Siamo matriosca che dall’interno, piccoline e minute, iniziamo il nostro umile ma importante cammino, e nel crescere manteniamo fermo tutto quello che quel volto e quel corpicino ha vissuto e visto, e così nel proseguo dei mesi e degli anni, cresciamo e ci trasformiamo sempre in bambole sempre più grandi e con un enorme quantità di esperienze e colori, alcuni comuni altri particolari, altri ancora speciali, fin tanto che arriva quella ultima e poderosa matriosca che contiene tutte e di tutte ne va fiera e con essa poi se le porta via tutte. Ma quando non sempre questo è il percorso naturale di una vita, allora si spezza quell’incanto e quella magistrale cosa che lascia una bambola sospesa, affranta di non poter continuare e pare che pure quello che fino ad allora era maturato, si sperda così come un niente e lasci pure il colore svanire immancabilmente.
Siamo matriosca con un forte sentimento di crescere sempre e di invecchiare pure, e non vorremo mai vivere conoscendo alcune matriosca a te vicine perdersi nel cammino prima del tempo, ovvero prima di un probabile tempo che dovrebbe essere a te uguale o forse anche oltre che tu non debba, naturalmente, vedere.
Quando una bambola si spezza in un determinato momento che non sarebbe naturale, allora si squarcia una ferita dentro che trancia tutte le tue che hai vissuto e quelle che ancora avrai, se l’avrai, da vivere, sarà una crepa che si noterà per sempre e sempre farà tanto tanto male.
Stasera, scusate, sono triste, e non potrei non esserlo, quando a te che già sei vecchia vedi sparire improvvisamente un giovane nipote, così come un niente, ed ecco che davvero s’apre quella ferita che innanzi nominavo e lede più di altre dentro il cuore e tutto non è più come prima anche se come prima si continuerà a parlare, sorridere, scherzare insomma vivere naturale.
Era solo lui anziano , nella grande casa ormai perso nel muto solingo andare , rumori , sapori , odori come fantasmi fanno a pugni tra ricordi belli , fatica di duro lavoro per mettere su le mura per la famiglia , come un comodo nido per i suoi piccoli , protetti e sicuri , padre che ormai rimasto solo ammazza il tempo nell’ orto , fra i suoi animali da cortile , nel prepararsi minestre e uova fresche , primizie raccolte dalle braccia generose e vermiglie di alberi da frutto, ma quando si accende la sera la luna su nel cielo blu , e le stelle scintillano , la solitudine è il silenzio diventa insopportabili, solo con il suo cane ciko , racconta ogni sera che lo ascolta con attenzione e interesse le avventure travagliate della sua vita mista tra bellezze soddisfazioni e tristezze , ma mai come i suoi ora ultimi anni , la paura del silenzio che spesso viene spezzato da versi di animali notturni , mai così deprimenti .
Arriva la notte del santo Natale e non c’è la fa più , chiama i carabinieri, ho bisogno solo di una presenza umana , ho tutto e non mi serve altro grazie , Dopo poco arrivano due carabinieri che lui gli va incontro felice li fa accomodare
Stappa una bottiglia di vino e brindano insieme , grazie , Dio si ricorderà di voi , con poco si può far felice un uomo forte , ma reso debole dagli anni ormai pesanti e dalla mancanza di affetti , chi lontano chi non c’è più , chi egoista , chi si fa coinvolgere dai compagni ,,,che mai dovrebbe succedere ,,
Tutti noi umani commettiamo questi sbagli ,tutti .
Non è solo oggi per la pandemia no anzi ci stiamo oggi accorgendo degli sbagli fatti .
Morale della favola ?
Hanno reso felice un uomo vecchio e stanco che reclamava un Brindisi in compagnia
i carabinieri ringraziarono il vecchio uomo della lezione di vita che aveva loro regalato .
C’è una fiamma che non si spegnerà mai del tutto. A volte flebile, altre accecante, ma sempre e comunque viva. E’ lì, con la pioggia, col vento, nemmeno se un estintore l’assaltasse cederebbe.
E’ come colui che attende sulla riva del fiume, in attesa che il cadavere passi. E quel cadavere può essere anche un’idea, una speranza, un progetto. Perché tutto passa. Quella fiamma, però, non si spegne.
Non ha bisogno che qualcuno la osservi, lei resta accesa comunque. Non ha bisogno che se ne parli, che la si commenti, che qualcuno ci si scatti delle fotografie da pubblicare su un social network. No, non è una moda, né una tendenza, né un irrazionale moto di un giovane scapestrato.
No, è semmai un manifesto di verità, di trasparenza, di purezza. Un agognato spazio di beatitudine ritagliato tra le montagne, col suono della fauna a tener compagnia, e il vento che non smette di tentare. La potresti osservare per ore, quella fiamma.
Si muove, mai allo stesso modo, mai uguale a se stessa. E’ il frutto di un’anima che non ama la vendetta, che cerca di controllarsi, che aspira a qualcosa di più alto. Un’anima che non pensa a questo mondo, ma al Regno dei Cieli, e che grazie a questa impostazione spirituale riesce a cavalcare l’onda del suo dolore rimanendo in piedi.
Perché la fiamma non si spegne. Puoi urlare, puoi sventolare un ventaglio, sputare, calpestare, ma non si spegne. Potresti portarla con te, a illuminare il tuo cammino in una notte mai così oscura. Segnerebbe i tuoi passi, i tuoi respiri, il battito del tuo cuore.
Col suo moto ondulatorio ti accompagnerebbe, evitando di lasciarti in pasto ad una solitudine potenzialmente tentatrice. Ci sono vuoti da riempire, ma è il suo calore che non manca mai a tenere la temperatura ad un livello sempre piacevole. E quella fiamma a cui nessuno fa neanche più caso è un posto sicuro. Forse, chi lo sa, è proprio questo che ti spaventa.
Si preferisce spesso assecondare l’istinto di una parvenza di apparente libertà, anziché tentare di costruire una fortezza circondata esclusivamente dalle (poche) persone che abbiano a cuore il destino della nostra anima. Io non so come finirà quel viaggio, non so in quanti prenderemo la destinazione che spero, ma so che fino ad allora la fiamma resisterà.
E quanto al dopo, non sta a me deciderlo. Il silenzio, il silenzio non cancella. Anzi, semmai talvolta accentua. Ma io lo reputo degno dell’immutabilità, della conservazione, nonostante tutto anche del rispetto. Non c’è sempre bisogno di parlare. Anzi, spesso è esattamente l’opposto.
Sta alla sensibilità di ciascuno, imparare da ciò che accade intorno a noi. Tutto, in qualche modo, ci segnerà. Ma ci sono ferite che si rimarginano, e altre che lasceranno un marchio. E se io proprio devo avere un marchio, lascio allora che sia quella fiamma.
Perché non mi piacciono i tatuaggi, ma l’indelebilità delle parole racchiuse per sempre spiritualmente in me, quella sì. La fiamma resiste anche da sola, fino alla fine, con inesorabile certezza.
Si racconta di una dolcezza su gambe da trampoliere. Prese in ostaggio un desiderio inestinguibile e parlava tutte le lingue come gli alberi nel bosco parlano il vento Soverchiante epifania chi mai avrebbe potuto sopportarla? Per questo il tempo è stato diviso in anni gli anni in mesi i mesi in giorni e poi io e te
Sono (quasi) totalmente fuori dagli schemi. Non è una scelta, è un dato di fatto dettato da ciò che sono. Una volta era diverso perché riuscivo a nasconderlo meglio, a sopportare, ad abituarmi, ad abbassarmi. Una volta potevo fingere per più a lungo prima di stancarmi e voltare pagina, o prima di sbottare. Oggi la pazienza si riduce, il dolore continua a scavare, trovo rimedi, ma la lotta intestina che mi porterò dentro fino alla fine non si arresta.
Siamo tutti qui perché abbiamo bisogno di qualcosa, parliamoci chiaramente. Forse, ciò di cui ho bisogno io, lo scoprirò man mano in base agli spunti che mi darete per scrivere. Questo profilo è rivolto al pubblico femminile e lo metto in chiaro sin dal primo momento, perché sono un ragazzo ed amo le ragazze. Semplice ed essenziale, schietto e diretto ma giusto.
Voglio giocare a carte scoperte, senza giri di parole. Voglio lasciare un segno in qualche anima perduta, perché io per primo adoro essere stupito in positivo. Non so se sono e sarò all’altezza, umilmente mi definisco una persona normale, perché farsi i complimenti da soli è brutto. Non sono qui per cercare una ragazza, non sono qui per cercare sesso, cerco semmai (forse) una forte attrazione mentale, quella sì.
Perché il vero sesso è proprio la mente, l’aspetto carnale tenta e basta. Ed è maledetto nel farlo, molto convincente, ma non possiamo lasciarlo vincere sempre e comunque. Una volta era diverso perché ricevevo foto di (bei, in alcuni casi) seni da parte delle ragazze. Si parlava di tutto, senza censura, ma anche senza volgarità.
Poi è cambiato qualcosa: chissà se in me, se nelle ragazze, o in entrambi. Era bello ricevere complimenti e foto dalle ragazze più insospettabili, non lo posso negare. Ma sono riuscito a non trasformare questo divertissement in una dipendenza, e ne vado fiero. Sono vergine. Non lo scriverei sui manifesti, ma in parte avvalora la mia tesi e cerca di far comprendere che la sfera sessuale la tengo per molti versi a distanza da me.
Ho preferito in tanti casi il buio della rete, a quello dell’incancellabile peccato reale. Non reputo interessanti i dettagli anagrafici, mi annoiano anch’essi, pertanto molto probabilmente non ne farò menzione. Una volta era diverso perché non mi davo limiti.
Adesso sì. Adesso so di non essere onnipotente, irresistibile, unico ed irripetibile. Tuttavia, sono comunque un po’ mosso da quel piacere, quel desiderio di stuzzicare la fantasia delle lettrici ed invitarle nel mio piccolo ed illusorio mondo. In fondo non cerco “una ragazza” perché cerco invece la ragazza che si fidi di me e che mi segua ciecamente o quasi. Ecco, sì.
Lasciatemelo questo sogno, ché tanto non fa male a nessuno, se non a me. Una volta era diverso, perché avevo un’utopica idea di amore che forse nemmeno esiste davvero. Ora cerco un amore più spirituale, di fede, di abnegazione. Per usare un termine forte, vorrei una ragazza che si sottomettesse a me. Una volta era diverso, perché avevo meno coltellate sulla schiena.
Intervistiamo oggi un giovane scrittore piemontese, Alessandro Naro, alla sua seconda pubblicazione letteraria.
Alessandro scrive hard boiler che hanno per protagonista il Commissario Flavio Luciani, un poliziotto schivo e taciturno con un passato pesante, diicile da dimenticare.
La prima indagine, dal titolo 168 ore è stata molto apprezzata dai lettori e anche il secondo capitolo della serie non è da meno.
Amen, questo il titolo della sua seconda fatica letteraria, è una storia che prende spunto da fatti di cronaca reale.
Sinossi:
Gennaio 2020 Il vicequestore Flavio Luciani è alla sua seconda indagine a Torino. Questa volta dovrà smantellare un traffico di esseri umani che si muovono nell’ombra ai margini della città. Una denuncia di scomparsa, un bambino morto e una futura mamma coraggiosa che scopre il vaso di Pandora dell’omertà. Luciani con i suoi tic, gli occhiali scuri e la sua pipa, insieme a Ciravegna, Fenu, Di Pilla e Mallia riuscirà a trovare la chiave di volta del caso. Come per la prima indagine anche questa volta Luciani risolverà il caso in pochi giorni.
Sentiamo cosa ci racconta l’autore.
Alessandro due libri e un buon succeso. Te lo aspettavi?
Sinceramente no. Ho alle mie spalle una lunga carriera da gosth writer e so perrettamente che i romanzi possono aver presa sul pubblico ma, non sempre. Non è chiaro il motivo, i lettori sono tanti, vari e con usti diversi. Per ora Luciani ha il suo seguito.
Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?
No, Luciani è un uomo come tanti. Ho cercato di renderlo vero, come un qualsiasi uomo che deve continaure la sua vita dopo una tragedia.
Arriverà il terzo capitolo?
Credo di sì anche se la non ho ancora le idee ben chiare sulle sorti del commissario.
Da dove trai ispirazione?
Solitamente da qualcosa che mi colpisce o che mi afascina tanto da farmi documentare in maniera spasmodica ed è per questo che al momento sono un po’ fermo con la scrittura. Deve scattare la scintilla.
Con Amen è scattata quando?
Una mattina al bar mentre leggevo il giornale. Vedi basta poco per farmi venire un’idea ma l’argomento deve stuzziacermi.
Una setta, bambini. E’ stao difficile fare delle ricerche?
Putroppo no. L’argomento trattato è pesante, ma se non all’ordine del giorno…quasi.
Vi era un tempo un parroco che officiava in una piccola chiesa sperduta nella campagna alessandrina, era un settimino, venuto alla luce quindi al settimo mese di gravidanza e settimo nato in una nidiata di sette fratelli; era temuto dai suoi parrocchiani in quanto ritenuto dotato di poteri sovrannaturali e praticante la ‘fisica’.
Il suo nome era, manco a dirlo, Settimo, e occorre dire che i fedeli forse non sbagliavano a considerarlo un ‘mascun’, uno stregone; infatti era entrato in possesso di una copia del ‘libro del Comando’ e passava tutto il suo tempo libero a leggerlo e rileggerlo.
Un bel di decise di evocare il demonio e così, nell’intimità della sua camera iniziò ad invocare le sette categorie dei demoni ‘Oh demoni del fuoco, dell’aria, dell’acqua, della terra, del sottosuolo, delle tenebre e del ghiaccio, io vi invoco e vi comando di manifestarvi a me’; dopo aver ripetuto sette volte l’invocazione rimase in attesa. Ma non accadde nulla e allora Settimo, spazientito, cercò nei suoi appunti qualche altra formula evocatrice. Quand’ecco che il suo olfatto avvertì un forte odore di zolfo e dal camino si materializzò una figura maligna che, scrutandolo in maniera beffarda disse ‘Settimo, misero mortale, perché disturbi i demoni?’. Settimo era esterrefatto, in fondo non credeva che un tale prodigio potesse realizzarsi; ma ora un demonio si era materializzato dinanzi a lui ed era terribile oltre ogni immaginazione. Disse Settimo, tremando come una foglia, ‘perdona il mio ardire e considerami tuo servo, ma dimmi chi sei, con chi ho l’onore di conferire?’. Il demone rimase in silenzio per un certo tempo e Settimo temette il peggio, avvertendo nel suo intimo la devastante malignità che emanava quell’essere diabolico, poi disse, glaciale ‘io sono Belzebù, principe dei demoni, signore delle mosche, dio di Ekron, guida degli spiriti di menzogna detti Chaigidel. Dimmi cosa vuoi da me, senza farmi perdere tempo, ed io esaudirò la tua richiesta.’ Settimo si sentiva venir meno ma, per non far spazientire Belzebù tagliò corto e disse ‘voglio vivere immerso nel denaro’. Belzebù rise con tale potenza da far tremare la cameretta del parroco, poi con voce tagliente sibilò ‘la richiesta di voi vermi mortali è sempre la medesima e tu non brilli certo di fantasia; sarai comunque accontentato’.
A questo punto Settimo si sentì attrarre da una forza invisibile verso il camino che si aprì, inghiottendolo; era la porta dell’Inferno e dopo poco Settimo si trovò immerso in una poltiglia di feci maleodoranti. ‘Maledetto diavolo, mi hai ingannato’ urlò il fu Settimo, rispose Belzebù gongolante ‘mio caro, sei stato tu a chiedermi di vivere immerso nel denaro e io ti ho accontentato, non è forse il denaro lo sterco del diavolo? Ebbene, di cosa ti lamenti, stolto? E poi, fidarsi del capo degli spiriti menzogneri, non ti pare alquanto sciocco?’.
Questo fatto avvenne il giorno 7 del settimo mese dell’anno, Luglio, dell’anno di grazia 1777, alle ore 7.
Il parroco Settimo venne dato per disperso e l’odore di zolfo presente nella sua cameretta durò decenni, rappresentando un fatto inesplicabile.
Matilde era in cucina a prepararsi la sua lauta colazione. La sua prima lauta colazione, a cui ne sarebbe seguita un’altra a metà mattinata. Apparecchiò la tavola con cura, scaldò il latte, mise la cialda del caffè nella macchina espresso e si tagliò una bella fetta di torta al cioccolato. Pregustava tutto già con la vista e l’olfatto, quando in cucina si presentò Fausto, suo marito, a rovinarle la festa. «Maledizione, Mat! Smettila di mangiare a quel modo. Non vedi come ti stai riducendo?» e, mentre diceva ciò, andò a prepararsi il suo caffè amaro. «Io mi devo nutrire e sto semplicemente facendo la mia solita colazione». «Questo è il problema: la tua solita colazione. Solo che dopo la prima viene la seconda, poi un pranzo che sembra un menu di nozze, quindi una “merendina” a base di torta e, per finire, una cena da trattoria romana». «Io lavoro tutto il giorno in casa e mi provoca un forte appetito», tentò di giustificarsi Matilde. «E dove trovi il tempo di lavorare se stai sempre a mangiare?». «Non è vero. Tu hai sempre le tue camicie pulite e trovi sempre la cena pronta a puntino e la casa pulita». «Quello che mi dici lo farebbe tranquillamente una donna di servizio. Io vorrei una moglie, non una balena, come sei diventata. Oh, basta! Con te è tempo sprecato! Esco». Se qualcuno avesse trafitto la povera Matilde con una spada, in quel momento lei non avrebbe sentito niente, tanto era il dolore per l’umiliazione che ormai subiva da tempo. L’aveva capito che lui si era trovato un’altra e che a breve l’avrebbe sostituita con una donna secca come un’acciuga. Finiti i tempi della luna di miele, quando la chiamava “la mia morbida Mat”.
Con le lacrime agli occhi, Matilde tagliò un’altra fetta di torta e la divorò come se fosse l’ultima della sua vita. “Mi vendicherò! Non creda di passarla liscia così”, pensò con determinazione, mentre un piano prese forma nella sua mente. Fausto ora la criticava, ma le sue torte, famose in tutto il vicinato, gli erano sempre piaciute, così decise che gli avrebbe servito una torta corretta al… cianuro! In una serie poliziesca, aveva visto che dai semi di alcuni frutti si poteva ottenere una quantità di cianuro sufficiente per uccidere. Prese dal frigorifero un certo numero di pesche e albicocche e cominciò a rompere il nocciolo e a triturarlo. Con la polpa si fece una bella macedonia che avrebbe mangiato a pranzo. Prese anche noci e mandorle per realizzare una buonissima torta al cioccolato e frutta secca. Una delizia. Ne preparò una anche per sé, ma senza cianuro; giusto un po’ per avere quell’aroma d’amaretto tanto invitante.
La mattina dopo si svegliò prima, in modo che, al risveglio, il marito sarebbe stato inebriato dal profumo del dolce ancora caldo. Quando sfornò le torte, le venne l’acquolina, tanto erano fragranti. Le cosparse anche di zucchero a velo, così l’odore di vanillina ne esaltava ancora di più il fragrante aroma. Fausto scese per colazione, ma, invece di complimentarsi, come accadeva in precedenza, sbuffò infastidito. «Ancora con questi dolci! Questo mi sembra ancora più calorico del solito». «L’ho fatto apposta per te! Ti piaceva tanto!». «Prima che tu assumessi le dimensioni di un transatlantico. Guardati! Mi fate schifo, tu e la tua torta! Quei dolci ti uccideranno, prima o poi». L’uomo, furioso, girò le spalle e andò via velocemente. «Fausto…», disse Matilde, alla stanza ormai vuota.
Aveva le lacrime agli occhi ed era furiosa. Ancora una volta l’aveva offesa profondamente. Doveva calmare quel dolore e colmare quel vuoto che sentiva nello stomaco. Come in trance si tagliò una fetta di torta che rappresentava quasi la metà di tutta la forma. Ingoiò voracemente tutto e solo quando, dopo un certo lasso di tempo, cominciò a sentirsi strana e confusa con nausea e un forte dolore di testa, si rese conto che aveva affettato e mangiato la torta avvelenata. Guardò ciò che era rimasto del dolce e, prima di cadere a terra, le sembrò che si beffasse di lei.
Pennacchi di Domenichino e Cupola di Lanfranco, 1631-’43, Cappella di San Gennaro, Duomo di Napoli
Tra i molti luoghi che caratterizzano la Napoli Barocca, la Cappella di San Gennaro (Duomo di Napoli) e la Certosa di San Martino, sono sicuramente quelli dove l’impronta del nuovo stile rimane tutt’oggi più marcata e caratteristica. Negli anni Trenta del Seicento, in seguito al consolidarsi della fama di Pietro da Cortona a Roma, i pittori emiliani Domenichino (1581-1641) e Giovanni Lanfranco (1582-1647) si trasferivano a Napoli per eseguire uno straordinario ciclo di affreschi nella Cappella del Tesoro di San Gennaro (Lanfranco e Domenichino a Sant’Andrea della Valle). Databile dal 1631 al ’43, l’impresa iniziata da Domenichino, finì con sua morte improvvisa, lasciando compiute le sole lunette degli altari e i pennacchi della cupola con le “Storie di San Gennaro”. A due giorni dalla morte, lo sostituiva l’artista e amico Lanfranco, già attivo a Napoli, che ultimò la cupola con il “Paradiso” (Caravaggio e i caravaggeschi a Napoli).
c’è una forza di futuro che si sdraia sulle pendici dell’ altro mentre la bestia ride: questo sentimento cugino lontano dell’orrore di oggi stacca sovente gli occhi verso te
Cosa non dovrebbe mai mancare nelle case in cui abita un gatto per farlo sentire felice e attivo fino alla vecchiaia
È davvero piacevole leggere le statistiche che affermano come nelle nostre case cane e gatto siano sempre più in compagnia. Sfatato il vecchio tabù che non vadano d’accordo, sono sempre di più soprattutto le giovani coppie che decidono di avere in casa entrambi. Ovviamente, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, ma anche per esperienza personale possiamo affermare che se crescono assieme, difficilmente si odieranno. Nel caso in cui magari decidessimo di inserirne uno dopo l’altro, generalmente è più facile che il cane accetti il gatto che viceversa. Nella maggior parte dei casi, infatti, nonostante si pensi il contrario, il gatto sarebbe più territoriale e farebbe più fatica ad accettare l’arrivo del cane. Mentre, quest’ultimo, una volta che ha le sue pappe, le sue attenzioni e i suoi giretti, difficilmente chiede di più. A proposito di convivenza, dovremmo lanciare uno sguardo anche ai giocattoli e ai passatempi che piacciono ai nostri animali. Anche in questo caso, il gatto sarebbe più esigente.
Secondo una statistica andrebbero matti per un oggetto in particolare
Ecco, cosa non dovrebbe mai mancare nelle case per fare felice il tigrotto di casa. Una recente indagine scandinava avrebbe sottolineato come nelle case in cui abitano i gatti non dovrebbe mai mancare la casetta. Fatta possibilmente a cubo, alta, meglio di bassa, e con più passaggi per uscire ed entrare. Sappiamo bene che il micio ama andare avanti e indietro, ma anche curiosare e allo stesso tempo mettersi in posizioni di attesa e in posa come un modello. Questo tipo di casetta, possibilmente morbido e rivestito di pelo sintetico, si dimostra un accessorio confortevole, ma in grado anche di fornire sicurezza al nostro micio.
Cosa non dovrebbe mai mancare nelle case in cui abita un gatto per farlo sentire felice e attivo fino alla vecchiaia
Solitamente i cani si accontentano del classico pallone, la pallina da tennis e magari del frisbee, per quelle razze che si dimostrano più atletiche e vogliose di allenamento. Al gatto piace, oltre al “grattatoio”, che ultimamente vediamo molto simile a delle costruzioni, anche il tunnel. Fatto in tessuto, trasparente o in grado di garantire la privacy, sembra essersi dimostrato un accessorio che piace molto al nostro gatto. Magari posizionato proprio vicino al cubo della casetta, o al gratta unghie, sarebbe il top per il nostro micetto.
Passeggiano i cieli sulla terra e le nostre curve ombre una nube lontano ci trascina. Allora la morte è vicina il vento tuona giù per le vallate il pastore sente le annate precipitare nel tramonto e il belato rotondo nelle frasche.
*
È già notte qui nei valloni è già notte per le campagne marine. Dai paesi corrono piccole nuvole di fumo verso il cielo. Continua la vita nel gelo. L’anima è questo respiro che ci riempie e ci vuota. E occorre guardarsi indietro a vedere il giorno dove corre. Corre di fronte alle luci accese dei pali dove il Vulture adesso si vede sullo specchio rosso di ponente… Perché l’ombra è già morta sui pini.
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Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla giura che Cristo poteva morire a vent’anni le gru sono passate, le rondini ritorneranno. Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno le mattine degli uccelli a primavera le maledizioni e le preghiere.
***
Rocco Scotellaro (Tricarico 1923 – Portici 1953) fu uno dei maggiori poeti e intellettuali lucani impegnato nel vivo delle problematiche del secondo dopoguerra. Animato da una forte carica morale e ideale, profusa nella sua produzione letteraria e nell’impegno politico, ha assunto il valore emblematico delle lotte per il riscatto del popolo meridionale. Di umile origine, socialista, fu sindaco di Tricarico dal 1946 al 1950, quando fu arrestato sotto l’infondata accusa di irregolarità amministrative; in seguito, grazie all’intervento di C. Levi, ottenne un impiego presso l’Istituto agrario di Portici. Trasse dalla sensibilità ai problemi sociali della sua terra motivi per alcune opere comparse postume: l’inchiesta Contadini del Sud (1954), il romanzo autobiografico incompiuto L’uva puttanella (1955) e una serie di poesie (È fatto giorno, 1954). In seguito sono stati pubblicati il volume di racconti Uno si distrae al bivio (1974) e la raccolta di versi Margherite e rosolacci (1978). Nel 2019 la sua intera produzione letteraria è stata raccolta nel volume Tutte le opere.
Frullato di Banana, un pieno di Energia. Preparazione Facile e Veloce
Per preparare il frullato di banana cominciate prendendo il limone. Tagliato a metà e ricavatene il succo di una metà. Prendete ora una banana sbucciatela e tagliatela a rondelle. Riponete le rondelle della banana in una ciotola e cospargetela con il succo di mezzo limone. Ora prendete la banana a cui avete agito il succo di mezzo limone e mettetela in un mixer. Aggiungete quindi l’acqua. Frullate bene fino ad ottenere un composto liscio e omogeneo.
Servite ora il vostro frullato di banana in un bicchiere o in una caraffa.
ps. dal sacchetto del pane della panetteria di via San Lorenzo – Alessandria
Gli autori Garzanti insieme per sostenere l’associazione ResQ – People Saving People.
Salvare una vita per salvare il mondo intero. Un concetto semplice, ma al contempo dal potere fortissimo. Perché a volte bastano un gesto o uno sguardo per aiutare una persona – un piccolo passo verso qualcosa di più grande. Tredici scrittori si confrontano con queste parole, le fanno loro, le immergono in contesti, esperienze e vite diverse. Prendono l’idea del salvataggio e la trasformano in racconti, personaggi, saggi, dialoghi, interviste. Solo la letteratura riesce in questa magia. Solo la letteratura riesce a calarsi nella realtà per tendere la mano, per sposare una causa, per scuotere le coscienze, per aprire nuovi orizzonti. È quanto avviene con Una vita vale tutto, i cui proventi saranno interamente devoluti all’Associazione ResQ – People Saving People ONLUS, un progetto nato dalla volontà di un piccolo gruppo di amici e professionisti che, stanchi di veder morire migliaia di migranti nel tentativo disperato di attraversare il Mediterraneo cercando per sé e per i propri figli un domani migliore, hanno deciso di rompere il muro dell’indifferenza e mettersi in gioco, con un unico obiettivo: restare umani. Tra l’agosto e l’ottobre del 2021, la nave di ResQ ha salvato più di duecento persone. Perché per i volontari dell’associazione soccorrere è umano, e vogliono che la loro missione in mare diventi simbolo di speranza, trasmetta informazioni reali e aggiornate su quello che accade, racconti al mondo le storie delle persone che salveranno.
Il ricavato dalla vendita di questo libro verrà interamente devoluto all’associazione ResQ – People Saving People, impegnata quotidianamente nel salvataggio dei profughi.
Per preparare l’ananas alla piastra con miele e cannella iniziate pulendo l’ananas e tagliandolo a rondelle di circa 2 cm, state attenti a togliere tutti gli occhi scuri della polpa ed eliminate il torsolo centrale.
Adagiate quindi le fette su una piastra ben calda; rigiratele almeno due volte per parte, lasciandole sul fuoco per almeno 10-12 minuti.
Quando si saranno abbrustolite il tempo necessario, toglietele dalla piastra e adagiatele su di un piatto da portata, mettendo su ognuna di esse un cucchiaino di zucchero di canna, poi uno di miele ed infine un leggero velo di cannella.
ps. dal sacchetto del pane della panetteria di via San Lorenzo – Alessandria
Intervista di Filippo Sacchieri a Maga Guia Cervesato sul romanzo “VV – La Vita Vestita” (Readaction 2022).
Magda tiene i capelli sciolti, biondo stoppia, lunghi fin oltre le spalle, ondulati sulle punte. Due frange le si adagiano sulla fronte, come morbide tendine. Le sopracciglia sono lunghe e cespugliose, chiare e scure. Rendono lo sguardo ombroso, tenebroso. Gli occhi brillano verdeazzurri, miscellanea d’opale e cianite. Il naso è perfetto nella sua normalità: non alla francese, né alla greca, ma non aquilino o a patata. La bocca quando si apre mostra le estremità delle labbra rialzate, appuntite: ed è quello il segreto, forse, di un sorriso tagliente, un po’ cattivello, ma estremamente intrigante. Magda è donna tutta angoli e spigoli. Gli zigomi richiamano anche e clavicole, quanto alle stecchette delle braccia difficile resistere alla tentazione di chiudervi due dita intorno. Ma sono molte le tentazioni, se avvicini Magda. Una donna angoli, spigoli, bacchette, stecchette. Una donna ossea e membranosa. Ma anche spumosa, schiumante, per i seni e i capelli. Magda è uno scoglio sopra il quale s’infranga un’onda di mare: l’onda si sfrangia in schiuma e spuma incorniciando per un istante lo scoglio. Magda è quel preciso istante. Indossa una maglietta che lascia scoperto l’ombelico e un lembo di pelle. La pelle è aurea: in lei il callo bronzeo, di cui, peraltro, si fa cenno nel suo romanzo, bisognerebbe ridefinirlo aureo. Sembra una fata celtica o una strega verde in scarpe da ginnastica, blue jeans e maglietta. Magda. Accendo il registratore.
Io: Che cosa spinge un autore a scrivere un memoriale o un romanzo autobiografico, anche se non sono esattamente la stess…
Magda: No. Il memoir è un’altra cosa.
Io: Non sono esattamente la stessa cosa, però…
Magda: Nel memoir l’autrice sono io. Sono io nel 2009, mercoledì è successo questo, giovedì quello. Nel romanzo autobiografico no. Metti in un imbuto tanti elementi per arrivare alla costruzione del romanzo. Che tu ci metta elementi di fantasia o autobiografici, alla fine, la coesione del tutto dà forma a un romanzo. Personalmente, sono della linea: scrivi quello che conosci; e quindi, gli elementi autobiografici li uso. Alla domanda cosa mi ha spinto dieci anni fa a scrivere un memoriale senza tenere mai prima diari, la risposta è: mi è successo un evento inedito e improvviso, con tanti gravami di tutti i tipi, sociali, politici, clinici, terapeutici. Si è trattato di una testimonianza. Un servizio offerto agli altri. Per me (per elaborare il vissuto) e per chi ha avuto la mia stessa esperienza.
Io: Riformulo. Hai scritto un memoir nel 2011 TSO.
Magda: Sì, ogni dieci anni, esco. Questo nuovo è del 2021.
Io: E poi, un romanzo autobiografico. In un diario ci metti dentro tutto quello che ti succede nel corso della giornata. Nel diario metti dentro tutto. Nel memoir, invece, si selezionano scene. Poi arrivi al romanzo autobiografico: c’è una selezione di scene, e in più finzione. La domanda è: perché non hai fatto un memoir anche questa volta?
Perché volevo più libertà. Nel memoriale devi attenerti ai dati di fatto: attinenti alla realtà individuale, ai dati di fatto all’interno della tua personale memoria, ma ci vuole comunque fedeltà. Nel romanzo sei fuori da queste gabbie, e più libero. Più libertà d’espressione, rispetto alle gabbie della diaristica. Sono possibili letture omiletiche, nel linguaggio letterario, romanzesco, poi, e sono possibili varie altre letture. E: volevo cimentarmi con la forma romanzo.
Io: Allora, se ti sei cimentata nella forma romanzo, ti chiedo quali modelli hai seguito; e quali hai accuratamente evitato?
No, non ho seguito scientemente modelli particolari. Inconsciamente ho forse seguito i modelli che amo di più.
Io: Per esempio…?
Magda: Dovrebbe dirmelo il lettore. Quale modello gli risuona di più. Non so rispondere con nomi precisi. Mi piace la scrittura di Giuseppe Berto, assolutamente non normie, e la scrittura normie alla moda oggi non mi piace; e gli americani Anni 70: Richard Yates, Carver. Mi sono seduta. In tre settimane ho scritto il romanzo. Tre settimane, più altre due di editing. Per un altro romanzo non pubblicato ci ho messo otto anni. Perché, stavolta, la storia l’avevo dentro, da tanto tempo. E’ bastato qualcuno mi dicesse “Perché non la scrivi?”; e io fumm!, l’ho fatto, l’ho scritta. Forma e montaggio sono andati a posto da sé. Senza neppure tanto mestiere da parte mia. Venuto da sé.
Io: Continuiamo su un piano prettamente letterario, ancorché sia presente il lato esoterico…
Magda: Sì, ci sono tre piani, in questo romanzo. Il lato mondano-privato. Il lato mondano-pubblico. E i due piani si intersecano. L’idea iniziale che avevo, il polpo sulla testa, è il sovrapporsi del dramma privato e del dramma pubblico nella vita di un cittadino italiano nell’Anno Domini 2021. C’è un doppio passo nell’osservare una speciazione seguita al dramma collettivo del 2021. Una devastazione sociale. Piena di conseguenze nella vita di ciascuno. Chi ha perso i cari. Chi ha subite divisioni. Il terzo elemento che tiene insieme tutto è il lato spirituale che la protagonista sviluppa nel corso del romanzo prima per sopravvivere al dramma che sta vivendo a livello collettivo e individuale, poi come ricerca di senso, e infine diviene a poco a poco l’unico modo per stare, secondo la mia weltanschauung, al mondo: e questo terzo elemento, secondo personaggio del romanzo, dopo Grazia, è proprio lo Spirito.
Lo Spirito Santo.
Spirito Santo che fa parlare, inspira, il narratore onnisciente, il quale è per me non il narratore onnisciente della narratologia, ma Narratore Onnisciente con le iniziali maiuscole, che osserva i terresti dall’alto, in modo distaccato, e può dire e vedere cose che dal basso, in chi è coinvolto, non si possono dire e vedere: più ti allontani vedi, più ti avvicini e più non vedi un cazzo.
Io: Questo è un romanzo, se vuoi, Magda, di incidenti. Grazia, la protagonista, cade dalle scale. Ha un litigio con la figlia e il giorno appresso cade. Poi, qualche mese dopo, parte per un viaggio, a Cremona, e ha un altro incidente. Una storta, alla caviglia della stessa gamba lussata nel primo incidente. Ci sono due incidenti in un romanzo di centoventi pagine. Grazia non è il tipo divertente, da commediola. Appare una guerriera, ed è drammatica. Perciò, questi incidenti il lettore li prende dal lato serio. Io non sono esoterista, ma ti chiedo se esotericamente gli incidenti potrebbero essere espressione di un disagio.
Magda: Domanda cui è difficilissimo rispondere. Ci ho pensato. Nulla succede a caso. Grazia nel romanzo fa un meta-pensiero di questo genere, ma per rispondere dovrei aprire un capitolo esoterico di centocinquanta ore…
Io: Sì, ma ti spiego. Per me, molto banalmente, leggendo, mi si presenta questo quadro: un personaggio in una situazione molto difficile, piena di conflitti, a casa sua: e ha un incidente, cade dalle scale. Un incidente, come mi dici, potenzialmente letale. Poi, fugge via da quella situazione, ma le succede un altro incidente. E allora, la mia domanda.
Magda: Ogni incidente non esce mai dal nulla.
Io: E poi c’è il discorso degli scontri, delle liti.
Magda: Sì, e poi ci sono gli scontri. C’è l’urlo. L’urlo di Munch. Le urla. Le urla sono per gli altri la più grande colpa di Grazia. E certamente, è un segno di non armonia.
Io: Grazia urla nella scena con la figlia più piccola G. Poi arriva la figlia più grande, J. Grande ritorno da Londra. E urla anche con lei…
Magda: Le urla le metto molto volentieri. Le urla sono un segno di disarmonia totale tra le persone e la doppia lama è l’elemento di disperazione per non riuscire a esprimere sé stessi in modo pacato, armonico, sensato e razionale. L’urlo animalesco. L’urlo di Munch. L’urlo dell’anima. Emesso per l’impossibilità di affermare la propria verità, il proprio pensiero. L’urlo è l’ultima stazione: dopodiché c’è solo il buttarsi oltre la balaustra, riprendendo l’immagine ritratta nell’Urlo di Munch. L’urlo allontana. Non c’è happy-ending, infatti, nel romanzo: chi si allontana non torna. Si può comunicare, nelle situazioni di stress e tensione, situazioni-limite, senza urla? L’urlo è l’ambiente della disperazione personale. Il romanzo pone anche questa questione.
Magda: Vuoi una birra?
Io: No, va bene un po’ d’acqua. Va bene. Birra.
(più tardi)
Io: Dunque, ricapitolando, in questa storia ci sono due incidenti importanti e ci sono scontri che sfociano in urla e discussioni. Grazia urla. Oh, intendiamoci, ci sono anche momenti belli. C’è un matrimonio. Grazia si sposa a Cremona con L. Un matrimonio di solito si mette alla fine. Tu l’hai messo a metà…
Magda: Ma finisce male anche quello. Nessuna cosa deve finire bene per forza…
Io: Sì, ma perché il romanzo focalizza un momento di frattura dal mondo da parte di Grazia…
Magda: Più radicale di una frattura. C’è un capovolgimento. Il matrimonio lo metto in mezzo perché è solo un elemento della vita. Non è un inizio e non è una conclusione. Anche quello mi serve per rimestare nel torbido del fatto che anche le cose belle finiscono, ma possono durare per sempre se uno guarda a ciò che è stato bello e non alla fine ossia alla dolorosa elaborazione che conduce alla fine del rapporto. Il matrimonio finisce, e non è un dramma, è normale finisca. Anche se non è semplice elaborare il lutto della normalità. Forse non lo è mai.
Io: Questa storia è un percorso accidentato che peraltro nemmeno conduce, come abbiamo detto, a un bel panorama, a un lieto fine…
Magda: No, la consolazione non c’è… Non spicciola.
Io:… e tu mi dici anche che il narratore onnisciente è ispirato dallo Spirito Santo…
Magda: Prendo spunto dalla definizione di “narratore onnisciente” in narratologia e la metto un’ottava sopra. E gli do lo spin di un significato superiore.
Io: Siccome hai comunque parlato di Spirito Santo, concludo che la protagonista si chiama Grazia non a caso. La domanda è: poiché quello di Grazia è un percorso accidentato, e la protagonista cade e poi cerca di rialzarsi, poi barcolla ancora, si alza di nuovo, più forte, “Grazia” va inteso nel senso di indulgenza verso sé stessi, perdono dei propri errori; o “Grazia” perché vive in uno stato di grazia e tutte le sue disavventure le vengono perdonate?
Magda: Non le vengono perdonate, nel libro…
Io: Nel libro non le vengono perdonate, però noi lettori proviamo simpatia ed empatia per Grazia, una donna, come la definisci nel libro, qualunque…
Magda: Grazia nella concezione mia non è indulgenza verso sé stessi, ma un elemento per arrivare ad autocomprensione. Non ci si può perdonare senza passare attraverso un percorso di autocomprensione. Il perdono è una grazia. Difatti il libro finisce: “Arriverà il giorno in cui Grazia troverà la forza di ringraziare i suoi nemici”. I suoi uomini-entità, come li definisco, nel romanzo. La grazia è un dono: la puoi cogliere o non cogliere. Grazia va inteso nel romanzo, e forse non solo, come autocomprensione di sé stessi.
Io: Che cos’è un matrimonio con rito akasico?
Magda: Il piano akasico è uno dei piani del sovrasensibile. Lo schema del settenario e del toroide, dell’evoluzione umana materiale e sovrasensibile, in antroposofia è piano akasico. Lo sposo akasiko, peraltro, contiene una nota umoristica.
Io: C’è ironia nel romanzo…
Magda: Sì, spero si noti, Certo. Un umorismo strano, autotafazziano, da cogliere nel fraseggio, non nella battuta. Un umorismo implicito nel linguaggio.
Io: Grazie è una donna guerriera. Di sicuro…
Magda: Sì, per riprendere l’inizio, sul genere di romanzo: questo è un romanzo di formazione iniziatica. Il terzo elemento è appunto lo Spirito con cui Grazia impara a prendere la sua vita. Per mandare in soffitta l’urlo, e le modalità di disperazione.
Io: Essendo iniziatico, bisogna procedere per sofferenze, crisi, tappe piene di dolore.
Magda: Senza crisi non c’è ascensione. Come nei romanzi di formazione classici.
Io: “Formazione iniziatica” può essere usato, in effetti, per tutti o quasi tutti i romanzi di formazione. Esplicitarlo così spiega bene che cos’è il romanzo di formazione.
Magda: “Formazione Iniziatica” innalza di un’ottava la definizione di romanzo di formazione. Tutti i romanzi di formazione sono romanzi di formazione iniziatica. Non è più il tempo del Padre e del Figlio: ma è tempo dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’asset, mettendola giù in modo pop, del Nuovo Millennio. Padre e Figlio hanno fatto il loro tempo. E’ il momento di smetterla di parlare tra iniziati. Non c’è nulla di esoterico nell’esoterismo: sono leggi di natura. Siamo figli delle stelle. Basta massoneria. Bisogna portare alla luce la verità. La verità è una e va urlata dai tetti. Lo Spirito Santo è il femminino. Bisogna integrare, nella nostra società, femminino e mascolino. Scelgo di parlare chiaro. Ogni percorso è un’iniziazione. Consapevole o meno. Fuori dalle logge, dalle tradizioni precostituite, l’iniziazione è un modo diverso di affrontare l’esistenza indipendente dalla materia: non siamo polvere stellare, siamo parte di un tutto.
Io: Lo Spirito Santo non esclude l’esoterismo?
Magda: No, per niente. Basta mediazioni. All’interno della Chiesa ci sono tutti i segreti (basti guardare alle opere d’arte) che la chiesa pietrina stessa vuol tenere per sé: per non far trovare in sé stessi la scintilla della divinità. Per non lasciare ci si avveda del taglia-e-cuci del Vangelo che ha escluso le divinità femminili. Scoperta la divinità in sé stessi non c’è più bisogno di pietra, sovrastruttura. Basta l’essenza.
Io: Pensi la letteratura strumento d’indagine del mondo o di se stessi?
Magda: Che differenza c’è?
Io: Beh, il mondo è quello fuori da te, mentre…
Magda: Peccato che nel romanzo la premessa del narratore è che non ci sia confine tra mondo e se stessi. Per me questa domanda è priva di senso. Proprio quello che con questo libro volevo superare. Riassumendo, non ci sono confini tra cose e persone (anche la scienza lo dice): è un’evidenza fisico-matematica e coscienziale. Anche se respinta, per ora, dal mainstream. Le esperienze di grandi donne e uomini tutte convergono nella presa di coscienza che siamo materia stellare e cosmica; e finché ci ostineremo a considerare tutto questo aulico o poetico non ci avvicineremo di un grammo alla nostra essenza. Per grandi uomini e grandi donne intendo coloro appartenenti al mondo iniziatico: dal mondo sumero a oggi. Tutto è uno. Fine.
Io: Un’altra domanda che comunque pone un dualismo. La letteratura è specchio o finestra?
Magda: La letteratura che ha superato l’esame del tempo: quella è letteratura. Ha valenza universale. La letteratura è specchio e finestra. Entrambe le cose: et… et. Non aut… aut. Non mi piace ragionare meccanicamente. Entrambe le cose. Et… et. Per chi scrive è uno specchio. Anche per chi legge è specchio. Ma è anche finestra su vari specchi.
Io: Cosa pensi degli esoteristi?
Magda: Né bene né male. C’è un po’ di tutto. C’è il coglione e c’è il serio.
Io: Se vuoi aggiungere qualcosa… Dove si svolge la vicenda?
Magda: L’unica città nominata è Cremona. L’ambientazione è comunque il Nord Italia. Nell’Anno Domini 2021. L’anno 2021 è l’anno della Rivelazione. Abbiamo iniziato a capire che ciò che ci è capitato non era uno scherzetto passeggero, ma l’incipit di un nuovo corso. L’anno 2021 il mondo ha capito. La realtà è un castello di carte menzognero. Il 2021 è l’anno dell’Apocalisse. Dopo si tratterà solo di assistere al Suo dispiegarsi.
Vengo rapita dal cielo
blù oltremare
raggomitolo il giorno
ostaggio di un sogno
nella distesa notte
si libera l'immaginazione
Roberta Calati
https://alessandria.today
Frammenti rilevanti della nostra storia vivono nelle lapidi disseminate sui muri delle città, espressioni del potere dedito a costruire una memoria pubblica ma anche segni fragili destinati spesso all’invisibilità. Marmi, targhe e cippi sono le pagine di pietra di un sapere esposto poco conosciuto e poco interpretato, ma appassionante patrimonio da indagare per la storiografia. Proprio su questa esplorazione si fonda la presente ricerca, che sviluppa un’analisi puntuale delle lapidi ebraiche fiorentine attraverso la particolare prospettiva delle guerre del Novecento e della Shoah. Sono messi a fuoco i capitoli decisivi della storia e della memoria di una comunità vivace come quella locale, ma anche le complesse interazioni tra minoranza ebraica e società maggioritaria nelle tormentate vicende del secolo scorso.