Sei la mia sinfonia più dolce che mi suona dentro il cuore sei come la stella più brillante che ogni volta che mi guardo indietro alba o tramonto che sia sei la mia dolce melodia il tuo vivere per me, il tuo respirare sono attimi che mi rendono felice sempre di più amore mio sei la mia margherita che con ogni suo petalo avvolge il mio cuore grazie amore mio vivo del tuo splendore.
Quante cose fa la mamma! Forse troppe. Il visionario Rodari e le mamme lavoratrici
In una fase storica in cui rimanere a casa con i propri figli è oggetto di inedite e imprevedibili riflessioni e ponderazioni, la pagina de Il Libro dei Perché dedicata alle mamme lavoratrici non smette di essere uno degli esempi migliori della visionarietà di Gianni Rodari. Il quale, negli anni Cinquanta, prova a spiegare ai bambini che l’impegno professionale fuori casa della mamma può anche non essere visto esclusivamente come fastidiosa privazione di una figura tuttofare.
Ecco perché, a due anni di distanza dal centenario del maestro, gli abbiamo dedicato una pubblicazione speciale, in versione illustrata e cartonata che non può mancare nelle collezioni dei piccoli lettori.
di Gianni Rodari / illustrato da Chiara Carrer / da 6 anni / 40 pp. / 14,90 € / in libreria dall’8 marzo 2022 / Emme Edizioni
L’album, uscito l’8 marzo 2022 in libreria, emoziona particolarmente perché rivela il pensiero libero, aperto, non allineato e lungimirante del suo autore. Il brano fa parte della raccolta delle risposte che Rodari dava alle domande dei bambini che gli scrivevano e che venivano pubblicate in due rubriche sul quotidiano «l’Unità» dal 1955 al 1958. Ed è un messaggio che restituisce bellezza, forza e dignità alle donne che lavorano, e in particolare alle mamme, all’interno di una società che le preferirebbe a casa, nei panni di angeli del focolare, e che le giudica come madri di serie B.
Poche parole e illustrazioni geniali contro i pregiudizi
In meno di 800 caratteri Gianni Rodari è in grado di polverizzare alla sua maniera leggiadra e inappuntabile questo pregiudizio – e con esso millenni di pensiero patriarcale – rivolgendosi a lettori di 6 anni: una sorta di miracolo, tanto più se si pensa che il testo fu scritto negli gli anni ’50, che diventa oggi un album, genialmente interpretato da una delle migliori illustratrici italiane di rilievo internazionale, la grande Chiara Carrer.
Ho un po’ idea che ti piacerebbe tanto se la mamma restasse sempre a casa a fare la domestica a te e ai tuoi fratellini, a lucidare le vostre scarpine, a lavare i vostri fazzolettini, e tanti altri eccetera, ecceterini. Non so che lavoro faccia la tua mamma ma sarà certo un lavoro utile: utile a voi (per i soldi che può guadagnare) e utile a tutta la società. E voi dovreste ammirarla ancora di piú, non soltanto perché è la vostra mamma, ma perché è una donna che lavora: una donna importante, e brava. Le scarpe le potete lucidare da soli, i fazzoletti li potete dare alla lavandaia, poi vi potete mettere alla finestra ad aspettare che la mamma torni per domandarle: «Che cos’hai fatto oggi? Parlaci del tuo lavoro e insegnaci a diventare bravi come te».
E la mamma lavoratrice di Rodari è anche una mostra
Dal 18 marzo al 18 aprile Mostra delle tavole di Chiara Carrer tratte dall’album di Gianni Rodari Perché la mia mamma deve andare a lavorare tutti i giorni, invece di restare a casa come piacerebbe a me e ai miei fratellini? Libreria delle donne di Bologna – Via S. Felice, 16 Orari di apertura: Lunedì 15.30 – 19; dal martedì al sabato 10-13 e 15.30 – 19; domenica chiuso Rassegna BOOM! Crescere nei libri (Comune di Bologna e Associazione Hamelin)
Cosa accada nella mente umana sembra rappresentare un’essenza unica e imprendibile
talvolta labile, altre misteriosa, ma come spesso succede può racchiudere una carica aggressiva irrecuperabile, che non permetta di poter tornare sui propri passi.
E’ quanto spesso si verifica soprattutto nella mente di soggetti maschili, che per motivi forse atavici o di forte frustrazione, sono capaci di riversare, completamente, sulle donne.
In un tracciato di scrittura notevole, per la sua creatività e ambientazione, è quanto mette in rilievo l’autore del testo “ UNA SCATOLA DI LATTA”,Massimo Occhiuzzo, rifacendosi, in parte, a rapimenti di ragazze avvenuti in Italia negli anni passati.
Situazioni assai dolorose, che hanno coinvolto giovani donne, e indotto le loro famiglie, a ritrovarsi in un ginepraio disordinato, dal quale poter riuscire a estrapolare, indizi e motivazioni, utili alla risoluzione del caso..
In una circostanza di forte malessere interiore, agiscono alcuni dei personaggi presentati dall’autore in questo volume, inserito in una Roma che si dimostra quasi indifferente alla gravità di certi avvenimenti, per la sua ormai presa di coscienza, di dar vita a una società malsana, in cui si sono dissolti, quasi del tutto, remoti valori interiori.
Due innocue signore d’età avanzata, dopo il ritrovamente d’una scatola con delle missive, danno inizio a un’indagine, inizialmente fantomatica, ma che col trascorrere del tempo darà corpo a fatti meno immaginosi e concreti su cui, le autorità, potranno muovere dei passi più decisi e risalire a quanto effettivamente accaduto anni prima.
Fanno la loro comparsa, gradualmente, nel volume i vari interpreti, che daranno il via a una serie di eventi ben congegnati tra loro e che metteranno in risalto, di volta, in volta, le peculiarità caratteriali di ogni personaggio. Aumenterà, nel corso della lettura la suspance della storia, in un crescendo di occasioni, che terranno avvinto il lettore alle pagine del libro, giungendo così, ad un’inaspettata, quanto imprevedibile conclusione dello stesso.
L’autore oltre a rendere scorrevolissima la lettura, con un’attento tratteggio dei vari protagonisti, che a mano a mano, compaiono sulla scena del giallo, ne raffigura con abilità l’impronta ideologica, rendendo ognuno di loro molto vicino a una dialettica di vita che scorre giornalmente nel nostro quotidiano. In questo contesto, Occhiuzzo, rende assai appropriato alla dinamica del libro, l’atteggiamento dei vari soggetti, che si muovono in un’atmosfera precisa in tutti gli accadimenti, davvero correlati tra di loro.
Dimostra pertanto, lo scrittore, una spiccata sensibilità d’animo a pennellare personalità umane dal profilo, talvolta complesso, che operano in una dimensione ambigua, celando la propria oggettività in atteggiamenti discordanti e lontani da una realtà accettabile di vita.
Una visione approfondita e delineata, risulta, essere stato il proponimento dell’autore, in questo testo, della primitività e violenza del maschio, che poco sembra essersi evoluto, nel corso dei secoli, dando vita a scene di possessività esasperante e cruenta nei confronti dell’altro sesso, assai più sensibile e progredito, e in grado di dare scacco a sollecitazioni mentali dai toni assai superati.
@Silvia De Angelis
Siccome sono una curiosa per natura vado girovagando nel web per scovare scrittori che in qualche modo mi solleticano, in senso buono direi. Ci scappa una risata, ma lessi ”Amo i libri e i misteri della storia. Leggimi e non ti pentirai” e un’ incoronata dei suoi libri. Ovvio che non ho potuto resistere e gli ho chiesto un intervista. Wow! mi ha detto si! Ha scritto ben sei libri e il settimo sta per uscire e noi abbiamo l’anteprima e le news di quest’ultimo libro. Naturalmente ho fatto le mie indagini e ho scoperto che è un avvocato, uno sfegatato di tennis. Io ho tentato molte volte, ma non becco una palla, non fa per me.
Ama il buon vino, di cui è un intenditore, a quanto pare, ma soprattutto ama follemente la storia. Un colpo di fulmine tra lui e la storia, un giorno, in un museo ,dove una simpatica professoressa spiegava ai suoi allievi degli episodi storici in modo accattivante. Sappiamo di lui che era pestifero in classe, faceva il servizio militare e durante le esercitazioni sgaiattolava da furbastro e dormiva. IL suo scrittore preferito John Grisham, voleva diventare un avvocato rampante di successo, ma di questo sappiamo molto poco e ci rifaremo nell’intervista. Ha lasciato la città per vivere in un Borgo della Maremma, perchè si è rotto del progresso e del degrado della periferia e della mancanza dei rapporti umani. Ugo Nasi dice ” il più grande spreco del mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare” io, però, aggiungerei che nel mezzo, le mille sfumature della vita. I suoi libri sono frutto di un attenta e approfondita ricerca storica, quindi vanno al di là, del solito romanzo. Un lavoro lungo e accurato che toglie molte ore al sonno, ma l’amore e l’entusiasmo compensano i mancati riposi. Ha un canale You tube, a suo nome, dove parla di avvenimenti storici, di misteri e fatti veramente accaduti. Vi invito a visitarlo, abbiamo tutti da imparare e lui un insegnante bravo e preparato, soprattutto senza noia. Il nome Ugo dal tedesco, significa spirito perspicace e credo che gli calzi a pennello e molti personaggi storici hanno avuto questo nome. Come lo chiameremo, Messer Ugo ? Il suo abbigliamento preferito la maglia di cotta? Un cavaliere dei giorni nostri con tanto di armatura? Pensare all’armatura, mi fa ridere, perchè nel medievo certo non erano amanti dell’igiene, all’interno muffe, muschi e licheni. Ma a noi di questo interessa ben poco, quello che importa è immergerci nella storia, nel modo che Ugo Nasi a di raccontarla. I suoi libri hanno basi storiche poi romanzate. Gli enigmi della storia sono tanti e mai svelati nei secoli, magari Ugo Nasi, nei suoi libri è riuscito ad avvicinarsi alla verità.
Nel 2016 il tuo romanzo d’esordio ” le pagine perdute” fino ad oggi sette libri, un libro l’anno e devo constatare che sei uno scrittore molto prolifico. Come ci riesci? Hai abbandonato il lavoro di avvocato o riesci in qualche modo a conciliare le due cose? Inoltre realizzi anche dei corti su You Tube, che io ritengo molto ben fatti, anche per questo ci vuole tempo.
Innanzitutto grazie Marina di darmi l’opportunità di questa intervista, e grazie anche ad Alessandria Today. In effetti sai che non ci avevo mai pensato a questa cosa di un libro all’anno? Diciamo che più che essere prolifico io (che sono l’imperatore dei pigri) è la mia fantasia che galoppa, e non mi permette di dormire più di pochi istanti sugli allori perché arriva lì, sul più bello, mi scrolla le spalle e mi dice “allora? Alzati che è tardi, e là fuori c’è una nuova storia che non aspetta altro che di essere scritta!’ A parte gli scherzi, mi ritaglio il tempo dovunque e nelle maniere più assurde. Per esempio, ti posso dire che nei momenti topici di un mio romanzo mi sveglio nelle ore più improbabili della notte, prendo il telefonino e butto giù le idee che magari mi hanno attraversato per una frazione di secondo il cervello. Che quelle, o le afferri subito, o ciao. Oppure, come per il mio nuovo romanzo, mi potevi incontrate in giro per la strada, a piedi, che camminavo (sempre con sto maledetto aggeggio di cellulare in mano) a parlarci dentro. E allora magari avresti pensato di me che stavo partecipando ad estenuanti “call conference” per salvare il mondo, ma in realtà buttavo giù con il riconoscitore vocale interi capitoli. Per cui diciamo che il tempo me lo ritaglio nelle situazioni più assurde. Che poi a ben vedere, l’inizio di un romanzo, almeno per me, è un po’ come un aereo di linea che rolla sulla pista di decollo ma non si decide ad alzarsi in volo, perché arriva sempre qualche passeggero ritardatario a rallentare la partenza. Solo poi, quando finalmente i carrelli sono rientrati e si decolla, allora spingo i motori al massimo. Fuori di metafora… all’inizio di un racconto stento sempre a dargli una forma organica, ma poi, arrivato a sessanta, settanta pagine, non mi fermo più. Diverso il caso invece dei miei “corti” su YouTube. Lì è veramente una faticaccia, perché occorre una maledettissima sintesi (raccontare la vita di un personaggio storico in sette/ dieci minuti, credimi è dura) e serve tempo, tanto tempo, da dedicare solo per quello. Ed infatti di questi – chiamiamoli – mini film, ne giro non più di un paio al mese, e quando sono particolarmente ispirato. Rigorosamente nei weekend. Per cui debbo ammettere che Il tempo è veramente tiranno. A proposito, sai cosa scrivo proprio ne “Le Pagine Perdute” che hai evocato tu? Che l’uomo fu creato da Dio, mentre il Tempo… dal Diavolo. Apriti cielo, non l’avessi mai detto. Ne è nata una discussione “teologica” sui social, da cui mi sono ben guardato dall’entrare. Non amo le guerre di religione alla Savonarola, soprattutto nel ventunesimo secolo.
Tu hai pubblicato sia con case editrici che in self publishing. Il motivo di quest’ultimo?
Del perché il Self Publishing intendi? Potrei raccontarti un mucchio di soavi “palle” ma la realtà è una sola, almeno per me: o ti chiami Ken Follet (faccio un nome a caso), o la casa editrice è la tua. E allora comunque sia, va bene. Altrimenti scordati un editore che ti segua per la promozione del romanzo, le presentazioni, le interviste, eccetera eccetera. Quindi chi mai conoscerà il tuo fantastico libro, mi chiedo, e ti chiedo? E la risposta è allora: meglio gestirsi in piena autonomia ed essere liberi di determinare i propri successi (od insuccessi). Che poi, essere autori ed editori del proprio racconto è divertentissimo, perché se hai voglia ed entusiasmo, e credi in quello che fai, ti permette di fare esperienze che nemmeno nei sogni, quando dormi bene la notte. Tipo imparare piano piano a scrivere una sceneggiatura di un tuo racconto, e collaborare con un’agenzia cinematografica seria, con l’intento di realizzarci un film. Ma questa è un’altra storia.
Tutti i tuoi romanzi hanno basi storiche, dove fai le tue ricerche?
Dappertutto. Ma la prima fase la imbastisco attraverso il web. Sembrerà banale ma è così. Controllo una fonte od un personaggio storico facendo verifiche incrociate per assicurarmi dell’attendibilità delle informazioni. Anche se è vero pure il contrario, e cioè che è altrettanto interessante apprendere che su di un personaggio o su di un fatto ci siano fonti contrastanti e contraddittorie, perché lì aumenta il mistero, ed hai persino più libertà narrativa. In fondo, come diceva James Rollins, quello che faccio non è altro che prendere un antico arazzo sdrucito e consumato in più punti, e restaurarlo nelle parti mancanti con le mie personali convinzioni, che magari si prestano perfettamente alla “fiction” del racconto. Quei fatti controversi in cui io assumo una mia posizione ne fanno un romanzo storico o di fantasia? Questo non lo sapremo mai. Poi comunque approfondisco l’argomento sui libri. Per esempio, per il mio ultimo romanzo che sarà pubblicato a giorni mi sono servito de “La Storia d’Italia” del grande Montanelli, nella parte riservato al Rinascimento. Senza contare che ho una lettrice – Angela – che non conosco ma che un giorno mi piacerebbe incontrare, perché sistematicamente mi invia romanzi di storia medievale. Se permetti vorrei salutarla e ringraziarla anche da qui.
Il tuo autore indiscusso e preferito John Grisham, il tuo modo di scrivere si ispira a lui?
Certo che sì. Poi però ho sviluppato una serie di ingredienti aggiuntivi che mi fanno dire che nei miei romanzi Il modo di scrivere sia mio, e molto personale. Amo il linguaggio, ne sono attratto. Per cui cerco di sperimentare quando ne ho la possibilità, sempre nuove forme di comunicazione letteraria. Ti faccio qualche esempio: i dialoghi in un racconto sono fondamentali, e questo lo sappiamo tutti. Ed è altrettanto naturale quindi mettere in bocca dei vari protagonisti di un racconto le espressioni che ne caratterizzano la personalità. Così, al giovane boss emergente di Scampia non farò mai dire “Accidenti, rimango basito” o al seminarista Vaticano ” Quel bastardo mi ha fottuto”. Ma io mi spingo oltre e (se riesco) cerco di utilizzare non solo nei dialoghi ma anche nella narrazione la “conformazione” linguistica adatta per i fatti che accadono nei vari capitoli del romanzo. Impercettibili o anche marcate differenze di linguaggio per raccontare in modo sciolto e un po’ terra terra la parte dove racconto del boss di Scampia, ed un’altra più ossequiosa e trattenuta per narrare invece il capitolo dove parlo del seminarista. Ovviamente ho fatto un esempio. Però, per dire, ne GLI UNTORI DELLA LUCE NERA, ho sperimentato in modo importante questa mia tecnica. Mi sono sdoppiato, tanto da raccontare quasi fossi un cronista del ‘200 le parti che si riferivano alla vicenda templare, per poi indossare abiti moderni in quella che si svolge nell’odierno.
Nei tuoi libri quanto ci metti di te? Quale è il personaggio di cui hai scritto in cui ti identifichi di più.
So che adesso farò inarcare il sopracciglio di qualcuno, per quello che ti dirò. In particolare per chi ha letto “Il Giudice Onorario”. Ma certo, se c’è un personaggio in cui vorrei identificarmi, quello è proprio il protagonista di quel Legal Thriller: Rocco Lupo. Sportivo, bello e fortunato con le donne, è cinico e stronzo al punto giusto, e si è fatto venire in testa una fottutissima idea con cui fottersi l’umanità dei Social. E c’è riuscito! Fortunatamente non puoi vedermi in questo momento, altrimenti ti accorgeresti che la mia espressione si colora un tantinello di invidia. Insomma rosico, anche se non lo do a vedere. Però, anche la vita “a mille” di Rocco Lupo alla fine gli presenta il conto. E sarà un conto salato. Comunque sì, lui. Tutta la vita Rocco Lupo. Perché è un antieroe, o un eroe negativo, mettila così. E se devo dirtela tutta, giusto per inimicarmi un po ‘di lettori e lettrici, non apprezzo questo buonismo ipocrita del “volemose bene” a tutti i costi, perché è solo utopia. L’uomo è uno splendido animale, ma ha un mucchio di tragici difetti di “fabbricazione” che non saranno mai eliminabili del tutto, almeno fino a quando non ci installeranno nel cervello dei microchip al grafene, per farci diventare tutti robot. Attenzione che non è mica tanto fantascienza questa. Basta guardare cosa sta succedendo con Metaverso. Questa tagliala… Anzi no, tienila. E comunque, Rocco Lupo è l’avvocato (poi diventato giudice onorario) disincantato e un po’ bastardo (ma non cattivo) che ci mette un po’ tutti con l’anima in pace. Secondo me abbiamo bisogno di eroi negativi, o antieroi, perché siamo umani e ci riconosciamo più in questi ultimi che in quelli positivi senza macchia e senza paura, che – forse – non esistono neppure. Parteggiamo di più per la banca, o per il ladro, che senza far del male a nessuno riesce ad introdursi nel caveau?
Ora però vorrei che ci parlassi di te, chi è Ugo Nasi? Forse questa è la parte più difficile
Di Ugo Nasi che ti posso dire di così interessante per chi ci sta leggendo? Fammici pensare… beh, diciamo che se devo ammirare qualcosa in Ugo Nasi è la volontà di non darsi mai per vinto. Insomma una buona dose di caparbietà che consiglio a tutti. Chiunque di noi ha le potenzialità per riuscire, in qualsiasi campo decida di lanciare la propria personale sfida. Basta volerlo. Insomma non sono di quelli che: “ma tanto io non ci riuscirò mai, non ho le capacità” Che poi non è tanto raggiungere o meno l’obiettivo che è importante, che quello si sa, è l’insieme di un miliardo di fattori che a volte il destino si diverte a rimescolare come i dadi, quanto invece il volersi mettere in gioco. È quello il lato esaltante della faccenda. Forse sarò un Don Quijote che combatte i mulini a vento, ma questo è il mio pensiero. Adoro la mia compagnia, ed amo stare con me stesso. Quando devo fare una riunione mi metto davanti allo specchio. A parte gli scherzi mi piace tantissimo la gente, non potrei farne a meno, ma apprezzo anche la solitudine. Non ne ho paura, la cerco. Non sono un falso modesto come quelle belle donne che sapendo di mentire dicono “Mi sono messa la prima cosa che ho trovato nell’armadio”, ma conosco i miei limiti. Certo non riuscirò mai a scrivere un romanzo come il meraviglioso “Io e te” di Nicolò Ammaniti, perche è un genere che non è nelle mie corde. Ma spero e penso di riuscire a dare il giusto phatos ai racconti storici ammantati di giallo che realizzo. 7 Sempre parlando di te, so che hai in uscita un nuovo Thriller Storico che ha per titolo “L’algoritmo del Male”. Ci vuoi almeno accennare qualcosa in merito a questo romanzo? Allora guarda… la copertina è questa, e credo sia facilmente riconoscibile il personaggio ritratto qui sopra. Frate Girolamo Savonarola. Un monaco che molti hanno definito “maledetto”. Parliamo dunque di basso medioevo, e degli ingredienti ‘normali” di un’epoca come quella: intrighi, congiure, omicidi, guerra e mistero. Perché senz’altro avrai notato che il romanzo porta anche un sottotitolo: ‘Il Codice Savonarola”. Cosa avrà mai voluto scrivere su questo codice il frate che poi finì impiccato e bruciato? E chi fu il vero artefice della sua condanna con l’accusa di essere eretico? E perché? Bada che in queste tre domande c’è una buona dose di fantasia ma anche tanta storia vera, che pochi conoscono. Giusto per aggiungere un po’ di pepe alla curiosità dei lettori che ci stanno seguendo ti dirò che la storia prende inizio dai giorni nostri quando, a causa dello scioglimento di un ghiacciaio del Monte Bianco, dovuto ahimè al surriscaldamento del nostro pianeta, viene rinvenuto un antico fazzoletto su cui è disegnato un simbolo inspiegabile. Ah… un’ultima cosa, chi mi legge (almeno nei miei Thriller Storici) ritroverà due protagonisti che hanno riscosso successo in un mio precedente racconto. Purtroppo si guardano un po’ di traverso, visti i trascorsi, ma lasciamo che chiariscano tra loro le rispettive incomprensioni. Ti confesso che in molti mi hanno chiesto di rivederli all’opera, e visto che le mie lettrici ed i miei lettori sono i miei unici signori e padroni, mi è sembrato che “L’algoritmo del Male” fosse l’occasione giusta per farli tornare in scena. Ovviamente come in tutti i miei romanzi il leitmotiv è il mistero, ma questo forse l’hai già capito.
Ovviamente uno scrittore prima di tutto è un lettore, non ti chiedo i tuoi libri preferiti, ma una cosa è appassionarsi di storia, un’ altra diventare uno scrittore. Tu ci sei riuscito da subito, in qualche modo scrivevi, tipo arringhe chilometriche?
Ho capito, tu vuoi insaporire con ampie dosi di pepe questa intervista ed io… vabbè, io ti do corda. Allora ti dico che sono un appassionato lettore di romanzi storici. Un giorno acquisto (o forse per me è stata mia moglie, ora non ricordo con precisione) un thriller storico di un autore sconosciuto – che tale credo sia rimasto – edito dalla più importante casa editrice del genere. Cioè, non una casa editrice inventata lì al momento, ma la più blasonata in assoluto per i Thriller Storici. Lo leggo fino all’ultima pagina, per poi dire tra me e me: “Beh… se la casa editrice XYZ ha avuto il coraggio di pubblicare sta’ cosa, allora posso diventare uno scrittore anch’io!”. Morale: non creiamoci tanti drammi nella testa, perché là fuori è pieno di gente che non vale quanto noi, o per lo meno, noi valiamo (almeno) quanto loro. Insomma non buttiamoci giù. Ovviamente non ti dirò mai, neppure sotto tortura, il nome di quello scrittore, che intendiamoci, ha tutta la mia solidarietà. Come non ti dirò mai il nome di quella autrice di cui all’inizio della mia carriera ho provato un’ammirazione sviscerata. Perché ha avuto l’intuito di raccontare di un personaggio storico notissimo di cui però, prima di lei, nessuno si era mai occupato. Dopo di che ha fatto un successo strepitoso con quel romanzo, ma ultimamente non sento più parlare di lei. Ciò detto, le auguro con il cuore tanta fortuna, perché se la merita. Sai qual è il problema, ma non dirlo a nessuno, il fatto è che i Thriller Storici sono di gran lunga i romanzi più gettonati e letti rispetto ai Legal Thriller, e quindi io mi adeguo al mercato Anche se come sai, sono un amante della storia medievale, ed ho pure un canale YouTube in cui parlo di avvenimenti storici, per cui gioco in casa.
Un ultima domanda, cosa sogna Messer Ugo Nasi? Hai ancora dei sogni nel cassetto?
Ti confesso che questa domanda un po’ mi mette i brividi, perché presuppone che ci sia qualcuno che – invece – non abbia più sogni da voler raggiungere. Il che è triste, perché se ci depriviamo di quella che è la benzina che ci fa andare avanti, cosa ci resta? Chi suscita di più la nostra ammirazione, Leonardo che si frattura un malleolo e si rompe il naso gettandosi in un dirupo con delle ali di legno e tela, per seguire il suo sogno di poter volare, o il contadino che magari sta lì seduto sulla collina, a mangiarsi una mela, in attesa di vedere se l’inventore riuscirà o meno nell’impresa? Beh… io sto con Leonardo. E con tutti quei Leonardo che magari non toccheranno mai il cielo con le loro ali, ma almeno potranno raccontare di averci provato. E comunque per rispondere alla tua domanda ho più di un sogno, forse ne ho persino troppi. Uno per tutti, vedere realizzato in un film uno dei miei romanzi. Diversi di questi richiederebbero risorse economiche forse proibitive, per una serie di scene in costume che solo case di produzione cinematografica di alto livello possono permettersi. Ma un paio di miei racconti, uno in particolare, potrebbe benissimo essere “ridotto cinematograficamente” in una serie a episodi, di quelli dei distributori più noti, come Netflix, Amazon Prime, eccetera eccetera. Diciamo che ci stiamo lavorando. Io le ali me le sono costruite. Ora si tratta di provare a volare. Bene, se non hai altre domande credo che questa bella intervista possa concludersi qui. Probabilmente sono stato un po’ prolisso, ma spero che i tuoi lettori, e quelli della bella rivista on line che rappresenti, Alessandria Today, mi perdonino. Ed allora permettimi di ringraziarli e di ringraziare te che mi hai dato questa opportunità, e che dire? Ti aspetto e vi aspetto tutti con il mio nuovo Thriller Storico: L: Algoritmo del Male. Ci conto.
Ugo Nasi
Un articolo lungo, ma che vale la pena di leggere per conoscere questo scrittore dalle mille risorse, poi cosa c’è di più affascinante della storia, se non la stessa storia?
Da seguire anche sul canale you tube, dove ci affascina con i suoi enigmi storici, che fanno parte della storia
Come al solito sono una vagabonda del web, giro scalza, con i tacchi, volo, corro, rallento, leggo, mi fermo, assaporo, scappo e incappo in una poetessa dolcissima come il suo nome, Grazia Riballo. Un nome come le sue poesie, iridescenti come bolle di sapone, che salgono in alto e quando meno te lo aspetti si aprono in mille colori. Una donna timida, molto! Riservata, molto! Ma come tutte le persone che fanno fatica ad aprirsi, la sua anima nasconde una visione in technicolor delle emozioni. Dalla sua penna escono emozioni che non ti aspetteresti, ma ne prendi nota e ne rimani meravigliata. Lei vive in una bellissima campagna del canavese, raccoglie ciliegie dai suoi alberi e parole dal suo cuore. Mi sento onorata da questa intervista, perchè lei è chiusa a bocciolo, ma una volta aperta è un profumo.
Grazia Riballo
Ogni volta che parlo di un poeta, sono emozionata, le parole producono effetti clamorosi e io le bevo, le assaporo, le gusto. Leggere le poesie di Grazia significa assaporare le parole e la sua anima da eterna adolescente. I poeti non invecchiano mai, hanno l’ elisir di eterna giovinezza, hanno la peculiarità di avere, per sempre, la freschezza della vita, nel piacere, nell’amore, nel dolore.
Grazia Riballo è una scrittrice che dona di se, professoressa di lettere in pensione, penso che i suoi allievi abbiano ricevuto al di là del livello scolastico, perchè lei sa costruire e donare con le sue parole.
Una piccola biografia.
Sono nata in Sicilia, in un paese i cui fondatori volevano farne una ” Nuova Gerusalemme”, tanto erano amanti di Cristo. Dopo essermi laureata in Materie Letterarie, mi sono trasferita a Torino, dove vivo attualmente, per insegnare nelle scuole medie, cercando di dare il meglio. Fornita di una fervida immaginazione e creatività, da sempre ho dato voce alle mie emozioni, scrivendo solo per me. Dal 2017 ho iniziato a farlo pubblicamente, come libero sfogo, superando la mia timidezza. Da quel momento non sono riuscita a fermarmi. Amante della natura, mi soffermo sullo spettacolo che offre, soprattutto quello del Canavese dove mi reco spesso e lì nella pace scrivo… scrivo. Appassionata di fotografia, mi piace riprendere quello che mi colpisce… il che può essere tutto Oggi, in pensione, mi godo la famiglia.
Hai iniziato a scrivere per te, poi cosa è accaduto per farti uscire dal guscio e regalarci le tue splendide poesie?
Ho iniziato a scrivere pubblicamente quando ho realizzato varie forme di ingiustizia, perpetrate verso i più deboli. Non che prima non sapessi, ma non sono più riuscita a sopportarlo e così ho scritto una lettera aperta su un quotidiano. Inizialmente gli scritti vertevano su aspetti sociali( caporalato, discriminazione, guerra…); successivamente ho diretto la mia attenzione sulla natura e sulla sua bellezza, anche se i temi affrontati sono vari.
Tu sei insegnante in pensione, hai mai letto le tue poesie ai tuoi studenti?
Sì, come insegnante di Lettere, ho cercato di stimolare i ragazzi, di farli riflettere. Ho iniziato con aforismi, massime…il che li ha portati a comprendere il messaggio di poeti e scrittori presi in esame.
I ragazzi a scuola non amano la poesia e sinceramente pure io la detestavo, secondo te perché?
A mio parere, per gustare testi poetici, è necessario un coinvolgimento emotivo e la giusta scelta; importante risulta essere l’ ascolto, grande mezzo di concentrazione. L’ ascolto di canzoni, vicine al loro mondo, può essere utile per avvicinarli a testi diversi.
Ora che hai tempo ti dedichi molto alla scrittura?
Avendo del tempo ed essendo fornita di fervida immaginazione, posso scrivere di tutto. Può essere un oggetto qualsiasi e persino forme avverbiali, interiezioni…A volte mi piace scrivere brevi racconti di vita quotidiana.
I poeti sono sognatori, non smettono mai di farlo, altrimenti non scriverebbero, tu cosa ne pensi?
Non ho pretese, non amo essere al centro dell’ attenzione. Mi piacerebbe essere solamente amata per quella che sono. Il mio sogno? quello di tanti: un mondo di pace e bellezza.
Tu cosa sogni?
Sì, certo i poeti sognano! Sognano un mondo ideale, di amore e bellezza, che poi è la vita stessa. Senza poesia, la vita sarebbe arida e priva di fantasia! Aiuta a superare incertezze e paure
Lo sconosciuto
Gli occhi bassi
sul viso un sorriso
andava…andava
lungo la strada
pareva un gigante
tanto era alto
ma magro… magro
come una lama
andava l’ uomo
lungo la strada
a piccoli passi
sempre in quel posto
aveva in mano
una piccola scatola
contava… contava
solo cerinI
ancora oggi
mi chiedo il perché
non ho risposte…
forse la mente
( G. Riballo)
Parole
Parole… parole… al mondo di oggi rompono i timpani per tanto rimbombo come tempesta di vento… di mare… fanno rumore e non solo rumore con voce potente dire vorrei di stare a sentire la povera gente amare lacrime su visi disfatti case in rovina lutti in famiglia parole… parole… solo parole forte clamore tanti misfatti… tante parole. Grazia Riballo
Lei Amava il mare il sole d’ agosto quando la sabbia era di fuoco bruciava… bruciava… nessuna paura il cielo spruzzava colori nell’ acqua di gran mistero era avvolta la rena di pietre e conchiglie come tesoro sempre in cerca guardava la spuma che molto dolce baciava i suoi piedi era felice non era certezza era felice non lo sapeva. Grazia Riballo
Arrivare a mercoledì per me e tutto un traguardo, con tanto di medaglia. Finire la settimana è ben altro discorso, ogni stramaledetto venerdì, mi accingo mentalmente ad ascoltare ‘Chariots of Fire’ e là, lontano, vedo il mio di nastro. Non è semplice fare come se la mia vita fosse ‘normale’ perché semplicemente non lo è. Ma come Frida, vado avanti, come posso.
By fridalaloka.com
In ogni suo singolo scatto, quello che colpisce di più non è il suo aspetto ( per tanti canoni), trascurato, soppraciglie folte, baffi ben allineati.
Almeno per quanto mi riguarda, proprio il suo sguardo, gagliardo, sicuro, diritto alla lente, senza ripensamenti, con un bagaglio d’accettazione che io non possiedo, uno sguardo decisamente di sfida. Il mento in su, sventolando veste di colori variopinti e importanti orecchini d’ogni genere, pure un paio che raffigurano delle mani, regalatole da Picasso, quando si son conosciuti in una delle tante tertulie occasionali chissà, a parlare di politica e forse d’arte.
By fridalaloka.com
Se guardo addietro, vedo in me quella gagliardia che oggi credo di aver perso, mentre che paradossalmente proprio dopo i suoi peggiori anni della vita, Frida ha saputo risollevarsi, da sola. Lei con al suo fianco la sua inseparabile ombra, fedele, forse l’unica.
Come previsto, Palazzo Roverella ci aspettava con la mostra di Kandinskij. Emozioni travolgenti, quantità di lavori, dalle pitture, ai libri, alla musica, già, perché, questo magnifico pittore ci ha lasciato una eredità immensa!
Intreccio di una radice molto stretta che lo lega fortemente alla sua terra d’origine. Dicevo intreccio di capolavori che senza l’approfondimento sulla metafisica, matematica, musica, non sarebbe possibile riprodurre graficamente.
non fateci caso abitare il pericolo è come bere un bicchiere d’acqua colorato da tua sorella su un quaderno allunghi la mano afferri un ponte volante …il resto non sai
nella pagina dopo si gonfia un galleggiante è bucato ma sei ancora vivo tua sorella guarda verso di te nuota rivelando la rapidità di cambiamento tra i soggetti: un vedersi guardare
una storia appare e scompare è sempre una storia da raccontare
Elena Felicia Cimpian insegna alla Facoltà di Lettere come docente universitario di ruolo , presso la Facoltà di Arti Visive dell’Università di Oradea, è laureata presso la Facoltà Ioan Andreescu di Cluj-Napoca con Master in Oradea e con Dottore in Arti Visive a Bucarest. Partecipa a numerose mostre,: Esposizioni Internazionali, Esposizioni Nazionali , Provinciali e Collettive, realizzando 23 mostre personali (nazionali ed Internazionali.) Entrando nei particolari Attività artistica svolta in: pittura, grafica e tessile, ricevendo diplomi, premi, rì presente in oltre 150 cataloghi con colori esposti in Romania e altri paesi, tra cui la PR Moldova, Ungheria, Polonia, Ucraina, Jugoslavia, Bulgaria, Serbia, Slovenia, Slovacchia, Italia, Francia, Bruxelles. E’ presente nell’Enciclopedia degli artisti rumeni contemporanei nel Centenario delle donne nell’arte rumena- Partecipa a conferenze, Simposi nazionali e internazionali, campi creativi, plastici in Romania e all’estero.
Panorama International Arts Festival 2022: SCADENZA ESTESA! Tenendo conto delle richieste che stiamo ricevendo da artisti di tutto il mondo, abbiamo deciso di estendere l’ultima data di presentazione delle opere al 30 giugno 2022. Ci auguriamo che questo aiuti gli artisti ad avere più tempo per completare il loro lavoro. SU PIAF 2022 Il programma firmato dalla Writers Capital Foundation, che si dedica alla diffusione dei potenti valori dell’umanità attraverso le arti e la letteratura, il Panorama International Arts Festival (PIAF) ha lo scopo principalmente di aiutare lo scambio culturale e di consentire agli artisti di espandere i loro orizzonti di comprensione del mondo. A differenza di altri festival artistici, PIAF è concepito come santuari artistici in cui i delegati hanno l’opportunità unica di visitare vari luoghi nell’area in cui si svolge il festival e avere un’esperienza approfondita del luogo e della vivacità culturale che riteniamo aiuterà in plasmare il futuro di un artista. A causa della pandemia, PIAF 2022 si svolge virtualmente, tuttavia è progettato in modo da garantire un maggiore impatto tra i partecipanti. TEMA: GUERRA E PACE Dopo il completamento unico di The Sphere Of Freedom (Esposizione di poesia e arte) nel 2021 e dopo aver ottenuto il riconoscimento globale con il PANORAMA International Literature Festival 22, vincitore del record mondiale, come il Festival internazionale di letteratura multilingue più lungo, meglio strutturato e presentato, che unisce le culture in 6 Continenti e unendo più di 60 nazioni in tutto il mondo, torniamo ora con l’annuale Panorama International Arts Festival 22 per illuminare ancora una volta l’umanità; per ispirare le persone verso il sentiero della luce e della pace, lontano dalla violenza e dalle tenebre. Voltando una nuova pagina dai mali della guerra alle conquiste luminose e miracolose della Pace, abbiamo bisogno che tutti voi stiate al nostro fianco, a sostegno della nostra nobile causa. In un’epoca in cui il nostro pianeta sta soffrendo per la piaga della guerra, noi della WCIF ci dedichiamo più che mai all’instaurazione della PACE in tutto il mondo. Noi, come ferventi umanitari, ci sforziamo per un futuro migliore per tutti noi, soprattutto per le prossime generazioni. TEMA: GUERRA E PACE DATA: 1-31 luglio 2022 MODALITÀ: virtuale Scadenza: 30 GIUGNO 2022 REGISTRAZIONE: Globale: https://rzp.io/l/piaf2022 India: https://rzp.io/l/PIAFIndia Unisciti a noi nel grande festival delle arti per il bene dell’umanità! ESSERE l’ispirazione – ESSERE il cambiamento! Fondazione del capitale degli scrittori http://www.writersedition.com http://www.wcifcentral@gmail.com arts #piaf #PanoramaFestival2022 #humanity #WritersCapitalFoundation #WCF #athens #painting #sculpture Panorama International Arts Festival 2022: DEADLINE EXTENDED! Taking into account the requests we are receiving from artists across the world, we have decided to extend the last date of submission of works to June 30, 2022. We hope that this will help artists to have more time to complete their work. ABOUT PIAF 2022 The signature programme of the Writers Capital Foundation which is dedicated to spreading the mighty values of humanity through the medium of arts & literature, the Panorama International Arts Festival (PIAF) is intended primarily to help cultural exchange and to enable artists to expand their horizons of understanding of world. Unlike other arts festivals, PIAF is envisioned as arts sanctuaries where the delegates have a unique opportunity to visit various locations in the area where the festival is being conducted and have an in-depth experience of the place and cultural vividness that we believe will help in moulding the future of an artist. Due to the pandemic, PIAF 2022 is conducted virtually, however, it is designed in a way it will ensure a greater impact among the participants. THEME: WAR & PEACE After the unique completion of The Sphere Of Freedom (Poetry and Arts Exhibition) in 2021 and after having obtained global acknowledgement with World Record Winning PANORAMA International Literature Festival 22 as the longest, best-structured and presented multilingual International Literature Festival, bridging cultures in 6 Continents and uniting more than 60 nations all over the world, we now come back with annual Panorama International Arts Festival 22 in order to enlighten humanity once more; to inspire people towards the path of light and peace, away from violence and darkness. Turning a new page from the evils of war to the bright and miraculous achievements of Peace, we need all of you to stand by our side, in support of our noble cause. In an era when our planet is suffering from the plague of war, we at WCIF are more than ever dedicating ourselves to the establishment of PEACE worldwide. We as ardent humanitarians strive for a better future for us all, most of all for the next generations. THEME: WAR & PEACE DATE: 1-31 July 2022 MODE: Virtual Deadline: JUNE 30, 2022 REGISTRATION: Global: https://rzp.io/l/piaf2022 India: https://rzp.io/l/PIAFIndia Join us in the grand festival of Arts for the sake of humanity! BE the Inspiration – BE the Change! Team Writers Capital Presidente Preeth Nambiar Segretaria Generale Irene Doura-Kavadia Coordinatrice Globale Silla Maria Campanini Coordinatrice Italia Elisa Mascia
Dovreste immaginare una voce che non sia audace, ma querula e mediosa. Che non porti tuoni di apocalisse, ma brevi schiume confuse nell’alba di un bosco. Aghi di pino d’un tratto e qualche indugio di frascame che si infrange sulla gola come a trattenerla dal pronunciare parole troppo maestose, che probabilmente non ha mai voluto. È una voce che non si ascolta, talmente sublimata nel rumore di fondo dell’universo fuso che pare intermittenza erronea, irraggiunta, trascurabile.
Quella voce è anche non-storia: che non compiaccia neanche un po’, e rimanga il fastidio vuoto di azioni non concluse o di personaggi non conclusi, o di tutto ciò che è pretesa incompleta. Non esiste completezza nella scrittura che sostiene questa voce, ma solo asimmetria pendula e sfrangiata, sparsa nei cocci qua e là, con pretese di incipit eterni che forse descrivono meglio l’andare di chi vive nell’irrealtà confortevole.
Quella era la voce di A. Questa è anche la mia voce.
Mi sovviene il Tempòre, oggi, dal nulla. A, ricordi questa parola? L’unione di tempo e tepore che ci turbinava i sensi quando non osavo immaginare il tuo viso. Quando ero convinta che fossi uno spirito evaso dalla mia mente, il genio della piccola luna degenerata nel mio ombelico perlifero. E il piccolo rettile accanto al suo uovo, nato e impaziente, che la sera ci osservava fondere gli occhi dentro allo specchio degli schermi. Ti muoio, dicevi, mentre le nostre caviglie erano estremo l’uno dell’altra legate da un filo lungo oltre tremila chilometri. Ti proteggevo dal liquefarsi della paura nella notte lasciando schiudere l’alba senza rumore; tu mi proteggevi dal solidificare dell’argilla sopra la mia pelle, perché rimanessi molle, tua Malakos, mollusco malleabile incline all’ossessione sublime e alla pazzia.
Psicosi mia del buio, non ti trovavo allora, ma era nell’assenza che riempivo cuore e polmoni. Conservo ancora quelle parole e sono una marea immag(i)nifica d’incisione, di sibili sulla pelle trasparente; vorrei destrutturare ancora, denarrare di più.
Dolce peso dell’insonnia, c’era un bicchiere d’inchiostro che ingoiavo per non avere nostalgia di quando, addormentati, nessuna carne poteva separarci. Eppure inevitabilmente svenivo, svenivi anche tu dopo poco e ad ogni risveglio eravamo scambiati, io uomo, tu donna, tremila chilometri di parole scritte sul materasso, tu nel mio letto, io nel tuo, Kāfir della realtà stessa.
Giuro, potrei graffiare l’involucro vitreo del mondo opacizzando così tanto la superficie che una sinestesia inarrestabile regnerebbe furibonda sulla confusione delle cose. Ma adesso è tardi, lo so, non siamo più quel grumo di fumo fra i binari. Siamo saldi, e deformati dalla malattia irreversibile del corpo che vive.
Anche se non vuoi – perché mi reputi un’impostora, proprio come te – e anche se non voglio io – perché ti reputo un idiota superbo inabile alla vita, esattamente come sono io – accadrà: di nuovo. Quando, dischiusi dentro una pelle squamosa di foglie e di ossa, avremo bisogno di un posto in cui nessuno possa disturbarci – ancora e ancora – per lasciar tremare le voci, e l’anarchia di parole e l’egoismo supremo e gli svenimenti e i rinvenimenti che portano il racconto dei sogni.
Oggi la rivedo, così vicina quella spremura dolce del cranio che genera fiumi. Ti inchiodo alla memoria.
La morte, che tu lo voglia o no, è solo un breve attimo di distrazione, un momento di sospensione necessaria per riprendere fiato e ricominciare tutto da capo.
Te lo dico, sussurro al tuo orecchio con odio lieve: riscriveremo quella voce – pur non ricordando nulla – con le stesse parole; interromperemo, ricominceremo di nuovo, senza conclusione, alternando gli involucri, io donna, tu uomo, finché ogni incipit errante sarà libero di gravitare su questa terra.
Giungo in città, dopo tanto, è vertigine lungo i muri secchi. L’acqua opaca del fiume che giace senza consenso, e giacciono i gabbiani sul bordo melmoso. Mi soffermo.
So che mi spii dal buco di un futuro.
Tu che potrei essere io, io che ancora non sono. Ho sentito le mani rabbrividire sul cornicione muschioso e infatti sono circondata da sguardi che non guardano, non ne incrocio neanche uno, incrociandoli: tutto è ricoperto da una patina di nausea. Coppie di occhi sollevate da terra quanto basta per mostrarsi e nessun uomo che mi somigli davvero. Forse perché non so vedermi? So che mi spii, non so dove, dall’alto delle righe dove il tempo si fa spazio bianco per divorare i versi lateralmente; sai, ho paura della poesia, finisce sempre sbriciolata in questo alito improvviso di vuoto (da cui continui a guardarmi).
Nausea del sole trattenuto più vicino perché è inverno, nausea per la sua bile che proietta sagome e che conduce l’incatarrirsi delle nuvole pastello, forse mi scuoto un po’. Capire, capire come andare, anch’io lombricheggiante, ma senza euforia, nel dissesto edilizio cittadino. Non guardare in alto, piccoli respiri non troppo profondi. Il dio dei lampioni ha forma di lampione, mi disgusta forse l’ergonomia delle cose, l’antropocentrismo dello spazio. Mi disturbo io stessa sopra un marciapiede. Dovrei essere senza peso, sollevata, più vicino al nulla, senza un viso che è visto e che non vedo. Smarginare, immeandrirmi fra i ciottoli levigati dallo stupor, con slittamento detritico delle emozioni. L’asse di inclinazione del mondo perderebbe l’equilibrio e con lui i ponti e gli archi e le colonne in pietra serena.
Succede ancora, quando mi guardi troppo, il pensiero straripa fuori dalla sintassi, ma mi affretto a ricompormi persona.
Sono costretta, giorno dopo giorno, a rinchiudere il mio pensiero dentro alla rete di un lessico uniforme, altrimenti non vi sarebbe forma concepibile al sentire-non-sentire della coscienza. Che è inscrivibile o circoscrivibile al pensiero? E creare poi, con le righe, una direzionalità che sia alveo e, con la sintassi, una pendenza che definisca una portata, ragionevole, logica, efficiente. Gocce i lessemi, detriti i verbi, pesci le congiunzioni, li rinchiudo o sono loro a rinchiudere me? Poi alti argini del buon senso, e dislivelli per non alluvionare.
Fuggo nella direzione più confortevole e cioè nella scia di un mondo che si ricompone, forse più mansueto.
Non serve a nulla piantare le dita nel muschio della balaustra, ma il tatto mi convince di essere ricomposta, adesso fuggo nella solidità delle due gambe, sguardo basso, fra i gradini antropo-retti della città, confusa nel rigore distante degli spostamenti, magari ti sfuggo per qualche momento, magari mi nascondo un po’ al vuoto tipografico che divora.
“Racconti della Controra” è disponibile su: Feltrinelli
Penso alla pelle ed è subito funghi nel bosco. La vista, l’udito, il tatto vengono meno, come scuciti nel corpo da una pungenza bagnata. Ecco, è proprio frascame, boscaglia fradicia, funghi appena abbottonati al soprabito muschioso, ora che ci penso meglio, è anche peluria fine che trattiene al volo gli uccelli senza che loro possano comprendere come, o fanghiglia nera fra le croste fradice di un tronco che ben mi si concede se avessi ancora le dita. Tutto il bosco spugnoso è un polmone teso in esitazione perenne, pare trattenga il respiro per conservare dentro di sé, se stesso, il più a lungo possibile. Ma è anche singulto simbolico di una penetrazione stabile fra nebbia e muffa, tanto che il pensiero – che ancora, non so come, mi è saldo addosso – si desta, dentro una convinzione: ciò che prima ritenevo contenitore altro non è che contenuto impalpabile, spore. Non esisto, se non in questo. Esitazione umida. Ammuffita.
Pelle. Penso al moto ondoso che spettina ogni forma del campo visivo. Pare che il mare, nella sua schiuma, catturi certi suoni sconosciuti, li custodisca per molto tempo, secoli, o minuti, per poi restituirli alla battigia in modo del tutto casuale, quando nessuno se lo aspetta. Specialmente di notte, e all’alba, vomita, travolge le spalle e le percuote di paura; le costringe a voltarsi, ma poi nulla, niente di niente, solo respiri e la schiuma. Si sente giá – credo in fondo al cielo – un alito caldo di coperta che si spoglia. Sono pur sempre un uovo nelle mani di qualcuno che non vedo (che sta laggiù, oltre l’orizzonte marino). A quel punto forse, nel plauso di costui che omaggia la notte che muore, mi schiuderei in alba liquida e, colando, sul mare, amerei.
Pelle. Penso alla cristallizzazione infinitesima nella polvere d’ossa. Qui il moto ondoso delle dune induce alla calma del vento, e all’attesa epifanica. Accade qualcosa? Ma non un gesto atmosferico, né una sillaba dal sole. L’indugio che è aridità sottile, è sabbia.
Adesso capisco, che la pelle non è pelle, la pelle non è involucro, ma è occhi. É contemplazione quieta di una remora del tempo e non di una stagione. Mi chiedo soltanto, nell’attesa di un’ espirazione che concluda il mondo, sono dunque io, che proietto sulla natura, oppure è lei – la natura – che indossa la mia pelle e veste il mio sentire?
“Amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri”, scrive Rebecca Lena in una delle risposte all’intervista.
Il titolo del suo libro è Racconti della Controra, e nella definizione non c’è solo un’indicazione cronologica. C’è una presa di posizione, una collocazione spazio-temporale, un modo di osservare il mondo e se stessa in relazione ad esso. La questione non è solo essere “contro” (sarebbe troppo agevole e forse inutile). Consiste piuttosto nell’andare verso il mondo esterno senza snaturarsi. È una maniera di dirsi, di raccontare quella parte di sé che altrimenti resterebbe muta. I racconti del libro nascono dal blog dell’autrice, molto curato, attento anche all’importanza della dimensione iconografica. L’espressione di Rebecca Lena è ampia, a tutto tondo, e soprattutto è frutto…
Lei se n’è andata e mi coglie il grido di tutto ciò che scompare, non solo il dolore del suo divenire assenza, ma il potenziale assenteismo di chiunque. Siamo giunti e partiti al contempo, nati scomparsi, da sempre. Pare che esista un sigillo di garanzia impresso sul polmone del primo respiro. E quel marchio pulsa lungo tutto l’arco dell’esistere con una vitalità abbacinante, ma invisibile.
Pioviggino sul mio corpo scrivendo traiettorie con le gocce in picchiata, crocifiggere le parole forse ci aiuta a pettinare il sentire, a sbrogliarlo di tutti i nodi. Le righe dritte precipitano da sé, guarda, orizzontalmente. Anche il tempo è un precipizio. Eppure credo nella dolcezza dell’inquietudine, che non è attività inquieta, ma incomprensibile e tesa ricerca dell’immoto. Tutto muove, niente vive l’immobilità e dunque l’immobilità esiste solo nell’immaginazione di un’assenza di mobilità. Desiderio irraggiungibile quando si esiste dentro ad un cosmo.
La morte, che non può essere realmente vissuta, magari è solo un modo di vivere, finalmente, l’immobilità del fondo. Là, ora lei giace immobile, dopo aver corso fino allo stremo. Qui, piove. Piovono tutti. E si dipana il fischio terribile di una membrana bucata. Il mondo si sgonfia a poco a poco.
A Daniela. Quattrocentista, mezzofondista azzurra, poetessa.