Racconti: SOVRAPPENSIERO, di Gregorio Asero

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SOVRAPPENSIERO

A volte capita di abbandonarmi a pensieri di tenerezza e allora mi lascio andare con tutto il mio essere a meditazioni soavi, e prima che possa finire lo stato di abbandono, mi accade una strana cosa, come quando l’orchestra finisce di suonare una melodia e depone i suoi strumenti sul palco per una meritata pausa di riposo: vivo attimi di attesa eterna. È molto difficile seguire queste strane sensazioni per lungo tempo, perché la mia mente non riesce a concentrarsi fino in fondo, visto che, purtroppo o per fortuna sono un uomo comune, carico di tutti i suoi limiti umani.

Mi capita anche che, lungo il percorso della mia vita, incontri persone simpatiche con le quali chiacchiero spensieratamente e in allegria. Ma cosa sono le parole dette da estranei? Possono essere esteriorità senza senso se le paragoniamo alla poesia e all’arte in genere. Che senso hanno le parole che pronunciamo a iosa e a volte senza neppure dar loro importanza, rispetto a quelle che sono le manifestazioni intime della nostra interiorità religiosa, del nostro modo di intendere la pittura, la musica, la poesia?

A volte, senza voler peccare di presunzione, mi sembra di essere un angelo precipitato dal carro, che conduce in Paradiso, nella più insignificante e squallida realtà terrestre. Io dico che il poeta, l’artista in genere sono gli ultimi testimoni di una forma di vita che sta lentamente andando in disfacimento. E mi chiedo se la poesia e l’arte, non siano l’unico esempio di ciò che avrebbe potuto essere il nostro martoriato pianeta se non fosse esistita la forma del linguaggio parlato.

La comunicazione fra umani, e di conseguenza fra le varie anime, dovrebbe avvenire attraverso l’empatia fra due persone, o fra due popoli, o fra l’intera umanità. Ecco, quando si parla di comunicazione fra due anime è questo quello che penso: l’empatia. Purtroppo penso che l’umanità si stia incamminando fra altre vie, quelle dell’autodistruzione.

Gregorio Asero

LAMODECA. Lettere d’amore, Lettere ai genitori, Racconti, Memorie, Poesie, di Tommaso Tommasi

Tommaso Tommasi
LAMODECA
Lettere d’amore, Lettere ai genitori,
Racconti, Memorie, Poesie
Recensione di Marcella Mellea
LAMODECA (Lettere d’amore, Lettere ai genitori, Racconti, Memorie, Poesie), di Tommaso Tommasi (Guido Miano Editore, Milano, 2022), è un’opera originale e peculiare, poiché l’autore, attraverso forme letterarie diverse – lettere, poesie, pagine di diario, recensioni, articoli di giornale, racconti – esprime il suo caos interiore, il senso di frammentarietà del vivere quotidiano, e tenta di dargli unitarietà e senso. L’opera si potrebbe collocare, come sottolineato da Enzo Concardi nella prefazione, nel filone del Frammentismo, tipico della letteratura italiana dei primi anni del Novecento, che ebbe come espressione caratteristica il frammento, cioè la composizione lirica breve, in versi o in prosa, inconciliabile con ogni forma di letteratura costruita, complessa e oggettiva.
Il titolo dell’opera stessa non è riconducibile a qualcosa di reale e di senso compiuto. “Lamodeca”, il primo termine del titolo, infatti, pur significativa per l’autore, non ha senso linguistico “ufficiale”, potrebbe essere un gioco di parole oppure esprimere le iniziali di più parole messe insieme: a tal proposito, l’autore nulla spiega, ci lascia nel dubbio, sospesi tra speculazioni mentali varie. Molti passaggi del volume – affermazioni, dichiarazioni, descrizioni –, presentano messaggi strani e misteriosi, indecifrabili a volte, che potrebbero essere collocati nella sfera onirica e/o dell’inconscio.
Il libro, suddiviso in cinque capitoli – AGENDA ROSA, AGENDA GRIGIO/VERDE, AGENDA GIALLA, AGENDA BLU, AGENDA VIOLA –, è caratterizzato da autobiografismo ed estreme punte di lirismo. Nell’agenda rosa, l’autore ci rende partecipi di una sua storia d’amore, un amore impossibile, che non potrà mai realizzarsi per gli impedimenti che solo i due protagonisti della storia conoscono. L’autore gioisce alla sola vista della donna amata, al solo sfiorarla o al solo parlarle; è lei l’amore della sua vita, un amore struggente e unico, un amore che non ha futuro e rimarrà per sempre in una dimensione platonica. Nell’agenda grigio-verde, l’autore ci parla della sua vita militare, della sua esperienza di soldato e, attraverso una serie di lettere inviate ai genitori, ci narra con minuziosità la vita quotidiana in caserma: le uscite, gli incontri, le guardie, i soprusi, i permessi, le sensazioni e le speranze di un giovane soldato. L’agenda gialla ci narra fatti quotidiani, storie di gente comune che popola un mondo ricco di umanità e dolore. Nell’agenda blu sono riportati diversi articoli giornalistici e recensioni su argomenti vari, anche a carattere artistico – culturale. L’agenda viola, l’ultima, ci offre immagini e messaggi indecifrabili e simbolici che emergono dall’inconscio dell’autore e da una dimensione di sogno.
L’opera, nel complesso, è caratterizzata da mescolanza di generi letterari: poesia e prosa, stili e temi vari. L’autore ci offre stralci di vita, ricordi, rimpianti, rivisitati con un linguaggio asciutto e scorrevole. Le varie parti dell’opera, pur non collegate tra loro, hanno dei temi comuni, un “fil rouge” che scorre dalla prima all’ultima parte e le tiene legate fra loro: il bisogno d’amore, la sua ricerca spasmodica, il bisogno di essere amati e accettati, la paura e l’angoscia di non essere all’altezza, l’incapacità di realizzare i propri sogni e seguire i propri desideri. Infatti, nella prima parte, lettere a Silvy, si legge:… «Ti amo come non ho mai amato / ti amo e vivrò per sempre solo per quest’amore puro / per quest’amore che il mondo non capirà mai / e che non so da dove scaturisca…/ Ma so che esiste e che non è del tutto impalpabile: / se vorrai potremo trasformarlo eterno / come eterno è il mare / come eterno è il cielo / come eterno è l’amore. / Amore unico /amore mio per sempre».
Nella seconda parte, lettere ai genitori, si legge: «Carissimi genitori, questa volta vi scrivo da un tavolo di un bar-tabacchi. Devo dirvi delle cose importanti». L’autore registra tutti gli eventi e le esperienze per ricevere approvazione, comprensione e affetto dai suoi genitori. Nella terza parte, i protagonisti delle storie sono alla ricerca di qualcosa: «Quando un’estate di tanti anni fa mi sei apparsa vestita allegramente come una farfalla, avrei voluto abbracciarti per portarti con me nel mondo. Ma non ho avuto il coraggio di fare quel passo in più che avrebbe deciso per noi. Mi avvicinavo a te, ma poi tornavo indietro, poi mi avvicinavo di nuovo, ma mi allontanavo di nuovo. Forse temevo un tuo rifiuto (Vanna)». Nella quarta parte, l’autore ci riporta articoli e lettere inviate alla redazione di vari giornali.
La quinta parte, la più complessa, tra poesia e narrativa, si muove tra sogno e realtà; di particolare fascino è la poesia “POESIA”: «Immaginavo di volare / tra i fiori del cielo / che ridevano in coro / tra i capelli. lontane scintille di stelle / che correvano giocando / e coprivano il mio sognare / ma ricordavo visioni / nell’espressione dei tuoi occhi. / immaginavo di girare / come un’onda di sale marino / ma il potere dell’uomo / non va oltre il cielo / di fantasmi nascosti». Qui il poeta si libra nell’aria, è libero: è aria, poi diventa onda, consapevole comunque che l’uomo non può superare i limiti umani e rimarrà sempre in una dimensione terrena: come “Icaro” le sue ali di cera non gli consentiranno di andare oltre il cielo. Questa lirica racchiude il senso profondo di LAMODECA, un’opera tra sogno e realtà, tra lo slancio alla vita, di chi vuole innalzarsi e volare, e il mondo reale che intrappola nelle sue ansie, frustrazioni e paure.
Marcella Mellea

Tommaso Tommasi, Lamodeca, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 96, isbn 978-88-31497-87-9.

Racconti: Smise di piangere, di Sergio Pizio scrittore sceneggiatore

Racconti: Smise di piangere, di Sergio Pizio scrittore sceneggiatore

Smise di piangere.

Cercando la propria dignità e perdono nell’anima, stropicciata e abusata da un sentimento privo d’amore. La poesia del suo essere donna plasmò il suo viso regalandole un sorriso, una tacita introspezione dalla quale emerse la voglia di smettere di amare quella vita colma di nulla. Un nulla pressato dal tutto, incontenibile nel suo assordante vuoto assoluto. Forse l’amore che conosceva non bastava per colmare quella voragine dentro il cuore. Forse esisteva un’altro tipo di amore per sollevare gli occhi verso il cielo e provare una inspiegabile emozione così intensa e passionale. Forse bastava librarsi nell’aria spiegando le ali senza domandarsi nulla, lasciandosi trasportare dal vento. Senza ascoltare inutili parole, inseguendo false linee di pensiero obsolete.

Forse bastava davvero poco per credere di volare, ma soprattutto di credere nell’amore più puro cristallino e lucente di tutto l’Universo.

The power of love 

Sergio Pizio

scrittore sceneggiatore 

The power of love Copyright@ 2022′

Valeria Bianchi Mian: Un tizio con la Ferrari d’oro

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Valeria Bianchi Mian: Un tizio con la Ferrari d’oro

Un tizio con la Ferrari d’oro. D’oro, sul serio, l’ho visto. Ma veramente d’oro <ohibò>. Uomo brizzolato sui sessanta-sessantacinque e fanciulla brunetta di rosso vestita, la quale saltella fino al tabaccaio <tum tum tum>. Oro. Rosso. Tronfio. I soldi danno la felicità? Mi verrebbe da applaudire e dire: «Non sei un alchimista, tu, tizio con la Ferrari d’oro, no. Guarda, secondo me proprio no, ci scommetto – non più di dieci euro però – che tu l’aurum non vulgi, no, non sai cosa sia. Non conosci la Pietra Filosofale ma te ne sbatti, e la vita te la prendi così, smagliante, alla leggera saltellante nel corpo di Ferrari d’oro e brunetta in rosso <brum brum brum> dalla culla alla tomba, e tutti ti guardano e dicono «Ehi, guarda quello con la Ferrari d’oro, ma la ragazza in rosso lo amerà?»

Ma può essere che al tizio brizzolato sessantacinquenne dell’amore non gliene freghi proprio niente, e magari avrà d’oro pure il membro virile, placcato però, chi lo sa, poi la prostata. D’oro sarà il water nel bagno d’oro, d’oro le piastrelle, il beverone proteico d’oro, d’oro i sogni e le lenzuola e in tutto l’oro del mondo anche lui come me e te morirà per essere sepolto, come tutti noi, dentro una bara. Ma la sua sarà d’oro. D’oro, sul serio. L’ho visto. I soldi danno la felicità? Chi lo sa?

Racconti: SASSI, di Roberto Busembai

Racconti, SASSI, Roberto Busembai

Zia Molly

SASSI  

Un pensiero mi è passato come foglia al vento, un granello di quella sabbia che il mare ha lasciato indifferente, come un petalo di fiore che sovente cade nel suo percorso di sfiorire, quel silenzio che mi rincorre tra le folle e i rumori della gente, un pensiero come un sasso colorato che si instaura dentro, peso come un masso ma caldo più del sole, quello che mi trova pur sempre tra il giorno e la notte e nel firmamento, di salutarvi anche se sono assente.

Sarà il grande caldo, saranno gli anni che attanagliano la mente tanto mi sostengono nel tempo, sarà forse la voglia di lasciarsi andare nel piacevole far nulla che faccia pensare e ragionare, sarà il desiderio della felicità che si basa sulle cose semplici del mondo e sul suo creato meraviglioso, ma l’assenza è diventata un bisogno di rilassamento nel cuore e nella mente con l’eccezionale e immensa certezza di ritornare ad abbracciarvi tutti, che poi siete davvero tanti.

Sassi colorati riposti o semplicemente posati casualmente come i fatti e i momenti della vita che ognuno ha sul suo ciglio di un mare aperto o sulla collina verde della speranza, sono sassi che ci indicano il passato e ci presentano un presente dai colori forse un poco sbiaditi, tenue colorazioni, ma pure sempre vivi e per questo da vivere in maniera uguale, con lo spirito aperto a ogni situazione e affrontarlo con il sorriso posto fisso nella mente e sul volto.

Sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questo momento di possibile vacanza del cuore, in questa nostra fuga mentale da tutto quello che ci potrebbe angosciare, intimorire e spesso colpire, sono sassi che non fanno alcun male ma ve li poso pian piano come un granello di sabbia e vi cumulo sopra i loro diversi colori e le forme più strane e particolari, sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questa estate che difficilmente noi persone anziane possiamo viverla nel pieno delle giornate, sia per il caldo soffocante e per la stanchezza e la spossatezza che facilmente ci prende e ci addormenta pure. Ma voglio che alla fine, prossimamente, alla vicina foglia che ingiallisce e a quel fiore che muore e svanisce possiamo ritrovarci da una valanga sommersi di sassi e colori che ognuno avrà da raccontare.

Sia la mente guida per il vostro cuore e il cuore sia per la mente il sentimento dell’amore a scolpire il giorno e sottolineare la notte, saranno sassi dipinti, colorati, scolpiti, levigati quelli che accumuleremo in ogni giorno estivo a passare e sarà pure sogno comune questo immenso monte che costruiremo.

Zia Molly

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Racconti: A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi, di Gregorio Asero

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Racconti: A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi, di Gregorio Asero

A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi e ci spinge su un’onda di felicità. Ci si ferma e si comincia a guardarsi intorno. Capita di sorridere per nulla. 

A cosa si pensa? A nulla in particolare, a un raggio di sole, al volo di un uccello, al corso lento e sonnacchioso del fiume, a un pezzo di azzurro di cielo. In altri momenti, al contrario, neanche gli avvenimenti che sembrerebbero più logici e straordinari, ci scrollano di dosso una certa predisposizione d’animo monotona e triste. 

Si può stare tranquillamente indifferenti ed estranei ad una festa, perché il proprio intimo è per ognuno di noi, fonte di gioia e di tristezza del tutto personale.

Racconti: Pensavo fosse amore, invece era un caso umano, di Claudia Venuti

Racconti, Pensavo fosse amore, invece era un caso umano, di Claudia Venuti
Le sfumature dell’anima

Ho sempre creduto di sapere cosa significasse volersi bene perché pensavo al mio modo di voler bene agli altri, alla mia perenne disponibilità, al mio spaccarmi sempre in quattro pur di accontentare tutti, al mio giustificare assenze ingiustificabili e ingiustificate, assumendomi responsabilità non mie, pur di difendere e proteggere tutto il resto.
Ero un «Sì» continuo, lo sono sempre stata.
Per me dire un «No» è sempre stato difficile, credendo di ferire, deludere le aspettative o di perdere qualcosa.
Ho sempre dato delle seconde possibilità, ho sempre saputo ascoltare e ho sempre saputo persino perdonare.
E così, dopo tante piccole lezioni spalmate in maniera omogenea durante questi […] anni di vita, […] mi sono scrollata di dosso questo senso di dovere verso il mondo circostante e ho iniziato ad ascoltare solo me stessa e le mie sensazioni.
E sapete cos’è successo con questa inversione di rotta?
Una semplice e automatica «selezione naturale» di priorità, rapporti, esigenze, occasioni e possibilità che ho sempre creduto di aver perso per strada, che invece ho scoperto essere tutto mio.

  • Claudia Venuti *
    Pensavo fosse amore, invece era un caso umano

Racconti: Come si spiega il comportamento violento nell’uomo, di Gregorio Asero

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Racconti, Come si spiega il comportamento violento nell’uomo, di Gregorio Asero

Il comportamento violento nell’uomo si spiega con il fatto che la violenza che si esercita deriva dal bisogno degli umani di controllare e dominare gli altri. BIo dico che bisognerebbe studiare questo fenomeno prima di tutto da un punto di vista interiore, per poi confrontarlo con gli altri. In pratica dobbiamo trovare, individualmente, qual’è quel fattore che ci spinge a cercare di sopraffare il vicino. Qual’è quel meccanismo interno dell’essere umano che è all’origine del desiderio di esercitare un controllo sul prossimo. Quando un individuo si rivolge a un altro, ad esempio  in una conversazione, possono esserci due risultati: gli interlocutori o si allontanano per repulsione o si attraggono per empatia. Purtroppo in qualsiasi tipo di discussione che ci apprestiamo a fare abbiamo sempre la necessità inconscia di avere il sopravvento. Anche se, inconsciamente, ognuno di noi cerca di avere il controllo della situazione e quando ciò avviene riceviamo una carica di autostima che ci fa sentire più sicuri nel contesto in cui ci muoviamo. In pratica cerchiamo sempre di sopraffarci in astuzia e competizione, non solo per ottenere un risultato, come dire, materiale, ma anche sotto l’aspetto dell’autostima. Questo è, a mio avviso , anche il motivo del perché si assiste a conflitti incruenti e dissennati sia tra individui che tra gruppi di individui.

Gregorio Asero

Racconti: SASSI, di Roberto Busembai

Racconti, SASSI, di Roberto Busembai

Zia Molly

SASSI  

Un pensiero mi è passato come foglia al vento, un granello di quella sabbia che il mare ha lasciato indifferente, come un petalo di fiore che sovente cade nel suo percorso di sfiorire, quel silenzio che mi rincorre tra le folle e i rumori della gente, un pensiero come un sasso colorato che si instaura dentro, peso come un masso ma caldo più del sole, quello che mi trova pur sempre tra il giorno e la notte e nel firmamento, di salutarvi anche se sono assente.

Sarà il grande caldo, saranno gli anni che attanagliano la mente tanto mi sostengono nel tempo, sarà forse la voglia di lasciarsi andare nel piacevole far nulla che faccia pensare e ragionare, sarà il desiderio della felicità che si basa sulle cose semplici del mondo e sul suo creato meraviglioso, ma l’assenza è diventata un bisogno di rilassamento nel cuore e nella mente con l’eccezionale e immensa certezza di ritornare ad abbracciarvi tutti, che poi siete davvero tanti.

Sassi colorati riposti o semplicemente posati casualmente come i fatti e i momenti della vita che ognuno ha sul suo ciglio di un mare aperto o sulla collina verde della speranza, sono sassi che ci indicano il passato e ci presentano un presente dai colori forse un poco sbiaditi, tenue colorazioni, ma pure sempre vivi e per questo da vivere in maniera uguale, con lo spirito aperto a ogni situazione e affrontarlo con il sorriso posto fisso nella mente e sul volto.

Sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questo momento di possibile vacanza del cuore, in questa nostra fuga mentale da tutto quello che ci potrebbe angosciare, intimorire e spesso colpire, sono sassi che non fanno alcun male ma ve li poso pian piano come un granello di sabbia e vi cumulo sopra i loro diversi colori e le forme più strane e particolari, sono sassi quelli che vi voglio lasciare in questa estate che difficilmente noi persone anziane possiamo viverla nel pieno delle giornate, sia per il caldo soffocante e per la stanchezza e la spossatezza che facilmente ci prende e ci addormenta pure. Ma voglio che alla fine, prossimamente, alla vicina foglia che ingiallisce e a quel fiore che muore e svanisce possiamo ritrovarci da una valanga sommersi di sassi e colori che ognuno avrà da raccontare.

Sia la mente guida per il vostro cuore e il cuore sia per la mente il sentimento dell’amore a scolpire il giorno e sottolineare la notte, saranno sassi dipinti, colorati, scolpiti, levigati quelli che accumuleremo in ogni giorno estivo a passare e sarà pure sogno comune questo immenso monte che costruiremo.

Zia Molly

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Racconti: Il primo giorno che mio padre mi portò al mare, di Davide Scuotto

Racconti: Il primo giorno che mio padre mi portò al mare, di Davide Scuotto

Il primo giorno che mio padre mi portò al mare era una domenica di luglio di più mezzo secolo fa.

Il primo impatto fu devastante per la mia già inquadrata e fragile personalità; scoppiai in un ininterrotto pianto a perdifiato.

Come s’erano permesse tutte quelle persone tutta quella folla di gente a farsi veder da me tutte quante insieme quasi del tutto nude??

Da me ,che nella mia piccola esistenza non avevo mai visto nudo, mai nessuno, neanche a mio padre e mia madre.

Gambe nude , braccia nude , correvano , salivano , scendevano, scalinate su quelle lunghe travi in legno scuro che portavano dalla spiaggia alle cabine in fila. Ricordo bene come se fosse adesso quei loro passi a piedi nudi su quelle lunghe travi in legno suonavano nella mia testa , nel mio inconscio, come se fossero stati tamburi pellerossa lontani e poi vicini, sempre più vicini.

Piangevo!! Sol perchè ero scosso, turbato , mi dispiaceva vedere tutte quelle donne, uomini , bambini senza vestiti.

Dentro a quell’anima da bambino di 2 anni e mezzo credevo fosse stata una punizione generale, improvvisa.

Ricordo mio padre che sorrideva mentre cercava un qualcosa in una borsa in paglia stile anni 60, ne tirò fuori 5-6 soldatini stile western da 55 mm e con la complicità di un bambino , forse un mio cugino , oppure solamente un vicino d’ombrellone , iniziò con quelle sue manine da sarto già abbronzate a costruirmi nella sabbia una stradina e poi con il secchiello fece una casa e tutto in un solo attimo dentro al mio cuore si calmò …

Mio padre ha sempre saputo come calmarmi …

Davide Scuotto 8 luglio 2022

Racconti: UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

Ma chi è quell’uomo nel mio giardino, pensa la donna. Sembra un Poeta,fa qualche passo verso di lui e si accorge che il viso dell’uomo è rivolto verso la capanna costruita da Lei con foglie sempre verdi. Ehi ,alza il tono di voce guardando l’uomo.

Girato di spalle a Lei, sussurra un’amara filastrocca x le sue orecchie:” oh dolce fanciulla ti stavo aspettando,la mia vita senza te non ha nessun significato!.

La donna infastidita,toglie lo sguardo dall’uomo e si accorge,che nel suo angolo paradisiaco,ci sono tanti ,presunti Poeti….che poi la poesia per la donna nn è come la fanno loro.La poesia descrive un’emozione provata, un’istante lo fa diventare eterno,il soggetto lo racconta con dolcezza,delicatezza fantasia personale e non una serie di parole con linguaggio forbito,che alla lettura risulta arrogante, il contenuto  inventato e sforzato  nel sentimento , con indice accusatorio, il dolore viene raccontato come frustrazione pesante e nn come un dolce canto liberatorio…mah, sussurra tra sè si sono presi la licenza poetica da soli pensando di poterla ottenere grazie a quel foglio di carta,rilasciato dagli Atenei …

Immersa nel suo pensiero la donna continua,nn mi spiego, pensa, mi cercano mi perseguitano l’anima e nei sogni,mi studiano in questi contesti per trovarmi in carne nella realtà…Sono due cose diverse,la realtà ha altri ingredienti,il saper arrangiarsi x discutere col potere,la facciata esteriore,molto importante e lì si combatte con  l’inganno e la cattiveria,il padrone denaro,la forza,il coraggio….che c’entra con la poesia….che confusione fanno?Eppure gliel’ho detto tante volte,…si,si abbiamo capito,hai ragione anche noi siamo così…ed invece non hanno capito un tubo e si sentono presi in giro….e via, con un giro di poesie fatte di insulti…

Contenta,scaldo i motori della fantasia,del sogno,pensa la donna  descrivendoli in poesia….e guarda che disastro…devo spegnere tutto? No , mi piace,cibo  per l’anima.

Quel viso conosciuto nella realtà,  ha regalato alla donna un luminoso e spontaneo sorriso,piaciuto molto,però,solo rincorsa nella poesia ,con l’anima ,ma si lamenta di non vederla nella realtà partecipe nello stesso modo.. Quando si chiede tempo all’anima,se  lo dona,è questo l’affetto che dimostra,per sempre ti include nei sogni nell’immenso, nel cuore,ma non si può trasformare in realtà se non ci sono presenti gli ingredienti di essa….

La donna si avvicina al presunto Poeta….svanito,così anche gli altri,di fronte si trova l’uomo dal maglione blu a girocollo le sfiora le labbra…Si dirigono verso la loro capanna di foglie verdi. Con sè luomo ha una valigetta,una volta entrati,in capanna,la apre, l’aria  si riempie di profumo d’amore,dolcezza tenerezza protezione…e mentre respira queste dolcezze….un trillo assordante…la fa sobbalzare,…è il telefono….ciao Giulia,….è? come? quando? per quanto tempo?….un’assistenza impegnativa direi…

Daniela Patrian 

Dipinto acrilici, acquarelli

Racconti: “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

Racconti, “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “

C’era una volta in un prato un bruco di nome PICANTO molto bravo a dipingere, passava le sue giornate a colorare e a cantare.

Aveva come amici AMELLIA la farfalla che ammaliava tutti con le sue ali colorate, che ad ogni battito lasciava cadere una polverina di tanti colori e ogni cosa diventava più bella.

E poi c’era anche COCCICI’, una bella coccinella che era molto fiera di avere le sue ali di colore rosso e a pois neri.

Erano sempre insieme a svolazzare e guardavano dipingere il loro amico PICANTO, lodandolo per la sua bravura.

Quel pomeriggio c’era il sole che splendeva e tutto era più bello, ad un tratto videro arrivare con molta lentezza la loro amica chiocciola, si avvidero che aveva l’aria molto triste e le domandarono in coro: perché sei triste comare CHIOCCI!

Lei rispose che si sentiva brutta di fronte ai suoi numerosi amici quasi tutti colorati.

Restarono in silenzio per qualche tempo, e poi la farfalla AMELLIA, parlò all’orecchio di PICANTO e di COCCICI’.

Gli chiese se poteva colorare la casa di CHIOCCI’.

Allora PICANTO esclamò: avvicinati dipingerò la tua casa con i colori dell’arcobaleno e sarai la più bella chiocciola mai esistita!

Detto questo, presto fatto.

In men che non si dica la casa di CHIOCCI’ si trasformò in una miriade di colori e felice e contenta sfilava su e giù per il prato sfoggiando la sua bella e colorata casa.

Continuò a girovagare per tanto tempo, alla fine sfinita ringraziando salutò i suoi amici, rientrò nella sua bella casa e si addormentò tutta felice.

Ci siamo quasi, di Milena Bonazzi

24 Maggio 2022

bridge, life

Ci siamo quasi

Ci siamo quasi

“Per avere successo, non è sufficiente prevedere, dobbiamo anche imparare ad improvvisare”

Isaac Asimov

Attesa

Sembra proprio che il gran giorno sia arrivato.

Molto presto siederò ad un tavolo vero, di fronte a persone in carne ed ossa e avrò tra le mani carte da gioco reali.

Questa passione per il bridge è nata in pandemia, quando un lock down di quasi tre mesi ha chiuso il mio negozio e mi sono trovata per la prima volta forzatamente a casa sballando tutto il mio quotidiano. L’amico, che poi si è tramutato nel mio socio esclusivo, mi aveva parlato diverse volte del bridge decantandomene le virtù, ma io non avendo particolare passione per i giochi di carte avevo sempre sorvolato sul discorso. Chiusa in casa, al culmine della noia dovuta all’inattività, l’ho invitato ad accennarmi qualcosa..

Da quel momento il bridge è stata una valanga che mi ha travolto e senza arrestarsi, continua la sua corsa diventando sempre più grande.

Per diversi motivi però la mia esperienza si limita a lezioni e gioco online. Comodissimo e di grande impatto, questa modalità mi ha senz’altro permesso di bruciare le tappe e di dedicare tempo allo studio e all’esperienza di gioco in modo più assiduo, rispetto a quanto avrei potuto fare esclusivamente in presenza.

Detto tutto ciò, io sono per la vita vera e ho sempre aspettato con ansia il momento di concretizzare ad un tavolo tutto ciò che ho praticato solo virtualmente.

Eccoci quindi ad oggi.

Ho finalmente un appuntamento.

La situazione mi fa sorridere, perché mi è venuto in mente il paragone con quanti si conoscono sui social oppure nei siti di incontri. Non essendo mai stata attirata da questo modo di approcciarsi, anche se non ho mai criticato quelli che lo trovano coinvolgente, sono sempre stata molto distaccata nei confronti di  queste situazioni.

Avendo la propensione alla vita sociale dell’orso bruno, ma dovendo condurre una vita in comunità come il pinguino imperatore, non riuscivo a trovare una motivazione valida per impiegare tempo a conoscere qualcuno, senza un criterio preciso, solo sulla scorta di informazioni di un ipotetico profilo virtuale. Rischiando che, nel momento della resa dei conti, quando l’incontro diventa reale, si riveli una delusione galattica. Il pericolo di dovermi sorbire ore, gomito a gomito, con qualcuno che magari dopo dieci minuti spedirei in Malesia impacchettato come un cartone Amazon, mi toglie ogni attrattiva nei confronti di questo modo di interagire.

Stasera alla vigilia del mio incontro di bridge in presenza, invece ho capito!

Posso continuare tranquillamente la mia vita affettiva da orso solitario. Ognuno sarà guidato dalle proprie passioni e dalle proprie curiosità utilizzando i mezzi e i modi che gli sono più congeniali. Non ha senso essere rigidi e avere prese di posizioni tassative nei confronti di nessuna situazione. Anche perché come diceva sempre la mia nonna “La meraviglia si attacca”. In effetti ogni volta che mi sono fatta meraviglia di qualcosa, negli anni ho fatto molto di peggio!

Che gli incontri e le esperienze siano stati poi una bell’idea oppure no è un’altra storia. L’importante è l’adrenalina e la speranza che si vive nell’attesa che si realizzino.

Quindi è ufficiale, ho saltato da un pezzo senza accorgermene la barricata e faccio parte degli internauti che hanno mescolato il virtuale al reale.

Ma come la mettiamo con la mia ansia reale della vita reale? Rendetevi conto che sminuire le questioni non è di nessun aiuto. Io vorrei consigli chiari, attuabili, tangibili!

E se mi cadono tutte le carte?

E se non sono più capace di giocare? Dovendomi anche concentrare su quegli aspetti pratici che il programma virtuale ti risolve, riuscirò a fare i ragionamenti necessari?

E se faccio incazzare il mio socio?

E se scopro che tutto il tempo e l’impegno che ho messo in questi due anni sono stati buttati e ora devo ricominciare daccapo?

E se mi tremano le mani? Sono una vecchia carampana, che figura ci faccio se mi tremano le mani come ad uno scolaro davanti al preside?

Chi ha già vissuto le esperienze che noi affrontiamo per la prima volta, spesso non capisce chi, dall’altra parte, esce dal guscio e deve affrontare situazioni che per lui risultano consolidate e a volte addirittura banali.

Il pulcino è un pollo e lo rimane dentro o fuori dal guscio. Ma fuori deve cavarsela e affrontare quello che lo aspetta. Senza nulla togliere all’intelligenza dei polli però dubito che i pulcini si facciano tutte queste pensate. Noi (io almeno in abbondanza), quando mi affaccio in qualcosa di nuovo in cui potrei fallire, mi sento tantissimo sotto pressione e per non cedere alla tentazione di rinunciare all’impresa per non correre il rischio del fallimento, devo trovare il coraggio di Leonida alle Termopili.

Dopotutto aderire a siti di incontri, giocare a bridge online oppure partecipare a tutte quelle attività che prima vengono mediate da uno strumento qualsiasi, capisco che è un modo come un altro di andare incontro ad una nostra esigenza di qualsiasi natura avendo un jolly nel mazzo (che nel bridge però non esiste.. ) e concedendosi di rompere il ghiaccio in modo più lento.

Mi rimane solo da studiare un piano d’attacco per il mio appuntamento al tavolo verde.

Non potendo contare su di un decolté generoso per distrarre gli avversari, mi toccherà puntare solo sul cervello e visto l’arrivo del caldo, male che vada, se proprio avrò prestazioni di gioco imbarazzanti, ripiegherò usando il ventaglio di carte solo per farmi aria.. Non è un gran piano lo riconosco, ma vi ricordo che sono più brava nell’improvvisazione!

to be continued..

milena bonazzi

Chi è presente alzi la mano, di Milena Bonazzi

28 giugno 2022

bridge, life, pensieri

Chi è presente alzi la mano

Chi è presente alzi la mano

“Non so più dove stare: nei ricordi o nel presente?”

Alessandro D’ Avenia

28 giugno 2022

Presente!!

-Amalia de Lana?-  -Presente!-

-Remo la Barca?-  -Presente!-

-Sara Cinesca?-  -Presente!-

-Oscar Rafone?-  -Presente!-

..e così via..

Bei tempi quando bastava rispondere all’appello ed eravamo dichiarati presenti!

L’altra sera durante il solito torneo di bridge del giovedì, io ero seduta al tavolo, fissavo le mie carte ed ero convinta di essere lì pensate un po’.

Invece a fine serata, dopo aver collezionato una serie innumerevole di errori, cercando conforto nel mio maestro, nella speranza che mi dicesse che, Marte in trigono a Plutone sconsigliava espressamente per la serata il gioco, nello specifico quello del bridge, se ne esce con: certe volte manca la presenza al tavolo.

Ma come? Sono una pioppa di 1,80! Quando sono al tavolo mi si vede!

Lasciando stare l’ironia, ho capito benissimo a cosa si riferiva; così bene che, il mio subconscio filosofesco (lo so, si dice filosofico, ma il mio non si prende troppo sul serio), ha iniziato subito a lavorare ad un nuovo articolo del blog.

Essere presenti è tutto fuorché semplice. Se bastasse portare le umane membra nel luogo in cui vengono richieste e lasciar veleggiare i nostri pensieri liberi di andare dove vogliono, sarebbe quasi come avere il dono dell’ubiquità.

Ma io al tavolo da gioco voglio esserci, con tutta la mia materia cellulare, ma anche con tutte le mie facoltà intellettive. Eppure non sempre è possibile.

Ogni volta che dobbiamo essere presenti, stiamo parlando di qualcosa di immediato, attuale, contemporaneo. Se fisicamente ci assentiamo da una qualsiasi attività per, scolare la pasta, aprire al postino, rispondere ad una telefonata, la questione è tangibile ed evidente. Ci assentiamo nei momenti opportuni e l’attività primaria riprende appena possibile.

Ma se il nostro pensiero prende il volo, per domandarsi se abbiamo chiuso il gas oppure se abbiamo dato da mangiare al gatto, chi è con noi, non si accorgerà della nostra assenza e molto probabilmente nemmeno noi ne saremo così coscienti, perché in quel momento stiamo ripercorrendo tutti i movimenti che abbiamo fatto dall’uscita della doccia, alla ciotola del gatto, fino all’uscita di casa. Ma poi avremo chiuso casa? Allora ci saremo soffermati, sul tuffo carpiato nella borsetta alla ricerca delle chiavi che non si trovavano e così a catena.

Nel frattempo il nostro corpo, lasciato con il pilota automatico, avrà continuato a svolgere la sua mansione tipo burattino, fino a quando non ci sarà stato bisogno di una sterzata improvvisa. Così devo aver perso quel maledetto contratto a 3SA, che quando il mio cervello ha deciso di ricollegarsi, il mio avversario si stava incassando la sesta picche di fila e io stavo ancora pensando a quel bastardissimo gatto che ha fatto finta di non aver mangiato ed invece mi sono ricordata di averglielo dato due volte..

Purtroppo non vedo soluzione al problema. L’unico palliativo che mi viene in mente è il riposo. Quando siamo riposati nel corpo abbiamo una resa decisamente maggiore in tutto ciò che dobbiamo fare. Credo possa funzionare anche con la mente. Riuscire a far riposare la testa, avere momenti in cui spegniamo tutti i pensieri e riusciamo a staccare la spina, darebbe tregua al super lavoro mentale a cui ci sottoponiamo sempre, a beneficio di una lucidità concreta quando ne abbiamo l’esigenza.

Certo che non è facile come obiettivo, ancor meno trovare la concentrazione per un periodo che si protrae per molto tempo.

Ricordo che quando mio figlio era piccolo e aveva problemi di concentrazione nello studio, ad un certo punto sembrava tarantolato. Partiva iniziando a battere un piede, poi la gamba, poi gli cadeva la matita, dopo iniziava a muoversi sulla seggiola come fosse seduto su di un formicaio. Io andavo su tutte le furie, finché una brava psicologa non mi spiegò che, quando un’attività diventa troppo faticosa per il nostro cervello, questo per difesa inizia ad inviare impulsi al corpo per distrarlo dall’attività che crea lo stress. Imparai quindi ad aumentare le pause durante il tempo dei suoi compiti, e chiesi ad un ragazzo di seguirlo al posto mio per evitare che io stessa venissi presa da attacchi di ira funesta nei suoi confronti.

Pausa e riposo quindi sono come le virgole, di fatto sono interruzioni di qualcosa. Non sono assenza sono presenza di un’attività alternativa e tangibile che da sollievo a quello che stavamo facendo.

Proverò quindi a valorizzare le assenze per essere più presente.

La questione nel bridge “della presenza al tavolo” è una faccenda che tutti i giocatori conoscono bene. Credo che sia una difficoltà che continua a riguardare anche i più navigati. Quando giocano tornei che li impegnano per diverse ore al giorno, immagino che sia una delle componenti che fa la differenza tra un campione che sa essere sempre presente ed uno che non ha la tempra di tenere la concentrazione lo stesso periodo di tempo.

Ecco allora aggiungersi un altro obiettivo: oltre a capire questo maledettissimo 2♣, a non farsi venire gli attacchi di panico ogni volta che devo giocare “a Senza Atout”, dovrò imparare a organizzare al meglio i momenti in cui la mia attenzione è richiesta al massimo, alternandoli sapientemente con pause che mi permettano ricaricare le energie mentali al fine di concentrarmi al meglio dove la situazione lo richiede.

Bello il bridge.. una volta ero tanto brava anche a fare punto croce e tribolavo meno! 😉

milena bonazzi

Ri-tratto, di Milena Bonazzi

24 giugno 2022

bridge

Ri-tratto

“Il futuro influenza il presente tanto come il passato”

https://ohmybridge.wordpress.com/2022/06/24/ri-tratto/

Friedrich Nietzsche

Fammi un regalo, quando ti senti ispirata, fammi un disegno, di quelli belli, che sai fare tu. Disegnati come vorresti essere da grande, con tutti i dettagli che puoi. Mentre lo fai pensa se vorrai essere felice, innamorata, piena di amici, sicura delle tue scelte e convinta dei tuoi obiettivi. Mentre lo colori, pensa alla gioia e a tutto quello che vorresti avere dalla vita. Pensa a cosa vorresti diventare. Non tanto se sarai una donna con una carriera invidiabile, ma se sarai una persona che saprà fare del bene e saprà capire quando lo riceve. Mettici tutto quello che ti viene in mente. Mettici tutto quello che sei ora.

Poi lo metteremo in cornice e lo appenderemo nella tua stanza e ogni giorno sarà il tuo promemoria nei momenti difficili, di turbamento, di sconforto, di confusione. Sarà la cartina che ti indica la strada.

Tu sei e saprai diventare quello che hai dentro e nessuno ti potrà impedire di divenire ciò che hai disegnato del tuo futuro.

Questa è la proposta che ho fatto a mia figlia ieri sera. Adesso che, ad undici anni, si affaccia all’adolescenza e inizio a vedere un pericoloso cambiamento nei suoi atteggiamenti.

Da solare e spensierata, la vedo sempre più cupa e apatica.

Dovrei preoccuparmi, invece l’archetipo del suo disegno, io ho avuto la fortuna di scoprirlo moltissimi anni fa.  Quindi so, perché ho scelto molti anni or sono, che nessuna difficoltà mi potrà arrestare e con impegno e dedizione posso esserle vicino al massimo di quello che saprò fare.

Ho scelto di non idolatrare la fortuna, ma di credere in me stessa, di essere cosciente che ogni accadimento sia la conseguenza delle mie decisioni.

Il bridge non è un raffronto forzato. Mi sono appassionata perché la fortuna, in questo sport della  mente, gioca un ruolo davvero marginale e sono consapevole che sono io sola che posso dirigere i miei risultati, proporzionalmente all’impegno che voglio spendere.

I risultati ottenuti, non devono compiacere il mio maestro, il mio socio o chicchessia, devono soddisfare solo me stessa.

Mia dolce bambolina, io non posso insegnarti nulla su come potrai gestire la tua vita, posso solo darti un esempio di come si può vivere alla grande senza mollare mai. E tu guardati dentro, non sei quella triste ragazzina che tiene lontano i suoi simili per paura del giudizio o di non essere all’altezza delle loro aspettative. Fai il disegno della tua anima e ricordati chi sei davvero. Non sottovalutare l’importanza dei tuoi pensieri. Se vorrai essere qualcosa di magico lo sarai, se vorrai essere una donna stimata lo sarai, se vorrai essere allegra e appagata lo sarai; soprattutto esserlo per te stessa. Al contrario stai attenta ai pericoli del bosco, perché se lasci spazio e vivi ciò che è negativo lo diventerai. La vita è lunga se decidiamo di trascorrerla al buio.

Adesso è il momento di decidere i colori del tuo disegno di vita.

Ma qualsiasi tonalità sceglierai di utilizzare, io la mia scelta l’ho fatta quando avevo la tua età.

Mi troverai quindi al tuo fianco come una roccia se avrai bisogno di sostegno, sarò un giullare se avrai bisogno di ridere, diventerò il Dalai Lama se avrai bisogno di serenità. Io ho scelto di essere ciò di cui avrai bisogno e lo sarò.

È sorprendente quando un discorso ispirato esca quando è il momento giusto con una fluidità ed una potenza inaspettata.

Un ora dopo, ripensando a quello che ero riuscita ad esprimerle, mi sono chiesta se non sia stata posseduta da qualche entità illuminata e decisamente saggia. Perché ad oggi dopo diverso tempo, non cambierei una virgola di quello che le ho detto.

Siamo solo all’inizio, la mia streghetta mi metterà alla prova un’ infinità di volte. Ma ho tutto il tempo di preparami ai prossimi esami.

Giocando a bridge magari, che è sempre una grande fonte di ispirazione che stimola una moltitudine di riflessioni e con i miei risultati altalenanti mi ammaestra alle turbolenze di una nuova adolescenza (stavolta femminile!!) che devo affrontare.

milena bonazzi

E siamo soltanto a martedì

Arrivare a mercoledì per me e tutto un traguardo, con tanto di medaglia. Finire la settimana è ben altro discorso, ogni stramaledetto venerdì, mi accingo mentalmente ad ascoltare ‘Chariots of Fire’ e là, lontano, vedo il mio di nastro. Non è semplice fare come se la mia vita fosse ‘normale’ perché semplicemente non lo è. Ma come Frida, vado avanti, come posso.

Da fridalaloka.com

In ogni suo singolo scatto, quello che colpisce di più non è il suo aspetto ( per tanti canoni), trascurato, soppraciglie folte, baffi ben allineati.


Almeno per quanto mi riguarda, proprio il suo sguardo, gagliardo, sicuro, diritto alla lente, senza ripensamenti, con un bagaglio d’accettazione che io non possiedo, uno sguardo decisamente di sfida.
Il mento in su, sventolando veste di colori variopinti e importanti orecchini d’ogni genere, pure un paio che raffigurano delle mani, regalatole da Picasso,  quando si son conosciuti in una delle tante tertulie occasionali chissà, a parlare di politica e forse d’arte.

By fridalaloka.com

Se guardo addietro, vedo in me quella gagliardia che oggi credo di aver perso, mentre che, paradossalmente proprio dopo i suoi peggiori anni della vita, Frida ha saputo risollevarsi, da sola. Lei con al suo fianco la sua inseparabile ombra, fedele, forse l’unica.

By fridalaloka.com

Tua.
31 maggio, 2022

Fridalaloka.com

Racconti: ” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “, di Rosa Cozzi

Racconti: ” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “, di Rosa Cozzi

La cultura è cibo per l’anima, di Pier Carlo Lava

Rosa Cozzi

” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “

C’era una volta in un prato un bruco di nome PICANTO molto bravo a dipingere, passava le sue giornate a colorare e a cantare.

Aveva come amici AMELLIA la farfalla che ammaliava tutti con le sue ali colorate, che ad ogni battito lasciava cadere una polverina di tanti colori e ogni cosa diventava più bella.

E poi c’era anche COCCICI’, una bella coccinella che era molto fiera di avere le sue ali di colore rosso e a pois neri.

Erano sempre insieme a svolazzare e guardavano dipingere il loro amico PICANTO, lodandolo per la sua bravura.

Quel pomeriggio c’era il sole che splendeva e tutto era più bello, ad un tratto videro arrivare con molta lentezza la loro amica chiocciola, si avvidero che aveva l’aria molto triste e le domandarono in coro: perché sei triste comare CHIOCCI!

Lei rispose che si sentiva brutta di fronte ai suoi numerosi amici quasi tutti colorati.

Restarono in silenzio per qualche tempo, e poi la farfalla AMELLIA, parlò all’orecchio di PICANTO e di COCCICI’.

Gli chiese se poteva colorare la casa di CHIOCCI’.

Allora PICANTO esclamò: avvicinati dipingerò la tua casa con i colori dell’arcobaleno e sarai la più bella chiocciola mai esistita!

Detto questo, presto fatto.

In men che non si dica la casa di CHIOCCI’ si trasformò in una miriade di colori e felice e contenta sfilava su e giù per il prato sfoggiando la sua bella e colorata casa.

Continuò a girovagare per tanto tempo, alla fine sfinita ringraziando salutò i suoi amici, rientrò nella sua bella casa e si addormentò tutta felice.

Racconti: Un giorno ci incroceremo in un caffè o altrove, di Laura Neri poesie

Racconti: Un giorno ci incroceremo in un caffè o altrove, di Laura Neri poesie

Un giorno ci incroceremo in un caffè o altrove Forse quando vedrai la mia figura ti. avvicinerai senza parlare.. Ti riconoscero’ dal profumo della  pelle. Ma farò finta di niente. Il tremore mi salirà fino al cuore costringendomi a zittire.

Saremo imbarazzati ma  forse  nel mio entusiasmo ti abbraccero ‘ e aspettero il tuo abbraccio . Forse ti chiederò di cantare quella canzone che ti piaceva tanto. L’ amore esiste mi dicevi. Lo griderai al vento ancora una volta e sospirero’ Forse mi stordirai con un bacio. Lo sento già…(lungo..appassionato e dolce.) 

E ti accogliero ‘ancora.

Racconti: “L’INTRUSA”, di Rosa Cozzi

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Racconti: “L’INTRUSA”, di Rosa Cozzi

Qualche stralcio delle storie che ho scritto, in attesa di pubblicazione : Amerei leggere qualche commento, sia di critica che di elogio.

“L’INTRUSA”

Renzo ci rise su, però ripetette di non sbagliarsi. Mi parve strana quella frase, non

pensavo che Renzo fosse al corrente degli spostamenti di Anna, erano una coppia molto aperta, dove ognuno agiva per conto proprio.

Non ci pensai più e mi preparai ad attendere mio marito per avere un chiarimento.

Erano quasi le ventitré, ma nessun messaggio o telefonata da Daniele per dirmi che stava arrivando. Incominciai a tremare dalla rabbia, sapevo che era con lei, ma almeno un poco di considerazione nei miei riguardi me lo aspettavo, anche per salvare le apparenze.

Attesi per molte ore il suo ritorno, lo maledicevo per la sua sfacciataggine, il suo ritardo, per l’ansia che mi causava il suo silenzio, avrebbe almeno potuto avvertire, ma lui non arrivò, né quella sera né mai. Invece fu un poliziotto che suonò al campanello della porta. Quando lo vidi ebbi un colpo al cuore, pensai all’ennesimo incidente che Daniele aveva avuto.

In silenzio pregavo al che non avesse avuto molti danni e ferite. Ma la notizia della sua morte fu tremenda. Ero vedova!

Tornando dall’incontro, una macchina aveva urtato la moto, loro avevano avuto la peggio, si erano schiantati contro il guardrail dell’autostrada, i soccorsi furono lenti ad arrivare, tutti e due erano rimasti feriti gravemente, lei spirò quasi subito, mentre il mio amore dopo ore di agonia.

Mi resta solo un’amara soddisfazione, lui mi aveva invocato per ore, chiedeva di me a tutti quelli che gli furono vicini e in un ultimo rantolo pregò un dottore di trasmettermi le sue ultime parole: “perdonami amore mio”.

A chi era rivolta questa sua richiesta di perdono? Forse in un ultimo sussulto si rivolgeva a me? O a Anna?

Resta un mistero, ma amo pensare e illudermi che queste ultime parole fossero rivolte a me. Ci furono i funerali di Anna ma non ci andai, con un senso di colpa per la mia assenza lasciai che Renzo elaborasse da solo la sua morte. Ai funerali di Daniele non lasciai trapelare nulla della sua infedeltà.

Mi comportai degnamente.

Sono passati molti mesi dalla tragedia,

mi sto leccando le ferite del cuore e dell’anima, è dura da sopportare questa solitudine, perdere qualcuno a cui si è voluto bene è come strapparsi il proprio cuore, ma domani è un altro giorno, si vedrà! Ricominciare a vivere con il cuore in frantumi, è difficile ma non impossibile.

Per ogni persona che muore resta il rimpianto di non avergli detto “ti amo”, ma per chi rimane resta il silenzio nei muri di casa, non si può rimediare.

Lo si può urlare, ma si perderà l’eco nel dolore. Il tempo lenisce il dolore della perdita, anche se dovrei dimenticare, ricominciare a vivere.

Sei mesi dopo la tragedia ricevetti un piccolo pacchetto,

lo aprii curiosa di vedere cosa contenesse e perché mi arrivasse dal compagno della mia ex amica, che subito dopo l’incidente si

era trasferito in Australia e di cui non avevo avuto più notizie.

Un corto messaggio mi diceva con parole sibilline che stava bene e che sapeva di aver fatto la cosa giusta e null’altro.

Ma la busta conteneva anche, cosa bizzarra! un bullone avvolto in una carta stagnola!…

dalla mia biografia:

“PROFUMO DI PEPERONCINO, BASILICO E UVA FRAGOLA”“

QUELL’ESTATE PASSÒ VELOCEMENTE “

Arrivò settembre e mi ritrovai con una strana malattia, per la quale il dottor Lanza, visto che non mi lamentavo, cercava indicazioni battendo due dita sul pancino dolorante e mi chiedeva se avessi un fico d’india (per via delle spine che pungono) sul punto che toccava. Appurato che si trattava sicuramente di un’occlusione intestinale, fui costretta ad ingurgitare migliaia di cucchiaiate di olio di ricino! A prescindere dall’esito, arrivò il 1° ottobre e mi ritrovai in terza elementare, con la maestra Michelina sempre più esile, con sempre più fili grigi nei capelli e sempre più illibata.

L’inverno fu particolarmente rigido, ci fu una grande moria di animali, vidi mio padre preparare bracieri improvvisati muniti di manici per appenderli al soffitto per scaldare la stalla. E io che seguivo alla lettera tutto ciò che faceva, pensai di fabbricarne uno, visto che a scuola si moriva di freddo.

Ripetendo i suoi gesti, cercai prima un grosso barattolo di latta, trovai un grosso chiodo e con una pietra feci due buchi opposti, infilai del filo di ferro a mo’ di manico e orgogliosa del mio operato, la mattina seguente prima di andare a scuola, depositai tre tizzoni ardenti nel braciere improvvisato, li coprii con della cenere come avevo visto fare tante volte a mia madre e partii, arrivata a scuola depositai il mio scaldino sotto il banco. Il tepore che emanava era piacevole.

Quasi un’ora dopo un olezzo di pomodoro bruciato incominciò a espandersi nell’aula! Io ignara che quell’odore provenisse dal mio scaldino improvvisato

non ci detti importanza. Vidi la maestra Michelina alzarsi in piedi e come un razzo si fiondò vicino al mio banco, facendo un cenno verso il barattolo mi interrogò chiedendo: Cosa sarebbe questo?”; Io ingenuamente le risposi

: Ho portato il caldo per tutte le mie amiche, fa così freddo! Apriti cielo, con velocità supersonica mi confiscò il corpo del reato portandolo fuori in cortile, torno indietro e prendendomi per mano mi portò per direttissima dal preside. Dopo aver confabulato tra loro, visto che incominciavo ad avere problemi di udito, non capii molto dei loro discorsi, ma seppi dopo essere tornata in classe che avrei dovuto scrivere per punizione cento volte “” Non si porta il fuoco in classe, è pericoloso per te e per gli altri “. Fine dell’avventura!

da ” Storie d’amori, di delitti e di risate”

” NON ERA LA DONNA GIUSTA PER TE “

Non era la donna per te.

Lei era di un altro, più adulta. Raffinata, dolce, sensuale.

Un sentimento mai provato che la rendeva bella .

Tu giovane , bello, virile, maschio saturo del tuo fascino.

Ti crogiolavi vanesio nel piacere di essere desiderato.

Incontri clandestini nei pomeriggi afosi dell’estate.

Due corpi amanti avvolti nel sudore.

L’intesa di due corpi che si cercano e si trovano.

Ormai da mesi insieme e poi, a me il tuo migliore amico racconti che la vuoi lasciare, che vuoi troncare, che non é la donna giusta per te !

Si…!! Magari non era la donna della tua vita, ma ti amava…

e ogni volta che pensava a te le batteva il cuore.

Se poi ti faceva sentire la sua passione, dicevi che era una donna femmina al fulmicotone.

Tu le dicevi che era un uragano, che c’era solo lei che sapeva dirti quelle parole che fanno tremare le gambe e ti dava una sferzata di piacere.

E poi magari non era la donna per te… ma con i suoi sussurri e i suoi sospiri ti pregava di amarla e ti faceva sentire un re. Ma per te era solo un gioco e le dicevi: dai giochiamo, non prendiamo la vita troppo sul serio.

E non ti accorgevi che ogni volta che pronunciavi quelle parole le toglievi un battito dal cuore e a poco a poco non ha avuto più battiti e il suo cuore si è spento. . .

Lei ha rinunciato a sorridere e non aveva più le stelle che brillavano nei suoi occhi, quando ti guardava come in preghiera muta che dicesse : resta con me.

Lei se né andò, ti liberò dalle catene invisibili.

Però continui a parlarmi di Lei con insistenza, é sempre nei nostri discorsi. Ogni giorno é tra noi, non riesci a dimenticarla.

Magari era la donna giusta per te. . .

di Rosa Cozzi

da “Storie d’amore, delitti e di risate “

Racconti: L’UOMO COMUNE, di Gregorio Asero

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Racconti: L’UOMO COMUNE, di Gregorio Asero

Spesso mi domando se la società che abbiamo costruito in occidente, specialmente dopo il famoso “68 sia una società giusta, a misura d’uomo, oppure sia un mostro che ha le sembianze della mitologica medusa dalle sette teste.

Io penso, e credo lo pensino in molti, almeno quelli che mettono in discussione questo modello di società, che stia per iniziare, mi auguro pacifica, una nuova rivoluzione.  Il mio auspicio è che i giovani comincino a mettere in discussione tutto quello che c’è di distorto in questa società, perché credo che la vecchia generazione abbia sbagliato obiettivo. È veramente questo tipo di società consumistica piena di computer, di tecnologia, di beni di consumo su larga scala, di cose che servono a tutto e a niente, la felicità a cui anelavamo? Sono convinto di no, e dico che questa felicità è qualcosa di infelice.

Va da se che questo è il mio pensiero, che contrariamente a quanto qualche lettore possa pensare non vuole essere un giudizio, non voglio sembrare un distruttore, ma un lettore dei costumi del nostro tempo.

Io penso che in questo momento la nostra cultura, la nostra filosofia, la filosofia cosiddetta occidentale, e non mi riferisco solo al modello capitalista, ma anche a quello cosiddetto comunista, abbia mancato il suo obiettivo. Credo sia arrivato il momento di fare una seria riflessione e fare il punto della situazione.

Io dico che l’uomo comune, che in tutti questi anni ha vissuto di consumismo, che si è nutrito di televisione asservita al capital/comunismo più sfrenato, di giornali confezionati da giornalisti servi del potere, di settimanali che decantavano il vuoto più assoluto e di tutti sistemi di informazione in loro possesso, abbia ricevuto un ordine imperativo a consumare e ad acquistare e a vivere secondo determinati schemi prefabbricati nelle stanze del potere. Lo scopo di questa filosofia era precisissimo: se compri quello che ti propongo e quando lo dico io, vivrai in un mondo felice e salutare. Però in tutto questo criminale disegno improvvisamente è sorto uno strano imprevisto: tutto questo meraviglioso mondo fatto di fiabe e rosee aspettative, si è incrinato.

È bastato che i paesi del terzo mondo volessero anche loro vivere in un mondo fatato perché tutta la grande economia capital/comunista e mondiale entrasse in crisi. Per cui, l’uomo comune ha cominciato a vivere la sua insicurezza nei confronti del futuro.

L’uomo comune credeva di essere felice con le sue belle autostrade, le sue macchine, le code ai caselli per le agognate ferie. In realtà il mondo in cui l’uomo comune era costretto a vivere non è altro che un inferno.

Io dico che l’uomo che vive secondo questi schemi è infelice e la sua frustrazione si riflette nell’impotenza in cui è costretto a vivere. Ecco perché questa società abbandona le persone più deboli, quasi come se si vivesse una lotta selvaggia per la sopravvivenza.

L’uomo comune questo lo sa, o perlomeno lo percepisce, per cui ne limita le sue funzioni vitali e si rende conto di vivere in una società aliena che non è più in grado di difenderlo. Comprende di vivere in una società piramidale dove al vertice della piramide non riesce nemmeno ad immaginare chi vi sia, mentre è consapevole, lui sì, di essere alla base di questo mostruoso monolite dove lui e tutti i suoi simili sono costretti a sopportare il peso di questa immensa struttura.

Se io avessi il potere, anche solo per un momento, di governare questo paese penso che il primo dei miei impegni sarebbe quello di tentare di realizzare un sogno utopistico e per questo motivo irrealizzabile: l’uguaglianza effettiva fra tutti gli uomini.

Lo so che mai nessun uomo lo concretizzerà ma almeno lasciatemi la possibilità di sognare.