Un mondiale giocato per soldi… pardon!, la coppa. Diritti negati.

Ripubblicato da Frida la loka (Lombardia)

Articolo di Riccardo Cucchi

Ci sono gesti che hanno fatto la storia dello sport: il pugno guantato di Smith e Carlos a Città del Messico, le quattro medaglie d’oro di un esultante Owens davanti al razzista Hitler. Gli atleti statunitensi nel ‘68 avrebbero voluto boicottare i giochi. E la stessa sorte sarebbe potuta toccare ad Owens visto che il Comitato Olimpico americano aveva preso in considerazione l’idea di boicottare i giochi di Berlino. Le cose andarono diversamente. E l’immagine di Carlos e Smith sul podio dei 100 metri è ancora oggi uno dei più forti messaggi che lo sport sia stato in grado di trasmettere. C’è un’altra immagine, da oggi, che potrebbe entrare nella storia. E’ quella che la regia internazionale dei Mondiali in Qatar ha negato alla platea degli spettatori ma che ha fatto il giro del web più velocemente di quanto Infantino e la Fifa potessero immaginare. Perché censurare, oggi, è molto più difficile che in passato. E’ quella della squadra tedesca immortalata prima della gara contro il Giappone. Gli 11 calciatori si fanno ritrarre nella foto di rito con la mano davanti alla bocca. Censurati dalla Fifa ma convinti che i valori siano più forti di qualunque minaccia di sanzioni. Perché questo la Fifa aveva fatto: minacciare di ammonire i capitani che avessero deciso di indossare la fascia “One Love”, un chiaro riferimento alla libertà di amare, alla liberà di orientamento sessuale.

Di più. Infantino, Presidente della Fifa in odore di riconferma, aveva indirizzato a tutte le federazioni presenti al Mondiale un messaggio netto: che si parli solo di calcio. Vietate dunque prese di posizioni in favore dei diritti o riferimenti ai 6500 operai immigrati che hanno perso la vita per realizzare gli stadi e le infrastrutture del Mondiale più costoso della storia. Un invito al silenzio. Un paradosso per l’organismo calcistico planetario impegnato su campagne per il rispetto e contro ogni forma di razzismo. Un paradosso e una incapacità palese di cogliere il profondo rapporto tra il calcio e la vita. Isolare il gioco più amato del pianeta dalla vita nella quale è immerso quotidianamente è ignorare le ragioni stesse della sua profonda e radicata presenza nella cultura popolare di ogni emisfero. ’ stato un errore assegnare il Mondiale al Qatar, assegnarlo cioè ad un paese in cui manca il rispetto dei diritti umani e civili. Ed è fallito anche il tentativo di convincerci che proprio attraverso il Mondiale qualcosa sarebbe potuto cambiare anche nell’emirato. Gli impegni assunti dal governo qatariota sono stati disattesi, come ha denunciato Amnesty International. Hanno vinto i soldi. Un calcio sempre più vorace ha accettato di giocare il suo Mondiale nel paese che offriva di più; non ha vigilato sui diritti dei lavoratori durante la costruzione delle opere; ha ignorato i diritti delle donne calpestati. In cambio di denaro. Il calcio può vendere i diritti di immagine. Non può vendere la sua anima, pena smettere di essere sport e diventare puro spettacolo, come qualcuno vorrebbe. La minaccia di ammonire i capitani che avessero indossato la fascia arcobaleno, è la minaccia di ammonire chi si professa a favore dei diritti. Ed è semplicemente inaccettabile. l calcio deve stare fuori dalla politica. E’ vero. Ma i diritti non sono politica, sono diritti. Il gesto della squadra tedesca ci consegna un pizzico di speranza. La speranza che il calcio non cada in un baratro dal quale non sia più in grado di risollevarsi. Il calcio non può cambiare il mondo, ma può spiegare che il mondo può essere cambiato.

Tua.

27 dicembre 2022.

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KAFALA – Un moderno sistema di schiavitù nel Golfo.

Di Frida la loka (Lombardia)

Qatar

Dal web.

Il sistema della kafala, letteralmente, rapiva/sce dei lavoratori, la maggior parte stranieri che di propria volontà accettano questo “sistema”, desiderosi di un futuro migliore con un lavoro retribuito, purtroppo una volta firmato un contrato, non sa se ha venduto l’anima e corpo al Diavolo. Arrivati dall’India, Bangladesh, Egitto, Pakistan e tanti altri paesi vicini.

COS’È LA KAFALA

In arabo la parola kafala ha un duplice significato, perché si riferisce a elementi di tradizione islamica tribale e legale. Da un lato, significa “garantire” (daman) ed esprime il concetto di garanzia per conto di qualcuno quando si trattano affari economici. Dall’altro, significa “prendersi cura di” (kafl), e indica il comportamento da adottare quando si interagisce con un soggetto non indipendente o autonomo, come un minore.

Il sistema della kafala, presenta le stesse caratteristiche più o meno in tutto il Golfo. Questo sistema si basa sull’idea che un lavoratore straniero (migrante) ha necessariamente bisogno di un kafeel (sponsor) per varcare i del paese. A questo punto non sarà il governo centrale a fornire al migrante uno status giuridico; invece, la competenza per regolarizzare le condizioni formali del migrante è delegata dallo stato allo sponsor. Per tal motivo lo sponsor (che in genere è anche il datore di lavoro)

Detto ciò, la kafala condanna i lavoratori stranieri a una condizione di totale sottomissione ai loro sponsor, perché sono sfruttati doppiamente; da un lato, i migranti dipendono dal datore di lavoro che paga il loro salario; dall’altro, sono ulteriormente ” legati” allo stesso datore di lavoro, dal quale dipende l’approvazione del loro status di residente legale nel paese. In questo clima, viene a galla, il fatto che il rapporto tra datore di lavoro e dipendente è del tutto sbilanciato a vantaggio del primo, il quale detiene uno smisurato potere sul secondo.

La kafala è stata denunciata come lavoro forzato, in quanto impediva ai lavoratori migranti di cambiare liberamente datore di lavoro o di lasciare il Qatar, anche se venivano abusati. La kafala rendeva facile per i datori di lavoro sfruttare i lavoratori migranti attraverso la confisca dei passaporti e il rifiuto di fornire “certificati di non opposizione” (Noc) che permettessero ai lavoratori di cambiare datore di lavoro. I lavoratori migranti che fuggivano dai datori di lavoro venivano arrestati o erano costretti a pagare multe, oppure venivano deportati.

Secondo il professor Anh Nga Longva (Department of Social Anthropology), il sistema della kafala impone inoltre ai lavoratori stranieri una terza forma di sfruttamento. Tenendo conto che i migranti sono obbligati a rinunciare ai loro diritti individuali delegandoli ai loro datori di lavoro, sono destinati a cadere in una inesorabile impasse causata dal fatto che la persona che ne stabilisce i doveri è la stessa che abusa dei loro diritti.

Per di più, considerando la loro posizione dominante, i datori di lavoro con buona probabilità costringeranno i loro dipendenti all’obbedienza facendo ricorso a pratiche illegali e deleterie quali la confisca del passaporto, l’imposizione del pagamento delle tasse di collocamento, la sospensione del regolare pagamento dello stipendio e la minaccia di denunciare arbitrariamente i migranti alle autorità statali per mancata osservanza dei loro doveri.

In relazione a questa situazione, Qatar è stato uno dei primi membri del Golfo a rimuovere la clausola NOC richiesta imminente dall’occidente, visto i mondiali pianificati proprio lì, dove il diritto non è proprio di casa dove, le autorità del Qatar hanno in primo luogo abolito la clausola detta “No Objection Certificate” (Noc) – che costringeva i dipendenti a ottenere il consenso dei loro datori di lavoro per cambiare occupazione – e introdotto in secondo luogo un salario minimo per tutti i tipi di lavoratori, indipendentemente dal settore di attività e dalla nazionalità.

Recenti calcoli rivelano, il Qatar nel 2019 ha raggiunto una popolazione di 2,8 milioni di persone, costituita per l’89% da espatriati. La popolazione straniera può essere divisa in due gruppi principali: quello degli artigiani e degli operai e quello della cosiddetta popolazione urbana. I primi, che si stima costituiscano circa il 60% degli espatriati, sono di solito impiegati in progetti di mega sviluppo, come i cantieri della Coppa del Mondo; sono generalmente giovani (20-49 anni), maschi e single. Il secondo gruppo, costituito dal restante 40%, comprende professionisti o dipendenti nei settori dei servizi privati o governativi, e le loro famiglie. Per quanto riguarda la composizione della comunità di espatriati, gli indiani rappresentano il 28% della popolazione totale, seguiti da bengalesi (13%), nepalesi (13%), egiziani (9%) e filippini (7%).

Ma non tutto quello che luccica è oro; le pratiche di abuso salariale sono ancora eccessivamente frequenti per diversi motivi. In primo luogo, non tutte le imprese e i lavoratori del Qatar sono iscritti al Wps (sistema protezione salario) . Infatti, alcune categorie vulnerabili (come i migranti impiegati in lavori domestici o agricoli) , non sono regolamentate dalla legge sul lavoro, e quindi sono escluse dal Wps. In secondo luogo, l’operatività del Wps non in grado di rilevare alcuni tipi di abuso salariale, come i pagamenti inferiori al dovuto o il mancato pagamento delle ore di straordinario.

Qatar stadi mondiali: la strage degli schiavi neri (frame Youtube)

Anni di sfruttamento, privazioni dei diritti e violazioni salariali. Molto resta da fare.

Tua.

27 dicembre, 2022.

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Cammino all’alba (racconto brevissimo natalizio)…

“È Natale il 24

non riesco più a contare

la vita va così

Ho una folle tentazione

di fermarmi a una stazione

senza amici e senza amore.”

(Piero Ciampi, cantautore e poeta)

Cammino all’alba nella nebbia, che per qualche istante soltanto mi confonde i pensieri. Solo i miei passi nell’aria che riecheggiano. Pontedera è addormentata. Ho i capelli molto corti. Mi sono fatto la barba e lo shampoo, appena alzato. So a memoria queste strade, questa piazza. Per il resto poi sembra una mattina come le altre, se non fosse che è Natale. Il cielo è nuvoloso. Non si apre ancora uno spiraglio di luce tra le nuvole.  I lampioni con una luce fioca e obliqua  illuminano il mio cammino. Attorno non c’è nessuno. Giungo davanti all’ospedale e tutti i bar sono chiusi. C’è una donna fuori di sé che urla dal suo appartamento. Continuo facendo finta di niente. Non mi volto. So chi è e non è nuova a dare in escandescenze. Ha spesso delle crisi di nervi e parla a voce alta. Prima o poi del resto ognuno ha le sue crisi, dei momenti puntuali o dei veri periodi di insoddisfazione e di depressione. A volte le crisi scaturiscono da cose futili, dopo aver accumulato strati di cose negative. Ora vedo affiancarsi una macchina. Sento il vocio di due giovani fidanzati che litigano. La ragazza inveisce, gesticola, quindi scende furiosa dalla macchina, sbattendo lo sportello; lui alterato suona il clacson e quindi riparte sgommando. Due infermiere e un dottore con la borsa fanno finta di nulla, non si intromettono, entrano in ospedale. Anche la guardia robusta e imponente fischietta, si fuma nervosamente una sigaretta e finge di non aver visto i due fidanzati né di aver mai udito le urla della donna, poco distanti. Continuo a camminare. Ecco il cinguettio dell’alba. L’edicolante naturalmente è chiuso. C’è una macchina che sfreccia a velocità elevata e io mi metto da parte. Intravedo la sagoma di un passante, che forse va al lavoro. Arrivo alla stazione. C’è gente di passaggio. Io sono un estraneo, uno straniero tra estranei, tra stranieri. Non c’è più nessuno che abbia una sua identità e che si sente a casa sua: ammettiamolo candidamente, la crisi è di ognuno, la crisi è di questa epoca e di questa società  e tocca tutti, più o meno. Tutti sono in una terra di nessuno psichica, esistenziale, mentale, prima ancora che geografica. C’è chi si sente di non appartenere a questo luogo perché arriva da molto lontano. Io non mi sento più di qui perché qui sono l’eterno rifiutato, quello scartato, quello messo in un angolo buio, quello riposto lontano e dimenticato. Io non mi sento di qui perché qui a conti fatti non ho una vera vita sociale e lavorativa, perché la mia è una non vita che ha però a tutti gli effetti la parvenza di una vera vita, perché non sono mai voluto partire per un posto più accogliente e ora è inutile fare recriminazioni o avere rimpianti. Cammino all’alba nella nebbia fino a quando non giungo al bar. Penso che è Natale, anche se si è perso il senso più profondo e autentico del Natale. Ha prevalso il consumismo e fino al 24 la gente ha fatto carte false per fare o ricevere i regali più belli e costosi. La cosa migliore è stare assieme con la famiglia per Natale e considerarsi fortunati di avere una famiglia. Rifletto sul fatto che certe festività possono davvero far male a chi è solo o è povero, a chi non è stato considerato da nessuno, ma il trucco è tollerare, sopportare questi giorni e aspettare la quotidianità dei giorni qualsiasi, quelli in cui non c’è l’obbligo sociale, il bisogno socialmente indotto di essere felici insieme agli altri a tutti i costi. Penso a chi è solo, a chi si sente solo, a chi è in difficoltà economica. Guardo l’insegna illuminata. Entro dentro. Saluto la titolare. C’è solo un avventore. Faccio colazione.  Poi la saluto, lei ricambia il saluto e mi fa gli auguri e io contraccambio.  Esco fuori e una barbona settantenne, che sta fumando una sigaretta, mi fa gli auguri e mi dà il buongiorno. Anche io faccio gli auguri e mi incammino verso il mio destino. La gentilezza e la convivialità sincera di queste due donne mi hanno rincuorato, mi hanno scaldato il cuore. A volte ci si riconosce tra estranei, tra stranieri e la nostra umanità ha la meglio sulla nostra crisi. È l’alba. Questo giorno non è ancora sbocciato, la luce non ha ancora rischiarato questa mattina, questa cittadina. E mentre ascolto il suono dei miei passi penso che l’esistenza è fatta di cose semplici, che a ogni modo è sempre meglio semplificare che ingarbugliarsi nelle astruserie e negli intellettualismi, che spesso per restituire la complessità della realtà si finisce per perdersi nei meandri del niente, che ci sono già tante sfaccettature della vita che la complicano, che non bisogna moltiplicare gli enti o gli specchi (in fondo già Berkeley aveva intuito che i principi che governano la natura e la scienza sono pochi, semplici, essenziali e lo stesso Einstein aveva rafforzato il concetto, dicendo che quando la risposta è semplice è Dio che risponde, alla faccia di ogni epistemologia della complessità). Cammino all’alba nella nebbia, che per qualche istante mi confonde i pensieri. Sembra una mattina come le altre, se non fosse che oggi è Natale. 

Il presepe vivente a Graffignano ha quest’anno “una “ Gesù Bambina .Gabriella Paci

Ripiego o scelta voluta?

A Graffignano ,borgo della  Tuscia in provincia di Viterbo ci sarà,come di tradizione,il presepe vivente il 26 dicembre e il 6 gennaio  2023 su iniziativa del comitato San Martino vescovo. Ma la novità è che il ruolo del Gesù bambino sarà  interpretato da Linda,la bellissima figlia di 4 mesi del sindaco,mentre il ruolo di Maria  sarà coperto dalla madre di Linda,Gioia. Giuseppe sarà invece Iacopo,uno degli 80 figuranti.

La location sarà ai piedi del castello Baglioni,scelto anche dal regista Pupi Avati per il suo film su Dante : saranno allestite botteghe e il fabbro con la fucina, i pastori con le pecore , la locanda … tutto per creare un’atmosfera suggestiva e verosimile all’immaginazione.

Il castello ospiterà invece la casa di Babbo Natale, voluta dall’associazione del” Filo..Sofie”.

Opinioni divise

Vedere un presepe vivente ,per quanto bello e suggestivo,non é una novità perché tanti piccoli borghi hanno preso questa bella abitudine per celebrare più sentitamente il Natale:quello che divide l’opinione pubblica è invece il fatto di mettere come Gesù …una femmina,snaturando, secondo alcuni ,il senso stesso della natività che vede un bambino sulla mangiatoia.

Altri,invece,ferrei sostenitori della parità tra i sessi e,anzi, tra la non distinzione alcuna tra i generi, affermano si tratti di una scelta più che consona.

Il sindaco,intervistato, ha dichiarato che nel paese mancavano neonati maschi e che non c’erano state accettazioni da parte dei genitori a far stare tante ore all’aperto e al freddo il figlio neonato. Dunque… un ripiego?

Lasciamo ai lettori le personali considerazioni in merito ad una questione: quella delle pari opportunità che , quanto meno, fa discutere, considerando che lo stesso Papa Francesco ha detto di voler affidare un dicasterio ad una donna…

Pensieri disordinati: Argentina, Calcio, letteratura…

Di Frida la loka (Lombardia)

Perché il calcio e la letteratura non vanno d'accordo?

La letteratura, snobba il calcio?

Qatar, tremendo baccano! Mille motivazioni...e pesanti.
Qatar, posto degno di ospitare, non solo una Copa del mondo, bensì, qualsiasi evento?

Un paese che non conosce o non ri(conosce) l'essenzialità dell'essere umano, cioè, libertà, dignità della donna, degli uomini, bambini, democrazia?

Secondo me, come atto di protesta, le finali, non si dovevano giocare. Perché?

Condannato a morte l'ex calciatore Amir Nasr-Azadani (iraniano), giornalisti esteri morti in situazioni parecchio dubbiose,e l'elenco si alarga.

E dopo ché Infantino, Macron e GRANDI POTENTI, E SOPRATTUTTO RICCHI sceicchi dell'oriente, che danno un gran contributo soprattutto alla Francia, non potevano aprire bocca riguardo a ogni tipo di violenza che domina quelle terre aride e fa stragi ogni giorno, senza che i giornali lo raccontino.

Ho tante domande che girano nella mia mente, tutte disorganizzate.

E ad un tratto, quando si dava per scontato il favorito. Lo sport, ha avuto la meglio?

E ti ricordi della idiosincrasia d'un popolo moralmente avatuto, governanti che li hanno tolto tutto, pure la voglia di credere in qualcosa di bello, perché questo popolo, non ricorda più quand'è stato, quand'è successo.

Questo popolo, così come il Brasile, l'Italia, vivono il calcio come parte dell'essere ed è una motivazione per andare avanti.

A discapito di tutto e tutti, ha vinto l'Argentina.

PIERPAOLO PASOLINI e il calcio letterario

Account Twitter Retro Football

«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro»

Uno spirito libero

Pasolini è stato un personaggio controverso, sempre controcorrente, un genio. Il grande Pier Paolo Pasolini ha vissuto la vita come amava viverla. Non si è fatto zittire da nulla, è stato sempre in prima linea. Da intellettuale, ha sperimentato tutti i generi artistici esistenti, in tutti i quali ha lasciato la sua impronta. Si definiva principalmente un poeta urbano, uno di quelli che pongono domande, sono curiosi, scrivono. Questo era anche il suo modo di vivere una delle sue grandi passioni, quella che non ha mai nascosto: il calcio e il suo Bologna.

Provocatorio come regista, come saggista, come sceneggiatore e come poeta, Pasolini era uno spirito libero. Comunista convinto, che si è confessato in circostanze avverse, si è anche dichiarato omosessuale dopo aver vissuto un’infanzia difficile.

Vincenzo di Maso,

Osservatore della realtà, amante dello storytelling, del calcio inglese e della tattica. DS di AC Rivoluzione

Tua.

19 dicembre., 2022.

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Marcello Mastroianni:un attore  che ha saputo coniugare comicità e drammaticità,Gabriella Paci

Chi era Mastroianni

Il 19 dicembre 1996 moriva a Parigi  a 72anni uno degli attori più amati dal pubblico italiano e non solo:Marcello Mastroianni il cui nome per intero era Marcello Vincenzo Domenico.

Un attore e musicista di particolare bellezza e bravura che ha vinto ben 18 premi tra ;David di Donatello,festival di Cannes, festival di Venezia e Nastri d’argento.

Negli ultimi periodi, anche a causa delle tre fleboclisi  al giorno, recitava quasi da seduto,pur continuando a ottemperare i suoi impegni

Poco prima della morte realizzò durante la lavorazione del suo ultimo film (Viaggio all’inizio del mondo di Manuel de Oliveira) una lunga auto-confessione (Marcello Mastroianni – Mi ricordo, sì, io mi ricordo, curata da Anna Maria Tatò, la sua ultima compagna) che è considerata da molti il suo testamento spirituale. L’ultimo impegno fu la commedia Le ultime lune nei teatri italiani.

Molte date previste non furono realizzate a causa dell’aggravarsi dello stato di salute. Dopo un malore, fu l’attore stesso a chiedere di non andare avanti con la tournée e l’ultima rappresentazione fu a Napoli; poi tornò a Parigi.

Le sue spoglie sono ora al cimitero di Varano a Roma.

È stato fra i maggiori interpreti italiani di tutti i tempi nonché uno dei più conosciuti e apprezzati all’esterodagli anni 60 in poi  in poi, soprattutto per i ruoli da protagonista nei film di  Federico Fellini e per le pellicole recitate in coppia con Sophia Loren. Capace di destreggiarsi perfettamente sia nei ruoli drammatici che in quelli comici,  ha recitato con altri grandi della commedia italiana quali Alberto Sordi,Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi.

I film più belli

Per apprezzare questo istrione della pellicola giova ricordare i suoi film  più celebri che restano dei capolavori del cinema quali .La dolce vita (1960)di Fellini dove con Anita Ekberg interpreta un giornalista scandalistico accompagnato dal fotografo Parapazzo che è ala ricerca di scoop nella dolce vita romana.

Solo un anno dopo Mastroianni dà vita a un altro capolavoro della nostra cinematografia anni Sessanta: Divorzio all’italiana diretto da Pietro Germi. Nella pellicola, il barone Ferdinando Cefalù ha una relazione extraconiugale con una cugina (Stefania Sandrelli)  con  cui non può avere una storia alla luce del sole poiché in Italia ancora non esiste una legge sul divorzioe l’unica soluzione è sbarazzarsi dell’attuale moglie.

Sempre sotto Fellini nel 1963 recita in 8 e ½ dove interpreta un regista in crisi di identità e che attraverso tanta sofferenza,tenta di ritrovarsi.

Sempre nel 1963, sotto la regia di Vittorio De Sica con Sophia Loren recita in Ieri,oggi, domani dove la figura femminile mostra un profondo cambiamento.

Nello stesso anno diventa ne I compagni, il professor Sinigaglia che assiste . coinvolto psicologicamente,agli scioperi degli operai tessili.

E’ del 1964 “matrimonio all’italiana. Richiamato con la Loren da De Sica,Mastroianni recita magistralmente,coadiuvato dalla bravissima Loren, il marito   della storia di Eduardo de Filippo “Filumena Marturano

Nel 1974 c’è il Dramma della gelosia di Ettore Scola dove Mastroianni riscrive il ruolo della comicità dando il via ad una satira di circa due ore sulla società del benessere degli anni 70.

Mastroianni è Don Gaetano in Todo modo del 1976 ,diretto da Elio Petri.La pellicola,basata sul romanzo di Leonardo Sciascia,dove Gian Maria Volontè è Aldo Moro mentre tenta un compromesso tra DC e PCI

Come non ricordare “una giornata particolare  del 1977 dove Antonietta,(Sophia Lore) moglie di un accanito fascista e Gabriele (Mastroianni),conduttore radiofonico omosessuale che rischia il confino, hanno un’amicizia “particolare”che porta i due ad abbattere stereotipi e clichè.

Tra gli ultimi film di Marcello Mastroianni (1995) non si può non citare Sostiene Pereira di Roberto Faenza, pellicola uscita un solo anno prima della sua scomparsa. Con un fisico già provato dalla malattia, l’attore riversa tutto sé stesso nel personaggio di Pereira, il giornalista protagonista del libro di Antonio Tabucchi che in molti, dopo la visione, decisero di acquistare e leggere.

Amori e famiglia

Nel 1950 sposa l’attrice Flora Clarabella e l’anno seguente nasce la figlia Barbara. Nonostante non abbia mai divorziato dalla moglie, che resta tale fino alla morte dell’attore, numerose sono state le relazioni e i flirt con donne belle e famose. Nel 1968 incontra a Cortina, sul set del film “Amanti” di Vittorio De Sica, l’attrice americana Faye Dunaway che dopo una tormentata storia d’amore durata due anni lo abbandona. Nel 1971 incontra a Parigi l’attrice francese Catherine Deneuve. I due vivono insieme fino al 1974 e dalla loro unione nasce una figlia, Chiara (anche lei attrice). L’ultima lunga relazione è con la regista italiana Anna Maria Tatò, autrice nel 1996 del film documento “Marcello Mastroianni, mi ricordo, si io mi ricordo”, uscito nelle sale nel 1997 dopo la morte dell’attore.

Racconti: Spesso mi domando se siamo quello che dimostriamo oppure quello che nascondiamo, di Iris G.DM

Spesso mi domando se siamo quello che dimostriamo oppure quello che nascondiamo.

Molti sono abituati ad indossare una maschera per dimostrare agli altri come sono bravi, disponibili, affabili, animatori, sostenitori. Come delle salamandre mimetizzano il loro vero io e hanno la capacità di capire e di carpire come fare ad affascinare. Vogliono essere sempre i protagonisti delle scene,costruiscono una facciata cosi reale da sembrare reale.

Questi appartengono alla categoria degli affabulatori, cioè quelli che incantano con le loro parole e i loro modi. Ne incontriamo ogni giorno, ogni giorno ognuno di loro ci incanta e poi ci uccide. Si uccide in molti modi, non solo con un arma ma, anche con le parole quando sono false e ipocrite. La caratteristica degli affabulatori è la vigliaccheria e non affrontare le situazioni di petto ma, facendo le vittime.In realtà sono loro che mietono vittime, con un indifferenza cosi glaciale che sconvolge. Ne fanno parte uomini o donne che nascondono quello che in realtà sono.

Avere a che fare con queste persone è distruttivo ma evitarle è impossibile, perché quando te ne accorgi solitamente è troppo tardi. A questa categoria appartengono ad esempio i politici, i traditori seriali che negano fino alla morte e tutte quegli individui soprattutto maschili che hanno anche un certo carisma, perché se non l’avessero non attirerebbero l’attenzione e gli interessi.

Hanno una forte componente narcisistica che li porta ad avere anche una sorta di disprezzo nei confronti del prossimo, che mascherano sapientemente e non esitano a camminare sui cadaveri delle persone che manipolano per i loro scopi, qualsiasi siano.

Molti di loro sono anaffettivi, smettono di sembrare sinceri e disponibili quando ormai l’altro costituisce, secondo loro, un problema. Riempiono di belle parole ma, quando si tratta di agire passano ad altro nascondendo l'”effettiva realtà con menzogne, scuse e troncano i rapporti facendo in modo che la colpa ricada sulla vittima designata e quest’ultima è capace anche di sentirsi in colpa. Poi ci sono le persone che sono quello che dimostrano di essere e solitamente sono le vittime degli affabulatori. Alla fine è un mondo quasi tutto di maschere, è un mondo triste perché in ognuno vorresti scoprire la bellezza del proprio essere.

Per quanti sforzi facciamo queste persone si nascondono bene e la categoria delle persone che sono sempre quelle che sono, in genere vedono sempre la parte bella degli altri, pensano che tutti possano essere uguali dentro e fuori.Se tu sei onesto, pensi che anche gli altri siano come te. Se non sei abituato a mentire o lo fai per mascherare situazioni gravi e in casi del tutto eccezionali, sei del parere che anche gli altri siano così. Vivere nella menzogna è cosa grave e cosa grave è arrivare a credere alle proprie bugie. Possiamo salvarci da queste persone? Sinceramente non lo so.

Dobbiamo fidarci in genere? Sinceramente non lo so. Si può vivere non fidandosi continuamente. Questo lo so. Non si può vivere non fidandosi mai, bisogna pur vivere e alla fine le persone sincere dimostrano sempre attraverso i fatti quello che sono. Prima o poi la maschera cade

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Il lago

Di Frida la loka ( Lombardia)

Le sponde aride d'state, umide bagnate di nebbia d'autunno.

Non c'è vento, non c'è brezza, solo il rorido che hai lasciato nella bruma che emana il lago.

Salato, sull'acqua dolce, accogliente...

Seduta sulla roccia scomoda bagnata, muttilo l'erba giallastra che mi circonda,

mentre aggrappo qualche pietrisco gioccarellando fra le dita...

Butto uno dopo l'altro , unico rumore che torna; cerqui, tanti che accrescono la figura.

Lo sguardo svanisce là dall'altra parte del riflesso dei tronchi alti e snelli di pini secolari.

Ondeggianti ballerini nell'acqua mutta.
Libreria multimediale

Tua.

26 ottobre,  2022.

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Diego Rivera su Frida Kahlo.

Frida la loka ( Lombardia)

Beh, nessuno è perfetto..

“Frida è acida e tenera, dura come l’acciaio e delicata e fine come l’ala d’una farfalla.
Adorabile come un bel e profondo sorriso e crudele come l’amarezza della vita”

“Frida es ácida y tierna, dura como el acero y delicada y fina como el ala de una mariposa. Adorable como una bella y profunda sonrisa y cruel como la amargura de la vida.”

Tua.

25 novembre, 2022.

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Osservazioni minime (tanti saluti. Soltanto il tempo per un caffè)…

Per qualcuno che è ricco c’è qualcun altro che è povero. Per qualcuno che è amato troppo qualche altro è troppo solo. Potrà sembrare apparentemente banale, ma è una legge del mondo che pochi capiscono nel profondo.  Ci vogliono anni, delusioni, frustrazioni per capirla e alle volte non basta. Non ci vuole l’intelligenza. Ci vuole un minimo di cuore per capirla e poi  bisogna ritrovarsi in certe situazioni, in certe condizioni e in certi stati mentali per capire questa legge del mondo. I problemi sono due: percepire l’ingiustizia e porvi rimedio. Ma la seconda cosa è difficilissima. Richiederebbe empatia, impegno, partecipazione e sacrificio da parte di tutti e tutti dovrebbero essere capaci di risolvere il problema, oltre che essere capaci di  andare nella direzione giusta. Ma sentire l’ingiustizia, pensare la cosa giusta, farla assieme agli altri di buona volontà è chiedere la luna, è quasi impossibile.  Non a caso tutti i tentativi, tutte le rivoluzioni sono fallite. “L’uomo nuovo” non si può fare. Semplicemente non esiste. I discorsi da bar? Mi restano solo quelli, anche se molto raramente. La stragrande maggioranza delle volte vado lì solo per un caffè,  buongiorno e tanti saluti.

Se grandi poeti, grandi letterati, grandi artisti, grandi intellettuali hanno fatto naufragio è perché non erano tali? È perché non erano veri uomini o vere donne? È perché erano fragili, vulnerabili, deboli? Oppure perché erano degli incoscienti che osavano mettersi contro Dio e le sue regole? Forse non sapevano apprezzare la vita? Forse avevano perso di vista la vita, che è fatta di cose semplici? Non credo. Ritengo invece che l’animo, la mente, la vita non sai mai dove ti portino. Ci sono eventi o anche stati d’animo che in certe sere possono sopraffare chiunque.  Forse questi artisti o intellettuali al culmine della disperazione avevano più consapevolezza delle proprie fragilità e fratture interiori. Probabilmente si erano guardati dentro troppo, vuoi perché introversi, vuoi perché il loro mestiere di artisti o intellettuali richiedeva concentrazione, solitudine, capacità di introspezione.  Forse chiedevano troppo a sé stessi, alla loro arte, alla loro intellettualità. Le parole, il bello stile da soli non bastano, sono solo un surrogato. La vita è altrove, non nelle parole scritte, nella poesia, nell’arte. Prima si vive e poi viene il resto.  La verità è che tante parole sono inutili se non sono un semplice mezzo per vivere con gli altri. Per essere felici o almeno soddisfatti di sé bisogna avere le cose che tutti vogliono perché il desiderio è sempre mimetico o quantomeno una mimesi c’è sempre, anche se in un ristretto gruppo, in una piccola comunità.  È così bello essere approvati dagli altri, avere il consenso, il riconoscimento altrui. Per stare bene con sé stessi bisogna rispecchiarsi negli altri. L’artista vuole vendere molte copie del suo libro e avere riconoscimenti importanti perché desidera gli altri. Chi vuole essere apprezzato solo dalla critica vuole essere amato da una cricca.  Non si può lavorare per sé stessi. Non basta. Non funziona così la psiche umana. Ci vuole il riscontro altrui perché tutti o quasi vogliono l’amore altrui. E chi non cerca gli altri è destinato a fare cose a vuoto, a girare a vuoto.  Spera nel riconoscimento dei posteri. Insomma entra in un circolo vizioso. L’amicizia e se va bene l’amore altrui sono manna dal cielo, a cui nessuno in verità vuole sottrarsi. Si può scegliere chi amare e da chi essere amati, ma non si può rinunciare all’amore sotto qualsiasi forma si presenti.

I giovani contestano: non vogliono essere valutati perché vogliono essere uguali “Gabriella Paci

 Tutti abbiamo presente la rivoluzione fatta di giovani studenti universitari nel 68 contro le caste dei professori e la disuguaglianze nella valutazione dovuta al ceto sociale o al nome del candidato e il costo delle tasse che impedivano a meritevoli di potere proseguire negli studi.

Oggi di nuovo i giovani scendono in piazza ed occupano le università a causa della decisione del presidente del consiglio Giorgia Meloni di accorpare il dicastero dell’istruzione con la meritocrazia. La motivazione che ne ha dato lo stesso ministro in questione Giuseppe Valditara è:” non demonizzare il merito, valorizzare i talenti e le capacità degli studenti a prescindere dalle condizioni di partenza”.

Ma i giovani non ci stanno e scendono in piazza e occupano le università in nome …dell’uguaglianza. Ma allora perché cercare di ottenere voti alti o studiare in facoltà o università  ritenute di livello?

Non è una dichiarazione nuova, quella di voler garantire a chi lo merita di distinguersi e di veder riconosciuti i propri meriti: questa ha raccolto consensi sia da destra e dalla sinistra liberale ,essendo una  dichiarazione neutra che deve ridurre i vantaggi ereditari o economici che siano. Molti però vedono in questo una nuova strategia per la diseguaglianza perché non è chiaro quali siano “i meriti” che dovrà avere una persona: talento ? Volontà? Capacità nel raggiungere risultati o velocità …? Il concetto di merito dunque potrebbe assumere varie connotazioni e ammesso si raggiungesse un accordo valido sulla definizione del merito, sarebbe ancora difficile individuare e giudicare tali requisiti. Dunque il concetto di merito appare nebuloso ,eppure la “meritocrazia “ è stata associata a qualcosa di giusto ,di equilibrato,di salvifico nei confronti degli abusi di certe persone.

Merito vs uguaglianza

Ma qual è il rapporto tra merito ed eguaglianza ? Pare evidente che il merito svincolerebbe i singoli dalle condizioni sfavorevoli di partenza ,offendo loro opportunità di successo (che andrebbe meglio definito) e che  essendo più talentuosi ,si distinguerebbero dagli altri. Ma questo non è forse di nuovo disparità o diseguaglianza? Infatti, la distribuzione dei talenti e delle doti personali è paragonabile alla distribuzione dei premi in una lotteria e tali attributi difficilmente possono essere interpretati come un merito dei singoli o correlati alle loro responsabilità. Anche l’idea di offrire a ogni persona le stesse opportunità di partenza, al fine di distribuire le risorse disponibili e le posizioni sociali attraverso il criterio del merito, non mette al sicuro da critiche. Ancora una volta, andrebbe innanzitutto chiarito che cosa si intende quando si parla di eguali opportunità di partenza.

Alcuni obiettano inoltre che ,ammesso che si possano ridurre drasticamente le disparità e garantire una medesima situazione di partenza,questo legittimerebbe un percorso fortemente individualistico e fortemente agonistico. Non il superamento dunque delle diseguaglianze, bensì la formazione di una nuova gerarchia sociale dominata dalla “classe” dei più meritevoli. Una delle principali conseguenze di questo modello sarebbe la rilettura in chiave morale delle diseguaglianze, secondo una prospettiva che lega indissolubilmente il successo e l’insuccesso alla responsabilità personale, senza tenere conto dei tanti fattori che sfuggono al controllo dei singoli. Dunque una diseguaglianza tra meritevoli e non meritevoli che potrebbe essere imputabile all’appartenenza a famiglie desiderose di far emergere i figli di generazione in generazione grazie alla volontà di successo che le caratterizza  e alle loro disponibilità economiche.

La diversità è in natura

C’è comunque , a detta di altri,la volontà di “appiattimento verso l’omologazione al  ribasso “ di chi nega che, comunque,in ogni ambito sociale, ci sono persone più o meno capaci e dunque meritevoli di progredire o aver opportunità consone alle loro capacità .Tutti gli adulti che occupano posti di impegno e di professionalità e che non hanno avuto il favore del denaro o del cognome,sanno che è con la fatica e l’impegno,unitamente alla loro capacità che si sono conquistate quel posto.

Una sana competizione,volta  a mettersi in gara ed accettare sconfitte ,riconoscendo i propri limiti, fa parte da sempre di un processo chiamato “di formazione “ o “maturazione personale. Gli stessi studenti,inoltre  parlano di “ingiustizia “ se un insegnate assegna una  valutazione non adeguata alla prestazione data o allo svolgimento di un compito

Tutti sappiamo bene che non siamo tutti ugualmente predisposti allo studio o all’apprendimento di certe abilità e che questo fa parte della tanto decantata “diversità” di cui però non si vuole tenere conto quando si critica la “meritocrazia”.

Senza un distinguo tra chi è capace  e chi non lo è nello svolgimento di un compito e nel raggiungimento di un obiettivo nel miglior modo possibile e nel tempo opportuno non ci sarebbe più un qualcuno che ha il ruolo di leader ed è in grado di operare scelte e conquiste  proficue per la comunità oltre che per se stesso: nessuno deve essere spento nella sua voglia di progredire e di distinguersi e se questo è essere discriminante lo è la stessa natura che ci fa nascere diversi per sesso, aspetto fisico,indole e capacità psichiche e mentali.

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Controluce:Per salvare il pianeta si danneggiano le opere d’arte: “Il fine giustifica i mezzi” dicono  i membri di “Ultima generazione “,Gabriella Paci

Artisti di fama mondiale come Monet, Van Gogh, Constable, Boccioni, Vermeer, Goya che hanno realizzato  opere oggi custodite dai più importanti musei o esposti in mostre temporanee sono oggetto di attacchi da parte di giovani e giovanissimi militanti di gruppi sono quali il Just Stop Oil, Extinction Rebellion e la sua “divisione” italiana “Ultima generazione”

Tutti questi gruppi mirano a creare un collegamento trasversale europeo per la difesa dell’ambiente e dell’ecologia.

Dopo i tanti appelli di Greta Thumberg e i vari congressi mondiali senza reali cambiamenti da parte dei vari paesi industrializzati questi giovani hanno optato per una forma di protesta alquanto bizzarra per contestare l’immobilismo dei governi.

Si parla da anni di un deterioramento del pianeta definito “irreversibile”e ci siamo dati delle scadenze temporali per ridurre le emissioni di gas e sostanze inquinanti ma dopo il 25 cop sul clima, poco o quasi nulla è cambiato. Non è facile cambiare sistemi produttivi e rinunciare a stili di vita oramai consolidati ma i cambiamenti climatici ci stanno dando davvero un ultimatum.

 Le azioni dimostrative

La protesta ambientalista  è iniziata il 29 maggio  scorso a Parigidove alcuni giovani attivisti, al grido di “Salviamo il Pianeta”, hanno lanciato una torta sulla Gioconda di Leonardo da Vinci esposta nel museo del Louvre. Per fortuna il dipinto era protetto e non si è danneggiato. Di solito, infatti, o almeno nella maggior parte dei casi, questi capolavori sono protetti da vetri blindati, che preservano le opere da qualsiasi forma di danneggiamento. Le cornici anch’esse a volte pezzi d’arte di pregio, non  sono però protette.

A luglio, una serie di musei inglesi entra nel mirino di Just Stop Oil, gruppo ambientalista che protesta contro l’uso dei combustibili fossili.A Londra nella  National Gallery  si è verificato l’episodio più grave: il quadro al quale i giovani attivisti si sono incollati,The Hay Wain di Jhon Constable ha  riportato alcuni lievi danni, come ha comunicato la direzione del museo.

Il 22 luglio il movimento di protesta è avvenuta in Italia, che è il paese al mondo con il più grande patrimonio artistico e storico-culturale: agli Uffizi di Firenze  nella sala Botticelli viene esposto uno striscione con scritto “Ultima Generazione, No Gas No Carbone”. I giovani si sono poi incollati al vetro che protegge il dipinto di Botticelli “La primavera”. Nessun danno per il celebre dipinto, proprio per la presenza di un vetro speciale.

Sempre in Toscana, pochi giorni prima tre ragazzi si erano incatenati con un lucchetto a una balaustra durante l’intervallo dell’opera Madama Butterfly, al Teatro Puccini di Torre del Lago (Lucca).

 Gli attivisti di “Ultima generazione” nel luglio scorso  si erano recati  a Milano al museo del 900 e si erano incollati alla struttura che sostiene la scultura di Umberto Boccioni Forme uniche della continuità. Il 18 agosto, ai Musei Vaticani di Roma, due ragazzi – ancora una volta di Ultima generazione – si erano invece legati  alla base della statua del Lacoonte, esponendo uno striscione contro l’uso di gas e carbone. Passati  tre giorni tre attivisti a Padova nella Cappella degli Scrovegni avevano srotolato uno striscione con slogan anti-Co2, mentre altri due si erano agganciati con catene in acciaio al corrimano che delimita l’area di visita, nella sala del ciclo giottesco più importante, quello dedicato alla vita di Gesù e di Maria.

Oggi gli attivisti hanno bloccato il Grande raccordo anulare di Roma mettendosi seduti sull’asfalto:15 identificati e denunciati.

I problemi del clima

Va detto che gli ultimi 8 anni sono stati i più caldi fra quelli registrati finora, alimentati da concentrazioni sempre crescenti di gas serra e dal calore accumulato nel mare. La temperatura media del 2022 è aumentata di gradi 1,15 sopra i livelli pre-industriali (1850/1900) come ha rilevato il rapporto “Stato del clima globale nel 2022 dell’Organizzazione meteorologica mondiale diffuso oggi in occasione dell’apertura della Conferenza Onu sul clima Cop27 a Sharm el-Sheikh, in Egitto,defezionato da Greta Thumberg, delusa dalle mancate promesse ricevute a suo tempo.  

L’aumento delle temperature è dovuto all’aumento delle concentrazioni dei principali gas serra nell’atmosfera (anidride carbonica, metano, diossido di azoto). Questi gas hanno raggiunto livelli record nel 2021, e hanno continuato a salire nel 2022. Il caldo ha fatto sciogliere le calotte polari e i ghiacciai, e ciò provoca l’innalzamento del livello dei mari, che minaccia isole e territori costieri. 

Il calore causa desertificazione ed eventi meteorologici estremi: migliaia di persone rimangono uccise, milioni sono private dei mezzi di sostentamento, condannate a fame, miseria e migrazioni. Caldo e disastri fanno poi proliferare una serie di malattie. 

Si sciolgono anche i ghiacciai e nel 2022 c’è stato il record delle perdite al 6%del volume con il rischio di perdite di ecosistemi e innalzamento del livello dei mari.

Considerazioni

Qual è la posizione da prendere? Indubbiamente la situazione del clima è drammatica e non è più rinviabile un cambio di comportamento perché le conseguenze sono già da ora preoccupanti come evidenziano le variazioni climatiche e la perdita di specie animali e vegetali e la protesta di gruppi di ambientalisti serve a   sensibilizzare l’opinione pubblica e i vari governi su un problema mondiale

Ci dobbiamo tuttavia chiedere se danneggiare capolavori artistici,patrimonio culturale di tutto il mondo può giovare al pianeta e se la distruzione di una qualunque opera che esalta la creatività e l’intelligenza umana può essere considerata un valido e apprezzabile metodo di contestazione.Il fine giustifica i mezzi “ diceva a suo tempo Machiavelli ma…è proprio così?

Essere incivili non apporta certo un beneficio al pianeta e non aiuterà a risolvere i problemi connessi all’inquinamento  

Sulla poesia italiana, che accade quasi per miracolo…

La poesia parte svantaggiata rispetto alla musica già in fase prenatale. È il ritmo cardiaco della madre ad essere il principale suono dell’ambiente intrauterino. Le parole della madre prima della nascita sono echi lontani. Diventeranno importanti solo dopo la nascita con la lallazione,  etc etc. Ma poi la musica ontologicamente e ontogeneticamente ha una funzione rilassante già nel periodo fetale. In ogni caso il ritmo musicale viene prima della musicalità delle parole stesse. E poi pochi apprezzano la musicalità delle parole (rime, allitterazioni,  consonanze, assonanze, etc etc)! La maggioranza delle persone nell’infanzia si impadronisce della musicalità verbale per sviluppare le proprie abilità fonologiche e fonosimboliche. Per questi motivi psicofisiologici oltre che per altri squisitamente culturali, storici e di mercato  l’industria ha deciso di investire nella musica leggera e non nella poesia. Le persone nella maggior parte dei casi ascoltano musica e non leggono poesia. Non c’è niente da fare: la poesia arriva dopo rispetto alla musica, ha una minore capacità di trasmettere emozioni per natura e anche per cultura. Se poi si aggiunge il fatto che la poesia non è quasi più mitopoietica in una società occidentale sempre più tecnologica e scientista, allora la frittata è fatta. Le multinazionali investono nella musica e non nella poesia per tutta una serie di ragioni e di problematiche annesse e connesse. Anche lo stesso Ginsberg prima di diventare famoso aveva un pubblico di 100 persone, ma lui poi ha venduto centinaia e centinaia  di migliaia di copie. In Italia la stragrande maggioranza di poetesse e poeti, veri o presunti, raramente arriva ad avere un centinaio di persone (tra cui molti amici e parenti) alle presentazioni dei libri e se tutto va bene riesce a vendere qualche centinaio di copie (di solito le regala ad amici, parenti, editori, critici, appassionati,  etc etc). Niente di più e niente di meno. Così stanno le cose. Poi c’è chi guarda solo il rimasuglio d’acqua nel bicchiere quasi vuoto ed è felice di ciò, ma a onor del vero qui è un caos. Lo scrivo da persona che ama la poesia. Ci sono validi poeti e valide poetesse costrette a pagare per farsi pubblicare. Ci sono validi critici o recensori che dedicano centinaia di ore e ore a scrivere centinaia di articoli, a collaborare a riviste e non vengono pagati un euro. Eppure leggere un libro e scrivere anche solo una nota critica significa “perdere” metà giornata. Eppure scrivere un saggio breve per una rivista richiede del tempo. Così come tra incubazione, scrittura di getto, ripensamenti, revisioni e correzioni richiede del tempo una silloge poetica. Della serie: tutto avviene per miracolo o quasi; diciamo più precisamente, che avviene  solo per diletto, passione, dedizione, quasi mai senza essere riconosciuti pubblicamente, restando underground, tra i tanti carneadi della comunità poetica, fatta di un intreccio caotico e millefoglie, di un sovrapporsi continuo di migliaia di voci, che rivendicano ciascuna la propria originalità e il proprio diritto a farsi conoscere. D’altronde allo stesso modo, così come c’è un esercito di appassionati e letterati che fa cultura gratis sul web, il mondo attuale premia con lauti compensi chi mostra seni e fondoschiena sui social. Probabilmente i poetry slam e i poeti performer possono aiutare la poesia, possono richiamare pubblico e attenzione. Anche sul fatto che prevalga la banalità delle canzonette ad esempio sulla vera poesia in musica dovrebbe far riflettere ulteriormente. Accade così che c’è un discreto tasso fisiologico di conflittualità: gli intellettuali, i critici letterari, gli scrittori spesso non riconoscono il valore dei poeti, che sono risentiti per questa ragione (conflittualità intergruppo), si creano delle cricche, tanti poeti sgomitano e alcuni polemizzano  (conflittualità intragruppo), i poeti stessi hanno un rapporto ambivalente nei  confronti della poesia e/o sono frustrati per lo scarso tempo che possono dedicarvi (conflittualità intrapsichica). Se poi a tutto ciò aggiungiamo le contraddizioni insanabili,  che più o meno abbiamo tutti, (perché le uniche persone veramente equilibrate e pacificate col mondo sono i morti presumibilmente) allora possiamo capire quanto la situazione sia critica per la poesia italiana. 

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Dacci oggi la nostra follia quotidiana…

“Accettiamo la follia, Oh uomini

della mia generazione. Seguiamo

le tracce di quest’epoca massacrata:

guardiamola trascinarsi dentro la scura terra del Tempo

nella casa chiusa dell’eternità

col latrato del morente

col viso che indossa cose morte –

non diciamo mai

volevamo di più; cercavamo di trovare

una porta aperta, un estremo atto d’amore,

che trasformasse la crudele oscurità del giorno;

ma

trovammo inferno e nebbia diffusi

sulla terra, e nella testa

una putrida palude di enormi tombe sghembe.”

“Accettiamo la follia” (Kenneth Patchen)

Freud  tanto tempo fa scrisse un libro riguardante la psicopatologia della vita quotidiana, che lui ravvisava negli atti mancati, nei lapsus, nelle dimenticanze. Oggi a mio avviso la psicopatologia della vita quotidiana si è accresciuta enormemente. Basta vedere i social e tutto il loro bullismo telematico,  mentre molti altri sempre sul web non fanno che predicare nel deserto, scrivendo cose interessanti, e fanciulle discinte un poco svampite, un poco sgrammaticate hanno centinaia di migliaia di follower, guadagnando cifre da capogiro mettendosi in posa. È normalità tutto ciò? Non parliamo di chi governa il mondo, di chi decide le guerre e gli assetti geopolitici. Non sono forse persone psicopatiche o che comunque prendono decisioni folli? Non c’è forse follia nella razionalità tecnologica esasperata,  nelle guerre, nella povertà diffusa in molte parti del pianeta, nel cosiddetto progresso,  che porta in definitiva al suicidio probabile della specie? Ma ritorniamo alla psicopatologia della vita quotidiana. Non è forse psicopatologico chi in macchina accelera pur di non fermarsi per far passare il pedone sulle strisce? E non è psicopatologico chi percorre in macchina una strada in controsenso per abbreviare il percorso per andare a casa? Non è psicopatologico creare assembramento in un bar frequentato mettendosi a fare colazione al banco quando si potrebbe prendere cappuccino e pezzo dolce e spostarsi al tavolino? Non è psicopatologico spendere centinaia di euro quando alcuni vanno a fare la spesa, comprando molte cose di cui non avevano bisogno per niente? Non è psicopatologico spendere cinquantamila euro per una bella automobile e poi non avere soldi per pagarsi il  dentista? Non è psicopatologico invocare il rispetto della legge e poi pensare di farsi giustizia da soli? Non è psicopatologico sorpassare più macchine quando dopo cento metri c’è un semaforo? Non è psicopatologico passare una decina di ore al giorno come fanno molti pensionati davanti alla televisione? Non è forse psicopatologico drogarsi per evadere dalla realtà? Non è forse psicopatologico essere dipendenti dal sesso? Non è forse psicopatologico spendere migliaia di euro in abiti firmati? Non è forse psicopatologico imbottirsi di Viagra 85 anni? Non è forse psicopatologico scaricare in aperta campagna dei rifiuti tossici? Quello che voglio dire è che erroneamente pensiamo che i folli siano disadattati. Forse è vero per i folli migliori e più innocui. Ma per stare al passo e adattarsi a un mondo folle bisogna per integrarsi socialmente e lavorativamente sviluppare nevrosi e psicosi. Ogni tanto le persone lasciano intravedere, lasciano scorgere la loro follia, quasi sempre inibita, come in queste piccole azioni quotidiane che io ho elencato,  ma sarebbero un’infinità gli atti quotidiani psicopatologici, che ciascuno di noi compie, spesso senza accorgersene e senza riflettere. La maggioranza delle persone non riesce a mettere a fuoco né a frutto la propria follia. Etichettare un modo molto negativo i cosiddetti folli è un modo per esorcizzare la propria follia, i disturbi che tutti più o meno abbiamo. Ci sono persone che non riconoscono il loro lato folle, lo reprimono totalmente e poi dopo aver covato rabbia, inadeguatezza hanno uno scatto d’ira, perdono totalmente la lucidità, diventano pericolosi socialmente. In questi giorni sono saliti alla cronaca degli omicidi causati da persone  con problemi psicologici non curati. Io assumo psicofarmaci per prevenire ogni disturbo. Mi vedo una volta ogni tre anni con il mio terapeuta, ma c’è una buona alleanza terapeutica, nel senso che se dovessi avere pensieri strani la prima cosa che faccio sarebbe chiamarlo. Eppure soffro di attacchi di panico e di ideazione prevalente, due cose non invalidanti, non socialmente pericolose e non patologiche a livello psichiatrico. Quando ci vediamo gli descrivo i miei umori e i miei stati mentali. Vuole che gli consigli dei libri. Mi ha detto che se voglio posso anche non pagare, ma io pago sempre. Ritengo che andare da un terapeuta possa favorire l’evoluzione mentale di ognuno. Non la vedo una cosa degradante, umiliante, di cui vergognarsi. Dovremmo tenere presente queste cose quando si tratta di salute mentale: 1) tutti, più o meno, abbiamo problemi psicologici. Dire che una persona ha dei problemi è superfluo e dispregiativo perché tutti abbiamo dei problemi. Non riconoscerlo significa negare l’evidenza dei fatti, la natura umana, la problematicità odierna con un mondo sempre più caotico e complesso 2) tutti avremmo bisogno di uno specialista della psiche per fare un check-up, almeno una volta all’anno 3) ognuno dovrebbe lavorare su sé stesso e tramite l’introspezione cercare di integrare la  parte non patologica con la parte patologica, che tutti abbiamo 4) non si dovrebbe aspettare di andare da uno psicologo solo quando si ha una crisi. Bisognerebbe andarci sempre 5) andare dallo psicologo anche quando si sta bene non è mai inutile perché tutto sommato aumenta la nostra autoconoscenza interiore e funge da valvola di sfogo 6) bisogna sfatare qualsiasi pregiudizio sulla follia. Basti pensare a riguardo al risaputo e provato legame tra follia e creatività 7) andare da un esperto della psiche non è segno necessariamente di essere gravemente disturbati, ma significa essere delle persone civili, che curandosi si prendono cura della loro salute mentale e migliorano i rapporti umani con le persone con cui interagiscono. 8) certe cose intime e scomode è meglio raccontarle a un professionista che ha il segreto professionale tra le regole deontologiche che a finti guaritori, maghi, cartomanti, santoni, sempre pronti a specularci sopra. 9) talvolta psicologi, psicoterapeuti,  psichiatri si rivelano non adeguatamente preparati o empatici. Questa però non deve essere la scusa buona per non andarci. Prima o poi la persona giusta si trova 10) come andiamo una volta all’anno a fare le analisi del sangue o l’elettrocardiogramma dovremmo andare da uno psicoterapeuta a farci fare un controllo ogni anno. 11) molto meglio la moda di andare dallo psicologo che quella di non andarci affatto

Tutte queste cose potrebbero sembrare scontate per coloro che credono di essere raffinati intellettuali, in realtà non lo sono per niente perché in Italia da questo punto di vista della salute mentale siamo ancora indietro e c’è ancora molta strada da fare. Il vero progresso umano passa anche da un cambiamento di mentalità nei confronti della cosiddetta follia. 

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Invito ovviamente esteso a tutti i blogger ma anche a chi non ha un proprio blog ma ama scrivere e vedere pubblicato quello che scrive su un media online, oltre che su diverse pagine social collegate…

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Quanto sopra per consentire un primo contatto con il sottoscritto alfine di valutare se sussiste un reciproco interesse ad entrare nella redazione attualmente composta da 31 autori (prevalentemente blogger) ma non solo.

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Scomoda verità, forse per altri.

Frida la loka ( Lombardia)

A te Frida.

Non molto tempo fa, la mia persona ha ricevuto una, potremo denominarla, segnalazione?, già; la chiamo così perché è quasi come un atto di denuncia, un ammonimento , da far notare che hai qualcosa in te che non va.

Essa, dopo essere stata raggirata mile volte con parole a vuoto, senza arrivare al dunque, semplicemente dire quello che ” secondo questa persona” ha riferitomi, mi ha fatto scoppiare dal ridere.

– ” HAI BISOGNO DI UNO PSICOLOGO “…

Silenzio… nel mentre facevamo una passeggiata, continuiamo a camminare muti. Mentre pensavo e riflettevo. Dopo un paio di metri, che non è che posso fare una gara di corsa; mi fermo ed inizio a raccontare minuziosamente, ogni singola avventura o disgrazia che ho dovuto subbire da quando questa nuova ” me “, ha deciso di cercare di andare avanti, lasciando dietro delle ombre nere come la pece che non andranno mai più via e mi perseguitano, là dove vada.

E pure mi potrà un giorno semmai se l’ha sente, ringraziare, perché ho tagliato parecchio di ogni singolo episodio, come ad esempio, stare per venti e passa giorni in coma e non precisamente indotto. Nel senso che oggi avrei potuto interagire, ma non certamente molto earthly.

Evidentemente è un percorso chirurgicamente ( questo aggettivo si adicce proprio al caso) complesso, che non è finito e non finira mai, finché magari la scienza si evolva e trovi una cura, sè redditizio per altri, meglio, caso contrario sarò alla frutta.

Ovviamente non potrà mai capire, che, altro che psicologo! Ho bisogno d’un team di professionisti, i migliori nel campo, che lavorino in squadra, cosa veramente utopica… un team!

Chi non è pronto oppure letteralmente non interessato ad ascoltare non potrà mai capire perché, sí, ho bisogno d’uno psicologo, con cui sfogare la mia ira o profonda tristezza, uno psichiatra bravo! A darmi i farmaci giusti, un neurochirurgo, che abbia mani d’un Canova, d’un Michelangelo! Uno che stia dietro a minimizzare i dolori quando sono insopportabili, un medico di base che quando prendo appuntamento da lui, lo trovi con buona pace di dio, sveglio!

Insomma, credetemi, finché non siete da questa parte della trincea, non saprete mai cosa significa vivere una vita a metà, la testa percorre cento in cinque minuti, il mio corpo martoriato l’ho fa in venti. Nemmeno io l’ho pensavo fino a tempo fa.

Quando tocco questo argomento a me tanto doloroso, inesorabilmente viene al mio pensiero quei furbetti dell’ INPS, che per prendere una pensione perché disabile, mal messa per lavorare, ma non lo suficiente per prendere la pensione e accompagnamento. Per loro anche in questo claustro siamo dei semplici numeri, che facendo la media, per una percentuale, non mi danno il centone.

E allora son altri tipi di dolori quando inizia il momento di prenotare specialisti privatamente.

PS: non sono il tipo di ” poverina” , ecc. Magari quest’è il karma che devo vivere per saldare conti passati in un’altra vita, chi lo sa…

Tua.

24 ottobre, 2022

Dal blog personale

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su

http://alessandria.today

Muse e musi

Da Frida la loka ( Lombardia)

Mi hanno raccontato che le muse son "desaparecidas".
Che parolieri; romantici; scrittori; sognatori;
anzi che scrivere,
piangono la loro assenza
sorpresi, straniti;
perdere le muse; come perdere la bussola.

Preoccupazione e incertezze assalgono,
In atto, una mareggiata che arrassa con tutto quel'che trova nella sua corsa.
Senza fonti d'ispirazione;
vagano come zombies penna in mano,
taccuino nell'altra.

Taccuino pieno di pagine ingiallite vuote e anche l'anima...
Son " desaparecidas", che nessuno le ha visto in giro;
corpi dei lineamenti delicati e volutuosi.
Veli trasparenti ricamati saggiamente,
che nella pudicizia, lasciano intravedere l'ombra o contorno d'un seno; un fianco... camuffati da lunghi e affascinanti cappelli ondeggianti donando alla pena, vita eterna, mille lodi; disperse nel nulla. Chissà sé Calliope smorza un'acenno di sornione sorriso?

Gli amanti delle muse, sono a secco, in attesa incerta
Aspettano loro ritorno.
Chissà sé lo faranno?...
E i Dei? Vigorosi, incisivi,
anch'essi sembra siano nel inferno,
catapultati sotto terra?
Tempo addietro, girovagavanno
nel cosmo infinitamente stellato ed
offrendo delle folgorazione mistiche.
Mari burrascosi!, venti in tempesta!,
preannunciavano l'ira!
Oppure oggi, adagiati su qualche dirupo, corpi scolpiti,
scrutano l'ira dell'uomo.
Probabilmente lasciano a noi, le scelte, le decisioni, i patti, l'ordine, non divino, ma ordine...

Tua.

21 ottobre, 2022.

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23 ottobre – Trisobbio (AL) – Fiera Nazionale del Tartufo Bianco

23 ottobre – Trisobbio (AL) – Fiera Nazionale del Tartufo Bianco

Degustazioni guidate nelle cantine storiche, mercato di tartufi del territorio, raccolti nella Tartufaia di Trisobbio, piatti tipici e vini locali per la quarta edizione nazionale della Fiera Nazionale del Tartufo Bianco “Tarsobi Tartufi & Vino”. Per maggiori informazioni: www.comune.trisobbio.al.it

Enigma sociologico, di Giovanni Mainato

Enigma sociologico

Postato il  di Giovanni Mainato

Ecco cinque oggetti contenuti in tre differenti case. In quale casa abita una famiglia tradizionale?

CASA A: 1) pentola multiuso acciaio inox capienza 20 litri; 2) fucile a pompa per legittima difesa; 3) poster dell’AC Milan; 4) parabola Sky; 5) parabola del buon samaritano sul comodino della camera da letto

CASA B: 1) hamburger vegana in frigorifero; 2) vibratore turbo diesel 380 cavalli con telecomando per la regolazione a distanza della velocità; 3) libro di poesie per bambini; 4) abat jour stile liberty; 5) pallone Super Santos

CASA C: 1) gabbietta 60×80 con lettierina di fieno per criceti, e criceto incorporato; 2) custodia per sigaretta elettronica; 3) libro di Giampaolo Panza; 4) bersaglio con freccette; 5) foto di Goebbels sul caminetto

soluzione a pag. 46

Territorio. Me Piemont: Casa Scaccabarozzi

Casa Scaccabarozzi

Casa Scaccabarozzi, comunemente nota ai torinesi come Fetta di polenta (Fëtta ‘d polenta in piemontese), è un edificio storico di Torino situato nel quartiere Vanchiglia, all’angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo; in passato fu nota anche come «Casa luna» e «la spada».

La sua particolarità e l’origine del suo soprannome risiedono nel suo color giallo ocra e soprattutto nella singolare pianta trapezoidale e molto sottile dell’edificio, simile a una “fetta di polenta” appunto, e che fa sì che uno dei prospetti laterali misuri appena cinquantaquattro centimetri.

Progettata da Alessandro Antonelli, il nome ufficiale deriva dal cognome della moglie dell’architetto, Francesca Scaccabarozzi, nobildonna originaria di Cremona. La coppia visse nell’edificio soltanto per pochi anni, per trasferirsi poi nell’edificio adiacente, sempre di progettazione antonelliana, di via Vanchiglia 9, angolo corso San Maurizio.

(Fonte: Wikipedia)

Curiosità. Quanto pesa un bicchiere d’acqua?, di Cinzia Perrone – Autrice

Quanto pesa un bicchiere d’acqua?

Siamo all’Università di Berkley, in California. Un professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula, come ogni martedì. Il corso è uno dei più gremiti e decine di studenti parlano del più e del meno prima dell’inizio della lezione. Il professore arriva con il classico quarto d’ora accademico di ritardo. Tutto sembra nella norma, ad eccezione di un piccolo particolare: il prof. ha in mano un bicchiere d’acqua.

Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d’acqua in mano, inizia a girovagare tra i banchi dell’aula. In silenzio. Gli studenti si scambiano sguardi

divertiti, ma non particolarmente sorpresi. Sembrano dirsi: “Eccoci qua: oggi la lezione riguarderà sicuramente l’ottimismo. Il prof. ci chiederà se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Alcuni diranno che è mezzo pieno. Altri diranno che è mezzo vuoto. I nerd diranno che è completamente pieno: per metà d’acqua e per l’altra metà d’aria! Tutto così scontato!”.

Il professore invece si ferma e domanda ai suoi studenti: “Secondo voi quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”. Gli studenti sembrano un po’ spiazzati da questa domanda, ma in molti rispondono: il bicchiere ha certamente un peso compreso tra i 200 e i 300 grammi. Il professore aspetta che tutti gli studenti abbiano risposto e poi propone il suo punto di vista: “Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è irrilevante. Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato”. Felice di aver catturato l’attenzione dei suoi studenti, il professore continua: “Sollevatelo per un minuto e non avrete problemi. Sollevatelo per un’ora e vi ritroverete un braccio dolorante. Sollevatelo per un’intera giornata e vi ritroverete un braccio paralizzato”.

Gli studenti continuano ad ascoltare attentamente il loro professore di psicologia: “In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato. Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante. Lo stress e le preoccupazioni sono come questo bicchiere d’acqua. Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro. Se gli dedichiamo il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risente. Se iniziamo a pensarci più volte durante la giornata, la nostra mente inizia ad essere stanca e nervosa. Se pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizza.” Il professore capisce di avere la completa attenzione dei suoi studenti e decide di concludere il suo ragionamento: “Per ritrovare la serenità dovete imparare a lasciare andare stress e preoccupazioni. Dovete imparare a dedicare loro il minor tempo possibile, focalizzando la vostra attenzione su ciò che volete e non su ciò che non volete. Dovete imparare a mettere giù il bicchiere d’acqua”.

Mal’aria 2022 – edizione autunnale. Verso città mobilità emissioni zero

Mal’aria 2022 – edizione autunnale. Verso città mobilità emissioni zero
Allerta smog nelle 13 città italiane al centro della campagna Clean Cities: 
da gennaio a inizio ottobre 2022 codice rosso per Torino, Milano, Padova. Giallo per Parma, Bergamo, Roma e Bologna. 
Nessuna città rispetta i valori suggeriti dall’OMS

L’appello di Legambiente al prossimo nuovo Governo: 
“Seguire i piani del Mims per decarbonizzare i trasporti. Per città più sostenibili e pulite si potenzino i servizi e mezzi green alternativi alle auto private e si implementino trasporti e zone a basse emissioni”

Scarica il Dossier
In Italia l’emergenza smog è sempre più cronica. In questi primi dieci mesi del 2022 suona già il primo campanello d’allarme per inquinamento atmosferico. Livelli degli inquinanti off-limits, traffico congestionato e misure antismog insufficienti sono ormai una situazione di “malessere generale” che rischia di peggiorare con l’avvio della stagione autunnale-invernale.  È quanto emerge in sintesi dal dossier: “Mal’aria 2022 edizione autunnale. Verso città mobilità emissioni zero” realizzato da Legambiente che, nell’ambito della campagna Clean Cities,  fa il punto, da inizio anno ai primi di ottobre 2022, sulla qualità dell’aria di 13 città italiane al centro della campagna, mettendo a fuoco anche il tema delle politiche sulle mobilità urbana. Per quanto riguarda il PM10, la soglia di 35 giorni da non superare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo, è stata ampiamente superata con almeno una delle centraline, in 3 delle 13 città analizzate. Sono già in codice rosso Torino, Milano e Padova che si trovano fuori dai limiti di legge, rispettivamente con 69, 54 e 47 giornate di sforamento. Codice giallo, invece, per Parma (25), Bergamo (23), Roma (23) e Bologna (17) che hanno già consumato la metà dei giorni di sforamento. A seguire, le città di Palermo e Prato (15), Catania e Perugia (11) e Firenze (10) che sono già in doppia cifra.
Nessuna delle 13 città monitorate nell’ambito della campagna Clean Cities, rispetta poi i valori suggeriti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), sia per quanto riguarda il PM10 (15 microgrammi/metro cubo) che per il PM2.5 (5 microgrammi/metro cubo) e l’NO2 (10 microgrammi/metro cubo). Il PM10 ha una media annuale, eccedente il valore OMS, che oscilla dal +36% di Perugia, passando per città come Bari (+53%) e Catania (+75%), fino ad arrivare al +121% di Torino e +122% di Milano. Situazione ancora più critica per quanto riguarda il PM2.5, dove lo scostamento dai valori OMS oscilla tra il +123% di Roma al +300% di Milano. Male anche per l’NO2:l’eccedenza dei valori medi registrati rispetto al limite dell’OMS varia tra il +97% di Parma fino al +257% di Milano.
 
Un quadro, in sintesi, davvero preoccupante, visto che – ribadisce Legambiente – è sugli standard dell’OMS che andrà a adeguarsi la nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria – in corso di revisione entro l’anno – rendendo l’Italia suscettibile a nuove procedure d’infrazione e multe miliardarie (da aggiungersi alle precedenti tre). Da non trascurare anche l’impatto sulla salute: l’inquinamento atmosferico miete più vittime in Italia che nel resto del continente europeo. Secondo le ultime stime dell’EEA (Agenzia europea ambiente), il 17% dei morti per inquinamento in Europa è infatti italiano (uno su 6). Per diminuire gli impatti sulla salute, e sull’ambiente, l’Europa ha fissato gli obiettivi per la neutralità climatica entro il 2050 (il Piano d’azione “Verso Emissioni Zero”) con la proposta intermedia di ridurre le emissioni di gas serra del 55% (rispetto al 2005) entro il 2030. Ma per raggiungere tale scopo, secondo l’associazione ambientalista per liberare le città dallo smog occorre potenziare servizi e mezzi green alternativi alle auto private e implementare trasporti e zone a basse emissioni, come già predisposto dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili. Inoltre, l’Italia deve accelerare il percorso di decarbonizzazione dei trasporti urbani che sono la principale causa d’inquinamento nelle nostre città. Fondamentale sarà dunque l’integrazione tra le strategie europee, nazionali e regionali.

 
Non c’è più tempo da perdere. Dobbiamo occuparci della drammatica condizione della qualità dell’aria dei nostri centri urbani e rendere, al contempo, le nostre città più sicure e vivibili”, dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “Il preoccupante immobilismo della politica italiana davanti alle emissioni di biossido di azoto, dovute in gran parte al traffico veicolare, ci è costata già una condanna da parte della corte di Giustizia europea. Dopo anni di richiami nessun governo è stato in grado di mettere in atto misure credibili per sanare un problema gravissimo, che ha causato più vittime della pandemia nell’anno 2020 e 2021. È necessario agire su due fronti distinti, ma complementari. Il primo riguarda la formulazione di misure di incentivo che favoriscano la scelta del trasporto pubblico locale e altre forme di mobilità sostenibile, nonché disincentivi all’utilizzo dell’auto privata. Il secondo è relativo alla formulazione di mobilità alternativa all’automobile. Necessaria, soprattutto, un’accelerazione negli investimenti a sostegno del Traporto Pubblico Locale e delle infrastrutture, come tram e ferrovie urbane. Il nuovo governo ha dunque un importante sfida di fronte a sé: avviare la transizione green della mobilità del Paese, adottando le linee guida del Mims”.
 
È stato un errore allentare le misure antinquinamento negli anni della pandemia. La ripartenza si preannuncia peggiore”, commenta Andrea Poggio, responsabile Mobilità di Legambiente. “Tornano finalmente in alcune città i limiti alla circolazione per i veicoli più inquinanti – come i diesel Euro4, o, a Milano, gli Euro5 – vecchi, comunque, di 12 anni i primi e tra i 7 e gli 11 i secondi. Ma la sfida per le città italiane sarà l’incremento dell’offerta di servizi di trasporto pubblico e di mobilità condivisa elettrica per tutti, anche per chi abita in periferia. In Italia abbiamo più auto che patenti, con un quarto delle metropolitane, dei tram e dei bus elettrici d’Europa. Colmare questo divariosarà il compito delle 9 città italiane che aderiscono all’obiettivo ‘Carbon Neutral’ al 2030, condiviso con 100 città europee. Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Bergamo, Padova, Parma, Prato non possono fallire, sono la nostra avanguardia”.
 
A distanza di una settimana dal nostro appello sull’emergenza smog nel bacino padano, si ribadisce la necessità di un’azione trasversale a scala nazionale e regionale affinché la qualità dell’aria diventi una priorità per le amministrazioni. Torino è già in codice rosso con per il numero di sforamenti di PM10 consentiti in un anno (69 su 35 consentiti) È fondamentale che le risorse pubbliche a disposizione vengano indirizzate verso le azioni più efficaci per ridurre l’inquinamento atmosferico, che devono riguardare traffico, riscaldamento e settore agricolo – sottolinea Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Anche i fondi destinati al comparto delle infrastrutture di collegamento non possono essere sprecati per finanziare progetti vecchi e nuovi di autostrade, che sono causa di aumento delle emissioni: trasporto pubblico e infrastrutture ferroviarie devono essere al centro della strategia di investimenti delle Regioni sul trasporto.”
 
Focus sulle politiche di mobilità. Infine, il report Mal’aria 2022 – edizione autunnale contiene anche un focus su ZTL, LEZ, offerta del trasporto rapido di massa e sugli investimenti nel settore previsti dal PNRR. Analizzate 15 città italiane: Roma, Torino, Milano, Bergamo, Padova, Bologna, Parma, Genova, Firenze, Prato, Napoli, Pescara, Bari, Cagliari e Catania. Quello che emerge, in sintesi, è che l’offerta del trasporto rapido di massa (treni, metropolitane, tramvie, filovie) rasenta la sufficienza nella maggioranza dei casi. Spesso insufficienti, per estensione ed efficacia, anche le misure di limitazioni al traffico e alla circolazione dei veicoli inquinanti.
 
Verso una mobilità pulita. Per ridurre le emissioni inquinanti o climalteranti, Legambiente propone i seguenti strumenti: la riduzione dei limiti velocità nelle autostrade da 130 a 100 km/h. Una misura immediata che consentirebbe la riduzione sia delle emissioni di CO2 del 20% sia del NO2 del 40%;il potenziamento dell’offerta di mobilità pubblica, anche e soprattutto del Trasporto Rapido di Massa. Il Pnrr che si propone di realizzare oltre 200 km di rete di TRM – 11 km di metropolitane, 85 km di tram, 120 di filovie – è un inizio: per colmare il divario con il resto d’Europa, occorrono altri 200 km di metropolitane (o ferrovie urbane), 400 km di tram e altrettanti di filovie;Trasporto pubblico, condiviso e completamente elettrico; il potenziamento dei servizi di sharing mobility in tutte le aree metropolitane e nelle città con oltre 30.000 abitanti e servizi a chiamata per i comuni più piccoli; la diffusione delle nuove tecnologie digitali (dalla prenotazione elettronica ai primi di progetti di Mobility a as Service);l’implementazione delle Ztl (Zone a traffico limitato), ma soprattutto di Lez (Low emission zone) e Zez (Zero emission zone), seguendo il modello di Londra, Amsterdam, Parigi, Bruxelles o Anversa. 
La campagna per liberare le città dall’inquinamento. Il Dossier Mal’aria ricade nell’ambito della Clean Cities Campaign alla sua III edizione. Un’iniziativa sostenuta da Legambiente insieme ad una coalizione europea di ONG, associazioni ambientaliste, think-tank, movimenti di base e organizzazioni della società civile che ha come obiettivo una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030. La campagna sostiene la mobilità attiva, condivisa ed elettrica per un futuro urbano più vivibile e sostenibile, inclusa la graduale eliminazione dei veicoli con motore a combustione interna dalle città.
 
Il dossier è disponibile a questo link.

Adolescenti arrabbiatissimi, di Dr.ssa Mariangela Ciceri. Psicologa Clinica e forense

Adolescenti arrabbiatissimi, di Dr.ssa Mariangela Ciceri Psicologa Clinica e forense

Mariangela Ciceri

Alessandria: Chiunque si relazioni con un adolescente, figlio, nipote, conoscente o allievo, ben conosce come a volte sia difficile contenere quel lato aggressivo, che loro per primi hanno difficoltà a comprendere e a tenere sotto controllo.

Essere adolescenti non è semplice

Non sono semplici i conflitti che si devono gestire né le sfide che si devono accettare. 

Il corpo cambia, ciò che una volta erano garanzia di divertimento e tranquillità, come il gioco a carte con i nonni, o quel cartone animato che faceva ridere, perdono di valore. 

Ci si ritrova ad essere in un corpo che cambia e in balia di emozioni e desideri sbocciati all’improvviso, faticosi da comprendere e realizzare.

Possono avere l’impressione che tutti, in casa e fuori, si aspettino qualcosa da loro, un buon voto, un comportamento adulto, una buona educazione espressa attraverso un atteggiamento non ribelle. E perfino gli amici, possono non essere più quella gran compagnia che erano un tempo. La noia può diventare una assidua compagna, la rabbia una presenza costante.

Gli adolescenti non hanno un buon controllo sulle emozioni. 

Spesso le subiscono, cercano di decodificarle, possono addirittura esserne spaventati. Se la richiesta sociale (la scuola, il gruppo dei pari) e quella famigliare (la relazione con i genitori) innescano comportamenti stressogeni, l’adolescente può comunicare il suo malessere attraverso eccessi d’ira e comportamenti non del tutto funzionali.

Entrare nel mondo dei grandi significa percorre la passerella del giudizio, indossare maschere appropriate per celare agli occhi del mondo quelle insicurezze e paure che possono minare l’autostima e allora arrabbiarsi può essere tutto quello che rimane da fare.  

La risposta che da adulti, da genitori, amici, insegnanti possiamo dare è l’ascolto

Accogliere quella rabbia, lasciare che trovi il modo per essere riconosciuta, raccontata, espressa e solo dopo, quando tutto il dicibile è stato detto, da persone responsabili e autorevoli quali essere genitori e insegnanti impone, ridefinire quelle regole e quei comportamenti che riteniamo utili, necessari e inderogabili.  

Mariangela Ciceri

Sono psicologa clinica e forense. Come clinica mi occupo di consulenza e supporto psicologico sia individuale che di coppia, di psicodiagnostica, di sostegno alla genitorialità, di psico-geriatria, di orientamento scolastico e professionale. Come libera professionista in ambito giuridico e forense il mio ruolo è quello di consulente nella valutazione del danno psichico dovuto ad eventi traumatici, di valutazione delle competenze genitoriali in caso di separazione e divorzio, di mediazione familiare. Conduco inoltre laboratori di comunicazione, psicologia sociale, uso della scrittura come strumento di consapevolezza e problem solving, al fine di facilitare il superamento di criticità emotive.

Alessandria

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Estremisti psichici, nel pensiero, nell’azione, disagio sociale e rabbia…

Tutti siamo estremisti psichicamente,  più esattamente nell’inconscio. Tutti abbiamo un lato oscuro, una parte atavica, che desidera  uccidere qualcuno. Molti non lo confessano, non lo ammettono pubblicamente,  ma non siamo ipocriti perché è davvero così.  Anche io ho i miei scatti d’ira, i momenti che vorrei fare fare fuori qualcuno che mi rompe, che mi dà fastidio, che mi urta. Naturalmente sono solo mezze idee vagheggiate appena e mai realizzate. Ci vuole un attimo soltanto per diventare vittima o carnefice. È anche per questo che conduco una vita molto solitaria, lontana da stimoli psicosociali negativi, per quanto possibile. Cerco di evitare per quanto sta nelle mie forze le persone negative. La mia solitudine è la mia dolce compagna. Evito malignità e stupidità.  Ho solo un amico di vecchissima data che frequento. Ho la vaga sensazione comunque che per non diventare assassini o violenti bisogna fare una certa autoanalisi, saper fare introspezione, sapersi guardare dentro, sapersi conoscere dentro, in una parola sola insomma lavorare su di sé. Penso che bisogna coltivare l’interiorità per evitare la violenza e a volte questo non basta. Molto spesso fortunatamente gli intenti bellicosi vengono tenuti a freno. Ma qualche volta, seppur raramente, accadono nel mondo le aggressioni, gli omicidi. Però la cosa non è semplice. Ci sono gli estremisti nel pensiero e altri che sono estremisti nell’azione. Ci sono persone che scindono pensiero e azione. Ci sono estremisti ideologici e politici che non hanno mai fatto male a una mosca. Ci sono moderati politici che uccidono la moglie o il vicino. Ci sono estremisti non  violenti e violenti non estremisti. Secondo gli albori del politicamente corretto l’estremismo è il peggiore dei mali e sempre secondo questo politicamente corretto d’antan l’estremismo derivato dall’aspirazione all’uguaglianza è molto più giustificabile di altre forme. Ci possono essere estremisti rivoluzionari ed estremisti controrivoluzionari. Ci possono essere estremisti dell’innovazione ed estremisti della tradizione. De Maistre ad esempio era un estremista della controrivoluzione e della tradizione.   L’orientamento politico estremo non è che una delle molteplici dimensioni di una persona e non è detto che sia la più pregnante, la più significativa,  la più importante (il climax è voluto). Difficile a ben vedere tracciare una linea di demarcazione netta  tra moderati ed estremisti. Nel 1978 quando rapirono Moro molti simpatizzarono, parteggiarono, tifarono per le Brigate Rosse perché Moro con il compromesso tra Dc e Pci per alcuni voleva conciliare l’inconciliabile e queste persone,  tifose delle Br, non pensavano alla sua vita umana. Si pensi anche al fatto che secondo un sondaggio antelitteram dell’epoca se le Brigate Rosse si fossero presentate alle elezioni come partito politico avrebbero preso in via del tutto teorica 200000 voti. Perché le Brigate Rosse hanno perso? Per vari motivi: per l’opposizione della società civile, per gli assassini da parte dei brigatisti di un operaio come Guido Rossa e di un antennista televisivo come Peci, per la fine della guerra fredda, etc etc.  Ci sono anche moderati teoricamente che all’atto pratico alzano i toni, vogliono lo scontro politico e di fatto gettano benzina sul fuoco, istigando i violenti. Ci sono persone moderate che vanno fuori dai gangheri e fanno dichiarazioni pubbliche inopportune e violente: sono parole preterintenzionali in questi casi, che vanno al di là delle intenzioni, soprattutto se qualcuno è particolarmente arrabbiato e ha i suoi cinque minuti, per così dire. Ci sono allo stesso modo estremisti politici che tengono un doppio linguaggio, dimostrandosi moderati, non violenti ufficialmente e rivelandosi sanguinari privatamente, aizzando i loro adepti a compiere crimini. A volte mi chiedo se Adriano Sofri sia veramente moderato e riflessivo come nei suoi libri o se invece sia sempre quello della giovinezza. La stessa cosa a suo tempo mi chiedevo per Lanfranco Pace, che era un giornalista molto ponderato. A volte certe persone non sono più le stesse della giovinezza. Inutile riprendersela con loro. Hanno pagato il fio. Che su di loro scenda pure l’oblio! E se qualcuno li rammenta spero sia solo per indicarli come cattivi maestri e non per prenderli come esempio. Ci sono i pentiti, coloro che rinnegano idee e azioni di un tempo. Anche gli ex terroristi evolvono, cambiano radicalmente, nutrono molti rimorsi, vivono angosciati tra i sensi di colpa. Alcuni scusano il passato ritenendo che fosse colpa dei furori e dell’ubriacatura ideologica di un’epoca ormai lontana. Oggi il contesto storico e politico  è completamente diverso. Ma c’è un disagio sociale e una rabbia che sono fisiologici in questa società.  Tutto ciò può essere represso con la forza. Ma per certe cose la forza da sola non serve. Oppure si può cercare di comprendere. Sta anche ai giovani cercare di trasformare la rabbia e il disagio sociale in qualcosa di costruttivo, di positivo, di armonioso, per quanto la politica non dovrebbe abbandonarli a sé stessi.  Condannare ogni forma di aggressività è come gettare il bambino con l’acqua sporca.  Bisogna essere comprensivi e tolleranti nei confronti di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi, di chi fa la fame, di chi è povero. È chiaro e l’ho sempre detto che a stomaco pieno si ragiona meglio.  Ma il disagio e la rabbia è anche delle persone di mezza età che si trovano licenziate in tronco con una email da parte della multinazionale, che si trovano a fare i rider rischiando l’infarto, che sono costrette a chiudere un’attività senza l’opportunità di trovare un lavoro e finendo sul lastrico. La politica deve assistere queste persone, che non hanno più voce in capitolo o che comunque non vengono ascoltate più  da nessuno affinché la violenza non alberghi nelle loro menti e nei loro animi. 

Provate voi – Barbara Garlaschelli

Ripubblicato da Frida la loka (Lombardia)

"Provate voi a essere donne
con il coltello alla gola
le gambe aperte
e la pistola puntata alla tempia.

Provate voi a essere donne
la costola di Adamo
la polvere di stelle
gli assorbenti con le ali
le ali senza vento,
in caduta libera.

Provate voi a essere donne
a morire come foglie
calpestate come foglie
bruciate come foglie.

Provate voi ché noi siamo stanche
di mettere al mondo uomini che ci tagliano la vita
e ci seppelliscono che ancora respiriamo."
Libreria multimediale

Breve biografia:

Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini, Del 1995 è il suo esordio a stampa, con O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos.

Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir, alla letteratura per ragazzi (quest’ultima edita da EL, di cui ha diretto la collana “I corti”; con Walt Disney in collaborazione con Nicoletta Vallorani) al teatro. Costretta fin dall’età di 16 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto con stile asciutto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi in Sirena, Moby Dick, Faenza 2001. Il libro è considerato un long seller e ha avuto varie ristampe: nel 2004 con Salani, nel 2007 con TEA e nel 2014 con Laurana Editore. (Wikipedia).

Tua.

14 ottobre, 2022.

Dal blog personale

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Cesareo

Frida la loka ( Lombardia)

Cielo azzurro infinito,  qualche batuffolo bianco sparso.
Aria fresca, sole timido, tutto inerte, quiete, silenzio, tempi d'attesa; attesa di cosa, attesa d'una fine o d'un nuovo inizio...

Cielo azzurro infinito; ti traffiggono con missili; vedo un velivolo solcare il tuo blu forzando l'evento, facendo un'incizione che sputa di rosso; fessura che fa male, tempo per riparare la ferita, ci vorrà...

L'utero della terra piange, ambivalenza emotiva, voglia d'un futuro promettente, qualcosa di bello, sorridere.
Poi la vita emerge, ancora una volta, hai presso il sopravvento e hai vinto...
Fonte: ritardatapartenza.it

Tua.

13 ottobre, 2022

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Due parole soltanto sulla non vita…

Cosa è che io chiamo non vita? La vita inautentica è pur sempre vita. Heidegger definiva vita inautentica la chiacchiera impersonale, la curiosità,  l’equivoco. Oggi ci sono a mio avviso, almeno nella società occidentale, più forme di vita inautentica.  Ma chi è in uno stato vegetativo? Non è forse la non vita per antonomasia? Ci sono anche gli albori della non vita, i primi sintomi di non vita, come una solitudine prolungata per anni, le malignità di una comunità cittadina che diffama per anni una singola persona, un ambiente castrante e iperprotettivo, la deprivazione sociale, l’astinenza sessuale protratta per anni, il mobbing sopportato per anni, la disoccupazione sopportata per anni. Una persona può resistere, può anche non ammalarsi (avendo degli anticorpi psicologici resistenti), ma tutto ciò può minare a lungo termine la sua psiche e il suo fisico. Se avete questo tipo di problemi vi diranno di non lamentarvi. Vi diranno che ci sono persone al mondo che muoiono di cancro o di fame. Ma appunto la non vita è perfida, insidiosa, ingannevole perché sembra a tutti gli effetti vera vita. Chi è depresso vive nei momenti bui una non vita, eppure pochi lo capiscono. E allora il depresso, incompreso, si chiude sempre più in sé stesso e talvolta implode definitivamente.  Chi vive una non vita spesso viene incolpato. In fondo gli si dice che la responsabilità è unicamente sua perché è lui che vuole vivere così.  Intanto la non vita continua quotidianamente a ferire. Spesso la vita senza che noi ce ne accorgiamo si tramuta involontariamente in non vita. Guccini cantava: “”E quel vizio che ti ucciderà non sarà il fumare o il bere, ma qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere e poi vivere”. La vita xpesso fa talmente male da diventare non vita. Talvolta per non soffrire più si cerca di rifugiarsi in una non vita. Ma anche la zona di comfort, un mondo ovattato può portare alla morte. Di alcuni si dirà: ma perché l’ha fatto, se aveva tutto? È la classica goccia cinese. La goccia scava le rocce a lungo termine, anche se a breve termine può apparire innocua. Alla fine si finisce per somatizzare queste sofferenze. Per albori della non vita intendo soprattutto le sofferenze interiori, il dolore esistenziale. Gli altri ci possono aiutare ad attraversare il nostro dolore esistenziale, ma ognuno deve trovare la forza di attraversare il proprio deserto. In fondo nei momenti cruciali della vita ci si ritrova soli. E allora forse quelli che io ho definito gli albori della non vita sono l’essenza stessa della vita. Forse la non vita corrisponde alla vera vita. Forse la socialità, la sessualità,  la convivialità,  la coscienza sono solo degli orpelli inutili oppure sono solo dei falsi bisogni. Forse lo stato vegetativo è uno stato di coscienza superiore o l’anticipazione della vera vita. 

Coldiretti. Filiera del legno: risorsa naturale e rinnovabile, l’alternativa per combattere la crisi energetica

Dal patrimonio forestale arboreo regionale e provinciale una possibile soluzione

Filiera del legno: risorsa naturale e rinnovabile, l’alternativa per combattere la crisi energetica

Per evitare incremento quota di materiale di importazione, soprattutto rispetto al pellet

Il conflitto russo-ucraino sta avendo importanti ripercussioni sulle bollette di luce e gas, con più di 4 milioni di famiglie in condizioni di povertà energetica e aziende in difficoltà per l’aumento dei costi di produzione e commercializzazione. 

Due gli effetti negativi che si stanno verificando negli ultimi mesi: la riduzione della capacità di acquisto dei cittadini, e l’aumento dei costi delle imprese particolarmente rilevanti per l’agroalimentare, con i rincari che si riversano su tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione e distribuzione. Il risultato è che più di 1 azienda agricola su 10 (11%) è costretta a cessare l’attività, mentre circa 1/3 del totale nazionale (30%) si trova comunque obbligata a lavorare in una condizione di reddito negativo.

“Alla luce di questa situazione, sempre più critica dal punto di vita energetico, è necessario valorizzare la filiera del legno a livello territoriale – ha affermato il Presidente Coldiretti Alessandria Mauro Bianco –  anche al fine di evitare un incremento della quota di materiale di importazione, soprattutto rispetto al pellet. La guerra ha messo sotto gli occhi di tutti la necessità di aumentare le risorse energetiche interne per questo puntare su fonti alternative garantirebbe maggiore sicurezza nell’approvvigionamento portando nello stesso tempo al vantaggio di uno sfruttamento responsabile e sostenibile del bosco con salvaguardia essenziale del territorio, oltre alla creazione di nuovi posti di lavoro. Per non parlare, poi, degli effetti positivi che si riverserebbero sulla questione inquinamento e cambiamenti climatici, fattori che al giorno d’oggi non si possono più ignorare”.

In Piemonte ci sono quasi 1 miliardo di alberi e sono presenti 52 specie arboree e 40 specie arbustive con una grande variabilità di composizione e struttura. E’ la regione, che a livello nazionale, ha la più ampia superficie forestale arborea con circa 1 milione di ettari, ovvero il 38% del territorio, di cui i boschi coprono 932 mila ettari.

La provincia di Alessandria ha una superficie forestale pari a 123.607 ettari suddivisa tra 114.711 di bosco e 8.896 ettari di arboricoltura da legno.

“E’ essenziale trovare soluzioni per aumentare l’approvvigionamento interno di energia riducendo la dipendenza dalle importazioni – ha aggiunto il Direttore Coldiretti Alessandria Roberto Bianco -. La guerra ha messo sotto gli occhi di tutti la necessità di aumentare le risorse energetiche interne. Puntare su fonti alternative come la filiera del legno, naturale e rinnovabile, garantirebbe maggiore sicurezza nell’approvvigionamento portando nello stesso tempo al vantaggio di uno sfruttamento responsabile e sostenibile del bosco con salvaguardia essenziale del territorio. Solo i boschi gestiti in modo sostenibile assolvono al meglio funzioni importanti per la società come la prevenzione degli incendi, delle frane e delle alluvioni o l’assorbimento di CO2. Grazie al lavoro ed alla presenza costante delle nostre aziende, è possibile preservare i territori dall’abbandono, svolgendo un insostituibile presidio rispetto all’assetto idro-geologico del territorio, e mantenere un patrimonio naturale che ha una grande valenza turistica ed ambientale”.