Poeti: Natali passati, il dolore di Ungaretti, a cura di Imma Paradiso

Alessandria, pubblicato da Pier Carlo Lava 

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Natali passati, il dolore di Ungaretti

La poesia compare per la prima volta nel 1918 dell’Antologia della Diana e nel 1919 viene inserita nella raccolta Allegria di naufragi. «Napoli il 26 dicembre 1916», Ungaretti si trovava in licenza nella casa napoletana dell’amico Marone. È proprio qui che il poeta ritrova serenità, pace e riposo, ma anche un momento di pausa dalla dolorosa esperienza della guerra. Finalmente può sentire il calore del focolare e vivere la casa come un rifugio per i suoi pensieri e la sua stanchezza. Proprio per questo il poeta preferisce rimanere isolato e perfino ignorato: alle strade piene di gente preferisce il «caldo buono» della casa. Nella celebre lirica, infatti, il poeta più che celebrare la festività del Natale si sofferma sui sentimenti di stanchezza e sollievo da lui provati nei giorni di congedo dal fronte italo-austriaco.

Quel 26 dicembre Ungaretti si lasciava alle spalle i giorni drammatici vissuti a San Martino del Carso dove aveva assistito alla morte di molti commilitoni e alla distruzione di interi villaggi. La sua visione del Natale è dunque estremamente soggettiva e interiore. Già nel primo verso c’è una forte antitesi tra il Natale (momento gioioso, sereno e spensierato per antonomasia) e la stanchezza provata dal poeta.

Ungaretti non vuole uscire nella folla cittadina, perché l’assembramento gli ricorda la confusione delle trincee belliche. Ungaretti è stanco nel fisico e segnato nell’anima, Il rimando a “una cosa posata e dimenticata” ricorda il corpo dei compagni massacrati e caduti nello scontro. Il poeta chiede dunque di rimanere in casa: c’è infatti questa esigenza di sottolineare il “qui” in contrapposizione a un non detto, ma implicito là, delle trincee dove infuria la battaglia italo-austriaca, di poter stare accanto al “caldo buono del focolare” che ha una funzione ristoratrice in contrapposizione con il gelo terribile e feroce patito in battaglia che gli si è insinuato nelle ossa.

“Natale” di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

*Una lirica così intensa e cruda nello stile scarno ed essenziale di Ungaretti. Quasi la senti la pesantezza amara dei suoi pensieri, la resa di quell’invocazione di lasciarlo lì come una cosa posata in un angolo, dimenticata, come le vittime silenziose di ogni guerra che spesso non fanno più nemmeno notizia e lui che ne è uscito vivo non sa che significato dare ad un natale chiassoso, di spese, di luci, lui che aveva negli occhi la morte.

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