Sul concetto di perdono, Lorenzo Meligrana

LA PENNA DI LORENZ

Il perdono è un sentimento nobile e un atto puramente umanitario col quale chi ha subito un danno o ha ricevuto un torto rinuncia ad ogni forma di vendetta o di punizione, con ciò cancellando nel proprio cuore anche ogni motivo di rancore o di risentimento. 

Ma quando si è di fronte allo spettacolo delle macerie di intere città, di villaggi e di paesi rasi al suolo o di fronte alle centinaia o alle migliaia di morti disseminati e abbandonati lungo le strade e nelle piazze o ammassati e sepolti in fosse comuni, allora è davvero difficile trovare parole di perdono o di giustificazione nei confronti degli autori di così orribili massacri. 

Come si fa a perdonare i nazisti hitleriani o Stalin e i suoi accoliti per gli atroci delitti perpetrati ai danni di cittadini inermi, colpevoli solo di essere ebrei, negri, omosessuali o dissenzienti e non allineati al regime? Si possono perdonare i nostri persecutori? Si possono amare i nostri nemici? 

Su questo tema c’è nel Vangelo di Luca un passo famoso (Luca, 6, 27-28 e 38) nel quale si sottolinea la forza vivificatrice dell’amore “che move il sole e l’altre stelle”(come direbbe Dante): “Diligite inimicos vestros, benefàcite his, qui oderunt vos. Benedìcite maledicentibus vobis, et orate pro calumniantibus vos. Et qui te pèrcutit in maxillam, praebe et alteram […]; dimìttite et dimittèmini”(Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. E a chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra […]; perdonate e vi sarà perdonato). 

Ma, dello stesso Luca, c’è un altro passo, altrettanto famoso (23, 33-35), che vorrei citare: “Postquam venerunt in locum qui vocatur Calvaria, ibi crucifixerunt eum et latrones, unum a dextris et alterum a sinistris. Jesus autem dicebat: Pater, dimitte illis; non enim sciunt quid faciunt” (Quando giunsero in un luogo chiamato Calvario, ivi crocefissero lui e i due malfattori, uno a destra, l’altro a sinistra; Gesù diceva: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno); parole da lui pronunciate durante la crocifissione, quando sente i chiodi trafiggergli i polsi e i piedi: momenti terribili rispetto ai quali ci si sarebbe aspettato un urlo disperato, di rabbia e di dolore; e invece Gesù dice le parole sopra riportate, con ciò aderendo pienamente al suo comandamento più difficile: l’amore, appunto, per i nemici, per i quali non solo egli implora il perdono ma dice anche il motivo di quella scelta. 

Sicuramente nelle parole del Cristo, “non sanno quello che fanno”, vi era un richiamo al “Giudizio finale” al quale saranno sottoposti malvagi e violenti, ma fuori di questa visione escatologica, credo che qui, sulla Terra, le persone che fanno il male siano consapevoli di “quello che fanno”. Ma quando il male, commesso intenzionalmente, si chiama sterminio, genocidio o crimine contro l’umanità, allora ritengo che sia assolutamente da escludere qualsiasi forma di perdono. Si possono perdonare i nazisti per quello che hanno fatto ad Aushwitz, a Buchenwald, a Dachau, a Mauthausen? 

La mia risposta è: no! Non si possono in alcun modo perdonare né si possono mai dimenticare le atrocità da loro commesse; e tuttavia dalla lettura dei testi del Nuovo Testamento e del Talmud si può evincere che il perdono possa essere concesso a chi ha commesso il male, a patto che costui si penta dell’atto compiuto. 

Rispetto ma non sono assolutamente d’accordo con quanto sta scritto, intanto perché il perdono, a mio giudizio, non è un atto che possa essere delegato, e poi perché nessuno di noi ha il diritto di perdonare in nome dei nostri morti; sono stati infatti loro ad essere brutalmente privati della vita, per cui solo loro potrebbero concedere il perdono, che è un atto di grande amore, un “dono” che non può -e non deve- assolutamente essere accordato ai macellai e ai massacratori della Storia.

E dico questo, a conclusione di questa mia riflessione e a commento di alcuni versi della bellissima lirica di Salvatore Quasimodo, “Laude”, in cui, al figlio morto, che le chiede un gesto di pietà e di misericordia, la madre risponde con lapidarie parole di condanna, senza alcuna possibilità di appello: 

“T’hanno scavato gli occhi, rotto
le mani per un nome da tradire.
Mostrami gli occhi, dammi qui le mani:
sei morto, figlio! Perché tu sei morto
puoi perdonare: figlio, figlio, figlio!”
.

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