Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Muniti di cestino partendo dalla ricerca dei funghi o del tartufo e delle castagne , alla celebrazione della raccolta dell’uva. Il foliage resta uno degli spettacoli più belli che l’autunno possa regalare e in Italia ci sono numerosi luoghi per ammirare foliage che promettono di rimanere impressi nella memoria, magari abbinando questa atmosfera magica e rilassante a una serie di attività che vi abbiamo suggerito. Potete organizzare gite fuori porta che vanno da una passeggiata a cavallo fino alla celebrazione delle mele del Molise. Passando per la Toscana, dove è possibile dedicarsi alla cura della vostra persona immersi nell’autunno e i suoi scenari suggestivi e meravigliosi con i suoi colori
Attenzione ai rischi (anche mortali) della pressione arteriosa troppo alta
Secondo alcuni studi 2 adulti su 10 sono ipertesi, cioè hanno la pressione arteriosa troppo alta ma metà di loro lo ignora perché questa condizione di solito non dà disturbi, ma, al massimo, piccoli segnali non sempre facili da cogliere. L’ipertensione si sviluppa quando le pareti delle arterie perdono la loro elasticità naturale, diventano rigide e i vasi più piccoli si restringono. Ideali per la salute sono valori inferiori a 130 massima e 85minima, mmHg.
di Pier Carlo Lava
Alessandria today: Tenere sotto controllo la pressione arteriosa quindi è importante per salvaguardare il nostro fisico da vari rischi fra i quali, infarti, ictus, collassi, ecc. che a volte possono anche rivelarsi fatali e questo indipendentemente dall’età e dal sesso di ogni individuo.
Pressione arteriosa alta e sbalzi non controllati nel tempo determinano effetti negativi sul nostro motore il cuore, che sottoposto a continui sforzi rischia di avere dei problemi di funzionamento che a volte non sono risolvibili solo con i farmaci ma è necessario ricorrere ad interventi chirurgici.
Le cause che possono alterare la nostra pressione arteriosa sono molteplici, fra le quali il sovrappeso, obesità e quindi l’alimentazione ricca di grassi e con troppo sale, la mancanza di esercizio fisico e il ruolo dello stress giornaliero a cui siamo sottoposti nell’attuale società, responsabile della secrezione di adrenalina e altre sostanze che causano modificazioni a livello dei vasi sanguigni.
A questo proposito se non si vuole andare in palestra sarebbe buona norma, ma una cosa non esclude l’altra, muoversi camminando tutti i giorni almeno per 30 minuti e ovviamente per le persone anziane in orari consentiti, ed inoltre alimentarsi con una dieta sana ed equilibrata che tenga conto dell’energia consumata dal nostro fisico in base all’età e al lavoro svolto.
Anche il tabagismo aumenta il rischio di ipertensione arteriosa e conseguentemente il rischio di infarto cardiaco, ictus cerebrale e altre malattie delle arterie è importante sapere è che, se si smette, i rischi diminuiscono indipendentemente da quanto tempo si è stati fumatori.
Occorre tenere presente che i valori della pressione arteriosa possono variare anche a seconda dell’attività che si sta svolgendo e dalle condizioni ambientali. Nel periodo del freddo invernale si restringono le arterie e i vasi sanguigni e la pressione tende ad aumentare, mentre nel periodo estivo, con il grande caldo si dilatano perciò il valore della pressione può diminuire notevolmente causando anche svenimenti.
Quando la condizione di pressione arteriosa alta si è instaurata nella maggior parte dei casi, si rende necessario il ricorso a farmaci antipertensivi, una cura che va personalizzata dal proprio medico.
Jacopo dal Verme, capitano di ventura, le sue gesta in Alessandria, di Pier Carlo Lava
Alessandria: Continua il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una strada o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Jacopo dal Verme, Alessandria gli ha dedicato l’ultima traversa di via San Giacomo della Vittoria, poco prima di arrivare in piazza Marconi, appunto via Jacopo dal Verme.
Una strada corta, poche centinaia di metri che termina in via Lanza proprio davanti all’entrata del parco comunale intestato a Michele Pittaluga, del quale ne abbiamo già parlato in un recente post. Ma chi era questo personaggio, quale parte ebbe nella storia di Alessandria?, a questo proposito ecco cosa si evince da una ricerca su internet.
Iacopo Dal Verme nacque, probabilmente nel 1350 a Verona, da Luchino e Iacopa di Bonetto de’ Malvicini e morì a Venezia il 12 febbraio 1409. Fu un capitano di ventura, condottiero e abile stratega, una vita breve la sua presumibilmente in linea con l’età media dell’epoca, ma interessante e ricca di colpi di scena. Anche Alessandria fu teatro delle sua gesta quando tornò rapidamente nella nostra città dove arrivò in tempo per fronteggiare il duca Jean d’Armagnac, al soldo fiorentino.
Jacopo Dal Verme disponeva di 2.000 lance e di 4.000 fanti, mentre l’esercito francese contava almeno il doppio di soldati. L’Armagnac, confidando in una rapida vittoria, si lasciò attirare con una parte del suo esercito fino alle mura di Alessandria; qui il 25 luglio venne catturato da alcune colonne viscontee uscite improvvisamente dalle porte della città.
La vittoria del dal verme. fu completa, Armagnac e 500 dei suoi cavalieri vennero catturati e molti altri furono uccisi. Giangaleazzo ordinò tre giorni di festeggiamenti in tutto lo Stato visconteo e il Dal Verme, con il bottino preso ai Francesi, acquistò in Alessandria un gruppo di case e le abbatté per consentire la costruzione della chiesa di S. Giacomo della Vittoria.
Cosa ci guadagni con Alessandria today? di Pier Carlo Lava
Pubblicato il 20 agosto 2019
Alessandria today: Quando ho terminato la mia attività come dirigente industriale nel settore food e quella successiva di consulente commerciale e marketing ho iniziato ad occuparmi dei problemi della città che in tanti anni per motivi di lavoro in giro per l’Italia non avevo mai vissuto interamente.
Quello attuale, Alessandria today è il terzo blog negli ultimi 10 anni, nella fase iniziale scrivevo prevalentemente post sui problemi esistenti in Alessandria riguardanti i lavori pubblici, vede urbano, ecc. con l’obiettivo di segnalarli alle Amministrazioni comunali in carica, in questi 10 anni ne sono cambiate tre, alfine di sensibilizzarle la risoluzione.
In tal senso e senza tema di smentite posso affermare che la maggior parte è stata risolta mentre quelli restanti sono ancora attualmente oggetto dei miei post.
Con la creazione di Alessandria today ho deciso di modificare in parte la mia linea editoriale con un deciso sviluppo della sezione cultura, eventi, presentazione di libri, biografie e interviste ad autori di ogni parte del nostro meraviglioso paese, che ovviamente vengono effettuate per mail, salvo quelle in Alessandria che vengono effettuate di persona.
In questi anni dopo averla creata mi sono dedicato anche allo sviluppo della mia pagina su YouTube: https://www.youtube.com/user/piercarlolava dove attualmente ci sono 1.126 video, con 400 iscritti e 314.000 visite.
Ma quello che differenzia in modo sostanziale Alessandria today dai precedenti blog è la creazione partendo da zero 18 mesi fa di una redazione composta da oltre 30 autori, prevalentemente donne (quelli abilitati sono 50 ma in parte scarsamente attivi) al punto che prima o poi dovrò fare una selezione.
Tengo a precisare che per mia specifica scelta su Alessandria today non c’è pubblicità e quindi è un media senza scopo di lucro, perciò tutti gli autori che tra l’altro sono molto bravi, operano su base volontaria.
Dieci anni fa quando ho iniziato c’era chi incontrandomi mi diceva “ma chi te lo fa fare ad occuparti dei problemi della città visto che c’è chi paghiamo per risolverli?”, ora invece ci sono delle persone che sui social mi scrivono: “ma si guadagna con Alessandria today?”
A questi ultimi rispondo che non è il guadagno che mi interessa dato che ho scelto di non avere pubblicità (nemmeno sulla mia pagina You Tube) ma semplicemente la grande soddisfazione di vedere risolti i problemi della città ed inoltre il piacere di avere creato da zero Alessandria today con il sottoscritto unico autore (come nei due blog precedenti) e di essere riuscito anche grazie alla collaborazione di tutti gli autori della redazione a farla crescere oltre ad ogni previsione, infatti ad oggi in soli 18 mesi stiamo per raggiungere le 600.000 visite con una proiezione a fine 2019 di 800.00 e una media giornaliera visite in costante aumento segno evidente dell’apprezzamento dei tantissimi lettori di oltre 130 paesi nel mondo.
Ho lasciato il mio cuore in collina, tra le onde. In un punto imprecisato tra Montesilvano e Penne. Era estate, lo ricordo bene per via delle more. Ce n’erano a bizzeffe, i cespugli carichi da scoppiare. I suoi occhi, la mia dannazione. M’ha preso la mano. Non c’eravamo mai toccati prima. Non ci si crede, cosa fanno sei mesi di conversazioni fitte. Scintille. E quegli occhi che mi si puntavano addosso pungenti come spilli. Poi mi ha chiesto di chiudere i miei e di fidarmi. Era una perfetta sconosciuta, per quanto ne sapessi poteva anche puntarmi una pistola alla tempia e rapinarmi. Invece chiusi gli occhi e mi lasciai andare. E sentii la mia mano affondare in un luogo caldo e cedevole. Poi mi ordinò di aprirli. Vidi la mia mano affondare in una pentola.
Non ho mai capito cosa volesse dimostrarmi. Fu l’ultima volta che la vidi. Dio solo sa se mi manca. E’ andato tutto storto. E non abbiamo più parlato. Mi rimane solo l’odore della sua pelle, le immagini di noi due nudi nello specchio, davanti al letto, lei che era troppo veemente e mi costringeva ogni tanto a riposizionarmi, ehm, in parti riposizionabili.
La stessa terra ha nutrito le pietre che ho scalciato io, e che ha scalciato lei. Abbiamo vissuto quarant’anni nella stessa terra ma non c’eravamo mai incontrati. Almeno, non lo ricordavamo. Magari è successo chissà quante volte, a un concerto, o in piazza Salotto.
Sentivo scorrere nel suo sangue l’acqua del mio mare, nelle sue iridi i riflessi delle pietre adagiate sul letto del mio fiume.
Le nostre anime erano composte della stessa pasta, e quando si sono sfiorate, tutto è stato chiaro.
Ci sono queste stanze, un tempo ospitavano feste e balli straripanti di luce e suoni, ora sono chiuse, le finestre sprangate, i lampadari impolverati come tutti i mobili, coperti da lenzuola un tempo candide. Sono le stanze dei miei sentimenti, fantasmi che si nascondono sotto quelle lenzuola e che nessuno più guarderà.
Attraverso questa vita come fosse un viale nel mezzo di un sogno, senza autentica coscienza, senza autentica percezione, senza poter afferrare per davvero proprio un bel niente. Il tempo suona la sua melodia, nota dopo nota, io avanzo e non riesco a trattenere nulla, neppure le lacrime.
Eppure qualcosa rimane, lo sento quando guardo un fiore resistere alla perfidia del sole senza ombra e del catrame in cui è incastrato, quando sento un bambino che chiama “mamma” o “papà”, quando vedo qualcuno fermo, senza cellulare, immerso in un vecchio e caro libro, quando porto due vestiti alla colletta e devo far la fila per donarli. Ma, sopra ogni cosa, sento che c’è qualcosa nella poesia, un filo invisibile che unisce certe anime, una lieve, lievissima pendenza del piano inclinato su cui l’umanità, da sempre, scorre, che spinge tutti, volenti o nolenti, verso il bello, verso l’alto, verso la pace, verso la gentilezza, verso la solidarietà, verso il buono.
La poesia, per me, serve a questo: spingerci verso il giusto verso.
Guardo Marco Bellavia piangere e mi vien voglia di stringerlo, ma più d’ogni altra cosa mi vien voglia di chiedere ai suoi “compagni” della casa cosa hanno al posto del cuore, un bancomat, un contatore di like, un frigorifero ammuffito, cosa? Come si può rimanere non solo indifferenti, ma persino infastiditi, dal dolore umano? Sarà forse la paura di chi è diverso, dell’emigrante aggrappato a una barca di cui non sappiamo né il passato né il presente e, quindi, non riusciamo a capire quale potrà essere il suo futuro?
Vedo un mare di ipocrisia intorno a questa disgrazia umana, Signorini che si dice indignato, fa finta di porgere le sue umili scuse ma intanto continua a guadagnare milioni sulla pelle della povera gente, e manda in onda istericamente e ancora e ancora quelle “pagine bruttissime di televisione” di cui è uno dei principali responsabili nonché beneficiario, perché una cosa è sicura, l’audience non è certo calata, così come il suo conto in banca. Se si fosse dimesso immediatamente, forse, poteva ai miei occhi salvare la faccia, ma evidentemente sono altre parti del corpo che intende salvare.
Probabilmente sarò di parte, attraverso un periodo della mia vita complicato e non ho voglia di vedere né parlare con nessuno, ma guardando le lacrime di quel ragazzo spiattellate su ogni social, in TV, in un oceano infernale di replay, mi sono sentito tremare i polsi e ho provato anche rabbia. Com’è possibile che vengano mandate in onda oscenità del genere? Quanto è ipocrita chi condanna le immagini che trasmette non solo in diretta, ma anche in replay una infinità di volte, mettendoci anche sotto la canzoncina strappalacrime per fare più audience e più soldi?
Io intanto penso a cosa stia passando lui, Marco, adesso: rivedersi in onda mille volte come se quelle lacrime non potessero fermarsi mai, che effetto può mai avere?
Che speranza hai di uscire dal buio e tornare a guardare il mondo con occhi sereni, se tutti ti puntano addosso fasci violenti di una luce odiosamente pruriginosa?
Cosa siamo diventati? Dov’è finito il senso d’umanità che dovrebbe distinguerci non dico dagli animali, che da tempo han dimostrato di esser più saggi, ma almeno dalle cose inanimate?
Scrivere poesia è insito nel DNA, è un esigenza fisica, direi fisiologica.
Forse un difetto genetico, dipende da quale prospettiva la si vede. Non si guarisce, l’unica medicina è scrivere, perché se non lo fai hai una sorta di malessere. Devi far uscire le emozioni, le devi mettere su carta altrimenti ti senti una coppa di champagne troppo piena e le bollicine versate,senza controllo, ovunque. Le emozioni frizzano, sono dorate, luminose, e non possiamo disperderle senza senso. I poeti dormono con un note vicino, annotano sogni, parole, sensazioni che in ogni momento possono emergere.Non possiamo perderle, sono un tesoro prezioso, sono il legame tra noi e il cielo. Noi adoperiamo le parole come creta, le mescoliamo,le shekeriamo, le coloriamo. Noi siamo la matematica delle parole infinite, siamo gli alfabeti degli universi, siamo le gemme e le foglie degli alberi. Noi siamo il vento delle parole e il seme della Terra. Spargiamo vita e creiamo magia. Siamo magia e incantesimi
Siamo i pittori e gli scultori delle parole. Ogni emozione in noi è sublimata, intensificata, siamo lo tsunami delle emozioni, siamo l’uragano delle sensazioni siamo le slavine dei sentimenti. Tutto ciò che proviamo è estremamente intensificato noi non siamo capaci di amare, ma solo amare troppo, noi amiamo più dell’amore, abbiamo gioie più della gioia e ahimè, anche dolore più del dolore. Chi non è pronto a starci accanto ha paura, ma chi decide di farlo sarà amato più dell’amore stesso. Noi non conosciamo le vie di mezzo o amiamo o odiamo, ed è tutto così intenso, così intenso da far male. Abbiamo una linea sottile di finito e infinito che può condurci alla morte ma che ci fa essere incredibili nell’anima.Noi siamo il pentagramma delle parole, la chiave di violino, le nostre emozioni note che diventano melodia.Eh si! Cantano di meraviglia, di stupore, di bellezza! Tutti noi sappiamo che siamo sempre pieni di stupore e di incanto, i nostri occhi sanno vedere in miliardi di modi diversi. Vedere nel profondo di ogni essere, coglierne l’essenza, il significato. Tutto ciò che proviamo è sublimato, noi viviamo in estasi con le parole, le emozioni per noi sono tattili, concrete, le tocchiamo ed è una sensazione che ti stende, perché noi le parole le cantiamo insieme a Dio, agli angeli.Iris G. DM
La scrittrice Liliana Marchesi si presenta ai lettori di Alessandria today
di Pier Carlo Lava
Alessandria today è lieta di presentare ai lettori la biografia della scrittrice Liliana Marchesi, della quale in seguito verrà pubblicata anche un intervista in esclusiva per il blog a cura del poeta Marcello Comitini.
Biografia:
LILIANA MARCHESI è nata nel 1983. Vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo, insieme al marito e ai suoi due figli. Dopo aver mosso i primi passi nel genere del PARANORMAL ROMANCE, ha trovato fissa dimora nel regno della DISTOPIA. E proprio per questo ha fondato IL PRIMO SITO ITALIANO dedicato al genere Distopico: www.leggeredistopico.com Curatrice di diverse rubriche ‘Distopiche’ sul web, fra cui Letture Divergenti per il sito ThrillerNord.
Liliana è rappresentata dall’Agenzia Letteraria Progetto Scrittura.
OPERE PUBBLICATE: •2012 – “Harmattan” Paranormal Romance autoconclusivo ambientato in una splendida quanto misteriosa Africa;
•2013 – “Trilogia del Peccato” (serie composta da tre volumi) Audace rivisitazione contemporanea del mito del Peccato Originale;
•2014 – “Lacrime di Cera” (ripubblicato nel 2018 dalla DZ Edizioni) Distopico autoconclusivo popolato da automi molto particolari;
•2015 – 2017 “Saga R.I.G.” (serie composta da tre volumi e uno spin-off) Un’epopea Distopica, tradotta anche in inglese e in spagnolo, che trae ispirazione dalla credenza secondo la quale l’uomo conosce e utilizza soltanto una minima parte delle reali capacità del proprio cervello.
Piove piano sull’erba alpina e l’acqua scende in rivoli lungo il pendio come lunghe dita flessuose e si aduna e ingrossa e sospira e penetra da un crepaccio nel corpo della montagna. E’ un sifone alpino e piano l’acqua sale, si riempie e tracima da un buco nero e non è più sospiro ma urlo o rombo e tutto travolge l’onda d’orgasmo e scende, e scava, e spalanca valli e corre veloce come un fiume forse è gioia, forse collera e continua, anche dopo la pioggia finchè il sifone scende e l’acqua scorre lenta come un fiume. Resta una gioia nell’aria e un fiume che sospira.
Riproposta.. ha già 6 anni e va a scuola di batteria.
Si abbandona tra le tue braccia così piccola che ci sta tutta. Tiene gli occhi socchiusi e guarda dritto nei tuoi. Poi, all’ improvviso, ti infila un dito in un occhio.. ma dolcemente, con delicatezza femminile, e solo per afferrare la bimba che vede riflessa. Il fratellino si sarebbe fatto meno scrupoli. Poi gli occhi si fanno sempre più pesanti, quasi una fessura ma da lì sbircia sempre se ci sei. Se proprio si chiudono li riapre subito, per controllare che sei ancora lì. E allora glielo dici che sì, ci sei e non la dai alla befana come in quella ninna nanna e glielo ripeti come fosse un’ altra ninna nanna finchè il sonno vince. Allora la puoi accomodare, e coprirla bene che stia al caldo, metterle una musica, così che impari ad amarla e un bacio in fronte, così che impari ad essere amata.
Mi sono svegliato troppo presto stamattina così che non c’è annuncio del nuovo giorno in cielo solo buio, e ombre dei lampioni sulle case che continuano a non muoversi e altre ancora, che continuano a non esserci l’aria però è fresca e invita a respirarla ma io continuo a fumare guardando il cielo e penso che è inutile tornare a dormire e non so nemmeno che ore sono, che non ho orologio e il telefono è scarico per dimenticanza caduto sotto al divano. Così sto qui, al balcone, e la fantasia è il lampione acceso che disegna le ombre ai muri che continuano a non muoversi e a non esserci nemmeno un po’ di vento che muova gli alberi e le vesti della figura accesa dal lampione. Forse non mi aspettava così presto ma in verità non so nemmeno se è troppo tardi solo sto qui, e aspetto il sole se verrà qualcosa dovrà pur venire fosse anche un lampo di luce e poi ancora il buio e nel lampo vederla passeggiare qui di sotto e salutarmi con la mano e poi sparire. Che faccia luce però è certo, come il suo passeggiare no anzi si vedrà bene quanto non c’è e continua a non esserci almeno nella forma che conoscevo da ragazzo fissata in qualche foto in bianco e nero. Però qui è così calmo, che anche le stelle sorridono dovrebbe restare così per sempre ma già passa la prima auto che mi separa dal Sogno.
C’ è qualcosa nella nebbia dei mattini di questi giorni d’inverno nell’ umidità che condensa e scende in goccioline rigando il parabrezza mentre il sole che nasce imbianca sullo sfondo. Qualcosa che ti invoglia a spegnere il motore procedere ascoltando il rotolio delle gomme l’ aria che fischia come il vento tra gli alberi, e a osservarli gli alberi appaiono a uno a uno dallo sfondo bianco. Stai in ascolto e senti qualcosa battere nel petto ma non sai se è il cuore che si fa anima o l’ anima che si fa cuore. Intanto sei lì, in auto e anche fuori tra gli alberi. E gli alberi ti vedono apparire dallo sfondo bianco a motore spento, in silenzioso elettrico a uno a uno ti vedono apparire, per poi sparire nel bianco.
C’è un luogo, lungo il Lambro dove l’ acqua accelera la sua corsa scendendo rapide artificiali prende forza e velocità per alimentare la ruota dell’ antico mulino in disuso. L’ acqua spumeggia di bianco mescolandosi all’ aria si insinua in ogni passaggio corrode le pale della ruota che ormai non gira più. Se ti fermi lì, se stai a guardare, dopo un po’ ti trovi a pensare come lei. Ma quando esce dalla strettoia tutto s’ acquieta l’acqua riprende la sua calma, puoi seguire il corso del fiume con lei dalla ciclabile a lato, pedalando senza fretta, e dopo un po’ ti trovi a pensare come lei.
C’è foschia oggi, che confonde le cime dei monti col cielo e il verde salendo cambia pian piano in grigionuvola c’è foschia che nasconde i profili dei monti ma sai com’erano e la memoria li ricostruisce sbagliandoli un po’. Dev’essere così che svaniscono anche i ricordi sfumano piano in un grigio che non so ma sai che c’erano e la memoria li ricostruisce sbagliandoli un po’. Dev’essere così che si scordano i posaceneri come quando vado in cucina per farmi un bel caffè e già che ci sono mi porto anche il posacenere da svuotare prendo la zuccheriera, metto lo zucchero nel bicchierino metto il bicchierino sotto la macchina del caffè e torno sul divano per bermelo in santa pace mi sdraio e mi ricordo del posacenere da andare a riprendere in cucina perchè mica si può bere il caffè senza una sigaretta. Questo quando va bene se no torno in sala con la zuccheriera poi torno in cucina a cercare il caffè, finito chissà come nell’armadietto al posto della zuccheriera e finalmente torno in sala per bermi il caffè se non dovessi tornare ancora in cucina a riprendermi il posacenere. Così svaniscono piano anche i visi, e i corpi e i nomi delle cose svaniscono piano verso un grigionuvola che non so e finchè sai che c’èrano li ricostruisci sbagliandoli un pò poi toccherà inventarli, credo. Spero solo che siano belli.
Questa chitarra rossa che vedi brillare ancora con un po’ di trucco sul palcoscenico della vita non è solo mia. Lei mostra i segni del tempo esattamente come me che non la so accarezzare come merita, le dita si fanno più lente e il plettro a volte sbaglia mira. E’ tardi ormai per migliorare le dita si faranno sempre più lente. Lei ha piccole fossette sul manico per lo sfregamento delle corde qualche sverniciatura qua e là e mostra il legno sottostante. Fosse mia potrei pensare di cambiarla magari con una uguale uguale nuova, fiammante, magari di quelle made in Japan. Ma ricordo un ragazzo che l’ ha trovata un giorno girando per Milano proprio nell’ ultimo negozio di musica visitato, vicino alla stazione prima di rinunciare e tornare a casa deluso. L’ ha pagata tutti i soldi avuti da mamma strappati al faticoso vivere quotidiano e quindi è sua. A me resta di accarezzarla come posso finchè posso.
Me lo aveva prestato mia zia, che lo aveva abbandonato per la mancanza di linearità.
Non mi è piaciuto per due motivi principali: uno che riguarda lo stile e l’altro la trama. Proverò a spiegare entrambi con dei riferimenti alla cultura pop.
1) Lo stile di Cannarsi nella scrittura.
Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista senza nome e alcune descrizioni sia sensoriali che degli stati d’animo mi sono piaciute molto. Non solo davano colore ma erano vere, nel senso che una persona poteva davvero rispechiarsi in esperienze simili, e se tutto il resto del libro fosse stato scritto in quel modo sono certa che l’avrei adorato.
Il problema di questo punto, però, è che diverse frasi sembrano delle traduzioni di Gualtiero Cannarsi.
(Per chi non lo conoscesse, è un dialoghista e adattatore di film giapponesi che ci ha regalato “perle” come queste:
“Nessuna recalcitranza! Abbattete l’obiettivo a qualsiasi costo”
“Gli uomini della ditta Junker sono micragnosi”).
In sostanza abbiamo delle frasi che si perdono in barocchismi inutili, un lessico forzatamente aulico cacciato in bocca a una normale ragazza di provincia (non una cresciuta a pane e Dante Alighieri, per dire).
Qualche esempio:
“Sapeva trasformare ogni cosa in set, manipolava la sua vita come uno sfondo per blandire la desolazione”
“Per andare da Giuseppino, ha scelto dei fuseaux stampati lucidi, a squame di serpente, incollati alla pelle, ma i fiumi di depravazione che fa presagire alle tombe in realtà nascondono principalmente quelli di coca cola che beve” ?????
Della seconda metà della frase io non capisco sinceramente il significato. Voi?
E ancora: “Quando le vie sono evaporate di suoni perché tutti sono al mare”. Casomai “quando i suoni evaporavano dalle vie” perché se la via evapora vuol dire che cammini nel nulla. Comunque tutti questi arzigogoli per dire che c’è silenzio.
“L’acqua sembra fatta di coltelli tanto è dura e picchia sui vetri” Che vuol dire? Sta grandinando? Oppure sono solo dei goccioloni che cadono fitti? Boh!
2) Il gusto di “13 reasons why”
Se vi ricordate la serie Netflix sulle cassette della ragazzina vittima di bullismo, probabilmente saprete già di cosa sto parlando. A chi non l’ha vista la sconsiglio fortemente.
Sia nella prima stagione, e ancora di più in quelle successive, c’è un gusto a tratti malato per l’orrido, per il trauma, gli abusi e l’autolesionismo.
Anche le sequenze più truculente degli episodi non servono quasi mai per reali spunti di crescita per i personaggi: allungano solo la storia e aggiungono dramma inutile.
Stessa cosa accade in questo libro. Non c’è una reale storia, ogni capitolo è quasi una sequenza a sé stante in cui si scava sempre di più nelle disgrazie e nei traumi dei personaggi, senza mai cavarne fuori niente. Non c’è una direzione, mai un momento in cui la protagonista, o qualunque altro personaggio, provi concretamente a fare qualcosa per risolvere i suoi problemi interiori (e quindi anche quelli esteriori) e tutto scade in una disgustosa celebrazione del malessere.
Dunque la protagonista, e quindi anche il lettore, che cosa trae alla fine da questo libro? Un fico secco dato il finale!
Questa è la mia personalissima opinione. Se il libro vi è piaciuto sono contenta per voi, ma per me è un grandissimo NO.
Recensito migliaia di volte, quindi non porto nulla di nuovo se non sensazioni strettamente personali.
Ipnotico, non vorresti mai finire di leggerlo. Siamo un po’ tutti Giovanni Drogo, bloccati in un ufficio o in una fabbrica, davanti un televisore o a fianco della persona sbagliata, con un telefonino in mano pieno di luce e di nulla, fermi ad aspettare la fine consumando le ore e i giorni, gli anni e le stagioni bruciate nel forno famelico del tempo che passa.
Inesorabile, corre verso una fine incognita solo nelle modalità, peraltro sempre drammatiche. Così il finale del romanzo. Quando sembra arrivato il momento atteso da una vita, arriva l’infamia dell’impossibilità, l’ingiustizia rappresentata dai nuovi arrivati, la presa di coscienza della sconfitta e infine della resa. Sul volto un sorriso, forse non troppo amaro.
Mi piace quando scopro dei “tesori” nascosti nei romanzi. In questo caso “Le regole della casa del sidro” è il romanzo che Violette, la protagonista di “Cambiare l’ acqua ai fiori” di Valerie Perrin legge e rilegge in continuazione e da cui trae ispirazione. Io non lo avevo letto ed ho recuperato.
L’ ho trovato di una bellezza mozzafiato, uno dei più bei romanzi che abbia mai letto!
All’ inizio sembra noioso, scritto con un linguaggio troppo ricercato e particolareggiato, che ti fa soffermare più a lungo sulle pagine e si può essere tratti in inganno e abbandonare, ma superato questo ostacolo si capisce qual’è la vera difficoltà: è un romanzo scritto con un linguaggio poetico, una favola incantata da raccontare ai bambini, una poesia raccontata da un romanzo, a voi la scelta.
Il romanzo è ambientato nel Maine, negli anni trenta del 1900, e in particolare nell’ isolato paesino di St.Cloud, dove la ferrovia è l’unica via di collegamento tra il suo orfanotrofio e il resto del mondo. A St.Cloud infatti non ci si arriva per caso ma ci vanno solo quelle donne che devono sgravarsi di un figlio indesiderato e farne un orfano, oppure decidere di liberarsene con un aborto. A gestire l’ orfanotrofio è il dr. Larch, un ginecologo all’avanguardia che antepone sempre il bene di un orfano davanti a tutto ed è solo inseguendo questo fine che ha deciso di procurare aborti, anche se all’ epoca ancora illegali, a chi altrimenti se lo sarebbe procurato comunque in un altro modo mettendo a rischio la propria vita.
E poi c’è Homer Wells, nato a St.Cloud, rifiutato da quattro famiglie e che quindi sceglie di rimanere a St.Cloud, rendendosi utile e divenendo l’ allievo prediletto del dr.Larch, sebbene le sue idee sull’ aborto sono in opposizione a quelle del dottore.
Ma un giorno l’arrivo di una giovane coppia che ha bisogno di un aborto, Wally e Candy, smuove qualcosa in lui e decide di seguirli lasciando l’ orfanotrofio. Homer non conosce nulla del mondo fuori da St.Cloud e ogni nuova esperienza per lui è magica e incantata, come quella di imparare l’ arte della fruttificazione, la vita dei braccianti stagionali, l’amicizia, nuotare, guidare, amare.
Ma il dr. Larch che per Homer prova un amore quanto più simile possibile ad un padre, tesse una vita alternativa, un progetto ambizioso, dalla cui riuscita spera di poter ricondurre Homer a St. Cloud per continuare il suo lavoro dopo di lui.
Questo romanzo parla di molte tematiche sempre attuali: di aborto, di desiderio di paternità disgiunto dalla famiglia, di amicizia, di sogni, di violenza domestica, di disabilità.
È un romanzo che mi si è tatuato nel cuore!
E a chi pensa che averne visto l’adattamento cinematografico gli ha tolto il gusto di leggere il romanzo dico: leggete il libro perché due terzi del romanzo non sono trattati nel film, e sono i due terzi che fanno del romanzo una vera poesia!
Questo è il Parco delle Groane. La casa di una foresta dietro casa mia, antica di trecento anni. Mi piace andare a trovare gli alberi la mattina presto, prima di indossare il computer, che a volte è un abito di raso e a volte una camicia di forza. E mi piace farmi trovare dagli alberi, a ogni distanza uguale e diversa della terra dal sole, anch’io uguale e diversa.
Qui ho ambientato, in parte, “Quelle in cielo non erano stelle” immaginando che, in qualche modo, questa foresta camminasse accanto alla foresta di #Chernobyl. Poi ho immaginato che camminasse accanto alla foresta di Vincennes, intorno a Parigi, dove è probabile che avesse cavalcato #ChristinedePizan. Se, come dicono gli scienziati, tutte le foreste del pianeta fossero un’unica grande foresta che ci respira… Una foresta conscia e inconscia, passata e presente, che ci abita fuori intorno e dentro.
da una donna che quasi non conoscevi, ma che improvvisamente è entrata nella tua vita, donandoti la sua intimità più nascosta.
Una conoscenza virtuale, che ti ha fatto capire che la realtà ha tante sfaccettature che alle volte sembrano reali più di quello che viviamo.
Poche parole, unite a delle immagini,
istanti rubati, nel quale compare un nome, che ti sembra impossibile aver udito mentre lei lo pronunciava con le sue labbra e ti rendi conto che sei entrato nel suo cuore senza nemmeno accorgertene.
Istantanee che vanno a costruire un piccolo pezzo di una storia che non hanno cercato, ma che è stata sincera, tanto da farla sopravvivere, nonostante le incomprensioni e diversi modo di “sentire l’altro” in qualcosa che ha colpito entrambi, ma senza mai farsi male, tanto che a dispetto della lontananza,
C’era una volta, vicino a casa mia, un grande albero di Ippocastano. Si lamentava e gemeva tra le foglie, dicendo di essere solo soletto, intorno a lui non c’erano altri alberi, gli uomini avevano fabbricato case intorno, e avevano sprecato il prato che abbelliva la vista e faceva respirare aria di campagna.
Però la notte Yppo così si chiamava l’albero, veniva visitato da molti gatti di tutti i colori, che passavano la notte a miagolare e a rincorrersi tra i rami.
Era sempre affollato, ed era diventato il ritrovo dove miagolare con altri gatti.
C’era Nerino con il pelo nero e setoso. Lui voleva comandare a tutti, e nessuno doveva dire o fare senza il suo permesso.
C’era Bianchina una gatta tutta bianca con gli occhi azzurri che a detta di molti la rendevano deliziosamente affascinante, se li guardava a tutti con i suoi occhietti storti .
Poi c’era Minou grigio con baffi e pelo molto lunghi, aristocratico e distinto parigino .
E poi c’era Fuffy che non si fermava mai, sembrava una trottola, e faceva girare la testa a tutti.
La compagnia era grande, c’erano anche Giorgetto, Nanni e Niccolò tre siamesi dispettosi e fieri sempre pronti ad azzuffarsi, quando decidevano di divertirsi.
Però tutti erano amici per la pelle e spensierati passavano la notte, giocando a nascondino tra i rami di Yppo. E quando il mattino, il sole spuntava, incominciavano a salutarsi, stiracchiandosi, pronti a far ritorno a casa dai loro amici umani, e dandosi appuntamento per la sera.
Yppo incominciava a lamentarsi e a soffrire di solitudine, quando sopraggiunse un merlo innamorato col becco giallo e incominciò a cantare la sua canzone sulla più alta cima e tenne compagnia per tutto il giorno a Yppo con il suo canto.
E fu così che per Yppo non ci fu più un giorno che si sentì più solo. . .
Quella di Seneca è una tra le più complesse e suggestive figure che l’antichità classica ci abbia lasciato in eredità: una personalità poliedrica, con molti tratti che l’avvicinano al mondo moderno.
Seguace della dottrina stoica, Seneca s’impose un ideale di vita ascetica, rigorosa sul piano morale come nettamente emerge dai suoi numerosi scritti i quali però sono in aperto contrasto rispetto al ritratto che di lui forniscono le fonti storiche (Tacito, Svetonio e Cassio Dione).
Fu, come dicono le fonti storiche sopra richiamate, bersaglio di ingiuriosi e velenosi attacchi da parte di molti che gli rinfacciavano di amare, più di ogni altra cosa, il denaro e gli agi di una “dolce” vita.
Nel nobile discorso al Senato, riportato da Tacito(Annales, XIV, 53-54), Seneca prende atto delle accuse e ringrazia Nerone per le smisurate ricchezze elargitegli, ma, orgogliosamente, si dice pronto a restituirle: “Nec me in paupertatem detrudam, sed traditis quorum fulgore praestringor, quod temporis hortorum aut villarum curae seponitur, in animum revocabo”.
Traduzione: “Certo, non vorrò ridurmi in povertà, ma consegnate [quelle ricchezze] il cui splendore mi abbaglia, tornerò a dedicare allo spirito quel tempo prima riservato alla cura di ville e giardini” – Tacito, Annales, XIV, 53-54.
Quanto, poi, alle accuse di non corrispondenza tra le affermazioni della dottrina e gli atti della vita e di incoerenza tra le parole e i fatti, egli rispondeva:
“Aliter, inquis, “lòqueris, aliter vivis”.“Hoc, malignissima capita et optimo cuique inimicissima, Platoni obiectum est, obiectum Epicuro, obiectum Zenoni; omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent, sed quemadmodum esset ipsis vivendum. De virtute, non de me loquor; et, cum vitiis convicium facio, in primis meis facio: cum potuero, vivam quomodo oportet. Nec malignitas me ista multo veneno tincta deterrebit ab optimis; ne virus quidem istud […] me impediet, quo minus perseverem laudare vitam, non quam ago, sed quam agendam scio, quo minus virtutem adorem et ex intervallo ingenti reptabundus sequar”.
Traduzione: “Tu, dici, parli in un modo e vivi in un altro”; ma questa critica, o esseri maligni e nemici di chiunque è migliore, è stata rivolta a Platone, a Epicuro e a Zenone; costoro, infatti, non dicevano del modo come essi stessi vivessero, ma del modo come dovessero vivere. Io parlo della virtù, non di me;e quando lotto contro i vizi, lo faccio in primo luogo contro i miei: quando potrò farlo, vivrò come si deve. E non sarà certo questa malignità, intinta di molto veleno, a distrarmi dagli ottimi (propositi) ;e neppure questo vostro veleno […] mi impedirà di continuare a lodare non già la vita che conduco ma quella che so doversi condurre; e (non mi impedirà) tanto meno di adorare la virtù e di seguirla sia pure errabondo da una grande distanza” – Seneca, De vita beata, XVIII, 1-3 (La traduzione è mia).
C’è in queste nobili parole la volontà di mettere a nudo la propria anima, confessandone le debolezze e le contraddizioni. “C’è, come annota Guido De Ruggiero, una tensione spirituale a volte così dolorosa che il lettore non può appagarsi del giudizio negativo e sprezzante dei critici ed è portato ad intuire in quel contrasto […] un problema da risolvere, piuttosto che una soluzione già pronta”(Guido De Ruggiero, Angoscia di Seneca, sta in “La Rassegna d’Italia”, Gentile Editore, Milano, 1946).
Certo, evidenti sono in Seneca le contraddizioni, ma, a mio avviso, hanno torto quanti gli rimproverano una deplorevole incoerenza tra il dire e il fare, perché non tengono conto del fatto che Seneca non era soltanto filosofo e scrittore, ma uomo di Stato, soggetto per un certo tempo a tutte le esigenze e le convenienze della politica, spesso costretto a scendere a compromessi o a patti “machiavellici” e sicuramente portato più volte a consentire in cose da cui dissentiva la sua coscienza ma che riteneva necessarie ad un governo che tendesse ad essere “buono”.
In questa prospettiva, io credo, vanno inquadrate e valutate le contraddizioni di Seneca, i cui scritti però sono sempre il frutto di un’esperienza vissuta che va oltre il dato personale e si rivolgono non all’uomo singolo, ma all’umanità intera: che è poi l’insegnamento più fecondo che viene dalla dottrina stoica: quello di aiutare gli uomini a vivere bene, senza perdersi dietro fallaci illusioni e perseguendo l’unico bene, il bene supremo che risiede nella virtù, non nella ricerca del piacere.
Sono temi che avvicinano l’etica di Seneca alla morale cristiana; se non che in Seneca la soluzione dei problemi va ricercata nella sapienza umana piuttosto che in una salvezza che viene dall’alto dei cieli. Quanto alla ricchezza, egli sostiene che essa è uno strumento da usare con saggezza e liberalità, ovviamente per vivere al meglio, ma soprattutto per diffondere il bene ed aiutare i poveri e i deboli: un consiglio/un monito rivolto prima di tutto a se stesso, ma anche un invito ad essere generosi e rispettosi della vita umana, al di là di ogni possibile distinzione sociale.
Di qui, l’insegnamento rivoluzionario di Seneca, il quale fu il primo ad esprimere una ferma condanna contro l’istituto giuridico della schiavitù. Celebre, in tale ottica, il passo sugli schiavi: “Servi sunt: immo homines. Servi sunt: immo contubernales. Servi sunt: immo umiles amici. Servi sunt: immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunam” (Seneca,Epistula ad Lucilium, XLII).
Traduzione: “Sono schiavi: no, sono uomini. Sono schiavi: no, sono compagni di vita. Sono schiavi: no, sono umili amici. Sono schiavi: no, sono piuttosto compagni di schiavitù, se pensi che la fortuna sia concessa ad entrambi nella stessa misura (La traduzione è mia).
Come tutti i grandi uomini, Seneca ebbe le sue debolezze e i suoi vizi. Fu per tanti anni maestro e consigliere di Nerone e conobbe tutti gli intrighi, le perversioni e i crimini di una corte corrotta. Accusato di adulterio con Giulia Livilla (moglie di Marco Vinicio, figlia di Germanico e di Agrippina maggiore e una delle tre sorelle di Caligola), conobbe le amarezze dell’esilio in Corsica; esilio sopportato con grande dignità, come testimoniano le pagine della “Consolatio ad Helviam matrem” in cui egli si sforza di mostrare alla madre che, per il saggio, non esiste l’esilio né gli altri mali.
Mostrò sempre un animo distaccato di fronte alle velenose e ingiuriose accuse che i suoi nemici gli rivolsero nel corso della sua non breve attività politica. Ritiratosi a vita privata nel 62 d.C. e accusato di avere preso parte alla Congiura dei Pisoni per far fuori Nerone, fu costretto da quest’ultimo a darsi la morte (65 d.C.), da lui affrontata con un coraggio e con una serenità che ci ricordano quella di Socrate. Il racconto che ne fa Tacito (Annales, XV, 63-64), richiama per molti tratti le pagine immortali del “Fedone” di Platone.
In conclusione, quella di Seneca fu nel complesso una vita esemplare, fino all’ultimo dei suoi giorni. “Ego certe -scriveva a Lucilio nell’Epistola XXVI– velut appropinquet experimentum, et ille laturus sententiam de omnibus annis meis dies venerit, ita me observo et àlloquor: nihil est, inquam, adhuc, quod aut rebus, aut verbis exhìbimus. Levia sunt ista et fallacia pignora animi, multisque involuta lenociniis: quid profecerim, morti crediturus sum. Non timide itaque componor ad illum diem, quo remotis strophis ac fucis, de me iudicaturus sum, utrum loquar fortia, an sentiam: numquid simulatio fuerit et minus, quidquid contra fortunam jactavi verborum contumacium […] Quid egeris, tunc apparebit, cum animam ages. Accipio conditionem, non reformido iudicium”
traduzione: “Vicino al momento della prova, vicino a quell’ultimo giorno che deciderà di tutti i miei anni, così veglio su me stesso e mi parlo. Fino ad oggi, dico, non ho fatto nulla di sicuro né con gli atti né con le parole, indizi lievi ed ingannevoli dell’animo. Alla morte affiderò il mio profitto. Io mi preparo coraggiosamente a quel giorno in cui, messo da parte ogni artificio, giudicherò di me stesso e farò vedere se il mio coraggio era nel cuore o sulle labbra, se fu simulazione o commedia la mia sfida gettata alla fortuna […] Le opere tue appariranno solo all’ultimo respiro. Io accetto questa condizione: non temo il tribunale della morte“. (Traduzione di Concetto Marchesi, Storia della letteratura latina, vol. II, pag. 239).
E con le parole del Marchesi voglio chiudere questo mio intervento: “Seneca è lo scrittore più moderno della letteratura latina: ed è l’unico che ci parli ancora come fosse vivo nella lingua morta di Roma.[…] Nessuno meglio di lui nel mondo antico seppe parlare a tutti gli uomini dei casi della vita e della morte e nessuno seppe operare grandi cose e scrivere più grandi parole (Concetto Marchesi, Storia della letteratura latina, vol. II, Casa Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1957).
Il perdono è un sentimento nobile e un atto puramente umanitario col quale chi ha subito un danno o ha ricevuto un torto rinuncia ad ogni forma di vendetta o di punizione, con ciò cancellando nel proprio cuore anche ogni motivo di rancore o di risentimento.
Ma quando si è di fronte allo spettacolo delle macerie di intere città, di villaggi e di paesi rasi al suolo o di fronte alle centinaia o alle migliaia di morti disseminati e abbandonati lungo le strade e nelle piazze o ammassati e sepolti in fosse comuni, allora è davvero difficile trovare parole di perdono o di giustificazione nei confronti degli autori di così orribili massacri.
Come si fa a perdonare i nazisti hitleriani o Stalin e i suoi accoliti per gli atroci delitti perpetrati ai danni di cittadini inermi, colpevoli solo di essere ebrei, negri, omosessuali o dissenzienti e non allineati al regime? Si possono perdonare i nostri persecutori? Si possono amare i nostri nemici?
Su questo tema c’è nel Vangelo di Luca un passo famoso (Luca, 6, 27-28 e 38) nel quale si sottolinea la forza vivificatrice dell’amore “che move il sole e l’altre stelle”(come direbbe Dante): “Diligite inimicos vestros, benefàcite his, qui oderunt vos. Benedìcite maledicentibus vobis, et orate pro calumniantibus vos. Et qui te pèrcutit in maxillam, praebe et alteram […]; dimìttite et dimittèmini”(Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. E a chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra […]; perdonate e vi sarà perdonato).
Ma, dello stesso Luca, c’è un altro passo, altrettanto famoso (23, 33-35), che vorrei citare: “Postquam venerunt in locum qui vocatur Calvaria, ibi crucifixerunt eum et latrones, unum a dextris et alterum a sinistris. Jesus autem dicebat: Pater, dimitte illis; non enim sciunt quid faciunt” (Quando giunsero in un luogo chiamato Calvario, ivi crocefissero lui e i due malfattori, uno a destra, l’altro a sinistra; Gesù diceva: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno); parole da lui pronunciate durante la crocifissione, quando sente i chiodi trafiggergli i polsi e i piedi: momenti terribili rispetto ai quali ci si sarebbe aspettato un urlo disperato, di rabbia e di dolore; e invece Gesù dice le parole sopra riportate, con ciò aderendo pienamente al suo comandamento più difficile: l’amore, appunto, per i nemici, per i quali non solo egli implora il perdono ma dice anche il motivo di quella scelta.
Sicuramente nelle parole del Cristo, “non sanno quello che fanno”, vi era un richiamo al “Giudizio finale” al quale saranno sottoposti malvagi e violenti, ma fuori di questa visione escatologica, credo che qui, sulla Terra, le persone che fanno il male siano consapevoli di “quello che fanno”. Ma quando il male, commesso intenzionalmente, si chiama sterminio, genocidio o crimine contro l’umanità, allora ritengo che sia assolutamente da escludere qualsiasi forma di perdono. Si possono perdonare i nazisti per quello che hanno fatto ad Aushwitz, a Buchenwald, a Dachau, a Mauthausen?
La mia risposta è: no! Non si possono in alcun modo perdonare né si possono mai dimenticare le atrocità da loro commesse; e tuttavia dalla lettura dei testi del Nuovo Testamento e del Talmud si può evincere che il perdono possa essere concesso a chi ha commesso il male, a patto che costui si penta dell’atto compiuto.
Rispetto ma non sono assolutamente d’accordo con quanto sta scritto, intanto perché il perdono, a mio giudizio, non è un atto che possa essere delegato, e poi perché nessuno di noi ha il diritto di perdonare in nome dei nostri morti; sono stati infatti loro ad essere brutalmente privati della vita, per cui solo loro potrebbero concedere il perdono, che è un atto di grande amore, un “dono” che non può -e non deve- assolutamente essere accordato ai macellai e ai massacratori della Storia.
E dico questo, a conclusione di questa mia riflessione e a commento di alcuni versi della bellissima lirica di Salvatore Quasimodo, “Laude”, in cui, al figlio morto, che le chiede un gesto di pietà e di misericordia, la madre risponde con lapidarie parole di condanna, senza alcuna possibilità di appello:
“T’hanno scavato gli occhi, rotto le mani per un nome da tradire. Mostrami gli occhi, dammi qui le mani: sei morto, figlio! Perché tu sei morto puoi perdonare: figlio, figlio, figlio!”.
“È ancora possibile la poesia?” è il titolo del discorso pronunziato da Eugenio Montale in occasione del ricevimento del premio Nobel per la letteratura (1975). La risposta, in estrema sintesi, è affermativa nel senso che per il poeta genovese la vera poesia non è una merce, per cui essa “può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà”.
Ma che cos’è per me la poesia? Non ne darò una definizione scegliendo tra le due abusate categorie entro le quali ancora oggi molti critici letterari “imprigionano” un poeta; non mi preoccuperò, in altre parole, di accertare se quella di un poeta sia una poesia impegnata (legata alla realtà esterna o al pensiero) o una poesia pura, sentimentale e affidata esclusivamente al libero canto della (sua) anima.
È una questione, detto con franchezza, che per me non si pone, giacché la poesia, quale aristocratica espressione e dimensione dello spirito umano, è sempre “engagée”, come dicono i francesi; è sempre legata ad un bisogno di verità; è sempre impegnata a cantare la vita, la felicità, il dolore, il piacere, il pianto, l’amore e la morte; è sempre pronta ed attenta ad esaltare i valori della vita contro la cultura della violenza e della morte; è sempre ricerca della luce e della pace, specie in un mondo dominato da oscure avvisaglie di tragedia e dal pericolo, mai del tutto scongiurato (vedi la disastrosa guerra tra Russia e Ucraina) di nuovi ed aberranti olocausti.
Rispetto a tutto questo, gli uomini del nostro tempo hanno un gran bisogno di poesia; ne hanno bisogno per uscire dalla loro limitatezza, per varcare la “siepe” e dare forma al loro ricco e variegato mondo interiore; per vedere realizzati quei sogni, quei desideri e quelle aspirazioni che la realtà spesso vanifica o rende impossibili.
Così intesa, la poesia diventa uno spazio privilegiato in cui, attraverso la creazione di spazi e di mondi nuovi, è possibile sopravvivere al montaliano male di vivere e resistere alla fuga irreparabile del tempo.
C’è oggi, ripeto, un gran bisogno di poesia; oggi, soprattutto, in un momento particolare in cui la Società è attraversata da un generale disorientamento e da una profonda incertezza rispetto ai quali la poesia si configura come una specie di rifugio alla nostra disperazione.
In questa prospettiva, l’impegno del poeta dovrà continuare ad essere quello di esplorare l’anima dell’uomo e del mondo e di renderne universali ed attuali i sentimenti e i valori; certo, non è l’impegno nel senso tradizionale, nel senso cioè di un legame o di un servizio da offrire ad un partito o ad uno schieramento politico.
Il poeta non ha padroni da servire né verità da affermare; egli è uno spirito libero, sempre insoddisfatto, insicuro, qualche volta contraddittorio ma sempre imprevedibile. Immerso nel suo tempo e uomo tra gli uomini, il poeta è il custode dei “tesori” del mondo; è la sentinella che veglia vigile e paziente sulla inalterabilità dei sentimenti e sulla inviolabilità dei grandi valori che, grazie alla sua voce, potranno continuare a vivere anche sulle macerie della Storia.
Non ci sarà dunque la fine della poesia, destinata invece a “vincere di mille secoli il silenzio”, proprio perché essa, oltre ad essere l’unica vera ricchezza resistente ai devastatori della Storia, è la voce della Natura che parla attraverso la voce dei poeti.
Forse, solo quando per colpa dell’uomo cibernetico il tempo, lo spazio e la materia saranno divorati dalla morte cosmica e tutto sarà ricomposto nella palla di fuoco delle origini, forse solo allora potrà essere decretata la fine della poesia; ma si tratterà pur sempre di una fine provvisoria, perché sono sicuro che da quello sfacelo risorgerà ancora una volta l’alba della vita e per la poesia ricomincerà l’antica fatica di Sisifo.
La lettera J sul vetro smerigliato della porta del mio ufficio è praticamente scomparsa, della P invece ne è rimasta quasi la metà. Cognome e attività al momento reggono: Fournier, investigatore privato. Il telefono squilla mentre giro la chiave nella toppa: dopo mesi di silenzio mi sembra un suono celestiale, finalmente un po’ di ossigeno!
Palmiro è scomparso da venti giorni e bisogna fare di tutto per ritrovarlo, costi quel che costi, mi dice la voce all’altro capo del telefono. Siamo tutti addolorati e preoccupati ma Sophie, da allora, non fa che piangere, rifiuta il cibo e non si alza dal letto. Ho paura, aggiunge la voce. che possa fare una sciocchezza, o ammalarsi, perciò la prego non mi dica di no, la pagherò bene.
Messa a posto qualche carta, chiudo tutto e mi avvio verso Place des Vosges per un sopralluogo. È la prima volta che mi capita un caso di persona scomparsa, e sono alquanto in ansia. Se le casse non fossero state vuote avrei decisamente rifiutato. Il mio campo è pedinare infedeli e adultere, frugare fra le intemperanze dei corpi e nei bassifondi della carne. Non è il massimo, lo so, ma è quello che ho imparato a fare meglio e che, sino ad ora, mi ha dato da mangiare. Sarà il timore di non essere all’altezza del compito, fatto sta che il passo è lento ed ogni occasione è buona per una sosta. Berrei volentieri un caffè ma non ho il becco di un quattrino e, in zona, non conosco nessuno che possa farmi credito. Mio malgrado, in Rue de Rivoli, mentre aspetto che il semaforo diventi verde, gli occhi cadono sulla mia immagine riflessa in una vetrina, e il cuore ha un sobbalzo. Non è certo una novità, ma quell’uomo insignificante che mi guarda mi fa una grande pena. Un perdente, in buona sostanza, il cui mediocre avvenire era già segnato, strozzato sul nascere da dinamiche malate tra le mura domestiche. Indotto a rimanere in casa a evitare fatti e persone, confronti ed esperienze, non poteva non crearsi un mondo tutto suo, fatto di fantasticherie, avulso dalla realtà. Frustrato costantemente nell’autostima, nelle emozioni e nei sentimenti, disapprovati se non scherniti, non poteva fare altro che soffocarli il più possibile e, pur di ottenere l’approvazione, divenne un finto adulto in un finto bambino. Allevato nei silenzi e nella solitudine disimparò rapidamente a dialogare e condividere. Quell’uomo, dunque, non poteva che pagare dazio una volta fuori l’ovile, una volta affacciatosi in se stesso, oltre che alla vita. Perciò si tuffò sconsideratamente in un connubio già deceduto in partenza, che non fece che ingarbugliare lo stato di fatto suo e quello di un’altra disturbata; perciò procreò senza alcun criterio e perciò disperse il suo patrimonio culturale. In altre parole aggiunse danno al danno, creando ulteriori disastri e vittime, e compromise per sempre qualsiasi tentativo terapeutico.
Il 61 di Place des Vosges è un edificio abitato da benestanti. Cioè pullula di parvenu e cialtroni , espressione tipica dello scadimento culturale imperante, del progresso.
Marito e moglie, in un’atmosfera di ostentata opulenza, mi accolgono non senza manifestare con lo sguardo il loro disprezzo: sicuramente stanno pensando che il mio reclutamento sia stata una leggerezza imperdonabile. Comunque fatto buon viso a cattivo gioco mi espongono i fatti. Sophie, intanto, al centro di una stanza stracolma di giocattoli e di altre cianfrusaglie, esterna il suo dolore davanti a un televisore gigantesco, ammazzando figure antropomorfe col joystick, nel mentre la fantesca di colore, in grembiule e cuffietta di pizzo, la imbocca.
Piango senza ritegno mentre, di corsa, scendo le scale dopo aver accettato l’elemosina per un oltraggio.
Palmiro, la foto lo identifica senza dubbi, mi viene incontro scodinzolando nel bel mezzo dei giardini della piazza. Soppeso le tre opzioni a mia disposizione solo per qualche istante, poi lo porto via con me. Domani poi si vedrà. https://gieffe00.wordpress.com/2022/10/02/place-des-vosges/