DIVAGAZIONI LETTERARIE: “Charles Bukowsky” di Myriam Ambrosini

DIVAGAZIONI LETTERARIE: “Charles Bukowsky” di Myriam Ambrosini

Date: 13 giugno 2022 Author: culturaoltre140 Commenti— Modifica

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Ed apparteneva a quella inquietante genia dei reietti … Dei paria, degli alternativi pericolosi, degli inguaribili tossici: ma lui “faceva poesia”. E le sue poesie erano belle, profonde, ricche di sensibilità, nonostante la voglia di provocare, di stupire, persino d’insultare.
E Charles Bukowski giocò anche “con quel suo fare poesia”.
“Scrivo poesie per portarmi a letto le donne.” Affermò infatti … Ed era vero … Ma soltanto in parte. Alle donne piacciono le poesie e si mostrano inclini a chi le scrive – lo stesso non avviene al contrario -, ma il nostro Charles le scriveva perchè gli sgorgavano dal cuore; quel suo cuore malato perché non riceveva mai l’amore che avrebbe desiderato … MAI MAI MAI abbastanza amore.
Per questo beveva, per questo si drogava, per questo si disperdeva in mille corpi femminili.
L’amore che non si riceve, soprattutto nell’infanzia, diviene una ferita insanabile, un marchio di fuoco indelebile.

Charles Bukowski era infatti nato ad Ardernash, in una Germania devastata dalla prima guerra mondiale e prossima al tracollo economico, e si era trovato a vivere i suoi primi anni in un ambiente degradato dalle perenni difficoltà economiche e, dopo il trasferimento dei genitori negli Stati Uniti, dal non sentire mai alcun luogo come patria: bubboni che esplodono in quotidiano scontento, rabbia, violenza.
E quel Charles bambino che Bukowski era stato aveva respirato da subito quella violenza: un padre, perdente nella vita, che lo fustigava con una cintura di cuoio, un giorno sì e l’altro pure, anche quando non aveva commesso alcuna colpa, ed una madre assente, forse ormai inesorabilmente rassegnata.

Ed ora soltanto brevi cenni della sua autobiografia, perché mi sembra che l’ essenziale sia stato già detto, e poi farò parlare la sua voce, attraverso la citazione di alcune sue frasi o nel citare alcune ( ne scrisse a migliaia) delle sue bellissime poesie, dove ad un crudo realismo si contrappone spesso la delicatezza di una acuta sensibilità.

Henry Charles Bukowski nacque ad Andermach ( Germania) il 16 agosto del 1920. Il padre, Henry Bukowsky statunitense, ma di origini miste polacco/ tedesche, negli anni giovanili, era arruolato come sergente della Third United States, ma una volta emigrato negli Stati Uniti, rimase spesso disoccupato, fatto che acuì la sua tendenza alla violenza. Della madre – Katharina Fett, tedesca – Charles ci racconta assai poco, un chiaro segno della scarsa influenza che ebbe su di lui, nonché della lacunosa affettività di cui doveva essere dotata. I genitori si conobbero durante la prima guerra mondiale e si sposarono in tempi piuttosto brevi. Nel 1923 lasciarono la Germania devastata e raggiunsero gli Stati Uniti, sperando in un miglioramento delle loro condizioni, soggiornando dapprima a Baltimora nel Maryland e successivamente, nel 1930, a Los Angeles. Qui il piccolo Charles, oltre alle angherie paterne ed al silenzio materno, dovette anche subire la discriminazione dei suoi coetanei che ne contestavano l’accento linguistico ” pesante”, nonché il suo abbigliamento che non si affiancava ai canoni usuali e tacciato pertanto ” da femminuccia”.
“La mia infanzia come in un film dell’orrore” la definì lo stesso Bukowsky.
Quasi prevedibile, in una mente viva, ma particolare e scontrosa come la sua, il ricorso all’alcol … Un ” coupe de foudre” che avvenne a soli 14 anni e che si trasformerà in un amore dipendente per tutta la vita.
“Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare. Se succede qualcosa di bello, si beve per festeggiare. E se non succede niente, si beve per fare succedere qualcosa”.
Afferma lui stesso.
Nel 1969, grazie all’offerta dell’Uditore della Black Sparrow, poté finalmente abbandonare l’odiato lavoro da postino e, per uno stipendio contenuto di circa 100 dollari al mese, si dedicò completamente alla scrittura.
” Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire … O andarmene a giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”
Affermò, giustificando la sua scelta.

Anche i suoi rapporti con le donne furono molto burrascosi … E quando dico “donne” non mi riferisco ai tanti “corpi” posseduti, ma a quelle che nella vita dell’artista hanno avuto un ruolo, se non fondamentale, almeno determinante.
Tra queste ultime possiamo sicuramente annoverare: la poetessa Barbara Frye, che sposò nel 1957, per poi divorziare nel ’59.
Jane Baker, costituì il suo primo grande amore ed, in occasione della sua morte, le dedicò parecchie poesie, da dove si evince lo sconforto ed il dolore per quella morte prematura.
Un’altra donna importante fu Frances Smith, che gli diede l’unica figlia, Marina Louise.
Seguirono Liza Williams, poetessa e scultrice e Tannie o Tanyn.
Una delle ultime e forse, infine, la più importante, fu Linda Lee Brigale, proprietaria di un ristorante, che, tra separazioni e ravvicinamenti, finì per sposare nel 1985.
All’inizio del 1988 si ammalò di tubercolosi, ma seguito’ ugualmente ed ininterrottamente nella sua intensa attività letteraria. Morì a Los Angeles il 9 marzo del 1991 per una leucemia fulminante.

Innumerevole e svariata la sua produzione letteraria: sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia le poesie composte. Tra le opere più rappresentative, voglio citare:
DONNE; PANINO AL PROSCIUTTO; POST OFFICE; L’AMORE È UN REGALO CHE VIENE DALL’INFERNO e lo scandalosissimo.” STORIE DI ORDINARIA FOLLIA”, da cui fu tratto anche un famoso film, che vide come protagonisti Ben Gazzara ed Ornella Muti.
Altri film riecheggiarono in seguito la figura di Bukowski, quali, ad esempio, “Banfly Moscone da bar
( Michey Rourke protagonista); Crazy love o Factotum ( Matt Dillon protagonista).
Ma è con alcuni suoi meravigliosi detti e con le sue poesie che intendo farvi salutare quest’uomo che mai conobbe l’equilibrio, ed ancor meno la felicità.

” Dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto: sorridere o piangere, rinascere o morire. Oppure fermarti a tremarci dentro, come fosse l’ultimo.”

“Voglio mettere le mani sul viso e baciarti le rughe: gli anni dove non c’ero.”

“Tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte.”

“Parlatene Parlatene sempre di tutto, perchè i silenzi sono pietre e le pietre diventano muri ed i muri dividono.”.

” Scrivere poesie non è difficile: difficile è viverle.”

Cinico? Brutale? Depravato?
Se Bukowski fosse stato realmente così, non avrebbe mai potuto scrivere queste parole, che scaturivano comunque dalla sua anima … E ad un uomo così si può perdonare molto.

MYRIAM AMBROSINI

Aspettando Scarabocchi 22

Aspettando Scarabocchi 22

Giovedì 26 maggio e martedì 7 giugno appuntamento con due laboratori di creatività e riflessione, a cura di Print Club Torino in collaborazione con Graphic Days, in attesa della nuova edizione di Scarabocchi, in programma dal 16 al 18 settembre 2022.

>> Laboratorio grafico di tecnica del collage | Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini
Nessun individuo è uguale a un altro, ma è proprio nelle differenze che si cela il vero tesoro di cui disponiamo. Riconoscerle è il punto di partenza per stare insieme.
A partire da questo pensiero, il laboratorio si propone di far riflettere i bambini sul concetto di integrazione, coinvolgendoli tramite il gioco nella creazione di output visivi a partire dalle considerazioni collettive.
Con l’utilizzo di un semplice dado, si guiderà la classe attraverso la tecnica del collage nella creazione di maschere dai volti bizzarri, fuori dalle regole, sempre diverse. Tutte le maschere verranno poi unite per creare un fondale di volti, che farà da cornice al laboratorio a cura di Print Club Torino, con la collaborazione di Gabriele Pino, durante i giorni del festival.

>> Laboratorio di grafica combinatoria e stencil | Istituto Sacro Cuore di Gesù
Anche in questo caso è il concetto di integrazione come unione di molteplicità su cui si vuole far riflettere i bambini e le bambine.
A partire dall’iconografia delle bandiere, l’obiettivo è superare l’idea di vessillo identitario e unitario creando con le classi le bandiere di un regno ideale, simbolo di integrazione di molteplici parti e aperte a nuove narrazioni collettive. Le bandiere realizzate verranno poi esposte nella sede del festival e faranno da cornice al laboratorio guidato da Gabriele Pino.

L’angolo della poesia: Il ricordo di Caterina Alagna

Nei giardini assolati placida la mia ombra riposa

sfiorata dal candido profumo di una rosa.

Trascinati da una cascata di pensieri,  

rimontano incalzanti i giorni di ieri.

Allora il ricordo mi assale,

mi impregna la bocca di sale,

mi infilza la mente come lingua tagliente,

sventrando  sul nascere un’emozione imminente.

Quei giorni di ieri ormai andati, 

abbracciano attimi  di vita perduti  e rinnegati, 

risorgono veementi nel mio cuore innocente,

che ondeggia tremante sull’orlo di un vuoto abissale 

che come un vortice risucchia la pace.

Tratta dal mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/

“L’entrata in scena delle donne dopo l’Unità d’Italia” – a cura di Maria Rosaria Teni

5991685_pckg_140162232891166809-20210530Lo scenario che si presenta in Italia all’indomani dell’Unità merita un utile e opportuno approfondimento per definire meglio il percorso dedicato alla  progressiva narrazione della storia delle donne. Vorrei prendere le mosse partendo dal secondo Ottocento in Italia, dove  rispetto ai paesi europei,  indubbiamente più avanti nella considerazione delle donne,  negli ultimi anni del XIX secolo, si presenta una duplice e sostanziale differenziazione, che vede un ulteriore divario nello status sociale e giuridico delle donne italiane, da imputare sicuramente anche alle forti disparità sociali e politiche che percorrono la nostra penisola da Nord a Sud. Per le donne, protagoniste delle lotte risorgimentali e che vivono negli Stati appartenuti al regno asburgico o in Toscana, la prospettiva di vivere in una realtà nazionale, costituisce  anche la perdita di alcuni diritti raggiunti, considerando che le donne italiane hanno partecipato in modo differenziato al generale movimento di emancipazione  che, a partire proprio dal perido in esame, ha visto coinvolte le donne più istruite d’Europa nall’acquisizione di una nuova coscienza e verso l’affermazione di una presenza pubblica anche attraverso la grande novità dell’associazionismo femminile. Di questo periodo di attivismo e volontà di partecipazione è espressione il grande successo letterario che mette in luce, negli stessi anni, scrittrici e intellettuali di diversa estrazione  animate dall’identica determinazione a scrivere, a contare e, soprattutto, a raccontare la vita stessa delle donne. Lo straordinario successo di romanzi popolari rivolti a un vasto pubblico femminile, con protagoniste donne, è indicativo del fatto che l’attuale pubblico si sta sviluppando su nuovi  modelli che, superando i ruoli tradizionali, si attestano su figure sociali ancora inedite. Nei ritratti di donna descritti dalla napoletana Matilde Serao (1856-1927), intellettuale indipendente e impegnata, ad esempio, si possono rinvenire modelli di personalità femminili più articolate e complesse, ben lontane dagli stereotipi abituali. Un altro tipo di esperienza letteraria si trova nell’unica donna italiana vincitrice del premio Nobel per la letteratura (1926), la sarda Grazia Deledda (1871-1936), che porta con sé a Roma il desiderio di raccontare la sua terra al di fuori dei quadretti di genere, per introdurre pulsioni inusuali e intricati dissidi interiori. Altra grande interprete della scrittura femminile post-unitaria è la piemontese Sibilla Aleramo (1876-1960), che introduce una forma privilegiata di espressione della nuova soggettività, attraverso la scrittura autobiografica. La Aleramo produce una forma di narrazione che è voce dei moti più profondi dell’animo e che tratteggia mirabilmente in quello che è il suo romanzo di maggior successo “Una donna”, e mette in discussione proprio lo stereotipo fondativo della nuova italiana, presentando una protagonista trasgressiva che è alla ricerca della propria libertà. Dagli inizi del Novecento  comincia a delinearsi,  grazie anche a queste donne di grande forza e talento, un nuovo e più ampio riscontro di presenze femminili, che si appropriano di una nuova soggettività tanto da portare alla definizione per il Novecento e di “Secolo delle donne”.
Maria Rosaria Teni

( cfr.: “Il senso e le forme“, R.Antonelli, A.S.Sapegno, 2017)

Vuoto di luna, di Giuseppe Pippo Guaragna

Vuoto di luna, di Giuseppe Pippo Guaragna

Vuoto di luna 

E’ d’oro spento l’orizzonte,

e di rosa è malato.

E’ tinto di porpora

e sangue il tramonto, 

viene buia la sera, 

è vuoto di luna

il cielo stanotte.

Straniero a me stesso

esalo e tesso tenebra, 

gravido  ragno

dalle molte membra

di veleno m’avvolgo. 

Son io che porto

l’oscurità nel mondo.

E nel mondo vago, 

spargo dolore e lutti,

spengo speranze

spoglio e nego gli affetti,

cresco d’assenza

e stringo, stringo 

in una morsa il cuore,

sfiorisce e muore, 

tutto ciò che sfioro muore.

Con vecchie pietre

sbriciolo pensieri osceni,

ne faccio coppe 

per mescere veleni,

all’anime dannate

succhio l’essenza,

m’inebrio in riti turpi

e sabba, turpe festino.

Legione è il mio nome.

Chaos il mio destino.

11 giugno 2022

La bella estate, di Stefania Melani

La bella estate, di Stefania Melani

La bella estate

La sera scende nella sua eternità,

sul riso della tua bocca parole cuciono

festoni di glicini bianchi.

È il tempo più bello dell’anno,

quando si colgono le stelle nella notte

e le tue braccia hanno la dolcezza

della riva fresca e bagnata

che si spiana sotto i nostri passi.

Fra noi e le onde che si rispondono

l’estiva brezza passa e ripassa

tirando lenzuola bianche di schiuma.

Mi chiedo se le onde dormano mai,

se la loro ininterrotta danza

sia un lungo incontro 

consumato…mentre tu che bevi con me

sorridi fra luci di lampare

finché l’estate, la bella estate, ripeta il suo miracolo.

Stefania Melani @d.r.

BUONGIORNO LUMINOSO E SERENO amici carissimi 

Foto di Stefania Melani @ Dalla mia casa in collina

La locanda degli amori sospesi, di Viviana Picchiarelli (Autore)

La locanda degli amori sospesi, di Viviana Picchiarelli (Autore)

Newton Compton Editori, 2018

Si può recuperare la parte di noi che abbiamo smarrito?

Inaspettato come Perfetti sconosciuti. Romantico come C’è posta per te.

La Locanda dei libri è un casale sulle sponde del lago Trasimeno. Negli anni è diventato un punto di riferimento per lettori onnivori e scrittori in cerca di ispirazione. L’atmosfera ricca di charme e dal tocco provenzale, le stanze traboccanti di romanzi lo rendono rifugio ideale per i clienti che cercano conforto nelle pagine e nelle storie altrui. Proprio la locanda, dopo trent’anni, fa da scenario all’incontro tra Matilde, ex psicoterapeuta e ora proprietaria del casale, e Matteo, avvocato di professione e scrittore per passione. Il loro amore, interrottosi bruscamente quando stava per diventare un sentimento assoluto e potente, sarà però costretto a fare i conti con il tempo che è trascorso, con i traguardi che entrambi hanno raggiunto e anche con gli errori commessi. Matteo e Matilde vivranno un confronto fatto di ricordi, dolore e passione. È possibile recuperare le emozioni nate tanti anni fa e che nessuno dei due ha mai dimenticato? E ritrovare quella parte di sé che senza l’altro sembrava perduta?

https://www.ibs.it/

SPIGHE AL VENTO, di Teresa Tropiano

Teresa Tropiano

SPIGHE AL VENTO

Chiudo gli occhi

e viaggio in un posto lontano.

Immagino un’isola deserta

e un campo di spighe di grano.

Vedo l’intero universo

da un’invisibile finestra aperta.

S’aprono spiragli di luce

su fotogrammi di fantasia

dove la mia mente

lentamente mi conduce,

mentre il vento

mi prende per mano

delicato m’accarezza i pensieri,

mi rilassa e m’invita a sognare.

In un vortice d’immaginazione

respiro la fresca brezza del mare.

Sento dentro profonda emozione

che mi trascina

nel moto dell’onde

che dolcemente mi culla

e m’eleva verso nuvole

sparse nel blu.

Riapro gli occhi e respiro la vita.

Era solo un bellissimo sogno

tra le spighe dorate di grano

e in un attimo

svanisce anche il mare

che diventa

un puntino lontano.

Teresa Tropiano

Dalla silloge “Falce di Luna”

Potrebbe essere un'immagine raffigurante natura e erba

Mi guardi e taci, di Maria Cannatella

Mi guardi e taci, di Maria Cannatella

Cinzia Innocenti

Mi guardi e taci

Guardano me i tuoi occhi e io, mi sento osservata  impacciata e lusingata.

Mi guardi e taci

rimani senza parole,

senza fiato e quasi senza emozioni. 

Nascondi tutto, per non mostrare a me le tue debolezze di quell’amore che, ti arriva fino alle viscere più profonde.

Attendo un tuo gesto,

oppure una sola parola,       magari, quell’abbraccio e quel conforto che mai hai saputo donarmi.

A cosa serve amare se si tace !

Ti aspetto seduta e intanto ti penso e spero.

Maria Cannatella @13/6/22

Riservati tutti i diritti. 

Opera di Cinzia Innocenti

Ancora e di nuovo sulla solitudine…

Pavese scriveva che il problema della vita è come rompere la solitudine,  come comunicare con gli altri. Sempre Pavese scriveva che l’importante era avere una donna a letto e a casa e tutto il resto erano balle. Secondo una celebre frase nessun uomo è un’isola. Per altri invece siamo tutti soli. C’è una problematica collettiva: sulla Terra si sono scordati di Budda, Socrate, Cristo, Maometto. Inoltre è Darwin a fare il mercato. Non c’è giustizia in questo mondo. Infine come scriveva la Wilcox: “Ridi e il mondo riderà con te./ Piangi e piangerai da solo”. È vero che ognuno può sperimentare la morsa della solitudine in vita sua perché la vita è fatta anche di solitudine. Tuttavia qualche goccia di veleno non risulta spesso letale. Solo per pochi la solitudine è intollerabile. Quando succede qualcosa di tragico per troppa solitudine nessuno sembra avere colpa. Invece la società, la politica stessa dovrebbero combatterla. Ma tutto ciò è lettera morta perché il potere divide e governa. Ai potenti tornano comode l’asocialità, l’isolamento di alcuni. I potenti godono quando le persone scomode e anticonformiste sono sole. Chi resiste alla pressione di uniformarsi avrà tra i vari guai anche una solitudine crescente. Ma poco importa se uno viene lasciato solo o sceglie di essere solo. Poco importano i motivi della solitudine. Il sesso è il modo più popolare e più istintivo per rompere la solitudine. Da giovani è quasi un’esigenza, che può sfociare nel ludico. Da maturi è soprattutto un modo per non sentirsi soli. La solitudine è affare che riguarda la soggettività, come direbbero gli psicologi riguarda la percezione soggettiva, anche se talvolta ci sono riscontri oggettivi. La solitudine è uno stato d’animo. Comunque di solito siamo fatti così: quando proviamo troppa solitudine telefoniamo, andiamo al bar, al ristorante,  in centro. Ma talvolta è comunanza, socialità senza un minimo di comunione. A volte basta poco per sentirsi sollevati. Basta una conversazione anche formale. Ci sono persone per cui la solitudine si fa feroce. Sono coloro che soffrono di deprivazione sociale, ovvero di povertà di stimoli sociali. Uno può essere ben disposto nei confronti del prossimo, ma a forza di essere soli ci si disabitua alle regole del gioco sociale, alla convivenza civile. Finisce  così che certi uomini sono costretti a vivere tra “pareti invisibili”, come ne “Il carcere” di Pavese, romanzo che parte dalla condizione esistenziale dell’uomo al confino per poi trattare della solitudine in senso lato. Ognuno dovrebbe scrivere un sos, un messaggio in bottiglia, come nella canzone di Sting.  Il problema è che di solito non li scriviamo gli sos né leggiamo quelli altrui. A questo mondo la solitudine è bandita. È considerata un falso problema. Invece esiste. Ci sono persone più o meno sole e ci sono persone più o meno resistenti nel sopportarla. Si può essere soli per i motivi più disparati. Talvolta ad altri problemi si somma anche la solitudine. Altre volte la solitudine è l’origine di altri problemi. La solitudine è un problema sottovalutato perché troppi artisti hanno cantato la solitudine,  assumendo una posa. La solitudine spesso era una questione borghese prevalentemente e spesso gli artisti trattavano questo tema non parlando di problematiche sociali ed economiche importanti. È però vero che ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce meglio e probabilmente molti artisti conoscevano a menadito la solitudine. Però chi voleva fare la rivoluzione combatteva non solo i controrivoluzionari ma anche i valori piccoloborgesi incarnati da essi. Chi era solo lo era perché asociale e solitario, perché non prendeva parte alla lotta, perché non era un compagno e perciò meritava la solitudine e con lui c’era poco o niente da spartire. Questa era la prassi. Succede che alla solitudine ci si abitua e si ha paura del cambiamento. Ci sono persone che accettano una solitudine eroica pur di andare avanti per la loro strada, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una domanda che mi faccio spesso è, realisticamente parlando, quali e quanti compromessi bisogna accettare per non rimanere soli. Per esempio io preferisco starmene in disparte. Accade che se qualche persona nuova mi invita a uscire quasi sempre declino l’invito. Ho il timore di essere inadeguato, di deludere, di avere motivi di attrito, di non essere compreso o di non comprendere. Due sono le questioni cruciali della solitudine: quanta se ne può sopportare? Come e con chi romperla? Queste domande sono universali, ma le risposte hanno solo validità individuale. Spesso si va per tentativi ed errori. Le regole in questo senso sono ignote. Così talvolta per non sbagliare rimandiamo a data da destinare. Eppure stamani ho preso un caffè e sulla bustina di zucchero c’era una frase di Wayne Dyer, che dice: “Quello che hai da fare fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno”. Diamo quasi per scontato la buona salute, l’autonomia fisica, una condizione economica non disagiata. Eppure tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Alcuni poeti, addirittura troppo sfiduciati nei confronti dei contemporanei, affidano le loro parole ai posteri. Scrivono così le loro lettere al mondo, sperando che se non li comprende il mondo attuale li comprenda quello futuro. Come Emily Dickinson,  che scriveva questi versi immortali: 

“Questa è la mia lettera al mondo

che non ha mai scritto a me –

le semplici notizie dalla natura dette –

con tenera maestà

Il suo messaggio è affidato

a mani per me invisibili –

per amore suo – dolci compatrioti –

teneramente giudicate – me”

Orrore a Cattolica dove una 20enne viene stuprata da un dipendente di una ditta edile

notizie.it

Orrore a Cattolica dove una 20enne viene stuprata da un dipendente di una ditta edile

https://it.notizie.yahoo.com/orrore-cattolica-dove-una-20enne-062340281.html

lun 13 giugno 2022, 8:23 AM

Una 20enne è stata stuprata a Cattolica
Una 20enne è stata stuprata a Cattolica

Arriva dalla riviera romagnola la terribile vicenda di un giovane che trascina una ragazza fuori dalla discoteca e la violenta: i media spiegano che un 22enne è stato fermato per un orribile crimine commesso a Cattolica. Fuori da quel locale in provincia di Rimini, il “Malindi”, una 20enne è stata stuprata da un dipendente di una ditta edile. Pare che i due si fossero incontrati all’interno della discoteca nella notte a cavallo fra venerdì 11 e sabato 12 giugno.

La trascina fuori dalla discoteca e la violenta

Dopo qualche ora insieme il 22enne è riuscito a convincere la 20enne a seguirlo nel parcheggio. Lì l’avrebbe costretta ad imboccare una via laterale e vicino alla spiaggia l’avrebbe stuprata. La vittima è stata aiutata in un secondo momento dalle amiche e soccorsa da un equipaggio del 118. E al pronto soccorso dell’ospedale di Rimini i sanitari hanno “riscontrato ferite e abrasioni compatibili con una violenza sessuale”.

Denuncia, testimonianze e fermo

La denuncia è partita subito, anche perché ai carabinieri la vittima aveva già detto di aver rifiutato le attenzioni del 22enne in più occasioni della serata. Decisive anche le dichiarazioni delle amiche dalla giovane, che hanno consentito ai carabinieri di rintracciare e fermare il 22enne.

Fubine: Bruno Volpi presenterà il suo ultimo romanzo “Come in un labirinto di specchi”

Fubine: Bruno Volpi presenterà il suo ultimo romanzo “Come in un labirinto di specchi”

Reduce dalla menzione speciale ottenuta al prestigioso concorso letterario internazionale “Ceresio in Giallo”, Bruno Volpi presenterà il suo ultimo romanzo “Come in un labirinto di specchi” giovedì 16 giugno al Cantico dei Capperi a Fubine, nel corso di una serata conviviale promossa dall’associazione L’Abbraccio OdV. L’appuntamento è alle ore 19 presso il ristorante per un giropizza in amicizia e una chiacchierata letteraria.

Nel corso della serata Bruno Volpi dialogherà con Piero Spotti, libraio, editore e organizzatore di eventi.

Un’altra occasione per un incontro con l’autore sarà il sabato successivo, 18 giugno, presso la libreria Coppo di Via Roma a Casale Monferrato. Bruno Volpi sarà infatti presente in libreria durante tutta la giornata per firmacopie e incontro con i lettori.

Parole e immagini (9) / Qui Odessa. Separare il grano dal loglio

Parole e immagini (9) / Qui Odessa. Separare il grano dal loglio

Eugenio Alberti Schatz, Anna Golubovskaja

2 Giugno 2022

DOPPIOZERO

Non chiedo mai a nessuno di mettersi in posa. Semplicemente mi trovo accanto, parliamo insieme, capita anche che me ne vada senza nemmeno aver fatto uno scatto. Certe volte ho osservato per degli anni. Altre volte, un passante che mi viene incontro mi sorride in modo così intenso che afferro subito la macchina fotografica. Quasi tutti i ritratti che ho fatto me li ricordo, sebbene siano ormai almeno vent’anni che fotografo. Ma mi ricordo ancora meglio quelli che non ho fatto. Perché non ho fatto in tempo. Perché non ho superato l’imbarazzo. Perché non ho insistito.

Guardo il ritratto di Felix Kochricht accanto a sua moglie Tatiana Verbitzkaja, e mi sento a casa. Provo a capire come possa accadere che una semplice immagine di due persone in un interno domestico riesca a trasmettermi tanto calore, tanta dimestichezza, come se li conoscessi da sempre. Mi sento a casa, accanto a loro. C’è il calore di un ambiente pieno di quadri, e so già che non mancheranno milanesi e brianzoli pronti a insorgere dicendo che è troppo piena, che l’horror vacui stanca. Nelle case che ho abitato funziona così: non c’è più lo spazio per piantare nemmeno uno spillo alle pareti, e mi tocca sentire i rimbrotti di mio figlio che si sente oppresso da questa cupola sinestetica. Si sono messi in posa ciascuno con due distinte traiettorie di sguardo, quindi sono una coppia accordata ma composta da due entità distinte. Sanno nutrire una distanza, dunque, che è lo spazio in cui far germogliare il rispetto verso l’altro. Epperò quanta gentilezza, quanto tenero orgoglio per tutta la strada compiuta assieme, tutta la vita attraversata… In un altro scatto della serie lui è seduto e lei gli impone le mani sulla testa, come se tenesse una teca di cristallo. Un amore lancinante che buca la pellicola e ci raggiunge. Sono colpito dall’intensità dello sguardo di Felix nelle cinque foto che mi ha mandato Anna. Ogni volta ha un’espressione diversa. Sembra un attore scespiriano. Ma io, perché mi sento a casa?

90° giorno dell’invasione, Il giornalista Felix Kochricht con la moglie Tatiana Verbitzkaja. 

Per esempio Zhvanetzkij non l’ho mai fotografato. Lo conoscevo da una vita, ci frequentavamo, e una volta lui si confessò: gli dava fastidio che uno dei due occhi vedesse peggio dell’altro. Questa cosa gli procurava un certo imbarazzo, e si percepiva. A un estraneo non diresti una cosa del genere. “Anna, almeno tu, per favore, abbi pietà, non mi fotografare!..”  E io l’ho accontentato, non l’ho fotografato, nemmeno quando sono comparse le macchine fotografiche incorporate dentro il telefono, e tutti si sono messi a fargli foto durante le tavolate o per strada. Non ho mai infranto la sua richiesta. 

… leggi tuto su: https://www.doppiozero.com/qui-odessa-separare-il-grano-dal-loglio

Kundera e Fellini: orfani del passato e del futuro

Kundera e Fellini: orfani del passato e del futuro

Massimo Rizzante

3 Giugno 2022

DOPPIOZERO

Il libro di Stefano Godano Kundera e Fellini. L’arte di non incontrarsi (Mondadori Electa, coll. Rizzoli illustrati, 2022, p. 197) è la storia di un incontro su un incontro mai avvenuto. In altre parole, è la storia di un’amicizia, quella tra l’autore del libro e sua moglie Daniela Barbiani, nipote di Fellini e sua assistente alla regia, e Milan Kundera e sua moglie Vera, che nasce, cresce e si sviluppa grazie a un’amicizia, quella tra Kundera e Fellini, che è rimasta nel regno delle possibilità. In questo senso, si potrebbe dire che Godano ha scritto un libro di memorie e allo stesso tempo una sorta di romanzo su quello che poteva accadere e non è accaduto, su quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Qual è il territorio del romanzo se non quello delle possibilità incompiute? Che cosa sono i personaggi romanzeschi se non proiezioni del possibile? Sebbene la storia degli incontri a Parigi tra l’autore e sua moglie e Monsieur e Madame Kundera cominci nel 2001, il vero inizio risale all’ottobre del 1993, quando Fellini è ricoverato al Policlinico di Roma. Al regista non resta molto da vivere. Proprio in quei giorni esce sul «Corriere della sera» un articolo di Kundera in cui Fellini viene definito «la vetta più alta dell’arte moderna: l’immagine che meglio svela il nostro mondo». Da quel momento la coppia italiana, tra tentativi, ritardi, lunghi silenzi e ritrosie – un piccolo romanzo dentro il romanzo – si metterà sulle tracce dello scrittore fino ad incontrarlo e a tessere nel corso degli ultimi vent’anni, tra scambi di battute, scherzi e disegni felliniani e kunderiani in viaggio tra Roma e Parigi, una relazione tanto riservata quanto sincera. 

I lettori più attenti di Kundera conoscono il grande amore del romanziere per il cinema di Fellini. Ne ha scritto a più riprese. Tuttavia, fu negli anni Novanta, e in particolare dopo la morte del regista, che Kundera vi ritornò con insistenza. 

Ricordo che nel 1995 avrebbe pubblicato un articolo nella «Frankfurter Rundschau» per la celebrazione del centesimo anniversario della nascita del cinema (poi raccolto nel 2009 in Un incontro). Qui, dopo aver distinto il cinema in quanto tecnica («principale agente del rimbecillimento e di indiscrezione planetaria»), dal cinema in quanto arte, racconta un episodio esemplare, dove il suo amore per Fellini deve fare i conti con il disamore che l’epoca ormai riserva al regista, in particolare all’ultima parte della sua produzione (da Prova d’orchestra in poi). Agli inizi degli anni Ottanta, nel corso di una cena, il romanziere incontra un giovane intellettuale che con «ameno disprezzo derisorio» si fa beffe dell’opera di Fellini. Kundera è sconvolto.

Per la prima volta, in Francia, prova una sensazione che non ha provato neppure in Cecoslovacchia nei peggiori anni dello stalinismo: «la sensazione di vivere in un’epoca post-artistica, in un mondo dove l’arte scompare perché scompaiono il bisogno dell’arte, la sensibilità, l’amore per l’arte». L’atteggiamento del giovane intellettuale francese nei confronti dell’arte felliniana, in coincidenza con lo scontro tra Fellini e Berlusconi sulle interruzioni pubblicitarie dei film, spingono Kundera ad affermare che il cinema in quanto tecnica del rimbecillimento ha vinto sul cinema in quanto arte: «La svolta storica si era compiuta: in quanto eredi dei fratelli Lumière, gli orfani di Fellini non contavano più granché. L’Europa di Fellini era stata scalzata da un’Europa completamente diversa». Kundera si sente «orfano». Un anno prima, nel 1994, lo aveva già scritto nella prefazione a un libro di Fernando Arrabal. L’opera di uno dei suoi fratelli maggiori, infatti, non è più riconosciuta come una delle «vette» dell’arte europea. Il punto è che l’Europa, come aveva scritto nel 1987 in un altro articolo, citando oltre che Fellini, due padri del XX secolo, Kafka e Heidegger, non si riconosce più nella sua cultura. Che cos’è l’Europa che non si riconosce più nella sua cultura? Da almeno trent’anni, cioè da quella «svolta storica» avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta di cui scrive Kundera, una vera risposta non c’è. E nessuno, nel frattempo, ha mostrato un vero interesse a porsi la domanda.

Forse l’amore di Kundera per Fellini, e in particolare per la sua ultima produzione, nasce dalla convinzione del romanziere di aver percorso e di percorrere la stessa strada del regista, cioè quella di un «modernismo antimoderno»: un modernismo né nostalgico né apocalittico, ma semplicemente critico. Kundera vede, come in uno specchio, la sua opera riflettersi in quella di Fellini e in entrambe scorge la stessa assenza di armonia con il presente e la stessa mancanza di illusioni sulle capacità di giudizio di coloro che verranno dopo. Fellini e Kundera: due orfani del passato, perché non concepiscono un presente che rompe radicalmente con tutto ciò che è stato. E due orfani del futuro, soprattutto se il futuro coinciderà sempre più con quell’epoca «post-artistica» dominata dai «misomusi», i nemici dell’arte, in cui si potrà, attraverso un «ameno disprezzo derisorio», cancellare tutte le tracce dell’immaginazione moderna del XX secolo.

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Il festival del Piccolo Teatro / Quattro proposte per un Presente Indicativo

Il festival del Piccolo Teatro / Quattro proposte per un Presente Indicativo

Maddalena Giovannelli ,   Alessandro Iachino

3 Giugno 2022

DOPPIOZERO

Venticinque titoli, di cui venti internazionali. Un mese di fitta programmazione per farsi un’idea del mutare delle tendenze nella grande produzione europea di spettacolo dal vivo. Il festival Presente Indicativo – forse a oggi il segno più forte della direzione di Claudio Longhi al Piccolo Teatro di Milano – con il suo dispiegarsi di visioni e di proposte ha sollecitato lo spettatore a prendere posizione, a collocarsi, a manifestare una postura critica (e dunque selettiva). Proprio per questa ragione, per raccontare il festival, abbiamo scelto di indicare quattro spettacoli che ci hanno sorpreso, commosso, o sollecitato alla riflessione.

(Non) parlare di politica: FC Bergman, Marlene Monteiro Freitas (Maddalena Giovannelli)

“Il termine teatro politico”, scriveva Massimo Castri nel 1973, è “duro e ostico, poiché si è caricato attraverso gli anni, le polemiche, le varie distorsioni semplicistiche, di molte grottesche stratificazioni”. Oggi quell’etichetta non risulta meno problematica, e continua a sollecitare artisti, critici e osservatori a una costante ridefinizione. Cosa significa parlare del e al presente? È una questione di temi o di linguaggi?

Dopo un lungo periodo in cui è risultato difficile, per gli osservatori e i critici, fare il punto sull’evoluzione delle forme più esplicitamente politiche (cosa è accaduto dopo la grande stagione del teatro civile?), oggi l’urgenza di prendere parola sui temi più caldi dell’agenda europea è forte e chiara, ed è forse il dato più evidente emerso da Presente Indicativo. Le drammaturgie presentate al festival si muovono immancabilmente intorno a ricorrenti parole chiave: clima, identità, natura, genere, patriarcato, guerra. Si tratta, tuttavia, del medesimo campo lessicale su cui lavorano a largo spettro i grandi media, l’attivismo e i social network; e il teatro, in questo quadro, rischia immancabilmente di fare la parte dell’ancella, arrivando a formulare tesi già in larga parte conosciute e condivise dal pubblico di riferimento, e dividendo in modo manicheo i buoni (quelli dentro la sala, ça va sans dire), e i cattivi(responsabili di crisi climatica, gender gap e altre brutture).

The Sheep Song, di FC Bergman, ph. Kurt Van Der Elst. 

Ma ci sono artisti e spettacoli capaci di rispondere alle importanti sollecitazioni del presente, rinunciando del tutto all’aspetto predicatorio della tematizzazione a tesi. Il collettivo olandese FC Bergman e l’artista capoverdiana Marlene Monteiro Freitas hanno dato vita a due potentissime partiture sceniche, del tutto prive di parola e capaci (per questo?) di lasciare un forte segno politico.

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L’“arte fredda” di Lucio Fontana 

L’“arte fredda” di Lucio Fontana 

Aurelio Andrighetto

4 Giugno 2022

La tecnica è importante per la bravura di un artista? “No!”, risponde Lucio Fontana a una domanda della critica d’arte Carla Lonzi, nel corso di un’intervista registrata con un magnetofono il 10 ottobre 1967. Sollecitando l’artista a parlare del proprio lavoro, Lonzi interpreta l’idea di critica proposta dallo storico dell’arte Roberto Longhi di cui era stata una brillante allieva: “È dunque il senso dell’apertura di rapporto che dà la necessità alla risposta critica” (Proposte per una critica d’arte, in Paragone, a. I, 1950).

Lonzi invita gli artisti da lei intervistati (Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, Twombly) ad esprimersi liberamente sull’arte propria e degli altri, mettendo in discussione la funzione istituzionale della critica d’arte, divenuta a suo parere un esercizio di potere “culturale e pratico sull’arte e sugli artisti.” In chiave di critica marxista alla produzione capitalistica di valore, e anche di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne, ristruttura quelle che ritiene essere forme capitalistiche e patriarcali di discorso sull’arte. Nel 1970, l’anno che segue la pubblicazione del libro nato dalla trascrizione e dal montaggio delle interviste (Autoritratto, De Donato Editore, Bari, 1969), abbandona la critica d’arte per dedicarsi completamente al femminismo. 

Fondazione Magnani Rocca, veduta di una sala della collezione permanente / Fondazione Magnani Rocca, veduta della sala con l’intervista audio montata con immagini di repertorio in un video.
Fondazione Magnani Rocca, veduta di una sala della collezione permanente / Fondazione Magnani Rocca, veduta della sala con l’intervista audio montata con immagini di repertorio in un video.

La mostra Lucio Fontana. Autoritratto, a cura di Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone e Stefano Roffi (Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo, fino al 3 luglio 2022), assegna all’intervista il compito di scandire le stazioni del percorso espositivo con alcuni estratti stampati su pannelli esplicativi. In una sala al piano terra della villa, che ospita la mostra temporanea, si può ascoltare l’intera registrazione audio montata con immagini di repertorio in un video. 

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Alla Cantina Rattazzi di Asti presentazione del libro: “La forza di Ippocrate” di Gianfranco Morino

Alla Cantina Rattazzi di Asti presentazione del libro: “La forza di Ippocrate” di Gianfranco Morino

Gianfranco Morino, medico piemontese da oltre 30 anni in Africa, presenta il suo nuovo libro ad Asti “La forza di Ippocrate: storie al tempo della pandemia” raccontato dall’autore alla Cantina Rattazzi Martedì 14 giugno, alle ore 21:00, presso la Cantina Rattazzi di Asti (Piazza Cattedrale, 6), il Dott. Gianfranco Morino presenta il suo ultimo libro “La forza di Ippocrate: storie al tempo della pandemia”, scritto con il contributo del Dott. Paolo Leoncini e pubblicato da Impressioni Grafiche nell’ottobre 2021. 

L’evento è realizzato e promosso da Daniela Timon, Claudia Lentini e Paolo Cerrato. Durante il primo anno di pandemia da Covid-19 il Dott. Morino, medico piemontese, socio-fondatore e responsabile dei progetti di World Friends Onlus in Kenya, ha iniziato a tenere un diario: dal suo “osservatorio privilegiato” (come spesso ama definirlo) del Sud del Mondo, il Dottor Morino racconta la pandemia attraverso episodi, riflessioni e testimonianze da Nairobi, dove World Friends lavora da oltre 20 anni per la difesa del diritto alla salute dei più poveri e vulnerabili. 

Da queste pagine intense nasce “La forza di Ippocrate”, arricchito dal contributo del Dott. Paolo Leoncini, medico di World Friends che porta la sua testimonianza dal Nord del Mondo, dalle strade di Torino, dove lavora con le persone senza fissa dimora. 

La pandemia, con tutte le sue conseguenze e implicazioni non solo sanitarie ma anche e soprattutto sociali, diventa lo spunto per riflettere su diritti, giustizia sociale, medicina come scienza al servizio dell’uomo. Il libro è arricchito dalla postfazione del giornalista Maurizio Paganelli (La Repubblica) che ha contribuito a curarne la pubblicazione. 

Il libro sarà disponibile durante l’evento presso la Cantina Rattazzi. Tutto il ricavato verrà destinato ai progetti di sviluppo di World Friends.

Collezione Bistolfi: saranno Sandra Berresford e Aurora Scotti a presentarla ufficialmente

Collezione Bistolfi: saranno Sandra Berresford e Aurora Scotti a presentarla ufficialmente

Casale Monferrato: Sabato 18 giugno al Museo si inaugura anche la mappa digitale delle opere dello scultore presenti in Italia e nel Mondo 

Si avvicina il grande momento della presentazione ufficiale della nuova Collezione Bistolfi a Casale Monferrato e, a nove giorni dall’evento, si svela il programma della giornata inaugurale.

L’appuntamento sarà per le ore 10,30 di sabato 18 giugno nel coreografico Salone Vitoli del Museo Civico, in via Cavour, 5. Ad accogliere i presenti, e a portare il saluto della città, ci saranno il sindaco Federico Riboldi e l’assessore Gigliola Fracchia.

A seguire i due prestigiosi interventi, coordinati da Alessandra Montanera, conservatore del Museo Civico, di Aurora Scotti, già docente al Politecnico di Milano e, tra l’altro, responsabile e direttore scientifico dei Musei del Pellizza e curatrice di numerose mostre, e Sandra Berresford, curatrice dell’Archivio Bistolfi, oltre che studiosa e ricercatrice di Leonardo Bistolfi.

Alle due professoresse il compito di presentare l’importante e rilevante nucleo della Collezione, composto da opere d’arte di scultura, pittura, grafica di diretta produzione di Leonardo Bistolfi, il celebre artista simbolista nato proprio a Casale Monferrato il 15 marzo del 1859, oltre a taccuini, scritti, appunti dello scultore e alcune opere di artisti coevi.

Una collezione che è stata generosamente donata da Vanda Martelli nel gennaio 2021 in memoria del marito Andrea Bistolfi e che nei mesi scorsi, grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e della Fondazione CRT e alla fattiva collaborazione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio per le Province di Alessandria Asti Cuneo, è stata trasportata a Casale Monferrato, sottoposta a una generale campagna di interventi conservativi e inserita all’interno di arredi museali appositamente acquistati.

Aurora Scotti si soffermerà principalmente sul legame che da sempre ha legato la famiglia Bistolfi a Casale Monferrato, per poi sottolineare alcuni aspetti dell’artista: «Parlare di Bistolfi è parlare della scultura e dell’arte italiane in momenti complessi della storia nazionale, ma è anche lo strumento per ricostruire le molteplici relazioni di Leonardo, il suo legame con gli esponenti della cultura artistica ma anche letteraria, laica e filosofica negli anni tra Otto e Novecento; la sua capacità di intessere relazioni, sempre al fianco dei colleghi che cercavano nuove vie di espressione».

Sandra Berreford, invece, si addentrerà nella Collezione Bistolfi con l’analisi delle opere che sono entrate a far parte del patrimonio della Gipsoteca casalese e di come gli stessi lavori possano fornire un ritratto dell’uomo e dell’artista a tutto tondo. Sarà inoltre illustrato il lungo e minuzioso lavoro di inventariazione che la curatrice dell’Archivio sta svolgendo, oltre a soffermarsi sull’importanza di riunire in un solo luogo oggetti preziosi che consentiranno di approfondire il percorso creativo di Leonardo Bistolfi.

A chiudere la prima parte della mattinata, ci sarà la presentazione della mappa digitale delle opere di Leonardo Bistolfi presenti in Italia e nel Mondo. A parlarne Gabriele De Giovanni, capo ufficio stampa del Comune di Casale Monferrato, che alcuni anni fa iniziò a geolocalizzare su MyMaps di Google musei, enti, associazioni e collezioni che espongono, o sono in possesso, di gessi, sculture, dipinti, disegni, manifesti o materiale dell’artista. Uno strumento che sarà reso pubblico proprio dal 18 giugno e fruibile liberamente da turisti e studiosi che vogliano conoscere con precisione l’ubicazione di un’importante parte del lavoro di Leonardo Bistolfi.

Al termine della mattinata si scenderà, a piccoli gruppi di 20 persone, nella Sala delle Lunette per la visita alla Collezione: il pubblico potrà osservare le sculture collocate all’interno di vetrine e potrà avere un assaggio dell’arte grafica e pittorica dell’artista casalese grazie alla selezione di alcuni disegni, di un taccuino e di alcuni esempi di tavolette dipinte. 

Si noterà il rimando a opere già presenti in Gipsoteca quali la Croce Brayda, il monumento funerario Hoffman, la scultura Verso la luce, la grande lunetta scolpita per Città del Messico, oltre alla possibilità di ammirare una varietà di materiali scultorei presenti (terracotta, terra cruda, plastilina, gesso, bronzo e marmo) che offriranno al visitatore un approccio inedito e unico al mondo creativo di Bistolfi. 

L’accesso al Salone Vitoli sarà a numero chiuso, quindi per poter partecipare alla presentazione è richiesta conferma all’indirizzo e-mail museo@comune.casale-monferrato.al.it o al numero 0142444249. La conferenza sarà comunque anche trasmessa in diretta online sulla pagina Facebook della Città di Casale Monferrato http://www.facebook.com/CittaDiCasaleMonferrato.

Per visitare la Collezione, invece, è possibile attendere il proprio turno direttamente nel chiostro di Santa Croce, sapendo che sarà visitabile per tutta la giornata di sabato con orario continuato dal termine della presentazione fino alle 18.30 e con visite accompagnate dal personale del Museo organizzate ogni 30 minuti.

Anche il giorno successivo, domenica 19 giugno, sarà possibile accedere alla nuova collezione dalle 10,30 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 18,30 con ingressi contingentati ogni 30 minuti, senza prenotazione.

Verbania: AL VIA L’ESTATE AL MAGGIORE 

AL VIA L’ESTATE AL MAGGIORE 

Primo appuntamento domani, LUNEDì 13 GIUGNO nella Sala Teatrale del Maggiore con

la MAV SYMPHONY ORCHESTRA BUDAPEST

e la Direttrice ELENA CASELLA

Biglietti disponibili al link https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Al via l’ESTATE AL MAGGIORE: un ricco cartellone di eventi che spaziano dalla musica classica a quella contemporanea, passando per la danza e la prosa, ospitati al TEATRO MAGGIORE, nella sua ARENA ESTERNA, il cui palco è stato acquistato grazie al progetto Culturagility, finanziato da Fondazione Cariplo, e nella recentemente riaperta al pubblico VILLA SIMONETTA.

Il primo appuntamento, che dà ufficialmente il via alla stagione, è per domani LUNEDÌ 13 GIUGNO (ore 21.00 – Sala Teatrale) con la MAV SYMPHONY ORCHESTRA BUDAPEST, diretta dalla Direttrice ELENA CASELLA.

Nel programma

A. Finzi: Walzer per orchestra d’archi

G. Puccini: Crisantemi

A. Dvorak: Serenta per orchestra d’archi op.22

Direttrice: Elena Casella

MAV Symphony Orchestra Budapest

La MAV Symphony Orchestra è stata fondata nel 1945.

Composta da novanta musicisti professionisti, la MAV è attualmente tra le migliori formazioni orchestrali ungheresi.

Negli ultimi decenni ha sviluppato un ampio repertorio che spazia dal barocco ai compositori contemporanei. L’orchestra si esibisce nelle sale da concerto più prestigiose d’Ungheria: la Liszt Music Academy e il Palazzo delle Arti. Oltre ai concerti sinfonici esegue regolarmente concerti di musica da camera.

Nel corso della sua attività, l’orchestra ha consolidato numerosi rapporti con direttori d’orchestra e solisti di fama internazionale. Negli ultimi decenni i concerti della MAV sono stati diretti da János Ferencsik, Ken-Ichiro Kobayashi, Franco Ferrara, Uri Mayer, Hans Swarowsky, Carlo Zecchi, Moshe Atzmon, Kurt Masur, Herbert Blomsted, James Levine, Irwin Hoffman, Gábor Takács-Nagy e Yuri Symonov.

Tra i numerosi solisti di fama internazionale che si sono esibiti con l’orchestra: Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras, Kiri Te Kanawa, Lucia Aliberti, Lazar Berman, Jeanne-Marie Darré, Endre Gertler, Tsuyoshi Tsutsumi, Ruggiero Ricci, David Geringas, Jevgeni Bushkov, Ramzi Yassa, Dudu Fischer, Fujiko Hemming, Alexander Markov, Tamás Vásáry, Zoltán Kocsis, Dezso Ránki, Miklós Perényi, Jenő Jandó.

L’orchestra ha suonato nelle principali sale concertistiche europee, oltre che a Hong Kong, in Giappone e in Cina, riscuotendo ovunque unanimi consensi. Numerose le partecipazioni a diversi prestigiosi festival europei: Vienna, Salonicco, Roma, Assisi. Nel 1988 si è esibita per Papa Giovanni Paolo II nella sua residenza estiva di Castelgandolfo. Dal 2010 direttore artistico e musicale dell’orchestra è Gábor Takács-Nagy.

Elena Casella si è diplomata in Pianoforte, in Composizione Sperimentale e in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.

Si è perfezionata in direzione d’orchestra con Ervin Acél in Italia e in Ungheria, con Gustav Kuhn, con Myung-Whun Chung presso l’Accademia Chigiana di Siena e con Julius Kalmar presso la Musik Hochschule di Vienna.

Gustav Kuhn la vuole come sua assistente in numerosi allestimenti operistici e di programmi sinfonici sia in Italia che all’estero.

Ha sostituito Ervin Acél sia come direttore nell’ambito di tournée europee che come docente presso il Conservatorio “F. Liszt” di Szeged (Ungheria).

Nel 1997 è stata insignita, assieme al direttore d’orchestra tedesco Christian Thielemann, del Premio Internazionale “Sebetia” presso il Palazzo Reale di Napoli, premio che nelle precedenti edizioni è stato assegnato ai Maestri Severino Gazzelloni, Salvatore Accardo e Riccardo Muti.

Dal 1998 al 2005 è stata docente del Corso Internazionale di Direzione d’orchestra tenuto presso l’Università della Musica a Vienna.

Ha diretto numerose orchestre, fra cui Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, Orchestra “A.Toscanini” di Parma, Orchestra Sinfonica di Stato di Szeged (Ungheria), Orchestra “D. Lipatti” (Romania), Orchestra Sinfonica di Stato di Oradea (Romania), Orchestra Novi Musici Napoli, Orchestra Sinfonica Marchigiana di Pesaro, e altre formazioni sinfoniche e cameristiche, sia per prime esecuzioni assolute (ad esempio “Cantico dei Cantici” di I. Danieli) che in programmi di repertorio, sinfonico e operistico.

Durante il suo periodo ungherese scopre, e ne rimane affascinata, il metodo Kodály, il metodo con cui viene educata la popolazione ungherese alla musica.

Decide quindi di approfondire l’argomento e di dedicarne gran parte della sua attività limitando temporaneamente l’attività direttoriale.

Incomincia così un viaggio alla conoscenza di tutti quei paesi che hanno fatto della musica uno strumento di inclusione sociale oltre che culturale e, nonostante Ervin Acél la esorti a ritornare sulle scene, decide di proseguire questo percorso.

È un periodo molto importante per la sua formazione musicale e umanistica dalla quale sente oggi di aver ricevuto molto e di aver compiuto così quello che lei definisce “un viaggio al centro delle connessioni umane”.

Completato questo percorso torna a dedicarsi alla direzione d’orchestra a tempo pieno e la sua agenda la vede tornare sul podio de I Pomeriggi Musicali di Milano a luglio 2021 e a settembre 2021 debuttare con l’Orchestra Verdi di Milano.

Nel 2022 sarà in tournée in Italia con la MAV Symphony Orchestra. l’Orchestra Nazionale d’Ungheria e a ottobre 2022 debutterà alla Carnegie Hall di New York.

Da Marzo 2022 ricoprirà il ruolo di direttore principale ospite della Budapest Szimfónia Orchestra.

Biglietti disponibili al link: https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Per ulteriori informazioni consultare il sito www.ilmaggioreverbania.it

www.facebook.com/ilMaggioreVerbania

www.instagram.com/il_maggiore_verbania/