Chi è presente alzi la mano


“Non so più dove stare: nei ricordi o nel presente?”
Alessandro D’ Avenia
28 giugno 2022
Presente!!
-Amalia de Lana?- -Presente!-
-Remo la Barca?- -Presente!-
-Sara Cinesca?- -Presente!-
-Oscar Rafone?- -Presente!-
..e così via..
Bei tempi quando bastava rispondere all’appello ed eravamo dichiarati presenti!
L’altra sera durante il solito torneo di bridge del giovedì, io ero seduta al tavolo, fissavo le mie carte ed ero convinta di essere lì pensate un po’.
Invece a fine serata, dopo aver collezionato una serie innumerevole di errori, cercando conforto nel mio maestro, nella speranza che mi dicesse che, Marte in trigono a Plutone sconsigliava espressamente per la serata il gioco, nello specifico quello del bridge, se ne esce con: certe volte manca la presenza al tavolo.
Ma come? Sono una pioppa di 1,80! Quando sono al tavolo mi si vede!
Lasciando stare l’ironia, ho capito benissimo a cosa si riferiva; così bene che, il mio subconscio filosofesco (lo so, si dice filosofico, ma il mio non si prende troppo sul serio), ha iniziato subito a lavorare ad un nuovo articolo del blog.
Essere presenti è tutto fuorché semplice. Se bastasse portare le umane membra nel luogo in cui vengono richieste e lasciar veleggiare i nostri pensieri liberi di andare dove vogliono, sarebbe quasi come avere il dono dell’ubiquità.
Ma io al tavolo da gioco voglio esserci, con tutta la mia materia cellulare, ma anche con tutte le mie facoltà intellettive. Eppure non sempre è possibile.
Ogni volta che dobbiamo essere presenti, stiamo parlando di qualcosa di immediato, attuale, contemporaneo. Se fisicamente ci assentiamo da una qualsiasi attività per, scolare la pasta, aprire al postino, rispondere ad una telefonata, la questione è tangibile ed evidente. Ci assentiamo nei momenti opportuni e l’attività primaria riprende appena possibile.
Ma se il nostro pensiero prende il volo, per domandarsi se abbiamo chiuso il gas oppure se abbiamo dato da mangiare al gatto, chi è con noi, non si accorgerà della nostra assenza e molto probabilmente nemmeno noi ne saremo così coscienti, perché in quel momento stiamo ripercorrendo tutti i movimenti che abbiamo fatto dall’uscita della doccia, alla ciotola del gatto, fino all’uscita di casa. Ma poi avremo chiuso casa? Allora ci saremo soffermati, sul tuffo carpiato nella borsetta alla ricerca delle chiavi che non si trovavano e così a catena.
Nel frattempo il nostro corpo, lasciato con il pilota automatico, avrà continuato a svolgere la sua mansione tipo burattino, fino a quando non ci sarà stato bisogno di una sterzata improvvisa. Così devo aver perso quel maledetto contratto a 3SA, che quando il mio cervello ha deciso di ricollegarsi, il mio avversario si stava incassando la sesta picche di fila e io stavo ancora pensando a quel bastardissimo gatto che ha fatto finta di non aver mangiato ed invece mi sono ricordata di averglielo dato due volte..
Purtroppo non vedo soluzione al problema. L’unico palliativo che mi viene in mente è il riposo. Quando siamo riposati nel corpo abbiamo una resa decisamente maggiore in tutto ciò che dobbiamo fare. Credo possa funzionare anche con la mente. Riuscire a far riposare la testa, avere momenti in cui spegniamo tutti i pensieri e riusciamo a staccare la spina, darebbe tregua al super lavoro mentale a cui ci sottoponiamo sempre, a beneficio di una lucidità concreta quando ne abbiamo l’esigenza.
Certo che non è facile come obiettivo, ancor meno trovare la concentrazione per un periodo che si protrae per molto tempo.
Ricordo che quando mio figlio era piccolo e aveva problemi di concentrazione nello studio, ad un certo punto sembrava tarantolato. Partiva iniziando a battere un piede, poi la gamba, poi gli cadeva la matita, dopo iniziava a muoversi sulla seggiola come fosse seduto su di un formicaio. Io andavo su tutte le furie, finché una brava psicologa non mi spiegò che, quando un’attività diventa troppo faticosa per il nostro cervello, questo per difesa inizia ad inviare impulsi al corpo per distrarlo dall’attività che crea lo stress. Imparai quindi ad aumentare le pause durante il tempo dei suoi compiti, e chiesi ad un ragazzo di seguirlo al posto mio per evitare che io stessa venissi presa da attacchi di ira funesta nei suoi confronti.
Pausa e riposo quindi sono come le virgole, di fatto sono interruzioni di qualcosa. Non sono assenza sono presenza di un’attività alternativa e tangibile che da sollievo a quello che stavamo facendo.
Proverò quindi a valorizzare le assenze per essere più presente.
La questione nel bridge “della presenza al tavolo” è una faccenda che tutti i giocatori conoscono bene. Credo che sia una difficoltà che continua a riguardare anche i più navigati. Quando giocano tornei che li impegnano per diverse ore al giorno, immagino che sia una delle componenti che fa la differenza tra un campione che sa essere sempre presente ed uno che non ha la tempra di tenere la concentrazione lo stesso periodo di tempo.
Ecco allora aggiungersi un altro obiettivo: oltre a capire questo maledettissimo 2♣, a non farsi venire gli attacchi di panico ogni volta che devo giocare “a Senza Atout”, dovrò imparare a organizzare al meglio i momenti in cui la mia attenzione è richiesta al massimo, alternandoli sapientemente con pause che mi permettano ricaricare le energie mentali al fine di concentrarmi al meglio dove la situazione lo richiede.
Bello il bridge.. una volta ero tanto brava anche a fare punto croce e tribolavo meno!
milena bonazzi