Libri: Strega comanda colore – Chiara tagliaferri.

Recensione Benedetta Troni

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Strega comanda colore – Chiara tagliaferri.

Me lo aveva prestato mia zia, che lo aveva abbandonato per la mancanza di linearità.

Non mi è piaciuto per due motivi principali: uno che riguarda lo stile e l’altro la trama. Proverò a spiegare entrambi con dei riferimenti alla cultura pop.

1) Lo stile di Cannarsi nella scrittura.

Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista senza nome e alcune descrizioni sia sensoriali che degli stati d’animo mi sono piaciute molto. Non solo davano colore ma erano vere, nel senso che una persona poteva davvero rispechiarsi in esperienze simili, e se tutto il resto del libro fosse stato scritto in quel modo sono certa che l’avrei adorato.

Il problema di questo punto, però, è che diverse frasi sembrano delle traduzioni di Gualtiero Cannarsi.

(Per chi non lo conoscesse, è un dialoghista e adattatore di film giapponesi che ci ha regalato “perle” come queste:

“Nessuna recalcitranza! Abbattete l’obiettivo a qualsiasi costo”

“Gli uomini della ditta Junker sono micragnosi”).

In sostanza abbiamo delle frasi che si perdono in barocchismi inutili, un lessico forzatamente aulico cacciato in bocca a una normale ragazza di provincia (non una cresciuta a pane e Dante Alighieri, per dire).

Qualche esempio:

“Sapeva trasformare ogni cosa in set, manipolava la sua vita come uno sfondo per blandire la desolazione”

“Per andare da Giuseppino, ha scelto dei fuseaux stampati lucidi, a squame di serpente, incollati alla pelle, ma i fiumi di depravazione che fa presagire alle tombe in realtà nascondono principalmente quelli di coca cola che beve” ?????

Della seconda metà della frase io non capisco sinceramente il significato. Voi?

E ancora: “Quando le vie sono evaporate di suoni perché tutti sono al mare”. Casomai “quando i suoni evaporavano dalle vie” perché se la via evapora vuol dire che cammini nel nulla. Comunque tutti questi arzigogoli per dire che c’è silenzio.

“L’acqua sembra fatta di coltelli tanto è dura e picchia sui vetri” Che vuol dire? Sta grandinando? Oppure sono solo dei goccioloni che cadono fitti? Boh!

2) Il gusto di “13 reasons why”

Se vi ricordate la serie Netflix sulle cassette della ragazzina vittima di bullismo, probabilmente saprete già di cosa sto parlando. A chi non l’ha vista la sconsiglio fortemente.

Sia nella prima stagione, e ancora di più in quelle successive, c’è un gusto a tratti malato per l’orrido, per il trauma, gli abusi e l’autolesionismo.

Anche le sequenze più truculente degli episodi non servono quasi mai per reali spunti di crescita per i personaggi: allungano solo la storia e aggiungono dramma inutile.

Stessa cosa accade in questo libro. Non c’è una reale storia, ogni capitolo è quasi una sequenza a sé stante in cui si scava sempre di più nelle disgrazie e nei traumi dei personaggi, senza mai cavarne fuori niente. Non c’è una direzione, mai un momento in cui la protagonista, o qualunque altro personaggio, provi concretamente a fare qualcosa per risolvere i suoi problemi interiori (e quindi anche quelli esteriori) e tutto scade in una disgustosa celebrazione del malessere.

Dunque la protagonista, e quindi anche il lettore, che cosa trae alla fine da questo libro? Un fico secco dato il finale!

Questa è la mia personalissima opinione. Se il libro vi è piaciuto sono contenta per voi, ma per me è un grandissimo NO.

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