Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Vittorio Sereni è una figura poetica di cospicua levatura fra gli autori del’900. Lo possiamo considerare un poeta esistenziale. Probabilmente la sua caratteristica risiede nel fatto che egli sia stato fedele alla qualità del tempo, soprattutto in specifici istanti della sua esistenza, in cui si è soffermato su profonde osservazioni dell’attimo, per proiettarne la dovuta consistenza, in un probabile futuro .I vissuti eventi della guerra, e soprattutto della sua prigionia, lo hanno coinvolto in modo pressante, facendo scaturire, in lui, accaniti scritti, in cui cerca di portare a termine delle conclusioni sulla gravità di quel dilemma, inspiegabile con la logica mentale. Riporta in versi gli argomenti del periodo che ha vissuto, delineando in uno stile del tutto innovativo argomentazioni umane e del quotidiano, senza venir meno al legame fondamentale fra ispirazione ed emozione.
Poesia “Terrazza”
La sera di “Terrazza” si sofferma su un valore arcano : si attende un evento prezioso, che faccia comprendere il senso del tutto. L’atmosfera in cui sono intinti i versi si riassume in questo attendere, nell’ansia d’un silenzioso evento. Una risposta sembra apparire dalla luce d’una torpediniera, visibile all’autore e ai suoi amici; ma tale presenza delude l’attesa, perché il veicolo gira e scompare, lasciando sprofondare nuovamente il tutto nel buio. (Silvia De Angelis)
Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri
Chiara Bisconti
MEMORIA DI RAGAZZA – Annie Ernaux (L’Orma Editore – prima stampa italiana Maggio 2017).
Parte tutto nell’estate 1958: l’estate della scoperta. Il romanzo in se’ è però una RI-Scoperta.
Annie Ernaux si riscopre e scopre se’ stessa guardandosi allo specchio negli anni della tarda adolescenza. Sono gli anni in cui scopre l’amore (non più solo platonico), gli anni della ribellione agli schemi (lasciando liberi da costrizioni anche i capelli) dell’ambiente borghese del paese da cui proviene (Rouen) per trasferirsi altrove in estate a svolgere il suo lavoro di educatrice. Il romanzo narra di come sin dai primi tre giorni, la protagonista sia pervasa da senso di libertà, adrenalina, felicità, ma anche amarezza, tristezza, delusione.
Annie Ernaux dall’inizio del romanzo si chiederà se e come parlare della protagonista, di se stessa…in alcuni punti sembra abbandonare il ruolo di narratrice/osservatrice esterna e di ritornare alla giovane donna del 1958 in una società che si sta avviando a grandi evoluzioni sociali..
Dettagli come sempre minuziosi. Per chi non ha mai letto la Ernaux leggerei questo libro prima del famoso “L’Evento”
Inciampare sulla stessa pietra, usanze e abitudini
“L’uomo è l’unico animale che inciampa due volte nella stessa pietra” dice una frase che di sicuro avete già sentito. Che cosa succede però quando ci affezioniamo alla pietra al punto da cadere di nuovo?
“Commetto sempre lo stesso errore”, “non so perché mi succede sempre lo stesso”, “prometto a me stesso che sarà l’ultima volta, ma ricado sempre nella tentazione”. Sono frasi che si possono applicare in molte situazioni della vita, come una dimenticanza, una separazione o una dipendenza.
Gli esseri umani sono animali abitudinari. Sbagliare può trasformarsi in una consuetudine, e forse è proprio per questo che avete deciso di raccogliere la pietra dal terreno e portarla con voi ovunque siate diretti.
Siamo soliti lamentarci della routine e del fatto che facciamo sempre le stesse cose perché siamo annoiati… Ma se ci fermassimo un attimo a pensare alle cose che ripetiamo in maniera inconsapevole e che ci fanno soffrire o essere tristi?
Se avevate promesso che non avreste più mentito, perché lo avete fatto di nuovo? Se avevate giurato che non sareste tornati con il vostro fidanzato dopo l’ultimo litigio, perché siete corsi da lui quando vi ha chiamato supplicandovi di perdonarlo per l’ennesima volta? Se il vostro proposito positivo a inizio anno era quello di smettere di fumare, perché qualche giorno fa avete comprato di nuovo le sigarette?
“Non me ne sono reso conto”, “questa è la volta definitiva”, “ho tutto sotto controllo”, sono le scuse più frequenti. Non ci piace uscire dalla nostra comfort zone, ci sentiamo sicuri al suo interno anche se non siamo felici, conosciamo alla perfezione ogni centimetro della nostra stabilità e ci rifugiamo nell’ombra della pietra che ci continua a far cadere.
Si potrebbe paragonare ad un’esistenza vissuta all’interno di una grande gabbia, con tutte i limiti e la mancanza di libertà che questo implica, ma allo stesso tempo protetti da una stabilità sufficiente a non farci sentire il bisogno di vivere la vita al di fuori di essa.
Non ci rendiamo conto che, finché restiamo lì rinchiusi, le cose si susseguiranno, sempre uguali. La routine fatta dall’alzarsi, fare colazione, andare a lavoro, tornare a casa, guardare la televisione, lavarsi, dormire… è più o meno simile per tutte le persone. Fino a quando non decidiamo di dire “basta”.
Le grandi case editrici propongono classici, poesia di scrittori famosi e andati, oppure numeri, sì, numeri che assicurino le vendite, poco importa in verità dei contenuti.
Ci sono piccole realtà che porgono attenzione a ciò che pubblicano perché hanno bisogno di dare alla luce composizioni che possano contare, libri che possano avere un valore per crescere, per affermarsi, e insieme alla loro affermazione anche lo scrittore ha possibilità di emergere.
-Si ha bisogno di lettori per essere scrittori. –
In un tempo nel quale ogni cosa è spinta verso la frenesia capitalistica, la corsa alla supremazia che sfocia in guerra, un tempo catastrofico e violento, dove ancora a subire è il più debole e indifeso, dove la sensibilità umana passa spesso in un luogo secondo. Bene, sì, proprio questo è il momento di pensare, di farsi spazio nel profondo, è il giusto tempo per leggere poesia intensa che possa risvegliare delle emozioni assopite, che dia un senso a ciò che accadde e accade ancora;
Il momento giusto per prendere tra le mani uno di quei piccoli libri, preziosi e puri che raccontano le amarezze della vita presente e passata per non dimenticare. Sì, non dimenticare l’orrore, il disagio, la fragilità degli uomini che sta nella guerra, nella violenza alle donne, nella distinzione di genere, nell’emarginazione, nella costrizione, nelle malattie. Temi che potrebbero sembrare distanti da noi, che invece sono estremamente attuali, troppo attuali e per i quali non è semplice approcciarsi senza cadere nella retorica, ancora meno semplice dar loro un senso poetico.
Scrivere poesia per condividere, per unire, per dire basta, per smuovere le coscienze.
Annalena Cimino è una poetessa che ha fatto della sua penna un vero e proprio timbro infuocato, lasciando l’impronta della sua sensibilità nelle parole che segnano ogni lirica della sua ultima raccolta poetica.
Leggere “Il giardino delle rose strappate” è un viaggio emotivo che attraversa temi davvero crudi e duri, ma che hanno il dovere di essere portati e riportati alla luce e soprattutto dati alla lettura di generazioni presenti e future che hanno bisogno di sapere. Una poesia ha il potere di entrare dentro, ha la brevità e l’intensità, ed è un mezzo attraverso il quale dire, dare.
Annalena è riuscita a riesumare il dolore tra passato e presente per raccontare:
-L’orrore dei campi di concentramento in “Treblinka” (quarto campo di sterminio nazista sorto in Polonia, dopo Chelmno, Belzec e Sobibor).
– L’abominio delle violenze alle donne tema che attanaglia la società moderna, in “Tra le viole e il fango” dedicata a Lucia Pérez la ragazzina di 16 anni morta dopo violenze inenarrabili.
– La scellerata discriminazione di genere in “Triangolo rosa”.
– L’incubo dell’immigrazione in “Sogno di libertà” la disperazione in tutta la potenza delle parole.
– La cultura oscena delle spose bambine in “Favola strappata”.
– La tragica morte di Falcone e Borsellino in “I due giudici”
– La frustrazione di fronte alle malattie che non hanno via d’uscita come l’autismo, trattato con tatto nella lirica “Gli occhi di Angelica”, o verso l’Alzheimer nella lirica “Ho visto piangere un’anima”.
– Con riferimento all’inquinamento che provoca malattie soprattutto nelle terre dove c’è una mentalità che punta all’imprenditoria incosciente che ignora volontariamente il bene e la salute comune in “D’ombre e d’amianto”
– La prostituzione in “Donne di quartiere” …
Queste e tante altre corde emozionali vengono toccate nel profondo dell’essere dai versi dal sapore etico sociale della poetessa di Capri.
La silloge contenente trenta poesie affronta temi impegnativi con coraggio, con la semplicità che sa arrivare a tutti, e nel contempo con una gestione magistrale della sensibilità umana ch’è data solo ai poeti.
Leggere poesia ha il senso umano delle parole, ecco perché la poesia nutre, insegna, segna.
Arricchirsi, leggendo anche poesia contemporanea, nuovi autori che potrebbero farsi storia, altri mondi, altri modi, altre vedute che convergono in uno spazio comune è essenziale.
Con – Il giardino delle rose strappate – Annalena Cimino esprime il senso pieno della vita, la lealtà della parola.
È la sensibilità di donna decodificata in versi. Un urlo contro le ingiustizie del mondo, un faro sulla memoria, sull’attualità che illumina la Poesia e di Poesia profuma. Definire questa silloge in una sola parola?
con la recensione del dott. Lorenzo Spurio, dato alle stampe dalla Vj Edizioni di Edoardo Ferrario nella Collana Poiesis, frutto del premio letterario Clepsamia 2021. Buona lettura a chi vorrà.
Racconti di donne diverse con storie diverse, donne con sfaccettature, caratteri, emozioni differenti ma l’aspetto che più mi ha fatto riflettere è stato lo sguardo da diversi punti di vista, lo stesso panorama visto con occhi diversi. C’è un filo conduttore dall’inizio alla fine che tesse la trama di tutte queste storie apparentemente slegate tra loro. Subito ho fatto fatica a coglierlo e alla fine sono dovuta tornare indietro tra le pagine per ritrovare il filo. Libro delicato che forse meriterebbe una seconda lettura per godere appieno delle sue qualità.
Un mio carissimo amico, che voglio bene come a un fratello, è nei guai fino al collo… Intende fare un gesto estremo che non starò a nominare… tanto l’avete già capito.
Questo mio amico, sta per essere sfrattato di casa, è un invalido e trovo INCONCEPIBILE che uno, nelle condizioni in cui sta lui, venga sfrattato…. è questo ciò in cui sta per finire…. come si fa a sfrattare un invalido??
E’ da tanto che mi parla di se, e io l’ascolto, cerco di tirarlo su di morale, cerco di aiutarlo, di ascoltarlo, di venirgli incontro… mi dice che sono l’unico a pensare a lui… a cercare di aiutarlo… Ma ieri notte, ho passato tutta la notte a chiedere a me stesso: “Che uomo sono se non lo aiuto? Cosa dovrei fare? Lasciarlo andare nel buio della notte?”
E mi sono continuato TUTTA LA NOTTE a dirmi “La cosa è al di là delle mie possibilità… se c’era mio padre potevo farcela ma senza di lui…?”
Ho già perso una cugina per colpa di queste cose… io e mio padre non potevamo aiutarla (o così pensavamo) e lei ha fatto un gesto estremo… ora non c’è più… tutti mi stanno dicendo la stessa cosa: “… non puoi farci niente!”
Ma la cruda verità è che NON POSSO accettare che un innocente paghi per le colpe di altri…. soprattutto una persona che ha bisogno di aiuto…. una persona mia amica tra l’altro….
Così, quella mattinata ho chiamato i carabinieri e gli ho detto tutto… loro sono andati da lui e… NIENTE… non si è fatto nient’altro che una stramaledettissima chiacchierata!!! CHE ASPETTANO A FARE QUALCOSA?! CHE FACCIA UN GESTO IRREVERSIBILE!? E mi sa che glielo ha pure detto che non intende vivere così! Cos’altro vi serve per capire che una persona che dice questo, sta chiaramente chiedendo aiuto…. e se non glielo date voi un aiuto, che altro deve fare??
Io ho rischiato la mia amicizia con questo giovane uomo affinché voi Carabinieri interveniate! Vi ho detto tutto! Mi sono fidato di voi!…. E ora che fate? Una chiacchierata e basta?! ERO CAPACE ANCHE IO DI CHIACCHIERARE! Cosa aspettate a intervenire?! Cioè… vi rendete conto di cosa state facendo? Che responsabilità avete a non fare qualcosa! Dannazione e maledizione a me!…
Io non so più che altro fare… a chi rivolgermi o a chi chiedere aiuto! Io sono invalido…. ma non vorrei tirarmi indietro!
Prego il Signore onnipotente che possa aiutare questo mio amico, e che possa salvarsi dall’inferno in cui si trova…
Ormai più di questo non posso fare…. mi sento una falla in mezzo al cuore…. non ce la faccio….
Che Dio mi perdoni, e mi perdoni anche questo mio amico per ciò che ho fatto…. non lo ho fatto per cattiveria ma SOLO perché gli voglio bene…. e… VORREI SALVARLO MALEDIZIONE!!!
Per me, c’è stata salvezza, a me è stata data una chance, a me è stato dato un modo per sopravvivere…. volevo solo che l’avesse anche lui…
Nimbus si preparano da tempo, radunandosi e preparandosi ad uno sciopero o rivolta, non saprei di preciso; che non può ni deve andare ad oltranza, si devono far vedere, si devono far sentire. Sonno pronte, cariche, gonfie di rabbia contenuta fin da tropo tempo. Era questione di tempo e si farebbero vive.
Non sono sole; un frastuono gli accompagna da dietro, come il “cacerolazo” che si fece sentire ovunque, da nord a sud, da est ad ovest, in un’ Argentina martoriata, violentata, saccheggiata impunemente; dove ogni utensile di cucina diventò strumento di protesta; mestolo di legno contro una pentola, due coperchi a modo di piatti in lata da scagliasi uno contro l’altro e far suonare il più forte possibile, d’un balcone, d’una casa, una, mile!!!
Ed il caos arriva, prima o poi, l’ultima goccia contenuta nelle buffe bolle di forma indefinita e d’un denso bianco, da il via, soltanto l’ultima goccia. Sembrerebbe inocua, ma non è da sola… sono tante, disperse dappertutto; questione di tempo e saranno finalmente tutte insieme e proclameranno ad alta voce, quello non dicono da tanto tempo.
Aspettiamo con ansia, questo momento di ribellione, che bagnino le anime impure e avare; che trascini feroce la cattiveria umana; che lavi i peccati commessi di coloro che in nome di ” lesa umanità ” perpetra dietro le quinte spilorcie e menefreghiste idee. Que non sono degni dell’acqua benedetta; acontententatevi con questa, ch’è già un gran dono.
L’Italia non fa più figli: “Rischiamo di avere 380mila nuovi nati, una follia”
Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo: “Se vogliamo continuare a essere un grande Paese dobbiamo avere una popolazione conseguente, la denatalità ha un impatto sul Pil”
ROMA -“Rispetto ad alcuni decenni fa, la sensibilità e la conoscenza del problema della denatalità è più nota e quindi anche la stessa politica segue la situazione con attenzione”. Lo dice il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ospite di Sky Tg24. “Ho sentito parlare di quoziente familiare, di valorizzazione degli assegni, ovvero di situazioni nelle quali, in qualche modo, c’è un maggiore interesse a questa benedetta natalità che va, progressivamente, discendendo“.
“Quale giorno fa – ricorda il presidente dell’Istituto di Statistica – ho lanciato un segnale: se alla fine dell’anno le cose vanno avanti così, avremo 380mila, massimo 385mila nati, in un Paese di poco meno di 60 milioni di abitanti. È follia. Se vogliamo continuare ad essere un grande Paese – aggiunge Blangiardo – dobbiamo anche avere una popolazione conseguente, perché il Lussemburgo, il Principato di Monaco o la Svizzera non sono grandi Paesi anche perché non hanno una dimensione demografica da grande Paese”.
“Tutto questo – osserva il presidente Istat – ha un impatto sul Pil, perché quello complessivo del Lussemburgo, parli di nominale, è evidentemente più piccolo del Pil dell’Italia. Quindi la popolazione determina la ricchezza complessiva del Paese“.
“Naturalmente le tendenze che sono in atto potrebbero determinare, sia per la dimensione della popolazione che per l’invecchiamento, quindi la minor partecipazione al mercato del lavoro, l’ipotesi che i circa 1.800 miliardi di oggi scenderebbero di più di 500 miliardi, ovvero 500 miliardi di Pil in meno come ricchezza complessiva. E lo stesso Pil pro capite, dai 30mila scenderebbe a 25mila. Questo, naturalmente a parità di altre condizioni, determinerebbe un impoverimento della popolazione italiana“.
Blangiardo conclude: “I giovani rischiano di essere poco esistenti nella popolazione, non solo dai programmi della politica. Noi abbiamo un popolo di giovani che si è formato attraverso le nascite del passato e nascite che sono state via via decrescenti. È evidente che stiamo parlando di un numero di persone che è, tutto sommato, sempre meno. Viceversa, la componente matura, quella diversamente giovane, ovvero gli anziani, è via via crescente“.
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it
ROMA – Il balzo dell’inflazione costerà alle famiglie italiane 564 euro in più solo per la tavola nel 2022, a causa del mix esplosivo dell’aumento dei costi energeticilegato alla guerra in Ucraina e del taglio dei raccolti per la siccità. È quanto stima la Coldiretti in occasione della diffusione dei nuovi dati Istat sull’inflazione a luglio, che evidenziano un aumento del 10% per i beni alimentari e le bevande analcoliche che trainano i rincari nel carrello della spesa rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, registrando un balzo che non si osservava da settembre 1984.
SU PASTA, PANE E RISO I RINCARI MAGGIORI
I prezzi della frutta fresca o refrigerata aumentano su base annua del +8,8% – continua Coldiretti – mentre quelli dei vegetali freschi o refrigerati del +12,2% anche a causa dell’andamento climatico anomalo che ha favorito anche le speculazioni come nel caso dell’uva da tavola in Puglia, pagata agli agricoltori 0,50 euro al chilogrammo per poi essere venduta al supermercato a cifre fino a 4 euro. La categoria per la quale gli italiani spenderanno complessivamente di più è però pane, pasta e riso, con un esborso aggiuntivo di quasi 115 euro – sottolinea Coldiretti – e precede sul podio carne e salumi che costeranno 98 euro in più rispetto al 2021 e le verdure (+81 euro). Seguono latte, formaggi e uova con +71 euro e il pesce con +49 euro, davanti a frutta e oli, burro e grassi.
Se i prezzi per le famiglie corrono l’aumento dei costi colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare a partire dalle campagne – denuncia la Coldiretti – dove più di 1 azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività ma ben oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari, secondo il Crea. In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio. A spingere i rincari è però anche l’aumento della dipendenza alimentare dall’estero è il fatto che nel 2022 le importazioni di prodotti agroalimentari dell’estero, dal grano per il pane al mais per l’alimentazione degli animali, sono cresciute in valore di quasi un terzo (+29%), aprendo la strada anche al rischio di un pericoloso abbassamento degli standard di qualità e di sicurezza alimentare, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno.
“Occorre lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni- afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini- nell’immediato bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro. In questo contesto è importante- conclude Prandini- l’apertura del Governo alla nostra proposta sulla defiscalizzazione del costo del lavoro”.
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“Parlando agli dèi”. La cultura classica nella modernità
Torna con una nuova opera dal titolo “Parlando agli dèi”, l’autore Sergio Sabetta, ormai veterano per le sue pubblicazioni, nella collana “I Diamanti della Poesia”, targate Aletti editore. E lo fa, questa volta, con un richiamo che sa di antichità. «La cultura classica – afferma il poeta funzionario presso la Corte dei Conti di Genova ed ex magistrato onorario presso il tribunale di Chiavari – ha in sé i vari aspetti dell’umanità; è una riflessione sulle emozioni, sui sentimenti più forti e profondi che vengono sublimati in racconti e miti. Attraverso essi si vede l’animo umano e le passioni che, nonostante tutta la tecnologia, rimangono quale essenza fondamentale della specie». Nel dettaglio, riguardo, invece, la scelta del titolo l’autore spiega: «Gli dèi sono le forze, le forme di una Natura che agisce, ma la nostra superbia tecnologica la ritiene passiva, quindi parlare agli dèi è parlare alle varie facce della Natura».
L’opera si suddivide nelle seguenti sezioni: “Tra le braccia degli dèi”; “Nelle nebbie del Nord”; “Passeggiando Per Roma”; “Dissolvenze”. «Nel suo insieme – precisa il poeta – vorrebbe accompagnare il lettore su una dimensione talvolta tragica, altre volte ironica e gioiosa, sulla nostra storia e le sue contraddizioni. Una coscienza difficile da acquisire e talvolta dolorosa, ma sempre liberatoria dalle manipolazioni della storia». Una delle tante liriche è dedicata proprio alla poesia e al suo ruolo liberatorio e catartico per le coscienze. Ma anche alla sua funzione di resistenza e critica contro l’appiattimento esistenziale. «La poesia – ne è convinto, infatti, Sabetta -possiede una sua logica non matematica e consequenziale, bensì è un sovrapporsi di sentimenti ed emozioni apparentemente disgiunte ma che si legano tra loro per vie nascoste, nel salto tra tempi ed età diverse, sicchè nello stesso soggetto vengono ad intersecarsi diverse umanità».
Nell’opera vi è la necessità di un ritorno alle radici, alla cultura che forgia nella ricerca degli impulsi e delle emozioni che, nate dal cuore umano, vengono da essa rielaborate. Attualmente, si tende a considerare superata la cultura classica, vedendo l’umanesimo come qualcosa di opposto alla modernità di uno slancio innovativo continuo, in un malinteso senso della tecnologia. «C’è spazio anche, in questi versi profondi ed estremamente poliedrici di Sergio Benedetto Sabetta – scrive, nella Prefazione, Francesco Gazzè, fratello del noto cantante Max e autore di numerosi suoi testi – per quel certo raro talento di saper pennellare con grazia lunghissimi istanti di esistenza vera, spazio per la sublime arte del saper raccontare tutto, ma proprio tutto, e per quell’ispirata benedetta pazienza (rara anch’essa) del costruire, dell’ornamento, della cura, della forma; l’unica, la pazienza, davvero in grado di rendere senza tempo qualsiasi atto creativo». Gli argomenti ispiratori dell’opera sono i miti mediterranei e nordici filtrati dalla storia, dove, tuttavia, l’ironia della romanità ne riduce a dimensione umana la tragedia. Contro un impoverimento culturale si avverte l’esigenza di riscoprire la dimensione collettiva mitica e collegarla storicamente a quella attuale. «Quando si legge una poesia è come immergersi nelle acque di un torrente, un fluire dalla sorgente alla foce, in cui ciascun lettore dà i toni e le sospensioni, nuota tra l’increspare delle acque grazie alla particolare punteggiatura. Nella poesia – conclude l’autore Sabetta – non vi sono solo emozioni ma anche la storia e, pertanto, l’etica data dalle osservazioni e le domande che essa pone. Diventa, quindi, il deposito della memoria di una cultura, se non dell’umanità. Ne diviene una possibile forma, libera nella sua espressione».
Spesso mi domando se siamo quello che dimostriamo oppure quello che nascondiamo.
Molti sono abituati ad indossare una maschera per dimostrare agli altri come sono bravi, disponibili, affabili, animatori, sostenitori. Come delle salamandre mimetizzano il loro vero io e hanno la capacità di capire e di carpire come fare ad affascinare. Vogliono essere sempre i protagonisti delle scene,costruiscono una facciata cosi reale da sembrare reale.
Questi appartengono alla categoria degli affabulatori, cioè quelli che incantano con le loro parole e i loro modi. Ne incontriamo ogni giorno, ogni giorno ognuno di loro ci incanta e poi ci uccide. Si uccide in molti modi, non solo con un arma ma, anche con le parole quando sono false e ipocrite. La caratteristica degli affabulatori è la vigliaccheria e non affrontare le situazioni di petto ma, facendo le vittime.In realtà sono loro che mietono vittime, con un indifferenza cosi glaciale che sconvolge. Ne fanno parte uomini o donne che nascondono quello che in realtà sono.
Avere a che fare con queste persone è distruttivo ma evitarle è impossibile, perché quando te ne accorgi solitamente è troppo tardi. A questa categoria appartengono ad esempio i politici, i traditori seriali che negano fino alla morte e tutte quegli individui soprattutto maschili che hanno anche un certo carisma, perché se non l’avessero non attirerebbero l’attenzione e gli interessi.
Hanno una forte componente narcisistica che li porta ad avere anche una sorta di disprezzo nei confronti del prossimo, che mascherano sapientemente e non esitano a camminare sui cadaveri delle persone che manipolano per i loro scopi, qualsiasi siano.
Molti di loro sono anaffettivi, smettono di sembrare sinceri e disponibili quando ormai l’altro costituisce, secondo loro, un problema. Riempiono di belle parole ma, quando si tratta di agire passano ad altro nascondendo l'”effettiva realtà con menzogne, scuse e troncano i rapporti facendo in modo che la colpa ricada sulla vittima designata e quest’ultima è capace anche di sentirsi in colpa. Poi ci sono le persone che sono quello che dimostrano di essere e solitamente sono le vittime degli affabulatori. Alla fine è un mondo quasi tutto di maschere, è un mondo triste perché in ognuno vorresti scoprire la bellezza del proprio essere.
Per quanti sforzi facciamo queste persone si nascondono bene e la categoria delle persone che sono sempre quelle che sono, in genere vedono sempre la parte bella degli altri, pensano che tutti possano essere uguali dentro e fuori.Se tu sei onesto, pensi che anche gli altri siano come te. Se non sei abituato a mentire o lo fai per mascherare situazioni gravi e in casi del tutto eccezionali, sei del parere che anche gli altri siano così. Vivere nella menzogna è cosa grave e cosa grave è arrivare a credere alle proprie bugie. Possiamo salvarci da queste persone? Sinceramente non lo so.
Dobbiamo fidarci in genere? Sinceramente non lo so. Si può vivere non fidandosi continuamente. Questo lo so. Non si può vivere non fidandosi mai, bisogna pur vivere e alla fine le persone sincere dimostrano sempre attraverso i fatti quello che sono. Prima o poi la maschera cade
(Adnkronos) – I dati del rapporto Influnet, 762mila italiani a letto solo nell’ultima settimana, ci dicono che “l’influenza è tornata peggio di come ci aveva lasciato nel 2019 ed è partita a razzo, siamo tornati alla forza propulsiva dell’influenza del 2009 con numeri alti anticipati rispetto alla stagione. Abbiamo numeri importanti già a fine novembre. Sicuramente oggi fa paura anche per tutto quello che si porta dietro con una quantità di virus paninfluenzali, patologie da pneumococco e anche polmoniti. Qualcuno dice rimettiamo le mascherine, io dico assolutamente no. Questi microorganismi devono circolare e hanno sempre circolato, ci dobbiamo proteggere ma come? Ad esempio, abbiamo perso molto la copertura per lo pneumococco, la vaccinazione da polmonite, ma anche quelle per l’influenza”. Così all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive ospedale Policlinico San Martino di Genova.
La curva influenzale “continuerà a crescere perché questo è solo l’inizio”, avverte l’infettivologo. “Oggi l’incidenza è altissima tra i bambini piccoli, ma dove arriveranno gli adulti e poi i nonni. I primi perderanno qualche giorno di scuola ma i nonni finiranno in ospedale? Gli anziani – suggerisce in conclusione Bassetti – in queste due settimane che ci separano dal Natale invece di correre a fare i regali correre a fare il vaccino antinfluenzale”.
La Polizia di Stato in azione nei comuni di Arquata e Serravalle Scrivia per un’incisiva attività di controllo del territorio.
Proseguono i controlli straordinari disposti dal Sig. Questore di Alessandria su tutto il territorio provinciale al fine di presenziare in quei luoghi e in quelle aree in cui, l’opera continua di osservazione oltre che alle preziose segnalazioni dei cittadini, ha fatto emergere la necessità di una più incisa presenza della Polizia di Stato per dare un segnale di operatività oltre che per garantire il principio sempre fondamentale di legalità.
Nei giorni scorsi, al proposito, è stato effettuato un servizio mirato nelle stazioni ferroviarie di Arquata Scrivia e Serravalle Scrivia e nelle aree adiacenti tramite il personale della Questura, del Posto Polfer di Novi Ligure, del Reparto Prevenzione Crimine di Torino, delle Polizie Municipali di Serravalle Scrivia e Arquata. Importante anche la presenza di Orso Grigio, il cane antidroga in servizio presso la Polizia Locale di Alessandria, grazie al suo infallibile fiuto, è stato possibile rinvenire nell’area verde adiacente la stazione di Serravalle Scrivia un involucro di cellophane a chiusura ermetica contenente della sostanza stupefacente, nella fattispecie marijuana del peso di 68.5 grammi. Sostanza che veniva sequestrata a carico di ignoti.
L’attività è stata svolta ad ampio raggio ed in particolare venivano controllati alcuni locali pubblici nei pressi delle stazioni ferroviarie. In uno di questi, gli operatori notavano un uomo che si dirigeva verso il bagno all’ingresso delle Forze dell’Ordine. Questo, dopo l’identificazione, veniva sottoposto a perquisizione personale da cui emergeva che era in possesso di modiche quantità di hashish e marijuana, mentre nel bagno dove si era appena recato venivano rinvenuti a terra un paio di frammenti di cellophane di colore bianco vuoti e con segni di termosaldatura, tipicamente utilizzati per confezionare sostanza stupefacente in polvere, tipo cocaina. L’uomo veniva segnalato all’Autorità Amministrativa ai sensi dell’art. 75 del DPR 309/90 (possesso per uso personale).
Complessivamente, nell’arco dell’interno turno di servizio, sono state controllate 40 persone di cui 10 con precedenti di Polizia.
I progetti di una maggior presenza sul territorio proseguiranno nelle prossime settimane anche e soprattutto per l’avvicinarsi del periodo natalizio, al fine di incrementare il senso di sicurezza nella popolazione.
Sonetto a rime incrociate e ripetute ABBA ABBA CDE CDE.
I puffini sono uccelli marini, dell’ordine dei palmipedi. In questo sonetto pare si chiamino, si salutino, ridano e gioiscano insieme (Lavezzi). Un quadretto impressionistico, disegnato con tratto preciso e raffinato, che alterna sensazioni visive e uditive in rapida successione. Il soggetto del quadretto, i puffini, compare solo al v. 7. Parafrasi. ‘un rigo di carmino’: una riga di rosso vivo; ‘recide’: taglia; ‘marezzate’: mosse da increspature con riverberi; ‘cerula’: azzurro chiaro; ‘randa’: vela trapezoidale; ‘Pur’: eppure; ‘garbino’: libeccio; ‘oziose’: la dieresi allunga il verso; ‘chiacchiericcio’: sostantivo onomatopeico; ‘ad ora ad ora’: a intervalli; ‘risacca’: le onde a riva; ‘stagliate’: visibili come se fossero ritagliate; ‘l’oro e il fuoco’: i colori dell’alba e del tramonto; ‘paranzelle’: barche da pesca piccole e veloci; ‘dondolano’: verbo onomatopeico; ‘mar liscio di lacca’: immobile e lucido.
LA GATTA, di Giovanni Pascoli, recensione di Elvio Bombonato
Era una gatta, assai trita, e non era d’alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino. Ora, una notte, (su per il camino s’ingolfava e rombava la bufera)
trassemi all’uscio il suon d’una preghiera, e lei vidi e il suo figlio a lei vicino. Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino tra’ piedi; e sparve nella notte nera.
Che notte nera, piena di dolore! Pianti e singulti e risa pazze e tetri urli portava dai deserti il vento.
E la pioggia cadea, vasto fragore, sferzando i muri e scoppiettando ai vetri. Facea le fusa il piccolo, contento.
GIOVANNI PASCOLI, Poesie Varie, 1885
La lirica è un quadretto di genere. Le gatte accudiscono i propri cuccioli fino al terzo mese, credo, poi li ignorano. La gatta è logora, randagia, anziana; mentre infuria la bufera, miagolando, affida il suo gattino al poeta, e sparisce. L’ultimo verso è tenerissimo. Troviamo alcuni topoi pascoliani: l’ambiente ostile che assedia il nido, la cui figura dominante è la madre.
Anche la gatta lo è. Il fuori è minaccioso, il dentro rassicurante perché la madre lo rende tale. La poesia è un sonetto canonico, di impronta petrarchesca, con endecasillabi piani. Rime: incrociata ABBA ABBA, e ripetuta CDE CDE. Lessico usuale, impreziosito da alcuni arcaismi: trassemi (pronome personale in fondo al verbo); singulti (singhiozzi, deverbale); sparve (sparì); cadea/facea (con uscita in ‘ea’, anziché ‘eva’). Un climax forte a quattro voci: pianti singulti risa pazze tetri urli. I tempi dei verbi sono il passato remoto e l’imperfetto.
Aman è Parola che vibra sensibile e altruista, nella sostanza più immedesimativa e compartecipata, perché di queste qualità sublimi è composto il suo cuore travagliato.
Si tratta di una sensibilità che non nasconde nulla, perché il suo canto dell’anima si mostra visibile e allo scoperto, anche nell’acutezza del proprio tormento esistenziale, senza filtri simbolici, senza melliflui giri di parafrasi e metafore, senza mezze misure, mai in compromesso con sé stessa, vera fino alla sorgente dello spirito colorato d’Amore, che si fa strada attraverso la roccia più dura e impietosa della vita. Le sue espressioni liriche sono monumenti alla sincerità.
Antonella, come me, è convinta che la grandezza del valore umano passa proprio dalla rappresentazione del “fragile, piccolo e debole”, per costituirsi verità a servizio perenne dell’umanità intera.
Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato
potrebbe essere l’ultima volta che li vedo mi dici dei tuoi compagni di classe che ti hanno fatto far tardi oggi che è finita la scuola dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare i tuoi quaderni ben ordinati (con qualche sbavatura d’inchiostro di dita sudate di giochi di giugno) in autunno andrai alle superiori e questa tua bella scrittura un po’ tonda potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.
LUCIANO ERBA (1980)
La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di Francesca.
La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone. Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura – tranne l’inciso –, mimesi del parlato.
Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.
EUGENIO MONTALE, SU UNA LETTERA NON SCRITTA, recensione di Elvio Bombonato
Per un formicolìo d’albe, per pochifili su cui s’impigliil fiocco della vita e s’incollaniin ore e in anni, oggi i delfini a coppiecapriolano coi figli? Oh ch’io non odanulla di te, ch’io fugga dal baglioredei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra.
Sparir non so né riaffacciarmi; tardala fucina vermigliadella notte, la sera si fa lunga,la preghiera è supplizio e non ancoratra le rocce che sorgono t’è giuntala bottiglia dal mare. L’onda, vuota,si rompe sulla punta, a Finisterre.
EUGENIO MONTALE, agosto 1940; poi in “La bufera e altro”.
E’ una poesia di assenza e di lontananza; anche da Clizia (Montale). Lo sfondo di guerra c’è (Montale). Clizia è il senhal con cui M. indicava Irma Brandeis, la studiosa americana, con la quale ebbe una tormentata relazione amorosa a Firenze, dal 1933 al 1938.
Coppie di delfini giocano coi figli, immagine di innocenza e di gioia di vivere, alla quale si contrappone la realtà storica di distruzione e di morte (la II guerra mondiale iniziò quasi un anno prima): la fucina vermiglia. ‘Distilla veleno una fede feroce’ – il nazismo -: “Dora Markus”, la cui seconda parte fu scritta nel 1939. Nel buio cupo dei tempi è necessario respingere ogni tentazione o promessa di un’impossibile salvezza, ne fosse portatrice Clizia stessa (Dante Isella). Il messaggio contenuto nella bottiglia gettata nell’oceano, è inghiottito dall’onda, fino all’estremo promontorio dell’Europa. Ma la bottiglia è vuota, la lettera non è stata scritta, perché anche pregare per l’impossibile salvezza, è un supplizio. Come sempre in Montale, la tragedia della storia diviene dramma esistenziale, ossessione provocata dalla comunicazione interrotta dall’incertezza e dall’attesa della fine.
Questo commento al più noto e amatissimo libro di Charlotte Bronte è scritto unicamente per convincere gli scettici, repellenti ai presunti romanzi romantici, a leggere questo capolavoro.
Statemi a sentire: Jane Eyre non è una storia d’amore.
Jane Eyre è LA storia d’amore.
No, aspettate, non ci siamo certamente intesi: Jane Eyre è il tempio di un racconto in prima persona sull’amore per sé stessi.
E non c’è niente di più importante, necessario, salvifico che imparare ad amarsi.
Come? Strutturando la propria impalcatura personologica libera, ascoltando il proprio sentire e rimanendo fedeli a sé stessi con tutte le proprie forze anche andando contro le proprie pulsioni di Eros (e guardando dritto in faccia Thanatos).
L’autobiografia di Jane Eyre è tutto questo: una parabola ascendente meravigliosa della crescita umana e dell’evoluzione di una personalità magnifica, gigantesca in contrapposizione alla minutaggine del fisico e delle doti estetiche (più volte non a caso sottilineate dalla Bronte). Un accrescimento vitale e appassionato di una giovane donna che decide che amarsi e rispettarsi non è secondario a nulla, neanche all’amore per un uomo.
Il lettore respira, giace, soffre, urla e tace con Jane in ogni singolo episodio della sua esistenza, così meravigliosamente narrato dalla Bronte, che dai dieci anni d’età la porta a circa il ventesimo anno della sua esistenza.
I primi capitoli della sua infanzia sono uno strappo al cuore, lacerante e sofferto. I più bei capitoli romanzati sul maltrattamento infantile che io abbia mai letto in vita mia. Ho pianto, in diversi passaggi.
E poi il XXVII capitolo, il momento più importante e sconvolgente della sua esistenza in cui mostrerà la sintesi della sua fermezza e del suo essere salda, forte e risoluta.
Controcorrente, specie in epoca vittoriana, e allo stesso tempo estremamente emancipata da renderla una donna dei nostri giorni.
Jane è intelligente, misericordiosa, attenta, precisa, risoluta, saggia e impetuosa insieme, appassionata, gentile e onesta.
Come? Genetica certamente, ma più di tutto perché credente in un’unica fede: la moralità che nasce dall’educazione e dall’istruzione, dalla vera conoscenza delle cose di questo mondo, dai libri.
A questo Jane voterà tutta sé stessa e non sbagliera’ neanche un solo passaggio, costi quel che costi.
Oh, si, una storia d’amore per un uomo c’è certamente, ma è sempre narrata in funzione del compimento di una vita piena, di una scelta coerente di fedeltà a sé stessi.
Questo è un libro in cui non conta il finale, conta il processo.
Segui quest’attimo colmandolo di motivi per respirare, non concederti, non negarti,
non parlare solo per parlare.
Io non ti chiedo di andarmi a prendere
una stella celeste,
ora solo chiedo che il mio spazio
sia pieno della tua luce.
MARIO BENEDETTI, gennaio 2013
La lirica, autobiografica, si fonda sul parallelismo “io non ti chiedo/ ti chiedo”, anafora iterata sette volte, che la avvolge tutta, come una spirale in crescendo. La poesia è un cerchio, perché inizia e termina con “stella celeste” e “la tua luce”.
La tautologia dell’incipit richiama il ‘placido Don’ (romanzo di Solochov), e la gialla luna, sintagma replicato, sono due lacerti di paesaggio sereno e felice. Ma la poetessa è malata perché sola: il marito ammazzato dai sovietici, il figlio in prigione.
Due strofe di 9 endecasillabi l’una, priva di rime. L’omaggio al padre è arricchito da metafore notevoli: gli occhi aperti di sorriso, neri come le rondini del mare; la voce del padre; la notte ci ama fin dentro il sonno; gli uomini incamminati verso l’alba. Degna di stare accanto alla poesia di Sinisgalli e a quella di Quasimodo., entrambe dedicate al proprio padre.
è il primo Govoni (1884-1965), quello crepuscolare, il quale descrive la realtà umile e quotidiana di un pomeriggio estivo, con l’afa soffocante. Piccole cose, che provocano nel poeta delle sensazioni, tradotte in immagini. Come spesso in Govoni, è una poesia visiva, composta sfruttando il meccanismo dell’elenco. Alcune immagini sono delle analogie (metafore forti, con collegamenti insoliti e inattesi), piene di colori. Le poesie di Govoni sono ricche di colori, espliciti o sottintesi: è il loro fascino.
La poesia consta di quattro quartine, a rima incrociata: ABBA, CDDC, EFFE, GHHG. Nella seconda strofa DD sono una quasi rima assonanzata; ma i fonemi t e d sono dentali, sorda e sonora). I versi sono prevalentemente endecasillabi, con altri più brevi, dal novenario al ternario.
Si tratta di un elenco: il poeta cammina sotto l’afa e guarda le cose che lo circondano, prevale la paratassi (frasi brevi, coordinate), che dona immediatezza di scrittura e facilità di lettura. Il ritmo è lento, per rendere la calma; usa anche alcuni enjambement (quando la frase non finisce nel verso ma prosegue in quello successivo) volutamente, per pausa o rallentare la lettura. Già l’incipit: il primo verso, un settenario, è spezzato ma prosegue con lo stacco del soggetto dal verbo; l’antica / Certosa separa l’aggettivo qualificativo dal sostantivo che resta isolato. Altro enjambement troviamo ai vv. 7/8, forte perché stacca il soggetto dal verbo; ancora ai vv. 13/14 e nel finale (enjambement debole in quanto stacca solo il complemento di modo). La poesia è un cerchio perché il titolo e l’explicit (il finale) coincidono. Nella poesia moderna il titolo spesso fa corpo col testo.
– velata di fatica: l’afa pesante: analogia.
– in panna: fermo; analogia, l’aggettivo non appartiene al campo semantico del pomeriggio.
– Certosa: chiesa, antica dei certosini.
– l’azzurro crepiti; il cielo (metonimia: il colore al posto dell’oggetto); crepiti: l’aria secca pare provocare un crepitio ai passi del poeta (analogia fortissima, in quanto la spiegazione richiede una serie di passaggi per ricostruire la similitudine originaria: come la legna verde crepita nel focolare così i passi del poeta risuonano nell’aria resa pesante dall’afa).
– pugnali di sole: i raggi che feriscono (Il” trafitto da un raggio di sole” di Quasimodo verrà 30 anni dopo): altra analogia forte per la violenza del sostantivo, con spostamento del campo semantico dalle armi all’astronomia.
– tassi: alberi delle conifere.
– coppi: mattoni curvi, tegole.
– vento e pioppi: il vento agisce come un pettine (analogia).
– le campane spennellano l’aria: il movimento avanti/indietro delle campane somiglia al movimento del pennello di un pittore macchiaiolo o impressionista; analogia davvero originale, straordinaria perché visionaria,
– il micio (gattino) bianco solleva la pancia rosa come quella di un maialino: similitudine (paragone composto di due frasi collegate).
Ho contato almeno 11 immagini, trovate dallo sguardo del poeta, una festa di colori in quasi ciascun verso; alcune sinestesie (figure retoriche che accostano parole appartenenti a organi di senso diversi: v.5 udito/tatto; v.6: vista/udito; vv. 13/14: udito/vista).
L’immagine finale vale da sola tutta la poesia: unisce il gesto concreto del gattino al sentimento di affetto che esso suscita nel poeta e nel lettore.
Cristina Campo (Bologna 1923 – Roma 1977) fu una traduttrice eccelsa. Poetessa solitaria, riservata, “di natura anacoretica”, coltivava il culto per i mistici, come l’inglese del ‘600 John Donne e lo spagnolo Juan de la Cruz. Fu amica e sodale di Mario Luzi, Elémire Zolla, Roberto Bazlen. Questa lirica è la traduzione di una poesia dello scrittore tedesco Eduard Frederich Morike (1804 – 1875); concentrata e criptica, consta di 4 endecasillabi e 5 settenari, metricamente perfetti, in assenza di rime. La parola chiave, primavera, apre e chiude. Notevoli: Scioglie il suo nastro azzurro (il cielo); rigano di presagi; trasognate viole chiedono di sbocciare; un tocco d’arpa, chissà dove! L’ultimo verso ripete il titolo. Commento con una doppia citazione: “Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato” (Ezra Pound) e “che ogni parola abbia un sapore massimo” (Simone Weil).