NOI SIAMO CAMPO DI BATTAGLIA, di Nicoletta Vallorani

NOI SIAMO CAMPO DI BATTAGLIA

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di Nicoletta Vallorani

[Esce oggi per Zona 42 Noi siamo campo di battaglia, di Nicoletta Vallorani. Ne presentiamo un estratto] 

Han

Oriente è un ricordo inventato e un’aspirazione, una realtà solubile tinta di azzurro. Azzurro è il colore dei bambini, mentre il rosa è per le bambine. Io sono verde, la creatura nel mezzo. Io sono carminio, che si sporca di bianco. Quello che dipingo parla per me.

Copiavo le opere degli artisti sui muri. Cambiando qualcosa.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, coi cigni al posto dei vecchi ghignanti.

E una Gioconda vestita da geisha e con il sorriso cucito.

L’Annunciata di Palermo col velo azzurro e nella mano un telefonino. Ho visto una foto così, e l’ho copiata facendone un quadro.

Poi Los fusilamientos con colombe che si levavano dai fucili.

Un toro di Picasso inginocchiato sulle zampe davanti, quasi a chiedere perdono di essersi reso responsabile, come Zeus, di tanti stupri. Chiedere perdono alle vittime. Come se bastasse a cancellare l’obbrobrio.

Gli orrori della guerra trasformati nei patimenti della pace. Questa pace che non è, e ci schiaccia tutti. Un’onda dopo l’altra dopo l’altra.

Avevo sei sorelle, nessuna che mi somigliasse. Un po’ le amavo, ma mi piacciono di più quelle che ho ora e che non hanno il mio stesso sangue.

Che è misto e bastardo, meticcio come i miei disegni.

Avevo sei sorelle di padri diversi. Mia madre era una donna libera che ha pagato per la sua libertà: si è trovata sola a crescerci tutte. Dipingeva anche lei nello stesso modo in cui si prendeva cura di noi. Distrattamente.

Così mi sono immaginata una sorella in più nello specchio, di sesso misto anche lei. Una creatura creata da me.

Creatura è una bella parola: è al femminile, ma non dice un sesso. Io sono una creatura.

La mia sorella nello specchio lo è anche lei, ma è più libera e capace di vivere in un mondo diverso. Per questo mi piace, anche se non esiste. Mi dà tanti consigli. Mi ha mostrato la strada per il Vivaio e ora vive oltre la breccia. Ci vediamo nello specchio anche adesso. Sempre.

Prima di capire che sono una creatura, stavo sempre nel mezzo, indecisa su quello che volevo essere. Ma poi dicono che è normale purché poi passi: diventare grandi significa essere qualcosa per sempre. Diventare per stare infine nei modelli. Le caselle funzionano così, e per chi non ha fantasia, le caselle sono perfette: geometrie senza arte.

Quando sono arrivata alle medie, avevo già deciso che ero una creatura. Il Vivaio è stato il primo posto dove non mi hanno considerata matta o svitata. Ho imbrogliato per essere ammessa: non ero proprio un’appassionata di musica, però avevo qualche talento, e ho provato a spiegarlo dicendo che ero un po’ oriente e un po’ mista, perché mio padre e mia madre mi avevano dipinta così, da creatura di mezzo. Non gli ero riuscita benissimo, ma del resto le creature fanno questi scherzi e sfuggono di mano: non sono necessariamente femmine, anche quando gli aggettivi che le riguardano si declinano al femminile. È stato un bel problema provare a spiegarlo davanti ai prof che dovevano decidere se andavo bene per la scuola o no. Per me, nessuno ha capito niente, tranne la prof. Non avevano chiaro che cosa fare di me, ma ormai ero lì, e il dipinto che ho fatto sul muro dell’aula di artistica, quando ero stanca di parole, è piaciuto tantissimo.

Così, sono entrata.

Per me quella era casa. Casa è il posto dove scegli di stare, e io ho scelto lì. Non fosse stato che poi crescendo ho dovuto cambiare scuola, ci sarei rimasta per sempre. Nessuno conosce il dolore di nascondere quel che è finché non lo prova. Di lì in avanti, dopo le medie e prima delle comuni, mi sono sempre nascosta perché non mi insultassero e non mi picchiassero. Non sono mai riuscita a capire perché tutti abbiano bisogno di caselle nelle quali infilare le persone. Essere imprigionati non è piacevole per nessuno. Perché gli altri si trovano bene nelle gabbie e io no? Devo ancora capirlo.

In ogni caso, non è stato bello questo sopportare per sempre e per sempre il tentativo di imprigionarmi in una immagine di me che non era vera. Pietrificata dentro un involucro immobile, che tutti sanno come leggere. Da nuda mi si riconosce come femmina. Ma il mio corpo non è solo pelle. Non sono una statua, eppure lo sguardo del mondo mi pietrifica.

Medusa era la donna con serpenti al posto dei capelli. È stata dipinta da molti artisti, sempre arcigna e crudele.

Medusa si avvolgeva i capelli-serpenti in un telo azzurro, sistemato a turbante, così a guardarla gli uomini non diventavano pietra. Mi piace pensare che non fosse cattiva. Aveva un corpo pericoloso, e chi non lo ha?

La prof amava raccontarci la storia di Medusa, e secondo lei non era un mostro e non voleva davvero distruggere il genere umano. A quello ci pensiamo senza aiuti.

Ci estinguiamo indipendentemente dai miti.

Medusa era bellissima, irresistibile e sola. Trasformava i suoi amanti in oggetti per tenerli per sé, sperando che le fossero compagni. Ma l’amore degli uomini è un imbroglio. Il sesso è un inganno. Lo so ben io, che non ho genere.

E che non sono né oriente né occidente.

Mio padre voleva una femmina, mia madre un maschio. Li accontento entrambi nel mio non saper essere né l’una né l’altro.

Mio padre era occidente.

Occidente è uno sbaglio consolidato e una storia da maschi. Spero che l’oriente sia diverso, per quello ho cominciato a studiarlo. Senza trovare risposte, tuttavia.

I miei genitori odiavano la mia arte. Era sporca e popolare, e non mi avrebbe resa celebre. Odiavano il fatto che fossi una sognatrice e mi avrebbero preferita manager (era la fase razionale di mia madre, che è durata il tempo di mettermi al mondo). Mi hanno concepita su un foglio Excel, ma gli sono uscita come un quadro di Van Gogh. Il che dimostra che la biologia non è un teorema e che il sesso è una scelta.

Anche la vita che vuoi fare, e pazienza se ti porta in un posto che non è né oriente né occidente.

L’appartenenza è solubile. Non ti ci puoi aggrappare perché alla prima pioggia si scioglie.

Che non è poi un male. Quando si scioglie scopri che forse puoi fare senza.

La prof non è d’accordo, lo so.

Forse dovrei darle ragione, adesso.

Penso che in fondo i miei genitori abbiano voluto proteggermi, per un po’. Sapevano che cosa mi sarebbe capitato se mi fossi ostinata a stare nel mezzo.

«Scegli, bambina, perché bambina sei».

«Smettila con queste stranezze. E smetti anche di dipingere questi mostri».

«Se torni normale, vedrai che i tuoi dipinti saranno anche più belli».

«Alla gente piaceranno di più».

Non ho mai trovato il modo giusto per rispondere, anche se ce lo avevo chiaro in mente.

Caravaggio era un pittore assassino, un’artista straordinario e delinquente che lavorava per la Chiesa. Un peccatore che ha dipinto i più bei quadri sacri che si ricordino.

Caravaggio, per me, era una persona che ha scelto di non scegliere ed è stato quello che voleva fino alla fine dei tempi. Del suo tempo, cioè.

«È morto presto e male» direbbe mia madre

«Meglio che vivere a lungo e in prigione» risponderei io. Ma poi non credo che mia madre capirebbe. Neanche mio padre, mi sa.

Così a un certo punto me ne sono andata a vivere per strada. Nel mezzo delle onde, nessuno se n’è accorto.

Casa è dove scegli di stare.

Famiglia è tutte le persone che ami, che magari non sono parenti, e va bene lo stesso.

Non penso che vorrei avere figli: l’esperienza di famiglia che ho avuto mi è bastata. Mi sono sempre pensata sola e unica perché i prof delle superiori mi dicevano così. Anche alla scuola materna, a dire il vero, si arrabbiavano molto quando da piccola disegnavo dei pupazzetti col pisello e le tette. A me sembravano completi e a loro dei mostri. Ho capito che il concetto di mostro dipende da quello che molti pensano che sia normale. È una questione di quantità. Per me è la qualità che conta.

La qualità del futuro, anche.

Io penso che posso costruire un mondo migliore di quello di adesso. Non so ancora come fare, ma intanto dipingo i muri della città e delle comuni con le mie visioni bislacche. Non mi disturba che non siano originali, o lo siano solo un po’. Facciamo parte tutti della stessa storia. Se a un certo punto ce ne rendessimo conto, magari sarebbe anche meglio. E sarebbe una buona cosa smetterla di perdere tempo con tutte le stupidaggini che ci passano per la testa.

Tipo stabilire quali generi sono meglio e quali no.

Io non lo so chi sono. Però ho imparato chi siamo noi del Vivaio.

Siamo famiglia.

Ho imparato a stare in equilibrio. Per chi non è questo né quello è importante. Ho camminato sul filo tra le culture e i sessi. Sono la persona bambina che non ha ancora deciso che cosa vuole fare da grande.

Io divento nelle cose che disegno. Qualcuno potrebbe dire che non sono un’artista davvero, perché non invento niente. Solo, prendo gli artisti bravi e li trasformo in qualcosa di diverso. Per me questa è arte.

O comunque non importa come la chiamano. Questo è l’atto che mi fa sentire viva. Mi dà la sensazione di resistere al tempo.

Il tempo, dice la prof, è una cipolla. È da stupidi rimanere sempre nello stesso strato e muoversi in linea retta. Sarebbe più furbo attraversare gli strati uno dopo l’altro e scegliersi dove stare.

Per un po’, non fino alla fine del mondo.

Ho pensato spesso a questa cosa. Non so se sia vera o no. Però posso dire che nel Vivaio abbiamo cominciato a trovare delle risposte. Ci dobbiamo ricordare che non sono definitive. Si aggiustano col divenire delle cose.

Così ogni creatura sta sempre in mezzo, che è una posizione bellissima. Da sopra il confine si vedono tutti e due i mondi invece di uno solo.

L’albero non è maschio né femmina. Per questo lo amo. L’albero si è dipinto da solo nel cortile della scuola. Noi lo amiamo. E lo proteggeremo.

Per sempre e per sempre.

Noi siamo la generazione compost.

Noi siamo quelli destinati a preparare un mondo che non vedremo. Ci avete sacrificati pensando di amarci.

Fertilizziamo il futuro.

FREDRIC JAMESON

FREDRIC JAMESON

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di Marco Gatto

[E’ uscito da poco per Futura Fredric Jameson di Marco Gatto, con una prefazione di F. Jameson. Pubblichiamo un estratto].

La fotografia di una realtà leggera, estetizzata, spazializzata, che si presenta come un testo di immagini prive di spessore, pone non pochi problemi a chi la osserva con lenti teoriche schiettamente moderne. Non già perché il diagnosta sia giocoforza inserito nel quadro che intende ritrarre, quanto per il fatto che il quadro stesso trovi un suo paradossale fondamento nella destituzione di un soggetto giudicante. In altri termini, il postmoderno, traendo linfa dall’estensione generalizzata del concetto di “cultura”, mette in crisi l’istanza basilare del gesto critico, che è appunto quella del distanziamento, pur strategico e in un certo senso provvisorio, dall’oggetto di analisi. Siamo, al contrario, talmente avvolti dal sistema culturale – dall’ipertrofia di parole, immagini, simboli propria del network postmoderno – che pensare di liberarsene, o di istituire zone franche, appare come una fin troppo banale illusione, al pari delle subdole rinunce al compromesso (sempre convertite in sterili pose anti-realistiche). La crisi della critica è, per usare un’espressione di Jameson, il «“momento di verità” del postmodernismo» (Jameson, 2007: 64), ossia il banco di prova di una trasformazione molto più ampia dovuta alle variazioni sistemiche del tardo capitalismo. Quest’ultimo sembra opporre un’intensa resistenza alla sua comprensione. Raggiunge questo scopo con un’astuzia senza precedenti: mistificando i presupposti che rendono possibile la sua egemonia, e tuttavia aggiungendovi una compensazione edonistica, che consiste in una nuova (e contraddittoria) idea di libertà, fondata su un’accettata costrizione a esprimersi, esporsi, rappresentarsi. Una tale gratificazione è assicurata dal modo di produzione culturale che il tardo capitalismo promuove: una cultura che, dietro la facies democratica della libera diffusione, diventa strumento e veicolo del disorientamento di cui abbiamo discusso.

Bisogna però accogliere, a questo punto, un’indicazione pedagogica di Jameson: evitare una lettura moralistica del postmoderno e tenersi lontani da ogni genere di complottismo o dalla surrettizia amplificazione di un qualche inganno malevolo da portare allo scoperto. Al contrario, occorre insistere sul nodo politico che l’iperspazio del tardo capitalismo pone: la sostanziale «resistenza ideologica nei confronti del concetto di totalità» (Jameson, 2007: 331) e i decisivi ostacoli che l’analisi incontra nel rappresentare (termine importante, come vedremo) filosoficamente la realtà postmoderna in modo sistematico. Se è vero che il punto di partenza può essere tradizionalmente dialettico – mostrare come la gabbia d’acciaio del capitalismo multinazionale e la sua cultura onnipervasiva siano processi egemonici (per dirla con Gramsci), ossia “totalizzazioni in corso” (per dirla invece con Sartre) –, bisogna tuttavia spingersi più in là, per ragioni di sano realismo, e accettare che «un modello di cultura politica adeguato alla nostra situazione dovrà necessariamente avere quale fondamentale interesse organizzativo le questioni di ordine spaziale» (ivi: 66). Prendere sul serio la postmodernità e la sua dominante culturale significa fare i conti con l’immane cambio di paradigma che investe le capacità di analisi e di rappresentazione. L’adesione passiva o il rifiuto integrale sono opzioni che si annullano reciprocamente, dal momento che non riescono a tematizzare in modo adeguato le innumerevoli ricadute, sul piano teorico e concettuale, della transizione in atto, alcune delle quali presentano problemi nuovi e apparentemente irrisolvibili. Ecco un primo punto di arrivo (o di partenza):

[l’]ultima mutazione dello spazio – dell’iperspazio postmoderno – è riuscita […] a trascendere le capacità di orientarsi del singolo corpo umano, di organizzare percettivamente l’ambiente circostante e, cognitivamente, di tracciare una mappa della propria posizione in un mondo esterno cartografabile. Si può dire ormai che questo allarmante punto di separazione tra il corpo e l’ambiente edificato – che sta all’iniziale disorientamento del modernismo come la velocità dell’astronave a quella dell’automobile – possa a sua volta configurarsi quale simbolo e analogo di quel dilemma ancor più spinoso che è l’incapacità delle nostre menti, almeno al presente, di tracciare una mappa della grande rete comunicazionale, globale, multinazionale e decentrata, nella quale ci troviamo impigliati in quanto soggetti individuali (Jameson, 2007: 60).

L’impasse appena descritta è dovuta, del resto, all’inevitabile sfida posta dalla velocità della transizione – un altro aspetto da considerare con cura, non necessariamente cedendo alle lusinghe del concetto di “accelerazione”, ma guardando storicamente alla nostra esperienza (i lettori italiani potranno proficuamente pensare alla modernizzazione, per certi versi violentemente rapida, del Paese nei primi anni Sessanta, e, sul piano culturale, alla penetrazione capillare dell’american way of life) –, velocità che produce una sfasatura pericolosa e gravida di implicazioni: «noi stessi, i soggetti umani che irrompono in questo nuovo spazio, non abbiamo tenuto il passo con questa evoluzione»; poiché «la mutazione nell’oggetto non è stata accompagnata da alcuna mutazione equivalente nel soggetto», «non possediamo il corredo percettivo per armonizzarci» (Jameson, 2007: 54) con la nuova dimensione iperspaziale e superficiale della postmodernità. La risposta che l’intellettuale americano elabora tiene conto di questo particolare deficit sensoriale. L’estetica della cartografia cognitiva – l’espressione con cui Jameson indica un vero e proprio programma teorico – presuppone la ricerca di un modo nuovo e più consono di rappresentare l’incongruenza percettiva appena evocata. Partendo dalla necessità di una mappa che «tenti di dotare il soggetto individuale di una nuova, accresciuta consapevolezza della sua posizione nel sistema globale» (ivi: 69). La sua funzione è, dunque, orientativa e pedagogica a un tempo: simultaneamente produce e indica forme di coscienza e di possibile prassi politica. Il suo fine, potremmo riassumere, è la riconquista della «capacità di agire e lottare», in larga parte «neutralizzata dalla nostra confusione spaziale e sociale» (ib.). Il problema teorico, successivo a qualsivoglia decodifica ideologica della realtà circostante, coincide con la ricerca di modalità concettuali di rappresentazione della nuova fase storica. Daniele Giglioli ha con acume osservato che nel primo capitolo di Postmodernismo «ci troviamo effettivamente di fronte a una mappa» (Giglioli, 2007: 427). La sintesi dei caratteri principali della postmodernità produce nel lettore una temporanea soddisfazione che dipende dalla possibilità di orientarsi e di ricevere indicazioni.

La mappa risponde al desiderio di totalità che il patrimonio dialettico e marxista contribuisce ad alimentare. Del resto, una delle acquisizioni più rilevanti del volume consiste nel palesare i percorsi – forse oggi avvertibili con più nettezza – di un’ideologia in tutto e per tutto pluralistica e frammentaria, il cui esito è senza dubbio la pervasiva disgregazione delle forme collettive e condivise di vita sociale e culturale. Il postmoderno è, a conti fatti, il tempo della detotalizzazione. Ma – avverte Jameson – si tratta di un processo di «differenziazione, specializzazione o semiautonomizzazione» che non ha più a che vedere – come ai tempi del Lukács di Teoria del romanzo – con la perdita di una «totalità organica preesistente», quanto con l’irruzione «del molteplice secondo modalità nuove e inattese» (Jameson, 2007: 371). Ciò permette di cogliere il valore strategico del passaggio a una condizione epocale in cui l’Uno si disarticola nell’infinita messe dei Molti, dando così vita alle difficoltà di ricostruzione dell’interezza cui si accennava. In tal senso, la mappa cognitiva prova a formulare una risposta alla domanda “come posso totalizzare ciò che stabilmente si detotalizza?”. E il quesito, come detto, riguarda i modi in cui il pensiero elabora una rappresentazione il più possibile valida dell’iperspazio postmoderno.

Dicevamo, nondimeno, che l’emersione di tali caratteri possiede una ragione ideologica e un valore strategico. Obbedisce, cioè, a una costruzione. Il terzo orizzonte di analisi de L’inconscio politico contribuisce a chiarire che la superficializzazione del reale, l’estetizzazione della vita e la cancellazione della storia reale, insieme agli altri fenomeni messi in rilievo dalla mappa, dipendono dal modo di produzione capitalistico nella sua fase più aggiornata. Ne sono, cioè, la forma. Siamo pertanto in grado di azzardare l’ipotesi per cui dietro la frammentazione e il decentramento, dietro la manomissione della temporalità a beneficio della spazialità, dietro la valorizzazione del superficiale a detrimento del profondo, dietro l’istanza di detotalizzazione, vi sia una totalità concreta e attiva che, mirando a occultarsi, fino a scomparire in una paradossale onnipresenza, rafforza la sua signoria o, per meglio dire, la sua egemonia. È forse seguendo questa strada che la mappa cognitiva riesce a raccogliere il testimone filosofico del pensiero dialettico, candidandosi a essere, in sintesi, la versione più aggiornata (ma non per questo postmoderna) della coscienza di classe. Il richiamo alla prassi che chiude il primo capitolo di Postmodernismo, ma che ritorna, in vario modo, anche nelle Elaborazioni secondarie, suggerisce alla ricostruzione orientativa delle ideologie un necessario approdo materialista. Il quale, d’altra parte, risponde ancora all’esigenza di storicizzare e totalizzare.

Indubbiamente, l’analisi di Jameson ha un carattere aperto. Invoca una verifica. Ed è lecito raccoglierne l’eredità forzando le sue ipotesi, trascinando dialetticamente le sue tesi su nuovi piani di analisi. Resta tuttavia imprescindibile il valore di un’intuizione che ancora oggi appare valida e costruttiva: l’evidenza con cui il teorico americano associa la postmodernità a un processo di superficializzazione derealizzante e di potenziale scomparsa del concreto. In termini più nettamente marxiani, Roberto Finelli, nel suo cinquantennale lavoro di ricostruzione filosofica dei nessi principali del pensiero dialettico, legge l’innovativa capacità del tardo capitalismo di coprire l’intero campo del sociale nei termini di uno «svuotamento del concreto da parte dell’astratto», ossia come il totalizzarsi di un «soggetto astratto», il capitale, «quale ricchezza non antropomorfa», bensì solo quantitativa, «che ha come proprio fine costitutivo l’espansione tendenzialmente inesauribile e non limitabile della sua quantità: come cioè ricchezza che piega alla sua accumulazione l’intero mondo qualitativo dei valori d’uso e dei bisogni umani». Mettendo così a tema l’espansione di un soggetto (e non di un processo senza soggetto, per distinguere tale proposta da quella di Althusser) che, per imporre il suo dominio, espropria il contenuto di realtà nello stesso tempo dandogli una nuova vita, del tutto svuotata e superficiale, collocata su uno spazio fatto di forme, rappresentazioni, silhouettes prive di spessore. Per mantenere la sua egemonia, l’astrazione capitalistica produce ideologicamente una cultura feticistica della visione e del simulacro capace di manomettere le usuali dicotomie della modernità e di imporre una «colonizzazione dell’intero ambito del concreto» (Finelli, 2005: 213, 213-214 e 234) attuata non per mezzo di una manifesta imposizione, ma tramite una sottile interiorizzazione di tale svuotamento, che prevede un compenso soddisfacente: la liberazione euforica del soggetto sul terreno della rappresentazione esteriore. […] Non siamo pertanto lontani dalla lezione di Jameson (e un confronto ulteriore tra i due pensatori potrebbe essere fruttuoso, anzitutto per un rilancio dell’ottica materialistica: vedi Finelli, 2018 e Gatto, 2018). Per entrambi, possiamo concludere, la postmodernità capitalistica si muove su un registro di apparenza superficiale che garantisce frammentazione, disgregazione e disorientamento, dietro il quale però occorre vedere un piano essenziale di totalizzazione in corso. L’astuzia del sistema sta però nella capacità di dissimularsi nella superficie luccicante delle sue manifestazioni, la cui accesa ed esibita visibilità è meno trasparente di quanto si vorrebbe. Si palesa, pertanto, un problema estetico e politico di vasta portata: come rappresentare (e portare a conoscenza) ciò che si manifesta, nella sua evanescenza, come irrappresentabile per statuto? Come rappresentare, in altri termini, l’astrazione capitalistica? Come dare consistenza all’immateriale, alla solidità che si dissolve nell’aria, che “si svapora”, per evocare un luogo classico del Manifesto?

Riferimenti

Finelli R. (2005), Tra moderno e postmoderno. Saggi di filosofia sociale e di etica del riconoscimento, Lecce, Pensa.

Finelli R. (2018), Per un nuovo materialismo. Presupposti antropologici ed etico-politici, Ronserberg&Sellier, Torino

Gatto M. (2018), Resistenze dialettiche. Saggi di teoria della critica e della cultura, manifestolibri, Roma.

Giglioli, D. (2007), Postfazione a Fredric Jameson, Postmodernismo. Ovvero, la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma, pp. 419-434.

Jameson F. (2007), Postmodernismo. Ovvero la logica cultural del tardo capitalismo, Fazi, Roma (ed or. Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism, Duke University Press, Durham, 1991).

Francesco Gigante: Cosa c’è di bello

Francesco Gigante: Cosa c’è di bello

Cosa c’è di bello 

Cosa c’è nel tempo di bello 

se non note che ci appartengono, 

che cantano di noi. Pensieri visibili 

e translucidi sulla mensola 

del tempo. Un rossore diffuso

in un’attrazione adolescenziale,  

una dedica d’amore dischiusa 

nella via assolata in un meriggio 

di primavera. Cosa c’è di più bello 

nel comprendere che bisogna 

scompaginarsi i capelli correndo 

contro la scriminatura ordinaria 

della ragione. Arrestarsi repentinamente 

in quell’impulso in cui si diletta un bacio, 

dove uno sguardo è inizio e finale radioso 

di una storia incancellabile.

Cosa c’è di più bello nel socchiudere 

gli occhi in quell’istante dove recita 

un’inclinazione ancora sospesa sul filo 

di un rossore. E’ bello approntare 

la nostra esistenza in quella commedia 

singolare e irripetibile mentre la luna 

offre il suo ammaliante alone.

Un passo sicuro che rasserena un cane 

randagio smarrito nei vicoli dell’indifferenza.

Cosa c’è di più meraviglioso di una lacrima 

che irriga ogni solco dell’emozione, 

stilla di rugiada che irraggia 

ogni piana dimenticata nella calura 

insostenibile dell’abbandono.

Gigante Francesco 

L.633/1941 Proprietà Intellettuale Riservata

Turning Point

Turning Point

Turning Point free weekend

This is the first book I ever wrote. Out of it came my Space Opera – Onet’s Tale

https://havewehadhelp.wordpress.com/2022/06/03/turning-point-5/

For thousands of years, man in his arrogance, has believed that he is unique in the cosmos.

During the last decade of the twentieth century, the day finally arrived when a warlike alien species called the Drana returned to our solar system, intent on re-establishing their rule over the Earth once more. The last time they were here they left a subordinate race – the Khaz in charge of our early ancestors. When the Drana moved on to conquer more planets in the name of their emperor, the Khaz began to create a stronghold here on Earth, hopefully large enough to one day challenge the Drana. Over countless centuries all memories of the Khaz and their masters the Drana vanished from the minds of man. However, the Khaz are still calling the shots through a secret government they set up consisting of the world’s political and military leaders, as well as the heads of all the major business cartels.

Meanwhile, our New Zealand born hero Tom is enjoying a well-earned break, hiking through the beautiful mountains of South Westland in New Zealand’s South Island, totally unaware that he is being deliberately drawn to a specific place.

In a valley artificially hidden from the outside world, somewhere in South Westland, he meets a dying race of peaceful people from another world called the Nephile, who are hiding from the Drana, and falls in love with one of them. Through her and others like her he is made aware that everything we have ever learned or assumed to be fact is untrue. He is told that the ancestors of all the various branches of humanity were originally brought here from other worlds as slaves by the Drana millennia ago.

After being enhanced, our hero is tasked with bringing in all the other human beings, like him, chosen by the Nephile to be taken back to the valley in New Zealand to form a new species of Nephile/human. While picking up the various groups of humans dotted across the world, his actions inadvertently starts World War III, days before the Drana return to reclaim the Earth, throwing the Khaz High Command here on Earth into total panic.

How to save the Earth and humanity from this nightmare situation? What kind of earthbound weaponry could possibly defeat the Drana? The final battle between the army of resistance fighters led by our hero Tom, and the Drana in New Zealand’s South Island, ends when a worldwide cataclysmic event set in place by the Nephile living in the hidden valley occurs.

Will anyone survive?

 Kindle only version available at:

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Le colza, par Jean Claude Divet

Le colza

4 juin 2022 par Jean Claude Divet

PRÉSENTATION Quand on voit ou que l’on pense au colza on va tout d’abord songer à sa beauté avec sa couleur jaune d’or et à son utilité pour la fabrication d’huile. Mais pour le potager qu’en est-il ? En fait le colza est un excellent engrais vert souvent oublié et en plus il est comestible. Sa culture sera facile ainsi que son entretien. Son besoin en eau sera moyen. 

Le colza est une plante annuelle avec de très belles fleurs jaunes. Évitez de planter des navets ou des choux avant le semis du colza ou après son fauchage car ils sont de la même familles (Brassicacées). Il sera un excellent couvre-sol pour la saison hivernale surtout si vous n’avez pas assez de matière (tonte sèche, feuilles.. Etc..). Grâce à sa très puissante racine il vous ameublira considérablement votre sol.

CULTURE Le colza devra être semé sur un emplacement ensoleillé. Le sol devra être riche et frais et surtout pas détrempé et bien drainé. Son semis devra être effectué soit à la saison printanière en mars/avril voire mai ou bien à la fin de la saison estivale / début de la saison automnale du mois d’août au mois d’octobre. Une parcelle vient d’être libérée d’une culture, c’est le moment de semer du colza à la volée ou bien entre les rangs de légumes prêts à être récoltés. Pour cela il vous suffira juste de griffer. Vous pourrez également le semer en rangs espacés de 30 à 35 centimètres environ. Dans ce cas enterrez une graine sur 2 ou 3 centimètres en respectant un espace entre chacune de 8 à 12 centimètres. Si vous n’avez pas assez de matière pour couvrir votre jardin potager c’est une solution de semer du colza à la saison automnale pour qu’il passe tranquillement la saison hivernale. Un désherbage rapide suffira pour effectuer votre semis afin de limiter la concurrence car à partir de novembre les différentes sortes d’herbes sont en dormance. Inutile d’arroser. Les pluies de la saison hivernale devraient en principe suffire. En ce qui concerne un semis printanier, c’est légèrement un peu plus de travail car vous devrez nettoyer votre parcelle plus minutieusement car la végétation des herbes sera en voie de redémarrer. Maintenez le sol frais sans être détrempé jusqu’au bon développement de vos plans de colza. Dès qu’ils atteindront entre 10 et 15 centimètres de hauteur, paillez afin de garder votre sol humide. A la levée, surveillez si nos amies les limaces ne se délectent pas de vos jeunes plantules. Épandez de la cendre pour les empêcher d’avancer (Opération à recommencer en cas de pluie). Pour obtenir un très bon engrais vert qui sera bénéfique à votre sol, fauchez votre colza avant que celui-ci monte en graines. Laissez-le sécher sur place et ensuite enfouissez-le à l’aide de votre grelinette Cela permettra après sa décomposition d’apporter les éléments nutritifs nécessaires à une très bonne croissance de vos légumes. Si vous avez effectué votre semis à la saison automnale et que le feuillage a été gelé ce n’est pas grave. Il vous suffira de supprimer les tiges et de passer ensuite un coup de râteau. 

PARASITES & MALADIES En dehors de nos amies limaces comme déjà indiqué ci-dessus, le colza n’aura pas d’autres ennemis.

Et pour terminer je vous propose cette vidéo  LG Seeds France

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La verticilliose, par Jean Claude Divet

La verticilliose

3 juin 2022 par Jean Claude Divet

PRÉSENTATION La verticilliose est une maladie cryptogamique comme l’est la fusariose. Elle aura pour conséquence de boucher les vaisseaux conducteurs de sève. Les premiers symptômes seront le jaunissement du feuillage pour ensuite aboutir au flétrissement d’une partie de la plante et dans les cas plus importants ce sera toute la plante qui sera contaminée. 

Cette maladie aura lieu en principe à la saison printanière. Les végétaux les plus sensibles au jardin potager seront la tomate, le poivron, l’aubergine, la pomme de terre et parfois même le melon et l’artichaut.  Coté jardin d’agrément certaines plantes pourront être également contaminées. Ce sera le cas pour l’arbre à perruque, l’arbre de Judée, le daphné,  l’œillet, l’aster, le delphinium, la reine-marguerite, le phlox, le dahlia, le pélargonium et la pivoine. D’autres arbres pourront également contracter cette maladie. Il s’agira de l’olivier, du hêtre, du catalpa, du poirier, du pommier, du pécher, de l’abricotier, de l’érable, de l’amandier, de l’orme et même parfois du rosier et du lilas.

Au jardin potager la verticilliose  se reconnaîtra par un début du jaunissement du feuillage inférieur ( tomates, poivrons, aubergines.. Etc.. ) avant de constater un ramollissement de ce dernier qui deviendra ensuite mat pour jaunir et tirer sur le brun, les feuilles finiront par se nécroser. Le feuillage resta bien attaché à la plante mais aura tendance à se recroqueviller. Cette maladie commencera en général vers le bas pour se diriger petit à petit vers le haut.

En ce qui concerne les arbres comme par exemple l’abricotier, les jeunes pousses de la saison estivale se flétriront très rapidement. En ce qui concerne l’érable du Japon et le catalpa ce seront les rameaux qui flétriront les uns après les autres mais ces derniers arrivent en règle générale à stopper l’évolution de cette maladie après avoir régénéré leur aubier (partie du bois jeune et tendre situé entre l’écorce qui les protège et le bois du cœur des arbres). Si vous constatez certaines stries brunes foncées sous l’écorce vous serez bien en présence de la verticilliose.

Un sol humide et une température plutôt fraîche comprise entre 15 et 20° favoriseront l’apparition de cette maladie qui germera au contact des racines des tomates et des aubergines entre autre. C’est pour une de ces raisons que je conseille de ne pas tailler ses pieds de tomates afin d’éviter toutes blessures qui faciliteraient l’entrée des maladies cryptogamiques.

PRÉVENTION & TRAITEMENTS Tout d’abord la rotation des cultures vous permettra de limiter l’apparition de cette maladie. Évitez les sols trop humides, trop lourds et surtout mal drainés. Allégez-le soit avec du sable ou bien avec  du compost bien décomposéSachez que l’aubergine sera la plante la plus sensible à cette maladie. Préférez la plantation de sujets greffés sur des pieds de tomates qui seront plus robustes. Attention de ne pas enterrer le point de la greffe. Si certaines plantes sont contaminées coupez le feuillage du bas atteint et brûlez-le. N’oubliez pas de désinfecter votre ciseau ou votre sécateur avec du vinaigre blanc entre chaque coupe. Si la plante est trop atteinte arrachez-la et brûlez-la. Changez votre terre sur 1m2 afin d’éviter d’autres contaminations. Préventivement je vous conseille d’effectuer des pulvérisations de décoction de prèle, de purin d’ortie ou bien encore de décoction d’ailÉvitez les apports nutritifs trop azotés. En ce qui concerne les arbres fruitiers et ceux d’ornement je vous conseille de les cultiver sur une pente ou sur une bute afin d’améliorer le drainage pour le système racinaire au cas où votre sol serait trop lourd et aurait tendance à retenir l’humidité. Évitez les arrosages trop nombreux. Pendant la saison estivale un arrosage copieux suffira tous les quinze jours pour les cultures en pleine terre et une fois par semaine s’il s’agit de potées. Vous devrez faire attention à ne pas blesser le système racinaire et l’écorce des arbres. En préventif pulvérisez du purin de prèle sur le collet de l’écorce des différents troncs. A la saison printanière effectuez des apports de compost bien décomposé afin de permettre aux arbres de reconstituer leurs ramures. Si toutefois vous avez un arbre qui meurt de cette maladie évitez de planter au même endroit une autre plante sensible à la verticilliose. En conclusion si vous cultivez ces différents végétaux dans de bonnes conditions vous mettrez les meilleures chances de votre coté afin que la verticilliose ne fasse pas son apparition.

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Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere 

Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere 

nella poesia di Giovanni Tavčar

Il solido impianto concettuale che sostiene e caratterizza l’elaborazione artistico-letteraria del poeta triestino si obiettiva, nei versi della più recente raccolta significativamente intitolata Tra speranza e angoscia (Guido Miano Editore, Milano 2022), nell’esplicita rivendicazione dell’essenzialità dell’atto del pensare, nella sottolineatura della primarietà della riflessione critico-intellettuale quale tratto qualificante la vicenda storica e morale degli uomini: «Nessun pensiero / che attraversa la nostra mente / lo fa per caso / (…) Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero» (Pensare). I miei corsivi intendono innanzitutto porre in risalto la perizia compositiva di cui l’autore dà prova in un testo dal suggestivo equilibrio circolare e contraddistinto dall’impiego meditato dell’enjambement e dalla predilezione della serie enumerativa, una peculiarità linguistico-espressiva, quest’ultima, ricorrente nella ricerca lirica di Tavčar: «Spesso / ci lasciamo incantare / da chimerici castelli / di cartapesta, / da luccicanti illusioni, / da baluginanti lustrini, / per sfuggire / alle ansie della vita, / ai buchi neri disseminati / dal nostro essere opaco / e stravolto //…» (Illusione); «L’armadio che non si apre, / l’orologio che continua il suo sonoro / e snervante ticchettio, / i tarli che rodono il legno, / il computer che non si accende, / gli appunti illeggibili, / la radio che gracchia, / il rubinetto che perde, / la vicina che strepita e urla, / la lametta consunta del rasoio / che mi regala abrasioni, / l’asciugamano pulito che non si trova /…» (Grigia previsione).

Il titolo del libro vale poi l’indicazione “avantestuale” della fondamentale ambivalenza propria di una concezione della realtà intimamente bilicata fra la dura, impietosa constatazione del “mal di vivere” – con le ansie, i dolori, le frustrazioni logoranti, lo sconforto che affligge e costerna -, e, contrastivamente, l’adozione di un atteggiamento fiducioso, l’affermarsi di un animus positivo e persino appagato, nell’alternanza di taedium e di amor vitae.

«Stare dentro l’angoscia / è una situazione / che rode e divora. // Un rotolìo furioso / di cieli contrariati, / di venti mordaci, / di perse ragioni. // Singulti di ore / che scompigliano / passi senza domani, / recinti inossidabili. // Un consumarsi continuo / che spegne / i già deboli e rari barbagli / di luce» (Angoscia); e in un rapido moto diadico, in un sorprendente rovesciamento sentimentale e ritmico: «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. // La bellezza m’incanta / e mi fa cantare / all’unisono con i suoni, / mi fa volteggiare / come un albatro / sull’immensa superficie / dei mari, / mi fa riposare sui declivi / della mia sorte. //…» (Sto aspettando), con il correlativo apprezzamento della serenità, della giovinezza, dei momenti di gioia che per “miracolo” scaturiscono dal mistero dell’esistenza: «Sotto la spinta / dei sogni / il risveglio si è rivelato / stamattina / roseo e incantato. // Immagini / colorate e fiorite / mi saltellavano intorno, / (…) // E la mia giornata / si è miracolosamente / rivestita / di insperate gioiosità» (Insperate gioiosità).

Risulta pertanto del tutto consequenziale nella struttura dei testi la diffusa formalizzazione dei contenuti etico-culturali attraverso la figura dell’antitesi e agevole sarebbe l’esemplificazione; in questa breve nota mi preme segnalare il nesso oppositivo costrizione/libertà: «…/ Itinerari di passi / senza mète / smembrate fantasie, / echi di nuove paure. // Talvolta smarriamo / la giusta direzione / e ci troviamo impantanati / in limacciosi grigiori / dai quali / è molto difficile uscire» (Talvolta).

Nel campo della coazione è la triste esperienza dello spazio chiuso e soffocante, della deiezione spirituale, dell’inaridimento interiore; in quello dell’autonomia sono la spazialità aperta, l’aspirazione all’autenticità e la speranza della felicità: «Rinchiuso / tra le quattro mura / della mia stanza / penso e rimugino sul senso / della vita, / vigilo, fisso lo sguardo / sulle case / e sulle vie che mi / circondano, / ma non aspetto nessuno. // Eppure / so che prima o dopo / qualcuno verrà, / deve venire, / a ristorare le mie pene, / a perdonare / le mie mancanze, / a guarire / le mie ferite / e mi trasporterà / verso orizzonti senza / confini, / verso dimore senza mura. // So che qualcuno verrà. // Sicuramente» (Qualcuno verrà).

È arduo, pure per un artista sensibile e generoso come Giovanni Tavčar, raggiungere un punto di stabile sintesi fra tali spinte confliggenti; e la composizione può talora darsi, piuttosto che in una condizione di armonia psicologica e affettiva pienamente realizzata, nella sofferta tensione propositiva, nell’impegno idealmente costruttivo avvertito quale compito storicamente e precipuamente assegnato alla specie umana: «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino, / alimentare / la gioia del nostro sorriso, / affinché si diffonda / e divampi / anche sui volti / di chi ci attornia. // Solo così / porteremo a compimento / il compito / che ci è stato affidato / in questa vita» (Compito).

Floriano Romboli

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

Nebrodi e Dintorni

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Author: Cristina Saracano

Photo by Riccardo De Marco on Pexels.com

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Antonio Emanuele di “Incanti d’arte” ha voluto festeggiare i 9 anni del suo gruppo di artisti insieme alla “famiglia” Gaudium

Antonio Emanuele di “Incanti d’arte” ha voluto festeggiare i 9 anni del suo gruppo di artisti insieme alla “famiglia” Gaudium

Author: Francesca Coletti Artenoi

Sabato 11 Giugno , Gaudium vi aspetta .
Antonio Emanuele di Incanti d’arte ha voluto festeggiare i 9 anni del suo gruppo di artisti insieme alla “famiglia” Gaudium . 35 meravigliosi pittori , autori di opere sorprendenti , illumineranno le sale di Gaudium per una mostra collettiva di alto livello.
Ma le sorprese non mancheranno : Ci saranno momenti musicali con artisti eccezionali , stralci di cabaret , recitazione , presentazione di libri , poesia , e con l’eccentrico e carismatico Silvio Vartolo si parlerà di Eccellenze Italiane con un buffet di prim’ordine con tante degustazioni e ottimi vini !
In una città come Milano , vivace e variopinta anche per il Salone del Mobile , noi faremo la nostra parte , provando a portare gaudium nel cuore !
Vi aspettiamo numerosi !

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Pier Carlo Lava: Ex Dirigente, consulente e ora Social Media Manager

Pier Carlo Lava: Ex Dirigente, consulente e ora Social Media Manager
Background, di Pier Carlo Lava

Le mie esperienze lavorative nel settore Commerciale & marketing, un mondo che affascina, motiva e stimola, che ha contribuito a farmi crescere sotto il profilo professionale e umano.

Un mondo dove non esiste la routine in quanto si rinnova ogni giorno, quasi ogni momento, un mondo in cui organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, ma anche creatività e improvvisazione, sono gli elementi essenziali che contraddistinguono gli abili commerciali così come i valenti creativi nel Marketing.

Molti di noi potendo ricominciare da capo intraprenderebbero altre attività, altri percorsi, personalmente invece non cambierei quasi nulla farei la stessa scelta, ben sapendo che per motivazioni intrinseche non sarebbe mai uguale, forse l’unica cosa che cambierei sarebbe quella di dare maggiore spazio alla famiglia, perchè confesso di averla un po trascurata.

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La poetessa e blogger Caterina Alagna è una nuova autrice di Alessandria today

La poetessa e blogger Caterina Alagna è una nuova autrice di Alessandria today

Sono particolarmente lieto di comunicare ai nostri lettori che la poetessa Caterina Alagna da oggi è una nuova autrice della redazione di Alessandria today.

A Caterina va quindi anche a nome di tutta la redazione il mio benvenuto e in attesa di leggere i suoi post gli auguro buon lavoro.

Social Media Manager – Pier Carlo Lava

Biografia

Caterina Alagna nasce a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1987. Frequenta il liceo classico e nel 2011 consegue la laurea in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Salerno. 

Da sempre innamorata della letteratura e dell’arte in ogni sua forma, nutre una profonda passione per la poesia. Un ricordo, un profumo, una parola distratta bastano a far nascere in lei l’impellente bisogno di afferrare un foglio e una penna per affidare all’inchiostro il canto di emozioni che le risuona dentro. 

Tra i suoi poeti preferiti quelli appartenenti al filone ermetico quali Ungaretti, Montale e Quasimodo. Ma l’incontro che la segna nel profondo e che genera in lei immense emozioni è quello che avviene con la poesia di Alda Merini.

Per diverso tempo riserva i suoi scritti solo a una ristretta cerchia di persone. Successivamente decide di destinare le sue poesie a un pubblico più ampio. Dal 2021 è in rete con i suoi blog “Farfalle Libere” sulla piattaforma Blogger e “Il mio canto

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