Cultura. Matteo Bussola: La giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili

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Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager

Matteo Bussola: A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili

A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili.

L’ho alcolizzato, l’ho drogato (poco, per fortuna, l’articolo non mi è mai interessato più di tanto), l’ho tenuto innumerevoli notti in piedi senza dormire, l’ho usato per combattere e fare l’amore fino allo sfinimento, anche quando di amore non ve n’era più traccia, gli ho dato da mangiare male, l’ho forzato in fasi di sport disperatissimo alternate a, d’un tratto, l’immobilismo più completo, l’ho nutrito con letture sghembe, sparse, intermittenti, senza obiettivo, piegato su divani improbabili che (allora non potevo saperlo) avrebbero lasciato tracce permanenti sulla mia schiena, con molta tivù dimenticabile, l’ho fratturato, tagliato, gli ho fatto esplodere un polmone, l’ho messo a repentaglio in discesa a tutta in Vespa, in folle e senza miscela, giù dalla strada di Montecchio, l’ho schiantato contro i muri, l’ho ferito dentro con tutte le delusioni amorose e le perdite che mi sono meritato – a parte forse un paio che, ovviamente, sono quelle che non si sono ancora rimarginate, e forse mai.

Quando ne parliamo, con qualche amico con il quale si son condivisi quegli anni, ci definiamo spesso dei sopravvissuti, e io penso a ragione.

Ogni generazione ha la sua, di sopravvivenza. I nostri nonni e nonne sono sopravvissuti alla guerra, i nostri genitori agli anni Settanta, al furore della battaglie politiche, al naufragare dell’idea di un mondo nuovo, possibile (forse l’unica vera occasione che ci sia mai stata, sgretolatasi poi sotto i colpi dei personalismi e dell’umano desiderio di mettersi in salvo). Nessuna sopravvivenza è più nobile di altre, ciascuno porta a casa la pelle come può, da dove si trova e dalle battaglie che gli toccano. Anche quando quella battaglia sei tu.

I nostri figli e figlie, oggi, si trovano a dover sopravvivere soprattutto a questa ferita perenne che è diventata la scuola: il primo settore di cui ci si sarebbe dovuti occupare, in una pandemia, con decisioni chiare, coerenti, strutturali, dolorose perfino (ma necessarie), e invece siamo ancora qua. Un positivo no, due sì, la Dad dipende, slittiamo il rientro, poi no, poi dipenderà dai contagi, tutto il repertorio. In mezzo: loro. Che hanno passato la maggior parte del tempo, negli ultimi due anni, confinati nelle loro camerette, a studiare lì, relazionarsi lì, a far lezione lì, a provare a capirsi e a capirci da lì, cercando di sentirsi all’altezza, quasi vergognandosi per i loro problemi che sembravano venire, sempre, dopo tutto il resto. Ci sono voluti trentacinque giorni di pandemia prima che qualcuno – dopo “sanità”, “economia”, “lavoro”,  “coesione sociale”, “diritti”, “lockdown” – osasse pronunciare le parole: “bambini”, “adolescenti”, “studenti”.

La sola cosa che mi auguro è che riescano a sopravvivere a tutto questo e che possa, tutto questo, diventare una specie di enorme rimosso generazionale, ma condiviso, qualcosa che paradossalmente li unisca: ti ricordi quando c’era la pandemia? Ti ricordi la didattica a distanza, le mascherine, i baci dati di nascosto, i direct su Insta alle tre di mattina, le foto delle lacrime sotto le coperte? Spero non si ricordino mai, invece, i ricoveri adolescenziali in psichiatria, mai alti come in questo periodo, spero possano dimenticare (senza però perdonarla) la viltà di una parte di classe politica che troppo spesso ha solleticato le pance, cavalcato le paure, rimbalzato fake news, rimanendo troppo a lungo in una pericolosa ambiguità, spero scorderanno le evidenti soluzioni di fortuna di fronte a uno scenario in continuo cambiamento, e lo spaesamento di quegli adulti che dovevano rappresentare un punto fermo, per garantire a giovani e adolescenti il diritto a sentirsi persi, in cerca, in crescita, e invece quelli persi sono stati proprio “i grandi”, siamo stati noi.  Noi che poi facciamo la morale, noi che pretendiamo di educare, noi che quando ci troviamo in ambasce abbiamo perfino il coraggio di definirli “svogliati”, “bamboccioni”, o dir loro “eh ma io, alla tua età.”. Noi che da sopravvissuti li stiamo facendo diventare dei sopravviventi.

Noi che avremmo voluto essere padri migliori, madri migliori, noi che nonostante tutto cerchiamo di fare il meglio che possiamo, consapevoli che non sarà comunque abbastanza per tenerli al sicuro, consapevoli che non sapremo mai perdonarci per questo.

Essere genitori non è forse mai stato difficile come ora, ma essere figli e figlie adolescenti – oggi soprattutto – lo è incomparabilmente di più.

Mi piacerebbe che ce lo ripetessimo ogni giorno, e soprattutto che se lo ricordasse chi di dovere. 

Mi piacerebbe che, almeno questo, non lo dimenticassimo mai.

Capodanno in poesia: Borges, di Imma Paradiso

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Capodanno in poesia: Borges

Dal 31 dicembre al 1 gennaio non passa solamente un giorno, ma è un anno intero che va via e uno nuovo che comincia. Si tratta di una convenzione, è vero, ma è quasi un rito di passaggio e come ogni rito del genere le influenze sull’animo umano non sono quantificabili.

Fine d’anno di Jorge Luis Borges (1899-1986) si sofferma a riflettere sul vero significato del cambio di data. La poesia è tratta dalla raccolta Fervore di Buenos Aires del 1923 ed è per questo il riferimento ai numeri due e tre che troviamo all’inizio. Sul tema della temporalità Borges ha scritto pagine memorabili, di sapore filosofico e poetico.

Nel componimento “Fine d’anno” il tempo si personifica, è la successione degli anni di ciascuno, l’esistenza stessa di ognuno: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; La conclusione è sorprendente e sapiente. La vera causa dell’attesa, l’autentico sconcerto dinanzi alla scansione temporale non derivano tanto dal nuovo che verrà e non conosciamo ancora, ma da quello che ri-mane in noi e di noi ri-conosciamo. Nonostante i mille azzardi del caso, gli infiniti giochi del destino, malgrado il fluire che tutto trascina e il nostro stesso inesorabile divenire… quel che meraviglia è che qualcosa di noi perduri “immobile” nel mutare. Se tutto passa, irreparabile – come quei dodici rintocchi che attendiamo – il mistero non consiste nel passare e nello scomparire, ma nel rimanere e nel non finire.

Fine d’anno

Né la minuzia simbolica

di sostituire un tre con un due

né quella metafora inutile

che convoca un attimo che muore e un altro che sorge

né il compimento di un processo astronomico

sconcertano e scavano

l’altopiano di questa notte

e ci obbligano ad attendere

i dodici e irreparabili rintocchi.

La causa vera

è il sospetto generale e confuso

dell’enigma del Tempo;

è lo stupore davanti al miracolo

che malgrado gli infiniti azzardi,

che malgrado siamo

le gocce del fiume di Eraclito,

perduri qualcosa in noi:

immobile.

* Tutto passa, giorni, mesi, anni, il Tempo inarrestabile e si porta via tante cose e un po’ di noi eppure come scrive Borges, rimane sempre qualcosa in noi di immutabile. Certe emozioni, certi sentimenti che restano lì radicati, forti, immobili, anno per anno.

“Alcune memorie di Papa Benedetto XVI” di Curzi James

“Alcune memorie di Papa Benedetto XVI” di Curzi James

Ciao Benedetto XVI, ultimo baluardo contro il capitalismo selvaggio, “anarchico”, e la dittatura del progresso.
Io non mi sento cristiano, ma non posso neanche definirmi ateo, anche se dai teologi del cristianesimo vengo considerato tale. Sono quindi molto distante da Ratzinger, nonostante ciò mi trovo più vicino alle sue posizioni che a quelle di Papa Francesco. Il “Papa buono”…si, buono a dar l’assenso spirituale alle politiche neoliberiste e al relativismo morale dalle quali originano.
Non è facile per i più distinguere la linea sottile che demarca l’apertura, il rispetto, la tolleranza verso il prossimo e il suo sistema personale di valori, dall’anarchia morale. Anarchia dalla quale origina la retorica del più forte, e a cui è immanente una nuova morale altrettanto dogmatica di quella dalla quale “afferma” di emancipare.
Ratzinger, a modo suo, quantomeno ha tentato di arginarne il fenomeno.
Ovviamente anche Bergoglio parla di amore, moralità, pace, integrazione, ecc.ecc., ma il tutto è contestualizzato in un milieu quasi integralmente astrattizzato, tale da risultare utopico e paradossalmente vicino all’élite finanziaria. E in quanto utopico, irrealizzabile, o peggio ancora, dannoso se venisse provato realmente ad essere applicato. Un po’ come quasi tutte le idee basate su principi giusti, che in seguito all’isolamento dal loro reale campo di azione, e al dilatamento senza alcun tipo di confine, conducono all’estremo opposto.

Lascio la “parola” ad alcune dichiarazioni rilasciate da Benedetto XVI negli anni, parole che ritengo esemplificative delle differenze sostanziali – e al contrario mostrano l’affinità con quelle di Giovanni Paolo II – rispetto a quelle espresse da Papa Francesco:

<<…dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie>>.

[Fonte Wikipedia]

<< Sia la fede che la speranza, nell’epoca moderna hanno subito come uno spostamento perchè sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico. Conosciamo tutti che questo progresso è ambiguo: apre possibilità di bene, insieme a prospettive negative. Gli sviluppi tecnici ed il miglioramento delle strutture sociali sono importanti e certamente necessari, ma non bastano a garantire il benessere morale della società».
«L’uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito».
<<Tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da una originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero; in questo nostro mondo che è alienato, quando ci si affida a progetti solo umani, solo Cristo può essere la nostra certa speranza>>.

[Fonte: quotidiano La Stampa.it – 27 settembre 2009]

<<Certo, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana. Il diritto della persona ad emigrare – come ricorda la Costituzione conciliare Gaudium et spes al n. 65 – è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti>>.
<<Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra>>.
<<Diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione>>.
<<A tale proposito, non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini>>.
<< Tali misfatti vanno decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici>>.

Egli auspicava:

<<Interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza>>.

[Fonte delle dichiarazioni: Il Giornale.it – 22 agosto 2017]

▪︎ Curzi James

La bellezza, la filosofia e il Möbius strip

La bellezza, la filosofia e il Möbius strip

Iris e Periplo Blog

Il nuovo libro di Giacinto Plescia

Di fronte alle manifestazioni della forza della natura e delle umane tragedie sorge il senso della paura e dell’angoscia ma anche della bellezza e del sublime.
La bellezza presuppone forma, misura, proporzione, simmetria, il sublime richiama grandezze incommensurabili che generano sgomento e terrore.
La bellezza e il sublime sono due poli in un continuo: un polo è la bellezza associata a un principio di organizzazione, l’altro rappresenta una disorganizzazione, una distopia e scaturisce dalla scoperta dell’abisso costitutivo dell’esistenza.
È la differenza tra due spazi topologici che s’incontrano come in un nastro di Möbius: un fiore, un poema, un dipinto, o un brano musicale, che possieda bellezza del primo genere può essere vista anche come bellezza del secondo genere.
Si ha la compresenza di due sensibilità in una: la physis, bistabile, si biforca e abita lo spazio möbiusiano: un meta-paradigma aldilà della metafisica-ermeneutica-epistemica.

Giacinto Plescia si laurea in Architettura al Politecnico di Torino, consegue n.2 Attestati di perfezionamento in “Scienza e Filosofia, Temi di Epistemologia Generale ed Applicata” e n.1 in “Estetica ed Ermeneutica delle Forme Simboliche” all’Università di Firenze.                 

Partecipa a Concorsi universitari di Docenza, Convegni internazionali e nazionali di Fisica, Modelli Matematici e Urbanistica.
All’attivo ha molte pubblicazioni di Filosofia, Urbanistica, Modelli Matematici e Topologia. Ha presentato dei brevetti sul Fullerene ad Università ed agenzie.

Il libro La bellezza, la filosofia e il Mobius strip è stato pubblicato su Youcanprint, per la categoria Scienze Accademiche.
È disponibile in versione digitale e cartacea con copertina flessibile, 118 pagine.

Link dell’autore:

Sito web: https://www.giacintoplescia.it/
Blog: https://giacintoplescia.blogspot.com/
Blog di Scienze e Humanities: https://frame-frames.blogspot.com/

Link per l’acquisto:

Amazon: https://amzn.to/3TDC5po
Youcanprint:https://www.youcanprint.it/la-bellezza-la-filosofia-e-il-mobius-strip/b/3fd98d02-7ec2-5fc6-9a93-26f67b9cdcb6
https://iriseperiplo.art.blog/2022/10/25/la-bellezza-la-filosofia-e-il-mobius-strip/

L’IPOCRISIA è morta, viva l’IPOCRISIA

Author: rorideluca

AVVERTIMENTO: questo è un articolo cialtrone (si mettano in pace gli esperti veri e gli offesi potenziali).

“l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù” (La Rochefoucauld)

Nelle settimane passate, ci siamo trovati impreparati di fronte a un fulmine a ciel sereno, o almeno così in tanti lo hanno definito, e così abbiamo confermato, casomai ce ne fosse ancora bisogno, di essere un paese di ipocriti. Una nazione intera, profondamente e radicalmente ipocrita.

Sebbene la parola sia di uso comune, la definizione di ipocrisia non è poi così scontata e contiene un forte connotato etico, negativo.

Lo traggo dalla descrizione autorevole del Dizionario Treccani: “[…dal gr. ὑποκρισίη, forma rara per ὑπόκρισις «simulazione», der. di ὑποκρίνω «separare, distinguere», e nel medio ὑποκρίνομαι«sostenere una parte, recitare, fingere»]. – Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole…

Che ipocrisia e inganno facciano rima è dunque certo e così questa nostra Italia si fonda da tempo proprio sull’inganno.

Era un inganno la parvenza di “normalità” che si viveva fino al 27 ottobre nel mondo del calcio nel quale il “caso Juventus” ha mostrato a tutti ciò che tutti già sapevano e ha – dunque – ha svelato il segreto meno segreto che ci fosse.

È utile, allora, chiedersi se e quali altri inganni si nascondono sotto l’apparente normalità di un paese ipocrita, quantomeno per scongiurare altre e disastrose “cadute dal pero” che potrebbero toccarci presto; non appena ciò che tutti sappiamo (o quantomeno potremmo sapere se solo alzassimo lo sguardo dal cellulare) accadrà inesorabilmente, prendendoci ancora una volta alla sprovvista.

In questi giorni ci sono stati esempi limpidi di ipocrisia e di inganno.

Li racconto, naturalmente, dal mio personale punto di vista ed in ordine rigorosamente cronologico, giacchè avrei difficoltà insuperabili a trovare per loro un ordine di importanza, o meglio di gravità.

Il Governo nuovo di zecca di Giorgia Meloni si dibatteva nel difficilissimo compito di varare una manovra che affrontasse (o almeno fingesse di farlo) i nodi di carattere economico, per evitare i quali il magico nonno-banchiere aveva poco prima mollato il colpo, e riusciva a stento a partorire un documento che assicura copertura al fabbisogno più urgente solo fino alla fine di marzo 2023.

Quasi conseguentemente, il Presidente Mattarella puntava il dito con fare solenne sul peccato originale a suo dire trascurato dalle cure della Presidente(essa), l’evasione fiscale, e sugli effetti che questa distrazione imperdonabile avrebbe sull’incombente giudizio europeo e sul salvifico strumento – unico e solo disponibile per l’ipocrita nazione italica – del PNRR.

Contemporaneamente alla rigorosa censura presidenziale sul malcostume degli italiani da trivio, popolino di evasori impenitenti, responsabili per questo del disastro economico in arrivo (pardòn, in atto) e degli strali attesi da Bruxelles, lo stesso pulpito giornalistico dalle pagine rosa celebrava il miracolo nazionale del Gruppo Ferrero.

Il fiore all’occhiello della produttività italica targata Nutella conquista ancora un piazzamento eccellente nell’industria planetaria, acquisendo il marchio dei gelati “a conduzione familiare” più importante che ci sia, WELLS.

Non vedete tracce di ipocrisia in questo?, naturalmente no, finchè tra le colonne dello stesso giornale economico non abbiamo letto un diligente reportage di appena qualche giorno prima, proprio sulla struttura societaria del Gruppo Ferrero, intento a ridisegnare gli equilibri partecipativi attraverso le “holding” di famiglia.

Tutte rigorosamente collocate e distribuite tra Lussemburgo e Isole Vergini Britanniche (vi dicono niente i paradisi fiscali?).

Il Sole24 nazionale scrive con passione e ammirazione di come lo schema delle partecipazioni si perda gradualmente nella nebbia delle regole di non-trasparenza che quei paesi assicurano, e tratta l’argomento come si conviene a un giornale economico, tecnico e competente, ovvero senza alcuna considerazione morale o quantomeno civica sui due pesi e sulle due misure della circostanza di cronaca. Che coincidenza.

Mentre sulle pagine rosa Mattarella tuona contro barbieri, estetiste, geometri e avvocati, ristoratori et similia che risparmiano su scontrini e fatture, quelle stesse pagine ci raccontano di quanto sono bravi i grandi gruppi e le grandi famiglie italiane a mettere radici dove le tasse sono un’opinione. Con un altro interessante report, questa volta di taglio storico, dedicato all’inchiesta contenuta nel libro-fantasma di Mark Raymond Hürner, “Gli Usurpatori – La storia scandalosa della successione di Giovanni Agnelli” ci parla dell’epopea giudiziale della famiglia Agnelli e dei miliardi di euro che potrebbero essere stati distribuiti all’Avvocato grazie alle società che controllavano le attività della famiglia e anche delle «società con sedi nei paradisi fiscali che non erano menzionate nella lista ufficiale delle partecipazioni o perché erano “fuori perimetro”, cioè non erano ufficialmente legate al gruppo Agnelli, oppure perché la lista delle partecipazioni non era esauriente». 

“Hürner ne ha contate 94, di cui 33 in Svizzera, 32 nei Paesi Bassi, 16 in Lussemburgo e poi alle Cayman, Bahamas, Bermuda Panama, Guernsey, Liechtenstein, Isole Vergini Britanniche, Montecarlo.”

Tanto per tornare all’ipocrisia, mi sovviene che oggi il gruppo in questione si divide tra Gran Bretagna e Olanda per le sue sedi legali e fiscali.

Provo a contare quanti ingegneri, medici e baristi truffaldini occorrano per far sparire dai radar del fisco italiano somme come quelle e mi addormento inesorabilmente.

Quando l’ipocrisia raggiunge questi livelli così alti, ha pure un taumaturgico effetto rilassante e dormire nel bel mezzo della tempesta può essere una buona strategia per superarla, o no ?

L’altro nome dell’ipocrisia è inganno e allora perché qualcuno dovrebbe dare l’allarme e prepararci al peggio, piuttosto che confidare nella nostra assuefazione e nel magico incantesimo del sonno salvifico?

Socchiudendo appena gli occhi, però, l’ipocrita travestimento della realtà si smonta inesorabilmente e da quella mistificazione emergono inquietanti segni di verità. Un po’ com’è stato per il calcio, molti sanno e fingono di non sapere.

Per esempio, che la cura delle Banche Centrali per l’inflazione è la stessa in USA come in EU, e consiste nell’apatico e scontato aumento dei tassi.

Così facendo, però, la Banca Centrale Europea si dimostra essa stessa regina dell’ipocrisia, che diventa un faro comunitario e trascende i confini nazionali.

Se la BCE uniforma la misura del più recente aumento (50 punti) a quello di qualche giorno prima della FED, tutti sanno (gli economisti veri, of course, mica noi comuni peccatori) che esiste una differenza strutturale tra i due fenomeni inflattivi, statunitense ed europeo e di conseguenza tra gli effetti dell’aumento sul primo e sul secondo sistema economico.

Provo ad essere semplice. 

Per le cause, l’inflazione USA deriva da un incremento dei consumi, quella UE dall’aumento del costo di energia e materie prime.

Per gli effetti, gli USA possono neutralizzare gli effetti dell’incremento dei tassi e finanziare il debito stampando dollari, come stanno facendo in modo massiccio, riversandoli direttamente nelle tasche degli americani; i paesi UE, no e anzi dovranno pagare tassi sempre più alti sul nuovo debito.

Ci sono altre due cose che il racconto ipocrita non può permettersi di rivelare ai paesi della grande Europa unita e – men che meno – agli italiani addormentati: il primo è che  mille (1.000) miliardi del debito pubblico italiano sono nel portafoglio della BCE e delle Banche Italiane che lo hanno acquistato con i soldi dell’UE e che da oggi inizia la vendita sul mercato. Per adesso al ritmo di 15 miliardi al mese, ma chissà…

Inutile dire che se i titoli dovessero essere dismessi in modo massiccio ne deriverebbe una corrispondente perdita di valore del paese intero sui mercati e che nessuno acquisterebbe (peraltro a tassi record) più altro debito italiano.

La seconda è che la parola che gli ipocriti sussurrano da tempo a voce bassa nei corridoi che contano si chiama “austerity”.

Ricordate cosa è accaduto alla Grecia quando quella parola è stata pronunciata negli uffici di Mario Draghi & C.?

Intanto, tra sussurri e grida soffocate, il Centro studi di Unimpresa ci dice che, dopo quasi tre anni di crescita costante, il risparmio degli italiani inverte la tendenza e in tre mesi le somme sui conti correnti hanno segnato una riduzione di oltre 50 miliardi di euro.

Il prossimo fulmine è stato già annunciato, ma io racconto storie di cui non conosco la fine, non traggo conclusioni e non posso indicare soluzioni perché sto fra quelli che non contano nulla e questo è un articolo cialtrone.

Conosco, però, un’antica e bellissima storia che dice così: “due sole cose non possono essere tenute nascoste a lungo, il sole e la verità”.

L’ipocrisia è morta e così “viva l’ipocrisia”.

Racconti: La nuvola e la rosa

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Nuvoletta capricciosa per il cielo veleggiava, quando udì una bella rosa che dal basso la chiamava “Oh mia cara nuvoletta deh! ti fermi un momentino, son riarsa, ho tanta sete, dammi d’acqua un gocciolino” Ma la nube spensierata aveva fretta e via passò. Guardò sol la bella rosa e rispose “tornerò” Poi col vento pazzerello a giocare incominciò e per tutta la giornata della rosa si scordò. Solamente verso sera, quando stanca si fermò, al bel fior che aveva sete nuvoletta ripensò “Or gli mando un po’ di pioggia” disse “lo ristorerò” Troppo tardi ohimè! la pioggia, ormai morto il fior trovò

(filastrocca recitata da mia mamma quando ero bambina) la foto è di famiglia: la mia mamma

Uno straordinario Corrado Tedeschi è L’uomo che amava le donne

Fortemente voluto a metà Ottocento da Gaetano Grimaldi Arezzo marchese di Terresena, lo splendido Teatro Garibaldi alza il sipario sulla 9ª edizione di Voci di Sicilia, rassegna organizzata da Eventi Olimpo con la direzione artistica di Peppe Truscia e il patrocinio dell’amministrazione comunale di Enna. Si parte lunedì 19 dicembre con “L’uomo che amava le donne”, una produzione Good Mood di Roma con uno straordinario Corrado Tedeschi.

L’amore è l’elemento salvifico che ci permette di accettare la vita e la morte, in quanto pulsione irrinunciabile sospesa tra eros e thanatos. L’amore secondo Truffaut, regista, sceneggiatore nonché grande protagonista della nouvelle vague francese. Uno dei soggetti unificanti della sua intera filmografia è proprio questo folle sentimento, sviscerato e approfondito su diversi livelli. Spesso mescolando il piano narrativo con quello autobiografico, così come accade nel film L’homme qui aimait les femmes (L’uomo che amava le donne).

In un atto unico, Corrado Tedeschi fa rivivere con passione e ironia alcuni passaggi del capolavoro di Truffaut. Il protagonista Bertrande Morane, un ingegnere esperto di meccanica, dedica la sua vita all’amore infinito che prova verso le donne. Un modo per riscattare l’affetto che sua madre non era mai stata capace di offrirgli. Tedeschi in scena, come Bertrande nel film di Truffaut, scopre che la donna ama in un modo molto più universale rispetto all’uomo. Di conseguenza, non è difficile innamorarsi di una donna, è difficile amarla.

Entrambi, dunque, non appartengono alla categoria dei Don Giovanni né a quella dei Casanova. Non respirano il piacere della conquista fine a sé stessa o la seduzione finalizzata al solo raggiungimento del piacere carnale. In loro si respira il desiderio di amare l’amore in ogni sua forma, con la leggerezza e l’ingenuità di un bambino. Lo spettacolo, divertente e romantico, è arricchito da celebri scene cinematografiche di Truffaut e di Lelouch. Presenta inoltre spunti narrativi e trovate sceniche che sorprendono continuamente lo spettatore. Grazie alla straordinaria versatilità di Corrado Tedeschi, un attore dal multiforme ingegno capace di passare con lievità e grazia dai registri comici, a quelli drammatici.

Il racconto scorre come un sogno ad occhi aperti, in cui il vero protagonista si rivela essere l’universo femminile, in tutte le sue indecifrabili sfumature. Una lucida testimonianza sulla differenza che si prova fra l’amore e l’amare l’idea dell’amore. Una rappresentazione, in cui ogni essere umano sperimenta e trova il proprio modo di essere e di esprimersi, senza giudizio e senza alcuna certezza. Ma con una sola verità: “Senza amore non si è niente!”, come afferma lo stesso Truffault.

L’appuntamento con Corrado Tedeschi e “L’uomo che amava le donne” è al Teatro Garibaldi di Enna, lunedì 19 dicembre, all’interno della rassegna Voci di Sicilia. È già aperta la campagna abbonamenti. Tariffe ridotte per clubs service, Cral, over 70 ed universitari. Platea e palchi centrali: abbonamento € 95 (ridotto € 85); palchi laterali: abbonamento € 85 (ridotto € 75); galleria: abbonamento € 70 (ridotto € 60). Platea e palchi centrali: biglietto € 17 (ridotto € 15); palchi laterali: biglietto € 15 (ridotto € 13); galleria: biglietto € 13 (ridotto € 11). Inizio spettacoli ore 20.30, organizzazione a cura di Eventi Olimpo con la direzione artistica di Peppe Truscia.

Per maggiori informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 335 457082 o inviare un’email a info@eventiolimpo.it. Biglietti disponibili anche sul circuito online Liveticket (https://www.liveticket.it/) e presso i punti vendita ad esso collegati.

Al Bellini di Catania l’inconfondibile jazz di Fabrizio Bosso

Dotato di una tecnica strumentale ineccepibile e di un lirismo capace di far risuonare le corde più profonde dell’anima, Fabrizio Bosso incontra Battisti. L’inconfondibile jazz di uno dei trombettisti italiani più famosi nel mondo si fonde sul palco con le anime di altri cinque strepitosi performer. Ne viene fuori l’inedita ed eccezionale reinterpretazione dell’universo poetico del più intimo e personale dei cantautori.

In scena venerdì 23 dicembre alle ore 20.30, al Teatro Massimo Bellini di Catania, “Pensieri e parole – Omaggio a Lucio Battisti”. Uno spettacolo di indiscusso pregio culturale organizzato da Eventi Olimpo.

Dopo oltre dieci anni di sodalizio artistico, ritroviamo la tromba di Fabrizio Bosso e il sax di Javier Girotto che ha curato gli arrangiamenti. E ancora il contrabbasso di Furio Di Castri, il pianoforte di Rita Marcotulli, la batteria di Mattia Barbieri. Costeggiati dalla voce da crooner filosofico di Peppe Servillo, ci offrono una serata di passione per quella musica italiana che ha fatto la storia. Una storia che attraversa venti canzoni e trova espressione in ritmi suadenti e sapori latini, in racconti delicati ed emozioni palpitanti.

Non è stato semplice per i nostri sei compagni di viaggio raggiungere un simile risultato. Quello di Battisti è infatti un repertorio del tutto particolare, fatto di composizioni originali molto diverse fra loro. Il rischio che non si voleva correre era di creare un concerto di “cover”.

Invece, “Pensieri e parole” si caratterizza come un omaggio a Battisti compiuto attraverso scelte singolari, suggestioni inattese, variazioni di cui lui è il solo ispiratore. Un territorio magico dove Il mio canto libero, E penso a te e tanti altri suoi indimenticabili successi continuano a sfiorare l’anima del pubblico. Senza frattura alcuna fra la canzone e il jazz, fra la vena creativa ispiratissima di Lucio Battisti e il flusso vivo e acceso dell’improvvisazione.

Uno straordinario incontro sul palcoscenico, che si traduce senz’ombra di dubbio in una serata di grande teatro. Perché i testi e l’avvolgente musica di Battisti ci raccontano profondamente e ci emozionano ancora. E perché raramente si ha la fortuna di assistere all’interpretazione di un gruppo di artisti così appassionati e di qualità. Interpretazione che diventa per la platea la lente attraverso cui scoprire ulteriori, inattesi, suggestivi aspetti di questo amato cantautore e sottile interprete del nostro tempo.

Il 23 dicembre al Teatro Massimo Bellini di Catania risuona vivido il jazz di “Pensieri e parole – Omaggio a Lucio Battisti”. Organizzazione a cura di Eventi Olimpo, inizio ore 20.30. I biglietti sono disponibili online sul circuito BoxOffice Sicilia (al seguente link: https://bit.ly/3D6vbm0) e presso i punti vendita ad esso collegati.

Per info e prenotazioni

Eventi Olimpo

https://eventiolimpo.it/ / info@eventiolimpo.it

Grande cinema d’azione a Fidenza con la partecipazione di un attore valenzano

Il grande cinema d’azione è di scena a Fidenza con la straordinaria partecipazione dell’attore valenzano Lorenzo Alfieri .

Nella città emiliana il 26 e 27 novembre scorsi si sono svolte le riprese del film “The camorra dominates”.

Il regista è Michele Cuccinello, noto per le opere letterarie sociali e il produttore esecutivo l’imprenditore Giuseppe Alfieri a cui vanno i nostri complimenti per la pazienza e la professionalità. Il produttore crede fermamente in questo progetto e infatti annuncia che a breve le riprese si sposteranno in altri centri italiani tra cui Milano, Alessandria e Valenza.

Il cast è ricco di nomi importanti: Alberto Petrolini, Andrea Fenu Maurizio Nicchi, al suo primo esordio, Pietro Fornaciari e Andrea Bagarella, non da meno gli esponenti di moda e televisione che hanno aderito al progetto: Marisol Fiorentino, Roberto Libero, Stefania Galiero e molti altri.

Aspettiamo con trepidante curiosità il seguito della storia.

Poeti: Natali passati, il dolore di Ungaretti, a cura di Imma Paradiso

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Natali passati, il dolore di Ungaretti

La poesia compare per la prima volta nel 1918 dell’Antologia della Diana e nel 1919 viene inserita nella raccolta Allegria di naufragi. «Napoli il 26 dicembre 1916», Ungaretti si trovava in licenza nella casa napoletana dell’amico Marone. È proprio qui che il poeta ritrova serenità, pace e riposo, ma anche un momento di pausa dalla dolorosa esperienza della guerra. Finalmente può sentire il calore del focolare e vivere la casa come un rifugio per i suoi pensieri e la sua stanchezza. Proprio per questo il poeta preferisce rimanere isolato e perfino ignorato: alle strade piene di gente preferisce il «caldo buono» della casa. Nella celebre lirica, infatti, il poeta più che celebrare la festività del Natale si sofferma sui sentimenti di stanchezza e sollievo da lui provati nei giorni di congedo dal fronte italo-austriaco.

Quel 26 dicembre Ungaretti si lasciava alle spalle i giorni drammatici vissuti a San Martino del Carso dove aveva assistito alla morte di molti commilitoni e alla distruzione di interi villaggi. La sua visione del Natale è dunque estremamente soggettiva e interiore. Già nel primo verso c’è una forte antitesi tra il Natale (momento gioioso, sereno e spensierato per antonomasia) e la stanchezza provata dal poeta.

Ungaretti non vuole uscire nella folla cittadina, perché l’assembramento gli ricorda la confusione delle trincee belliche. Ungaretti è stanco nel fisico e segnato nell’anima, Il rimando a “una cosa posata e dimenticata” ricorda il corpo dei compagni massacrati e caduti nello scontro. Il poeta chiede dunque di rimanere in casa: c’è infatti questa esigenza di sottolineare il “qui” in contrapposizione a un non detto, ma implicito là, delle trincee dove infuria la battaglia italo-austriaca, di poter stare accanto al “caldo buono del focolare” che ha una funzione ristoratrice in contrapposizione con il gelo terribile e feroce patito in battaglia che gli si è insinuato nelle ossa.

“Natale” di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

*Una lirica così intensa e cruda nello stile scarno ed essenziale di Ungaretti. Quasi la senti la pesantezza amara dei suoi pensieri, la resa di quell’invocazione di lasciarlo lì come una cosa posata in un angolo, dimenticata, come le vittime silenziose di ogni guerra che spesso non fanno più nemmeno notizia e lui che ne è uscito vivo non sa che significato dare ad un natale chiassoso, di spese, di luci, lui che aveva negli occhi la morte.

Arte e Cultura. Why we love Italy: Pisa una delle più belle città d’arte in Italia

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Why we love Italy

Quando si parla di Pisa si fa inevitabilmente riferimento alla sua torre; ma questo imponente campanile pendente è solo uno dei tanti monumenti offre la bella città toscana. La bellissima Piazza del Duomo raccoglie, in un complesso architettonico unico al mondo, non a caso definita “Piazza dei Miracoli”, i principali monumenti religiosi della città: la Torre, il Duomo, il Battistero ed il Camposanto. Pisa, però, non si esaurisce in questa Piazza: basterà spostarsi di poco per scoprire le meraviglie artistiche che la rendono una delle più belle città d’arte in Italia.

Edifici, monumenti e musei contribuiscono a mantener vivo il ricordo di un passato in cui Pisa è stata Repubblica Marinara e, per molto tempo, padrona indiscussa del Mediterraneo. Inoltre, mantenendo ben saldo ancora il titolo di Regina degli Studi, conferitole dai fiorentini, Pisa è una città estremamente giovane, dinamica ed animata. 🇮🇹❤👏👋

When we talk about Pisa we inevitably refer to its tower; but this imposing leaning bell tower is just one of the many monuments that the beautiful Tuscan city offers. The beautiful Piazza del Duomo brings together, in an architectural complex unique in the world, not surprisingly called “Piazza dei Miracoli”, the main religious monuments of the city: the Tower, the Cathedral, the Baptistery and the Camposanto. Pisa, however, does not end in this square: just move a little to discover the artistic wonders that make it one of the most beautiful art cities in Italy.

Palaces, monuments and museums help to keep alive the memory of a past in which Pisa was the Maritime Republic and, for a long time, the undisputed master of the Mediterranean. Furthermore, still retaining the title of Queen of Studies, conferred on it by the Florentines, Pisa is an extremely young, dynamic and lively city. 🇮🇹❤👏👋

Grazie: Complimenti a📷@instagram.com/danieleragazzini💚🤍

L’ALESSANDRIA VOLLEY BRINDA IN “COPPA” E VOLA IN FINALE

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Coppa Piemonte FIPAV Serie C femminile

L’ALESSANDRIA VOLLEY BRINDA IN “COPPA” E VOLA IN FINALE

Al Palacima di Alessandria giovedì 8 dicembre si è giocato, per la seconda fase della COPPA PIEMONTE FIPAV, il concentramento a 3 squadre che ha designato una delle quattro finaliste. Al termine di tre incontri ben giocati dalle contendenti a staccare il pass per le finali è stata l’Alessandria volley. Quattro i concentramenti disputati e altrettante finaliste.  Oltre alle ragazze del Presidente Andrea La Rosa si contenderanno la coppa i team del Chieri, del Lilliput di Settimo T.se e del Real Venaria. Il concentramento disputatosi al Palacima nel primo incontro  l’Alessandria volley ha affrontato il Torino Play gara che ha visto le alessandrine trionfare con un netto 3 a 0 con i parziali di 25/15 25/18 25/17, nel secondo incontro è uscito vittorioso il Torino Volley per 2 a 1 contro Torino Play 21/25 25/14 25/20 i parziali e per finire abbiamo ammirato l’Alessandria volley piegare per 2 a 1 il Torino Volley per 2 a 1 con i punteggi di 14/25 25/13 25/21. 

Il primo incontro giocato da Soriani e compagne contro Torino Play è stato praticamente un monologo come dimostra la differenza punti dei 3 set 75 a 50. Prima frazione con un inizio che si potrebbe definire di studio dell’avversario con cambi palla e contrattacchi da entrambe le parti ma ad un terzo del set cambio di scenario con le alessandrine sugli scudi che con la conquista di 7 punti consecutivi creano un solco non più rimontabile per le torinesi e pertanto chiusura set con il punteggio di 25 a 15. Nel secondo set nuovo avvio con alternanza di punti e nuovamente ad un terzo del cammino le ragazze di coach Marco Jus Ruscigni preso in mano il gioco colpo su colpo conquistano la seconda frazione con un eloquente 25 a 18. Nel terzo set le alessandrine salgono subito in cattedra per chiudere definitivamente la pratica e con un buon gioco, limitando al limite gli errori conquistano anche il terzo set per 25 a 17 e i 3 punti nella classifica del concentramento. 

Il terzo incontro parte con una classifica che recita Alessandria Volley 3 e dopo la vittoria per 2 a 1 nel secondo incontro Torino volley 2. Quindi uno spareggio a tutti gli effetti per staccare il pass alle final four di coppa. Il primo set si può commentare con un lapidario “alessandrine non pervenute”. Frazione affrontata con la mancata concentrazione e attenzione, frazione costellata da errori che hanno impedito di costruire gioco, frazione praticamente in balia delle avversarie che trionfano con un secco 14 a 25. Ma Marku e compagne ci hanno abituato, come l’araba fenice, a risorgere dalle ceneri e con una prestazione di set maiuscola, alzando l’asticella del gioco a livelli loro più consoni e riducendo al minimo gli errori hanno chiuso la frazione sul 25 a 13 dimostrando di esserci e di volere a tutti i costi la qualificazione e mettendo con la prestazione messa in campo timore all’avversaria. Terza frazione giocata fino al 18 a 18 in perfetta parità nel punteggio, nel gioco e nella possibilità di primeggiare ma ecco che Ferrari e socie salgono in cattedra, entusiasmando il pubblico che ha gremito il Palacima, prendono in mano il gioco e con determinazione e caparbietà lasciano ancora solo 3 punti alle torinesi e chiudono il set per 25 a 21 e con i 2 punti conquistati si regalano l’accesso alle final four. Ricordiamo che su 28 squadre partecipanti al campionato di Serie C femminile l’essere tra le quattro finaliste è già un ottimo risultato che rende merito all’ottimo lavoro dell’intero team a partire da coach Marco Jus Ruscigni, dal suo vice e preparatore atletico Giorgio Oberti, dallo staff composto dai Team Manager Marco Bernardelli e Simone Ponzano, dal medico sociale Dott. Francesco Mele e dal Massofioseterapista Antonio Aita. Non dimentichiamo però le attrici protagoniste che sono la capitana Romina Marku, Arianna Bernagozzi, Valentina Soriani, Martina Fracchia, Alessia Falocco, Giulia Ponzano, Silvia Rinaldi, Arianna Ferrari, Chiara Cazzulo, Matilde Furegato, Francesca Oberti, Alice Giacomin e Elisa Marku. Grande soddisfazione nel clan alessandrino a partire dal Presidente Andrea La Rosa, dal Direttore Tecnico Massimo Lotta, dal vice Presidente Claudio Capra e di tutto lo staff dirigenziale. 

Ora un venerdì di allenamento e defaticamento in vista della decima giornata di campionato che si disputerà sabato 10 dicembre alle ore 17,00 in quel di San Maurizio D’opaglio avversario di turno il Sammaborgo team quinto in classifica nel campionato di serie C femminile. 

NATALE a TEATRO: crea la tua fiaba natalizia

MOVIMENTe Centro Multifunzionale si trova presso MOVIMENTe Centro Multifunzionale.

6 dicembre alle ore 15:04  · Alessandria, Piemonte  · 

#Natale a #teatro: crea la tua fiaba natalizia

Continua la programmazione di Natale di MOVIMENTe Centro Multifunzionale! Questa domenica 11 dicembre vi invitiamo ad un evento speciale tenuto dalla bravissima Monica di @quizzyteatro .

All’insegna del #teatro di #improvvisazione, i bambini saranno coinvolti nella creazione di una #fiabanatalizia a partire dalla combinazione di diverse carte sulle quali i bimbi troveranno raffigurati i principali personaggi del Natale. #BabboNatale, la fata delle nevi, Il soldatino di stagno e gli altri personaggi verranno interpretati dai bambini per creare tante storie con trame diverse.

Il prezzo dell’incontro è 12€. L’evento è soggetto a prenotazione. Se volete partecipare non esitate a contattarci.

#natale2022#natalealessandria#alessandriacity#alessandriabimbi#alessandriabambini#eventialessandria#alessandriaeventi#teatrobambini#bambiniteatro#bambininatale#teatroperbambini

Chi disse “Un bel tacer non fu mai scritto” e come si può interpretare?

Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager

Chi disse “Un bel tacer non fu mai scritto” e come si può interpretare?

“Un bel tacer non fu mai scritto” è’ un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”.

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Questo proverbiale modo di dire è da molti attribuito a Dante Alighieri, ma è più probabile che si tratti di una leggera variazione di un verso di Iacopo Badoer, un librettista e poeta italiano vissuto nel XVII secolo.

L’espressione può essere utilizzata sia per criticare, in modo non poi così velatamente ironico, colui che ha detto qualcosa che riteniamo inopportuno o poco intelligente, sia per invitare qualcuno a riflettere prima di parlare e dire qualcosa che potrebbe rivelarsi sbagliata o comunque fuori luogo.

«Juncker? Un bel tacer non fu mai scritto. Pensi al suo paradiso fiscale Lussemburgo e la smetta di insultare gli Italiani e il loro legittimo governo». Lo dice il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini replicando alle dichiarazioni del presidente della Commissione europea. – ANSA, 12 ottobre 2018).

da: https://www.albanesi.it

foto: http://www.today.it/

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Associazione NoviMusica e Cultura: Galà d’Inverno 2022

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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L’Associazione NoviMusica e Cultura si è costituita a Dicembre 2019, a Novi Ligure, con lo scopo di promuovere, diffondere, realizzare o contribuire alla realizzazione di iniziative culturali, artistiche, sportive e ricreative al fine di sviluppare la conoscenza in ogni campo della cultura. In particolare intende:

– sviluppare e diffondere la cultura musicale e gli artisti valorizzandone l’opera, l’immagine e l’ingegno

–  favorire e organizzare manifestazioni musicali, culturali, rassegne, festival

– valorizzare attraverso le proprie iniziative la ricchezza artistica del territorio in particolare piemontese

Direttore artistico dell’Associazione è il Maestro Maurizio Billi, compositore e Direttore d’Orchestra di livello internazionale, Direttore  stabile della Banda Musicale della Polizia di Stato e Direttore Ospite di prestigiose orchestre fra cui  l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, l’Orchestra Giuseppe Verdi di Milano, i Berliner Symphoniker. Il Maestro Billi è stato Direttore Artistico del Festival Marenco per tutta la sua durata, dal 2002 al 2019 e ne ha diretto i concerti più prestigiosi.

Il Galà d’Inverno 2022, dopo l’edizione “senza pubblico ed esclusivamente in Streaming “ del 2020 e l’edizione di grande successo del 2021 presso la Chiesa di San Nicolò, dove ha registrato, nonostante alcune restrizioni causate dal Covid, il tutto esaurito, si presenta alla sua ormai terza edizione, presso il Teatro Paolo Giacometti di Novi Ligure, recentemente ristrutturato. 

Il Gala d’inverno 2022,  prevede la partecipazione dell’Ensemble   I Cameristi cromatici, (professori dell’Orchestra Nazionale della RAI) in formazione di 24 elementi), diretti dal Maestro Maurizio Billi, con la partecipazione di solisti di prestigio: Carlo  Romano, Oboe solista (ha lavorato per quarant’anni al fianco di Ennio Morricone, che ha composto per lui Gabriel’s Oboe – The Mission),  Federica Balucani  – soprano  e Aldo Caputo – tenore,  apprezzati solisti di livello internazionale,  e infine Constantin Beschieru, primo violino e violino solista,  Claudio Romano alle Percussioni (Orchestra Nazionale della Rai).

Presenta la serata Tonino Bernardelli, presentatore spesso invitato ad eventi istituzionali di grande prestigio, alla presenza del Presidente della Repubblica o del Capo della Polizia.

In  occasione del Gala  l’Associazione consegnerà il secondo Excelsior d’oro, coniato dalla  Gioielleria Megazzini di Valenza. Il gioiello, il cui destinatario sarà svelato solo  durante il concerto, sarà consegnato dai  pronipoti di Romuado Marenco,  Mario Leopoldo e Maria Rita Marenco, che hanno già confermato la loro presenza.

Il Galà d’inverno 2022 ha già ottenuto il patrocinio  del Comune di Novi Ligure, della Provincia di Alessandria, della Regione Piemonte della Camera di Commercio di Alessandria-Asti.

In data 30 novembre l’Ambasciata di Spagna ha comunicato la concessione di patrocinio Morale al Gala d’Inverno 22 e ha confermato la presenza al concerto, in rappresentanza dell’Ambasciata, della Sig,ra Sig.ra María Jesús García  Miguel, Console Onoraria di Spagna a Torino

Ha inoltre ottenuto il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte e della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria

L’evento potrà vantare   un servizio streaming grazie alla collaborazione con l’emittente radiofonica tortonese RADIO PNR, della Diocesi di Tortona. L’Associazione ha infatti aderito alla piattaforma Vincerò. Il concerto sarà trasmesso in differita  

Di seguito si allegano alcune immagini dell’edizione 21 e una sintesi dei risultati ottenuti:

Edizione 2021 Gala d’inverno

La chiesa di San Nicolò gremita , un suggestivo gioco di luci, musicisti e solisti di altissimo livello , un programma che ha spaziato da Vivaldi

A Bach, a Rota, Piazzolla e Morricone , la Direzione del Maestro Billi.

Questi gli ingredienti del secondo Gala d’inverno, organizzato dall’ Associazione NOVI MUSICA E CULTURA

Tanta buona musica , emozioni e un pubblico entusiasta

Il concerto è stata anche L occasione per consegnare L EXCELSIOR D ORO, prezioso gioiello in oro e argento creato da Megazzini gioielli di Valenza alla dott.ssa Ada Geraldini Caraccia 

La Targa è dedicata al Ballo Excelsior. Rappresenta la Luce che trionfa sulle Tenebre. I ballerini sono in argento con Elettra che sostiene la fonte della Luce ( in oro 18 kt con al centro un diamante) sull’ottagono è inciso il logo dell’associazione  Novi Musica e Cultura di Novi Ligure, città che ha dato i natali a Romualdo Marenco.

A consegnare il riconoscimento sono intervenuti i pronipoti di Marenco , Mario Leopoldo e Mariarita .L’evento è stato registrato e sarà trasmesso in  streaming grazie alla collaborazione con l’emittente radiofonica tortonese RADIO PNR, della Diocesi di Tortona.

L’Associazione ha infatti aderito alla piattaforma Vincerò.

Il concerto è stato pubblicato, evidenziando nei titoli di testa e di coda sia i patrocini  che i sostegni economici, incluso il patrocinio oneroso del Consiglio Regionale del Piemonte. Di seguito il link definitivo della pubblicazione su YOU TUBE

Link definitivo :

Per ogni precisazione o integrazione il Direttore organizzativo dell’Associazione, Dott.ssa Patrizia Orsini, è a disposizione ai seguenti numeri:

cell 392 6001256

e-mail novimusicaecultura.direzione@gmail.com

IN ALLEGATO LE BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI

INFO E PRENOTAZIONI  PRENOTAZIONI DEI POSTI DAL 9 DICEMBRE(FINO AD ESAURIMENTO DEI POSTI)  DA RICHIEDERE A:
MESS SU W APP AL 380 582 7986 EMAIL  novimusicaecultura.direzione@gmail.com
(SUCCESSIVAMENTE SARANNO COMUNICATE AL RICHIEDENTE LE MODALITA’ DI  VERSAMENTO DEL CONTRIBUTO)
CONTRIBUTO  INGRESSO € 20,00 CONTRIBUTO  INGRESSO FRIENDS € 10,00 PARTE DEL RICAVATO SARA’ DEVOLUTO AL GRUPPO DI VOLONTARIATO VINCENZIANO DI NOVI LIGURE
PRELAZIONE DEI POSTI PER I FRIENDS DELL’ASSOCIAZIONE NOVI MUSICA E CULTURA

GALA D’INVERNO 2022

(Novi Musica Festival)

BIOGRAFIE

In foto Gala 202

MAURIZIO BILLI

Direttore artistico e direttore dell’escecuzione

È nato a Roma nel 1964. Ha compiuto gli studi musicali presso il Conservatorio di Musica di Santa Cecilia di Roma diplomandosi in Composizione (sotto la guida di Teresa Procaccini), Musica corale e Direzione di coro, Strumentazione per Banda e Clarinetto. Allievo di Bruno Aprea e Nicola Samale, si è diplomato in Direzione d’Orchestra col massimo dei voti. Ha conseguito il Diploma di perfezionamento per la Composizione all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con Franco Donatoni. Laureato con lode in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi su “La produzione sinfonico-corale di Goffredo Petrassi” (relatore Franco Donatoni), pubblicata presso la Sellerio e che ha ottenuto nel 2004 il “Premio Mario Soldati per il giornalismo e la critica”, collabora con alcune riviste musicali.

 La sua attività di compositore gli ha valso numerosi premi e riconoscimenti in ambito nazionale ed internazionale fra cui , per ben due volte, l‘ambito premio “Personalità Europea“ (anno 2000 e 2010). I suoi lavori, pubblicati ed incisi per la Edipan, Sonzogno, Berben, Fonè, Quadrivium, Pentaphon, Autostop Music Edizioni, Rugginenti sono stati eseguiti con successo in Italia e all’estero, trasmessi e radiodiffusi dalla Rai (Radiotelevisione Italiana). Membro della WEMA (Wind European Music Association), ha tenuto il Corso di perfezionamento in “Composizione e Direzione per Banda” presso l’Accademia Musicale Umbra. E’sovente invitato in Giurie di numerosi concorsi nazionali ed internazionali di esecuzione e composizione musicale. Nel 2004 gli è stato conferito dall’Accademia della Musica Valençiana, il prestigioso titolo di Accademico Corrispondente. E’ stato docente di Analisi Musicale per il Corso Superiore presso il Conservatorio di Musica di Teramo, di Direzione e prassi strumentale per Orchestra di Fiati per il biennio Superiore presso i Conservatori di Musica Santa Cecilia di Roma e “Nino Rota” di Monopoli (Bari). Si è esibito nei più importanti teatri in Italia (fra cui il Carlo Felice di Genova, il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli, il Comunale di Firenze) e all’estero (Stati Uniti, Messico, Israele, Norvegia, Turchia, Malta, Germania, Austria). Ha diretto orchestre prestigiose quali l’Orche stra Sinfonica Nazionale della Rai, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, l’Orchestra Giuseppe Verdi di Milano, la Filarmonica ‘900 del Teatro Regio di Torino, la Filarmonica di Torino, i Berliner Symphoniker ed ensembles di musica contemporanea. Interessato alla musica sinfonicocorale, ha realizzato numerose produzioni con complessi artistici delle principali fondazioni lirico-sinfoniche italiane, tra cui quelle dell’Accademia di Santa Cecilia e del Teatro dell’Opera di Roma; del Teatro Comunale di Firenze, del Teatro Regio di Torino e di Parma, del Teatro Massimo di Palermo collaborando con artisti di fama internazionale come Leon Bates, Mariella Devia, Vincenzo La Scola, Stefano Bollani e altri. Impegnato in una intensa attività di promozione e diffusione della musica originale per fiati contemporanea e del Novecento è dal 1992 Direttore della Banda Musicale della Polizia di Stato, considerata tra le migliori Orchestre di Fiati a livello Internazionale, con la quale ha eseguito, in Italia e all’estero, più di cinquecento concerti. Dal 2002 al 2019 è stato Direttore Artistico del Festival Marenco e dell’omonimo Concorso Internazionale di Composizione, manifestazioni volute dall’Amministrazione Comunale di Novi Ligure per ricordare il compositore novese Romualdo Marenco, Maurizio Billi si è particolarmente distinto, in Italia e all’estero, quale musicista, compositore e direttore d’orchestra di indiscusso valore. Di particolare rilievo la Sua partecipazione ad eventi di livello internazionale quali il Ravello Festival e la Stagione Sinfonica del Teatro Carlo Felice di Genova. Dal 2020 è Direttore artistico del NOVI MUSICA  FESTIVAL con ANNESSO CONCORSO DI COMPOSIZIONE, progetto realizzato per la prima volta nel 2020 dall’Associazione Novi Musica e Cultura, in collaborazione con l’Associazione  Karkadè.

ENSEMBLE CAMERISTI ROMATICI

L’Ensemble Cameristi Cromatici, nasce nel Settembre del 2017 dall’amicizia dei due maestri Carlo Romano (Primo Oboe della RAI di Torino) e Roberto Bacchini (organista e compositore) con l’idea di affrontare un repertorio che parte dal periodo barocco fino ad arrivare ai nostri giorni senza escludere le magnifiche Colonne Sonore da films che Roberto Bacchini ha trascritto e arrangiato appositamente per Carlo Romano che da sempre è anche il primo Oboe dell’Orchestra di Ennio Morricone. L’espressività della violoncellista Ruta Tamutyte e del violinista Constantin Beschieru (primo violino) arricchiscono l’Ensemble con le loro sonorità timbriche capaci di far vibrare l’anima di chi ascolta. I Cameristi Cromatici pongono molta attenzione alla loro formazione, essi infatti sfruttano le potenzialità degli strumenti ad arco al suono contrapposto dell’oboe che ricrea quelle sonorità suggestive che guidano l’ascoltatore attraverso il corso della storia della musica. I Cameristi Cromatici hanno fatto concerti in tutta Italia e all’estero passando attraverso i Festival Musicali più importanti. L’Ensemble, che è formato in gran parte da musicisti dell’O.S.N. Rai, si presenta, nel Galà d’inverno, con una formazione da camera, diretti dal Maestro Maurizio Billi.

Constantin Beschieru- Primo Violino

Nato a Chisinau nella Repubblica Moldova inizia lo studio del violino all’età di sei anni presso la scuola di musica “C. Porumbescu” della capitale; durante il ciclo di studi musicali partecipa a diversi master classe e concorsi in Moldavia, Romania, Russia, Germania, USA .

Dopo l’eccellente Diploma moldavo consegue il Diploma in Violino (2004) e il Diploma Accademico di II livello in Violino (2008) presso il Conservatorio di musica “B. Marcello” di

Venezia con il M° M. Valmarana.

E’ vincitore di diversi concorsi nazionali ed internazionali.

Ha ricoperto il ruolo di spalla dei violini primi nell’orchestra Mitteleuropa FVG, nell’orchestra “S. Marco” di Pordenone e nell’orchestra regionale Filarmonia Veneta “G. F. Malipiero”, di concertino dei violini primi nell’orchestra I Virtuosi Italiani;

In qualità di solista si esibisce con l’Orchestra I Virtuosi di Venezia, L’orchestra del Gran Teatro la Fenice e I Virtuosi Italiani, Orchestra Sinfonica di Udine.

Attualmente ricopre stabilmente il ruolo di violino di fila presso l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

CARLO ROMANO  già primo oboe solista

 dell’Orchestra Sinfonica della Rai

Nato a Roma, è entrato nel Conservatorio “S. Cecilia” della sua città conseguendo gli studi musicali studiando pianoforte, armonia e diplomandosi in Oboe con il massimo dei voti nella prestigiosa scuola di Giuseppe Tomassini. Vincitore di più concorsi, si è subito affermato sia come solista che come I° oboe, collaborando con prestigiose orchestre italiane e straniere. Dal 1977 ha iniziato stabilmente l’attività di I Oboe, prima nell’ Orchestra del Teatro “Carlo Felice” di Genova ed in seguito, nel 1978, come vincitore del concorso di I Oboe Solista, nell’ Orchestra Sinfonica di Roma della RAI.

Ha occupato, per 42 anni, lo stesso ruolo presso l’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, dopo l’unificazione dei complessi nel 1994 a Torino. Ha svolto e svolge un’intensa attività solistica e cameristica con prestigiosi solisti e complessi di fama internazionale in Italia ed all’estero riscuotendo ovunque unanimi consensi di pubblico e di critica, tanto da essere considerato tra i maggiori oboisti italiani.

Nel 2007  gli è stato conferito un prestigioso premio alla carriera di Oboista dall’Associazione Musicale Internazionale  “G.Verdi” di Sabaudia (LT) e nel 2018 ha ricevuto il premio alla carriera dall’Associazione Rossini di Pietrarubbia (PU) e il premio “Matino città della musica” (LE).

Oltre all’attività concertistica si dedica anche alla didattica. Si è dedicato inoltre alla realizzazione di colonne sonore, firmate da compositori di fama mondiale. Ha colloborato per oltre 45 anni con Ennio Morricone, registrando gran parte della sua musica da film e da camera,  tenendo inoltre concerti in tutto il mondo.  Partecipa regolarmente come membro tecnico del suo strumento e di musica da camera, nelle giurie di concorsi nazionali ed internazionali.

FEDERICA BALUCANI, Soprano

Con una vocalità eclettica e un repertorio concertistico molto variegato che spazia dalle romanze liriche alle canzoni internazionali, passando per l’intramontabile canzone napoletana, con qualche incursione nella vocalità pop, Federica Balucani, soprano di origine umbra, raffigura un connubio di talento, caparbietà, musicalità versatile e un’immensa passione per il canto, supportata da una preparazione tecnico/accademica sicuramente degna di nota. Ha iniziato giovanissima gli studi di canto moderno attraverso l’approfondimento del repertorio leggero italiano e internazionale. Dopo la laurea in Lingue e Culture Straniere all’Università di Perugia, matura l’interesse e la predisposizione per il canto lirico. Attualmente è seguita dal soprano Rossella Marcantoni, presso l’Accademia Musicale Internazionale “Maria Malibran”. Vincitrice di numerosi e importanti premi canori, vanta prestigiose esperienze concertistiche nazionali e internazionali e partecipazioni a rilevanti trasmissioni musicali televisive Rai e Mediaset. Non dimenticando la sua duttilità vocale , annovera tra le sue collaborazioni nel canto leggero anche Ron, Enrico Maria Papes, Gloria Gaynor e altri importanti nomi. Collabora stabilmente con la Banda Musicale della Polizia di Stato, con la quale si è esibita nei maggiori teatri Italiani.

ALDO CAPUTO, Tenore

Diplomatosi in canto presso il Conservatorio Nicolo Piccinni di Bari col massimo dei voti e la menzione di lode, sotto la guida del baritono Luigi De Corato, si iscrive alla Facolta di Conservazione dei Beni Musicali. Con il debutto nel Barbiere di Siviglia al Teatro Politeama Greco di Lecce inizia una rapida ed intensa carriera che lo porta a collaborare con le maggiori realta musicali italiane e straniere: il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro San Carlo di Napoli, la Cleveland Orchestra, la Fondazione Arena di Verona, il Teatro Regio di Torino, la Fondazione Goulbenkian di Lisbona, l’Opera Royal de Wallonie di Liege, il Teatro Rosalia Castro de La Coruna, il Teatro Massimo di Palermo, il Teatro Carlo Felice di Genova, la Fondazione Petruzzelli di Bari, I Solisti Veneti, il Festival della Valle d’Itria, il Teatro Comunale di Bologna, la Philarmonique du Maroc, l’Accademia degli Astrusi, l’Hermitage Sinfony Orchestra, i Munchener Sinfonichern, il New York City Opera. Si e esibito sotto la guida di importanti direttori come Aprea, Arrivabeni, Bosmann, Campanella, Mariotti, Mastrangelo, Scimone, Stefanelli,Weltser-Most, Zedda e di prestigiosi registi come Crivelli, De Simone, De Tomasi, gipeto, Mazzavillani-Muti, Micheli, Mirabella, Patroni-Griffi, Piva, Pizzi, Scandella, Terrani. Ha inciso per la Dynamic e per la Bongiovanni ha registrato in dvd “Il matrimonio segreto” (Dynamic), “La Cambiale di Matrimonio” (Musica Rara). Nel 2014 ha cantato Werther e L’elisir d’amore a Tallinn e La Messa di Gloria all’Arena di Verona.

Tradizioni culinarie piemontesi: la Biova

Cristina Saracano

Biova

La biova è un pane tradizionale del Piemonte.

La biova ha origini antiche, e si presentava di dimensioni molto più grandi di quelle odierne. Con il mutare delle abitudini alimentari e l’industrializzazione del Piemonte, la sua grandezza si ridusse.

La biova è un pane di forma tondeggiante o a goccia a base di farina, lievito, sale, acqua e talvolta strutto, che conferisce all’alimento un sapore caratteristico. Le biove hanno forma tondeggiante, una crosta friabile, poca mollica e il loro peso varia dai 100 ai 500 grammi. L’impasto delle biove viene lasciato riposare per circa 80-90 minuti prima di essere cotto in forno per circa mezz’ora.
(Fonte: Wikipedia)

Il Teatro Marenco ospiterà uno spettacolo a tutto tondo tra discipline aeree, acrobati rotanti, la poetica di Eduardo de Filippo e un omaggio a Charlie Chaplin

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Il Teatro Marenco ospiterà uno spettacolo a tutto tondo tra discipline aeree, acrobati rotanti, la poetica di Eduardo de Filippo e un omaggio a Charlie Chaplin.

Novi Ligure: Le vicende che ispirano lo spettacolo TarantElla prendono avvio nel 1943. La guerra sullo sfondo, lontana, forse, dal piccolo paese del sud dove arrivano alcuni soldati alleati, rimasti isolati dalla propria guarnigione. Paura, diffidenza dei popolani, costretti, loro malgrado, ad accettare la temporanea convivenza con gli stranieri, sollievo momentaneo dei militari, che rivivono gli orrori della battaglia o recuperano ricordi lontani. Sul palco si materializzano le atmosfere di un locale del Sud Italia negli anni ’40; una piccola bolla nel tempo che viene scossa dall’arrivo della guerra con alcuni soldati alleati in cerca di riparo e ristoro.

Poi il riavvicinarsi della guerra spinge gli uni e gli altri a trovare un senso alle difficoltà nel recupero dei valori universali, spinti dalla necessità di vivere intensamente ogni momento, come recita una poesia di poesia di Eduardo De Filippo “Ncopp’ a sta Terra”. La musica, un ballo collettivo, una Tarantolata esaltano la speranza nella rinascita e lanciano un messaggio di fratellanza.

Tarantella e Jazz si scontreranno su questo campo di battaglia metaforico in cui “l’altro” pur essendo amico è diverso, da conoscere, tollerare forse o con cui addirittura condividere la propria esistenza.

Musicisti dal vivo, una cantante Jazz, giochi di luce e suoni ci porteranno nei due mondi della Tarantella e delle Danze del Sud più scatenate contro il Jazz americano di Ella Fitzgerald e lo Swing d’Oltreoceano in un incontro/scontro epico da vivere tutto in coreografie magiche di danza e circo contemporaneo. Uno spettacolo che ci permetterà di astrarci dal “qui ed ora” per assurgere ad emozioni sincere, antiche e da rinnovare per un presente più consapevole e pieno di vita.

Un delicato equilibrio tra circo e teatro dove la realtà è vista in una chiave surreale grazie a piccole pazzie e una dolce poesia, che permette di emozionare e divertire rievocando intimi ricordi con ironia, spensieratezza, divertimento e gioia, un intenso sistema tra gesti, acrobazie mozzafiato, musica, luci e scenografia. Un’esibizione per emozionare e divertire, il primo passo verso l’inizio di un viaggio…

Direzione artistica della stagione teatrale del Teatro Romualdo Marenco: Giulio Graglia in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal vivo.

Ideazione, drammaturgia e regia Milo Scotton.

Acrobati Milo Scotton, Valeria Quatrale, Valentina Padellini, Raffaele Riggio, Alice Di Stefano, Lucia Brusadin, Cristian Rodriguez

Musicisti Simone Grimaldi, Andrea Maracci, Raffaella Buzzi, Roberto Cannillo

Creazione sonora Corrado Gallo

Fonica Francesco Santospagnuolo

Creazione luci Corrado Gallo, Milo Scotton

Coreografie Milo Scotton, Clelia Riva, Barbara Crescimanno

Costumi Simona Randazzo

Scenografie Andrea Valpreda

Stage management e macchinismo Caterina Pio, Marco Ferroglio

Rigging Milo Scotton

Produzione Artemakia

Per questo spettacolo sono ancora disponibili pochi biglietti, per maggiori informazioni di biglietteria: https://www.teatroromualdomarenco.it/biglietteria-teatro-romualdo-marenco

Per info: comunicazioneteatromarenco@gmail.com

www.teatroromualdomarenco.it

TEATRO MARENCO Via Nicolò Girardengo 48, Novi Ligure (AL)

“Amore”– Terza poesia classificata al Premio Letterario Internazionale “Arte e poesia nella notte.

Oggi vorrei proporre ai nostri lettori la bellissima poesia “Amore” del professor Bartolomeo Theo Di Giovanni. Poesia vincitrice del terzo posto al Premio Letterario Internazionale “Arte e poesia nella notte “.

arteepoesianellanotte

Di seguito al testo troverete il mio commento critico.

“Amore” di Bartolomeo Theo Di Giovanni

Indossami come il migliore profumo,
tienimi in tasca come la moneta,
spendila per comprarmi come una rosa
gialla da tenere abbracciata, riempirò
il tuo tempio con l’olezzo delle estati
notturne di Sicilia.
Curami fino alle radici, sono il tuo uomo,
colui che tra tanti volti ha due soli occhi,
riconoscibili dietro il sipario
delle monotonie e delle trappole
ordinarie di questa vita.

Un testo ricercato, denso di pathos, che nei versi iniziali gioca su un velato erotismo.
Nonostante il tema sia tra i più comuni, il brano riesce a non scadere nel banale; tutt’altro, grazie all’utilizzo di metafore efficaci e ben circostanziate, risulta in grado rivitalizzare l’estrinsecazione del concetto di amore che la poesia si propone.
Notevole l’epilogo, che a mio modo di vedere racchiude l’essenza del rapporto amoroso; l’unico elemento che può far sì che sia duraturo: la “cura dell’altro”. Una cura radicale, profonda, in grado di cogliere e ravvivare l’essenza del proprio partner. Essenza, intesa come nucleo che ci distingue nella nostra individualità rispetto al resto del mondo.
Solo così, prendendosi cura reciprocamente – “fino alle radici” – è possibile apprezzarsi nella propria unicità,  evitando di perdersi nella monotonia dell’ordinario. Monotonia che per essere evasa non necessita di semplice trasgressione – che nel tempo verrebbe inevitabilmente riassorbita dal vortice dell’abitudine – ma di conoscenza profonda, premura e tenerezza.
Solo questa piccola “azione” della mente è in grado di trasmutare la monotonia “dell’ordinario” , in un processo di continua gioia, rinnovamento e incremento delle reciproche forze vitali.
Solo l’amore.

▪︎ Commento critico di James Curzi


(In foto Bartolomeo Theo Di Giovanni)

Natale: la consolidata tradizione dell’albero, vero o sintetico, nelle case dell’85% degli alessandrini

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Ponte dell’Immacolata segna ufficialmente il via all’acquisto di addobbi e strenne

Natale: la consolidata tradizione dell’albero, vero o sintetico, nelle case dell’85% degli alessandrini

Spesa media per l’albero vero è di 40 euro e, in tempo di crisi, scatta la caccia al regalo utile

Coldiretti. Alessandria: L’albero di Natale resta una tradizione fortemente radicata tra gli alessandrini che lo accendono in quasi nove famiglie su dieci (85%), anche se però ci si divide, tra vero o finto, tra piccolo e grande, tra addobbo tradizionale od innovativo. 

E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ in occasione dell’Immacolata durante il quale nelle case si inizia ad addobbare l’abete per le feste. 

L’albero naturale verrà scelto quest’anno, a livello nazionale, da quasi 3 milioni di famiglie anche se la maggioranza del 63% ricicla l’albero di plastica recuperato dalla cantina mentre una minoranza lo compra nuovo ma sempre “finto”. 

La spesa media per l’albero vero è quest’anno di 40 euro anche se secondo Coldiretti/Ixe’ quasi un alessandrino su due (47%) contiene il budget sotto i 30 euro, un altro 28% si orienta tra i 30 e i 50 euro, ma c’è anche un 19% che spenderà fino a 100 euro, e chi andrà addirittura oltre. 

I prezzi variano a seconda dell’altezza e delle varietà con gli abeti più piccoli che non superano il metro e mezzo venduti tra i 10 e i 60 euro a seconda della misura, della presenza delle radici ed eventualmente del vaso, mentre per le piante di taglia oltre i due metri il prezzo sale anche a 200 euro per varietà particolari. 

La vendita avviene nei vivai, nella grande distribuzione, presso i fiorai, nei garden, ma ottime occasioni si trovano anche in molti mercati degli agricoltori di Campagna Amica.

“L’albero naturale concilia il rispetto della tradizione con quello dell’ambiente a differenza delle piante di bassa qualità importate dall’estero che raggiungono l’Italia dopo un lungo trasporto con mezzi inquinanti – ha affermato il Presidente Coldiretti Alessandria Mauro Bianco -. In Italia gli alberi naturali sono coltivati soprattutto nelle zone montane e collinari in terreni marginali altrimenti destinati all’abbandono e contribuiscono a migliorare l’assetto idrogeologico delle colline ed a combattere l’erosione e gli incendi”. 

Gli abeti utilizzati come ornamento natalizio derivano per circa il 90% da coltivazioni vivaistiche mentre il restante 10% (cimali o punte di abete) dalla normale pratica forestale che prevede interventi colturali di “sfolli”, diradamenti o potature indispensabili per lo sviluppo e la sopravvivenza del bosco. 

“L’albero finto invece è anche inquinante oltre ad essere quest’anno più costoso, con rincari fino al 40% a causa degli aumenti delle materie prime, proprio a partire dalla plastica – ha aggiunto il Direttore Coldiretti Alessandria Roberto Bianco -. Un abete artificiale di circa 1,90 metri ha un’impronta di carbonio equivalente a circa 40 chili di emissioni di gas serra, che è più di 10 volte quello di un albero vero. A determinare la maggior parte dell’impronta di carbonio dell’albero di plastica è la sua fabbricazione, a partire dal petrolio alla quale si aggiungono le emissioni industriali derivanti dalla produzione dell’albero e la spedizione per lunghe distanze prima di arrivare al negozio, se si tiene conto che la maggioranza ha origine in Cina a circa novemila chilometri di distanza dall’Italia, senza dimenticare che impiega oltre 200 anni prima di degradarsi nell’ambiente, contribuendo alla diffusione delle microplastiche nel suolo, nelle acque e nella catena alimentare”.

Il ponte dell’Immacolata segna ufficialmente anche l’inizio della corsa ai regali: per questo Campagna Amica all’interno dei mercati coperti e nelle piazze, ha organizzato dei punti dove poter acquistare delle strenne natalizie già composte oppure personalizzarle con i prodotti genuini firmati dagli agricoltori. 

Con la tendenza a fare acquisti utili sotto la spinta della crisi aumenta la voglia di scegliere cibo locale, sano, sicuro e garantito. Si cerca la sostenibilità, c’è il desiderio di sostenere gli agricoltori e nello stesso tempo regalare prodotti di qualità da portare ad amici e parenti. Le proposte sono tantissime, a partire da quelle al Mercato Coperto di Campagna Amica in via Guasco ad Alessandria, dove è possibile scegliere un regalo utile, goloso, 100% italiano e sostenere il territorio.

Poeti: LA QUERCIA CADUTA, di Giovanni Pascoli. Recensione di Elvio Bombonato

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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LA QUERCIA CADUTA

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande

morta, né più coi turbini tenzona.

La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona

i nidietti della primavera.

Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera

ognuno col suo grave fascio va.

Nell’aria, un pianto… d’una capinera

che cerca il nido che non troverà.

GIOVANNI PASCOLI, Primi Poemetti, 1900

Tre strofe e un verso irrelato; 10 endecasillabi; i vv. 8 e 10 sono tronchi. Rime: spande/grande, tenzona/corona/buona, primavera /sera/capinera; va/troverà. Questa lirica è un quadretto di genere, protagonisti sono gli abitanti del borgo, che fanno legna con il tronco e con i rami della quercia.

Parafrasi. ‘Dov’era l’ombra’: è scomparsa per sempre; ‘spande‘: era grande; turbini’: venti forti; ‘la gente dice/dice la gente: inversione sintattica; ‘corona’: delle foglie e dei rami; ‘nidietti’: diminutivo, Pascoli, infantilmente, adorava i diminutivi, ‘ognuno loda, ognuno taglia‘: iterazione del pronome soggetto; grave fascio’: pesante carico, Leopardi “Canto notturno”; ‘nell’aria un pianto …’: l’ellissi del verbo e i puntini di sospensione rendono il senso di smarrimento del poeta (Nadia Ebani); ‘capinera’: epiteto affettuoso che Pascoli usava per Mariù, la sorella minore; ‘il nido che non troverà’: la morte della quercia ha provocato la scomparsa del nido.

Poeti: POSITANO, di Alfonso Gatto. Recensione di Elvio Bombonato

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POSITANO

La meraviglia d’essere nel saldo

d’un costrutto felice, il corpo caldo

nella pietra che vèrzica di sole.

Vi restano più a lungo le parole

non dette ed è, all’accorrere, la svolta

d’un paese che c’è come una volta,

da chiamare per nome e da tacere.

Un sogno dire queste cose vere.

ALFONSO GATTO, Rime di viaggio per la terra dipinta, Mondadori 1969.

Ottava di endecasillabi, anomala perché le rime sono baciate AA BB CC DD. Presenti 4 enjambement, ai vv. 1, 2, 4, 5, che prolungano il verso in quello successivo. Poeta pittore, le sue liriche sono visive e colorate, paesaggi allegri e gioiosi allo splendere del sole e del mare di Positano. Questa poesia elogia proprio il fascino di Positano, la sua terra: Gatto nacque a Salerno nel 1909. Parafrasi: ‘meraviglia’: lo stupore provocato dalla bellezza del paesaggio; ‘costrutto’: disposto in modo coerente; ‘vèrzica’: il verde della verza; ‘la svolta’: arrivato, giri l’angolo e vedi il paese; ‘da chiamare per nome e tacere’: lo chiami per nome, e taci, ammirato; ‘un sogno dire queste cose vere’: questa descrizione reale ha il fascino del sogno.

Poeti: Fernando Pessoa, analisi di Elvio Bombonato

Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me.
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero.
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo.
Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso ad esso,
perché pensare è non capire.
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma per guardarlo ed essere in armonia con esso.
Io non ho filosofia: ho sensi.
Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è,
ma perché l’amo, e l’amo per questo
perché chi ama non sa mai quello che ama,
né sa perché ama, né cosa sia amare.
Amare è l’eterna innocenza,
e l’unica innocenza è non pensare.

FERNANDO PESSOA, 1914 tr. Luigi Panarese, Passigli

In questa lirica, spensierata e allegra, Pessoa afferma che il poeta deve avere lo sguardo puro e trasparente, come quello di un bambino (lo ‘stupore essenziale’), esaltando le cose senza presente, che devono essere solo viste, e non pensate,
perché il pensiero corrompe la percezione limpida e originaria del mondo. Teorizza l’inconciliabilità tra pensiero e sentimento ‘chi ama non sa mai quel che ama’, perché il sentimento si nutre solo di sé stesso. In questa poesia, infatti, sceglie, per esprimere la propria filosofia di vita, il girasole, che segue il sole nel suo percorso, perché il sole è la fonte della sua vita e la sua guida.

“Da lontano”, di Pierluigi Cappello

“Da lontano” di Pierluigi Cappello

Pubblicato il 1 settembre 2020 da culturaoltre14

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

da Azzurro elementare, poesie di Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello è nato a Gemona del Friuli nel 1967, ma è originario di Chiusaforte. Dopo aver compiuto gli studi superiori a Udine, ha frequentato la facoltà di Lettere presso l’Università di Trieste. Nel 1999 assieme a Ivan Crico ha ideato, e diretto per diverso tempo, La barca di Babele, una collana di poesia edita dal Circolo Culturale di Meduno, che accoglie autori noti dell’area friulana, veneta e triestina. Ha vinto numerosi premi nazionali, tra cui con Dittico il Premio Montale 2004; con Assetto di volo il Premio Bagutta 2007 sezione Opera Prima; con Mandate a dire all’imperatore il Premio Viareggio-Rèpaci 2010 per la poesia. È mancato il 1 ottobre 2017 nella sua casa di Cassacco.

Un poeta di rara sensibilità che ha la capacità di mettere in risalto le persone umili, “invisibili”, che nessuno nota in una società come la nostra, dominata da ipocrisia, egoismo, superficialità e indifferenza. In questo percorso la poesia di Pierluigi Cappello, al pari di  altri poeti friulani, riveste quasi  una funzione etica, nel tentativo di porre in rilievo la parola “autentica” e dare un significato intrinseco ai valori imprenscidibili del vivere civile. Per un approfondimento su un poeta precocemente scomparso – è morto a  cinquanta anni  e dall’età di sedici anni era costretto su una sedia a rotelle a causa  di un incidente che gli aveva privato l’uso delle gambe –  si rimanda al sito Pierluigi Cappello

“Poesia facile”, di Dino Campana

“Poesia facile” di Dino Campana

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Sovente la poesia contemporanea contrappone al grigiore di un’esistenza vuota e solitaria l’anelito vagheggiante un mondo di pace e di armonia, di solarità ideale. In questa  lirica  di struggente delicatezza si respira un senso di desolata solitudine che assilla lo stato d’animo del poeta e lo conduce a un rifiuto della triste realtà. [M.R.Teni]

Pace non cerco, guerra non sopporto
tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
pieno di canti soffocati. Agogno
la nebbia ed il silenzio in un gran porto.

In un gran porto pien di vele lievi
pronte a salpar per l’orizzonte azzurro
dolci ondulando, mentre che il sussurro
del vento passa con accordi brevi.

E quegli accordi il vento se li porta
lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita è triste ed io son solo.

O quando o quando in un mattino ardente
l’anima mia si sveglierà nel sole
nel sole eterno, libera e fremente?
Dino Campana

da I canti Orfici, ed. Vallecchi

ph Eleonora Mello

Dino Campana – Poeta (Marradi 1885 – Castel Pulci, Firenze, 1932). Figlio di un maestro elementare, rivelò presto indole inquieta e straordinaria sensibilità. Dopo il liceo a Faenza, frequentò corsi di chimica all’univ. di Bologna e a Firenze. Ma, incapace di adattarsi alla normalità (per le sue stravaganze ebbe a che fare spesso tanto con la polizia quanto con le istituzioni psichiatriche), preferì viaggiare (l’Italia settentrionale, la Svizzera, Parigi nel 1907; un avventuroso viaggio in Argentina nel 1908; frequenti vagabondaggi in Toscana) e coltivare una prepotente vocazione letteraria, i cui primi frutti apparvero (1912–13) su fogli goliardici a Bologna. Frequentò poi per qualche tempo (1913–14) i circoli fiorentini della Voce e di Lacerba. Andato smarrito il manoscritto di prose e di versi che aveva presentato a Papini e Soffici per un giudizio (ritrovato tra le carte di Soffici nel 1971, fu pubblicato in ed. anastatica: Il più lungo giorno, 1973), ricompose i testi a memoria e li pubblicò a sue spese presso un tipografo di Marradi (Canti orfici, 1914). Dopo una turbolenta relazione con Sibilla Aleramo (1916–17), di cui resta la testimonianza del carteggio (Lettere, 1958), altri viaggi e un tentativo fallito di arruolarsi in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia, finì i suoi giorni nel manicomio di Castel Pulci, dove fu ricoverato nel 1918. Nei suoi Canti orfici, raccolta di poesie, di prose liriche e di frammenti (2a ed. ampliata, a cura di B. Binazzi, 1928; 5a ed., con aggiunta di scritti sparsi o inediti, a cura di E. Falqui, 1960), un impressionismo paesistico, affine a quello dei vociani, lievita spesso in un simbolismo denso e ardente, che ricorda A. Rimbaud (soprattutto quello delle Illuminations), suo poeta prediletto insieme con Baudelaire. Discontinua come risultati poetici, nutrita degli echi di una educazione letteraria che include Carducci e D’Annunzio, Nietzsche, il decadentismo francese e il futurismo giocoso di un Palazzeschi, l’opera di C., per l’intensità visionaria, per la lirica suggestione del suo linguaggio analogico, ha avuto largo influsso sulla poesia italiana successiva, in particolare su quella ermetica, e, per l’indicazione, che vi si è scorta, di radicale opposizione agli istituti letterarî, sulle generazioni di poeti formatesi dopo gli anni Sessanta. Ancora da ricordare: Taccuinetto faentino (post., 1960) e Fascicolo marradese inedito (post., 1972).
[Enc. Treccani]

Ad alcuni piace la poesia di Wislawa Szymborska

“Ad alcuni piace la poesia” di Wislawa Szymborska

Pubblicato il 1 febbraio 2019 da culturaoltre14

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Con uno sguardo mi ha resa più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, io ballo
nel battito di ali improvvise.
Wisława Szymborska

(Tratto da La fine e l’inizio , Scheiwiller editrice, Milano 1997. Traduzione di Pietro Marchesani.)

La grande poetessa Wisława Szymborska nasce il 2 luglio del 1923 a Cracovia, in Polonia. La sua infanzia e l’adolescenza sono funestate dallo scoppio della seconda guerra mondiale. La giovane Wisława è costretta, infatti, a proseguire gli studi in clandestinità, ed è in questo modo che riesce a diplomarsi nel 1941. Nel 1943, grazie al lavoro come dipendente delle ferrovie, evita la deportazione in Germania in qualità di lavoratrice forzata. Nello stesso periodo inizia anche la sua carriera artistica: si dedica a illustrare un libro scolastico in inglese. Si iscrive all’università nel 1945 alla facoltà di letteratura per poi passare a quella di sociologia, ma non terminerà mai gli studi. Dopo tre anni deve abbandonare definitivamente per il sopraggiungere di seri problemi economici. Ha però la fortuna di incontrare il saggista e poeta Czeslaw Milosz, Premio Nobel per la letteratura nel 1980, che la coinvolge nella vita culturale della capitale polacca. Si impiega come illustratrice e segretaria presso una rivista bisettimanale, e nel 1948 si sposa. Il matrimonio ha vita breve, e Wisława divorzia dopo sei anni per poi risposarsi con lo scrittore e poeta Kornel Filipowicz. La sua prima poesia, “Cerco una parola”, viene pubblicata nel 1945 su un quotidiano. Inizialmente tutti i suoi scritti subiscono la stessa sorte, in quanto prima di essere pubblicati in formato cartaceo devono passare il vaglio della censura. La sua prima vera e propria raccolta poetica, “Per questo viviamo”, sarà pubblicata molto più tardi nel 1952, favorita dalle poesie che inneggiano al regime socialista. Una precedente raccolta, infatti, non viene data alle stampe come previsto perché giudicata troppo priva di contenuti socialisti. Eppure Wisława, come molti altri intellettuali in quel periodo, abbraccia l’ideologia socialista in maniera ufficiale, tramite cioè la partecipazione attiva alla vita politica del suo paese. Aderisce inoltre al Partito Operaio Polacco, rimanendone un membro fino al 1960. Più tardi prende le distanze da queste sue posizioni ideologiche, che lei stessa definisce “Un peccato di gioventù” e rende pubbliche le sue riflessioni in una raccolta di poesie, “Domande poste a me stessa”, del 1954. Nonostante il suo allontanamento definitivo dal partito sia datato 1960, già prima si mette in contatto con i dissidenti e rinnega quanto scritto nelle sue prime due raccolte poetiche. Alterna l’attività poetica, baciata dalla fortuna nel 1957 con la raccolta “Appello allo yeti”, con il lavoro di redattrice presso la rivista “Vita Letteraria” sulla quale pubblica una serie di saggi “Letture facoltative” poi riprese in volume. Nello stesso periodo collabora anche alla rivista “Kultura”, curata da immigrati polacchi a Parigi. Le sue poesie, spesso molto brevi, sono costituite da versi liberi, scritti in maniera semplice e con una scelta accurata delle parole. Wisława Szymborska utilizza l’arma dell’ironia e del paradosso per affrontare problemi etici e umani di ampio respiro che diventano motivo di denuncia per lo stato delle cose in cui il mondo intero si ritrova a vivere. Tutte le sue poesie sono legate all’attualità del suo tempo storico. Scrive, infatti, componimenti che hanno come tema la compilazione del curriculum vitae, o che ritraggono l’infanzia di personaggi come Adolf Hitler. La sua opera vive e si nutre anche di una intensa attività di contestatrice che diviene sempre più significativa negli anni Ottanta durante i quali si impegna a favore del sindacato Solidarnosc di Lech Walesa. Nel 1996 viene insignita del Premio Nobel per la letteratura. La motivazione che accompagna il premio recita: «per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà». La poetessa accoglie il premio con sorpresa ed emozione, lei stessa si domanda come sia possibile un tale successo. Contribuisce alla diffusione della poesia francese in Polonia grazie alla traduzione di alcuni poeti barocchi e cura un’antologia di poesia ebraica. La sua ultima raccolta, pubblicata nel 2005, ha un enorme successo, e in una settimana ne vengono vendute quarantamila copie. Wisława Szymborska muore il giorno 1 febbraio 2012 a Cracovia dopo una lunga malattia. Nelle sue poesie ha affrontato più volte la tematica della morte affermando: “Non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale“.

Libri: NEI GIORNI, di Enza Sanna. Recensione di Enzo Concardi. Guido Milano Editore

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Enza Sanna

NEI GIORNI

Recensione di Enzo Concardi

Dopo aver letto le pagine della raccolta Nei giorni,della poetessa genovese Enza Sanna, si scopre che la citazione in esergo di Sandra Reberschak – autrice nativa di Venezia – è paradigmatica anche per taluni percorsi esistenziali, psicologici e spirituali che emergono nel libro che stiamo recensendo. Eccola: «Tanti anni sono passati / e io non ho smesso mai / veramente di provare / il vuoto incolmabile / che mi dilaniava bambina, / ma ho dovuto imparare / a cercare altri rifugi, / come quello della gratificante / certezza delle parole». Forse per la nostra poetessa quel “vuoto” non è così radicale, ma esso esiste nonostante che la memoria degli affetti familiari perduri nel suo animo senza fine: «Stempera il tempo il dolore della perdita /…/ ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza / fortissima, ma non ti assolve / dall’incolmabile vuoto che abita il tuo cuore» (La perdita e l’assenza). E così la figura materna suscita in lei sentimenti dolcissimi di gratitudine per il dono della vita e per esserci sempre nei giorni solitari della sua parabola terrestre, nel senso di amarezza che copre anche esperienze e ricchezze esistenziali (Dodici maggio), mentre il ricordo del Natale in famiglia la riporta nel cuore autentico dei legami di sangue.

Del resto, in altre liriche, Enza Sanna si fa trasportare nella dimensione memoriale, ricostruendo attimi e momenti del passato nella sua terra d’infanzia con quella forte oniricità e, allo stesso tempo con senso di concretezza, che si rivelano tra le cifre più importanti della sua poetica: e vede la quotidianità nei casolari collinari, il danzare agreste nelle aie contadine, assapora il profumo del pane croccante appena sfornato, ascolta il fruscio del vento fra mandorli, mirti e ginestre e il maestrale che turba la risacca marina. 

 I “rifugi” della Reberschak potrebbero essere quei quieti angoli di mondo, quelle zone tranquille dello spirito, quel ripiegarsi in sé tipici del crepuscolarismo gozzaniano, così come si possono anche, talvolta, riscontrare nella Sanna che, d’altro canto, possiede inoltre interessanti introspezioni in cui, se il referente di partenza è individuale, indi diviene metamorfosi e sublimazione nell’universale e nel metafisico. Ne è testimonianza – tra le altre – la lirica Certezza di cose vere, dove l’aurora, la luce, la speranza, l’eternità appaiono essenziali per la vita, come necessari sono quei bipolarismi filosofici e comportamentali anch’essi parte importante della sua visione del mondo: qui si tratta dell’incontro fra «mente e cuore», «passione e cautela», «trascendenza e ragione» … e l’immaginazione colma «un vuoto d’amore». Ed anche Sopraggiunge il crepuscolo, dove gli oggetti di casa si trasformano in attaccamento verghiano alla ‘roba’. Il motivo della luce, in tutte le sue valenze e dimensioni, mi sembra tuttavia prevalente e signoreggiante su ogni altro. E non potrebbe esserci testo più esplicito de L’allegria della scrittura per significare la funzione della poesia secondo la poetessa. Di fronte all’inesorabile ‘panta rei’ eracliteo e all’incertezza della condizione umana, i versi finali non lasciano dubbi sul valore catartico della letteratura: «…Soccorre il canto / la parola che può esser pietra o farfalla / ma l’allegria della scrittura è atto di speranza / per l’anima che anela l’infinto / ha fame del mito, voglia d’oceano / a nutrire impalpabili emozioni / come bianche meduse in cresta all’onda». 

 Lo stile predilige un andamento pieno e corposo, ricco d’immagini sia paesaggistiche (albe, tramonti, terra ligure, atmosfere suggestive) che figurazioni di categorie filosofiche, con presenze di metafore, ossimori, sinestesie ed altre figure retoriche. Il linguaggio è al servizio di quel senso del mistero («l’occulto regista») che aleggia spesso nelle sue dimensioni pneumatiche. I toni sono sempre elevati, sostenuti, essenziali senza cadute di sorta. Diverse liriche sono riedizioni dell’idillio leopardiano tramite contemplazioni della natura associate a riflessioni che sono uno sguardo sul mondo e sulla vita, e un alternarsi di amarezze e speranze, illusioni e delusioni, vanità del tutto e fiducia nel futuro. Ma l’ancora di salvezza ai silenzi, alle solitudini, all’inadeguatezza esistenziale, al vuoto e al nulla del consumismo e della tecnologia… è sempre Dio (Tu che accendi le mie vie) poiché l’uomo non basta a se stesso.

Enzo Concardi

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

“TRA SACRO E PROFANO”.  Si inaugura l’esposizione delle tele di Giovanni Battista Carlone (XVII sec.) 

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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“TRA SACRO E PROFANO”

 Si inaugura l’esposizione delle tele di Giovanni Battista Carlone (XVII sec.) 

Giovedì 15 dicembre alle Sale d’Arte di Via Machiavelli 13 ad Alessandria, alle ore 18 avrà luogo l’inaugurazione dell’esposizione della seconda tranche di restauro delle tele sovrapporte che fanno parte dell’apparato decorativo di Palazzo Cuttica, sede del Museo Civico. 

Sono le ultime 7 sovrapporte su tela a soggetto biblico e mitologico, attribuite al pittore Giovanni Battista Carlone (XVII secolo), insieme a due tele con decorazioni fitomorfe di autore anonimo, che vanno ad aggiungersi alle altre 5 sovrapporte, anch’esse recentemente sottoposte a restauro e già esposte alle Sale d’Arte, del pittore Giovanni Michele Graneri (Torino 1708-1762), raffiguranti scene di genere. 

Sarà quindi un’importante ed inconsueta occasione per il pubblico di ammirare nei dettagli il ciclo completo di questi splendidi e preziosi dipinti, apprezzando da vicino l’importante intervento che ha consentito di recuperare e restituire le opere al loro antico splendore .

L’esposizione è curata dall’Azienda CulturAle Costrurie Insieme 

L’inaugurazione dell’esposizione sarà preceduta alle ore 17, nell’adiacente sede della Biblioteca Civica “Francesca Calvo”, da un incontro di presentazione del pregevole lavoro di recupero e restauro delle opere intitolate:  Apollo sul carro del sole, Diana sul carro della luna, L’aurora, La guarigione di Tobia, Il giudizio di Salomone, Rachele nasconde gli idoli domestici a Labano, David e Abigail. 

All’incontro organizzato dal Comune di Alessandria in collaborazione l’Azienda Speciale CulturAle  Costruire Insieme e la ‘Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio’ per le Provincie di Alessandria, Asti e Cuneo saranno presenti la dottoressa Liliana Rey Varela, funzionario restauratore della ‘Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio’ per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo, e la dottoressa Anna Rosa Nicola, direttore tecnico della ditta ‘Nicola Restauri’ che ha curato lo straordinario recupero di tutto il ciclo di tele sovrapporte, 14 in totale. 

Il progetto di restauro delle tele, avviato nel 2022, rientra un più ampio programma dell’Amministrazione Cittadina di valorizzazione del piano nobile del settecentesco “Palazzo Cuttica”, antica dimora nobiliare da tempo di proprietà civica, oggi sede del museo cittadino. Situato nel centro storico, il palazzo presenta un apparato decorativo di notevole valore storico-artistico (decorazioni in stucco, vetrate artistiche  , arredi lignei finemente intagliati, decorazioni scolpite e del XVIII secolo) 

In particolare, alcune sale del Palazzo sono arricchite dalla presenza delle preziose tele sovrapporta, oggetto appunto dell’esposizione che si inaugura il 15 dicembre, attribuite rispettivamente a Giovanni Battista Carlone (XVII secolo) e a Giovanni Michele Graneri e suoi collaboratori (del XVIII secolo), di elevato valore storico-artistico. 

Le condizioni conservative dei dipinti risultavano assai diversificate, in particolar modo in alcuni casi molto gravi. Alcune tele esibivano notevoli problemi di carattere strutturale e di lettura, con stuccature incongrue e rifacimenti ormai fortemente alterati. 

Grazie alla sinergia fra il Comune, la  Soprintendenza e la Ditta Nicola Restauri – già nota per aver restituito all’originario splendore altri capolavori del patrimonio storico della Città di Alessandria – si è conclusa una parte di questo ampio progetto di valorizzazione della dimora dei Cuttica, che trova la perfetta sintesi  nell’esposizione alle  Sale d’Arte di Via Machiavelli, aperta al pubblico fino a marzo 2023.  

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NOTE SUL RESTAURO

Le sette tele adattate a sovrapporte, quattro a soggetto biblico e tre a soggetto mitologico più piccole, vengono da  due serie diverse e anche in questo caso, cosi come quelle del Graneri, sono state adattate di misura alle mostre di porta del palazzo in un primo  intervento antico, probabilmente ottocentesco.

In una fase successiva del Novecento, i dipinti in cattive condizioni conservative, sono stati applicati su fogli di compensato con colla forte di origine animale. Tale intervento sembrerebbe essere stato eseguito su tutte le tele contemporaneamente, tuttavia la concentrazione della colla era molto più forte sui quattro dipinti con scene bibliche rispetto agli altri tre, tanto che su questi, per poter liberare la tela dal compensato,si è reso necessario intervenire dal retro delaminando progressivamente il supporto prima con frese, quindi con sgorbie e infine con bisturi.  

Per togliere i dipinti dalle mostre di porta, le tele erano state incise lungo il perimetro senza schiodarle dal telaio. Così facendo le parti di tela dipinte che risvoltavano sul retro erano state lasciate inchiodate al telaio.  Nel corso dell’attuale restauro si è constatato che la tela raffigurante Il Giudizio di Salomone  era stata scambiata di posizione all’ interno della chiambrana con quella raffigurante La guarigione di Tobia . Le parti di tela dipinta risvoltate sul retro infatti, che sono state recuperate, erano invertite.

Due frammenti di tela dipinta risvoltati sui telai  degli altri due dipinti a soggetto biblico non sono pertinenti a nessuna delle sovrapporte in questione, potrebbero appartenere alle altre due sovrapporte non oggetto dell’attuale restauro Il passaggio del Mar Rosso e La caduta della Manna, già restaurate nel 2004.

Al di sotto del compensato, sul retro del dipinto raffigurante l’Aurora  sono state ritrovate grosse toppe di tela tenacemente incollate con colla da falegname che chiudevano ampie lacerazioni riferibili ad un restauro certamente precedente all’ultimo che ha applicato il compensato,  forse  coevo o successivo all’adattamento di misura ottocentesco. 

Le condizioni conservative dei dipinti  all’arrivo in laboratorio erano pessime: la pellicola cromatica era solcata da  una profonda crettatura a margini sollevati  con vistose deformazioni a scodella; erano presenti  ampie mancanze non solo di colore,  ma anche di tela,  con perdite importanti che interessavano anche le figure. Uno spesso deposito di sporco inglobato in strati plurimi di riverniciature ingiallite ed ossidate e numerose riprese pittoriche realizzate in modo grossolano e sommario alteravano notevolmente l’aspetto e i toni cromatici originali.

Una volta liberate le tele dal compensato e dalle toppe, il retro è stato accuratamente ripulito da ogni residuo di collante e sostanza estranea. Sono state quindi suturate le numerose lacerazioni e nelle mancanze di tela sono stati inseriti innesti ad intarsio, eseguiti con una tela antica di uguale trama e spessore. Sono state riunite le parti che erano state decurtate che sono state nuovamente risvoltate sul retro del telaio mantenendo le misure dell’adattamento ottocentesco. I vecchi telai, irrecuperabili, sono stati sostituiti con telai nuovi ad espansione micrometrica costruiti su misura.

Con la pulitura, eseguita in modo graduale e progressivo, con miscele di solventi organici e soluzioni detergenti supportati appositamente preparate,  sono state rimosse le vecchie riprese e le riverniciature alterate riscoprendo toni particolarmente vivaci e  recuperando pennellate a spessore, rapide e disinvolte. 

Le numerose cadute sono state poi stuccate a livello  e reintegrate. Le lacune più piccole o localizzate in zone di fondo o sui bordi  sono state chiuse in tono; laddove era possibile comprendere quale potesse essere l’andamento dell’originale la ricostruzione, in tono  è stata evidenziata con un sottile tratteggio; dove invece le lacune erano particolarmente ampie e le informazioni insufficienti per una ricostruzione non arbitraria il tratteggio è stato modulato in toni più neutri.

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NOTE SU GIOVANNI BATTISTA CARLONE (1603-1684) E LE SUE OPERE 

Elenco opere oggetto di restauro:

  • Apollo sul carro del sole 
  • Diana sul carro della luna
  • L’aurora
  • La guarigione di Tobia
  • Il giudizio di Salomone
  • Rachele nasconde gli idoli domestici a Labano
  • David e Abigail(?)

Giovanni Battista Carlone (1603-1684)

Pittore genovese, appartenente alla famiglia di artisti di origine ticinese “dei Carlone”, stabiliti a Genova dalla metà del Cinquecento. La sua formazione a Firenze e Roma non è tanto evidente quanto gli apporti liguri,  che nella sua pittura di grande narratività sono sottolineati dalla forza del colore in cui  è riconoscibile l’influenza di pittori locali come Strozzi, Ansaldo, Assereto, o Giovanni Andrea De Ferrari. Il carattere narrativo, con una forte tendenza al naturalismo, presente nelle sue opere manifesta inoltre l’influenza del Fiasella. Gran parte della sua vasta produzione artistica viene realizzata a Genova; nel suo ambito, possono essere segnalati la cappella del Doge di palazzo Ducale, la chiesa del Gesù o gli affreschi della galleria del palazzo Ayrolo Negrone. 

Nei territori dell’Oltregiogo, in parte anche per i suoi legami personali con Voltaggio – luogo di origine della moglie – troviamo numerosi esempi della sua produzione: nella chiesa del convento dei frati cappuccini di Voltaggio sono presenti le  opere recentemente restaurate di San Francesco di Padova con il Bambino Gesù e San Francesco d’Assisi in estasi; a Parodi Ligure, frazione Cadepiaggio, nella chiesa Parrocchiale di San Remigio è presente  La resurrezione di Lazzaro proveniente dell’antica abbazia di San Remigio, mentre a Gavi (AL) sono di notevole importanza l’affresco raffigurante il Giudizio Universale nell’Oratorio dei Bianchi, e la pala dei Santi Francesco e Gerolamo in adorazione della Santissima Trinità nella Chiesa di San Giacomo. 

Per quanto riguarda la sua produzione per il Ducato di Milano, il Carlone lavora nella chiesa di S. Antonio Abate dei Padri Teatini a Milano, e a Pavia nella cappella di Santa Caterina della Certosa di Pavia. 

A Pontecurone (AL), ora nel Municipio ma provenienti da Palazzo Spinola, sono presenti le due grandi tele raffiguranti Rachele nasconde gli idoli al padre Labano e Coriolano e la famiglia supplice. 

Le fonti riportano anche la notizia della sua esecuzione di tre Storie della vita di San Domenico realizzate ad affresco nel chiostro grande del convento domenicano di Santa Croce di Bosco Marengo (AL), mentre a Piovera esiste un ricco ciclo di affreschi del Carlone nella parrocchiale di San Michele Arcangelo, raffiguranti Scene della vita della Vergine. I dipinti presenti nella città di Alessandria sono opere di cui non abbiamo   indicazioni precise riguardo alla provenienza; in cattedrale è stato collocato il dipinto Giuseppe venduto dai fratelli, donato nel 1848 dal marchese Francesco Guasco di Bisio, mentre che nella sala dell’Appartamento di Parata del piano nobile di palazzo Cuttica troviamo la serie delle nove tele adattate a sovrapporte, di cui sette sono state oggetto dell’attuale intervento di restauro. Sebbene le tele siano evidentemente  state modificate per essere adattate a questi spazi, non esistono notizie sul momento del loro arrivo a palazzo Cuttica né, come anticipavamo prima, dell’eventuale diversa provenienza da altra località. 

Le tele presentano caratteristiche stilistiche e tematiche diverse, essendo ben notevole la differenza fra i due gruppi individuati. Il primo gruppo è costituito di opere di tematica biblico fondate su episodi dell’Antico Testamento – La guarigione di Tobia, Il giudizio di Salomone, Rachele nasconde gli idoli domestici a Labano, David e Abigail (?), Il passaggio del Mar Rosso e La caduta della Manna (queste due ultime non oggetto di restauro) – e si potrebbero datare intorno agli anni cinquanta del Seicento, per le pennellate corpose e sciolte, gli accesi contrasti cromatici su fondi scuri e la teatralità delle scene; esse si caratterizzano per la ricchezza di dettagli, che donano ai dipinti una particolare quotidianità attraverso la rappresentazioni di oggetti di uso comune – come nature morte o animali domestici -accompagnati dal fascino di altri elementi più esotici e lussuosi come corazze, piumaggi, vesti o turbanti.

 Il secondo gruppo di  opere raffigura invece tematiche mitologiche – Il carro di Apollo, Il carro di Diana e la figura allegorica dell’Aurora  – e può considerarsi più tardo, intorno agli anni settanta – ottanta del Seicento, e di provenienza generica dalla bottega del Carlone, per il diverso trattamento del colore e delle forme, e il suo carattere meno narrativo, caratterizzato per scene più limitate per quanto riguarda i personaggi e i dettagli.  

Sabato 17 dicembre 2022, dalle ore 22:30, Avatar destinazione Pandora // Area 51 live

Se la movida alessandrina a fine degli ANNI ’90 ha avuto un’influenza progrèssive, è merito di chi ha iniziato quello scenario al Palace di Serravalle Scrivia.

Discoteca che è stata di notevole avanguardia musicale grazie alle idee di «Max Erre Kennedy» unite agli ORBITAL e a quelle di Claudio Giarelli «Regiamania»

..bravi a trasmettere assieme ai loro artisti e alle Pubbliche Relazioni, una su tutte, Valeria «Other People», quest’effetto di tendenza, creando nel novese un vero e proprio riferimento capace di attirare clubber da molte regioni italiane.

Cᴏɪɴᴠᴏʟɢᴇɴᴅᴏ ʟᴇ ɢᴇɴᴇʀᴀᴢɪᴏɴɪ ᴄʀᴇsᴄɪᴜᴛᴇ ɪɴ ǫᴜᴇɪ ᴛᴇᴍᴘɪ ᴇ ᴍɪʀᴀɴᴅᴏ ᴀ ʀɪᴘᴏʀᴛᴀʀᴇ ɪɴᴅɪᴇᴛʀᴏ ɴᴇʟ ᴛᴇᴍᴘᴏ ᴄʜɪ ғʀᴇǫᴜᴇɴᴛᴀ ɪ ʟᴏᴄᴀʟɪ ᴏɢɢɪ, Ecᴄᴏ ᴄʜᴇ ᴘᴇʀ ᴜɴᴀ ɴᴏᴛᴛᴇ, ʀɪᴠɪᴠʀᴇᴍᴏ ʟ’ᴀᴛᴍᴏsғᴇʀᴀ ᴇ ʟᴀ ᴍᴜsɪᴄᴀ del 𝑷𝑨𝑳𝑨𝑪𝑬 di 𝙎𝙚𝙧𝙧𝙖𝙫𝙖𝙡𝙡𝙚 𝙎𝙘𝙧𝙞𝙫𝙞𝙖

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EDUCAZIONE e RISPETTO faranno di te, PERSONA GRADITA
..sii stravagante nel look,
ma SORRIDENTE & CORDIALE col prossimo ♥
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𝕃’𝕌ℕ𝕀ℂ𝕆 𝔻𝕆𝕍𝔼ℝ𝔼 𝕟𝕖𝕚 ℂ𝕆ℕ𝔽ℝ𝕆ℕ𝕋𝕀 𝕕𝕖𝕝𝕝𝕒 𝕊𝕋𝕆ℝ𝕀𝔸, è ℝ𝕀𝔸𝕊ℂ𝕆𝕃𝕋𝔸ℝ𝕃𝔸 ..𝕆ℕ𝕆ℝ𝔸𝕋𝔸 𝕒𝕝 𝕞𝕖𝕘𝕝𝕚𝕠, 𝕟𝕠𝕟 𝕔𝕚 𝕣𝕖𝕤𝕥𝕒 𝕔𝕙𝕖 𝔼𝕍𝕆𝕃𝕍𝔼ℝ𝕃𝔸

●ƓƋƄƦİ

LORENZO MONACO – ADORAZIONE DEI MAGI

Ho scelto tra le varie e stupende opere riguardanti l’adorazione dei Magi, questa di Lorenzo Monaco, perchè con i suoi accesi colori, con quei personaggi aggraziati che donano un’atmosfera fiabesca, con quel semplice ed umano scenario lontano dai fasti di altri suoi contemporanei, basti ricordare Gentile da Fabriano, ……………………………………https://punteggiaturedelmondo.blogspot.com/2022/01/lorenzo-monaco-adorazione-dei-magi.html