L’ESSERE E IL SENTIRE I NEMBI, di Rebecca Lena

L’ESSERE E IL SENTIRE I NEMBI

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Il mio modo di sentire è diversamente reale. 

Ci sono nembi che incedono come croste del cielo e non si può far nulla che non sia amarli, d’orrore. E l’orrore, che non è paura, ha una sfumatura d’attrazione sensuale spesso incompresa; somiglia ad un prurito interiore per metà soddisfatto dalla vista, o meglio, dalla contemplazione lontana. (Col diminuire della distanza allora l’orrore diventa paura.)

Così sono i nembi della percezione: cupi e frastagliati, titanicamente bellissimi. E remoti.

Potrebbero squarciarsi nel momento più inaspettato, vomitando un oceano di viscere sul fragore della realtà, ma indugiano sempre, guardano, passano oltre; anche l’ombra, più grave di quel che pare, mi compiace lo sguardo levigando il suolo senza muovere alcuna foglia.

I miei occhi, macroscopici, si illuminano come perle, offerte in dono nel boato della loro lentezza. Eppure sono i soli – gli occhi calamita per nembi – tutto è spento intorno e per il mondo intero il cielo pare sgombro di assurdità.

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FUGA, di Rebecca Lena

FUGA

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Fiutare una traccia di parole non scritte. 

L`odore di solchi – futuri e remoti – scuce il capo fin sopra le nubi, a inseguire scie, abbandonate le membra laggiù, in attesa. Si fa mongolfiera quel volto fuggito, intanto il vento leviga il mondo e non se ne cura. 

Si salpa più in alto, dove le crepe del tempo sbuffano lampi e sillabe chiare. Si immerge il volto, le fessure stridono e le vocali inquiete urtano la pelle con un formicolio d’oro, ancora larve di suono.

Saziano subito, e non serve masticare o riformulare, basta ingoiare senza pretesa di controllo, i segni si mescolano nel gorgoglio del palato e si fanno sillabe, parole e discorsi e pensiero, e il pensiero si inebria e perde il senso della comodità o del conforto, si fa denso di testura e poi implode, ancora, con perdita di massa delle parole, – nuovamente – sillabe, vocali, segni, e infine nullità assoluta, elettrica, sospesa nel movimento ellittico di qualcosa, che non so affatto, che forse è l’essere in vita; il vivere stesso: l’inspiegabile maelstrom nero senza alcun desiderio di sosta. 

Così l’involucro di pelle si fa teso, turgido e incosciente, per poi collassare, perdere lo sguardo fra le pieghe, e di nuovo: ancora ripido respiro di follie. É polmone di bellezza, elastico.

I segni si fanno schioppi come funi in tempesta, i sibili, intima gelosia, sono incagliati nella gola che ha paura di pronunciare. Niente si deve pronunciare, tutto è ostaggio dei i denti e della lingua e guai a lasciarli andare. Leggere senza leggere, tutto è traccia di ciò che ancora non è stato scritto, a labbra serrate, mai mescolare le corde vocali. Il silenzio è più ebbro.

Ma il piacere si conclude, l’imprevisto timore – la ragione – di aver perso l’ultima cima, quella che riconduce l’errante in volo al corpo-ancora, ancora ritto e immobile, dove il vento lima le cose del suolo. Si cercano i residui, forse una corda sottile è ancora tesa. Si torna indietro a fatica, la pelle del volto di nuovo grave. 

Lento e traumatico è il ritorno al corpo.

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MACCHIE, di Rebecca Lena

MACCHIE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

La scomparsa delle cose e degli esseri mi schiaccia al suolo, di nuovo. La mia stessa forma si riduce a poltiglia senza il sostegno dell’euforia, invertebrata.

Sento il mondo intriso di una violenza inconsapevole, credo sia nascosta dietro quella pellicola di bambini che si arrampicano, che scivolano giù, di fiori dappertutto, di terra calpestata da un pallone, di persone che conversano del niente, di sole mite, dietro l’ovunque è un brulicare di viscere vermiglie. Sotto alla patina dei sensi. Talvolta la violenza sbuffa fuori grazie alla velocità delle cose che corrono, guidate da persone che corrono. L’urto crea strappi sulla pellicola del reale ed ecco che il moto ondoso macchia il suolo. 

Potrei rimanerne uccisa da un momento all’altro. Quella velocità di cose irresponsabili è pronta a saltare fuori. La sento contorcersi, eppure offro la nuca nuda al vento. Non mi resterebbe altro che il soffrire di più, definitivamente, per soffrire meno.

Nobilitare la vendetta a bisogno lecito, ma ho anche il presentimento che voglia truffarmi, lasciandomi credere di ottenere qualcosa per poi intrappolarmi tutta quanta al di là di quella pellicola.

Metti il collare, apri la porta. Apri la porta, togli il collare. Un odore di pelliccia calda fra le dita si fa più remoto giorno dopo giorno, c’è invece una macchia di sangue sull’asfalto, delle formiche in fila, il corpo inflessibile alla vita ritrovato al mattino, divenuto vuoto come un contenitore usato. 

Adesso dobbiamo imparare a vivere lo spazio assieme alla tua assenza. Forse ci vorrà una vita intera.

Attendo la pioggia perché possa lavare via quella macchia dal mio sguardo. Sono ossessionata dalla pioggia che cadrà sul suo pelo rigido, semisepolto fra le foglie, nel bosco dietro casa.

Al mio gatto, ucciso.


Il libro Racconti della Controra è stato ristampato, è di nuovo disponibile su:
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https://raccontidellacontrora.com/2021/05/14/macchie/

INSONNIA, di Rebecca Lena

INSONNIA

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

La finestra è un faro nel buio. 

Grida rapaci e brividi di alberi; ogni frequenza è un cono di suono. Precipito nel baratro di un sassetto che, non so come, cade, in cucina; di una foglia morta sospinta sulla finestra; di un frullio d’ali impigliate. Insetti che muoiono, e li ascolto perdere memoria del mondo.

Il volume d’aria mi schiaccia e il materasso mi respinge. Le coperte strisciano e si allacciano ai fianchi. 

Tutto il mio corpo è vigile al silenzio.

Eppure c’è un filo bianco di aria fresca che d’un tratto mi giunge alle dita, come il naso umido di animale selvatico, fiuta il mio odore e fugge via velocissimo; con un balzo oltrepassa la scrivania e in un attimo si lancia nel vuoto della finestra. Una sottile via lattea si srotola limpida davanti ai miei occhi, lunga chissà quanto. Non saprei definire la sua consistenza ma si direbbe fitta di filamenti segreti. Un rapido calcolo: 13 chilometri, forse. La distanza elastica che mi separa e che mi tiene annodata alla tua mano, ignara, laggiù.

Un cammino bioluminescente mi guida fuori dalla camera, percorro i profili delle colline, sui ventri vuoti del bosco, verso la città. Muschio afoso nelle narici, sfioro coi piedi gli artigli più alti di alberi neri, di lampioni, di terrazze silenziose e cavi elettrici di treni.

Eccomi alla tua finestra aperta. Scosto le tende eppure mi abbracciano, bentornata. Mi lascio scivolare come una piccola bestia senza peso, qui, vicino alle tue dita. Poso il muso sul tuo palmo bianco, poi sul polso più sbiadito, quasi trasparente. Ecco, un bacio impercettibile te lo voglio dare perché tanto non puoi vedermi né sentirmi, è quasi un sospiro. E vorrei anche su tutta questa pelle di sabbia che ti ricopre. Ti ho raggiunto e tu dormi, volto bianco scoperto, io ti guardo quando non mi guardi, da sempre. Non svegliarti mai.


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COL VENTO, di Rebecca Lena

COL VENTO

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Il peso del petto, mi rifugio nei pensieri di spasmi di foglie, nelle macchie inaspettate dei lampioni.  Il vento. Tutto scuote, ma scavo una fossa nel suolo. Il buio e il pube del bosco, il mio bisbigliare assorbito da quelle foglie, insalivate; e lo sento: l’inumidirsi della parola nella deglutizione del vespro. La buca di terra è confortevole.

Vorrei occhi che possano nascondermi al moto delle cose.

Ma, seppellito il corpo a metà, forse mi preparo, immemore, alla separazione da quelle cose; l’allontanarsi, che è il progressivo aumento d’una distanza fra me ed un (s)oggetto qualunque, ad una velocità costante. Preferisco l’ombra solida e il non vedere, per poter delineare meglio qualsiasi cosa informe, che è il sentire. La forma della vacuità.

Gli spazi vuoti mi rendono leggero. Quei segni – che componevano il mio significare – riemergono e si spargono col vento. Forse divengo scrittura nuova, incomprensibile, per adesso.

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1,2 KG, di Rebecca Lena

1,2 KG

 · di Rebecca Lena · in arte. ·

“Svesto il sentire e l’abito non ha forma, il peso di ciò che rimane non sono io, ma è intuizione di una miriade di pori: nuovi occhi da cui sibila il vuoto”.

(Testo scritto durante la performance)

Il nostro modello socio-economico sta morendo. Il modello di crescita economica infinita adottato nel passato non è più sostenibile in un mondo che ha risorse limitate. Dobbiamo affrontare questa nuova scioccante certezza, e cercare di attraversarla, adattandoci alle sue diverse fasi di trasformazione sociale, cambiando il nostro modo di vivere e di sentire.

1,2 kg è una performance calligrafico-musicale che affronta il tema della transizione sociale attraverso una metafora: la decrescita. Una forma ideologica di decrescita intesa come risposta a questa sfida, un modello antagonista alla crescita che vuole proporre un atteggiamento di controllo e di moderazione dei nostri bisogni. Per mancanza di altre soluzioni la decrescita è l’unico modello di regolazione per garantire un futuro sostenibile.

foto di Francesco Baiocchi

In questo senso abbiamo deciso di utilizzare una doppia metafora del lutto, inizialmente come condizione necessaria all’abbandono del nostro modello economico mondiale, successivamente come percorso di alleggerimento, di controllo dei nostri desideri o bisogni, affrontando le cinque fasi psicologiche e sentimentali teorizzate da Kübler Ross (𝗡𝗲𝗴𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗥𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮, 𝗡𝗲𝗴𝗼𝘇𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗗𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗔𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲). 

La performance si articola in modo simmetrico intorno a due pilastri:

  • l’arte della calligrafia (con riferimento all’arte orientale dello shodō), utilizzata come esercizio di controllo e come ricerca di equilibrio estetico, psicologico e spirituale fra espressione e contenuto;
  • il peso delle 5 pietre, attrici principali della performance, che ha la funzione di materializzare lo spazio, il tempo, l’espressione del silenzio (il suono è assenza di silenzio) e il passaggio dal vivo al vissuto.
foto di Monica Iannettone

Le parole si dipanano, superata ogni fase, come una massa di fili e il senso nasce a poco a poco. Srotolare una pergamena è un gesto ancestrale e antico che mette l’uomo di fronte al suo presente e al suo passato (la scrittura è la testimone del tempo).

Il binario visivo della scrittura è l’Espressione, la presenza concreta, il vivere. Il binario sonoro è l’Assenza e la perdita che perseguita le emozioni dell’uomo. Entrambi sono connessi in un rapporto di causa-effetto, rappresentato dai due nastri legati ai polsi.

Il suono decresce e suggerisce una soluzione economica, psicologica e spirituale alla transizione che stiamo vivendo, così la scrittura, continuamente deviata, si esprime inizialmente attraverso una calligrafia caotica, illeggibile e, mano a mano, diviene chiara, essenziale e leggibile. L’azione sofferta della scrittura (oltre al concetto di vuoto) si ispira ad una scena di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera” di Kim Ki Duk, quando il protagonista, per espiare una colpa incide fino allo sfinimento una frase del “Sutra del cuore” sul pavimento del tempio.

foto di Francesco Baiocchi

Performance scritta e diretta da me e Maximien Aldebert (Telesphorus), presentata all’interno di Luci nel Parco, progetto a cura di Lorenzo Ciacciavicca e Susannah Ihieme per Centro Creazione Cultura. Riprese video di Francesco Baiocchi.

SOGNI COAGULI FRA LE PIEGHE, di Rebecca Lena

SOGNI COAGULI FRA LE PIEGHE

 · di Rebecca Lena · in arteRacconti. ·

Teste tagliate come una torta, perpendicolarmente, ad altezza del naso; vedevo il vero viso d’osso riemergere come punte d’iceberg nel mare di spugna rossa. Era un sogno di stanotte. 

Non so bene cosa mi avvolge, a volte mi sta stretto, altre penzola a terra. Il mio corpo non ha mai la taglia giusta. 

Mistero: è l’aria che separa me dal mio corpo e il mio corpo dallo spazio vivo d’azione. L’inadeguatezza è il mistero. L’uomo è tale solo in esso. 

Se non scrivo, e lascio il mio abito libero di scuotersi al vento, ciò che vivo non ha consistenza; se invece mi concentro, indosso ogni spazio vuoto delle sue pieghe, ecco che la realtà assume tridimensione. Agito e scolpisco un luogo esterno, il caos è più comprensibile, le strutture intermittenti sorreggono la percezione. Tutto è chiaro, nessun simbolo, nessuna morale, nessuna opinione: è struttura atarassica. 

Vedo meglio senza pelle, senza occhi. Il mio cappotto di spugna rossa si nutre di me. 

Da fuori pare che sia solo: tool: estensione stessa di estensioni varie, protesi alimentata da necessità altrui. Ed io, dentro al suo stomaco, mi nutro di malinconia, e di nostalgia, in una rosa di pieghe libere di aderire o meno.

La culla della malinconia dentro al cappotto è piacere. Forse ha una maglia fitta, un tessuto glauco, verde scuro e addormenta con calore, è come l’assopire stesso delle membra. 

La nostalgia invece è una patina dolciastra a tratti acida, è fermentazione di un sogno desto, gli occhi non occhi sono spalancati sull’invisibile. Ho nostalgia di una trasparenza che un tempo possedevo, quando non proiettavo ombra, quando nessuna reazione mi precedeva, e nessun contraccolpo mi seguiva.

Forse, un giorno, sarò uno scarto prezioso di briciole, resti e rigurgiti di sogni: ambra grigia. Maleodorante. Che nasconde un cuore radioattivo, come sulla spiaggia di nessuno.

Ore 17, sono a casa seduta al tavolo. Il vento non smette di levigare il mondo e il latte diviene denso nel mio ventre. Un sigillo è adesso in atto. 

In fondo alle tasche, fra queste pieghe, raccolgo un grumo di cose poco importanti: minuzzoli di intuizioni miste al sogno, le schiaccio e le accartoccio fino ad ottenere una piccola pietra calda. Se la terra divenisse pura neve allora lascerei questo sasso sprofondare, una schiuma incredula lo ingoierebbe. Lo lascerei, ma legato a un filo. Scaverebbe una galleria buia fino al ventre profondo del mondo. E là dentro scivolerebbe oltre, ed oltre, e il suo cordone altro non è che un tentativo lieve di creare relazioni, vive seppur invisibili, senza contatto, senza assenso, senza il tempo o attesa di risposta. 

La piccola pietra sarà riemersa in qualche luogo adesso, ed è libera di incuriosire chiunque le passi accanto – coloro io scrivo adesso – sull’altro lato del mondo, che siano liberi anche solo di indicarla, di coglierla o lasciarla levigare al vento.

https://player.vimeo.com/video/702801460?h=c7ffb3ed6d&dnt=1&app_id=122963Video creato da me, Sara Tonani, Zist (musica), Sonja Pfenningbauer (performer), Amelie Herm (performer).

The Thorn in the Breast

The Thorn in the Breast

Colleen McCullough born on 1 June 1937 was an internationally acclaimed Australian author of Maori ancestry, best known for her novel “The Thorn Birds” published in 1977.
In1983 the novel was also adapted into the eponymous television series, starring Richard Chamberlain, which became the United States’ second-highest-rated miniseries of all time, behind “Roots”.

The story spans three generations of the Cleary family, who moved from New Zealand to Australia. At the heart of the plot, which opens on Meggie Cleary’s fourth birthday and concludes 55 years later, is her love for a handsome Irish Catholic priest, Father Ralph, a man she first met when she was just a little girl.
Forced to choose between the woman he loves and the Church he is sworn to, Father Ralph remains with the Church, eventually becoming a Cardinal in Rome and never realizing that Meggie’s son is his own child.

The title of the book refers to the mythical “thornbird” who spends his life looking for a thorny tree and when he finds it he dies singing the most beautiful song ever heard
Here is how the myth is presented in the first part of the novel:
There is a legend about a bird which sings just once in its life, more sweetly than any other creature on the face of the earth. From the moment it leaves the nest it searches for a thorn tree, and does not rest until it has found one. Then, singing among the savage branches, it impales itself upon the longest, sharpest spine. And, dying, it rises above its own agony to out-carol the lark and the nightingale. One superlative song, existence the price. But the whole world stills to listen, and God in His heaven smiles. For the best is only bought at the cost of great pain…. Or so says the legend. “

The tale is based on a Celtic myth about a bird that trades his own life for the most beautiful melody, and, carried away in the rapture of the song, she impales himself on the sharpest thorn of the tree on which he has finally rested.
The thorn bird symbolizes the tenderness of the brief, forbidden love affair between Meggie and Father Ralph, resulting in pain and tragedy.

Many years after telling Meggie the legend, Ralph elaborates its meaning as follows:
Each of us has something within us which won’t be denied, even if it makes us scream aloud to die. We are what we are, that’s all. — Everyone singing his own little song, convinced it’s the most wonderful song the world has ever heard. Don’t you see? We create our own thorns, and never stop to count the cost. All we can do is suffer the pain, and tell ourselves it was well worth it … The bird with the thorn in its breast, it follows an immutable law; it is driven by it knows not what to impale itself, and die singing . At the very instant the thorn enters there is no awareness in it of the dying to come; it simply sings and sings until there is not the life left to utter another note. But we, when we put the thorns in our breasts, we know. We understand. And still we do it. Still we do it.”

La spina nel petto

Colleen McCullough, nata il 1 giugno 1937, fu un’autrice australiana di fama internazionale, nota soprattutto per il suo romanzo “The Thorn Birds/Uccelli di rovo” pubblicato nel 1977.
Nel 1983 il romanzo fu adattato nella serie televisiva dallo stesso titolo, con Richard Chamberlain, che è diventata la seconda miniserie americana di tutti i tempi, dietro a “Roots/Radici”.

La storia abbraccia tre generazioni della famiglia Cleary, che dalla Nuova Zelanda si trasferisce in Australia. Al centro della trama, che si apre al momento del quarto compleanno di Meggie Cleary e si conclude 55 anni dopo , c’è il suo amore per un bel prete cattolico irlandese, padre Ralph, un uomo incontrato per la prima volta quando era solo una bambina.
Costretto a scegliere tra la donna che ama e la Chiesa a cui ha giurato fedeltà, padre Ralph rimane in seno alla Chiesa, diventando infine cardinale a Roma, senza mai rendersi conto che il bambino di Meggie è suo figlio.

Il titolo del libro si riferisce al mitico “uccello di rovo” che passa la vita a cercare un albero spinoso e quando lo trova muore cantando la più bella canzone mai sentita.
Ecco come viene presentato quel mito nella prima parte del romanzo:
Una leggenda narra di un uccello che canta una sola volta nella vita, più soavemente di qualsiasi altra creatura sulla faccia della terra. Dal momento in cui lascia il nido, cerca un grande rovo e non riposa finché non lo trova. Poi, cantando tra i rami selvaggi, si trafigge sulla spina più lunga e acuminata. E, mentre muore con la spina nel petto, vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignolo. Una melodia eccelsa il cui scotto è la vita. Ma il mondo intero tace per ascoltare, e Dio, nel suo Paradiso, sorride. Al meglio si giunge solo a costo di grande dolore… o almeno così dice la leggenda.”

Il racconto si basa su un mito celtico che parla di un uccello che baratta la sua propria vita per la melodia più bella e, trascinato nell’estasi del suo canto si infilza sulla spina più aguzza del rovo su cui si è finalmente posato.
L’uccello di rovo simboleggia la tenerezza della breve relazione amorosa proibita tra Meggie e padre Ralph, che provoca dolore e tragedia.

Infatti, molti anni dopo aver raccontato a Meggie la leggenda, padre Ralph ne elabora così il significato:
Ognuno di noi ha qualcosa dentro di sé che non può essere negato, anche se ci fa urlare dal dolore. Siamo quello che siamo, tutto qui. — Ognuno canta la sua piccola canzone, convinto che sia la canzone più meravigliosa che il mondo abbia mai sentito. Non vedi? Ci creiamo le nostre spine e non ci fermiamo mai a calcolarne il prezzo. Tutto quello che possiamo fare è patire quel dolore, e dirci che ne è valsa la pena… L’uccello con la spina nel petto, segue una legge immutabile; è spinto da non sa che cosa a trafiggersi, e morire cantando. Nell’attimo stesso in cui la spina lo penetra, non ha consapevolezza della morte imminente; si limita a cantare e a cantare, finché non rimane più vita per emettere un’ altra nota. Ma noi, quando ci affondiamo le spine nel petto, lo sappiamo. Comprendiamo. E lo facciamolo lo stesso. . Lo facciamolo lo stesso.”

Black Venus in the Pantheon

Black Venus in the Pantheon

Joséphine Baker (born on 3 June 1906 in St. Louis, Missouri) was not only an American-born French dancer, singer and actress, but also a French Resistance agent and civil rights activist.
She spent her youth in poverty before learning to dance and finding success on Broadway. In the 1920s she moved to France and soon became one of the most popular and highest-paid performers in Europe.
Her rise to stardom on the stage of Paris’s famous cabaret music hall, the Folies Bergère, made her a symbol of wealth and freedom, admired in her costume, consisting of only a short skirt of artificial bananas and a beaded necklace, which became an iconic image and a symbol both of the Jazz Age and the Roaring Twenties.

Baker had several nicknames: the “Black Venus”, the “Black Pearl”, the “Bronze Venus“, and the “Creole Goddess”.

During the German occupation of France, she worked with the Red Cross and the Résistance, for which she was later awarded the Croix de Guerre and the Legion of Honour.

She devoted much of her life to fighting segregation and racism and appeared in front of the Lincoln Memorial , wearing her uniform of the French Resistance, giving a speech just before Martin Luther King delivered his famous “I Have a Dream” oration. on 28 August 1963.
Following King’s assassination in 1968, she was offered unofficial leadership in the movement in the United States by Coretta Scott King. After many days of thinking it over, Baker declined, saying her children were “too young to lose their mother.”
In the 1950s , long before Angelina Jolie, Mia Farrow and Madonna, she began to adopt children of various ethnic backgrounds from all over the world: her “rainbow tribe ” consisted of 12 children.

She died in 1975 and a few months ago, on 30 November 2021, she was inducted into the Panthéon in Paris, the sixth woman and the first black woman to receive one of the highest French honours.
(The Panthéon, which means a temple dedicated to all the gods, is a monument in Paris that has served as a mausoleum for distinguished persons since the era of the French Revolution)
In his speech, President Emmanuel Macron honoured Joséphine Baker as a woman who “broke down barriers … and became part of the hearts and minds of French people”
He said :

Héroïne de guerre, combattante, danseuse, chanteuse, noire défendant les noirs mais d’abord femme défendant le genre humain, américaine et française. Joséphine Baker mena tant de combats avec liberté, légèreté, gaieté. (…) Elle fit à chaque tournant de l’histoire les justes choix, distinguant toujours les lumières des ténèbres.
(…)Elle a voulu prouver au reste du monde que les couleurs de peau, les origines, les religions pouvaient non seulement cohabiter mais aussi vivre en harmonie”

“War heroine, fighter, dancer, singer, black defending blacks but first of all, a woman defending humankind. American and French, Josephine Baker fought so many battles with lightness, freedom, joy. (…)She made the right choices at each turn of history, always distinguishing light from darkness.
(…) She wanted to prove to the rest of the world that skin colours, origins, religions could not only cohabit but also live in harmony”

Joséphine Baker (nata il 3 giugno 1906 a St. Louis, Missouri) fu non solo una ballerina, cantante e attrice francese di origine americana, ma anche agente della Resistenza francese e attivista per i diritti civili.
Joséphine trascorse la giovinezza in povertà prima di imparare a ballare e trovare successo a Broadway. Negli anni ’20 si trasferì in Francia e divenne presto una delle interpreti più popolari e più pagate d’Europa
L’ascesa alla celebrità sul palcoscenico del famoso music hall di Parigi, le Folies Bergère, la rese un simbolo di ricchezza e libertà, ammirata nel suo costume, composto solo da una gonnellina di banane artificiali e una collana di perline, che è diventato un’immagine iconica e un simbolo sia dell’età del jazz che dei ruggenti anni Venti.

La Baker ebbe parecchi soprannomi: la “Venere Nera”, la “Perla Nera”, la “Venere di bronzo” e la “Dea creola”.

Durante l’occupazione tedesca della Francia, lavorò con la Croce Rossa e la Resistenza, per cui ricevette in seguito ricevette la Croix de Guerre e la Legion d’Onore.

Dedicò gran parte della sua vita a combattere la segregazione e il razzismo e apparve davanti al Lincoln Memorial, indossando la sua uniforme della Resistenza francese, tenendo un discorso poco prima che il Martin Luther King pronunciasse la sua famosa orazione “I Have a Dream” il 28 agosto 1963

Dopo l’assassinio di King nel 1968, Coretta King le offrì la leadership non ufficiale nel movimento negli Stati Uniti, ma dopo molti giorni di riflessione, Baker rifiutò, dicendo che i suoi figli erano “troppo piccoli per perdere la madre”.
Negli anni ’50, molto prima di Angelina Jolie, Mia Farrow e Madonna, iniziò ad adottare bambini di varie etnie provenienti da tutto il mondo: la sua “tribù arcobaleno” era composta da 12 figli.
E’ morta nel 1975 e pochi mesi fa, il 30 novembre 2021, è stata inserita nel Panthéon di Parigi, la sesta donna e la prima donna di colore a ricevere una delle più alte onorificenze francesi
(Il Panthéon, che significa tempio dedicato a tutti gli dei, è un monumento a Parigi che serve da mausoleo per personaggi illustri sin dall’era della Rivoluzione francese)

Nel suo discorso, il presidente Emmanuel Macron ha onorato la Baker definendola una donna che “ha abbattuto le barriere… ed è diventata parte dei cuori e delle menti dei francesi”
Egli ha detto;

“Héroïne de guerre, combattante, danseuse, chanteuse, noire défendant les noirs mais d’abord femme défendant le gender humain. Américaine et française. Joséphine Baker mena tant de combats avec liberté, légèreté, gaieté. (…) Elle fit à chaque tournant de l’histoire les justes choix, distinti toujours les lumières des ténèbres.
(…) Elle a voulu prouver au reste du monde que les couleurs de peau, les origines, les religions pouvaient non seulement cohabiter mais aussi vivre en harmonie “

Eroina di guerra, combattente, ballerina, cantante, nera che difende i neri ma prima di tutto una donna che difende l’umanità. Americana e francese, Joséphine Baker ha condotto tante battaglie con leggerezza, libertà, gioia”. (…) Ha fatto le scelte giuste ad ogni svolta della storia, distinguendo sempre la luce dalle tenebre.
(…) Ha voluto dimostrare al resto del mondo che il colore della pelle, le origini, le religioni potevano non solo convivere ma anche vivere in armonia”

Fake News

Fake News

When Mr. J. Smith read the New York Times one hundred years ago, on the morning of 4 June 1922, he breathed a sigh of relief: the earth was not going to be invaded by dinosaurs, as had been feared the day before. It was Conan Doyle’s fault!

Sir Arthur Conan Doyle the famous creator of Sherlock Holmes was a staunch Spiritualist. His involvement began in 1894 when he joined the British Society for Psychical Research, which investigated local paranormal phenomena. Doyle became further rooted in the movement after his son’s death during World War I. For the rest of his life , Doyle claimed that his son communicated with him from beyond the grave.

Conan Doyle attended seances and wrote articles or lectured on spiritualism. In 1922, while in America for a series of lectures, he was invited by his friend Harry Houdini to the annual meeting of the Society of American Magicians.
The guest of honour decided to honour the meeting by bringing with him concrete proof that dinosaurs not only existed but still lived!
Towards the end of a series of sleight of hand tricks and other “experiments” in magic, Doyle decided to show a stunned audience proof of that, saying:
“There would be great danger if the originals were shown instead of the counterfeit, but what you will see is a living presentment.”
After this mysterious utterance Sir Arthur said:
“I would like to add, to save myself from getting up again, that, if permission is granted for me to show this, they will speak for themselves. I will answer no questions regarding them either for the press or the others present.”

Then he played for the astonished crowd a portion of a black and white film featuring extinct monsters, mostly dinosaurs. fighting, playing or making love, without any titles or comments.
After showing the clip, as he had foretold he didn’t answer any questions, just said that people should be wise and keep their minds open when it came to the unknown, and left the audience to their own conclusions.

The following day the New York Times ran the following headline:

DINOSAURS CAVORT IN FILM FOR DOYLE
SPIRITIST MYSTIFIES WORLD-FAMED MAGICIANS WITH PICTURES OF PREHISTORIC BEASTS
KEEPS ORIGIN A SECRET
MONSTERS OF OTHER AGES SHOWN,
SOME FIGHTING, SOME AT PLAY,
IN THEIR NATIVE JUNGLES”

However, the day after, 4 June 1922, the same newspaper reported a letter sent by Conan Doyle to Houdini, in which he called the whole thing “a hoax”.

“My dear Houdini:
My cinematic interlude at the Wizards’ Supper should, I believe, be explained now that its purpose has been achieved. The purpose was simply to provide some mystification to those who have so often and so successfully mystified others.
In presenting my dinosaurs in motion I…. I was emphatic that it was not occult and only psychic ….
…. Dinosaurs and other monsters were built from pure cinema, but of the highest kind, and are used for the film “The Lost World” which depicts prehistoric life on a South American plateau. “

It was a clip from the film “The Lost World”(which had not yet been released), based on one of Doyle’s works, a novel in which a British scientist discovers a plateau in South America that has survived through geological time. and it is still full of the monsters that roamed the earth millions of years before man appeared.
Overnight, Conan Doyle made the film adaptation of his novel the most anticipated film in America!

Quando esattamente cent’anni fa il signor J. Smith lesse il New York Times, la mattina del 4 giugno 1922, tirò un sospiro di sollievo: la terra non sarebbe stata invasa dai dinosauri, come era stato paventato il giorno prima. Tutta colpa di Conan Doyle!

Sir Arthur Conan Doyle, il famoso creatore di Sherlock Holmes, era un convinto spiritista. Il suo coinvolgimento era iniziato nel 1894 quando era entrato nella British Society for Psychical Research/ Società per la Ricerca psichica che indagava sui fenomeni paranormali locali. Doyle si era ulteriormente consolidato nel movimento dopo la morte di suo figlio durante la prima guerra mondiale, che diceva comunicasse con lui dall’oltretomba.

Conan Doyle partecipava a sedute spiritiche e scriveva articoli o teneva conferenze sullo spiritismo. Nel 1922, mentre era in America per una serie di conferenze, fu invitato dall’amico Harry Houdini all’incontro annuale della Society of American Magicians/Società dei Maghi Americani
L’ospite d’onore decise di onorare l’incontro portando con sé la prova concreta che i dinosauri non solo erano esistiti, ma vivevano ancora!
Verso la fine di una serie di giochi di prestigio e altri “esperimenti” di magia, Doyle decise di mostrare a un pubblico sbalordito la sua prova, dicendo:

“Ci sarebbe un grande pericolo se venissero mostrati gli originali invece della contraffazione, ma quello che vedrete è un presente vivente”.
Dopo questa misteriosa frase Sir Arthur aggiunse:
Vorrei aggiungere, per evitare di rialzarmi, che, se mi viene concesso il permesso di mostrarlo, parlerà da solo. Non risponderò a domande su di loro né per la stampa né per gli altri presenti”.

Poi proiettò, senza titoli o commenti, alcune immagini in movimento che mostravano mostri estinti, per lo più dinosauri, mentre combattevano, giocavano o facevano l’amore
Dopo aver mostrato la clip, come aveva preannunciato non rispose a nessuna domanda, ma disse solo che le persone dovevamo essere sagge e mantenere le loro menti aperte quando si trattava dell’ignoto, e lasciò il pubblico alle proprie conclusioni.

Il giorno seguente il New York Times pubblicò il seguente titolo:

DINOSAURI SALTELLANO IN UN FILM PER DOYLE
LO SPIRITISTA DISORIENTA MAGHI DI FAMA MONDIALE CON IMMAGINI DI BESTIE PREISTORICHE
MANTIENE SEGRETA L
A FONTE
MOSTRATI MOSTRI DI ALTRE ERE,
ALCUNI IN COMBATTIMENTO, ALTRI IN GIOCO,
NELLE LORO GIUNGLE 
ORIGINARIE

Tuttavia il giorno dopo il 4 giugno 1922 lo stesso giornale riportava una lettera inviata da Conan Doyle a Houdini, in cui definiva l’intera faccenda “una bufala”.
Mio caro Houdini:
Il mio intermezzo cinematografico in occasione della cena dei maghi dovrebbe, credo, essere spiegato, ora che il suo scopo è stato raggiunto. Lo scopo era semplicemente quello di fornire un po’ di mistificazione a coloro che così spesso e con così tanto successo hanno mistificato gli altri.
Nel presentare i miei dinosauri in movimento io …. ho enfatizzato il fatto che non era qualcosa di occulto ma solo psichico ….
…. I dinosauri e altri mostri sono stati costruiti da cinema puro, del tipo più elevato, e vengono utilizzati per il film “Il mondo perduto” che rappresenta la vita preistorica su un altopiano sudamericano. “

Si trattava infatti di una clip estrapolato dal film “The Lost World/ Il mondo perduto” (non ancora in circolazione) , basato su una delle opere di Doyle, romanzo in cui uno scienziato britannico scopre in Sud America un altopiano che è sopravvissuto attraverso il tempo geologico ed è ancora pieno di mostri che vagavano per la terra milioni di anni prima che dell’uomo.
Nel giro di un giorno, Conan Doyle rese l’adattamento cinematografico del suo romanzo il film più atteso d’America!

Asking  for help

Asking  for help

Cassandro, whom some of you know, sent me this beautiful poem to translate into English. As you know, it is easier for me to translate from English, which is not my mother tongue, into Italian. I have had problems with the rhymes and the form, so I’m asking you for help . Do you have any suggestions for improving it?
It is a poem (a double Italian sonnet) about sleeping after love, seen first by him and then by her.
I would like to thank in advance, also on behalf of Cassandro, whoever will want to give us a hand

THE SLEEP OF LOVE (him and her)/SLEEPING AFTER LOVE

Sleeping after love
may be such a sweet rapture
diving into an odourless world
colourless . . . like plaster sculpture

you almost feel. . . in paradise
suddenly you find. . . like in a game
but you don’t care – here again
where your body has lost its name

You have become a cloud. . . or sky maybe. .
or else … the centre of the earth. . .
or foam brushing against the sea

Your mind is now at ease
as a veil has descended on it,
and with the world you feel at peace

° ° °

I love making love, of course, no one denies
however, even though sex is divine
I love your body when it lies
finally exhausted on top of mine

. . . and I love to feel your heart beating
like a drum, that’s true
and then calm down while sleeping
the slumber I gave you.

. . . And it’s a pity you can’t understand
what it means to sense you abandoned
with your body weighing on mine and

feel the warmth of your breath when
you descend into me and here you die,
until, my dear, I wake you again.

Cassandro, che alcuni di voi conoscono, mi ha inviato questa bella poesia da tradurre in inglese. Come sapete, per me è più semplice tradurre dall’inglese in italiano. Ho avuto problemi con le rime e la forma, così chiedo aiuto a voi. Avete suggerimenti per migliorarla?
Si tratta di una poesia (un sonetto doppio) su “Il sonno dell’amore”, visto prima da Lui e poi da Lei.
Ringrazio in anticipo, anche a nome di Cassandro, chi vorrà darci una mano


IL SONNO DELL’AMORE ( Lui e Lei )

Dormire dopo aver fatto l’amore
è dolce forse più dell’amor stesso,
precipiti in un mondo senza odore,
senza colore . . . statua di gesso

ti senti quasi . . . e giù . . . nell’aldilà
di botto ti ritrovi . . . non sai come
— nè t’interessa — qui ritornerà
il corpo tuo che non ha più nome.

Sei diventato nube . . . forse cielo . . .
oppur . . . che so? . . . il centro della terra . . .
o schiuma che per mar va pelo pelo.

Nulla nella tua mente più s’inserra:
su questa infatti è disceso un velo,
che con il mondo non ti fa più in guerra.

° ° °

Fare l’amore, certo, mi piace,
però più che dell’atto in sè per sè
adoro il corpo tuo quando giace,
stanco alla fine, tutto su di me

. . . nonchè sentirti il cuor come un tamburo
battere forte forte sopra il mio
per acquietarsi poi in sonno duro,
sonno che t’ho donato solo io.

. . . Ed è un peccato che non puoi capire
cosa vuol dire averti abbandonato,
col corpo che mi schiaccia ed avvertire

però solo il calore del tuo fiato,
il tuo scendere in me e qui morire,
finchè, mio caro, non ti avrò svegliato.

DUE IMPORTANTI BLOG, CURATI DA PIER CARLO LAVA, di Silvia De Angelis

Un modo costruttivo, e creativo, quello di Pier Carlo Lava ex direttore vendite e marketing, quello di interessarsi vivamente alle problematiche di Alessandria la sua città natale, illustrandole e inviandole alle varie autorità comunali del luogo con i relativi suggerimenti alfine di sollecitarne la soluzione.  
Cosa non semplice, ma che in qualche modo sottolinea, con insistenza, i vari disagi cui sono sottoposti i cittadini, sempre in attesa di miglioramenti dell’habitat ove trascorrono la loro vita.
Ma non si ferma qui l’attività di Lava… diventa blogger attivissimo, con la creazione sul web, di due importanti blog: “ALESSANDRIA TODAY” https://alessandria.today/ e “ ALESSANDRIA POST” https://piercarlolava.blogspot.com/ nei quali  oltre a dialogare sulle tematiche della città di Alessandria, si parla di tutti quegli avvenimenti artistici e folcloristici che ruotano intorno all’urbe e non solo.
Cenni di politica, pubblicazione di poesie di autori vari e avvenimenti d’attualità riguardanti il nostro paese, contribuiscono a dare una grande visibilità alle due testate, sempre aggiornatissime sul web.
Molti autori si sono uniti a questa iniziativa mettendo in evidenza le loro variegate opere, sui due blog, che nel giro di poco tempo, hanno raggiunto tantissime letture, per il grande interesse che hanno suscitato i vari articoli contenuti nelle pagine.
Dunque facciamo i nostri complimenti a questo instancabile blogger, che giornalmente riesce a catturare la nostra attenzione con i suoi avvincenti post. @Silvia De Angelis

“Poesie della piana” di Patrizia Caffiero

“Poesie della piana” di Patrizia Caffiero

Pubblicato il 27 Maggio 2022 da culturaoltre14

Nuovo Documento di Microsoft Publisher (2)

Molto interessante la piccola raccolta  Poesie della piana di Patrizia Caffiero, che ho pubblicato interamente proprio per consentire una conoscenza completa e un approfondimento delle liriche in essa contenute. Un vago crepuscolarismo pervade quotidiani riti e oggetti di uso comune “il cassetto delle posate non si chiude come dovrebbe/ la tovaglia sbiadita da troppi lavaggi” e, nell’angolo riposto della memoria, si allineano le ombre di ricordi mai sopiti. Rivive un’atmosfera che ricorre a immagini dimesse e colloquiali, la fragilità della condizione umana, il ritorno alla dimora di un tempo perduto da rivivere nel proprio silenzio personale, intriso di significative venature di affetti. Un affresco di sentimenti semplici e puri che sono espressi da un verso che, pur mantenendo il ritmo poetico, si rivela efficace e stilisticamente elegante. [Maria Rosaria Teni]

La rivolta dell’acqua

Dalla montagna alla foce

la donna del giglio camminò

per molti anni, leggera

a dieci centimetri dai fili d’erba.

Poi, cominciò

il viaggio nel mondo a rovescio.

Ad occhi chiusi poteva toccare

Il lento odore dell’acqua.

Sotto terra, spinta giù dagli argini,

nel fondo

la marea della piana

addormentata

aspettava la pioggia battente.

“Venisse un fortunale, io sarei graziata.

Sono assai stanca di sterpaglie e foglie secche.”

L’acqua organizzava vedette di cannocchiali e d’ edera

periscopi di bambù e cannucce di gelato.

Era sempre più difficile alzare la testa

riempire il bordo del fiume.

Si stava sottocoperta, nell’abbraccio di lombrichi e conchiglie

una morte di fango e di oblio secolare

un’attesa di radici, sabbia e legnetti.

Non erano tempi, questi, per sconfinare.

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La casa di luce

Quando il buio cala, ogni volta che vuoi

puoi ritornare nella dimora del tempo perduto.

Il pensile della cucina

ha sempre quel graffio vicino la maniglia

il cassetto delle posate non si chiude come dovrebbe

la tovaglia sbiadita da troppi lavaggi

è stampata con fragole

e tralci di vite.

Le care ombre

apparecchiano la tavola.

Puoi sederti

e desinare con loro

per riprendere fiato

dall’incuria del mondo.

Continua su: https://culturaoltre14.wordpress.com/2022/05/27/poesie-della-piana-di-patrizia-caffiero/

Conversazioni in Salotto: Fernando Pessoa

Conversazioni in Salotto: Fernando Pessoa

Pubblicato il 31 Maggio 2022 da culturaoltre14

Ospite della terza “Conversazione” è Fernando António Nogueira Pessoa. Il Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa rientra le mie letture preferite e le tante riflessioni del più famoso eternonimo dell’autore, Bernardo Soares, nel loro eterogeneo fluire in una sorta di “zibaldone” moderno, bene corrispondono alla sete di interrogativi che si dibattono e si scontrano nell’animo tormentato di un uomo del nostro tempo. Ironico, irrequieto, sensibile e profondo, Soares alias Pessoa medita, sonda, esterna i suoi travagli interiori, esplorando anche le sue memorie più recondite sullo sfondo di un tempo che scorre impietoso e da cui si difende scrivendo. In questa nostra “Conversazione” prosegue il  viaggio all’interno del mondo di Soares alias Pessoa, nella progresiva conoscenza del suo diario intimo che svela  Pessoa-Soares eternamente combattuto  e comunque  teso alla ricerca della verità, diretto  alla distruzione del velo di Maya, il velo dell’illusione, che offusca  gli occhi degli uomini e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista, salvo però a non riuscire poi ad accettare ciò che vede, a inserirsi in quello che è la dinamica del mondo, nello scorrere della quotidianità. Soares riflette sulla vita, sulla morte e sull’anima, ma anche sulle sue memorie più intime e sullo scorrere del tempo, sui colori e le emozioni che egli osserva intorno e dentro di sé. Ho trovato di una bellezza straordinaria la riflessione che di seguito riporto e che mi ha colpito per gli interrogativi con cui  risuona e che hanno suscitato in me un misto di contrastanti emozioni, le stesse emozioni che Soares vive nel suo inquieto vissuto. «Tutta la vita dell’anima umana è un movimento nella penombra.
Viviamo, nell’imbrunire della coscienza, mai certi di cosa siamo o di cosa supponiamo essere. Nei migliori di noi vive la vanità di qualche cosa, e persiste un errore il cui angolo non conosciamo. Siamo qualcosa che accade nell’intervallo di uno spettacolo; a volte, attraverso delle porte, intravediamo ciò che forse non è altro che scenario. Tutto il mondo è confuso, come voci nella notte.
Proprio ora ho riletto queste pagine, nelle quali scrivo con persistente chiarezza e mi interrogo: Cosa è questo, e a cosa serve? Chi sono quando sento? Cosa muoio quando sono?
Come qualcuno che, da molto in alto, cerchi di distinguere la vita a valle, così io stesso mi contemplo da una cima, e sono un tutto uno con il paesaggio indistinto e confuso.
È in queste ore di abisso nell’anima che il più piccolo particolare mi opprime come una lettera d’addio. Mi sento costantemente alla vigilia di un risveglio, mi procura sofferenza l’involucro di me stesso, in un soffocamento di conclusioni. Di buon grado griderei, se la mia voce giungesse da qualche parte. Ma c’è un grande sonno in me che si sposta da sensazione a sensazione come una successione di nuvole, di quelle nuvole che cospargono, dei diversi colori del sole e di verde, l’erba maculata di ombre dei vasti campi.
Sono come qualcuno che cerca a caso, non sapendo dove sia stato nascosto l’oggetto che non gli hanno chiarito cosa fosse. Giochiamo a nascondino con nessuno. C’è, altrove, un sotterfugio trascendente, una divinità fluida e solo percepita.
Rileggo, sì, queste pagine che rappresentano ore povere, piccoli riposi o illusioni, grandi speranze indirizzate verso il paesaggio, pene come stanze in cui non si entra, certe voci, una grande stanchezza, il vangelo ancora da scrivere.
Ciascuno ha la sua vanità, e la vanità di ciascuno è la dimenticanza che esistono altri con anima uguale alla nostra. La mia vanità sono alcune pagine, alcuni brani, certi dubbi…
Rileggo? Ho mentito! Non oso rileggere. Non posso rileggere. A che mi serve rileggere? Ciò che è lì è un’altra cosa. Non capisco più niente…»

“Notturno” di Alberto Tarchiani

“Notturno” di Alberto Tarchiani

Pubblicato il 31 Maggio 2022 da culturaoltre14

Brulichio d’astri, tepido gorgoglio,
filtro di fuochi tremulo sul mare;
voce che chiama, ombra che scompare;
passi sul greto e passi sul trifoglio.
Timida mano esangue senza orgoglio,
muove la cuna dell’ infante. Rare,
alla spiaggia, barche, in terra, bare,
(un grave libro nel silenzio sfoglio)
dormon tranquille. S’ode l’oscillare
dell’universo, d’onda in onda. E viene,
dalle navi lontane ed’ oltremare
folto uno stormo di messaggi. Pare
(vela del mondo!) che si gonfi il cielo
pel mio folle desìo di navigare.
Alberto Tarchiani

da Piccolo libro inutile

Immagine 522

ph Eleonora Mello

Autore poco conosciuto, il poeta Alberto Tarchiani è stato  anche giornalista, antifascista, politico e diplomatico. Nati a Roma il 1° novembre 1885, in una famiglia della media borghesia di origine toscana, è cresciuto in un contesto familiare di orientamenti mazziniani,  Giovanissimo ha iniziato la sua attività di giornalista al quotidiano Il Nuovo Giornale di Firenze, per poi passare a La Tribuna di Roma. In quegli stessi anni ha compiuto  studi poco sistematici nelle Università di Roma e di Firenze. Interessato alla letteratura e alla scrittura, ha frequentato il cenacolo letterario del caffè Sartoris a Roma, e ha fatto parte del gruppo dei ‘poeti giovinetti’ raccolti intorno a Sergio Corazzini. Insieme a questo poeta romano, già gravemente ammalato (sarebbe morto nel 1907), nel 1906 Tarchiani ha scritto la raccolta di versi Piccolo libro inutile, in cui dominano la vena decadente e il malinconico distacco propri del crepuscolarismo. È morto a Roma il 30 novembre 1964.
Opere. Prima de le stelle: dramma di un atto, Roma 1905; Piccolo libro inutile, Roma 1906 (con S. Corazzini), rist. Genova 2013; America-Italia. Le dieci giornate di De Gasperi negli Stati Uniti, Milano 1947; Il mio diario di Anzio, Milano 1947; Dieci anni tra Roma e Washington, Milano 1955; Il volo di Bassanesi su Milano e il processo di Lugano, in Trent’anni di storia italiana 1915-1945: dall’antifascismo alla Resistenza, a cura di F. Antonicelli, Torino 1961, pp. 167-170; L’impresa di Lipari, in No al fascismo, a cura di E. Rossi, Torino 1963, pp. 71-126; Tormenti di un ambasciatore. L’anno conclusivo a Washington (1954), a cura di D. Felisini, Soveria Mannelli 2006. [ Enciclopedia Treccani]

“Il silenzio” di Lalla Romano

“Il silenzio” di Lalla Romano

Pubblicato il 1 giugno 2022 da culturaoltre14

Musiche nascono e muoiono
sono ancora parole
soli ardono si spengono
sono ancora tempo

Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti

solo il silenzio vive

Lalla Romano
(da Giovane è il tempo, Einaudi 1974)

Immagine 464

ph Eleonora Mello

Scrittrice italiana (Demonte 1906 – Milano 2001). Dopo l’esordio poetico (Fiore, 1941), si affermò come narratrice dalla vocazione insieme intimista e realista con il romanzo Maria(1953). Nel segno della memoria sono i successi della maturità (La penombra che abbiamo attraversato, 1964; Le parole tra noi leggère, 1969), ai quali è seguito un più spoglio autobiografismo (Inseparabile, 1981; Le lune di Hvar, 1991). Studiò a Torino, dove ebbe tra i suoi maestri L. Venturi e frequentò la scuola di F. Casorati, dedicandosi per alcuni anni alla pittura. Dopo un primo volume di poesie (Fiore; cui seguirono a distanza di anni L’autunno, 1955, e Giovane è il tempo, 1974) e la traduzione dei Tre racconti di Flaubert (1944), esordì nella prosa con i divertimenti onirici di Le metamorfosi (1951), affermandosi già con i romanzi Maria e Tetto murato (1957). Seguirono Diario di Grecia, 1960, L’uomo che parlava solo (1961). Dopo i successi della piena maturità (L’ospite, 1973; La villeggiante,1975; Una giovinezza inventata, 1979), la cifra sobria e analitica della sua poetica si accentuò ulteriormente in un più scarno autobiografismo (Nei mari estremi, 1987), affidato talvolta alla suggestiva testimonianza delle fotografie (Lettura di un’immagine, 1975; Romanzo di figure, 1986; La treccia di Tatiana, 1986; Nuovo romanzo di figure, 1997; Ritorno a Ponte Stura, 2000). A cura di C. Segre apparvero le Opere (2 voll., 1991-92). Accanto ai due racconti Un caso di coscienza (1992) e Ho sognato l’ospedale (1995), vanno ricordati: In vacanza col buon samaritano (1997); L’eterno presente: conversazione con Antonio Ria (1998), Tonino (1998); Dall’ombra (1999), in cui la scrittrice rievocò personaggi e passioni della sua vita, disegnando un fedele autoritratto. La sua opera poetica, edita e inedita, è raccolta in Poesie (a cura di C. Segre, 2001). Sono apparse postume le raccolte di versi Poesie (forse) utili (2002) e Poesie per Giovanni(2007).[Enciclopedia Treccani]

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: Arteterapie e Depressione – a cura di CIPRIANO GENTILINO

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: Arteterapie e Depressione – a cura di CIPRIANO GENTILINO

Pubblicato il 4 giugno 2022 da culturaoltre14

rubrica di Cipriano Gentilino

Contano i legami

Non sai bene se la vita è viaggio,
se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno
dopo giorno e non te ne accorgi
se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso.
In certi momenti il senso non conta.
Contano i legami.

Jorge Luis Borges

Prima di descrivere il complesso delle arti-terapie può essere utile un breve cenno alle specializzazioni del nostro cervello e dei suoi due emisferi.

Il cervello nella sua parte anteriore è diviso nei due emisferi destro ed emisfero sinistro che presentano significative differenze funzionali: l’emisfero sinistro  oltre ad essere specializzato nei  processi linguistici, comanda in quelli sequenziali e nella percezione-gestione degli eventi che si integrano nel tempo e nella concatenazione logica del pensiero. E’  qualificato in sintesi nella percezione analitica della realtà.

L’emisfero destro è specializzato nella percezione globale e complessiva degli stimoli, nell’elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell’interpretazione emotiva.

Un emisfero diventa dominante sull’altro quando svolge processi e funzioni che l’emisfero opposto non è in grado di gestire in modo altrettanto competente. Quando leggiamo, scriviamo o intavoliamo una discussione, la dominanza è riservata all’emisfero sinistro; al contrario quando disegniamo o guardiamo un’immagine, sarà l’emisfero destro ad avere dominanza su quello sinistro.

Le due parti sono strettamente connesse tra loro attraverso il corpo calloso che permette al cervello complessivo di integrare in sincrono le elaborazioni delle due parti.

In pratica nessuno utilizza sempre e solo funzioni appartenenti all’uno o all’altro emisfero; il cervello umano sfrutta entrambi gli emisferi e le corrispettive specializzazioni, anche se, a seconda delle varie situazioni, vengono predilette modalità analitiche piuttosto che emotive e globali.

Nella esperienza creativa, qualunque essa sia, entrano in funzione entrambi gli emisferi con predominanze diverse permettendo  di osservare analiticamente e di  ricreare emotivamente il percepito sia dal mondo interno che da quello interno.

Fare arte pertanto può essere non solo un mezzo espressivo di emozioni, ricordi e riflessioni su paure e dolori  ma anche un mezzo di analisi e conoscenza razionale di sé, di sé nella relazione con sé stesso e con l’altro da sé .

Questa  duplice correlazione, in sintesi, caratterizza il mondo delle arti-terapie in psicologia all’interno di una circolarità positiva in un patto di ascolto e di attenzione reciproco dentro un tempo che accoglie insieme, tiene, accompagna e tenta di trovare i presupposti di un cambiamento possibile .

Le arti-terapie alle quali possiamo rivolgerci variano con il variare con l’oggetto dell’attività e posso essere divise in :

Poesia-Terapia 

La poesia  e la  psicologia usano  entrambe la parola per dire ciò che a volte è difficile  comunicare o per trovare risorse da utilizzare una volta portate in superficie.

Parole con le quali sia possibile comunicare e tentare di trasformare la realtà interna o la percezione che ne abbiamo. Tutte e due, la parola poetica e quella psicologica, sono solo in parte prodotti della coscienza,  emergono infatti dalla psiche profonda quando ci permettiamo il tentativo di farla emergere e conoscerla.

Un legame antico, il loro.

La poetry-therapy nasce e si sviluppa ufficialmente solo nel XX secolo, ma la sua storia affonda nell’Egitto del 4000 a.C., quando medici e sacerdoti non solo raccomandano la lettura dei canti poetici per guarire gli invasati, ma per un effetto più rapido imbevono i papiri con una soluzione che permetta di ingerirli (Rojcewicz, 1999). Quattromila anni dopo, nel I secolo d.C., ad Efeso, Alessandria e Roma il medico Sorano tratta i disturbi mentali facendo recitare versi poetici ai suoi pazienti: tragedie per i pazienti maniacali, commedie per i depressi (Spencer, 2009). I greci consideravano le biblioteche luoghi curativi per l’anima e la letteratura e la poesia ottimi strumenti terapeutici.

Oggi la  poetry-therapy, come definita da Arthur Lerner (1991), uno dei suoi promulgatori, rappresenta l’utilizzo terapeutico della poesia con singoli individui, coppie e gruppi all’interno di approcci complessivi e multimodali alla sofferenza psicologica.

Con una sua specifica funzione che è quella di permettere alla persona di identificare dei fatti ed esprimere il sentimento che si associa ad essi, favorire la trasformazione della percezione e dell’emozione connessa a questi contenuti attraverso la scrittura in versi e indagare gli aspetti creativi della propria psiche ( Lerner 1997 )

Coloro che si identificano come terapisti della poetry therapy sono psichiatri, psicologi, counselor professionisti della salute mentale.

E’ importante che siano professionisti formati specificamente a questo tipo di attività non solo per la delicatezza e necessaria capacità di gestione dei vissuti e delle loro evoluzioni ma anche perché un lavoro sull’espressione emozionale di esperienze negative può sospingere una crescita dell’umore negativo senza le dovute accortezze metodologiche.

Musico-Terapia

Mentre la poesia-terapia prevede generalmente  una applicazione in gruppo la musico-terapia può essere gruppale o individuale.

E’ utile in patologia nella cura, in collaborazione con l’èquipe medica, di disagi psicologici e psichiatrici nonché in aiuto a problematiche neurologiche.

Da segnalare il diffuso impiego sulle gestanti o sui neonati, allo scopo di facilitare un sereno rapporto madre-bambino .

Il lavoro del musicoterapista va considerato in un’ottica di partecipazione interdisciplinare, ed è di fondamentale importanza la collaborazione con l’èquipe medica e con gli altri specialisti che operano con la stessa persona.

La musicoterapia può essere attiva o recettiva

La musicoterapia attiva comporta il “dialogo sonoro”, ovvero la comunicazione sonora improvvisata su strumenti suonati da pazienti e terapista senza la richiesta di un’istruzione musicale. Il paziente  è portato a sentire, comprendere, creare, senza coercizioni, libero di scegliere lo strumento che vuole così come ritmi, timbri e melodie.
La musicoterapia recettiva invece  utilizza come l’ascolto musicale come una modalità di approccio passiva ma in realtà si tratta di un processo complesso in grado di attivare  vissuti interiori, evocare ricordi, stimolare l’immaginazione .

In generale possiamo dire che la musica classica e meditativa funziona nella riduzione di stress e dolore, mentre una musica ritmata ha effetti benefici nell’aumentare la concentrazione, le motivazioni e nel migliorare l’umore.

Quando ascoltiamo un brano, si attivano i due emisferi del cervello il dx e il sx con le differenti funzioni cui è stato fatto cenno prima .

Interessante notare come alcuni studi hanno rilevato che i musicisti percepiscono la musica in due modi differenti a seconda delle intenzioni che guidano il loro ascolto. Se vogliono lasciarsi trasportare dal suono ascolteranno, in modo inconscio, con l’emisfero destro. Se invece vogliono analizzare la melodia da un punto di vista tecnico, l’emisfero sinistro prenderà il sopravvento.

Entrambi gli emisferi traggono benefici dalla musica, in particolare, la  parte sinistra, per un miglioramento della memoria, della motricità, del senso del ritmo, della coordinazione corporea e la parte destra un miglioramento dell’immaginazione, della creatività e una maggiore armonia.

 ARTE-TERAPIA propriamente dett

L’arte-terapia p.d. è una disciplina che fa uso delle arti grafico-plastiche, si svolge in gruppo con le stesse finalità delle precedenti e le stesse modalità operative .

Il tema può essere libero o concordato o, talora, proposto dal terapeuta.

Alcuni  dipingono ciò che vedono , altri  ciò che ricordano o ciò che immaginano. I sogni e  i ricordi rivivono nelle immagini mentali e  semplicemente nelle rappresentazioni  grafiche.

I disegni sono l’oggetto della discussione successiva favorendo la socializzazione delle impressioni e dei vissuti .

Le interazione tra pazienti e tra pazienti e disegni sono utili anche a fini diagnostici .

Proprio come ricorda Paul Klee: larte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è”.

 Considerazioni sulla depressione 

 Queste attività terapeutiche gruppali sono diventate di un interesse diffuso legato all’aumento di richieste di aiuto, talora solo socializzante, ma spesso legato a sofferenze ansioso depressive riscontrate nel corso della pandemia da covid e nei post- lockdown.

Pur in combinazione  con terapie psicologiche e farmacologiche offrono  infatti non solo una prima modalità di approccio meno stigmatizzante ma anche un contesto dove è più facile ritrovarsi ricorrendo a un terzo tra terapeuta e paziente rappresentato da quando espresso in versi, musica o disegno.

Concludendo quindi un valido aiuto, solo apparentemente secondario, tenendo conto che in Italia almeno 1,5  milioni di persone  soffrono di depressione  mentre il 10% della popolazione italiana, cioè circa 6 milioni  di persone, hanno sofferto almeno una  volta, nel corso della oro vita, di un episodio depressivo. Secondo le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la depressione sarà  la seconda  causa  di malattia,  dopo  le malattie  cardiovascolari,  in  tutto il mondo,  Italia compresa.

Le sindromi depressive colpiscono soprattutto la popolazione anziana (over 65) e  il numero di anziani sofferenti  di  depressione  è  destinato a  salire per  il  progressivo invecchiamento  della popolazione. Per quanto riguarda  la diffusione  in rapporto al sesso, le donne, soprattutto nella  fascia d’età  compresa tra i 40 e i 50 anni, sono colpite in misura doppia rispetto agli uomini.

Una patologia in crescita quindi  che ha trovato campo fertile in una società caratterizzata da repentini cambiamenti e pressioni sociali che si sviluppano dentro e fuori dal nucleo familiare.
I soggetti a rischio sono infatti i disoccupati, la fascia della popolazione a basso livello d’istruzione, i giovani e le donne.

In particolare attualmente l’attenzione va’ agli adolescenti perché è ragionevole attendersi stati ansioso-depressivi post-traumatici ai lockdown.

Infine per tutti vale la pena ripetere, ancora una volta, che la precocità della richiesta di aiuto a psichiatri e psicologi determina sempre una evoluzione favorevole migliore.

Cipriano Gentilino

Momenti di poesia. Vivere dell’attimo, di Stefania Pellegrini

Momenti di poesia. Vivere dell’attimo, di Stefania Pellegrini

Vivere dell’attimo
la sua meravigliosa essenza
in una pulsione all’abbandono
che dia voce al tuo essere
al mio sentire.
Scoprire che nasce e vive dentro
ciò ch’è tangibile ebbrezza
ora d’un vivere intenso
e assaporarne la scoperta.
La tua mano nella mia
tu ed io in unica voce
lasciarsi prendere dai rami
intriganti dell’amore
lontani dal frastuono
di un vivere quotidiano.
Travolgere
dal tempo d’un momento
e sognare che sia eterno.
Vivere ora
Amor che ci è dato
per scoprire dal bagliore di veli
la pura bellezza.

Stefania Pellegrini ©

(DIRITTI RISERVATI)

Le affascinanti storie dietro sette opere d’arte famose

Le affascinanti storie dietro sette opere d’arte famose

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Scopriamo insieme cosa ha motivato artisti come Van Gogh, Munch, Michelangelo e Klimt a creare le loro opere più iconiche. 

È un dato di fatto: un’immagine vale più di mille parole, ma quando si parla di opere d’arte, ciò che si osserva può essere più complesso di quanto appaia a prima vista e quindi più difficile da decifrare, se lo spettatore non è molto attento.

L’iconografia – il linguaggio simbolico di una determinata opera d’arte – può essere sofisticata e complessa, deve riflettere la coscienza collettiva o attingere dall’esperienza personale dell’artista. Perché, ci si chiederebbe, per dimostrare un sentimento, qualcuno dovrebbe evitare la parola scritta a favore dell’inchiostro e della tela? 

L’artista americano del 20° secolo Edward Hopper sembra aver avuto la risposta. “Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe motivo per dipingere”.

“L’Urlo” di Edvard Munch, 1893

Il capolavoro espressionista dell’artista norvegese Edvard Munch è spesso interpretato come una risposta primaria alle eccessive pressioni della vita moderna. Originariamente intitolata “Nature’s Scream”, l’immagine è stata creata con un’intenzione completamente diversa, come riportato dallo stesso Munch:

Una notte stavo camminando lungo un sentiero, la città era da una parte e il fiordo era sotto. Mi sentivo stanco e malato. Mi sono fermato e ho guardato il fiordo: il sole stava tramontando e le nuvole stavano diventando rosso sangue. Ho sentito un urlo attraversare la natura; Pensavo di aver sentito l’urlo. Ho dipinto questo quadro, ho dipinto le nuvole come sangue vero. Il colore ha urlato.

Edvard Munch

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Dipinti che sono stati associati a eventi soprannaturali e spaventosi

Dipinti che sono stati associati a eventi soprannaturali e spaventosi

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Alcune opere d’arte costano anche cifre esorbitanti, sia per la loro bellezza che per la loro influenza o storia. Tuttavia, ci sono alcuni dipinti che hanno finito per guadagnarsi la reputazione di “soprannaturale” perché associati a eventi, a dir poco spaventosi.

Scopriamo quali dipinti sono considerati “paranormali” e perché si sono guadagnati questo titolo.

Il bambino che piange di Giovanni Bragolin

Ne abbiamo già parlato in questo articolo, ma non potevamo non inserirlo in questa lista aggiungendo, ovviamente qualche altro particolare, poco conosciuto, che ha reso questa serie di dipinti tra le più “paranormali” del mondo.

La serie nota come The Pictures of Crying Children è composta da 27 dipinti dell’artista italiano Giovanni Bragolin. Tuttavia, l’immagine de Il Bambino che piange, non appena divenne famosa, fu eliminata da migliaia di case in tutto il mondo tra gli anni ’70 e ’80.

Ciò perché i vigili del fuoco avrebbero iniziato a notare che nelle abitazioni dov’erano stati chiamati per intervenire a causa di un incendio, c’era sempre una copia del dipinto in questione.

Quando un giornale inglese ha riportato la vicenda, diverse persone prese dalla disperazione hanno inviato i loro dipinti alla sede del giornale, chiedendo loro di porre fine alla sventura.

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