scampagnate e lo si vede dal fatto che ogni volta che apriamo la bauliera, per qualsiasi motivo, lui salta sopra e sale in macchina perché crede di andare a zonzo. È molto impegnativo invece portarlo al guinzaglio in città perché tira molto; non sei tu a guidarlo, ma è lui a guidare te. Inoltre non si diverte e non ha la stessa libertà di azione di quando è in aperta campagna.  Così accade che sia molto difficile che lo porti a fare il giro del quartiere. Una volta, quando era piccolo, ha tirato talmente tanto il guinzaglio  che per un giorno ho avuto il dolore alla spalla. Il guinzaglio è il suo nemico. Appena lo vede vuole morderlo. Argo è intelligente. Capisce sempre tutto. Conosce tutto di noi, delle nostre abitudini e dell’ambiente circostante. Sa tutto quello che c’è da sapere. Impara in fretta. Si adatta presto.  In casa passa il suo tempo sdraiato oppure abbaia ai cani che passano coi padroni, alle ambulanze, ai vigili del fuoco, agli operatori ecologici. Un suo passatempo è cercare di prendere delle lucertole. A volte scava nel giardino perché è il suo istinto quello di essere uno scavatore. Quando era più piccolo, appena aprivamo il cancello, lui scappava e mi toccava rincorrerlo per acchiapparlo.  Oggi invece non lo fa più, anche se è sempre un giocherellone, un mattacchione. È molto sensibile e affettuoso;  anche con gli estranei si mette supino e si fa accarezzare. Diciamo che non ha paura degli estranei. Per lui gli esseri umani sono tutti amici e quindi non potrebbe fare il cane da guardia. Ha un indole buona come molti lagotti. Va benissimo come cane da compagnia. È buono e attaccato ai padroni,  al limite della ruffianeria.  Potrebbe ringhiare o mordere solo se qualcuno lo disturba mentre mangia. A onor del vero ruglia  anche quando è a riposarsi in casotto e io mi avvicino per vedere se sta bene. Una volta è stato operato all’occhio. Lo abbiamo portato a Firenze. Due ore di operazione  e tre veterinari per togliergli un pezzo di forasacco, che gli era andato in un occhio. Argo vuole sempre compagnia. Se qualcuno stende i panni lui va lì a strusciarsi. Se in soggiorno qualcuno guarda la televisione lui si mette sdraiato sopra il tappetino di un gradino dell’ingresso di casa e ascolta il rumore della TV, talvolta stiracchiandosi.  Ad Argo non togli mai l’appetito. Fa due pasti e poi quando noi mangiamo fa due spuntini, che consistono nel mangiare bucce di mele, di pesche o di pere. Argo d’estate soffre il caldo e allora fa il bagno ogni giorno nella tinozza in giardino, che gli prepariamo sempre. Argo deve essere tosato 3 o 4 volte l’anno per stare bene. Anche i suoi croccantini costano. Però nonostante queste spese ne vale la pena, dato che ci ripaga con tutto il suo amore. Argo ormai è un membro della famiglia e noi viviamo in simbiosi con lui. Dargli da mangiare, accarezzarlo, sincerarsi se sta bene, portarlo in campagna sono ormai dei rituali quotidiani che scandiscono la mia giornata. Parafrasando una celebre pubblicità degli anni scorsi un lagotto allunga la vita e di certo dispensa il buonumore, poiché è di una simpatia unica. 

Giorni, di Maria Rosaria Teni

Giorni

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Giorni pervasi di malinconia, giorni che si frantumano su pensieri e immagini sfocate e che rivelano cocci di rimpianto…
A volte una pagina può rappresentare quel tappeto da cui si raccolgono questi piccoli residui di vita che restano dopo tanti attimi, dopo ore lunghe o brevi, dolorose o liete, vissute o sognate…
Giorni in cui vorresti che il tempo fosse rimasto cristallizzato a quell’istante, impresso in una retina virtuale da cui non si può cancellare nulla…
Giorni in cui il dolore è stato così forte da desiderare un vento impetuoso per spazzare via tutto, in un rapido balenare di follia, in un volteggiare imbizzarrito da cui non si esce che tramortiti…
Giorni che si avviluppano su scorci di momenti che sfumano e raggiungono un cielo che non ha confini…
Giorni che sono onde, sussurri e voci in un mare liquido di emozioni che non si toccano ma si vivono o forse si sognano, perché cosa altro è la vita se non un sogno?

Racconti: La stupidità e la Saggezza, di Antonino Salsone

La stupidità e la Saggezza.

Milan Kundera, celebre scrittore, poeta, drammaturgo e saggista, spiega che “La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda”.

Il poeta ci ricorda l’importanza di porci delle domande.

Spesso si crede erroneamente che l’uomo saggio sia colui che dispone di tutte le risposte.

In realtà la presunzione di avere già la soluzione a ogni quesito inibisce la curiosità che tiene vivo l’essere umano.

Al contrario, è l’umiltà dovuta alla consapevolezza di non conoscere la verità che motiva ognuno di noi a migliorarsi senza sosta e a percorrere incessantemente la propria via.

Ogni risposta genera a sua volta un’infinità di ulteriori domande e solo chi è davvero saggio ha il buonsenso per capire il dono che si riceve scavando nella profondità delle cose.

Quanto più si approfondisce e si scava, tanto più occorre approfondire ed estrarre.

Racconti: L’Uomo puó guardare oltre la siepe?, di Antonino Salsone

L’Uomo puó guardare oltre la siepe?

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

*

L’Infinito è un’avventura della mente.

Il poeta è sopra un colle e c’è una siepe che gli impedisce di vedere oltre. Ma è proprio questo ostacolo a permettergli di immaginare cosa c’è aldilà.

Verso dopo verso lo sgomento lascia spazio alla dolcezza e il limite visivo diventa un’opportunità per andare oltre usando l’immaginazione.

L’Infinito è una esperienza intima a cui il poeta di Recanati si abbandona, ben rappresentata nei versi “… tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

L’immaginazione, essendo un’attività dell’intelletto, non puó essere impedita da un limite fisico. Dunque, facendola divenire il proprio costume di vita, senza peró disancorarla dalla banchina delle virtù e della misura, l’Uomo, se è coraggioso, se ha la forza di nuotare tra i tumultuosi flutti delle avversità che agitano il mare della vita e se possiede i doni dell’intelletto, dell’intuito e dell’equilibrio, puó veramente andare oltre e portare nella realtà ció che ha visto al di là della siepe.

Racconti: La Dimora del Pensiero, di Antonino Salsone

La Dimora del Pensiero.

“Un’antica leggenda indiana narra che un Serpente senza scrupoli, individuata una Lucciola, iniziò a seguirla con l’intento di nutrirsene. La piccola creatura, in preda alla paura, cercò in tutti i modi di sfuggire alla cattura, finché, dopo tre giorni di persecuzione, allo stremo delle forze, decise di porre fine ad un’insostenibile agonia, affrontando il proprio destino. Fermatasi davanti al suo carnefice, prima che potesse avventarsi sul suo corpo, gli chiese di rispondere a 3 interrogativi.

– Non è mia abitudine dare risposte al mio “pasto”, tuttavia, con te, farò un’eccezione – esclamò la serpe affamata.

– Appartengo alla tua catena alimentare? – fu il primo quesito.

– No – la risposta secca.

– Ti ho fatto qualcosa di male? – il secondo.

– No, assolutamente no! – continuò a rispondere.

– Spiegami, allora, perché vuoi divorarmi? – incalzò, la Lucciola, con il terzo.

– Non posso sopportare il tuo brillare! – concluse la serpe, ponendo fine alla sua vita”.

La morale di questa leggenda orientale è chiara. Il serpente rappresenta l’invidia che avvolge l’uomo in una velenosa spirale allorchè, in relazione ad un bene o ad una qualità posseduta da un altro uomo (la luce, rappresentata dalla lucciola), si insinua nel suo animo il dispiacere, che può trasformarsi anche in astio, prima, e in odio, poi, di non possedere anche lui quel bene o quella qualità. Tanto da desiderare il male di colui che lo possiede e fare che ció accada.

Questa è l’Invidia, uno dei sette vizi capitali!

A ciascun uomo spetta liberamente scegliere se, nei rapporti con il proprio simile, vuole essere serpente o lucciola.

Io ho scelto: desidero essere la lucciola perchè non voglio che nella mia coscienza dimori il peso insostenibile di essere stato serpe verso un altro uomo.

Racconti: La piramide della mente, di Antonino Salsone

La piramide della mente.

Parlare, leggere, scrivere, pensare, sono quattro tappe in ascesa verso una vetta.

Parlare si è capaci presto e molti si fermano a quel punto, facendo spesso scadere la parola nella chiacchiera.

Segue un secondo impegno, il leggere, non praticato da molti ma utile per arricchire cuore e mente.

Puó poi subentrare in alcuni la scrittura di testi, atto importante per offrire ad altri il frutto della parola, della lettura e della conoscenza.

Decisiva è peró l’ultima tappa verso l’apice della piramide, il pensare: molti parlano, leggono e scrivono con un sostanziale vuoto di idee o contrabbandano solo dei luoghi comuni e delle banalità.

Il pensare autentico è, invece, elaborazione, esplorazione, introspezione, scavo in profondità per scoprire il mistero che è in noi e ci avvolge.

Le quattro operazioni della mente, tutte necessarie, sono dunque la parola, la lettura, la scrittura e il pensiero.

Ma, senza l’ultima, le altre si afflosciano, e i grandi maestri sono quelli che hanno messo in pratica il detto dei “Pensieri” di Pascal: “Impegnarsi a pensare bene è il principio della morale”.

Per essere uomini liberi, consapevoli e senzienti bisogna salire in cima alla piramide e pensare, perchè solo pensando e facendo della morale il proprio costume di vita si puó scegliere bene.

https://www.facebook.com/toninosalsone

Arte e poesia dalla Sardegna – Veronica Scano

Veronica Scano – artista e poetessa

Veronica Scano vive a Cagliari dal 1978, sua città natale.

Figlia d’arte, il padre Franco Scano poeta e pioniere del TAEKWONDO del
panorama Sardo nei primi anni Settanta. Pronipote d’arte, Francesco Atzeni
scrittore poeta e benefattore. A lui dedicata una piazza nella sua ador- ata Gon
nosfanadiga. Taekwondoka Maestra Illustratrice Poeta Pittrice Creativ Artist
Designer. Imprenditrice del brand di t-shirt Artmea nato e svilupattosi – in pan
demia avvenuto grazie a un risveglio interiore di luce e naturalità dell’essere.
Orfana di padre all’età di undici anni e vedova all’età di 42 anni, decide di
ricominciare una nuova vita creando dalle sue originarie passioni la pittura e
la scrittura una rinascita.
Con l’adorato figlio Filippo e un ritrovato Amore si dedica a ciò che la fa stare
bene, l’Arte. Il cambiamento è vita. L’autrice lo esprime attraverso le sue mani
e la sua creatività che utilizza come strumento di condivisione e come – prose
guo della propria anima. Frequenta assiduamente la Galleria d’arte Il Colore
di Ignazio Cabras, partecipando attivamente a varie collettive di pittura. Con
l’artista sardo Archimede Scarpa frequenta con curiosità e impegno un corso
di acquerello che le apre la porta nei primi anni del duemila per il suo – labora
torio d’arte a Cagliari.
Nel 2020 frequenta un corso di pittura botanica sarda della pittrice Maria
Cristina Zara. All’interno delle più diverse esperienze lavorative vince svariati
premi di pittura e poesia. Tra le ultime collettive di pittura la ritroviamo – impe
gnata nel Salotto Dell’Arte di Silvana Belvisi Cagliari, 2015.
Attraverso un percorso di consapevolezza e Naturopatia realizza la sua prima
Personale di Pittura nel settembre 2020, Cagliari, anno della Riconciliazione
e della Rinascita.

Artmea «la mia arte» in Sardo.
Inseritosi a pieno ritmo nel mercato locale Artmea vince numerosi riconoscimenti.
Partecipa attivamente con il Gruppo culturale eventi di Alessandra Sorcinelli
a progetti artistici e poetici.
Tra i più significativi citiamo il 1^premio come miglior Fashion brand design Sardo
organizzato dall’Atelier della stampa Milano Accademy 9luglio2022.
Menzione speciale Gianni Corda & Friends per la poliedricità Artistica.
Nono posto Regionale alla finale della Biennale Internazionale di Roma 2022 con
la pitto-scultura «L’Angelo», astratto materico emozionale.
Vincitrice popolare del concorso pittorico on-line La quasi estemporanea di agosto
con il figurativo pennarelli e matite colorate «Maria coglie l’uva».
Novembre 2022 Biennale Internazionale di Barcellona con «I quattro mori di Artmea»
«La Sardegna che soffre».
Con l’ agenzia di Moda Fashion Squad Agency partecipa ad una serie di spettacoli e sfilate
tra cui la finale di Miss Cinema Regione Sardegna 2022, per l’uscita casual
le ragazze indossano il Brand Artmea.

RICONOSCIMENTI
1997-21 – Dicembre (Cagliari): 3^ Edizione del Concorso Letterario “IO e
l’Amore” con la Poesia “Cuore”.
1999-8 – Dicembre (Cagliari): Primo premio con la poesia “Azzurro Cielo” 9^
manifestazione culturale CRAL Sanità Riunita Sardegna.
18 ottobre 2008 (Galerie Le Patio): 1^ Prix International Artiste – De Mont
martre Sezione “Ricerca Innovazione e Creatività”. La sua opera “L’angelo” è
un esempio di pittoscultura, dal tratto pittorico da lei creato, astratto materico
emozionale. Mandelieu La Napoule-Cannes (Francia).
2008-6 – Dicembre (Portovenere): primo premio CINQUE TERRE sezione
poesia “ Speciale Ricerca”, Artexpò Promotion.
2011-2 – Luglio (Palermo): Villa Malfitano Whitaker Arte in Passerella, – sezio
ne pittura Premiata per il Notevole “Valore stilistico e artistico”.

L’abbraccio

Se avessi la forza di bloccare l’istante
lo tratterrei nel mio respiro insieme al vento.

Eternamente cullarti e all’infinito
del mio cuore stringerti…

Avvicinare tra le mie labbra ogni tua lacrima
e con gesta leggere
asciugarne ogni incertezza.

Sei l’amore che solca ogni resa.

Rintocco di ali che si fondono
nell’assolo di un abbraccio.

Regalano al cielo petali senza fine
di instancabili carezze.

Con filamenti dorati e trame preziose tesserò
l’armonia del tuo viso
per ricordarmene ogni traccia
e giocherò con il tuo sorriso intrecciato dal sole.

Quell’abbraccio che mi accarezza l’anima
è immobile nel suo spazio
che diventa sicuro ad ogni tuo tocco.

Incuranti del tempo regaliamo alla vita
ogni imprudenza e noi che restiamo lì su
come cerchi sospesi di luce tonante
diventiamo emblemi dipinti
nel mare la sera!

Veronica Scano

Contatti:
Whatsapp : 3401789928
Instagram : Artmea_sardinia
Facebook : Veronica Scano
Artmea
E- mail : Murgia.scano@tiscali.it

http://nonsolopoesiarte.art.blog/2022/09/20/arte-e-poesia-dalla-sardegna-veronica-scano/